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lavoro pubblicato venerdì 26 settembre 2008
ultima lettura venerdì 11 ottobre 2019

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Tours, Francia - Cap. 2

di monicade. Letto 734 volte. Dallo scaffale Pensieri

…leaving home it ain’t easy…   9 settembre 2007  L’estate trascorse lentamente, sembrava non voler passare mai, sembrava voler trattenermi a casa, nella mia piccola provincia. E questa sensazione creava un fortiss.....

…leaving home it ain’t easy…

9 settembre 2007

L’estate trascorse lentamente, sembrava non voler passare mai, sembrava voler trattenermi a casa, nella mia piccola provincia. E questa sensazione creava un fortissimo contrasto con ciò che io provavo. La voglia di partire era ormai diventata incontenibile. Non riuscivo a pensare ad altro e, quando mi fu assegnato l’alloggio, iniziai a pensare a come decorare i miei nove metri quadrati all’Auberge de le Jeunesse, “Vieux Tours”.

Quella sarebbe stata la mia casa per tutto l’inverno seguente; quella sarebbe rimasta la mia casa per sempre.

Divenni la più assidua frequentatrice del sito web del comune di Tours; già in agosto ero a conoscenza di tutte le iniziative culturali presenti e future dell’anno. Stavo già organizzando le serate della mia prima settimana, sicura che avrei subito conosciuto qualcuno che volesse partecipare.

Comprai dizionari e grammatiche francesi, che ancora oggi rimangono intense nella mia libreria, a causa della mia patologica riluttanza verso la lingua e la cultura d’oltralpe. Sì perché io non ho mai amato la Francia, non volevo neppure andare a Parigi qualche anno fa; ho sempre e solo consacrato il mio cuore alla vecchia Albione, il caro Regno Unito. Ed una delle mie più grandi paure era di innamorarmi della Francia, nonostante tutti i miei preconcetti e, devo ammetterlo, pregiudizi.

Ma volevo partire e qualsiasi luogo sarebbe stato perfetto.

Una settimana prima della partenza cominciarono le crisi di panico. Avevo paura, ma che dico, ero pietrificata dall’idea di vivere sei mesi lontana. Io, che mi ero sempre vantata di essere un’indomita cittadina del mondo, sempre pronta a partire, senza fissa dimora; io, che per tutta la vita avevo sognato quel momento. Ecco, proprio io piangevo all’idea di lasciar casa per così tanto tempo.

Una bambina dell’asilo avrebbe riso guardandomi.

Avevo paura di lasciare il mio gatto, i miei amici, la mia famiglia. Avevo l’insensato timore che si dimenticassero di me, che si accorgessero che non ero per nulla necessaria alla loro vita. Ero paralizzata all’idea che, alla fine, in Francia non sarebbe cambiato nulla ed io sarei sempre stata la me stessa che non volevo essere; mai in grado di esprimere le mie emozioni.

Insomma, avevo paura.

I miei amici organizzarono una festa di Arrivederci a casa di mio fratello, un paio di giorni prima della partenza. Fu davvero bello. Salutai tutti per tempo, così da potermi dedicare a me stessa ed alla mia famiglia.

La mattina del nove settembre andai a Messa, non volevo partire senza un appoggio divino, poi iniziai a fare i bagagli; anzi, IL bagaglio, dal momento che avevo un’unica enorme valigia. Riuscì a farci stare tutto il necessario per sei mesi di vita. Era talmente pesante che ci vollero mio padre e mio fratello per caricarla in macchina; e così grande che diverse persone, durante il viaggio, mi domandarono se ci avessi messo il cadavere in pezzi di qualcuno.

Il mio treno partiva alle 20:10 di domenica nove settembre, dalla stazione di Padova.

Alle 18:20 ero in piena crisi isterica nel bagno di casa mia, con mia madre che faceva di tutto per consolarmi e cercare di calmare il mio pianto irrefrenabile.

Avevo ceduto. Non piangevo in quel modo dalla morte del mio amato criceto. Mi era crollata addosso tutta la tensione accumulata nei mesi d’attesa. Non mi ero mai sentita così attaccata alla mia città come in quel momento; non avevo mai capito quanto i miei amici mi avevano dato in lunghi anni di amicizia, talvolta un po’ sopita.

Ma lo stavo capendo alle 18:20 e continuai a capirlo fino alle 19:30 quando salutai mia madre.

Lei non volle accompagnarmi alla stazione, non voleva vedere il treno che mi avrebbe rapita, preferiva salutarmi di corsa sulla porta di casa, mascherando malamente le sue lacrime di mamma. E così l’abbracciai e la baciai.

Era la prima volta che abbracciavo mia madre nella mia vita da adulta. Avevo smesso di farlo durante l’adolescenza, non ricordo con precisione il momento, ma ricordo esattamente il perché. Mi ero convinta che per ogni cosa ci fosse un’età, anche per abbracciare tua madre e baciare tuo padre. Mi vergognavo, non ce la facevo più, quando da piccola donare loro il mio amore era una delle mie attività preferite. Ed ero anche brava. Ma a tredici anni avevo deciso che sarei diventata una donna forte e che le smancerie non facevano per me. Smisi dunque qualsiasi dimostrazione di affetto verso gli essere umani.

In realtà dimenticai come si faceva, e quanto bene ti faceva sentire. Col tempo, divenne sempre più difficile e mi imbarazzava a talmente l’idea di dire ti amo ai membri della mia famiglia che non lo feci mai più, e facevo fatica anche a salutarli con il bacio sulla guancia quando partivo per uno dei miei viaggi.

Ma quella volta no, avevo deciso che l’erasmus mi avrebbe aiutata a tirar fuori ciò che era sepolto in me sotto sei piedi di imbarazzo e paura, quindi, tanto valeva cominciare.

Abbracciai mia madre e mi sentii bene.

Mio padre e mio fratello mi accompagnarono alla stazione ed io già immaginavo la mia triste dipartita, solitaria nelle nebbie che precoci avvolgevano il nord - est. Ma sulla banchina numero sei, ad attendermi, c’erano tutti i miei amici e, senza dirlo, cominciai a piangere… un’altra volta.

C’erano tutti ed anche mio padre che, a differenza di me i suoi sentimenti li mostra anche troppo di frequente, cominciò a piangere dissimulando la tensione camminando freneticamente per la banchina e fumando innumerevoli sigarette.

Arrivò il treno, in ritardo ovviamente, e tutta la tensione esplose di nuovo. Dopo le prese in giro ed i canzonamenti i miei amici si fecero seri e mi salutarono nella maniera più intima che ognuno poteva. Elena mi diede un pacchetto con l’ordine preciso di aprirlo sul treno. Non ebbi il tempo di abbracciare mio padre e mio fratello, perché dovetti salire di corsa sul treno e trovare il mio posto verso la Francia.

Piansi disperatamente e singhiozzai fino a Verona, per crollare poi rannicchiata occupando un posto non mio. A Milano venni brutalmente svegliata dall’aprirsi delle porte dello scompartimento; erano le mie compagne di viaggio: tre enormi donne russe, che parlavano esclusivamente la loro lingua, e che, soprattutto, sembravano non avere alcuna intenzione di abbassare la voce o, tantomeno, riposare.

Mi precipitai al mio posto, la cuccetta in alto, senza proferire parola, e con gli occhi gonfi quanto il nodo che mi occupava la gola. Volevo dormire, tutto ciò che desideravo era cadere in catalessi e risvegliarmi a Parigi. Ma non fu possibile per le due ore seguenti, e le gentili signore risposero al mio cortese tentativo di spegnere la luce con un “No! Aspett’!”, scandito a chiare lettere e con voce tonante dalla donna più alta e cattiva che avessi mai visto. Terrorizzata attesi e, sfinita, mi addormentai.

Durante il viaggio mi svegliai circa ogni due ore per correre in bagno. Stetti male, fu il viaggio peggiore della mia vita. Il numero di volte in cui rigurgitai fu di poco inferiore a quello del mio primo viaggio negli Stati Uniti (in quell’occasione raggiunsi la cifra record di undici volte!).

Alle 8:40 di mattina venni svegliata dal capotreno che, avendo avuto pena di me durante la notte, mi offrì un tè caldo ed il suo aiuto per trascinare il “mostro”, ossia la mia valigia, fino all’uscita della Gâre de Bercy.

Ero arrivata. Ero in Francia. Era una bellissima mattina di fine estate, avevo venticinque anni, ero a Parigi ed ero felice.

Dopo una costosa corsa in taxi per cambiare stazione (mi sentivo così chic in taxi per le strade di Parigi), dove per la prima volta misi alla prova il mio francese arrugginito, finalmente presi il TGV per Tours. Altre due ore e mezzo e sarei giunta alla fine del mio lungo viaggio.

Arrivai verso le 14:00, affamata, stanca, sporca. Non era certo così che avevo immaginato il mio inizio francese. Ma appena uscita dalla stazione ebbi un dejà-vu, o meglio, mi ricordai di essere già stata a Tours cinque anni prima, con Lisa ed Angela, durante il nostro inter-rail. Ricordavo le toilettes della stazione, le torri campanile della cattedrale che si scorgevano in lontananza, la fontana nella piazza e, soprattutto, ricordai che anche allora mi sentivo affamata, sporca e stanca.

Certe cose non cambiano proprio mai.



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