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lavoro pubblicato giovedì 18 settembre 2008
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alexander - (1) Ospedale

di aNoMore. Letto 1242 volte. Dallo scaffale Fantasia

Salve a tutti, è da lungo tempo che ho una storia che mi passa per la testa e ho deciso di condividerla con il mondo. Spero non troviate troppo noioso il mio racconto e anche se così fosse, ditemelo, cercherò di migliore ogni giorno di più.....

1

Pioveva a dirotto da almeno due giorni, il cielo era incupito da grandi nuvole grigie, il maltempo avrebbe sicuramente continuato ancora per un po'.

Alla tv il meteo diceva che la pioggia sarebbe continuata per almeno un altro giorno.

«Non so te, ma a me la pioggia manda in depressione. Scommetto che anche a te un po' di sole farebbe bene, purtroppo non è periodo.»

Non so se avete presente l'odore che caratterizza gli ospedali, quel misto di vecchio, malato e disinfettante che riesce a rendere ancora peggiore la permanenza in uno di quei candidi letti dalle lenzuola ruvide.

«Non so se potrò rimanere ancora molto qui, è già una settimana che manco da lavoro, credo che se domattina non sarò in cantiere mi licenzieranno e in fondo hanno pure ragione.»

Una piccola lampada era l'unica fonte di luce per tutta la camera, creando una di quelle atmosfere in cui parli sottovoce anche senza volerlo, un po' come quando si va in chiesa.

«Così finisce questa storia quindi. Un po' mi ricorda il finale di uno dei vari Superman, quello in cui alla fine lui precipita a Central Park a New York. Portano anche lui in ospedale, ma i medici non riescono a curarlo, gli tolgono solo gli ultimi frammenti di criptonite che ha in corpo.»

Due lettini su tre erano vuoti, era quello più vicino alla finestra ad essere occupato da un uomo dai capelli grigi e la barba incolta.

Accanto a lui, su una sedia con lo sguardo perso tra le gocce di pioggia, vi era un ragazzo, non doveva ancora aver compiuto trent'anni e parlava, si rivolgeva al vecchio come se quest'ultimo potesse ascoltarlo e forse era così, spesso si dice che le persone in coma possano sentire, magari da lontano, come in un sogno, ma nonostante questo gli occhi del vecchio erano sempre chiusi: come morto.

«Ti voglio ringraziare ora, non so se una volta uscito da quella stanza avrò il coraggio di tornare, vorrei poter dimenticare tante delle cose che ho visto in quest'ultima settimana.

Eppure ti devo ringraziare, è stata la prima settimana in cui ho vissuto, sento di essere cambiato di più negli ultimi giorni che nel resto della mia vita.

Sai è da quando siamo arrivati qui che ci penso, tutto quello che è successo è stato così folle da poter essere un incubo, magari esco da quella porta e mi sveglio al suono della sveglia, un altro giorno di routine e di tutta questa storia non ricorderò nulla: io non ricordo mai quello che sogno.

È anche di questo che ho paura, se andarmene vuol dire dimenticare tutto, se questo è un incubo...»

Nelle parole del ragazzo vi era fin troppo sentimento, le guance non erano rigate dalle lacrime, ma gli occhi erano lucidi, due dighe pronte ad inondare la valle.

In mano stringeva una carta da gioco, si trattava di un re di spade, spiegare ora il modo in cui ne era entrato in possesso sarebbe quanto meno assurdo, tutto avrebbe trovato il giusto tempo, al momento basti sapere che esiste un re di spade e che da quel momento in avanti sarebbe stato conservato nel portafoglio del ragazzo.

«Non si è svegliato vero?»

Una ragazza dai lunghi capelli neri si era affacciata alla porta della camera, non faceva segreto della sua preoccupazione e non era difficile intuire che ormai era rassegnata a quella situazione.

«No Eli, nulla, se non fosse che respira, potrebbe essere morto.»

Il ragazzo stava infilandosi nuovamente il portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni, aveva appena messo via la carta da gioco.

La ragazza si avvicinò al vecchio e lo baciò sulla fronte, era vestita di nero, lunghi abiti neri che tanto contrastavano con la sua pelle bianchissima. Era davvero una ragazza affascinante, dal volto pulito, gli occhi verdi e neppure una traccia di trucco, non era la norma, ma negli ultimi tempi non vi era stato tempo per badare ai dettagli.

Il lungo impermeabile che indossava le metteva in risalto i seni, che una leggera scollatura lasciava solo intravedere.

«Edo, se vuoi andare a casa a dormire resto io con lui.»

«Se me ne vado Eli, non so se tornerò, questa è la fine.»

«Non parlare così, non dirlo neppure per scherzo!» Lo fulminò con lo sguardo, ma subito l'espressione si fece triste, quasi supplicante, sapeva che da sola non ce l'avrebbe fatta, aveva bisogno di lui.

«Mi dispiace.» Ed effettivamente era così, negli occhi del ragazzo non vi era traccia di menzogna, era distrutto almeno quanto la ragazza ed in aggiunta non riusciva a sopportare il suo sguardo, non riusciva a guardare in quegli occhi verdi che lo avevano folgorato fin dal primo momento.

Sentiva una voragine che si stava aprendo nel petto, proprio all'altezza del cuore, ma in fondo lui cosa poteva fare?

«Ti prego Edo, aiutami.»

«Cosa possiamo fare? Dipende solo da lui, noi non possiamo svegliarlo.»

Il ragazzo si alzò dalla sedia e prese il suo giubbotto, se non la guardava era più facile pensare.

«Vado a casa, domani devo presentarmi a lavoro, ma passerò di qui nella pausa pranzo e poi vedrò di tornare la sera.»

Una lacrima solcò le guance della ragazza che in un attimo si gettò sul ragazzo abbracciandolo fortissimo «Grazie! Grazie! Grazie!»

«Di niente, dai, ora devo andare.» Il ragazzo cercò di divincolarsi da quello slancio di affetto che lo fece arrossire vistosamente.

Una volta libero si diresse alla porta senza voltarsi e cercando di nascondere l'imbarazzo, ebbe un discreto successo, nel mentre la ragazza si stava mettendo comoda.

«Tu credi a tutto quello che ci ha raccontato?» Chiese lui.

«Certamente, fino all'ultima parola.»

«Io non so cosa pensare.»

«Non ti preoccupare, lui crede in te e quindi ci credo anche io, anche se sei incerto, farai la cosa giusta.»

«Lo spero... Lo spero davvero... A domani.»

«A domani.»

2

Era difficile spiegare la figura di Edoardo, lui era il classico ragazzo come ce ne sono molti, aveva i classici lineamenti mediterranei e difficilmente poteva essere scambiato per un impiegato d'ufficio.

Erano ormai tre anni che faceva il muratore, non era stupido, ne tanto meno ignorante, era arrivato a tanto così dal laurearsi, adora leggere, ma aveva scelto la via più facile per questi primi anni di lavoro.

Fare il muratore comportava ben poche responsabilità, certo, doveva fare il suo lavoro per otto ore al giorno, doveva farlo bene e spaccarsi la schiena, ma finito quello era libero di vagare con la mente, tra una serata al cinema, una in camera a leggere un libro e altre ancora con la ragazza di turno.

Non si può dire che Edo fosse sfortunato con le ragazze, semplicemente da un annetto a quella parte non aveva voglia di impegnarsi e quindi gli capitava di cambiare anche due ragazze in un mese.

Bisogna per forza aggiungere che nonostante tutto Edo era un animo nobile, un bravo ragazzo.

Va bene, con le ragazze l'aveva fatta spesso un po' sporca negli ultimi tempi, ma in tutto il resto era davvero un signore ed era per questo motivo che la sua vita era cambiata nell'ultima settimana.

Già, perché il classico bravo ragazzo non poteva resistere alla tentazione di gettarsi nei guai per aiutare una fanciulla in difficoltà e se non ci fosse stata una buona dose di fortuna, la storia della sua vita si sarebbe conclusa quel martedì.

3

La mattina era trascorsa un po' come tutte le altre, aveva sgobbato duro in cantiere e si era meritato le sue due ore di pausa pranzo.

Edo non era una di quelle persone che si tirava indietro quando c'era da lavorare e per questo al cantiere andava più o meno d'accordo con tutti.

La ditta per cui lavorava aveva vinto l'appalto per la ristrutturazione di una vecchissima casa del centro, una delle classiche situazioni in cui sarebbe stato più facile demolire e ricostruire e invece ci si ostinava a conservare i ruderi.

La cosa singolare era che la società che aveva commissionato il lavoro non era italiana, bensì inglese, la B&B Corp ed era strano che una casa vecchissima in una zona immobiliare svalutata, avesse attratto una società estera.

Le cose strane non si fermavano a questo comunque, della vecchia casa di tre piani più seminterrato, era stato ordinato di lavorare solo sui tre piani superiori e lo scantinato era stato interdetto appena dopo la visita di un perito mandato dalla stessa B&B.

Dai piani alti l'ordine era che nessuno degli operai avrebbe dovuto avvicinarsi alle scale che portavano al piano inferiore se non per sostituire la vecchia porta che ne dava l'accesso.

La realtà ovviamente differiva non poco dalla teoria, alcuni operai in principio scesero per mera curiosità, appurato che al piano inferiore non vi era nulla di interessante se non un vecchio tavolino impolverato con quattro sedie (di cui due con una gamba spezzata), iniziarono ad utilizzarlo per nascondersi dallo sguardo vigile del capo cantiere, specie nei giorni di pioggia quando non era troppo piacevole farsi una sigaretta all'aperto.

Quel martedì dopo la pausa pranzo quando Edo tornò al cantiere, aveva la fortuna di poter andare a mangiare a casa dato che il posto non era molto distante da dove abitava, vide tutti i suoi colleghi prendere le auto per tornare a casa.

Avrebbe voluto chiedere ad uno degli altri operai, ma poi scelse di andare a parlare direttamente con Enzo, il capo cantiere.

Assieme al boss, così lui ed altri colleghi chiamavano il capo, vi erano due persone: una ragazza molto carina ed un uomo che sembrava un banchiere.

L'uomo non era molto alto, aveva capelli scuri e ben ordinati, appena un accenno di barba a circondargli la bocca in un pizzetto curato ed elegante, non sembrava aver superato i cinquanta.

La ragazza invece già la conosciamo, si trattava di Elisa, fu quello il giorno in cui i due si conobbero e diventarono compagni di sventura.

Eli aveva iniziato da poco a lavorare per una nuova società, per la maggiore trattava oggetti di antiquariato, restauri e altre cose di questo genere.

Neppure lei aveva ancora ben capito come funzionasse, cosa facesse sul serio la B&B Corp, ma la pagavano molto bene e questo era quello che contava davvero.

A giorni sarebbero trascorsi tre mesi da quando era stata assunta.

Originariamente doveva essere l'assistente personale di uno dei pezzi grossi della società, ma ben presto si era trovata a fare un po' di tutto, dal contrattare con le società a cui venivano appaltati i lavori, al far quadrare i conti dell'ufficio italiano dell'azienda.

Lei stessa quando parlava a casa del suo lavoro, definiva come impressionante il fatto che, dopo tre mesi in cui apparentemente aveva gestito l'intero ufficio assieme ad una manciata di altri ragazzi (fra l'altro tutti giovanissimi, lei stessa aveva 26 anni), non fosse ancora chiaro a nessuno lo scopo della società.

Si era ritrovata a trattare con due società di costruzioni, tra le quali una era quella in cui lavorava Edoardo, una piccola bottega di restauro di mobili antichi, aveva dovuto trattare lo spostamento di alcuni "oggetti di valore" da El Cairo a Roma, poi aveva avuto a che fare con linguisti e ultimamente le era stato ordinato di prendere accordi con il proprietario di una piccola biblioteca dalle parti di Firenze.

Tutte queste attività potevano in qualche modo, magari con un po' di fantasia, rientrare nei possibili contatti che una società che trattava materiali antichi potesse richiedere, tuttavia non aveva molto senso il doversi trasformare in un'agenzia immobiliare per trovare inquilini alle case "restaurate", la stessa definizione di "restauro" era piuttosto dubbia.

Ad esempio, poco tempo prima avevano avuto per le mani un edificio di dodici piani con ventiquattro appartamenti che doveva essere "restaurato" e affittato: la data di costruzione nei documenti era indicata tra il 1983 e il 1985, di antiquariato quindi aveva ben poco.

Nonostante tutto Elisa era contenta del suo lavoro, almeno fino a quando una settimana prima non era arrivato all'aeroporto il famigerato pezzo grosso che lei doveva assistere, ma di questo parleremo dopo, prima voglio presentare anche il misterioso banchiere.

4

Il banchiere in giacca e cravatta aveva un nome, William Brown, da un anno viveva in Belgrave Square, aveva trovato un appartamentino niente male e lo aveva pagato subito e in contanti.

Immaginatevi la faccia del vecchio proprietario quando vide Mr William appoggiare sul tavolo la sua ventiquattr'ore di pelle nera ed estrarne cinque blocchetti di banconote fresche di zecca di stato.

Aveva suonato i cinquanta da un po', non aveva amici se non il pappagallo che gli avevano venduto come parlante, ma che in realtà non aveva mai parlato.

Era facile scambiare Mr. Brown per il classico frustrato depresso cronico, unico uomo sul pianeta che si faceva fregare anche dal negoziante di animali e che per paura di dover litigare aveva rinunciato a protestare.

Osservando la sua vita dall'esterno, questa era l'unica conclusione plausibile, si potevano trovare mille giustificazioni, ma così era andata con il pappagallo ed in decine di altre situazioni, questo era William Brown agli occhi di chi non lo conosceva.

E allora chi poteva dire di conoscere il non più giovanissimo banchiere, che banchiere non era, solo conoscendolo poteva sorgere il sospetto che dietro la sua figura si celasse dell'altro, ma chi, chi lo conosceva?

Nessuno e dico nessuno, aveva ricordi d'aver mai visto Will Brown prima del 23 dicembre dell'anno prima, quando si era presentato davanti alla porta di quella che sarebbe divenuta la sua casa, con una 24 ore di pelle nera, un gessato grigio e un sorriso furbo sulle labbra.

Neppure cercandolo in tutta Inghilterra si sarebbe trovato un uomo della sua stessa classe di nascita che avrebbe affermato «Sì, ricordo di un William Brown che studiò con me...»

No signore, non esisteva in tutta Inghilterra, come del resto non esisteva in tutto il resto del pianeta, era come se fosse nato il 22 dicembre, giusto in tempo per telefonare ad una agenzia immobiliare e chiedere un buon appartamento in centro a Londra.

Mr Brown non usciva spesso dalla sua dimora, aveva un fattorino che gli riforniva il frigo, ogni mattina gli veniva recapitato a casa il giornale e verso febbraio aveva comprato un computer, aveva ancora qualche problema ad usarlo, ma era un ottima fonte di notizie, specialmente dopo che aveva stipulato un contratto per una di quelle linee Internet superveloci (DASL o ADSL o qualcosa del genere, non ricordava mai il nome esatto).

Chi aveva avuto la possibilità di conoscerlo, ricordava bene la sua presentazione:

«Piacere Sir William Brown, della Brown&Brown Corp.»

Nessuno ovviamente si era preso la briga di indagare sul dove avesse sede questa Brown&Brown Corp e neppure se quel titolo di Sir fosse vero. Lo avessero fatto, avrebbero scoperto che non v'era traccia di questa corporazione, ma infondo perché indagare?

William aveva sempre il portafoglio pieno di soldi, quando concludeva una discussione d'affari offriva sempre un giro di buon vino, rispettava sempre i pagamenti e prima di andarsene si esibiva sempre in un elegante inchino sfoderando un sorriso perfetto.

Ciò che si sapeva di lui era che trattava antiquariato, curava restauri e che non si perdeva mai una di quelle conferenze d'archeologia, se parlavano di nord africa o medioriente lui c'era, ma non faceva mai domande e sedeva sempre nelle ultime file, possibilmente vicino all'uscita.

Qualche mese addietro un suo conoscente ricercatore era andato a trovarlo nel suo appartamento, dovevano discutere di un reperto proveniente dal Sud America, dovevano prepararlo per un'ultima analisi prima di spedirlo in qualche museo in chissà quale angolo del mondo. Ovviamente il lavoro doveva essere affidato alla Brown&Brown Corp.

Ad ogni modo l'affare finì bene, anche se sarebbe stato difficile comprendere che giro aveva fatto il reperto considerato che la B&B Corp non esisteva.

Impeccabilmente però allo scadere del mese l'oggetto in questione fu recapitato al laboratorio per le ultime analisi.

Quando Martin Hills, questo era il nome del ricercatore, entrò nell'appartamento, non poté fare a meno di notare che tutto l'arredamento aveva un sapore antico.

Vi erano spessi tappeti di chissà quale secolo, arazzi, mobili restaurati (erano originali, non riproduzioni), il computer, un portatile di quelli che sul retro dello schermo hanno una mela morsicata, era acceso su un tavolo del '700, in tutta la casa era presente un buon odore di lavanda e un vecchio gira dischi faceva andare a basso volume uno dei dischi di Elvis.

Nella casa c'era anche un impianto Hi-Fi di ultimissima generazione, ma al momento era spento e lasciava spazio al suo antenato.

Fu sorpreso che nonostante il computer collegato ad una stampante, la maggior parte dei fogli visibili (pile e pile di fogli) fossero scritte a mano, la grafia sembrava antica, quella d'un uomo strappato al '600, con tutte quelle lettere ariose e piene di fronzoli.

Durante la discussione che si era protratta per quasi due ore, prima sorseggiando un buon whisky invecchiato e poi una buona tazza di té (preparata dallo stesso Mr Brown, non aveva domestici, ma la casa era pulitissima e ordinatissima), Mr Hills aveva gettato un occhio su alcuni degli scritti, uno iniziava con “Il riassunto sulla situazione Egiziana pare buono, bisogna seguire con attenzione la ragazza”, poi aveva smesso di leggere perché era tornato il padrone di casa e a Martin era sembrato quasi di violarne la privacy.

Quando Mr. Hills se ne andò, William Brown tirò un sospiro si sollievo, era sempre molto agitato quando riceveva ospiti, reputava che nel suo appartamento ci fossero tutti gli elementi per capire qualcosa di troppo sul suo conto.

Spesso si chiedeva perché lasciasse ancora appesi nello studio quello scudo e quell'ascia, perché non aveva ancora buttato nel cassetto quel diario malefico, quello con la copertina rossa e nera, che sembrava ritrarre una faccia spaventosa non ben definita, con zanne e corna che spuntavano anche dagli zigomi.

Poi, come ordinariamente succedeva, rimandava ad un altro giorno quel difficile compito, andava in cucina, una di quelle cucine moderne, prendeva da una dispensa un po' di mangime e riempiva la mangiatoia del pappagallo.

Questo era Mr. William Brown in una delle sue giornate un po' diverse dalla noiosa monotonia quotidiana, ma non credo basti a spiegare chi lui fosse realmente e non credo basterebbe neppure dire che aveva trascorso più di trecento giorni nell'ultimo anno davanti al suo computer o davanti ad un foglio di carta a scrivere.

Ho esordito descrivendo un emarginato, ho detto che però lui non era così, ciò nonostante ho continuato a sottolineare la noiosità della sua vita, la ripetitività, la solitudine. Eppure vi era qualcosa di strano, qualcosa di impercettibile che in uno schema perfetto era sbagliato.

Escludiamo il fatto che fino ad un anno prima Mr. Brown sembrava non esitere, che lavora per una corporazione che portava il suo cognome, ma che non era registrata da nessuna parte.

Può esistere un uomo del genere, un uomo del quale si possa dire quanto già detto e null'altro?

Vedendola da un altro punto di vista: possedeva un appartamento da 300 mila sterline, arredato con mobili e tappeti che da soli potevano valere uno o due milioni di sterline se non di più, cercava di evitare ogni contatto con il mondo, seguiva conferenze d'archeologia e passava il resto della vita tra Internet e migliaia di fogli di carta scritti a mano.

Già, dimenticavo, in qualche modo restaurava reperti presso la Brown&Brown Corp che non esisteva.

Può essere che la vita di un uomo si riduca a questo e null'altro?

Certo, se William Brown fosse l'ex-boss di un cartello colombiano, che caduto in depressione aveva deciso di ritirarsi dal mercato con un grosso capitale e morire in solitudine, forse sarebbe stato possibile, ma questo non era Mr William.

Era arrivato in Italia con un aereo di linea, viaggiando ovviamente in prima classe ed era la prima volta da più di un anno che lasciava Londra, prima, come già detto più volte, non esisteva.

5

Non si può dire che Mr William fosse un capo severo o troppo esigente, ma ad Elisa sembrò quasi di essere declassata, da un posto da quasi dirigente a semplice tirapiedi di uno psudo-nobilotto inglese.

Infatti Brown non era uno di quelli che amava parlare o condividere i suoi problemi, le sue riflessioni, quindi il compito della ragazza era unicamente quello di prendere appunti e neppure di fare da mediatrice, l'uomo da subito aveva sfoderato un perfetto italiano senza particolari accenti o errori.

Per un'intera settimana era stata la sua ombra, aveva viaggiato in auto così lussuose da risultare difficili anche da descrivere, aveva dormito e mangiato negli hotel e nei ristoranti più prestigiosi di ogni città che avevano visitato.

L'agenda prevedeva più di quaranta appuntamenti e in tutto questo tempo Elisa non aveva fatto nulla.

Sentendosi una segretaria si aspettava che le venisse chiesto di servire il caffé, o esporre il suo operato, ma nulla, lo aveva seguito, lo presentava, poi lui parlava e poi se ne andavano.

Il tutto seguiva un copione perfetto, mai una variazione, mai un errore.

La ragazza si sentiva inutile, ma mai ad un livello insopportabile, infatti quando si sentiva sull'orlo della frustrazione, lui scambiava qualche parola sfoderando un grande charme e capacità di mettere a proprio agio le persone.

Si può dire che con poche parole ben mirate riusciva a sistemare la situazione, per poi riprendere la routine e passare al prossimo appuntamento.

La visita alla ditta di costruzioni dove lavorava Edoardo era l'ultima della lista e a dirla tutta, Mr Brown non aveva neppure prenotato in un qualche hotel o aveva acquistato voli per rientrare a Londra.

Quando Edoardo si avvicinò al terzetto, la ragazza fu l'unica a prestargli attenzione e lui venne letteralmente folgorato da quegli occhi smeraldo, Elisa era davvero una bella ragazza, ma furono gli occhi a fargli perdere un battito.

Stiamo ovviamente parlando del classico colpo di fulmine, roba che spesso si dissolve come una bolla di sapone, ma posso garantire che il nostro Edo fece terra-paradiso e paradiso-terra in un istante.

Non soffermiamoci oltre sulle emozioni del neo-innamorato, anche perché potrebbe risultare imbarazzante ed in fin dei conti nessuno notò questo tumulto interiore, neppure Elisa.

«Hei boss, non si lavora oggi?»

«No, ho già mandato a casa i ragazzi, tu credo sia l'ultimo, così vado pure io. Ad ogni modo questo è Sir William Brown.» Disse Enzo indicando il banchiere e la risposta di Edo fu un incerto «Salve...» visto che non sapeva bene come comportarsi o cosa dire.

«Buongiorno a voi, con chi ho il piacere di parlare?» Mr B&B rispose e lasciò a dir poco basito il ragazzo, perché oltre al modo singolare di rivolgersi ad un semplice operaio, unì alle parole un elegante e composto inchino.

«Mi chiamo... mi chiamo Edo... Edoardo Castello... piacere mio.» La risposta andò a più riprese, anche perché non si aspettava una presentazione ufficiale e tanto meno che Sir inglese fosse interessato al suo nome.

«Lei è la mia collaboratrice Elisa Napotano.»

«Piacere.» Aggiunse lei allungando la mano e il ragazzo gliela strinse dolcemente, ebbe un altro istante di autentica elettricità, ma a suo avviso non aveva lanciato segnali compromettenti ed effettivamente fu così.

«Mr Brown chiedeva se qualcuno dei ragazzi è sceso di nascosto nel seminterrato.» Era nuovamente Enzo ed Edo si ritrovò a dover pesare bene la risposta, sapeva che alcuni dei ragazzi lo avevano fatto, ma lui non era mai sceso.

«Personalmente non sono mai sceso, non posso parlare per gli altri, in linea di massima non credo.»

L'uomo incravattato sorrise «Grazie per l'informazione.»

«Vogliamo scendere a controllare se è tutto apposto Mr William?»

«Si credo che ora faremo un giro, lei viene con noi Signor Enzo?»

«È molto tardi, devo per forza volare in comune, ma penso che per qualunque problema Edoardo vi potrà aiutare.» Il boss fece l'occhiolino al ragazzo e il concetto era chiaro "toglimi questa rottura e a fine mese ti faccio allungare qualcosa".

«Certamente boss, signor Brown non ci sono problemi.»

«Vi ringrazio Mr Castello, ma non voglio trattenervi se avete finito il vostro turno.»

«Non si preoccupi, venga faccio strada e attenzione lì delle scale, le assi sono appoggiate male.»

«Arrivederci quindi. A domani Edo.» Enzo si allontanava verso l'auto parcheggiata appena fuori il cantiere, una BMW penultimo modello di colore blu scuro, una gran bella macchina.

«Yes boss, a domani.» Erano già all'ingresso della casa e voltandosi Edo notò che il campanile della chiesa faceva le tre meno un quarto, gli fu quasi naturale domandarsi come faceva ad essere già passato un quarto d'ora da quando era rientrato in cantiere.



Commenti

pubblicato il 18/09/2008 13.55.27
fiordiloto, ha scritto: Peeeeeerò!!! Non male questo racconto!!!! Continua a mettere su carta le idee che ti passano per la testa! E grazie ancora per il tuo commento! Non mancherò di leggere i tuoi prossimi scritti!
pubblicato il 25/03/2009 20.16.46
Raveny93, ha scritto: Modestissimo parere: per quanto riguarda la storia...niente male! E' brillante, interessante...di certo continuerò a leggere! ;-p Per ora...Complimenti! E a presto!

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