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lavoro pubblicato martedì 7 ottobre 2008
ultima lettura giovedì 23 ottobre 2014

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

lettera a mio padre

di paoloperrini. Letto 10969 volte. Dallo scaffale Epistole

Caro papà, tante volte ho pensato di scriverti ciò che non riesco mai a dirti, perché mi è oltremodo difficile e perché non me ne dai né modo né tempo; quest.......




Questa è la lettera che ti avevo scritto e che non hai mai letto, che non leggerai mai più perchè sei partito per l'ultimo viaggio il 21 gennaio di quest'anno. Mi restano di te milioni di cose non dette, non fatte, di vite non vissute con te, rimpianti, ricordi, e il dolore immenso di un figlio che ha vissuto lontano da te, nel silenzio e nell'ombra senza poterti conoscere più profondamente. Mi resta di te quell'ultimo incontro, la vigilia di Natale, il tuo viso scavato, gli occhi lucidi, i tuoi; i miei.

Mi resta di te questa lettera, scritta a giugno dello scorso anno, le cose che non ti ho dette e che mi restano dentro come un gemito soffocato, come queste lacrime che restano dentro, che non trovano la strada.





Caro papà,


tante volte ho pensato di scriverti ciò che non riesco mai a dirti, perché mi è oltremodo difficile e perché non me ne dai né modo né tempo; quest'ennesima notte insonne forse ne sarà l'occasione.

La difficoltà sarà quella della sintesi, perché questa è solo una lettera e potrà contenere solo una piccola parte dei miei pensieri, il resto , se me ne darai occasione, potrà essere oggetto di un chiarimento, per me di vitale importanza.

Premetto che gli ultimi problemi di salute che ti hanno colpito, e ti auguro che tutto sia finito, mi hanno molto addolorato perché, che tu ci creda o no, provo quel comune sentimento che un figlio prova per un genitore e che appartiene anche a me! Nessuno me lo può togliere, come altre cose mi sono state tolte, come quella parvenza di quel comune sentimento che un genitore prova o dovrebbe provare per un figlio. I sentimenti non si possono decidere, comandare o negare: ci sono o non ci sono e sono come sono. Da marzo ho appreso, ancora una volta a cose fatte, di un pesante intervento chirurgico che hai subito; con la consueta discrezione ho cercato di interessarmi alle tue condizioni di salute e di farti sentire la vicinanza mia e della mia famiglia, vivendo in solitudine come sempre l'angoscia e la preoccupazione di chi come me vive “al buio”; non so, posso solo immaginare, cosa ti è accaduto, ma penso, e dico penso, di avere il diritto di sapere, di vederti e se il caso anche di poter fare qualcosa per te. Tutte cose che però presupporrebbero la conoscenza di chi ti sta vicino della mia “esistenza”, ma certamente che sappiano o no, io non esisto! Ma per me, che io, tu o chiunque altro lo gradisca o meno, io esisto!

Da tempo ormai non ricevo neppure una telefonata per dire: come stai? Sono io a chiamarti, a cercarti, e le rare volte che ci incontriamo, per me hai i minuti contati, una manciata di minuti che per me dovrebbero contenere mille domande, ma terminano con il tuo congedarmi a causa dei tuoi tanti impegni. Da natale, capodanno, Pasqua, a causa anche delle tue condizioni di salute, non ho beneficiato neppure di un breve incontro come negli anni precedenti. Francesca, tua nipote, della quale sei l' unico nonno in vita e l'unico parente conosciuto per parte paterna, patisce direttamente e indirettamente di questa anomala e triste condizione.

Ciò che ho sentito pesare di più sulla mia non fortunata vita è il senso dell'ingiustizia e la solitudine; di questo non posso non farti una colpa. Da soli questi due elementi condizionano in maniera pesante e irreversibile la vita di un bambino, di un adolescente, e ancor più il difficile percorso per diventare un uomo. Da soli condizionano le vite di quelli che sono vicini a quell'uomo, come una malattia contagiosa si propagano a chi ci è vicino. Se ci si sente allontanati , rifiutati, respinti, nascosti, isolati e in definitiva non amati, ci si ammala di un male di vivere, di un disagio profondo e incolmabile che accompagna tutta la vita. E'una compagnia scomoda e ingombrante che limita tutte le attività vitali.E'una ferita profonda e insanabile che segna l'anima. Hai voluto frequentarmi quando ho compiuto quattordici anni, l'età che ora ha Francesca, tua nipote; perché? Il seguito doveva essere diverso, doveva avere una continuità con quell'inizio, di per sé già esplicito riconoscimento di essere mio padre. Ma poi? Ragioni di opportunità? Interessi economici e patrimoniali? Carriera? Vergogna? Vorrei saperlo se non chiedo troppo. E' un mio diritto, visto e considerato che nel momento più difficile della mia vita, quando sono rimasto nel deserto della solitudine più disperata, sono stato lasciato solo. Come pensi che possa aver vissuto l'esperienza di essere presentato da te al professore di matematica che già aveva fatto ripetizioni a tua figlia e mia sorella, Mariella come il “figlio di un tuo collega”? Hai mai pensato alle domande a scuola sul cognome, sulla paternità? Io queste esperienze le ho vissute, e nel periodo più critico della vita, l'adolescenza, quando si costruisce il carattere e le premesse di relazioni con gli altri. Adolescenze difficili portano quasi sempre a vite difficili. Come pensi io possa aver vissuto l'ingresso lavorativo nella SPEM? Come raccomandato da tale deputato foggiano! Lì incontrai quello che mi dicesti essere ”l'altro mio figlio”.mio fratello Nicola. Li' dove lui ti chiamava papà, altri zio Franco, io dovevo fingere di essere un estraneo. L'”altro tuo figlio”, ero e sono io, non altri!

Hai mai provato a compiere quella difficile operazione mentale che comunemente si dice “mettersi nei panni altrui”? Quell' “altrui” sono io che fino a smentita pubblica o privata, sono tuo figlio, che tu lo voglia o no, che io lo accetti ancora o no a queste condizioni. Come pensi abbia vissuto la tua assenza al mio matrimonio, alla nascita di Francesca, al suo Battesimo, Comunione, Cresima, compleanni,oltre che alle stesse ricorrenze della mia solitaria infanzia e adolescenza? Sono cose che si accettano per un insieme di motivi anche perché quando ci si trova nel deserto della solitudine, si mangia sabbia! Sono cose alle quali per lungo tempo non si da molto peso, condizionati da una sorta di abitudine imposta, ma col trascorrere degli anni, sono cose che fanno sempre più male e che in definitiva spengono quella speranza sempre viva anche se illusoria che le cose possano cambiare e lasciano il posto alla disperazione.

Non ho intenzione di recriminare, tantomeno di condannare, e come non ho mai giudicato nessuno e non giudico nessuno, non ti giudico e non ti ho mai giudicato. Ti ho sempre in qualche modo giustificato; con gli altri, con me stesso, con tua nipote, con mia moglie, con conoscenti. Non ho voluto ascoltare i consigli di persone che per svariati motivi erano e sono a conoscenza della situazione e che mi invitavano disinteressatamente a far valere i miei diritti, per uscire da quella condizione di solitudine, di povertà morale e materiale che mi hanno portato negli abissi della depressione fino alla ricerca della morte volontaria.

Mi sono affacciato nella tua vita in punta di piedi, senza mai voler turbare gli equilibri della tua famiglia, sacrificando le mie esigenze morali e materiali, e quelle della mia famiglia, ho rispettato “ la consegna del silenzio”, anche se i nostri volti e il nostro aspetto tradiscono da soli quellla consegna e trasformano un segreto in qualcosa di notorio a molti, trasformando me in un specie di fantasma a me stesso e agli altri.

Una sera d'estate passavo per caso con Anna e Francesca in auto da via Mola e ti ho visto portare a passeggio vicino la tua villa, un cagnolino. Ho invidiato quel cagnolino per le attenzioni che ho immaginato gli riservavi e perché ti stava vicino come io non lo sono mai stato. Stupido, assurdo, patetico? Lascio a te ogni considerazione; io, di questi ed altri sentimenti, positivi o negativi che siano, non mi vergogno, perché ciascuno di noi deve necessariamente confrontarsi con i sentimenti e gli impulsi migliori e peggiori che lo attraversano, senza doverli e poterli eludere.

La vita non è stata generosa con me, lo sai , e gradualmente si è chiusa in un cerchio di solitudine, malattia e umiliazioni nel quale, io colpevole, si trova anche Francesca, ciò che ho di più caro ho al mondo, perché tristezza e solitudine sono come una malattia contagiosa e devastante anche per chi ci vive affianco. Per Francesca mi sento responsabile di ogni infelicità, solitudine, difficoltà, mancanza; per lei sono disposto a tutto, per un futuro di serenità, che io non ho mai conosciuto; per lei posso trovare il coraggio di fare tutto, anche di fare ciò che non ho fatto per me, perché, non amato, non mi sono mai amato.

Per me vorrei quella serenità che non ho mai avuto, vorrei non nutrire rancori e gelosie che mi farebbero ancora vivere male, ma che sarebbero naturali allo stato attuale delle cose; vorrei uno scampolo di giustizia, tardiva ma riparatrice che tu potresti darmi, se solo lo volessi.

La volontà altrui, come i sentimenti, non si possono imporre o comandare, solo stimolare con le parole, con la lealtà e la correttezza e la sincerità, non altro.

In tutto questa situazione che con me stesso definisco un “grumo che diventa sempre più duro e inestricabile” che porto nel cuore, anch'io ho le mie colpe, forse avrei dovuto, anziché restare scheletro nell'armadio, rivendicare la mia appartenenza, i miei diritti e rifiutare la condizione impostami.

Nelle cento volte al giorno che ti penso e immagino la tua vita, e vivo l'angoscia di non sapere quasi nulla di te, di conoscerti appena, riaffiorato consolanti ma pieni di nostalgia alcuni pochi ricordi ormai lontani sui quali vorrei per ora lasciarti. Ricordo con struggente nostalgia le mie prime guide con la tua Golf verde; l'unico bagno in mare che abbiamo fatto insieme a Margherita di Savoia; una spaghettata in una trattoria vicino al mare; la tua barba pungente sulle mie guance di ragazzino;un uovo di pasqua mandato a casa quando ero bambino con un cane in peluche rosso al quale mi affezionai particolarmente; tua nipote Francesca di pochi mesi tra le tue braccia la prima volta che l'hai vista, il suo stupore un Natale nel vedere il nonno che eseguiva mentalmente le moltiplicazioni a tre e quattro cifre a mente.


La notte sta per cedere il posto ad un nuovo giorno. Sono le cinque e tra poco sarò al lavoro, quel lavoro che, seppure lontano dalle mie aspettative, mi consente di vivere, e di questo ti ringrazio, come ti ringrazio anche della casa nella quale vivo, e degli aiuti che mi hai dato, cose che non dimentico e che ti fanno onore, ma che non sono sufficienti a sanare una situazione morale e materiale tanto pesante quanto quella in cui mi trovo a vivere, non da oggi; oggi più di ieri.

Aldilà di ogni altra considerazione comunque spero di cuore ti sia rimesso e ti auguro di ristabilirti del tutto, spero di avere risposte alle mie domande, e nel frattempo ti saluto e ti abbraccio con affetto come sempre e auguro ogni bene a te e a chiunque ti sia vicino e ti sia stato vicino nei momenti difficili che ultimamente hai dovuto attraversare.

Per quanto mi riguarda, il dolore e la solitudine unite all'umiliazione della mia condizione, non cesseranno di esistere fino a che uno di noi due prenderà una decisione, difficile, dolorosa, ma necessaria moralmente per entrambi.

tuo figlio Paolo



Commenti

pubblicato il 07/10/2008 8.39.48
cinzia, ha scritto: "Mi sono affacciato nella tua Vita in punta di piedi..." non giudico il contenuto della lettera ma queste parole, dette da un figlio ad un padre ( ? ) mi hanno profondamente colpito...
pubblicato il 04/11/2008 14.51.38
4428, ha scritto: Ho letto le tue parole.. non sta a me giudicarti? ma le tue parole mi hanno colpito profodamente."" trovandomi nella tua stessa situazione""" spero che tuo padre possa leggere la tua lettera"" Auguri

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