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lavoro pubblicato domenica 26 ottobre 2008
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - XV MIRABELLE E LA TEMPESTA

di Dunklenacht. Letto 735 volte. Dallo scaffale Viaggi

*Riporto di seguito lo scritto della mia protagonista.L'autore Dunklenacht. Africa Coloniale Tedesca, 9 dicembre 1917. TEMPESTA. I neri corvi l'avevan...

*Riporto di seguito lo scritto della mia protagonista.

L'autore Dunklenacht.

Africa Coloniale Tedesca, 9 dicembre 1917.

TEMPESTA.

I neri corvi l'avevano annunziata prima del tramonto, volando in cerchi immensi e voluttuosi, in alto nel cielo. Poi, un mantello crepuscolare aveva avvolto ogni cosa, nel piccolo paradiso africano.

Era notte di luna e di stelle, prima del lampo. Le nubi vennero dall'Ovest, fantasmi bianchi e neri che ululavano nelle tenebre profonde.

Sembravano giganti, che muggivano in una gola, racchiusa in una cupa giogaia di monti. Il fulmine che per primo ruppe il silenzio cadde sul campanile aguzzo di Ghost, la città fantasma. Io e il mio caro ci trovavamo per caso in quel luogo tenebroso, dove avevamo deciso di recarci per amore. Allo scoppiare del temporale, fummo sorpresi dal vento e dalla pioggia, perciò ci rifugiammo nel vecchio saloon abbandonato.

I lampi spezzavano l'oscurità come spade di fuoco, i tuoni minacciosi avrebbero fatto tremare il più coraggioso dei soldati. Non ne avevo mai uditi di tanto forti, nemmeno nelle estati temporalesche di Amburgo e di Parigi. Era come se Eric, il dio degli inferi, fosse fuggito sulla terra e gettasse a destra e a manca le sue saette, onde sfogare la sua rabbia.

Io volevo che il mio amore mi stringesse, mi rincuorasse tra le sue braccia generose e mentre eravamo insieme, teneramente avvolti dal nostro immenso affetto, non avevo più paura.

Le luci fiammanti della tempesta illuminavano i volti diafani dei due amanti, che si baciavano sulla bocca; era un blitz, in cui l'amore e la violenza della natura si toccavano.

- Stringimi forte, così, nel cuore della notte!

Così mormorava Mirabelle.

Sembrava che il vento, il lampo e il tuono avessero stipulato un patto di sangue, onde aiutarsi a vicenda nel divorare la piccola città abbandonata nel deserto. Eppure, qualcosa o qualcuno impediva loro di portare a compimento la loro tempestosa impresa.

Ricordo che durante il giorno il mio amato si era divertito a sparare alle bottiglie, che aveva messo in equilibrio sulla staccionata di legno, prima di fare di loro il suo bersaglio. Ma in quegli istanti, il vento stava spazzando via ogni cosa, anche i cocci rimasti dopo quel divertimento.

E così, com'era scoppiata in quella notte di luna e di stelle, la tempesta scoppiò anche tra i due amanti. Fu una tempesta di baci e di felicità furtive, ricordo come lui sollevò lei tra le sue braccia, trattandola come se fosse stata il suo cucciolo, la sua Cappuccetto Rosso, per poi cercare le sue labbra, le sue mani dolci, da stringere, da accarezzare, da coccolare. Mirabelle sospirava forte, ansimava, sognava, tra quelle carezze virili, affettuose, che forse sarebbero durate tutta la notte. Poi, a tratti, quel bagliore, quel flash infuocato, che mozzava il respiro ed immortalava la bambola e il suo dovizioso spasimante, quasi un bel gagà. Non c'è cosa più desiderata al mondo dalle labbra di una giovane donna che le guance di un giovane uomo, dove spunta la barba e si avverano sogni di passione amorosa.

Mirabelle era il suo orsacchiotto, Mirabelle era il suo pupazzo di peluche, Mirabelle era la sua compagna di giochi, Mirabelle era la sua servetta innamorata, Mirabelle era il suo angelo, Mirabelle era il suo amore, Mirabelle era felice con lui... Mirabelle! Mirabelle! Mirabelle!

La cosa più tenera che potesse esistere consisteva nel fatto di lei, che strisciava languidamente, dolcemente, affettuosamente le sue belle labbra contro la pelle di lui, non solo quella del volto, ma anche sul resto del corpo. Non c'era cosa più meravigliosa di quella chioma, fatta per essere accarezzata. Tutt'intorno, c'erano degli sgabelli di legno, dei tavoli antichi, ricoperti di lenzuoli bianchi, un bancone tarlato, una credenza protetta dalla polvere con una coperta. Nessuno usava più quei mobili da anni, forse, da tempo immemorabile.

E di tanto in tanto, il lampo, funesto, inquietante, scintillante, quasi un presagio di morte, oh, ma poteva esistere la morte, in paradiso? Mirabelle era rimasta a piedi scalzi, era stata deposta sul bancone, nella posizione della cortigiana e veniva tormentata da un piacere più forte di lei. Era il suo maschio, che la possedeva carnalmente, andava su e giù, dentro e fuori, sia nell'ano che nella vagina, dopo averle succhiato la vulva, dopo avergliela tormentata con la lingua.

- Ti amo, ti amo tanto - mormorava l'innamorata.

Oh, sì, la cara giovane era amorosa, era amorosa verso tutto ciò che vedeva intorno a sé ed aveva in sé.

- Lasciami sognare per un istante, del mio amore ardente, del tuo amore ardente... Lasciami sognare la tempesta e il furore dei lampi, nella felicità di questi istanti!

Ad un tratto, un'improvvisa folata di vento sollevò una nube di polvere e carta straccia, non saprei dire quanta.

Il temporale passò, lasciando dietro di sé il profumo del piacere e dell'amore.



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