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lavoro pubblicato sabato 27 settembre 2008
ultima lettura giovedì 18 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alexander - (6) Sognando frammenti di passato

di aNoMore. Letto 1131 volte. Dallo scaffale Fantasia

Una storia vecchia di 6 anni, il pezzo da cui nasce la mia storia.Un momento cardine dell'esistenza del suo protagonista. Nuovi enigmi si accalcano, una nuova oscura presenza fa la sua comparsa, ecco la nascita di un individuo per sempre disturbato.

1

Non trascorse molto tempo prima che anche William decidesse di abbandonarsi alla stanchezza, era rientrato in auto poco dopo Elisa e mentre lei riprovava ad addormentarsi, lui ripensava alle poche parole che si erano appena scambiati.

Allo stesso modo in cui si può ammirare un grande paesaggio in una buia notte di tempesta, Brown ripensava alle molteplici sfaccettature del suo passato e come al cadere di un fulmine il paesaggio si illumina per qualche istante, così i ricordi spaziavano ai vari momenti della sua esistenza.

La domanda di fondo era una sola: se la ragazza avesse chiesto qualcosa di più preciso sul suo passato, cosa gli avrebbe raccontato?

Non sapeva come spiegarle la “storia dei tre”, sarebbe stata una cosa complicata, c'erano troppe sfumature, troppi cavilli e soprattutto bisognava accettare che William fosse solo carne e ossa, mentre la storia era una cosa che andava ben oltre “l'aspetto Brown” dell'esistenza.

Aveva quasi preso sonno nel rimuginare su tutti quei dubbi e lì, mentre l'oscurità prendeva lentamente il sopravvento, un fulmine fatto di ricordi colpì con maggior forza, fece rivedere a William Brown uno dei momenti cardine della sua esistenza, una di quelle storie che aveva sempre sperato di dimenticare.

2

Fissava il cielo aspettando il momento, il suo spirito doveva fondersi con lo scopo.

Come un animale che inseguiva la preda, era l'istinto a guidare l'azione, se la mente non era pronta almeno quanto il corpo c'era solo il fallimento pronto ad ad attenderlo sulla strada.

Vide una stella cadente.

“Ti prego - pensò - ancora una notte”.

Seguì la sua scia fino a quando non scomparve all'orizzonte, chiuse gli occhi per fissare nella mente quell'immagine, abbassò la testa e si voltò verso l'ingresso della maestosa abitazione. Riaprì gli occhi.

Due uomini sorvegliavano l'entrata, tre erano di ronda nel grande giardino, probabilmente altri cinque erano dentro la casa: “Agirò nel solito modo”.

Scese dall'albero su cui si trovava per valutare meglio la situazione, era già nel grandissimo giardino della reggia, tra aiuole, statue e fontane che producevano magnificenti giochi d'acqua, era davvero molto curato. Erano numerosi gli alberi antichi, che con i loro imponenti tronchi fornivano l'ideale copertura ad un uomo in agguato.

Iniziò ad avvicinarsi all'ingresso principale, era un ombra tra le ombre.

Le tre guardie che facevano ronda in giardino non si accorsero di nulla, l'intruso si nascose dentro un grosso cespuglio proprio davanti all'ingresso.

Mancavano ancora solo una ventina di metri, proseguire ancora avrebbe voluto dire farsi scoprire dalle due guardie che sorvegliavano l'entrata, quelle maledette erano lì immobili, le loro maledette spade legate al fianco e il loro maledetto sguardo fisso verso le ombre a scrutare ciò che nella notte si celava tra gli alberi.

Non poteva attendere oltre, silenziosamente estrasse le sue armi, due spade simili a katane le cui lame però non erano ricurve, armi singolari per quel angolo del mondo.

L'uomo si concentrò qualche istante, raccolse tutte le energie e scattando balzò fuori lanciandosi alla carica.

Le due guardie sguainarono subito le loro armi, urlarono l'alt, ma l'assalitore non sembrò farci caso, anzi passando non mancò di tagliare loro gola rischiando quasi di staccare la testa del primo. Passò oltre, come un ciclone sfondò la porta ed entrò nella lussuosa reggia.

Non sembrava esserci nessuno, dinanzi all'uomo una scalinata che saliva ai piani superiori.

L'uomo si precipitò immediatamente di sopra, alle sue spalle le guardie avevano cominciato ad urlare l'allarme e non avrebbero impiegato molto ad individuarlo.

Anche loro correvano su per le scale, non capivano bene dove fosse l'intruso, si muoveva rapido e silenzioso, ma era lì, lo sapevano, lo percepivano.

Le voci si erano fatte più concitate, si dividevano, lo cercavano tra le stanze costosamente arredate, negli angoli bui, ovunque.

L'ansia e la rabbia aumentavano in quel manipolo di uomini lautamente pagati per proteggere a costo della vita la famiglia che lì abitava.

Non sembrava esserci nulla da fare, il dannato intruso era scaltro, correva tra i corridoi a perdifiato, l'illuminazione era scarsa, la luce della luna penetrava da una finestra in fondo al corridoio, argentea ed inquietante inondava il corridoio e lui evitava sapientemente il suo tocco rivelatore.

Giunse il tempo delle scelte, vi erano due porte sulla parete destra e due sulla parete sinistra, l'aria era pesante, satura di uno strano profumo che quell'intruso non aveva mai sentito, come incenso, ma diverso.

Quattro porte, quel profumo fastidiosamente pungente, le voci erano più forti, più vicine, l'uomo aveva poco tempo. Quattro porte, si guardò attorno alla ricerca di un indizio che lo aiutasse nella scelta, i suoi occhi correvano sulle pareti di legno, sui tappeti caldi, sul parquet, sulle cassapanche e sul controsoffitto.

Quattro porte, quattro dannate, il suo cuore accelerava i battiti, le mani stringevano con maggior fermezza le armi, il suo sguardo spesso correva veloce alle ombre sulle scale, laggiù, in fondo al corridoio.

Uno scintillio catturò la sua attenzione. Un'alleanza inaspettata, un sorprendente aiuto che l'assalitore subito riconobbe e seguì, forse per disperazione o a causa del suo spiccato istinto notturno.

Stringendosi contro il muro, per fondersi meglio con le ombre della casa, osservò un raggio di luna riflettersi su un soprammobile di cristallo, la luce si scomponeva e brillava tremante su una delle porte.

Una coincidenza, altri direbbero destino, altri ancora direbbero fortuna, ma lui lì, braccato dalle guardie mercenarie non aveva tempo di riflettere, in quella fugace frazione di secondo aveva visto nella luna una possibile alleata e dovendo tentare uno su quattro, decise di concederle fiducia.

Spalancò quella porta. Dietro celata vi era un'ampia camera quasi completamente buia, le cui forme si intuivano appena nella penombra generata dai raggi lunari che filtravano dalla finestra socchiusa.

Sulla destra vi era un letto a due piazze, rivestito di seta bianchissima ed incorniciato da un baldacchino di legno scurissimo, sulla sinistra un armadio a parete che probabilmente riproponeva lo stesso tipo di intaglio del letto.

Infine, in fondo alla stanza, proprio sotto la grande finestra, una massiccia scrivania anch'essa in legno e chino su di essa una figura, che incurante delle urla provenienti dall'esterno, sbirciava il cielo fuori dalla finestra.

Scosso dall'irruzione fece scorrere la mano ad una costosa lanterna di vetro, ne accese la fiammella per meglio vedere chi aveva osato irrompere nella sua camera con tanta brutalità.

Bastò quel gesto, unito alla volontà di girarsi per vedere meglio chi ci fosse alla porta, a far scattare in piedi il corpulento uomo, era spaventato, colto dal terrore più nero.

Incredibile a dirsi, ma sapeva bene chi fosse lo sgradito ospite, ad anticiparlo vi era una fama di spietato assassino che in breve tempo si era trasformata in un qualcosa di più simile alla leggenda.

La presenza di quell'uomo nella sua camera aveva un solo significato: morte.

Quella presenza lo aveva pietrificato, balbettò qualcosa, ma il tenebroso ospite non lo lasciò parlare, con una spada gli trafisse la vestaglia, la camicia da notte, il petto ed infine il cuore.

Immediatamente il ricco uomo cercò il volto del suo aggressore, nessuno aveva mai visto prima ciò che si celava dietro l'ombra di quel mantello nero. Il conte, forse ubriacato dall'adrenalina, sperò di essere il primo a scoprire qualcosa in più appena prima di lasciare quel mondo, ma non trovò nulla se non l'oscurità dell'oblio eterno.

L'assassino scaraventò il corpo morente sul letto, afferrò la lanterna e la lanciò sul quasi cadavere incendiando tutto. Era come una firma, il tocco del passaggio di un angelo nero.

La seta prese fuoco velocemente e la camera venne avvolta dalle fiamme.

«Papà?» Una giovane voce all'ingresso della stanza scosse lo sconosciuto assalitore, il quale si voltò ad osservare.

Era il figlio del conte, lì sulla soglia della porta cercava il padre con lo sguardo perso, il piccolo era confuso e sull'orlo di una crisi di pianto.

«Tu chi sei? Dov'é il mio papà?»

Non doveva ancora aver compreso che tra le fiamme che avvolgevano il letto vi era anche il cadavere di suo padre. Le guardie dal passo pesante stavano precipitandosi nel corridoio, come potevano essere state tanto stupide da non correre dritte alla camera del lord?

Forse poteva esserci giustificazione, in fondo non erano trascorsi che una manciata di secondi dalla morte delle due guardie all'ingresso, ma il loro fallimento rimaneva innegabile.

L'assassino pensò di guadagnare qualche istante chiudendo la porta, entrando aveva sentito la chiave infilata nella toppa. Senza pensare oltre aggirò il bambino e la chiuse.

Evidente doveva essere stato ingannato dagli echi della casa e dal crepitio delle fiamme, le guardie erano più vicine di quanto avesse pensato, appena girò la chiave uno degli inseguitori sfondò ed entrò nella camera.

L'uomo ammantato si scansò, saltò all'indietro ed evitò così la mole del suo inseguitore mista alle schegge di legno proiettate in ogni direzione.

Il ragazzino volò a terra, sembrava non muoversi più.

Altre due guardie piombarono nella stanza.

«È qui!» Urlarono.

I tre si lanciarono all'attacco, armi in pugno e un ghigno di rabbia dipinto in volto.

Pochi attimi, un fendente, due affondi e due furono a terra, morti.

Il terzo ebbe più fortuna, colse impreparato l'uomo che non si aspettava un colpo calato dall'alto e la situazione sembra dover volgere al peggio. Nessuno sarebbe sopravvissuto ad un fendente dritto alla testa, ma la lama non toccò mai l'oscuro assassino, finì invece in pezzi, si sgretolò sotto lo sguardo stupefatto di entrambi.

A quel punto fu una gara a chi fosse riuscito a riprendersi prima dall'accaduto, sfortunatamente per il mercenario fu l'assassino a vincere quel secondo round, il quale senza pietà lo trafisse.

Saltando i tre cadaveri l'uomo uscì dalla camera, dopo pochi passi però si fermò, ripensò al ragazzino, inspiegabile perché uno spietato killer avesse trovato il tempo per preoccuparsi del giovanissimo figlio del conte, ma questa era la sola verità, la consapevolezza che sarebbe morto se non ci avesse pensato lui lo fece tornare sui suoi passi.

Rinfoderò le armi, afferrò il bimbo svenuto e balzò sulla scrivania, con un calcio mandò in pezzi la finestra e si lanciò di sotto.

Nello stesso istante altre guardie entrarono nella camera, ma lui era fuori, ormai fuggiva come un ombra nella notte lasciandosi alle spalle la reggia.

Discese la collina, correva sul bordo del sentiero che conduceva alla cittadina, in quella strada sterrata non vi era nessuno, era ancora nei possedimenti del conte, ma infine giuse all'ingresso del villaggio, la strada si fece acciottolata e i lampioni accesi ormai da qualche ora negavano qualsiasi possibilità di nascondersi oltre.

Era estate e nonostante l'ora un po' tarda le taverne erano gremite di persone.

L'uomo ammantato andò dritto al Ristoro del Centauro, una piccola locanda sempre molto affollata, la sera precedente aveva affittato lì un buco dove dormire.

Nell'entrare avvolse il ragazzo nel mantello, nonostante vi fosse molta gente con cui mescolarsi non voleva correre rischi, correva voce che nessuno avesse mai visto il figlio del lord e questo giocava a suo favore, ma non voleva ci fossero intoppi.

Una volta giunto nella stanza gettò il ragazzino sul letto, continuava ad essere molto nervoso, non riusciva a spiegarsi come gli fosse saltato in mente di portarsi dietro il moccioso.

“Che nottataccia!”

Passò l'intera notte ad osservare il piccoletto, dormiva, era disteso sul letto e non si era ancora ripreso dopo lo svenimento, non doveva avere più di cinque o sei anni.

Ragionandoci l'uomo trovò strano che la consorte del conte non fosse in casa, avrebbe giurato che il ragazzino se ne sarebbe rimasto al sicuro con lei, poi finalmente arrivò alla conclusione che stava cercando da un po':

“Forse potrò usare il moccioso per chiedere un riscatto, la madre pagherà sicuramente.”

3

Il tempo trascorse, ma quel assassino improvvisatosi rapitore non chiese mai un riscatto, crebbe il ragazzo come si trattasse di suo figlio ed ormai erano passati cinque anni da quella notte.

I due proseguivano per il sentiero che li avrebbe infine condotti alla Città Degli Angeli, un immensa capitale al limitare del deserto chiamata così per le sue numerose ed altissime torri.

All'uomo avevano commissionato un nuovo lavoro da quelle parti, nulla di difficile, anche se le condizioni lo avevano molto irritato, si era ritrovato nella situazione di essere praticamente obbligato ad accettare il lavoro, aveva assoluto bisogno delle informazioni che il nanetto barbuto che lo aveva ingaggiato gli offriva.

L'uomo ammantato: «Giulius hai trovato qualcosa nella perlustrazione di ieri sera?»

Ragazzino: «No Ed, tutto tranquillo da qui alla prossima cittadella.»

La voce del ragazzino era tremante, nascondeva qualcosa, di questo l'uomo ammantato, Edward, ne era sicuro.

Edward: «Cosa c'è, qual è il problema?»

Giulius: «No, no, stai tranquillo, nessun problema.»

Edward: «Conosco quel tono, cosa mi stai nascondendo?»

Giulius: «Nulla Ed! Che diamine tutte le volte che sono soprappensiero mi devo beccare un terzo grado?»

Edward: «Va bene, va bene, lascio perdere perché non ho voglia di discutere.»

In quella giornata proseguirono ancora per qualche chilometro, raramente si muovevano di giorno, ma quella mattina sembrava davvero tutto tranquillo e ad Edward mancava, l'aria del mattino era completamente diversa e poi il sole, gli animali, lavorando la notte dimenticava ogni tanto quanto potesse essere bello anche il giorno.

Fu verso mezzogiorno che all'orizzonte sul loro stesso sentiero una decina di uomini armati procedevano con passo sicuro, non sembravano avere una divisa, indossavano un corpetto di cuoio e impugnavano armi di vario genere, tra cui spade, lance e asce.

Arrivati ad una ventina di metri dai due la decade di uomini si fermò e confabulò per qualche istante, poi uno dei dieci brandendo una spada urlò «Voi, fermatevi per ordine di Lord Ledyù!»

«Scocciatori, me ne libero subito.» Sussurrò l'uomo al ragazzino.

Armi in pugno i mercenari si avvicinarono e per sicurezza Edward estrasse una delle sue spade e fece qualche passo avanti.

Gli avversari non si fecero cogliere alla sprovvista e in tutta risposta puntarono le lance, quello che sembrava essere il capo della combriccola di sciagurati si avvicinò a Giulius.

«Lasciatelo in pace o protei diventare parecchio cattivo.» I tre che puntavano le lance pungolarono l'uomo facendogli cenno di fare silenzio.

«Sei Giulius vero?» Disse il capo rivolgendosi al ragazzo, il quale fece cenno di sì con il capo.

«E questo è Edward immagino.» Ancora un solo cenno del capo.

«Bene, ti ringraziamo per l'aiuto - aggiunse - Quanto a te ora ci divertiremo un sacco, sappiamo dei tuoi ultimi lavoretti bastardo.»

Il mercenario, perché di una guardia cittadina non poteva trattarsi, diede una manciata di monete al piccolo e poi si rivolse nuovamente ad Edward.

«Edward conosciuto anche come “l'ombra fiammeggiante” getta le armi, abbiamo il compito di portarti al cospetto del lord, dovrai rispondere per i tuoi crimini.»

L'uomo chinò il capo, era stato tradito, Giulius lo aveva giocato, sentiva il peso di quella situazione gravargli addosso, proprio al centro del petto vi era un vuoto, poteva essere il sentimento chiamato “amore” che si infrangeva?

Sebbene se lo stesse chiedendo, Edward ne dubitava, respirava profondamente cercando di mantenere la calma, vide piangere il ragazzo con la coda dell'occhio, dopo cinque anni aveva avuto la sua vendetta. L'assassino di suo padre aveva sbagliato a risparmiarlo, in quel momento stava maledicendo la sua stupidità e lasciò cadere le armi.

«Giulius hai imparato bene. Sappi che se ci rivedremo ti ucciderò.»

Il ragazzo fuggì piangendo, corse via lasciando cadere a terra le monete, due guardie si portarono alle spalle di Edward e ben poco gentilmente gli ordinarono di iniziare a camminare.

L'uomo che fino a quel momento non aveva opposto resistenza reagì, strappò di mano ad uno dei mercenari un'arma e la usò per uccidere in un sol colpo un secondo membro di quel drappello.

I nove rimasti si aspettavano di avere a che fare con un avversario abile, quindi non usarono mezze misure e con una serie di colpi ben assestati lo fecero crollare a terra svenuto.

4

Edward riaprì gli occhi, era legato ad un tavolo, delle grosse e dure cinture di cuoio lo tenevano legato ai polsi e alle caviglie, inoltre una cintura molto più larga gli passava a livello dell'addome per tenerlo completamente immobilizzato.

«Il bel addormentato si è svegliato, buonasera.» Una voce rauca e diabolica proveniente da poco fuori il suo campo visivo interruppe il silenzio della stanza.

Edward non riusciva ancora a pensare, non capiva nulla, guardandosi attorno vedeva tutta la stanza muoversi, sforzandosi di mettere a fuoco le immagini capì di essere legato in posizione quasi verticale, il piano su cui poggiava era solo appena inclinato all'indietro.

Gli si parò davanti una persona, probabilmente quella stessa che aveva appena parlato, non riusciva a vedere bene i lineamenti, era come se fosse stato drogato, riusciva a distinguere una macchia bianca che poteva tranquillamente rappresentare dei lunghi capelli, sicuramente era mulatto, o forse addirittura di carnagione nera, il volto infatti era una indistinguibile chiazza scura.

Il prigioniero farfugliò qualche parola, nella testa aveva chiaro quello che voleva dire, ma non riusciva a controllare la bocca, emetteva suoni amorfi senza nessun apparente significato.

Uno sghignazzare rauco interrompe i farfugliamenti «Risparmia il fiato, ne avrai bisogno...»

Non capiva, il prigioniero non capiva, le palpebre si fecero nuovamente pensati e cadde nuovamente in un sonno profondo.

5

Quando si risvegliò quello strano effetto allucinogeno era scomparso e al suo posto vi era un tremendo mal di testa, come un martello che continuava a colpirlo nella parte anteriore del cranio, sentiva il cuore che batteva velocissimo, nelle orecchie risuonava come un tamburo fortissimo.

«Sono trascorsi cinque anni, sono cinque anni che sei il mio chiodo fisso e la domanda è: come fai?» Era nuovamente quella voce, ora era ben visibile: abbastanza alto, la carnagione scurissima e capelli bianchi incolti.

«Un essere stupido come te come può riuscire sempre a scamparla?

Quelle strane cose che accadono ogni volta che agisci poi, come quella volta quando hai seccato il padre del ragazzo, quella spada in mille pezzi, come diavolo fai?»

La faccia di quel tizio era a pochi centimetri da quella di Edward, il naso un po' schiacciato, ne mancava un pezzo, sembrava che gli avessero asportato parte della narice destra. Aveva occhi azzurri, quasi bianchi. Dai simboli che portava dipinti in volto doveva essere una specie di sciamano e il prigioniero arrivò presto alla conclusione di non conoscerlo.

L'uomo legato rimaneva impassibile, tutta la sua attenzione era rivolta alla tremenda emicrania, ad ogni fitta ogni singolo muscolo della faccia si contraeva in una smorfia di dolore, ad ogni suono poi il dolore si faceva sempre più intenso.

«Allora dimmi come fai, svelami il tuo segreto, tanto lo scoprirò comunque, con quei poteri diventerò invincibile.»

Negli occhi di quella specie di sciamano si vedeva facilmente riflessa la sua reale natura, quella di un pazzo assetato di potere che farneticava di qualcosa riguardo a strani poteri che Edward avrebbe dovuto possedere. Se era vero il prigioniero ne era all'oscuro.

Il pazzo afferrò per la testa l'assassino ruggendogli in faccia un «Parla!», la risposta di quest'ultimo fu altrettanto tonante «Smettila, non so di cosa tu stia parlando.»

«Speravo in una risposta più fantasiosa, non ti preoccupare mi dirai tutto quello che voglio sapere, in questa notte stellata il grande segreto del “l'ombra fiammeggiante” verrà rivelato e i miei cinque anni di ricerche verranno ripagati.»

«Dannato stupido io non ho nulla davvero e continuando così ti stai solo scavando la fossa.»

«Forse Edward, forse, ma resta il fatto che qualcosa si cela in te e io scoprirò cos'è.

Solitamente succede sempre quando sei in pericolo e io intendo torturarti fino a quando non sarai costretto ad usare i tuoi poteri.»

Lo sciamano si allontanò e afferrò un qualcosa posato su un tavolinetto sulla destra, tornò vicino al prigioniero e agitò tra le mani un grosso e pesante martello.

Afferrò la mano destra del prigioniero in modo da tenerla ben ferma ed adagiata sulla superficie legnosa, non era difficile intuire le sue intenzioni.

Tum!

Un urlo disumano uscì dalla bocca dell'assassino, considerò nei pochi istanti successivi al dolore più intenso, che in tutta la sua vita non aveva mai provato un dolore del genere, era prolungato e soprattutto si diffondeva in modo omogeneo lungo tutto il braccio.

Edward dovette voltarsi per comprendere dove era stato colpito e quando vide il risultato prodotto da quel sadico bastardo maledì la sua curiosità: sul tavolo era sparsa carne maciullata, ossa trite e una quantità improbabile di sangue.

Tum!

Un secondo colpo, un secondo urlo, ma questa volta Ed non ebbe il coraggio di guardare, iniziò invece a pensare a quanto sarebbe potuto resistere a quel trattamento, erano ragionamenti sconnessi, circondati da lampi rossi prodotti dal dolore, di tanto in tanto un manto nero gli si calva sugli occhi, erano i primi cenni dello svenimento, di questo ne era cosciente.

Tum!

Terzo colpo, stesso scenario, nessun suono, il prigioniero aveva perso ogni forza e volontà, svenne e tutto si fece nero.

6

Il tempo trascorse, freddo e bagnato si completavano a vicenda.

Il risveglio fu turbolento, una secchiata d'acqua gelida riportò Edward alla realtà, il dolore era ancora intenso, quello che lo teneva cosciente era un filo finissimo che rischiava di spezzarsi ad ogni istante, tutto quello che percepiva era il dolore e la risata macabramente sadica di quel fottuto sciamano.

«Si continua, sei contento?»

Il carnefice reggeva in mano una piccola boccetta contenente un liquido trasparente simile ad acqua purissima, ne versò alcune gocce sul torace del prigioniero, il liquido iniziò a scivolare, da prima sembrò non fare nulla, ma dopo pochi istanti un bruciore indescrivibile si diffuse.

Edward emise un urlo sordo, non aveva più neppure la forza di farlo, osservò le scie che il liquido aveva formato, nel frattempo sentiva nuovamente i sensi venir meno: nero.

L'assassino ora prigioniero riaprì nuovamente gli occhi, ancora una volta pronto a subire i supplizi imposti da quel folle, tutto era sfocato, riusciva a malapena a distinguiere le sagome di quello che lo circondava.

Scrollò la testa per riprendersi meglio, la prima cosa che guardò quasi istintivamente fu la sua povera mano martoriata: rimase impietrito.

Le tre dita che ormai si era rassegnato a salutare stavano lentamente rigenerandosi, vedeva i muscoli e i nervi che a vista d'occhio si ricomponevano dal nulla, si avvolgevano attorno alle ossa che teoricamente dovevano essere ridotte ad una poltiglia sanguinolenta.

Ancora una volta era basito, sempre più spesso era accaduto in quegli ultimi cinque anni che fatti inspiegabili lo circondassero, fin che la cosa gli era andata bene non si era fatto domande, ma in quel momento avrebbe pagato per avere qualcosa da cantare allo sciamano e porre fine a quel supplizio.

Quando il processo terminò provò a muovere la mano, sembrava apposto, si muoveva, era come “nuova”, mancavano anche i numerosi calli che il tirare spesso di spada gli aveva procurato.

Come era possibile che quel fottuto bastardo fosse tanto abile negli affari di magia, era lui a fare quelle cose o c'era qualcosa di speciale davvero?

Edward aveva sempre pensato che i maghi fossero in grado di spezzare facilmente la volontà di gente come lui e se quel pazzo era così potente, a cosa potevano servirgli le informazioni di un assassino bravo, ma che di magia non sapeva nulla?

Controllò le ustioni sul petto, anche quelle erano scomparse e fu quella la prima volta che iniziò a temere per davvero il ritorno dello sciamano, se esisteva un modo per rigenerare le ferite in quel modo, figuriamoci a quante torture avrebbe potuto sottoporlo senza rischiare di ucciderlo.

Intendiamoci, nessun uomo è mai pronto alla morte, ma l'idea che la sorte peggiore sarebbe stata addormentarsi e non svegliarsi più era di qualche conforto ad Edward, in quel momento gli era stata negata anche quella magra consolazione.

Era ormai qualche minuto che tutto era tranquillo, niente dolore, niente folle sadico in vista, il prigioniero si sentiva quasi bene ed ebbe così modo di iniziare a percepire le necessità del suo corpo.

Un vuoto si era formato in centro all'addome, aveva una sensazione che sposava perfettamente i concetti di fame e sete, ma con qualcosa in più, era una necessità indescrivibile, che a quel punto mutava in un desiderio molto simile a quello sessuale.

Lo sciamano a quel punto era nuovamente davanti al prigioniero e parlava, frasi indistinguibili, parole senza senso, era come un lontano eco al quale nessuno stava facendo caso.

Tutta l'attenzione di Edward era concentrata sugli occhi del carnefice, vedeva i sottili fili rossi formati dalle arterie, poteva sentire il cuore di quel tizio battere, era come un tamburo.

I pensieri seguivano quel perfetto ritmo chiamato “vita”, batteva, batteva un colpo dietro l'altro, ad Ed sembrò di poter vedere ogni singola vena che attraversava il viso di quell'uomo, fissando il suo collo gli sembrò quasi di poter percepire una leggera dilatazione seguita subito da una contrazione dovuta alle arterie che pompavano il sangue al cervello.

Era come stregato da quella figura, sentiva di aver bisogno di lui, sentiva tutto il suo corpo che desiderava quella persona, un sentimento nuovo che non aveva confronti con qualunque altra sensazione avesse provato nella sua vita.

Fu riportato alla realtà da un tubo che gli veniva inserito in bocca, un imbuto, uno di quelli strani che si usavano spesso nelle torture ai prigionieri, strumento che conosceva molto bene, l'ideale per estorcere delle informazioni anche alle vittime più ostinate: considerò che non aveva mai avuto la fortuna di averne a disposizione uno così “professionale”.

Subito un liquido rosso gli venne versato direttamente in gola, non riusciva a sentirne il sapore, ma sentiva che lentamente quella strana sete veniva placata. Alcune gocce erano scivolate fuori dall'imbuto e avevano toccato le labbra ed ecco un gusto metallico, un gusto ben conosciuto: era sangue.

Il nettare vitale scendeva lungo l'esofago, caldo, veloce, un piacere lungo ed intenso, Edward, nonostante riconoscesse la perversità di quelle sensazioni, seguiva attentamente le evoluzioni di quel nuovo tipo di piacere, constatò che era “completo”, totale e a ben sentire il liquido non raggiungeva mai lo stomaco, era come se venisse assorbito dal suo corpo.

Litro dopo litro il corpo del prigioniero continuava ad assorbire ogni goccia, sapeva che c'era qualcosa che non andava, sapeva che qualcosa era cambiato, ma solo quando l'ultima goccia di quel nettare scese dall'imbuto ebbe la vera sorpresa.

Strinse i denti, ogni muscolo del suo corpo si contraeva e come una scarica elettrica attraversò la spina dorsale, sentiva la forza di mille titani, sentiva qualcosa di nuovo, una fiamma dentro che tutto d'un tratto era diventata un incendio.

In pochi istanti riprese tutte le energie, sentiva di poter nuovamente tornare all'attacco, che era arrivato il momento di liberarsi e fuggire da quel luogo di tortura, ma soprattutto sentiva la necessità di uccidere il suo carnefice: lo voleva morto.

Edward iniziò a far forza sulle manette che lo tenevano saldamente legato. Un colpo secco, un altro colpo secco, come in preda ad un raptus di lucida pazzia tentava in tutti i modi di liberarsi.

«Non preoccuparti “ombra fiammeggiante” avevo previsto una cosa simile, quelle manette non si spezzeranno, i giochi possono continuare, non credere che il mio repertorio termini con le torture. In cinque anni ho progettato numerosi piani di riserva, nulla andrà storto credimi.»

Lo sciamano guardava Ed con occhi strani, la follia di quell'espressione era lucida, come quella di maghi ed alchimisti che si compiacciono nella contemplazione delle loro creazioni aberranti. Purtroppo il prigioniero si accorse anche che non era lui quella creazione, il folle stava guardando dentro di lui, il suo corpo era solo una cavia sulla quale sperimentare.

«Tu parli troppo, ti conviene uccidermi.»

Ed parlò con sguardo di sfida, sapeva perfettamente che non avrebbe avuto il coraggio di farlo, ormai per il carnefice era diventata una questione personale, metteva alla prova le proprie conoscenze per ottenere i risultati che si era prefisso, allo stesso tempo però sperava in un capovolgersi della situazione, un occasione per reagire.

«L'ho già fatto stupido arrogante.»

La risposta lasciò spiazzato Edward «Cosa stai dicendo?»

«Il solito stupido assassino, anzi ora è meglio dire “giovane vampiro”.» Il carnefice scoppio in una gustosa risata lasciando ancora più stupefatto il suo piccolo giocattolo.

L'assassino sapeva dell'esistenza delle creature della notte, ma fortunatamente non gli era mai capitato di incontrarne una, si narravano storie fantastiche sulla loro imbattibile forza ed ineguagliabile astuzia. Non avrebbe mai immaginato che quello sciamano pazzo fosse in realtà un vampiro.

«Tu stai mentendo, sei la parodia di un verme, non puoi essere un vampiro.»

«Hai ragione, io non sono un vampiro, il mio cuore batte, sei tu ad esserlo, ora però sta zitto.»

«Bastardo non trattarmi così o...»

«O cosa Edward? Mi sventri come un maiale con la tua spada? La vera forza sta qui dentro - disse picchiettando sulla testa del prigioniero - peccato che nella tua passino solo armi, forza bruta e qualche donnaccia dai facili costumi, sei un degenerato, dovresti ringraziarmi di averti fatto vivere almeno una volta nella tua inutile esistenza.»

7

Lo sciamano sostava a mezzo metro da terra trapassato da un immenso spadone, l'arma sembrava fatta di nebbia, una nebbia nera che faceva solo intuirne la forma.

Ad impugnarla era un immenso essere, anch'esso sembrava fatto di fumo nero, a dire il vero sembrava un tutt'uno con la spada. Aveva lunghe corna ricurve, immense ali da pipistrello che sembravano scarnificate e decadenti, il tutto era tenuto assieme da un corpo robusto non ben delineato a causa della sua natura gassosa.

Il temibile essere doveva essere alto quasi tre metri, con occhi simili a lanterne che proiettavano una luce rossa e malvagia, fissavano lo sciamano che finiva di dimenarsi infilzato dalla spada. La creatura sembrò provare piacere nel vedere questa scena.

Purtroppo la tortura durò troppo poco, infatti lo sconosciuto sciamano esalò quasi subito l'ultimo respiro, nessuno seppe mai nulla sul chi fosse davvero e come fosse entrato in possesso di tutte le informazioni inerenti Edward, morì portando con sé sogni, ambizioni e segreti.

L'essere a quel punto abbassò l'arma lasciando che il corpo scivolasse via e si avvicinò al prigioniero, girava attorno al tavolo delle torture osservandolo con cura, con ansia il disgraziato assassino osservava le movenze del cupo essere, sentiva il respiro, notò che guardando con un po' di attenzione era quasi possibile vedere attraverso quel corpo di nebbia.

L'essere fece ancora un giro attorno al tavolo, sembrò annusare con cura l'uomo, poi alzò la spada e la fece vorticare sopra la testa, un giro, due giri e la terzo calò il colpo. La lama trafisse il suolo portando via parte del tavolo di legno.

«Tu da ora mi appartieni.» Una voce abissale, un eco proveniente da ogni direzione, poche parole che risuonavano come una preghiera solenne proveniente dall'aldilà.

«Rimarrai in torpore per sei secoli, tredici lustri e un anno, solo a quel punto ti risveglierai e compierai la mia volontà. Fino ad allora il tuo corpo sarà il mio e al giusto tempo tu tornerai a me come un vivo che cammina tra i vivi, io ti rendo la tua anima corrotta.»

Edward non capiva cosa intendesse quell'essere e perché si sentisse così strano, ascoltarlo era un impresa estenuante, ogni sua parola era come se lavasse parte delle forze appena recuperate fino a lasciarlo completamente svuotato da ogni energia.

Infine si addormentò.

8

Fu come essere seppelliti sotto una montagna, ogni giorno che trascorreva, un masso veniva tolto, ma c'era sempre troppo perso per poter riaprire gli occhi. Era tutto nero, non era sgradevole quel luogo, era come trovarsi nell'unica vera casa, l'unica cosa di cui Edward si dispiaceva era che in quel luogo tutto era buio e sebbene sapesse come muoversi, non riusciva a vedere nulla.

Per molto tempo rimase solo, dormiva e nei suoi sogni era solo.

A volte nei momenti di maggiore depressione si sentiva in prigione, ma poi quella sensazione passava e sopraggiungeva la netta sensazione che l'odio era l'unico sentimento giusto.

Poi un giorno o una notte, non aveva idea di cosa succedesse fuori da quella stanzetta tutta buia, un nuovo amico arrivò in quella stanza, Ed sapeva che quest'ultimo doveva essere davvero cattivo, infatti fin da subito venne messo a dormire per terra, lui sentiva di non potersi confrontare con quel tizio nuovo e quindi dovette accettare quel sopruso.

Ne seguirono altri, nel giro di breve tempo quell'intruso si era preso tutto, occupava tutto lo spazio in quella stretta stanzetta e non faceva altro che tormentare il povero Ed.

Quest'ultimo non era mai stato educato alla pratica della sopportazione, quindi si ribellava, ma veniva schiacciato, quando ci provava veniva malmenato da quell'intruso, non gli restava che meditare vendetta e coltivare odio su odio. Lì gli era così facile provare sentimenti malvagi, gli era così facile cedere agli istinti più barbari e crudeli, non fece nulla per rinnegarli, anzi lasciò che questi lo seducessero totalmente.

Fu verso la metà di quel lungo periodo di buio che Edward comprese chi fosse il suo sgradito coinquilino, era un pezzo che provava quella strana sensazione, un continuo deja vu, non era mai riuscito a ricollegarlo ad un ricordo nitido, finalmente quel “giorno” era arrivato alla sola risposta possibile: il misterioso tiranno era il diavolo, quello fatto di nebbia scura, quello che lo aveva addormentato chiudendolo lì.

Perché anche lui si trovava lì?

Cercò più volte di parlargli, ma ogni volta veniva stretto al angolo e martoriato, mutilato, torturato, quell'essere sembrava non conoscere limiti in quanto a crudeltà.

Continuò così, ma il tempo passava e il peso che chiudeva quella stanza si faceva più leggero.

Dovevano mancare ormai pochi blocchi e finalmente quel diavolo maledetto parlò.

Edward era rannicchiato in un angolo da tempo indefinito, la sua volontà era a pezzi, ormai era un bestia fatta d'odio.

Non cercava più di parlare, chiuso in se stesso sbavava e ringhiava, a volte piangeva e si autocommiserava, spesso scoppiava a ridere istericamente e si diceva «Io sono Edward, io non ho una mamma, chissà se avrei voluto bene ad una mamma», oppure vaneggiava riguardo agli ultimi attimi della sua vita: il tradimento, la tortura e il sonno irreale che stava vivendo.

Fu durante questi deliri che il dannato diavolo parlò:

«Tu mi appartieni, lo ricordi?»

Ed ridacchiava: «Sì, sì, io ti appartengo, sì, sì.»

«Tra non molto saremo di nuovo liberi e tu seguirai me, hai capito?»

«Sì ti seguirò, ma tu non farmi ancora male.» Ed piagnucolava.

«Se non lo farai ti chiuderò per sempre qui dentro, hai capito?»

«No ti prego, hai rovinato la mia stanza, ora non mi piace più, io ti aiuterò, io seguirò solo te, ma non ancora qui, ti prego, ti prego mio padrone.»

«Il nostro nome ora è Alexander, ricordalo, Edward è morto non esiste più.»

«Io sono Alexander, io non ho una mamma, chissà se avrei voluto bene ad una mamma.»

«Non ti preoccupare per il tuo passato, tanto non ricordi molto.»

«Va bene, sì, ho dimenticato il mio passato, io sono Alexander e non ricordo molto il mio passato, io non ho una mamma e questo mi rende triste.»

«Ora taci è tempo di riaprire gli occhi.»

Edward sentì quel pesante sonno svanire, gli sembrò di rivedere il mondo, ma da lontano. Era alienato, come un drogato o un ubriaco, tutto era lontano da lui, era come se sbirciasse fuori dai suoi occhi neanche fossero finestre irraggiungibili dall'altro lato della stanza.

Intravide le mani, non erano le sue, ma come mai erano attaccate al suo corpo e perché non era lui a muoverle?

9

William si svegliò, in qualche modo era riuscito a respingere quel ricordo, finalmente tutto era stato spinto nuovamente nei meandri perduti della mente.



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