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lavoro pubblicato sabato 4 ottobre 2008
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alexander - (7) Amori sconosciuti su pietre senza tempo

di aNoMore. Letto 1107 volte. Dallo scaffale Fantasia

Le stelle possono amare? L'amore spicca dagli scritti ritrovati nella vecchia piramide, un amore strappato al cielo. Un racconto di transizione che ci prepara a nuove rivelazioni sulla vita dello strano protagonista di questa storia. Buona lettura...

1

Brown girò le chiavi, avviò il taxi e si rimise in viaggio.

Edoardo ed Elisa dormivano ancora alla grossa, in particolare lei ne aveva tutte le ragioni, era stata una notata molto tormentata ed in fin dei conti era ancora presto.

Quando il ragazzo si svegliò l'auto aveva già divorato parecchia strada, William aveva scartato un paio di bar per evitare di dover svegliare i compagni di viaggio, si era però ripromesso che alle nove li avrebbe svegliati comunque, ma fortunatamente non servì.

«Buongiorno.» Disse Edo sbadigliando.

«Sssh - rispose William - la giovane Elisa sta ancora dormendo, parla piano.»

«Oh, sì scusa.» Il ragazzo fece silenzio solo per qualche istante, poi si appoggiò tra i due sedili e parlando sottovoce si rivolse al vecchio aiutista.

«Ascolta, volevo parlare di ieri, ci ho pensato e mi sono comportato in modo odioso, io non sono così, te lo garantisco.»

«Lascia correre Edoardo, non faccio caso a fatti di così poco conto.»

William non aveva distolto lo sguardo dalla strada, indossava i suoi soliti occhiali da sole per nascondere le sue iridi tanto speciali, era impossibile comprendere cosa pensasse. Il ragazzo per un attimo si sentì addirittura a disagio, osservava il profilo del volto da dietro e per un attimo ebbe la netta impressione di parlare con un cadavere parlante.

«Sì, ma ci tenevo comunque a mettere in chiaro la cosa, ieri mi hai veramente messo addosso una fifa nera e preferirei non riparlarne, perché credo potrebbe tornarmi in davvero poco.»

«Non ti preoccupare, anche lei ieri sera ha voluto parlare un po' dell'accaduto, poveraccia, le è toccata la sorte peggiore.»

Il volto aveva sempre quell'espressione cadaverica e ad Edo venne la pelle d'oca.

«Cosa intendi? Ieri non capivo, lui cosa le ha fatto, non mi pareva avesse fatto in tempo a farle nulla di particolare, ma ho anche sentito che non era così.»

«Non credo di poterti descrivere ciò che si prova, ma tu immagina se ti spellassero e ti mettessero a rotolare nel sale, è un dolore che ti prende tutto, ti paralizza e anche se sopravvivi ti segna per sempre.»

La pelle d'oca si trasformò in un autentico brivido di paura, sebbene l'assenza di ogni espressione, quella parole pronunciate con freddezza gli fecero avere una visione piuttosto vivida delle sensazioni.

«Dio santo, ma in che razza di casino ci siamo cacciati?»

«Purtroppo una faccenda più grande di voi, vi troverete presto a combattere seguendo regole ben diverse da quelle comunemente accettate dai vostri simili.»

«Regole? Combattere? Forse non hai considerato che io sono un muratore e lei è una segretaria.»

Edoardo non riusciva a trattenersi, quando conversava con quell'uomo in un modo o nell'altro finiva sempre per agitarsi, iniziava a credere che si trattasse del distaccamento con cui parlava di tutti quegli argomenti, come se non fosse direttamente coinvolto in quella faccenda. Da un certo punto di vista lo ammirava, riusciva ad essere lucido e chiaro in ogni momento, dall'altro ne era totalmente terrorizzato, sembrava che per lui la vita delle persone non avesse alcun significato.

«Forse l'ho considerato, ma non ho visto nessun'altra via di uscita.»

«Che succede?» Assonnati farfugli provenivano dal sedile del passeggero, anche Elisa si era svegliata e si stava stiracchiando. Edoardo non poté fare a meno di notare quanto fosse dolce osservare quella ragazza mentre riemergeva dal mondo dei sogni.

«Buongiorno Elisa, nulla di che, stavo discutendo con Edoardo della triste situazione in cui ci troviamo.»

«Prima di addormentarmi profondamente ho ripensato alla nostra conversazione di ieri sera...»

I due uomini ebbero il dubbio che la ragazza fosse sveglia da qualche tempo e li stesse ascoltando di nascosto, quella voglia di entrare subito nel vivo della discussione, parlando di faccende importanti aveva lasciato entrambi un po' interdetti.

«Sono da internare?» Disse a faccia seria William, anche se la sua voce tradiva la flebile speranza che la ragazza avesse davvero accettato le sue rivelazioni.

«Forse sì - rispose lei scherzosa - ma io ho deciso di crederti, ieri sera sembravi sincero e i fatti per ora ti danno ragione.»

William accennò un sorriso «Comunque ora ci fermiamo e vado a prendervi la colazione, voi aspettatemi in auto.»

Accostò e scese lasciando le chiavi ancora inserite.

Agire in quel modo, per William rappresentava una prova ed una forma di rispetto per i due giovani, voleva vedere se avevano accettato questo viaggio e allo stesso tempo voleva dare loro il tempo per discutere da soli.

Il bar non era differente da tutti quelli che si potrebbero trovare in ogni paesino d'Italia ad un passo dalla statale che fiancheggia l'autostrada: piccolo, quasi deserto e lontano da occhi indiscreti.

«Ma di cosa avete parlato ieri sera?» Edoardo non aveva perso tempo, Brown aveva appena fatto in tempo a scomparire dietro la porta del bar e lui stava morendo di curiosità.

«Di lui, l'ho trovato che - pesò qualche istante alle parole migliori - fissava la Luna, non lo so, sembrava che la cosa lo rendesse parecchio triste.»

«Davvero? Ti sei fatta dire come mai?»

Ed Elisa spiegò il più velocemente possibile ciò che il vecchio aveva rivelato sotto il candido splendore della notte.

«Pazzesco e tu gli hai detto che gli credi?»

«Edoardo non so come spiegartelo, ma ieri sera mi ha fatto davvero una pena incredibile, sembrava quasi di poter vedere ogni singola persona scomparsa di cui si sta facendo carico.»

Elisa aveva lo sguardo perso in direzione della porta del bar, con la mente stava rivivendo gli attimi della sera precedente ed ogni suo pensiero finiva sempre in quegli occhi tanto speciali, l'unico vero motivo che l'aveva portata a credergli.

«Non lo so, sicuramente nasconde qualcosa, lui sa cosa sta succedendo, ma potrebbe essere che quelle cose le abbia dette solo per scioccarti, non esiste la possibilità che ti stesse prendendo in giro?»

«Non credo di poterlo ammettere in sua presenza, ma no, non ho il minimo dubbio.»

«Staremo a vedere e se tutto si rivelerà vero...»

«Lo dici a me? Eccolo.»

Brown aveva comprato diverse brioche, una bottiglia di latte, biscotti, tè freddo, tutte cose che potessero essere consumate mentre proseguivano il viaggio.

«Spero ci sia qualcosa di vostro gradimento, non penso faremo più tappe fino alla stazione dei treni, mi hanno detto che é poco lontana da qui.»

«Dove siamo diretti infine?» Chiese Edoardo.

«A Londra.» Rispose William.

«E ci andiamo in treno?» Chiese Elisa.

«Sì, credo sia più sicuro eludere i pedanti controlli aeroportuali e così possiamo anche sbarazzarci del taxi senza destare troppe domande.»

In breve tempo i tre arrivarono alla stazione e tra cambi, attese e file in biglietteria avrebbero impiegato tre giorni ad arrivare a destinazione.

I due ragazzi molto avrebbero scoperto sul vecchio Brown in quel viaggio e fu per loro difficile spiegare l'improvvisa partenza a familiari e amici, ma a tutto questo torneremo più tardi.

2

Ora è tempo di spostare nuovamente il nostro sguardo su Londra, più precisamente ad osservare curiosamente il lavoro di una giovane archeologa che negli ultimi tre mesi aveva avuto molto da fare.

Dopo aver ricevuto un plico di appunti allegati ad una lettera firmata con le sole iniziali WB, si era ritrovata letteralmente catapultata in un nuovo mondo.

Inizialmente vi fu un mezzo scandalo, molti credevano che fosse tutta una grande montatura a causa dell'improvvisa comparsa degli “anonimi appunti risolutori”, ma dopo un attenta verifica vi furono solo gloria e celebrità.

Mi odio per non saper esprimere con le giuste parole la felicità di Rebecca, il suo era un piacere continuo, che di giorno in giorno si arricchiva di nuova felicità in base alle nuove scoperte. Sentiva nitidamente la sensazione di essere l'ultima archeologa della storia a potersi sentire un po' Indiana Jones: l'avventura che aveva vissuto era stata fantastica, mancavano le sparatorie con i tedeschi, ma il resto c'era stato tutto, soprattutto il magnifico stupore della scoperta.

Quando si inizia a studiare archeologia viene subito demolita l'idea romantica dell'archeologo da film, tutto viene abbandonato per lasciare spazio a cazzuole, pennelli, spazzolini e tonnellate di libri. Per Rebecca era stato diverso, era stata una vera avventura, non la noiosa catalogazione di cocci, ma l'ingresso in un antico luogo inviolato da millenni ed il movimentato evolversi degli eventi che la impegnava ogni giorni in modo appassionante.

Entrare in quel luogo e sapere che ciò che si sta odorando vecchio di migliaia di anni, arrivare in una sala con una statua di pietra nera come l'ossidiana e inginocchiarsi con le lacrime agli occhi, si stanno ammirando graffiti e iscrizioni vecchie come la storia, alla fioca luce di una torcia si sente compiersi un destino, il realizzarsi di un sogno e l'unica forza che si ha nello stupore, è quella di esclamare «Vittoria».

Queste erano state le emozioni che la vita aveva riservato a Rebecca, contro ogni previsione, contro ogni pronostico, in barba a decine di burocrati, quella piramide era lì e l'aveva trovata lei, era la sua piccola, era la sua intuizione, era la sua gloria. Tutti avrebbero creduto che sarebbe stata anche il suo futuro, ma nessuno aveva fatto i conti con le bizzarrie del destino, quel filo che si intreccia e a volte, fa le capriole lasciando tutti di stucco.

Erano passati tre lunghi mesi da quella busta delle poste londinesi, c'erano stati linguisti, storici, ricercatori universitari sottopagati, tutti avevano preso parte al teatrino, tutti alla fine si erano inginocchiati dinanzi alla realtà dei fatti, increduli, impotenti dinanzi alle loro convinzioni che si sgretolavano.

Quel luogo era un mistero per la storia, per il tempo, per il mondo e soprattutto per l'intero gruppo di uomini che giorno e notte perdevano la loro sanità mentale nell'unire tasselli.

Il vero dramma erano i tasselli, erano perfetti, come un puzzle di quelli costosi, quelli con pezzi curati, che o si incastrano o non si incastrano senza mai lasciare dubbi, era difficile metterli assieme, ma ogni volta che si aggiungeva un tassello al quadro, non si tornava mai indietro, tutto era perfetto e fondato.

Quegli appunti avevano solo segnato la via per la comprensione, il resto lo avevano fatto delle menti brillanti, ma fu proprio grazie a quelle solide basi che non si dovette mai tornare sui propri passi.

Infine fu un venerdì mattina credo, ma anche se fosse stato un sabato o un giovedì poco importava, Rebecca aveva smesso di guardare il calendario da un pezzo, i giorni non esistevano più, si lavorava a ore: sette ore per la risposta dell'ufficio X, due ore per raggiungere lo specialista Y, cinque erano le ore che doveva sprecare per dormire.

Fuori il sole saliva e scendeva, la notte si alternava al giorno e Rebecca sembrava avere delle batterie provenienti dal futuro, che non si scaricavano mai, era sempre reattiva, sveglia e imbottita di caffeina.

Ad ogni modo, quel venerdì, sabato o giovedì che fosse, Rebecca guardò fuori dalla finestra e il sole stava sorgendo, poi spostò lo sguardo sulla lavagna metallica su cui si accalcavano un indecifrabile quantità di scritte, appunti, note e mentre i suoi due collaboratori sonnecchiavano su delle comodissime sedie da ufficio, quasi sottovoce pronunciò una parola che attendeva da tre mesi: «Finito».

Era arrivata al punto, tutti i tasselli erano disposti nella loro posizione corretta, ad unirli, beh a quello ci avrebbe pensato qualcun altro, forse un suo nipote, perché non contava che né la sua generazione, né quella dopo, avrebbero risolto quell'enigma.

Vi erano le iscrizioni tradotte, il completamento delle ricerche nei reperti trovati e la serie interminabile di quesiti da porre ai posteri. Del signor WB in tutto questo tempo non si seppe mai nulla.

3

Fu per errore che durante il rilevamento delle iscrizioni, venne notato che alcune di queste erano scritte su una superficie non uniforme, come se dietro quel fitto sciame di lettere nere, apparentemente lasciate bruciando le pareti, vi fosse dell'altro.

Grazie alle moderne strumentazioni, non fu difficile isolare su quella parete una lunga serie di geroglifici che narravano la storia di quel luogo.

Quando Rebecca li guardò tirò subito un sospiro di sollievo: per quanto fosse difficile decifrarli, quelli erano egiziani, interpellando i giusti traduttori si sarebbe giunti alla verità.

“Una notte Ra scese dal dalle stelle incendiando la terra.

Per una notte e un giorno fiamme avvolsero il dono degli dei.

Dio-Sole aveva lasciato un dono per gli uomini del Nilo, venne chiamato Pietra della Conoscenza.

Ella parlava con grande saggezza, narrando parabole del mondo lontano.

Venne eretto un tempio là dove la Pietra della Conoscenza giaceva.

Ella parlò un ultima volta per il grande Senerkhet.

La stella che ella serviva era lontana, avrebbe dormito fino al suo ritorno.

Fu Userkaf a sigillare per sempre il tempio, come in un rito funebre ella venne messa a riposare fino all'arrivo del suo tempo.

Per sempre ammireremo il cielo alla ricerca della stella eletta.”

Proprio così, questo volevano dire quei geroglifici, quelle antiche incisioni che il tempo voleva nascondere ed ogni egittologo che si rispetti avrebbe detto: «Follia, mai si è sentito di faccende del genere».

Tutti però si erano arresi a quella verità, ogni giorno che trascorreva vi era un nuovo studioso che tentava con tutte le forze di confutare quel ritrovamento, doveva dimostrare che si trattava del più grande tarocco della storia dell'archeologia, ma puntualmente veniva demolito della spietata realtà.

Ogni pietra, ogni granello di sabbia di Diaz-Cabù urlava a gran voce «Io sono stato testimone di un evento unico nella storia dell'umanità, io ho visto cadere Ra dal cielo».

Gli enigmi si accalcavano e tutti sapevano che era una storia troppo vecchia per poter essere svelata. Tutto era iniziato negli ultimi secoli del periodo predinastico, come gli iniziali studi avevano fatto pensare, ma poi gli eventi si erano evoluti e avevano accompagnato la storia dei faraoni d'Egitto fino alla quinta dinastia.

I geroglifici risalivano sicuramente all'ultimo periodo di questa storia, probabilmente l'iscrizione fu voluta dallo stesso Userkaf quando ordinò di sigillare per sempre il “dono del cielo”, chissà quindi quanto potevano essere stati viziati i fatti con il passare dei secoli.

Ogni domanda poteva ricevere solo una congettura come risposta, questa era la triste realtà a cui tutti si erano ormai rassegnati.

Il fuoco della curiosità venne attizzato nuovamente dallo studio delle iscrizioni nella lingua sconosciuta, come 2500 anni a.C. avessero potuto creare quel perfetto scritto in una lingua senza precedenti è un mistero sul quale era meglio non indagare, qualcuno avrebbe potuto rimetterci la sanità mentale. Le perfette bruciature si erano mantenute nel tempo e formavano uno scritto enigmatico che forse mai avrebbe trovato degna spiegazione.

Quella mattina di un giorno imprecisato, quando Rebecca pronunciò quella parola tanto semplice e allo stesso tempo tanto magica, volle riprendere in mano tutta la traduzione e cominciare a leggere lo scritto nella sua interezza, dopo che finalmente era stato aggiustato di ogni errore e reso leggibile anche al grande pubblico.

Ogni volta che scorreva quelle parole qualcosa dentro di lei si rompeva liberando il dolce nettare dell'euforia, era così piacevolmente assurdo, così perversamente complesso, così brillante di un fascino antico e soprattutto così romantico.

La fine di un mondo narrata dagli occhi di un innamorata, come la bella vide la sua bestia andarsene da mondo e come decise di attendere per sempre il suo ritorno piangendo e sperando, sperando e piangendo.

4

“Piangerò per lei fino al suo ritorno, la mia amata stella non è morta, lei non si sarebbe mai arresa alla sconfitta, lei è debole perché non ci sono io a proteggerla e a cullarla nel mio tempore.

La brillate stella che mi strappò dalla pace eterna e che per questo odiai per mille anni e più, è lontana da me, ora che finalmente la amo con tutta me stessa.

Rubinia è il mio nome, come lei sono una di molti, sono esistita per servirla, ma ora continuerò ad esistere per amarla.

Nell'amarezza della solitudine, sentendo il mio amore privato della metà del suo cuore, ho deciso di narrare le ultime gesta della mia stella, così che tutti conoscano la sua luce tanto difficile da comprendere.

Quando il Serpente uscì dall'Oceano dell'Odio e inondò il mondo di veleno, i cieli si rabbuiarono.

Per tre inverni il sole scomparve per lasciar posto ai complotti, per altri tre inverni si combatterono guerre fratricide.

La mia stella osservò e coltivò i suoi sentimenti.

I lupi della distruzione divorarono la luce della giustizia e il riflesso della speranza, il valore della vita si spense come le stelle nel cielo oscurato dall'odio e dai fumi della guerra.

Venne suonato il corno dell'ultima battaglia.

I grandi re del mondo si scontrarono con i corrotti, cercando di combattere l'oscurità con l'oscurità.

Morirono tutti.

L'odio avanzava con l'araldo Serpente, forte del più grande degli eserciti.

La Rocca degli Eroi era caduta, ma dal Trono della Speranza si levò una preghiera.

Da ovest giunse risposta, si chiamava Fenice, emanava la luce di una stella oscura, seppur ai miei occhi fosse la più bella delle visioni.

Serpente e Fenice si fronteggiarono senza regole e senza onore, in una sfida a quale fosse la bestia che meglio sapeva odiare.

Entrambi morirono ed entrambi si risollevarono dalle proprie ceneri.

Il Serpente si rigenerò dall'odio di quell'ultimo duello.

La Fenice fu strappata alla dannazione eterna dall'amore di chi l'aveva sostenuta.

Con questi occhi cavi vidi spalancarsi la bocca dell'odio che attenda solo di accogliere una vecchia stella, la mia stella amata.

Con tutte le forze mi opposi e volai come un uccello dall'ala spezzata.

Io la amavo e il massimo che riuscii a fare fu strapparla a quel mondo.

Furono gli altri a gettarci in un luogo dove le ferite della sua anima potessero rigenerarsi. Anche loro amavano la mia piccola stella.

Ora sono sola da lungo tempo, lui vive, vedo lontano la sua tiepida luce pulsare debole e ferita, ma io non posso raggiungerlo.

Piango osservando la sua luce che si spegne giorno dopo giorno.

Ti prego Dio, ti prego destino, accogliete il mio ultimo desiderio, per una volta prima della fine dei tempi permettetemi di sentire nuovamente il suo calore.”

5

Rebecca fantasticava su quel racconto, non sapeva come leggerlo, quindi aveva scelto il modo più romantico, aveva immaginato un uomo dai lineamenti perfetti, dagli occhi profondi, la cui pelle emanavano un buon odore, quell'odore che ti fa dire casa.

Aveva immaginato una dolce ragazza dai candidi lineamenti, il sorriso innocente, le labbra sottili che profumavano come una rosa e gli occhi persi nell'ammirare quell'uomo.

Spesso aveva immaginato il bacio tra quei due personaggi immaginari, un unione tutt'altro che casta, perché quelle parole testimoniavano un grande amore, c'erano troppe emozioni da scambiarsi in un solo bacio.

Rebecca non era mai stata una ragazza che si faceva trasportare dalle storie strappa lacrime, figuriamoci poi se quelle poche parole bastavano a commuoverla, invece scorrendo quella traduzione qualcosa nel suo piccolo cuore si muoveva sempre, forse perché considerava un po' sua quella magnifica storia. Ora che l'aveva presa in mano e letta tutta d'un soffio non poteva che sospirare osservando il finire dell'alba.

Spesso in quei tre mesi aveva ripreso per mano la lettera firmata WB e spesso si era chiesta chi fosse quel improvviso benefattore, chi aveva voluto spingere la sua carriera in quel modo, si domandava cosa avrebbe fatto se un giorno le si fosse parato davanti chiedendo la sua parte di gloria.

Quest'ultimo quesito non aveva mai trovato risposta, ma ancora non sapeva che presto la sua vita si sarebbe evoluta per la seconda volta e alla base vi sarebbe stata proprio la risposta a quella domanda.

Meteorite e cilindro si trovavano ormai da giorni nei magazzini del laboratorio, attendevano ulteriori esami, in quanto ogni analisi aveva solo confermato il risultato delle precedenti, senza portare a nessuna nuova conclusione.

Ad incuriosire molto era il cilindro di ossidiana, che sembrava essere messo lì senza alcun collegamento al contesto circostante. Da nessuna parte se ne faceva riferimento alcuno.

Infine la più grande delusione fu il rotolo di pelle, che risultò tanto sorprendente quanto inutile, troppo il tempo aveva lavorato su quel povero reperto, rendendo completamente irrecuperabile il testo in esso contenuto.

Alla luce del racconto presero anche significato tutti i dipinti e le raffigurazioni presenti nella sala, erano la fedele raffigurazione di quanto riportato testualmente. Spiegare come un dipinto del decimo secolo fosse finito sotto forma di affresco in quella piramide restava un mistero tutt'altro che tranquillizzante.

Rebecca si scervellava, ma più ci pensava, più accampava possibilità strampalate che non osava neppure esporre, la sensazione più vivida che provava mentre si immergeva nei suoi pensieri, era che quel luogo fosse una tomba di “ricordi”, i quali mescolavano una leggenda a diversi periodi della storia del nostro mondo.

Qualcuno aveva già cominciato a da tempo a dire che si trattava dell'ennesimo reperto fuori posto, fuori dal tempo, cercando di dare nuova vita a quelle teorie che ciclicamente si ripresentano quando viene effettuata una scoperta parzialmente inspiegabile. Le teorie in voga erano ovviamente le invasioni aliene o la ciclicità delle civiltà.

Tutto questo irritava un po' Rebecca che voleva portare avanti i suoi studi con metodo e fornire solo spiegazioni ricche di valide argomentazioni.

Infine il grande momento giunse in un pomeriggio come tanti, con lo squillare di un telefono dell'ufficio: un uomo voleva parlare con Rebecca in persona e soltanto con lei. Il suo nome era William Brown.



Commenti

pubblicato il 11/10/2008 15.33.20
fiordiloto, ha scritto: Da brava fan non potevo non farti questo commento: adoro il personaggio di Elisa. Secondo me ha in sè una dolcezza innata! :-)

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