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lavoro pubblicato sabato 11 ottobre 2008
ultima lettura lunedì 21 ottobre 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - V LA FELICITA' DI MIRABELLE

di Dunklenacht. Letto 730 volte. Dallo scaffale Viaggi

*Riporto di seguito lo scritto della mia protagonista.L'autore Dunklenacht. Africa Coloniale Tedesca, 20 ottobre 1917. Ricevetti una lettera da Lü...

*Riporto di seguito lo scritto della mia protagonista.

L'autore Dunklenacht.

Africa Coloniale Tedesca, 20 ottobre 1917.

Ricevetti una lettera da Lüderitz. Era chiusa con un sigillo di ceralacca rossa ed aveva il profumo di un ufficiale. Era scritta con una calligrafia elegante, appassionata, in un tedesco arcaico. Me l'aveva inviata uno spasimante. Era piena di parole affettuose e delicate, piena di illusioni e di lusinghe, che esaltavano le mie grandi labbra femminili, scarlatte, fatte per baciare, si complimentavano con le mie morbide guance, di bambola, lodavano le mie chiome morbide e magiche.

La lessi ad alta voce, regalando i miei suoni al vento del deserto.

La cittadina da cui quello sconosciuto amante mi aveva scritto era lontana, tanto lontana, che forse soltanto il pensiero poteva toccarla.

E mi sembrava di vedere un'uniforme, quella uniforme, dai bottoni dorati, dalle spalline decorate, dalle medaglie lucenti... Discernevo vagamente quel berretto, quella lunga sciabola, appesa al fianco, quella bandoliera ornata, ricca... Una mano si era posata su quella fronte ampia, per fare il saluto militare.

Io tirai un bacio a quella figura remota, che tanto m'appassionava e suscitava i miei desideri proibiti.

Per un istante, mi vennero in mente le fredde acque della baia di Lüderitz. Si diceva che fossero infestate da squali maledetti; erano gelide e l'Atlantico si abbatteva con fragore sugli scogli bianchi. Mi sembrava di vederli. Un bastimento veleggiava al largo... Dalla costa, lo si discerneva appena, tra le nebbie vaghe del mattino. Io non avrei augurato a nessuno di cadere nel fatale abbraccio di quelle acque. Non l'avrei augurato a nessuno... Avere la sventura di cadervi poteva significare morire, schiavi di quei flutti tempestosi.

Le immagini dei miei amori passavano veloci davanti ai miei occhi scintillanti, erano visioni vaghe e liete, che brillavano nel mio paradiso felice e fuggivano lontano, come le locomotive a vapore della ferrovia, inaugurata da poco.

Ah, il giorno dell'inaugurazione, il gran giorno! Per l'occasione, avevano addobbato la stazione e il paese a festa. C'erano mille bandierine colorate e degli striscioni immensi, delle coccarde, le donne erano belle e si erano messe i loro abiti migliori, avevano tutte l'ombrellino per ripararsi dall'impetuoso sole africano. Il sindaco fece un lungo discorso sul futuro della cittadina, sulla nuova strada ferrata, che avrebbe portato merci e prosperità. Alla fine, scoppiò un grande applauso affettuoso e vidi arrivare una locomotiva nuova di zecca, dalla quale si sporse una specie di clown, sventolando allegramente il suo berretto a cilindro dai mille colori. Furono portate delle gran guantiere colme di canditi e si stapparono cento bottiglie di champagne.

Ricordo che avevo una scimmietta ammaestrata. Me l'aveva regalata un negretto ed io ci giocavo sempre. Le regalavo le caramelle e le banane appena colte. Le avevo insegnato a salutare e a fare qualche gesto affettuoso. Per esempio, sapeva passarsi la mano sulla fronte, come per dire che aveva caldo, era capace di grattarsi il capo, in segno di imbarazzo e faceva le boccacce. Era divertente. A volte la prendevo per mano e la portavo a spasso con me per i viottoli del villaggio. L'avevo vestita, proprio come una fanciulla. Era diventata la mia amica. Non amavo tenerla nella gabbietta di legno in cui mi era stata consegnata. Avevo l'impressione che stare chiusa lì dentro la facesse soffrire.

Un giorno andai dallo stregone nero, mascherato, che abitava nella giungla, chiuso in un tucul. Fu allora che appresi per la prima volta i segreti dell'eterno paradiso e della salute illimitata. Mi benedì e recitò alcune formule magiche per me. Avrei avuto erotismo, disse, erotismo e felicità.

Da quel giorno, mi capitò di chiudere gli occhi, tutta sola tra i viandanti di quell'Africa Coloniale Tedesca, e di sentirmi immensamente felice, di un amore che non si poteva raccontare. Era una felicità perfetta, una felicità di baci, di piacere, di estati senza fine...

Volli liberare nel cielo una colomba, esprimendo un desiderio: riabbracciare presto l'amico del mio cuore, che non vedevo da molto tempo ed aspettavo speranzosa. La felicità brillava tra i fiori dell'Africa... Erano fiori dai petali grandi e variopinti, di cui non conoscevo il nome, io li coglievo a mazzi e li serbavo per l'immenso.



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