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lavoro pubblicato venerdì 24 ottobre 2008
ultima lettura venerdì 5 aprile 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - XI L'AMANTE DI MIRABELLE

di Dunklenacht. Letto 972 volte. Dallo scaffale Viaggi

*Riporto di seguito lo scritto della protagonista.L'autore Dunklenacht. Africa Coloniale Tedesca, 30 novembre 1917. Amburgo era rimasta sepolta nei ...

*Riporto di seguito lo scritto della protagonista.

L'autore Dunklenacht.

Africa Coloniale Tedesca, 30 novembre 1917.

Amburgo era rimasta sepolta nei miei sogni, con i suoi albatri, le sue case dai tetti tristi e i suoi traghetti, che salpavano nei crepuscoli nebbiosi, verso le coste della Scandinavia.

Una volta, presso un lungo-canale, avevo visto un giovane soldato, ariano, dall'uniforme decorata e dagli stivali di cuoio, appena lucidati. Non era un ufficiale, perché sulla sua giubba dai bottoni dorati non si potevano contare delle medaglie. Al fianco portava la sciabola, dall'elsa d'argento. Era ariano, era ariano, era stato allevato nei castelli d'oro dell'Ordine Teutonico, tra i pastori tedeschi, i paesaggi di rovi innevati, laghi gelati, fate e draghi, negli occhi suoi scintillava la luce del lampo, chiunque avrebbe tremato con un suo sguardo! Era altissimo e gelido. Non una ruga, non un'espressione o un sentimento alteravano il suo volto di ghiaccio.

Faceva parte di una gioventù dorata, dai capelli biondi e dai lineamenti perfetti, una gioventù avvezza a passeggiare sulla neve a torso nudo e a marciare nel sole languido dell'estate, che quasi non permetteva alla luna e agli astri di sostituirsi ai suoi chiarori nordici, che lambivano le mezzenotti.

Dinanzi a quel ricordo, che mi assediava la mente, mi dicevo che tutti i popoli d'Europa, anzi, della Terra, si sarebbero dovuti inchinare dinanzi a quel giovane, per venerarlo come un dio. Lo vedevo ritto, su di un piedistallo, con indosso una sorta di mantello dorato, che svolazzava... Egli avrebbe dominato il mondo, baciato dal vento della vittoria eroica e della fortuna.

Una nube di sabbia mi avvolse. Mentre quell'immagine si offuscava nella mia mente, passeggiavo tutta sola nel deserto. Un serpente passava lontano da me, poi, si nascose, sotto la sabbia. Era calda.

Amore caro, ti avrei riabbracciato, lo sentivo, lo sentivo nell'animo mio, sulle mie guance, che bramavano le tue carezze, sulle mie labbra, che desideravano le tue e i mille baci di felicità, sul mio petto ardente e nudo, al quale avrei stretto appassionatamente il tuo bel volto.

E alla fine lui arrivò. Aveva indosso il profumo di Amburgo, teneva stretta la sua valigetta colma di biglietti di banca, mentre con l'altra mano si calcava il cappello a cilindro sul capo, per fare sì che il vento forte del deserto non glielo strappasse... Le palme si muovevano in quella brezza... No, era una tempesta.

Il mio tesoro era giunto a me con una sorta di velivolo scarlatto, come mi era apparso in sogno. Sembrava il mio Barone Rosso.

- D'ora in poi staremo sempre insieme - gli dissi, abbracciandolo ardentemente, prima di baciarlo sulla bocca.

Da come mi parlava e mi baciava, mi accorsi che mi desiderava. Lo accompagnavano i fantasmi affettuosi dell'Europa. Erano fantasmi vestiti con lenzuoli bianchi, che avevano due buchi al posto degli occhi, le loro voci erano cupe e sussurravano parole amorose. Non facevano paura. Per un istante, rividi le nebbie del mio porto, mi rividi tutta sola, in un autunno triste, mentre passeggiavo sotto le betulle di un lungo-canale, tutte le foglie erano vizze. Un lampione si accendeva, si spegneva, un barcaiolo mi salutava, agitando il suo cappello nell'etere brumoso. Poi, più nulla.

Io e il mio uomo quasi ballavamo, giocavamo, festeggiavamo, inebriati dal nostro eterno affetto, consolato dalle voci fuggitive dei ricordi e dalle mani bianche del destino.

Lo portai a visitare la stazione, nell'ora in cui passava la locomotiva a vapore, che conduceva il treno dei mariti. Davanti ai ragazzi di colore, egli si commosse. I negretti si avvicinavano a lui per baciargli l'orlo della giacca, perché era un gran signore e avrebbe potuto dispensare loro delle monete d'oro. Ed infatti, lo fece... Gli chiedevano di assumerli al suo servizio, di farli entrare nelle sue grazie, alcuni addirittura si inchinavano, si toglievano il cappello, davanti al mio tesoro.

- Non sei venuto per portarmi via con te - gli dissi, mentre il mondo ci girava intorno. - Vivremo sempre qui, in questo paradiso.

- Sì, Mirabelle. E' proprio così.

E il momento dell'erotismo venne. Fu un eros vago, quasi malinconico, anche se assai lieto, consumato alla luce languida di un cero ardente, in una capanna di paglia e di canne, dove abitava un bel negretto, che in silenzio ci vedeva consumare, consumare, consumare. Qualcuno mi aveva detto che una donna dai piedi grandi regalava più piacere. Forse, era vero, anche se si trattava di una delle parti più umili del corpo umano.



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