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lavoro pubblicato venerdì 26 settembre 2008
ultima lettura giovedì 10 ottobre 2019

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Tours, Francia - Cap. 1

di monicade. Letto 800 volte. Dallo scaffale Pensieri

… se telefonando…    22 maggio 2007  Guardai il cellulare, erano le 16:26. Uff che noia, faceva caldissimo in quell’aula studio, anzi, sala lettura, come le chiamano qui a Venezia. Davanti a me c’erano Barba.....

… se telefonando…

22 maggio 2007

Guardai il cellulare, erano le 16:26.

Uff che noia, faceva caldissimo in quell’aula studio, anzi, sala lettura, come le chiamano qui a Venezia. Davanti a me c’erano Barbara e Silvia, le mie compagne di corso che tentavano invano di riportare la mia attenzione sui libri.

Ma quel giorno era davvero impossibile.

Stavo vivendo attimi eterni, seduta ad aspettare un messaggio che mi dicesse se avevo ancora una reputazione oppure no. Non sapevo che, in realtà, stavo aspettando il mio ennesimo due di picche.

Sì perché di me tutto si poteva dire, ma non che fossi fortunata in amore. Venticinque anni e nessuna storia seria, importante, da raccontare. O meglio, un paio di avventure da romanzo, come prese dal copione di un vecchio fil hollywoodiano, in grado di suscitare sempre le stesse reazioni nelle persone che le ascoltano: incredulità ed un pizzico di invidia per i sentimenti vissuti. Ma nulla di più. Ed io ero sempre stata alla ricerca del grande amore, sempre in attesa di qualcosa, come in quel momento ero in attesa di un suo sms.

L’avevo invitato ad uscire qualche giorno prima e lui aveva risposto con un messaggio ambiguo, né sì né no; la soluzione ideale per alimentare false speranze. Allora avevo deciso di chiamarlo di nuovo per quella sera, ed era una sua conferma quella che attendevo.

Stavo raccontando questa storia, per quella che doveva essere la ventisettesima volta, a barbara e silvia, che quel giorno dimostrarono di avere eccezionali doti di pazienza e calma interiore; quando, finalmente, lo schermo del mio telefono si illuminò. Corsi fuori da una finestra e, come tutte le volte che aspetto risposte importanti, totalmente dimenticandomi di respirare. Non feci caso al numero sullo schermo, o mi sarei accorta che le cifre non corrispondevano alle sue, ma, piuttosto, che le prime tre indicavano il prefisso di Venezia.

“Pronto?”, dissi io con la voce tremante.

“Salve, sono Romina, dell’ufficio relazioni internazionali di Ca’ Foscari[1]. Parlo con Monica?”, mi rispose una voce troppo femminile per essere la sua.

“S - sì, salve sono io” disse la ragazza delusa dalla vita.

“Bene Monica, ti chiamo per comunicarti che la tua domanda di borsa residua Erasmus è stata accettata”.

Avevo presentato domanda per una borsa residua Erasmus qualche mese prima, dopo essere stata scartata alla prima assegnazione; e per quel tempo mi ero completamente dimenticata di averlo fatto.

“Come scusi? Cioè, in pratica, ho vinto l’Erasmus?”, cadevo completamente dalle nuvole.

“Sì! Sei contenta? Solo che c’è un piccolo problema. Tu avevi presentato domanda sia per Tours che per Cardiff…”.

“Sì”

“Ecco, sei risultata idonea per entrambi. Ma devo avvertirti che se scegli Cardiff puoi esclusivamente sostenere esami che non sono presenti nel tuo piano di studi; mentre se decidi per Tours l’unica condizione è che tu ne sostenga uno di musicologia, per il resto hai libera scelta”.

Ebbi un attimo di esitazione, cercavo disperatamente di organizzare un discorso coerente nella mia mente, ma tutti i miei tentativi risultarono invani.

“Ah, ok. Beh, grazie. Dunque devo scegliere…. Quanto tempo ho per decidere?”

“Guarda, trattandosi di borse residue i tempi sono ovviamente ristretti, mmmm, diciamo otto giorni? Poi si sa, prima è meglio è!”

“Otto giorni…, ok, va bene. Allora vedrò di pensarci bene e fare il più in fretta possibile”.

“Ottimo Monica! Allora aspettiamo una tua conferma. Intanto, buona giornata”.

“Ehm… grazie, e grazie per la notizia. A presto”.

Buona giornata… sembrava così semplice a dirsi.

Inutile dire che quel giorno non studiai più nulla. Il resto del mio tempo lo trascorsi tra una telefonata e l’altra; chiamai chiunque fosse presente nella mia rubrica, totalmente in preda ad un’eccitazione senza pari.

L’erasmus.

Sei anni di università e cinque tentavi falliti. Per tutta la mia carriera accademica ho cercato di abbandonare l’Italia, ed ora che ci stavo riuscendo non riuscivo a crederci.

Durante quei primi momenti, la mia reazione fu una strana calma e lucidità mentale. Cercavo di valutare i pro ed i contro di sei mesi spesi all’estero; cercavo di capire se era ancora quello che volevo. Perché proprio in quel periodo, la mia vita mi stava piacendo; ero felice dei miei amici, dei corsi, stavo studiando canto, e non ero sicura di farcela a ricominciare un’altra volta tutto.

Tuttavia, quella matura lucidità mentale durò circa quindici minuti, il tempo di chiamare mio fratello e sentirmi offendere nel peggiore dei modi. Mi disse che sarei stata una sciocca ed una pazza (anche se non usò precisamente questi termini), se come in parte era vero, stavo pensando di non partire per via di quel tipo. Mi chiese dove fosse finita sua sorella, la femminista, l’impulsiva, la viaggiatrice.

Me lo chiesi anche io ed accettai la borsa.

Sei mesi a Tours, Îndre-de-Loire, Francia; dal nove di settembre ad un giorno imprecisato di febbraio.

Era fatta.

Firmai i documenti cinque giorni dopo la telefonata, dividendo la borsa, che inizialmente doveva essere di dieci mesi, con un’altra ragazza.

Ricordo ancora lo sconvolgimento di quella firma. Iniziai a pensare a chi avrei incontrato, a come avrei vissuto, se mi sarei innamorata. Ma dimenticai di pensare alla sessione d’esami, che fatalmente per me, si concluse in anticipo, ed allo studiare il francese….

Ah, quel giorno di maggio ricevetti ancora un’altra telefonata nel corso del pomeriggio. Era LUI, questa volta, che, galantemente, mi regalò il pezzo mancante alla mia, già corposa, collezione di “No, grazie. Sei una persona troppo bella per me”.



[1] Università di Venezia



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