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lavoro pubblicato sabato 11 ottobre 2008
ultima lettura martedì 10 dicembre 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - VI IL TESORO DI MIRABELLE

di Dunklenacht. Letto 761 volte. Dallo scaffale Viaggi

*Riporto di seguito lo scritto della protagonista.L'autore Dunklenacht. Africa Coloniale Tedesca, 22 ottobre 1917. Camminavo tutta sola lungo una spia...

*Riporto di seguito lo scritto della protagonista.

L'autore Dunklenacht.

Africa Coloniale Tedesca, 22 ottobre 1917.

Camminavo tutta sola lungo una spiaggia, non so dire quale, ma la sabbia era calda e c'erano le palme. Ero nuda e il sole baciava i miei capezzoli d'oro, le mie mammelle sode e senza veli, la mia carne pura. Il mare non era tempestoso ed era possibile tuffarvisi. Avevo l'impressione che mi chiamasse, sì, che mi chiamasse...

Raccoglievo le conchiglie, una ad una. Avrei voluto farne delle collane, con cui adornare il mio petto, degno di una statua greca.

Uno stormo di pappagalli dai mille colori di levò in volo. Fu una nuvola, piena d'arcobaleno e luci di piacere. Udii i loro canti sonori, le loro ali tropicali che si libravano nell'etere tranquillo, colmo soltanto delle mie illusioni.

Vidi una barca a remi, di legno... Era abbandonata. Forse, era appartenuta ad un pescatore. Il rumore delle onde riempiva il silenzio. L'eco ripeteva ogni suono.

Poi, all'improvviso, mi misi a scavare, a scavare, a scavare, nella sabbia. Non ricordo perché, né quanto a lungo lo feci. Usavo entrambe le mani, alacremente. Ad un tratto, mi imbattei in un baule. Lo estrassi lentamente e poi lo aprii, usando un badile dal manico dorato.

Oh, cosa mai poteva contenere quello scatolone fatato? Un tesoro!

E il tesoro aveva la forma di un uomo, dal corpo possente, dalle mani delicate, dalla pelle nera, degna di Venere. Era giovanile, malinconico e forte. Aveva due occhi fatti per brillare e per sedurre, oltre a delle dita fatte per soltanto stuzzicare il piacere di una donna. Ma la cosa che più mi colpì, di lui, fu l'enorme organo sessuale. Non ne avevo mai visto uno così. Era lungo, gigantesco. Si diceva che i selvaggi si legassero dei pesi incredibili al fallo, per allungarlo a dismisura ed essere più prestanti con le loro donne. Vi tenevano appesi dei macigni e li lasciavano penzolare per delle ore... Tutto questo, per il piacere, solo per il piacere.

Presso alcuni negri era costume che i ragazzi più giovani avessero delle esperienze omosessuali, prima di avere rapporti con le ragazze. Anche quell'energumeno, quel tesoro della natura, da me ritrovato come per incanto, doveva avere avuto delle esperienze di tal genere, considerato che il suo ano era assai dilatato e molle. Mi dissi che doveva avere accolto molti falli, prima di entrare a pieno titolo nella vita eterosessuale.

- Ma guarda! E' gigantesco... - mormoravo.

Non osavo toccarglielo.

Mi accorsi che alla base di quel lungo pene, che pareva il collo di un cigno, stava una specie di anello, d'oro zecchino. Mi disse che era stata sua madre, ad infilarglielo, quando era piccolo, nello stesso giorno in cui gli aveva raccomandato di fare degli esercizi di allungamento ogni giorno della sua vita.

Quell'organo sessuale non era peloso, anzi, era glabro e finiva in punta... Non so come dire. Il pelo c'era e cresceva alla base di esso, a livello dei testicoli e del pube. La leggenda diceva che gli uomini dovevano eiaculare cinque volte la settimana in estate, due in primavera, una in autunno e mai in inverno. Infatti, l'inverno doveva essere la stagione del sonno e del riposo. Ricordo che i selvaggi solevano consumare i loro accoppiamenti sessuali al suono dei tamburi. Così non accadde per il nostro, che fu consumato sotto le palme, sulla sabbia. Credo che possedere un simile fallo sarebbe il sogno di ogni femmina. Per Mirabelle, invece, fu realtà. Gridammo entrambi di piacere e le nostre voci rimasero intrappolate in una conchiglia marina.

Avrei voluto che mi confidasse il segreto di quella lunghezza, di quelle dimensioni favolose che valevano più di qualsiasi altro tesoro sulla terra, almeno per me. Non seppi nulla.

Il baule di legno era rimasto aperto sulla sabbia, accanto al badile dorato. Udivo il canto dei pappagalli silvestri e mi pareva anche di sentire la voce vaga di un pirata, che mi chiamava.

E non sapevo quando sarebbero finiti tutti quegli amori, non sapevo...



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