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lavoro pubblicato mercoledì 8 ottobre 2008
ultima lettura lunedì 18 febbraio 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - III IL DESIDERIO DI MIRABELLE

di Dunklenacht. Letto 884 volte. Dallo scaffale Viaggi

* Riporto di seguito lo scritto della protagonista.L'autore Dunklenacht. Africa Coloniale Tedesca, 4 ottobre 1917. Mi avventurai tutta sola nel desert...

* Riporto di seguito lo scritto della protagonista.

L'autore Dunklenacht.

Africa Coloniale Tedesca, 4 ottobre 1917.

Mi avventurai tutta sola nel deserto. La sabbia era tiepida e molle, sotto i miei passi di giovane donna. Seguivo i binari arrugginiti della ferrovia morta. Erano i binari del destino, che all'improvviso sarebbero svaniti, tra le sabbie. Nessun treno, nessuna vaporiera vi correva più, da molti anni. Il volo languido di un airone africano bastava per distrarmi. E mi pareva di udire le voci degli operai tristi, nei giorni in cui avevano costruito la ferrovia del deserto, che allora non c'era più.

Ad un tratto, fu come se i binari svanissero, nel vento.

Mi parve di udire il fischio di una locomotiva alle mie spalle; mi voltai, ma non vidi niente. Tenevo un mazzo di rose bianche, tra le mani. Non avevano spine.

Per un istante, mi parve di essere tutta sola con un negretto, su una roccia e lo baciavo sulla bocca. Gli voltavo la testa dolcemente con la mano, mentre avvicinavo teneramente le sue labbra alle mie, le mie, alle sue... Avevo la bocca ricoperta di rossetto e per l'occasione avevo tinto i miei capelli di scarlatto. Poi, quella nube di sabbia, dal deserto, il vento, l'amore, il tormento.

Giunsi nella città abbandonata.

Non vidi altro che un campanile gotico, una sorta di saloon e delle case abbandonate. C'era anche una dama per l'acqua, dimenticata da tempo. Era un segreto di letizia e malinconia, per me, Mirabelle, per me soltanto.

Ad un tratto, credetti di sentire sulla mia pelle la carezza di uno sconosciuto... Mi toccava, sì, mi toccava, mi baciava, mi coccolava e forse, mi cullava.

- Fallo ancora, sì... Fallo ancora, sono tua, soltanto tua... - sussurrai, nel silenzio.

Il vento fece cigolare vagamente uno di quegli usci, prima di sbatterlo con forza. Fu allora che mi voltai e mi accorsi di essere sola. Fantasmi d'amore mi circondavano, mi chiamavano, mi parlavano, mi coccolavano e mi facevano sentire al sicuro. Erano i volti di coloro che, un tempo, avevano abitato la città abbandonata.

Una volta, vi avevano celebrato un matrimonio. La sposina era appena arrivata dalla Germania per celebrare le sue nozze. Era tutta vestita di bianco, con veli e strascico. Era una tedesca del Nord, dai lineamenti dolci, perfetti, il nasino all'insù, le labbra grandi e rosse, per baciare forte, nel tenero della notte. Aveva un seno grande, fatto per stringervi affettuosamente tutti i suoi amici. Gli occhi suoi erano pieni di stelle. Pensate che era partita da Amburgo. Durante il viaggio, sulla nave, non aveva fatto altro che stare abbracciata al suo amato, conversando teneramente con lui. Il vento del mare del Nord aveva scompigliato dolcemente i loro mantelli e le loro sciarpe bianche, mentre sedevano a prua, tra le nebbie miti del primo autunno, mentre gli albatri intonavano i loro canti marini. Oh, la sposina! La sposina! Quanta festa le fecero quel giorno! Fanciulli allegri le facevano a girotondo tutt'intorno, mentre lei si preparava a baciare appassionatamente il dolce sposo. Io però volevo vivere libera e felice senza mai sposarmi, senza mai legarmi.

Mi dissi che un giorno la mia vita sarebbe finita, che avrei assunto la consistenza e la mitezza di una nube, lassù, nell'azzurro ceruleo che confina con le stelle. La vita va, vola, corre, tutto passa e vola con lei, nell'immenso. Io abbracciavo me stessa pensando a quello. Mi vedevo, nube tra le nubi, bambola tra le nuvole bianche, mentre una voce amorosa mi diceva:

- Passerai con me l'eternità delle eternità...

Ad un tratto, mi riavvolsi nel mio scialle, mentre il pensier mio volava verso il mio amore lontano. Mi eccitava l'idea di amoreggiare sulla sabbia, in quella città fantasma, dove nessuno abitava più. Mille baci, sulla pelle, poi, più niente. Udii il suono roco di una pendola, che segnava le ore. Mi dissi che nulla è più dolce dell'orgasmo, di un languido bacio, regalato sulla bocca, è come un fuoco, che ti tocca.



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