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lavoro pubblicato giovedì 18 settembre 2008
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alexander - (2) Plateale ingresso

di aNoMore. Letto 1046 volte. Dallo scaffale Fantasia

Salve di nuovo, sto smaltendo gli arretrati, poi rallenterò credo. Se avete letto il primo capitolo forse direte che non porta da nessuna parte, vi devo chiedere un po' di fiducia, cercherò di non deludervi. I cattivi stanno arrivando.

1

La casa in questione risaliva al 1917, anche se aveva già avuto un primo restauro nel 1952 dopo la grande guerra, non si può dire che fosse stata in buone condizioni.

Era molto spaziosa, un ampio atrio la divideva in due, dalla grande porta di ingresso terminava in una porta più piccola deva sul retro della casa, una sorta di atrio-corridoio che metteva in comunicazione tutte le stanze del piano terra.

Vi erano due porte sulla destra e due sulla sinistra, le prime portavano ad una cucina con annessa sala da pranzo, quelle di destra portavano in quello che doveva essere stato un ampio salone.

Mr. Brown non sembrava interessato ai lavori svolti sul resto della casa ed oltrepassò a passo sicuro tutto l'altro per raggiungere la porta del sottoscala che portava al piano interrato.

La scala in questione stringeva l'atrio a circa metà strada tra la porta d'ingresso e quella sul retro, formando un'ampia scalinata che portava ai piani superiori.

Sotto quest'ultima era stato ricavato un piccolo stanzino che permetteva di accedere alla scalinata che scendeva nella cantina.

Come già detto, Edo non era mai andato a curiosare nello scantinato e quasi ci rimise lo scalpo tanto era basso il soffitto. Non era un gigante, superava di pochissimo il metro e ottanta, ma per scendere dovette chinarsi di molto.

Una volta di sotto, il soffitto si fece leggermente più alto, circa due metri e tutto l'ambiente aveva il classico odore di chiuso e anche di muffa.

Il misterioso piano proibito non aveva nulla di particolare, era grande come tutta la casa, un grande stanzone spezzato solo da un muro che lo divideva a metà e quattro colonne.

Come aveva sentito dire dai suoi colleghi, ecco il vecchissimo tavolo rotondo di un metro e mezzo di diametro, con rovesciate sopra le due sedie dalla gamba spezzata e accostate le altre due in ottime condizioni, almeno, per la loro età erano in ottime condizioni.

Vi era dell'altro, arrotolato in un angolo vi era un grande tappeto, il tipico tappeto da salone valutando le dimensioni del rotolo ed una vecchia scatola per scarpe.

Subito Mr. Brown sembrò attratto da quel vecchio contenitore di cartone, lo raccolse da quell'angolo rivelando un grande stomaco, era ricoperto di sporcizia vecchia di anni.

Era tutto molto strano, a rigor di logica l'aristocratico inglese non doveva mai essere entrato in quella casa, ma ogni sua azione sembrava pilotata e pensata, in ogni suo movimento sembrava andare a colpo sicuro.

L'uomo aprì la scatola e per chi sperava in un qualche genere di rivelazione, fu una vera e propria delusione, al suo interno non vi era molto: un crocifisso di legno, un mazzo di carte da gioco italiane, sembrava un po' “alleggerito” (probabilmente mancavano almeno la metà delle carte), un pezzo di fil di ferro piegato in una forma strana, se si dovesse cercare una somiglianza potremmo dire che sembrava un vecchio chiavistello, un gessetto, un mozzicone di matita ed infine un piccolo plico di fogli ripiegati.

Nella scatola non vi era altro e Mr. William non sembrava sorpreso di questo. Edoardo osservava Elisa, la ragazza osservava l'uomo e l'uomo, Brown, lui guardava dentro la scatola.

Era quasi in adorazione, se qualcuno lo avesse osservato ad una luce migliore, magari abbassandosi un attimo per inquadrargli meglio il volto, beh si sarebbe accorto che i suoi occhi erano lucidi.

Con mano tremante afferrò il crocifisso, fece scorrere il legno sotto le dita, era antico, consumato e di un legno particolare, un legno che nessuno avrebbe potuto riconoscere.

Posò il crocifisso con cura per sfiorare il mazzo di carte, girò solo la prima carta, un re di spade e poi la posò nuovamente.

Non era chiaro il perché, ma tutti facevano silenzio e se avessero parlato avrebbero sussurrato, come quando si va in chiesa, si sussurra, ma più per abitudine che per necessità.

«Mi scusi Mr Brown, cosa sono?»

«Oggetti, oggetti antichi direi, nulla che le possa interessare davvero signorina.» La risposta era calma e bonaria e a fatica l'uomo richiuse la scatola.

Da qualche momento Edoardo si stava aggirando per lo scantinato, non sembrava esserci nulla di interessante, notò che sul tavolo rotondo erano presenti delle strane bruciature di forma rettangolare, poi notò che vi erano dei segni disegnati su una colonna, sembravano delle lettere greche ed infine notò che rovesciata al suolo, in un angolo, vi era una lastra ricoperta di abbondante sporcizia, di metallo forse, dello spessore di almeno mezzo centimetro.

«Mr Brown vuole vedere anche come stanno procedendo i lavori?» Chiese Edoardo.

«No signor Castello, conto che la mia preziosa collaboratrice abbia scelto bene la compagnia a cui rivolgersi per svolgere i lavori. Invece mi da cortesemente una mano a srotolare quel tappeto?»

Edo si fece subito avanti «Certamente.»

Con un minimo di fatica srotolarono il grande tappeto, che lasciò i due più giovani po' perplessi.

Non aveva nulla di speciale volendo essere razionali, era un tappeto, nella fascia esterna aveva il classico tema astratto, con quelle che potevano essere foglie, fiori, forme arrotondate, il tutto con una dominante azzurro-grigia e contorni neri.

La parte che però catturava subito l'attenzione era il rettangolo centrale, che seppur non creando una vera illusione ottica, sembrava disegnare l'accesso ad un paesaggio boschivo.

Se il tappeto fosse stato appeso come un arazzo, avrebbe dato l'impressione che il muro fosse bucato e dietro vi fosse stato l'accesso ad un bosco.

«Che strano.» Disse Edo.

«In effetti ha un soggetto molto strano, ma è talmente pazzo che lo vorrei nel mio salotto di casa.» Aggiunse Elisa, il che scaturì una leggera smorfia nel volto di Sir William che poteva tranquillamente essere un sorriso o forse no.

Eccoci quindi alla fine, questo fu l'esatto momento in cui le mezze stranezze divennero normalità e ciò che generalmente veniva classificato come immaginazione diviene una mezza realtà.

Basta noia, basta tranquillità, da quel momento in poi si sarebbe corso, corso a perdi fiato e pensare che tutto ebbe inizio con lo sbattere di una porta.

“Boom!”

2

Dopo aver lasciato i due all'ospedale Edoardo si era diretto a casa, ad aspettarlo vi erano i suoi genitori vistosamente preoccupati.

Era stata una settimana di cambiamento per lui, i due genitori notandolo avevano tentato di chiedere spiegazioni al figlio, ma le risposte avevano sempre spaziato dal "non voglio rispondere" al "solo qualche problema al lavoro".

Inutile dire che sia il padre che la madre avevano perfettamente intuito che il proprio bambino cresciuto stava loro mentendo e come avevano fatto in altri momenti della sua vita, preferirono non approfondire troppo, confidavano nel buonsenso di Edoardo.

Dopo cena il ragazzo era andato subito a letto, ma ancora troppa eccitazione scorreva nelle sue vene, l'ansia e la paura provata in quegli ultimi giorni gli scorreva davanti appena chiudeva gli occhi.

Disteso sul suo letto sentiva in modo quasi palpabile la presenza della vecchia scatola di scarpe che nascondeva sotto il letto, dentro vi era un crocifisso, un mazzo di carte a cui ora mancava anche il re di spade e poco altro.

La mente vagò nuovamente a quello scantinato, il rumore sordo della porta in fondo alla scalinata sbattere, l'ovvio commento di Edoardo che colpevolizzava la classica folata di vento e nessuno obiettò dicendo che non poteva scorrere aria in un luogo chiuso, ma tutto forse avvenne troppo velocemente perché qualcuno potesse fare congetture.

Passarono appena una manciata di secondi da quel rumore che fece sobbalzare un po' tutti, quando Elisa richiamò la loro attenzione:

Elisa: «Ma che succede al tappeto?»

Edoardo: «Sembra una macchia.»

William Brown: «A me sembra più una figura ammantata dagli occhi rossi.»

Elisa: «Cosa vuol dire?»

Edoardo: «Cosa sta succedendo Mr. Brown, cos'è quella faccia?»

William Brown: «Nessuna faccia, ho solo detto cos'è quella macchia sul tappeto.»

Edoardo: «È una macchia.»

William Brown: «È un segnale, vuol dire "corri fuori di qui"»

Elisa: «Mr. Brown che succede mi sta spaventando.»

Edoardo: «Non capisco, è una specie di scherzo?»

William Brown: «Nessuno scherzo, avviatevi alle scale e usciamo, dovete fidarvi di me.»

Elisa: «Sì, l'ambiente comincia a farsi pesante magari è il caso di prendere una boccata d'aria fresca.»

Edoardo: «Fidarmi perché? Costa sta succedendo Mr. Brown!»

Voce profonda: «Fidarti perché lui sa e ha paura.»

William Brown: «Prendi la ragazza e trascinala fuori, ora.»

Voce profonda: «Non c'è fretta, i giochi cominciano ora.»

Elisa: «Chi sta parlando?»

Edoardo: «Ma che razza di scherzo scemo è questo?»

William Brown: «Nessuno scherzo, tieni gli occhi aperti e sali quella dannata scala.»

Voce profonda: «Questa ragazza è proprio bella, penso la prenderò per me.»

Silenzio.

L'urlo di una ragazza.

Una figura avvolta in un mantello nero è immobile alle spalle di Elisa, la ragazza urla, ma sembra paralizzata, forse dalla paura.

Sono nitidi e perfettamente visibili gli occhi rossi di quell'essere che emettono un intenso bagliore rosso, stanno scrutando ogni centimetro della ragazza dall'alto in basso.

«Saluta mia schiava, aspettami a casa.»

La voce proveniente dalla figura ammantata aveva fatto tremare il cuore di Edoardo e aveva fatto urlare ancora di più la ragazza, che ora ai gridi di terrore mescolava più i singhiozzi e le lacrime copiose.

«Levati di lì.» Urlò Mr. Brown, ma la ragazza si mosse solo quando su di lei piombò Edoardo per allontanarla dalla presenza oscura.

La scena fu veloce e difficile da seguire con lo sguardo, il risultato fu che la spaventata Elisa si ritrovò a terra tra pianti e urla ed Edoardo era tenuto sollevato da terra dalla forte presa dell'essere.

Sentiva la fredda forza di quella che doveva essere la mano più schifosa mai esistita che gli serrava il collo fino a strangolarlo.

La convinzione di morire lo stava attanagliando, riusciva però nitidamente a sentire la strana pelle di quella mano, era cose se si trattasse di carne morta, molliccia, gelatinosa che poi sconfinava in unghie più simili ad artigli.

Elisa vide nitidamente ciò che accadde subito dopo, fu come vivere in un sogno, Mr. Brown si mosse più velocemente di quanto lei credeva possibile e sferrò un pugno al fianco della figura ammantata.

L'essere lasciò cadere a terra Edoardo, il quale impiegò qualche secondo per rinprendersi, tossiva e sbavava, si reggeva il collo sanguinante, le unghie di quel tizio gli erano penetrate nelle carni.

«In piedi, fuori di qui.» Urlò il proprietario della B&B Corp.

«I tuoi colpi non sono più potenti come un tempo.» Lo canzonò l'oscuro intruso.

«Sta un po' zitto.» E così dicendo William Brown sferrò un nuovo pugno che fece finire al tappeto la strana figura «Ciò che fai è inutile, io non combatterò mai più.»

La figura ammantata scoppiò in un agghiacciante risata, i due giovani ragazzi iniziarono a correre su per le scale constatando che la porta era bloccata, Mr. Brown si apprestava a seguirli solo con qualche secondo di ritardo.

«Dai tempo al tempo guerriero, dai tempo al tempo.» Tuonò la profonda voce dell'essere.

«Che succede?» Chiese Mr. Brown.

«È bloccata.» Disse rassegnato Edoardo.

«Fatti da parte.»

Una spallata, una seconda ed ecco la porta cedere in pezzi sotto la forza dell'improbabile imprenditore inglese, il quale non poté che apostrofare i giovani con un «Andiamo!»

I tre si muovevano assieme, spediti, era una camminata veloce, a tratti una corsa, si bloccarono alla porta della casa, la aprirono, uscirono e corsero alla lussuosa macchina.

Nel farlo Elisa inciampò su un asse di legno, rischiò quasi di cadere, ma venne presa al volo da Edoardo il quale la aiutò a continuare a correre, no, a scappare.

L'autista non capì, ma gettò via la sigaretta, i tre saltano in auto e cominciano ad urlare «Parti! Parti! Parti!» e l'auto partì: salvi... per ora.




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