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lavoro pubblicato lunedì 4 agosto 2008
ultima lettura lunedì 23 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Nel mondo di fuori

di ciommo82. Letto 859 volte. Dallo scaffale Pulp

Lindo in gioventù non s'era fatto mancare proprio niente: scippi, rapine, aggressioni, coca, ero, gioco d'azzardo e via dicendo.................

Fu in quello che allora si chiamava il Manhattan che la situazione raggiunse il culmine. Questo era un locale dove si servivano ottimi beveraggi e dove si suonava sempre musica all'ultimo grido. Aveva un solo difetto: vi si concentrava la peggior feccia della città. Lindo, ovviamente direi, l'aveva promosso a suo ufficio. Era lì che intratteneva le sue pubbliche relazioni, che incontrova gente di tutte le nature,coi quali faceva gli affari suoi. Era da quasi sei mesi che si era messo a fare il pappa. Aveva cono sciuto un trio di studentesse universitarie fuori sede che avevano bisogno di far soldi per mantenersi gli studi e per pagare l'affitto della stanza a fine mese. Anche se era gran pezzo di merda, aveva un'espressione del viso e dei modi di fare che lo facevano sembrare un perfetto ragazzo di buona famiglia, che invogliava la gente che non lo conosceva ancora a fidarsi di lui. Quella volta si era messo davvero d'impegno e aveva convinto le tre giovani a battere per lui. Tra le tre marchettare ce n'era una con la quale Lindo aveva un rapporto che si poteva definire, con buona approssimazione, simile a quello che si ha con una fidanzata. Ma gli affari sono gli affari. Monica si chiamava questa.
Una notte salì su a dare un'occhiata ai lavori. Entrò nella stanza di Monica e la vide stesa sul pavimento a piangere e a sbavar sangue dalla bocca. La donna era tutta un livido, tremava e implorava pietà. Era stata rapata a zero e quelli che una volta formavano la sua criniera di capelli biondi erano sparsi a ciocche sul materasso e sul pavimento. Il primo impatto faceva venire i brividi pure a Lindo. Se gli avessero dati soldi extra rispetto al tariffario per fare lo stesso servizio alle altre due, lui non avrebbe avuto nulla da ridire. Ma a Monica non dovevano toccargliela. Era il suo pezzo migliore e poi per lei provava un sentimento similamore, che era il massimo che poteva concedere ad un'altra persona che non fosse lui stesso.
Diede una mano alla ragazza a ripulirsi, le disinfettò le ferite, le ascigò le lacrime. La fece stendere sul letto e la coccolò fino a quando riprese il controllo e si calmò.
Si fece raccontare come erano andati i fatti e soprattutto si fece dire chi era stato a combinare tutto quel macello.
Aspettò che Monica si addormentasse e poi uscì di nuovo per tornare al Manhattan.
Appena entrò nel locale individuò al tavolo centrale l'artefice dello stupro. Era un giovane imprenditore che era venuto in città per affari assieme ad altri tre soci. Appena due ore prima dell'accaduto Lindo si era fatto pagare profumatamente da questo per affittargli la sua donna migliore.
Tranquillo come se niente fosse successo, Lindo si avvicinò al tavolo dei tre. Giunto ad un pass o da loro tirò fuori dalla tasca dei suoi pntaloni la molletta e con un balzo da felino, che sorprese tutti, saltò addosso al colpevole, gli tirò indietro la testa afferrandolo per i capelli e quando questi scoprì la gola, lo scanno come il porco che era.
Gli unici due ad intervenire in soccorso dell'imprenditore, che perdendo sangue dalla carotide e dalla giugulare andava via via spgnendosi, furono i suoi soci. Uno si beccò un calcio tra le gambe che gli sfrantò le palle, mentre l'altro si prese prima un taglio su un braccio e poi un cazzottone infaccia che lo fece capitombolare all'indietro con il naso maciullato.
Gli altri presenti nel locale assistirono alla scena atterriti e muti come tombe. Erano tutti gentaglia, ma non erano mica stupidi. Sapevano benissimo che quando Lindo partiva era meglio non immischiarsi.
Lindo si guardò intorno con gli occhi di fuoco per passare in rassegna tutta la sua opera. L'imprenditore sgozzato giaceva ormai morto a terra in una pozzanghera di sangue. Quello che aveva beccato il cazzotto in faccia era svenuto e stava longo sul pavimento pure lui. L'altro mugulava, si rotolava a terra con la faccia piena di terrore cercando di prendere in mano il bandolo della matassa, ovvero tentava di rimettersi sulle sue gambe e fuggire via lontano per sempre da quel posto.
- E CHE QUESTO SERVA DI LAZIONE A TUTTI VOI BASTARDI!- sbraitò minaccioso Lindo.
Fosse stato una persona intelligente, avrebbe approfittato del panico che aveva creato per filarsela via e non farsi rivedere più. Ma uno dei suoi più grandi difetti era quello di lasciare facilmente che fosse preda della presunzione. Inoltre il paio di strisce che si era tirato prima di entrare nel locale, avvano sortito subito il loro effetto. Aveva scannato uno stronzo a sangue freddo ed altri due aveva procurato danni permanenti. Si sentiva un leone e un leone non ha paura di nessuno perchè nessuno è capace di fermarlo.
S i chinò sul morto ed infilo una mano nella sua giacca. Scovò un fazzoletto di seta e lo utilizzò per nettarsi le mani sporche di sangue.
Si recò con un risolino agghiacciante verso il bancone del bar e chiese il solito. La polizia, al suo arrivo, lo trovò che fumava una sigaretta e che ingollava ancora il suo drink.
Al processo Lindo disse di aver agito sotto la spinta di -motivazioni sentimentali-. Praticamente fu un delitto d'onore, come ai vacchi tempi. Trent'anni di carcere, però, se li beccò lo stesso. Aveva appena venticinque anni.
Uscì dal gabbio in un giorno di sole. Mentre varcava il cancello di uscita aveva il groppo in gola, la bocca secca. Non sapeva cosa dire e poi con chi poteva parlare? non conosceva più nessuno nel mondo di fuori. Si sentiva perso, impaurito da tutta quella massa di gente inconsapevole della sua esistenza, che lo circonadava. Trent'anni di carcere erano stati troppi anche per lui.
Camminò piano, col suo sacco appeso dietro una spalla, fino al suo quartiere. Si guardava intorno, vide modelli di auto che manco pensava potessero esistere, notò un tumulo di negozi ed insegne nuove. In tutto quel tempo tanto era cambiato. Anche il suo vecchio quartiere si presentò totalmente diverso da come se lo ricordava. Tutti quei palazzoni che c'erano una volta erano stati buttati giù, al loro posto c'erano i parchi delle cooperative e villette a schiera.
Uno dei pochi cimeli rimasti a testimonianza del passato popolare di quel nuovo quartiere residenziale, era la sua catapecchia. Era l'unica cosa che le era rimasta, e di quei tempi non era manco poco. Sua mamma ci aveva abitato per tutta la vita. La vecchia era morta da dieci anni, gli stessi durante i quali non aveva più ricevuto una visita in carcere.
Entrò in casa e osservò tutto il suo disordine, respirò la sua polvere, guradò le pareti dove un quadro e un crocefisso cercavano di incontrarsi per farsi un po' di compagnia. Alzò la testa verso il soffitto scalcinato e gli sembrò di sentire un lamento.
Lasciò cadere il sacco sul pamvimento sporco e si buttò sulla prima branda che trovò. Dormì fino a che gli occhi non si richiudevano per totale mancanza di sonno. Si rimise in piedi e se ne uscì, visto che non aveva niente di meglio da fare.
Ritornò a quello che una volta si chiamava il Manhattan, era l'unico locale del quale si ricordava la strada. Mentre vi si avviava non sapeva neanche se esistesse ancora o meno.
Anche quel locale aveva cambiato faccia e pure il nome. Adesso si chiamava Tropical Cafè.
Lindo si sedette ad un tavolino a caso. Venne un cameriere e Lindo ordinò il solito.
-Quale solito?- ribattè il ragazzo un po' scortese.
Lindo stava per dirgli che quando lui era un habituè di quel posto, lui non era ancora nato. Ma poi ci ripensò su.
-J&B liscio- si limitò a chiedere.
GLi arrivò il drink in un tempo abbastanza accettabile. Prese a sorseggiare e a fumare guardando fisso il suo bicchiere. Alzò la testa per un momento e la vide. Gli anni erano passati pure per lei, ma le era comunque rimasta quella criniera selvaggia di capelli biondi.Era vestita tutta da gran signor, con un vestito lungo senza spalline e poi aveva un cumulo di ribe preziose attorno al collo, ai polsi e alle dita e anche ai lobi delle orecchie. Conversava amabilmente con altre gran signore.
Alla fine gli occhi dei due si incrociarono. Monica abbassò la testa visibilmente turbata come se avesse saputo in anticipo la data della sua morte. Esitò un attimo e poi stava per andarsene via, o meglio per scappare proprio.
-Monica!- la chiamò Lindo. Lei non gli diede retta. Allora l'uomo s'alzo e la rincorse. Riuscì a trattenerla per un polso.
-Monica- le disse ancora.
-Che vuoi- rispose lei gelida.
Lindo vi rimase un po' basito. Certo non si aspettava mica i fuochi d'artificio e la banda del paese che suonava per il suo ritorno, però...
-Allora?- insistè la donna sempre più cattiva.
-Io veramente...- Lindo aveva smarrito le parole per strada.
-Mi hai rovinato la vita. Non capirai mai la vergogna e il dolore che ho dovuto sopportare per causa tua. Sono stata cacciata di casa e mia madre è morta di crepacuore- le riferì Monica intanto che ingrossava il petto e si torceva le dita per non scoppiare al nuovo vecchio brutto ricordo di ciò che successe trent'anni prima.
-Giovanni?- lei chiamò il cameriere,
-Sissignora-
-Il conto del signore addebitalo alla casa-
-Va bene signora- Giovanni fece un inchino con la testa.
-Adesso vattene e non tornare mai più, hai capito?- intimò Monica al suo ex pappa.
Lindo stava per guadagnare l'uscita con la coda fra le gambe, come il più bastonato dei cani, ma arrivò al centro della sala e si fermò.
-SAI CAZZO TI DICO? CHE PUTTANA ERI E PUTTANAN SEI RIMASTA. TRENT'ANNI DELLA VITA MIA HO PASSATO PER TE IN CARCERE!!!- ruggì disperato Lindo.
A sentir quello, Monica non si trattenne più. Si lasciò andare in un urlo disumano, mentre si strappava i capelli dalla testa e si scagliò contro l'uomo. Camerieri e clienti che assistivano alla scena le si pararono davanti impedendole, però, di raggingere l'obbiettivo.
-Ehi cosa succede qui?- Era comparso dal suo ufficio, richiamato dalle grida, il marito di Monica, nonchè proprietario del locale.
Questi una volta lo chiamvano il Puzzola per vi del fetore pestilenziale che usciva dal suo buco del culo quando scorreggiava. Non è che dal nostro culo uscisse odor di acqua di rose, ma lui esagerava. Una volta era anche lui un balordo ed inoltre aveva anche una brutta nomea all'epoca. Infatti nell'ambiente c'era il sospetto che fosse uno spifferone della polizia. Fatto sta che mai nessuno l'aveva beccato in fallo e gliela avesse fatta pagare.
(in cosruzione)



Commenti

pubblicato il 19/08/2008 3.41.41
acquabrillantina, ha scritto: Lettura da bostick, impossibile staccarsi, ...avvincente, nuovo stile, unico, crudo al punto giusto....mi piace.....I PIù VIVI COMPLIMENTI!!!!!!! ....acquabrillantina@yahoo.it-Messenger di yahoo Pauline

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