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lavoro pubblicato domenica 7 settembre 2008
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Fedor l'Assassino

di fedor89. Letto 1085 volte. Dallo scaffale Fantasia

Ciao a tutti! Sono nuovo qui. Vi volevo far legger l'introduzione del mio "pseudoromanzo", quindi ditemi cosa ne pensate. Vi ringrazio in anticipo...

Il mercenario sedeva quieto. Sotto quel portico, nessuno lo notava; la gente che gli passava distrattamente affianco, era intenta a scappare dalla pioggia imminente, per mettersi al riparo. Bizzarro; sentivano l’odore dell’acqua piovana, ma non quello del sangue delle vittime che quel portatore di morte aveva appiccicato addosso, che rendeva grande la sua fama. Troppo sani i principi di quei cittadini, per commettere sgarbi così gravi da portare un assassino in quel piccolo paese. Tutti li proseguivano nelle loro vite mediocri, impercettibili al resto del mondo. Tutti a parte uno. Il più insospettabile ed il più emarginato di tutta quella marasma di contadini e falegnami. La mente strana del villaggio, deriso da tutti per le stramberie che per tutta la vita lo avevano contraddistinto. Il giovane inventore, ora diventato vecchio, abbandonato ai suoi inutili studi ed esperimenti, aveva scoperto qualcosa di speciale. Qualcosa che un povero fallito come lui non avrebbe dovuto scoprire, un segreto troppo grande da sostenere. E l’Assassino lo sapeva. Come lo sapevano chi lo avevano mandato.
Ferwod si alzò blandamente. Il mantello pesante che lo copriva completamente lo faceva sembrare ancor più basso di quel che era. Iniziò a camminare lentamente verso la casa sulla collinetta, il suo obbiettivo. Le stradine in pietra erano vuote, le case accese. Nessun rumore ne movimento, solo la pioggia intensa a scendere dirompente. Ferwod proseguiva non curante, il passo regolare. Fece piano la breve scalinata che lo portava alla casa. Quando arrivò davanti alla umile dimora, si affacciò ad una delle due finestre. Tutto era spento. Sfondò la porta che provocò un brusco tonfo.
L’interno era esattamente come se lo aspettava. Un piccolo camino di fronte all’entrata, un tavolo con qualche sedia vicino, ed un letto alla sua destra. Non perse tempo a guardarsi attorno, si precipitò subito verso la botola sul pavimento. Una scala a chiocciola lo portava nel laboratorio, anche quello spento. Accese una torcia. Nel locale c’era di tutto: nei tre tavoli posti a ferro di cavallo vi erano infinità boccette di ogni dimensione e carte con elaborati disegni. Nulla che riguardasse il segreto, ogni traccia era stata rimossa.
Solo allora l’elfo si sedette. Si tolse il mantello zuppo e pesante, poggiandolo su uno sgabello vicino. Tirò fuori un foglietto di carta consumata e scrisse subito:
“Come pensavo il vecchio è fuggito. Attendo nuovi ordini.
Ferwod”

Riprese il mantello ed uscì, poi infilò il foglietto nella lanterna che iniziò a bruciare lentamente. Quando fu quasi del tutto scomparso soffiò velocemente. I pochi resti volarono via, svanendo nell’aria e nella pioggia. Andò così nell’unica locanda del paese, ad attendere risposta. Il posto ero piccolo, ma accogliente. In quella baracca marcia non c’era nessuno a parte il locandiere, un tizio abbandonato all’alcool e al sonno, ed un secchio posto sotto una chiazza d’umidità del soffitto.
Prese una stanza. Non si fermò a bere niente, il viaggio lo aveva distrutto.

Si tolse gli abiti fradici, riponendoli nell’armadio in legno. Si massaggiò la nuca arrendendosi stanco al letto. Gli girava la testa, e le gambe distrutte da una giornata di cammino, gli facevano male per il freddo subito. Appena stette meglio si alzò. Trovò di fronte a se uno specchio che distrattamente non aveva notato all’ingresso. I lineamenti elfici sottili, del suo viso e del suo corpo, erano storpiati dalle cicatrici e dai segni di combattimento. Ogni segno lo riportava ad una disavventura, che gli ricordava quella precedente, fino a portarlo ai tempi in cui era giovane. Pensieri sacri e inavvicinabili per lui da anni . Si ributtò sul letto. Cadde immediatamente in un sonno profondo.
La mattina seguente si svegliò presto. Il sole bucava le nuvole minacciose del giorno prima, colorando il paese ancora assopito.
Si rivestì degli abiti umidicci e scese a fare colazione. Il locandiere guardava prevenuto lo straniero che aveva di fronte a se, ma Ferwod era abituato ad occhiate curiose.
Locandiere: vi fermerete molto, signor…
Fedor: Alazarb. No, non molto. Credo che ripartirò oggi stesso.
L:ah capisco… Bene, meglio per lei. Da qualche tempo questo posto è diventato poco sicuro…
F: ah si? E come mai?
L: alcune stranezze…proprio ieri qualcuno ha violato la casa dell’Inventore, che guarda caso è scappato qualche giorno fa…
F:chi?
L: L’Inventore, un mezzo folle, che è sempre vissuto qui. Innocuo, ma bizzarro. Stupisce un po’ tutti questa sua improvvisa scomparsa, non aveva mai lasciato casa sua. Chissà quando tornerà… Strano, non crede?
F: si molto. Magari qualche caro non stava molto bene.
L:ah! Impossibile. E’ solo da sempre. Quell’uomo ha solo la gente di questo paese, nessun altro. No…secondo me è uscito di testa. Sempre stato troppo diverso dagli altri. Arrivato ad un certa età, non ha più retto e se ne andato. Voi piuttosto, siete sicuro di non aver visto nessuno? Alcuni sostengono che il ladro deve esser entrato, più o meno quando voi siete arrivato qui.
F:sono mortificato, ma non ho visto nessuno. Non ho nemmeno notato la casa sulla collinetta.
L: è un vero peccato…
F:già…comunque se dovessi per caso ricordarmi qualcosa, ve lo farò presente subito, state certo.
L:grazie…
F:ora però devo fare delle commissioni importanti, non posso trattenermi. A più tardi!
L: arrivederci!
Tornò solo qualche ora dopo. Trovò la risposta alla sua domanda, sul letto:
“Abbiamo deciso di farti proseguire. Abbiamo una spia a Salke, lui ti darà informazioni sul vecchio. Cerca di essere discreto nel tuo viaggio.
J.End”
Bruciò il biglietto. Per la prima volta era preoccupato di quello che stava facendo; non era scovare e uccidere un vecchio ad angosciarlo, quello lo aveva fatto centinaia di volte. No, era non sapere nessun dettaglio sulla missione. Non gli era mai interessato sapere le motivazioni di quei ricchi, che potevano permettersi il lusso dei suoi servigi, ma sapere chi avrebbe potuto avere contro un futuro non gli dispiaceva.
Non quella volta…

Un tizio lo aveva trovato in uno dei suoi tanti rifugi tra le Montagne Innevate, chiedendogli se poteva fare visita ad un vecchio palazzo, nella città di Jept, nel Continente Abbandonato.
Non era davvero “abbandonato“, ma la gente degli altri Continenti lo aveva denominato così perché il suolo di quelle terre brulicava di maligni; assassini, tiranni, corrotti, ed ovviamente la corposa parte operante: povera gente disperata, costretta a vendere le proprie vite a quel sistema marcio. Nessuno ci metteva mai piede la .
Lui era conosciuto da quelle parti come lo Spadaccino, per le sua abilità con la spada. Non era legato a nessuno professionalmente; quello che un giorno era il socio, poteva diventare la vittima il giorno dopo. Cosi facendo si estraniava da tutti, da tutte le guerre interne e si sentiva meno sporco e partecipe a quella macchina del male. Oltre alla bravura nel suo lavoro, a contraddistinguerlo era il fattore razziale: non si vedeva mai un elfo da quelle parti. Lui era l’unico. Nessuno sapeva il suo passato, e la sua riservatezza fomentava il mistero e la curiosità.


Commenti

pubblicato il 07/09/2008 12.04.33
fiordiloto, ha scritto: molto ben scritto! Bravo! Leggerò di sicuro gli altri capitoli!
pubblicato il 18/09/2008 1.39.11
aNoMore, ha scritto: Interessante introduzione, ora però voglio sapere il seguito :)

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