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lavoro pubblicato venerdì 26 settembre 2008
ultima lettura giovedì 12 dicembre 2019

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Tours, Francia - Cap. 3

di monicade. Letto 843 volte. Dallo scaffale Pensieri

…questa è la mia casa…    Entrai nella stanza 414, al quarto piano dell’ostello, dopo aver compilato tutta la documentazione necessaria al check in. L’ostello si trovava proprio al centro della città,.....

…questa è la mia casa…

Entrai nella stanza 414, al quarto piano dell’ostello, dopo aver compilato tutta la documentazione necessaria al check in. L’ostello si trovava proprio al centro della città, ed esattamente davanti l’università. Era un vecchio palazzo molto grande, che ogni anno riservava l’intero quarto piano, e parte del terzo, agli studenti stranieri.

Il corridoio era lunghissimo e la mia camera era, naturalmente, alla fine; ovviamente di fronte al bagno, ma lontana da docce e cucina. Sì perché nelle camere non c’era il bagno, ma solo un piccolo lavandino con lo specchio; il resto era tutto in comune: docce, toilettes, cucina e sala da pranzo.

All’inizio l’idea di condividere luoghi cosi privati con altre ventitre persone – tanti erano i miei “coinquilini” del quarto piano – un poco mi spaventava, o meglio, mi imbarazzava; ma col tempo ci feci l’abitudine, soprattutto quando scoprii che le pulizie dei luoghi comuni non toccavano a noi!

Ma non voglio divagare.

Entrai nella stanza 414 e subito venni presa dallo sconforto più totale. Ero disperata. Quella non assomigliava minimamente alla camera che avevo immaginato nei mesi precedenti, anzi, era molto peggio di quanto avessi mai potuto pensare. Era sporca, vecchia, con i muri di un deprimente giallo-panna-acida-scaduta-da-tre-mesi e, soprattutto, aveva una strana pianta a forma di “U” che rendeva quei nove metri quadri quasi invivibili. Nel tempo scoprii che, oltretutto, quella doveva essere anche la stanza più piccola dell’intero edificio…. La finestra assomigliava ad un parallelepipedo schiacciato, e le tende dovevano avere amorevolmente ospitato ogni sorta di parassita, negli ultimi anni.

Quella strana pianta era dovuta, probabilmente, alla presenza di un pilastro portante, proprio nel mezzo della stanza; pilastro che era stato camuffato da un paio di muri in cartongesso, nei quali era stato ricavato un minuscolo guardaroba e lo spazio per il lavandino. Oltre al letto, che quantomeno era davvero comodo, a completare l’arredamento contribuivano una scrivania, tra la finestra ed il guardaroba; ed una cassettiera ai piedi del letto.

La prima domanda che posi a me stessa, in quei primi cinque minuti, fu: “Perché hai scelto questo posto?”. Risposi al quesito crollando in lacrime sulle mie ginocchia, esplodendo così, nell’ennesimo irrefrenabile pianto. Mi abbandonai alla tristezza infinita per un tempo breve, volevo cercare il lato positivo della situazione e cominciai a pensare ad un modo per cambiare quel posto. Innanzitutto, notai che la disposizione ad “U” degli spazi creava una sorta di doppio ambiente, che nascondeva letto e cassettiera a chi entrava nella stanza.

Mi sembrò un ottimo vantaggio, data la mia leggendaria propensione al disordine. Avrei potuto simulare un’esplosione vulcanica sul letto e nessuno, entrando, l’avrebbe vista. Il mio ottimismo stava finalmente tornando a sorridere.

Cominciai a disfare le valigie ed in pochissimo tempo riempii ogni cassetto, ogni spazio ed ogni buco a mia disposizione; misi le mie lenzuola sul letto, e queste, assieme agli asciugamani in coordinato verde acido, diedero un po’ di colore al grigiume di quel giorno.

Subito attaccai al muro le foto dei miei cari: il mio gatto, Jon Bon Jovi e Freddie Mercury, dai quali sono fatalmente ossessionata. Ma non bastava. C’era ancora troppa panna acida. Nei giorni successivi, comprai una lunga corona di fiori di plastica, era la cosa più orribile che avessi mai visto, ma era funzionale alla mia idea di arredamento. L’appesi nella parte più nascosta della camera e divenne motivo di vanto ed orgoglio per tutto il resto del mio soggiorno in Francia.

A riempire gli ultimi spazi di muro rimasti liberi, contribuirono tre lunghi rotoli di carta regalo, di colore verde, azzurro e viola.

La sobrietà è una caratteristica che mi contraddistingue da sempre.

Su di essi attaccai qualsiasi tipo di volantino, brochure e biglietti che accumulavo nel tempo ma, soprattutto, essi divennero una sorta di spartito su cui scrivevo frasi di canzoni rappresentative dei miei diversi stati d’animo. Li riempii in fretta e, quella sorta di vademecum della mia anima, divenne lettura interessata per tutti coloro che entravano nella mia stanza. Mi valsero, inoltre, l’appellativo di “colei che scrive sui muri”, o più simpaticamente la “schizofrenica”. Attaccai anche disegni, cartoline e poster, fin sulla porta, e, per finire, dimostrai tutta la mia italianità (e le mie origini del sud, in particolare), appendendo una corda, per stendere la biancheria, lungo tutta la camera, dalla porta alla finestra. La mia idea ebbe successo, e vidi cose simili in altre stanze sebbene, essendo la mia la più lunga e l’originale, solo entrando dalla mia porta la gente esclamava: “Ecco Napoli!!”.

A metà pomeriggio decisi di fare un veloce giro per la città, almeno per rendermi conto di dove fossi capitata e per vedere, finalmente, la Loira.

Avevo appuntamento con Sara, la ragazza con cui avevo diviso la borsa, e sua madre che l’aveva accompagnata. Cenammo assieme, ad un orario degno delle abitudini del nord Europa: le 18.00. Alle 23.00 avevo di nuovo fame.

Dopo il pasto, cercammo assieme di raggiungere Plâce Plum, il centro del piccolo borgo medievale. Riuscimmo a perderci quattro volte, tante quante sono le stradine che circondano la piazza. Alla fine la trovammo e, subito, mi innamorai dell’atmosfera di quel luogo; romantica ed un po’ decadente grazie ai suoi tetti neri d’ardesia. I tavolini dei Cafés brulicavano di gente in quel tardo pomeriggio di settembre; musicisti di strada, studenti, anziani, punkabestia e molti cani, sembravano avere in quella piazza il loro luogo di ritrovo quotidiano.

Era davvero il cuore pulsante della città, così come la definiva la mia Rough Guide.

Ero estasiata ma anche molto stanca, e decisi che come prima sera era abbastanza. Tornai in ostello che, nel frattempo, aveva cominciato a prendere vita. La maggior parte delle stanze era ancora disabitate; oltre a me, quel giorno, erano arrivati alcuni studenti inglesi e quattro americani, con cui avevo tentato un timido approccio in inglese.

Purtroppo però, a volte, certi stereotipi culturali corrispondono a verità.

Gli inglesi non furono così accoglienti come avevo sperato e, per tutti i mesi successivi, formarono un gruppetto impenetrabile e di difficile coinvolgimento nelle feste o negli accadimenti vari; era, inoltre, quasi impossibile entrare a far parte del loro entourage se nel tuo albero genealogico non erano rintracciabili avi anglosassoni. Solo una di loro si dimostrò essere davvero interessata ad entrare in contatto con le altre culture, Amy, la più stravagante ragazza che abbia mai conosciuto. Era una cantante, aveva una voce da soprano acutissima, ed era sempre di buon umore; ti faceva sorridere Amy, perché, a volte, era di una prorompenza imbarazzante ma, soprattutto, era in grado di trascinarti facilmente sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Non importava quante volte ti incontrasse nel corridoio o nella sala comune, anche se ti aveva appena incrociato, lei ti poneva sempre la stessa domanda e sempre con lo stesso acutissimo tono di voce: “Salut, ça va? Qu’est ce – que tu as fait aujurd’hui?”, che tradotto vuol dire, “Ciao, come va? Cosa hai fatto oggi?”. A volte il tono poteva farsi più serio ed Amy ti guardava intensamente negli occhi, ma la domanda, quella no, non cambiava mai ed ogni volta che qualcuno di noi ti chiedeva la stessa cosa, sapevamo a chi si stava riferendo!

Gli americani, poi, rappresentarono un capitolo a sé stante. All’ostello, probabilmente, vivevano i quattro elementi più rappresentativi dello stereotipo che in Europa abbiamo degli statunitensi: due cheerleaders, lo sfigato e l’aspirante marine conservatrice. Per le loro caratteristiche psico – attitudinali, si guadagnarono prontamente i soprannomi di “cheerleader”, ma questo era semplice; “bulimica”, indicativo di una sua certa abitudine di cui mi resi conto abitando davanti le toilettes; “Mortimer”, grazie alla sua fisicità ed alla sua tipica espressione del volto; ed infine “la figlia del demonio”, grazie allo sguardo che la ragazza ti riservava quando ti salutava. Quando mio fratello venne a trovarmi, qualche tempo dopo, appena li vide seduti sui divanetti della stanza comune, coniò gli appellativi di “bellezza”, “intelligenza” e “simpatia”.

Non abbiamo mai avuto grandi rapporti con loro, tutti noi abbiamo tentato di parlare o iniziare una sorta di conversazione, ma il disinteresse verso il nostro gruppo era palese; solo la figlia del demonio era più disponibile al dialogo, ma la prima domanda che mi pose fu di quelle che ti fanno dubitare della superiorità dell’uomo sulla scimmia o, più in generale, sull’intero mondo animale.

Mi fermò un giorno nel corridoio e mi disse, con aria stupefatta ed incredula, che era stata al mercato, dove aveva visto ambulanti che vendevano pollame e carni varie. Mi chiese se avevo mai visto un pollo dal vivo, intendendo un pollo non confezionato o ridotto in meri petti ed alette; dissi di sì, ovviamente, che ne avevo addirittura visti di vivi. Lei si stupì ancora di più e, con una voce ed un’espressione che indicano pura gioia ed eccitamento infantili, mi disse: “The one I’ve seen had feet!! Can you believe it? A chicken with feet![1].

Non so con esattezza quale espressione si dipinse sul mio volto; so che feci davvero una grande fatica a trattenermi dal ridere. Cercai con tutta la forza di mantenere una calma apparente e, seria, le dissi: “Vreiment? Les pies? Un poulet avec des pies? Comment sont les poulet en Amerique?”[2], e non mi resi neanche conto che le stavo rispondendo in francese anziché in inglese. Lei allora mi disse che negli Stati Uniti i polli hanno semplicemente le cosce, e che, soprattutto, sono già cellophanati. Non capivo esattamente se ciò che stavo ascoltando fosse reale o no; non riuscivo, non volevo credere che davvero lei potesse pensare che “pollo” stesse ad indicare esclusivamente le cosce. Non poteva essere vero, ma invece, tragicamente, era proprio così.

Dopo quel primo infruttuoso tentativo di parlare con i ragazzi inglesi, dunque, andai in camera mia. Erano circa le 23.00.

Dovevo essere la persona più stanca della terra, ma cercai lo stesso di connettermi alla rete Wi – Fi dell’ostello, nella speranza di trovare mio fratello o chiunque conoscessi online; ma ogni mio tentativo fu inutile. Disperata, mi lascia cullare lentamente verso l’abisso della nostalgia più nera; cominciai a temere che tutti i miei sei mesi sarebbero stati come quella sera: io da sola con me stessa, desolata nella mia stanza. E più mi perdevo in questi tristi pensieri più piangevo e volevo tornare a casa. Volevo qualcuno con cui parlare, qualcuno che parlasse italiano; ero in un paese straniero, in una camera orribile e non parlavo la lingua ma, soprattutto, per la prima volta in vita mia, era davvero sola.



[1] “Quello che ho visto aveva le zampe!! Ci credi? Un pollo con le zampe!”

[2] “Davvero? Zampe? Un pollo con le zampe? Come sono i polli in America?”



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