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lavoro pubblicato martedì 14 ottobre 2008
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - IX L'ABBAINO DI MIRABELLE

di Dunklenacht. Letto 1009 volte. Dallo scaffale Viaggi

*Riporto di seguito lo scritto della mia protagonista.L'autore Dunklenacht. Africa Coloniale Tedesca, 11 novembre 1917. Un ricordo improvviso mi attr...

*Riporto di seguito lo scritto della mia protagonista.

L'autore Dunklenacht.

Africa Coloniale Tedesca, 11 novembre 1917.

Un ricordo improvviso mi attraversa la mente e quasi piango. Oh, ma è davvero possibile piangere, in un'Africa paradisiaca e senza tempo, dove tutti mi sono amici?

Rammento che mi trovavo a Parigi, era l'alba e spalancavo le imposte del mio abbaino, la cui finestra si apriva sul boulevard. Mi affacciavo, meravigliosa e ridente, per salutare il nuovo mattino con un sospiro delle mie labbra scarlatte. Uno stormo di colombi si levava in volo, davanti a me, proprio in quell'istante. Erano tanti, qualcuno di loro si posava sulla mia mano bianca, per beccare le poche briciole di pane che potevo offrire a quelle bestiole.

La brezza mattutina mi accarezzava, mi mostrava i volti dei primi fornai, dei primi garzoni che si recavano al lavoro, recando sulle spalle delle grandi casse di legno, colme di mercanzia. C'era stato un mercatino dell'antiquariato, qualche bancarella rimaneva ancora. Un uomo calvo, con la testa pelata, comandava bruscamente al suo sguattero di sbaraccare.

La via si animava piano piano, con i rumori dei muratori, dei falegnami, che lavoravano ad un nuovo palazzo, ancora in costruzione. S'udiva il brusio dei primi passanti, dei bottegai, che sollevavano le saracinesche. Qualche cameriere, piegato in due, portava all'aperto i tavoli di legno di qualche bistrot, in ossequio a un ordine del padrone.

I lampioni e le lanterne si spegnevano, nelle luci amiche dell'aurora.

Io vedevo passare dei volti noti in mezzo a tanti sconosciuti e salutavo i miei cari agitando in aria il mio scialle celeste, dall'alto del mio abbaino.

- Allô, mon amour! - gridavo piano.

Un profumo vago, di lilla, mi raggiunse. Era una fragranza di sogni, fatta di Parigi per Parigi e per lo splendore degli occhi di una giovane donna.

Allorché vidi passare sotto il mio abbaino il mio nuovo amante, lo salutai gettandogli di lassù il mio fazzoletto preferito, sul quale avevo prima deposto uno dei miei baci, affinché vi restasse il segno del rossetto.

Passava un calesse di borghesi, tirato da cavalli bianchi... Lei aveva l'ombrellino aperto... Lui portava il cappello a cilindro e i guanti di velluto candido. Altro non ricordo.

Avevo l'abitudine di passeggiare sui tetti di uel boulevard, quando qqueruiquel boulevard, quando sapevo che nessuno poteva vedermi. Era come passeggiare sui tetti di Amburgo. Un corvo mi si posava sulla spalla ed era come se mi parlasse. Forse, era uno dei miei amanti di un tempo, reincarnatosi in quel volatile dal piumaggio color della pece. Quando mi trovavo ad Amburgo, amavo fare delle gite lungo i canali, con una piccola barca a remi. Era bello vedere quella città del Nord alla fine dell'autunno, allorché i tigli e le betulle si riflettevano sull'acqua con le loro foglie morte e le tortore si libravano sopra quegli specchi argentati. Io tenevo una coperta sulle mie ginocchia, per ripararmi dai primi freddi e a volte abbracciavo il mio barcaiolo. Una fisarmonica suonava una musica di addii ed era come se gli angeli del Nord mi volassero intorno. Io avevo posato il mio piedino sul petto del barcaiolo e me lo facevo coccolare, vezzeggiare, sì...

E adesso vorrei narrarvi dell'avventura dei leoni.

In quella remota parte dell'Africa Coloniale Tedesca, dove si trovava il mio paradiso, non avreste potuto incontrare degli animali capaci di uccidere. Io vidi i due leoni sulle rocce, all'ombra degli alberi della savana. Dormivano, accoccolati l'uno sull'altro. Il mandriano negro riconduceva i suoi buoi verso la stalla e proprio allora passava davanti ai miei occhi... Non lontano dai leoni, vidi i corpi di quei due ragazzi neri, erano un maschio e una femmina, nudi, che consumavano un accoppiamento sessuale bestiale. La cosa che mi colpiva di più, ogni volta che assistevo ad un incontro sessuale tra la gente del posto, era la lunghezza dei falli maschili. Erano membri dalle dimensioni impensabili altrove, strappati alla natura con chissà quali artifizi, profumati, belli, fatti per essere toccati. Alcuni erano circoncisi, altri no. Non sapevo se i due amanti erano sposati o soltanto amici, non aveva importanza. So soltanto che erano nudi e che ciò che più mi colpiva dei loro due corpi erano le natiche sode, carnose, quasi gigantesche, fatte per essere toccate, godute, vezzeggiate, specialmente da una donna.



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