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lavoro pubblicato domenica 2 novembre 2008
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alexander - (10) Knock-out

di aNoMore. Letto 1205 volte. Dallo scaffale Fantasia

Una profezia si avvera, se così si può dire. Due antichi compagni quasi si incontrano ed infine la prima sconfitta.

1

Il treno continuava il suo tragitto senza fermarsi, i paesaggi si alternavano tra città e campagna, il cielo si dipingeva d'azzurro di giorno e di blu la notte.

Sole, luna e stelle sembravano impassibili ai fatti del piccolo pianeta, immutati assistevano al susseguirsi della storia e l'avverarsi del destino.

Quando Edoardo tornò in cabina il silenzio regnava ancora e continuò ad espandere il suo dominio per il resto di quella giornata.

I due ragazzi avevano paura di dissetare ancora la loro sete di conoscenza e dal canto suo Brown non aveva alcuna voglia di continuare a raccontare.

Poi la notte lavò via le forti sensazioni del giorno prima, più volte Edoardo si svegliò durante la notte e ogni volta vide William guardare fuori dal finestrino, sembrava irrigidito dalla morte, come se infine lo avesse colto lì all'improvviso.

Ad Elisa avevano preso una cabina tutta per lei, ma dormire da sola quella notte la terrorizzava e Brown non mancò di donarle il suo posto letto.

Tre persone chiuse nella piccola cabina di un treno vivevano una notte stellata, tra sonno, domande e molti rimpianti.

La mattina, dopo la colazione, dovettero cambiare treno e per mezzogiorno erano nuovamente in un vagone ristorante a consumare un magro pasto: nessuno di loro aveva particolarmente fame.

Edoardo era sicuro che William non avesse dormito, eppure per tutta la mattina non diede mai l'idea di essere minimamente stanco, piuttosto li osservava, da dietro i suoi occhiali da sole li guardava perso nei suoi pensieri. Il giovane avrebbe potuto pagare per sapere cosa quella mente antica stesse producendo, ma era anche cosciente che non sarebbe mai riuscito a chiedere al vecchio di esporre i suoi pensieri e le sue preoccupazioni.

Nel primo pomeriggio, mentre erano rintanati nell'ennesima cabina notte di un treno in viaggio, Edoardo notò che la ragazza stava piangendo. Non lo stava facendo in modo vistoso, aveva solo gli occhi rossi e di tanto in tanto sgorgava qualche lacrima.

La cosa lo sorprese, sentì il cuore schiudersi, si odiò per non avere la forza di spazzare via quella situazione e quando spostò lo sguardo su Brown, si accorse che la sua espressione era impassibile: odiò pure lui.

«Che succede Elisa?» Le chiese con una dolcezza di cui non si credeva capace.

«Nulla, è un po' la tensione, la sensazione di essere un topo in trappola e soprattutto ho paura di incontrare nuovamente quel tizio incappucciato.»

«Non ti preoccupare, non permetterò che ti metta di nuovo le mani addosso.»

Elisa sorrise: «Sei dolce Edoardo, purtroppo è difficile crederlo, sembra che Lui possa fare quello che vuole.»

«Se almeno non proviamo ad opporci non lo possiamo sapere. Non voglio rimanere qui ad aspettare la fine, non dobbiamo abbatterci, altrimenti lui avrà già vinto prima ancora di incontrarci.»

«Lui vuole William, ha detto che ucciderà senza remore chiunque gli sia necessario uccidere, cosa possiamo noi contro una... cosa... simile!» Ora piangeva più intensamente, sembrava che il tentativo del ragazzo fosse fallito miseramente.

«Non devi abbatterti Elisa - Intervenne Brown - non siete indifesi al suo cospetto e se non potremo combattere fuggiremo. La speranza è l'unica arma che abbiamo al momento, vi prego di aiutarmi a difenderla, io sto invecchiando, ma vi prometto che farò tutto ciò che è in mio potere per salvarvi.»

«Come William, come possiamo noi avere qualche speranza?» Chiese Elisa con tono piuttosto disperato.

«Trovando la voglia di vivere, le emozioni umane in questa battaglia potranno molto di più di quello che credete. Alla fine credo che l'ultimo duello non sarà altro che una gara di emozioni.

Le guerre si combattono con l'odio e la disperazione, il nostro nemico si ciba di questi sentimenti, non credo quindi avremo mai successo usandoli e questo per noi sarà una fortuna.»

Edoardo sorrise, si era ricreduto su Brown, non era rimasto impassibile, stava solo aspettando di dire le parole giuste.

«Forza Elisa, assieme ce la faremo, William ed io ti proteggeremo.»

Lei sorrise timidamente tra le lacrime «Va bene, andiamo a salvare il mondo.»

«Magari inizierei da qualcosa di più semplice, come mettere al sicuro le nostre vite.» Disse Edoardo.

«Credo che quando ci saremo riusciti avremo anche sventato i malsani piani del nostro nemico, quindi avremo anche salvato il mondo.»

I tre si guardarono e risero, tutti sapevano che nulla di tutto quello che si erano detti sarebbe stato facile, avevano la consapevolezza che le probabilità di vittoria erano più che scarse, ma per un attimo soltanto vollero credere nella loro unica arma: la speranza.

2

Quando Giulius arrivò a Londra anche William e i due ragazzi erano già in città, erano arrivati all'appartamento del centro e stavano facendo scorta di tutte le cianfrusaglie che Brown riteneva importanti.

Nell'ultimo giorno di viaggio si erano fatti raccontare un'altra parte della lunga storia del vecchio William, ma per conoscerla ci sarà tempo più tardi, al momento non è ancora fondamentale per la nostra storia.

Lo sfregiato nel frattempo aveva iniziato ad informarsi sul dove fosse il laboratorio in cui tenevano i reperti del noto scavo in Africa e per una persona nella sua posizione non fu facile ottenere quell'informazione.

Impiegò quasi tutta la mattina tra professori universitari, uffici e ricercatori, tutti non sapevano, rimanevano vaghi e la cosa lo aveva terribilmente irritato.

Alla fine, a farne le spese fu un anonimo impiegato dell'università: venne sollevato dal collo e quasi strangolato.

Giulius non amava le buone maniere e aver perso una mattinata per scoprire dove andare era una cosa che non poteva sopportare, specie quando ripensava al suo aguzzino.

L'impiegato universitario, tale Ron Atwood, sposato da un anno, in attesa di un figlio e considerato da tutti la persona più tranquilla e gentile del mondo, visse quell'esperienza con autentico terrore. Una volta che il grosso uomo fu uscito dal piccolo ufficio, ritenne opportuno chiamare la polizia, ma quando si rese conto di non conoscere neppure il nome di quell'individuo si sorprese.

Era sua abitudine iniziare con le presentazioni, invece quel tizio lo aveva preso in contropiede, poi ci pensò, uno sfregio come quello non era molto comune, sicuramente sarebbe bastato alla polizia per trovarlo, ma poi ci ripensò ancora e convenne che era meglio evitare le rogne, probabilmente quel tizio non sarebbe più tornato e se anche fosse stato, avrebbe rifiutato di riceverlo chiamando immediatamente la polizia.

Ron non scoprì mai quanto quel giorno era stato fortunato, Giulius quando entrò nell'ufficio lo aveva già ucciso, era il suo capro espiatorio e avrebbe pagato per tutte le frustrazioni di quella mattina.

A graziare la vita del giovane impiegato fu solo l'insolita prudenza del guerriero, il quale, nelle città di questo mondo, non portava mai con sé le sue armi, troppi problemi e ucciderlo a mani nude non avrebbe avuto lo stesso sapore, oltre ad essere terribilmente più faticoso.

Volendo essere precisi quindi, Ron fu salvato dalla pigrizia di Giulius e credo che questo possa chiarire ancora un po' la figura dello sfregiato, sicuramente poteva essere considerato il tirapiedi che tutti si immaginano.

In quegli stessi momenti, in un appartamento a Belgrave Square, William Brown, Edoardo Castello e Elisa Napotano stavano mettendo a soqquadro mobili antichi, armadi e scrivanie. Il vecchio uomo aveva un sacco di cose da prendere, ma alla fine optò solo per l'essenziale: la sua agenda, una piccola scatola di metallo chiusa a chiave e poi staccò dalla parete uno scudo ed un'ascia ornamentali.

Per trasportarli andò a prendere una grande valigia, talmente grande da poter contenere lo scudo, che dalla cima alla punta poteva misurare un metro e mezzo.

La valigia era rigida e all'interno aveva gli alloggiamenti appositi per entrambi gli oggetti, sembrava proprio creata su misura per poterli trasportare.

I due ragazzi si occuparono di questa faccenda, notando con stupore che i due oggetti erano ben più pesanti di quanto sembrassero: lo scudo sembrava una lastra di ottone dallo spessore superiore al mezzo centimetro e l'ascia aveva anche l'impugnatura fatta di uno strano metallo, risultando poco meno pesante dello scudo.

William nel frattempo stava smanettando al computer e quando i ragazzi gli chiesero cosa stesse facendo, rispose loro che stava stampando i documenti necessari ad andare in giro con quella roba, non voleva assolutamente venire fermato dalla polizia perché girava per la città con armi improprie senza valido motivo.

«Sono davvero necessarie queste armi?» Chiese Edoardo.

«Sì, se dovessimo combattere, quelle potrebbero essere la nostra unica speranza.»

«Ma pesano troppo, dubito che qualcuno potrebbe mai usarle per combattere.»

William non rispose, chiuse la valigia gettando dentro i documenti e la sollevò senza il minimo cenno di fatica. Questo bastò come risposta ad Edoardo, il quale non era neppure certo di poterla sollevare, anzi probabilmente ci sarebbe riuscito, ma non aveva idea per quanto avrebbe potuto portarsela dietro.

«Dove andiamo adesso?» Domandò Elisa, avevano posizionato davanti la porta d'ingresso la valigiona e la scatoletta di metallo.

«Devo telefonare ad una persona, dobbiamo incontrare l'archeologa.»

I due ragazzi si guardarono ed in perfetta sincronia chiesero «L'archeologa?»

«Buongiorno - Disse il vecchio al telefono in un perfetto inglese - sono il dottor William Brown, sono quasi sicuro che la dottoressa Rebecca stia aspettando mie notizie, me la potrebbe passare?»

«La dottoressa è un po' occupata, può dire a me?» Rispose la voce dall'altra parte.

«No, le informazioni sono strettamente riservate, riferirò solo alla dottoressa.»

«Attenda in linea un attimo.» A quelle parole partì la classica odiosa musichetta delle attese telefoniche, che Dio chiami a sé il maledetto che le ha inventate, pensò William.

«Pronto sono Rebecca, parlo con Mr. William Brown, quello della lettera?» La ragazza fu precipitosa, colta da un improvvisa eccitazione, non poteva credere di essere al telefono con il suo uomo del mistero.

«In persona, non credevo si ricordasse di me.»

«Sta scherzando? Dobbiamo assolutamente vederci, ci sono un sacco di cose che mi deve spiegare, la sua lettera mi ha fatto passare non sa quanti guai.»

«Mi pare che però le sia stata in qualche modo di aiuto.»

«Certamente, ma lei come sa quelle cose, quando è libero di venire a trovarmi qui in ufficio?»

«Guardi le telefonavo proprio per questo motivo, volevo incontrarla per avere qualche informazione sul suo ritrovamento.»

«Beh, possiamo fissare un appuntamento anche domani mattina se a lei va bene.»

«Guardi, sarebbe meglio oggi dopo pranzo. Verso le due che ne dice?»

«Davvero, em... non so, aspetti. - Musichetta odiosa - Va bene, oggi alle due, la aspetto.»

«Perfetto, a più tardi. Arrivederci.»

«Certo, arrivederci.»

William Brown chiuse il cellulare soddisfatto, dall'altra parte Rebecca riattaccò letteralmente con il cuore in gola, doveva preparare l'elenco di domande alle quali sottoporlo, doveva rimettere assieme gli appunti, dare una sistemata all'ufficio, chiamare il consulente per le traduzioni, informare l'università.

No, l'università avrebbe potuto aspettare, ma caspita aveva un sacco di cose da fare, come avrebbe fatto, prima dell'appuntamento aveva... solo due ore e mezza.

«Scusa William ci puoi spiegare? Cosa c'entra un archeologa adesso?» Elisa non riusciva a capire, possibile che il vecchio Brown pensasse al lavoro in quel momento?

«In Africa hanno trovato il luogo che io cerco da non so quanto tempo, è possibile che tra i reperti ci sia qualcosa che potrebbe rivelarsi utile, specie se lei fosse qui.»

«Lei?» Disse Edoardo guardando il vecchio con aria piuttosto interrogativa.

«Il Baluardo Delle Anime, se lei è qui abbiamo una speranza in più.»

3

Ciò che seguì fu memorabile, giornali e telegiornali avrebbero fatto a gara un po' in tutto il mondo per trovare il titolo migliore per quegli eventi.

A distanza di anni in una centrale di polizia di Londra, un addetto ai reperti archiviati avrebbe visto e rivisto il video di una telecamera a circuito chiuso e a stento sarebbe riuscito a credere a quello che aveva sotto gli occhi.

Procedendo con ordine però, un incontro era stato fissato alle 2:00 p.m. e William Brown non sarebbe mai potuto mancare.

In quegli stessi momenti un piccolo drappello di uomini si stava radunando poco lontano dal magazzino del laboratorio di ricerca utilizzato da Rebecca e se qualcuno si fosse disturbato a guardarli con attenzione, probabilmente si sarebbe accorto che tra loro si celava un uomo dal volto sfregiato.

L'incontro tra Rebecca Martino e Mr. Brown non differì molto da uno dei tipici colloqui che aveva il vecchio uomo, l'unica reale differenza era che solitamente era lui ad invitare le persone a casa sua, ma a parte questo tutto andò per il meglio.

Prima che la giovane archeologa si lasciasse scucire qualcosa fece un terzo grado all'antiquario, il quale rispose sempre con straordinaria tranquillità ed alcune volte risultò incredibile per i due ragazzi che lo avevano seguito, constatare che stava mentendo, stava spudoratamente mentendo, eppure riusciva a sembrare così convincente.

Trovò una spiegazione per tutto, anche per come si era procurato quelle traduzioni misteriose: a suo dire si era procurato quelle informazioni da un traduttore sudamericano piuttosto bravo con il quale aveva spesso affari.

Non fece mai cenno a tutto quello che aveva raccontato ai due ragazzi, il suo scopo non era rivelare la verità all'archeologa, ma solo scoprire quali erano i reperti che aveva recuperato.

Più o meno dopo mezz'ora che i due stavano discutendo, Rebecca cominciò a fissare in modo strano il suo interlocutore, le richiamava alla mente qualcosa, così su due piedi però non riusciva a ricordare cosa.

«Capisco - Disse la ragazza - Beh, è stata una dritta quasi provvidenziale, mi aspettavo si sarebbe fatto vivo molto prima.

Pensavo fosse interessato alle mie ricerche dopo la lettera che mi aveva inviato.»

«Infatti lo ero, ma sapevo anche che vi sarebbe servito del tempo e io avevo altre faccende da sbrigare in questi ultimi mesi.»

«Tenga, so che le farà piacere.» L'archeologa consegnò un foglio stampato al computer contente uno scritto.

Quando William lo visionò perse un battito, era quello che avevano rinvenuto dentro la piramide, era la conferma che il Baluardo delle Anime era in questo mondo esattamente come aveva sempre creduto.

«Dov'è il reperto su cui è stata trovata questa iscrizione?»

«Ehm era inciso sulle pareti della piramide.» La ragazza sorvolò sullo spiegare nel dettaglio che quelle parole non erano propriamente incise, né disegnate, ma poco importava.

«Allora dov'è il meteorite? Quello della presentazione.» L'uomo ostentava la sua solita calma, ma dalle sue parole era davvero facile intuire l'eccitazione crescente.

«In laboratorio per ulteriori analisi. Ah ecco dove l'avevo già incontrata, alla presentazione, la persona in ultima file che se ne é andata prima.»

«Devo vedere quel metorite.»

«Beh, posso chiedere ai ricercatori di prepararlo, magari per domani.»

«No, non ha capito dottoressa, io devo vedere quel meteorite oggi, è una vita che lo cerco.»

«Non credo proprio sia possibile oggi, c'è forse qualcosa che non mi ha ancora detto Mr. Brown?»

Il vecchio William si morse la lingua, dannata vecchia lo stava anche rincitrullendo, bastava comportarsi in modo più tranquillo, adesso aveva di nuovo instillato il dubbio in lei.

Cosa fare?

Era ancora lì a cercare la risposta quando fu salvato dal telefono, Rebecca rispose.

«Pronto? - Pausa - Come della gente. - Pausa - E voi fermateli! - Pausa - Sto arrivando.» L'archeologa era improvvisamente sbiancata, che avesse ricevuto brutte notizie era palese, ben più difficile era comprendere nei dettagli cosa stesse succedendo.

«Ci sono problemi dottoressa?» Chiese con indifferenza l'antiquario, dentro stava ovviamente gioendo di avere questa occasione di rovesciare la situazione.

«Degli uomini armati hanno fatto irruzione nei magazzini, sembrano siano interessati ad alcuni dei nostri reperti.»

Edoardo ed Elisa si guardarono capendosi perfettamente, William aggiunse: «Quanto è lontano il magazzino?»

«Ah è qui appena più avanti, abbiamo affittato questo appartamento proprio per essere vicini al laboratorio.» Nel frattempo la ragazza stava indossando la giacca e si stava preparando ad uscire.

«Possiamo accompagnarla dottoressa?»

«Certamente, così potrà anche vedere il suo prezioso meteorite.»

I tre si alzarono quasi in sincronia, William afferrò la pesante valigia e tutti e quattro si incamminarono a piedi verso il magazzino.

4

Alle ore 2:30 p.m. un furgone Volkswagen bloccò la carreggiata davanti ad un grande portone, sostava con le quattro frecce accese, dal retro scesero quattro persone, una quinta dal volto sfregiato scese dal posto del passeggero e un sesto rimase al volante.

Nessuno di loro aveva il volto coperto, ma tutti indossavano lunghi impermeabili.

Quando arrivarono davanti alla guardia del servizio di sorveglianza privata parlò solamente l'uomo dai capelli argentei.

«È l'ingresso del laboratorio di ricerca archeologica?»

«Sì, ma é vietato l'ingresso.»

«Grazie.»

Giulius fece cenno di sì con la testa, uno dei quattro estrasse una spada da sotto il lungo impermeabile e trafisse senza pietà la guardia, fece anche fare un bel mezzo giro alla lama in modo da essere sicuro che quel poveraccio sarebbe morto prima dell'arrivo dei soccorsi.

Vi fu un primo urlo sulla strada, poi la gente iniziò a scappare in tutte le direzioni, improvvisamente quel piccolo tratto di marciapiede si fece deserto.

«Uno apri il portone, due, tre e quattro con me.» Il gruppo di uomini sfondò la porta subito accanto alla saracinesca metallica e si fiondó dentro il laboratorio.

“Uno” entrò e subito iniziò a sollevare la chiusura del grande portone, era una saracinesca elettrica e nel sollevarsi fece una confusione infernale. Dopo averla aperta completamente l'autista spostò il furgone in modo da posizionarlo all'imboccatura e attese.

“Uno” da sotto il suo mantello non estrasse una spada, ma bensì un mitragliatore e si mise al coperto, probabilmente la polizia non ci avrebbe messo molto ad intervenire e lui doveva fare fuoco di sbarramento.

Giulius e gli altri tre stavano correndo verso la parte più interna del laboratorio, verso il magazzino, nella loro avanzata avevano trafitto e massacrato più o meno tutti quelli che avevano incontrato.

«Prendete quel grosso meteorite e caricatelo nel furgone, veloci, non possiamo fallire.» Urlò l'uomo sfregiato e nel frattempo si guardava attorno brandendo un grosso spadone lungo più di un metro e mezzo.

Il piccolo commando si muoveva come gli ingranaggi di un orologio, il fatto che il loro leader parlasse era totalmente obsoleto, quando gli ordini arrivavano loro li stavano già eseguendo.

«Mi dispiace piccola, questa volta ti dobbiamo distruggere, non possiamo permettere che lui conti ancora sul tuo aiuto.» Giulius parlava da solo mentre seguiva i tre che trasportavano il meteorite fuori dal laboratorio.

5

Quando i quattro dallo studio arrivarono al laboratorio la strada era già nel caos più totale, la polizia tardava ad arrivare, veniva da chiedersi se qualcuno avesse avuto la buona idea di chiamarla.

Rebecca era sconvolta, Elisa ed Edoardo non capivano bene, ma tutti e tre quando videro il cadavere della guardia fecero un passo indietro.

Una delle due ragazze urlò “O mio Dio”, difficile capire chi fosse stata in quelle circostanze, tuttavia la persona più stupita non fu uno dei tre giovani, il silenzio di Mr. Brown celava uno stupore ben maggiore di quanto si possa immaginare.

L'ingresso al laboratorio era ancora lontano, William però sospettava che vi fosse qualcosa, una cosa conosciuta, quella che provava era una sensazione già provata in un remoto passato. Poi vi fu quella luce, un bagliore accecante che solo lui vide, un calore che gli scaldava l'anima che solo lui sentì ed infine il suo cuore perse un battito.

Dal portone di quel laboratorio, per la maggiore occupato da un furgone Volkswagen, proveniva una luce strana che solo il vecchio uomo giunto da un altro mondo poteva vedere, ecco perché era convinto che fosse qui: era il suo istinto a farlo sperare. Non riusciva a percepirla, ma perché lei era debole, lei dormiva ed ora a quella vicinanza brillava, come una piccola stella.

Il suo cuore iniziò a battere al ritmo di quella tenue luce che andava e veniva, le uniche parole che riuscì a pronunciare furono rivolte ad Edoardo:

«Ti affido le due ragazze Edo, io devo andare, lei è qui.»

Inutile dire che nessuno dei tre accompagnatori capì nulla di quello che stava dicendo, anche se forse Elisa riuscì ad intuire qualcosa ripensando ai racconti del treno.

Il vecchio uomo di lanciò in avanti portando con se solo la grossa valigia e lasciò cadere a terra la vecchia scatola di scarpe e il piccolo contenitore metallico chiuso a chiave.

Rapito da sensazioni vecchie di migliaia di anni, William per la prima volta dopo millenni non stava ragionando, stava andando a combattere e non ragionava, non era pilotato dai sui freddi ragionamenti che liberavano solo le emozioni utili e sopprimevano quelle deleterie. Perso nei suoi ricordi vi fu solo un lucido pensiero, che a tempo debito avrebbe anche spaventato lui stesso, era una cosa nuova: “Ti stai comportando da umano”.

Era trascinato da un vortice di emozioni, alcune molto simili all'amore, altre alla nostalgia e altre ancora al senso di incompletezza del suo animo.

Si era lanciato in avanti assaporando la pesante aria londinese densa di smog, ma quel mattino per lui aveva l'odore del tempo e il dolce sapore dell'affetto, il sentimento predominante era senz'altro simile all'amore sebbene dedicato ad una lei tanto unica.

Quando fu abbastanza vicino al furgone, un uomo spuntò fuori dall'entrata del laboratorio e sventagliò una scarica di proiettili, con velocità inaudita William si fece scudo con la grande valigia metallica e appena il fucile automatico gli diede tregua, la lanciò contro l'assalitore armato centrandolo in pieno.

La velocità con cui il pesante bagaglio saettò a mezz'aria avrebbe fatto pensare che fosse vuoto, in realtà pesava, pesava dannatamente e quando si schiantò sull'avversario forse lo uccise, ma sicuramente gli impedì di ostacolare il vecchio uomo per sempre.

Numero “Cinque” scese dal posto del guidatore, purtroppo la sua pistola fu troppo lenta, William era troppo vicino, i due si trovarono immediatamente in corpo a corpo e questa purtroppo era la specialità del nostro guerriero.

“Cinque” pensò che doveva sparare al quel vecchio, ma quando finì questo semplice ragionamento, la sua testa stava già per essere sbattuta per la prima volta contro la carrozzeria del furgone. Ne seguirono altri due colpi secchi, tutti in rapida successione e l'uomo si accasciò a terra morto o forse svenuto, anche lui non avrebbe più disturbato.

Quando William notò che sia “Uno” che “Cinque” nascondevano una spada sotto le lunghe vesti tanto losche non si sorprese, era probabile che anche Lui fosse lì, il signore vestito di nero poteva essere venuto per distruggerla.

Sentì una fitta al cuore, provare ad immaginare la distruzione della piccola stella gli faceva male, aveva rinunciato a lei per millenni, ma aveva sempre potuto sperare, ipotizzare che non vi fosse più speranza era troppo doloroso.

“Ti stai comportando da umano.”

Agguantò una spada e si lanciò nel laboratorio.

Nello stesso momento i tre ragazzi rimasti fuori stavano cercando di capire bene cosa stesse succedendo, Edoardo colto da un attimo di lucidità stava chiamando il 113, ma poi si ricordò di non essere in Italia e cercò di ragionare sul quale fosse il numero della polizia lì in Inghilterra.

«Ma chi è quell'uomo... Come ha fatto a...» Le parole di Rebecca morirono nell'ignoto, cercava di credere a quanto aveva visto. L'antiquario si era lanciato all'attacco e nel farlo aveva dimostrato una velocità che lei credeva irraggiungibile per un uomo.

«Non lo so. - Rispose Elisa - Edo l'hai visto?»

«Sì l'ho visto, ma quale cazzo è il numero della polizia.»

«Il 999!» Rispose d'istinto Rebecca, lei che fino a quel momento aveva parlato solo inglese, facendosi scambiare per una del posto, aveva risposto in italiano alle frenetiche parole che Edoardo aveva pronunciato nella sua madrelingua.

Nessuno fece in tempo a stupirsi di quel piccolo evento, che in proporzione a quello che accadeva tutto attorno, era cosa di ben poco conto. Il ragazzo chiamò e a stento trovò cosa dire, sebbene conoscesse l'inglese in quel momento non gli veniva, non sapeva che dire, boccheggiava.

Rebecca gli strappò di mano il cellulare e informò la polizia di quello che stava accadendo, anche se in modo piuttosto confusionario e disordinato.

Quando William entrò, Giulius e i suoi stavano cercando di caricare il grosso meteorite nel furgone, tutti rimasero stupiti da quell'intrusione, in particolare per l'uomo sfregiato.

Per Mr. Brown vi fu un istante che durò un eternità, guardò quel meteorite e fu come morire: in un attimo rivide tutte le migliaia di anni che aveva vissuto fino ad arrivare al giorno in cui entrambi, sia lui che lei, erano divenuti “uno di molti”.

«Rubinia!» Disse con un filo di voce, come se quell'incontro gli avesse portato via ogni energia, era lei, la sentiva. Nella sua mente era come se riuscisse a vederla mentre lentamente dischiudeva gli occhi.

“Alexander, mia piccola stella.”

Una tiepida voce si era fatta largo nella sua mente, era la sua, non la sentiva da almeno quattromila anni, ma avrebbe potuto riconoscerla tra un milione di altre voci: era LEI.

«Edward!» Urlò Giulius, vi era un ira senza eguali in quel nome, mise da parte ogni piano e con il suo spadone si lanciò subito alla carica.

6

Poi però successe ciò che migliaia di anni prima era stato profetizzato, una profezia dimenticata sulle pietre di un'antica piramide, in un mondo in cui la magia non esisteva, per un istante chiunque avesse provato avrebbe potuto lanciare incantesimi, l'aria di Londra, per quel singolo istante, si svuotò di qualcosa.

Ogni londinese percepì nitidamente il cambiamento, alcuni come un brivido lungo la schiena, altri come un leggero senso di nausea, altri ancora vennero assaliti da un ricordo particolare che li fece commuovere, ma tutti a proprio modo sentirono quell'istante.

“Non toccatelo, non osate!”

Un urlo di collera che solo William poté udire, si scaturì dal meteorite e poi fu come se una bomba esplodesse, come se un aereo poco distante oltrepassasse la barriera del suono.

Per un intero isolato vetri andarono in frantumi, la gente venne piegata dal forte rumore dell'esplosione, Giulius e i suoi vennero sbalzati via, pure il furgone fece un metro in avanti, come impaurito da quel meteorite. Solo William rimase immobile.

Dopo il meteorite non esisteva più, fu come vaporizzato, mai si trovarono schegge o polvere di stelle, al suo posto, come indossata da un cavaliere invisibile, vi era un'armatura.

Il suo aspetto era inquietante, fatta di un materiale che poteva sembrare oro insolitamente scuro, era imponente.

L'elmo aveva occhi malvagi, con due corna che all'altezza delle orecchie partivano verso il basso e curvavano in avanti a ricordare quasi quelle di un toro. L'intero copricapo sembrava un unico ed omogeneo blocco di metallo, liscio, senza celata, sul quale era possibile specchiarsi. Solo gli occhi scuri concedevano espressività a quell'oggetto ed era innegabile l'inquietudine generata da quello sguardo.

Il resto era una lunga cotta di maglia che doveva arrivare fino ai polpacci del suo possessore, sopra la quale era poggiato un corpetto fatto di piastre metalliche, spessi bracciali decorati e guanti d'arme che sembravano creare mani da demone, piene di spuntoni su ogni giuntura delle dita.

Gli schinieri formavano un tutt'uno con degli stivali metallici, che poteva ricordare vagamente quelli dei cowboy, ai quali ovviamente non potevano mancare gli speroni.

Quella visione, per William eterna, non durò che un istante, poi ogni pezzo cadde a terra senza mostrare ulteriori segni di vita.

«Rubinia sei anche tu qui.» Sussurrò il vecchio, Giulius si era rialzato e stava già calando il suo spadone in un attacco mortale al suo antico nemico.

Mr. Brown non sembrò prestare molta attenzione, si limitò a parare il colpo con la spada e a farlo scivolare via. Stava ancora assaporando quel singolo istante di autentica felicità, un po' come era accaduto anni prima in quell'ospedale, voleva ricordarne ogni sensazione e l'intrusione del suo quasi-alievo lo irritò.

«Caricate quella ferraglia nel furgone, di questo bastardo me ne occupo io.» Le parole di Giulius come sempre non ammettevano repliche, ma sorpresero i tre uomini al suo seguito, i quali però non si limitarono che ad eseguire.

William considerò ottima l'idea di lasciarli fare, una volta caricata l'armatura avrebbe preso lui il furgone.

7

Il duello tra i due vecchi nemici cominciò, Brown era invecchiato e Giulius non era più solo umano, quindi lo scontro si rivelò un testa a testa nel quale nessuno riusciva ad avere la meglio.

Lo scambio di colpi era serrato, fendenti, montanti, calci e spinte, nessuno dei due parlava e come due ballerini sulla pista, danzarono. Le telecamere a circuito chiuso riprendevano quello scontro e tutti in futuro avrebbero stentato a credere che fosse realtà.

I tre che per nome avevano un numero finirono di caricare il furgone e chiusero il portellone. Brandendo le spade andarono ad aiutare il loro capitano, il primo di loro che credette di cogliere alla sprovvista quel vecchio spadaccino si ritrovò una spada ben conficcata negli intestini, gli entrò dentro fino all'elsa.

Ormai disarmato William schizzò via, schivando con una prodezza i fendenti degli altri due, scivolò al fianco del furgone nella speranza di salire e partire di gran carriera.

Inutile dire che il piano non andò come sperato, Giulius lo inseguiva da vicino, menando anche due fendenti che per essere schivati quasi fecero finire a terra il vecchio Brown.

Quando William fu il primo ad uscire i tre giovani quasi gioirono, poi però videro l'altro grosso omone tentare in tutti i modi di calargli addosso un colpo di spada, a tutti e tre scappò un esclamazione e Giulius non mancò di prendere nota della loro presenza.

L'ultimo colpo era andato davvero vicino dall'andare a segno, il vecchio uomo si ritrovò a terra con l'uomo sfregiato che dominava la situazione.

«Voi due massacrate quei tre, sono il suo seguito.» Con rabbia l'uomo diede ordini ai loschi individui dal numero per nome e poi si accanì nuovamente sul suo acerrimo nemico.

«Scappate! Veloci!» Urlò William, mentre utilizzava il braccio per parare un colpo meno potente degli altri, lo spadone arrivò all'osso, trovando solo a quel punto l'ostacolo in grado di fermarlo.

L'antiquario sfruttò quell'unica occasione per afferrare l'elsa del suo assalitore, sollevarsi da terra e sbatterlo di tutta forza contro il furgone.

Il violento schianto ammaccò la fiancata del mezzo, disorientò Giulius e permise a William di riprendere in mano la grossa valigia, che usò immediatamente per assestare un bel colpo al suo nemico.

I tre ragazzi non si erano ancora mossi, “Due” e “Quattro” si muovevano verso di loro brandendo le armi, quando arrivò il primo fendente, Edoardo spinse via Rebecca che sarebbe stata colpita in pieno e mentre si gettava all'indietro portò con sé in un abbraccio anche Elisa.

Il ragazzo non uscì indenne da quella prodezza di autentico eroismo, il colpo riuscì comunque a ferirgli un braccio e purtroppo era cosciente che in appena qualche istante sarebbe arrivato anche il secondo tizio armato di spada e a quel punto sarebbe stata solo una “lotteria della morte”: chi avrebbe vinto per primo il colpo fatale?

William a distanza vide la scena e fece i suoi conti.

Un tempo avrebbe sbaragliato quei tre senza dar neppure loro il tempo di capire cosa stesse succedendo, ora era lì che rifletteva rapidamente tra la sua vita e quella dei tre ragazzi: lui aveva qualche possibilità di salvarsi, loro se fossero stati colpiti sarebbero morti di certo.

Arrivano i nostri, pensò sentendo le sirene spiegate della polizia.

Peccato che sia troppo tardi, fu però il pensiero appena successivo.

Spinse via Giulius usando la valigia e per la seconda volta la lanciò con tutta la forza che aveva in corpo.

Il tiro fu preciso e centrò “Due” che stava per sferrare il suo colpo mortale su Elisa.

Per quest'ultimo non vi furono dubbi: morì sul colpo.

Giulius venne pervaso da una gioia sadica, era da sempre che aspettava quell'occasione, Edward si era scoperto, puntò lo spadone ed entrò nel torace del suo eterno nemico come se trattasse di burro caldo, a quel punto fece ruotare la lama: uno, due, tre volte.

«Hai perso vecchio.» Gli sbraitò contro, una voltante della polizia stava già inchiodando i freni e immediatamente due agenti scesero a pistole spianate intimando la resa.

Giulius con noncuranza lasciò l'elsa dello spadone, montò nel furgone e partì spingendo via un'auto che gli bloccava la strada. Nel traffico di Londra proseguì un po' in mezzo tra le carreggiate, poi sterzo per salire sul marciapiede in un punto in cui si faceva più largo.

“Quattro” lasciato solo non esitò nel tentare di portare a termine la sua missione, ma la polizia non sembrò voler essere clemente, non urlò un secondo alt e dopo dieci colpi di pistola, l'uomo armato di spada si accasciò a terra senza vita.

Rebecca era colta dal panico, respirava affannosamente, piangeva forse, non sapeva neppure lei di preciso cosa stava facendo, di certo tremava.

Edoardo stava ancora stringendo a sé Elisa, entrambi erano rotolati, voleva tentare di frapporsi tra la ragazza e l'uomo ucciso dalla polizia.

Lei piangeva, ma aveva capito bene cosa era successo e sottovoce si rivolse al ragazzo.

«Edo... Stupido... Grazie.» Tre parole in lentissima sequenza fecero sì che il ragazzo allentasse un po' la presa, non sapeva come rispondere, in tutta la vita ripensò a quel momento come l'ultima occasione per dire la classica frase da film, ma le parole non erano arrivate, c'era solo un nome: William.

Mentre i due agenti correvano a controllare l'assalitore e si accertavano dello stato di Rebecca, che sembrava la persona più sotto shock, i due ragazzi erano corsi dal loro vecchio... amico, si William era diventato un amico, non poteva essere considerato altrimenti.

Brown era lì, in ginocchio, dove Giulius lo aveva lasciato, reggeva l'elsa della spada ancora conficcata nel suo corpo, cercava la forza per estrarsela e sentiva Rubinia fuggire via.

Dentro di sé si malediva, si ripeteva che era diventato solo uno stupido vecchio inutile, sentiva le forze scorrergli via.

Lentamente la vista si anneriva e non poteva credere di essere stato così vicino dal toccare nuovamente la sua antica compagna, colei che lo aveva salvato dalla dannazione, colei che con la sua forza gli aveva concesso una nuova occasione.

«William rispondi.» Sentì in lontananza il vecchio, era una voce di donna.

«William sei ancora con noi? William!» Era un ragazzo adesso.

Ormai non vedeva più.

«Scusatemi, perdonatemi, io devo... devo combattere... non ce la faccio più... perdonatemi...» Tossì vomitando sangue.

I due ragazzi parlavano quasi in coro. «William cosa dici!»

«Voglio domire... solo un po'... perdonatemi...» E a quelle parole il vecchio uomo si riversò di lato, il nero lo aveva inghiottito.



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