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lavoro pubblicato giovedì 31 luglio 2008
ultima lettura martedì 10 settembre 2019

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Un Uomo Illustre

di paolo90mq. Letto 1130 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un uomo illustre. La mia città è stata edificata sulla lama di un coltello e noi ci sentiamo tutti un po' fachiri e un po' masochisti....

Un uomo illustre.

La mia città è stata edificata sulla lama di un coltello e noi ci sentiamo tutti un po' fachiri e un po' masochisti... Anzi, notevolmente più masochisti direi. Una collina alta, affilata e scoscesa, un tempo inespugnabile, attualmente invivibile. Il lento movimento franoso che la investe ci costringe periodicamente a cancellare e a riscrivere l'altimetria sui cartelli stradali. Al posto di mura medioevali abbiamo una cinta in cemento armato costruita nei migliori anni del ‘cà nisciun' è fess': sono palazzacci di dodici o tredici piani, alti e forti come guerrieri schierati l'uno a fianco all'altro, con i piedi piantati su ripide scarpate instabili, al punto che molti di loro hanno l'entrata a metà facciata, tipo ponte levatoio. Per questo motivo i nostri ascensori sono dotati di pulsanti con una numerologia endemica: anziché i tipici 1, 2, 3 ecc., i nostri sono 1s, 2s e così via, ossia: un piano sottoscala, due piani sottoscala, ecc.

Siamo cresciuti con un linguaggio tutto nostro, diciamo : "Ci vediamo su al portone", "Salgo a spostare la macchina", oppure "Vai su a portare l'immondizia!".

Gli abitanti più facoltosi di questa tribù hanno l'affaccio verso la valle e godono di pace, sole e panorami; i meno fortunati, invece, pagano bollette della luce salatissime e sbirciano sotto le gonne delle donne che passano per strada.

Viviamo a 300 metri sul livello del mare, ma guardiamo la civiltà dal basso verso l'alto. Soffriamo tutti di qualche malessere: depressione, complesso d'inferiorità, psicosi... Adesso che ci penso mi spiego la percentuale così alta di ‘fuori di testa' sul totale degli abitanti!

Riusciamo a raddrizzare un po' la schiena soltanto la domenica mattina, quando, accompagnati dal sole, poggiamo il nostro sedere sulle fredde panchine di marmo del parco cittadino. Si chiama "villa comunale", è un oasi di pace, uno dei pochi angoli invitanti e accoglienti di tutto il borgo; non ha cancelli d'ingresso e neanche recinti: è aperta a tutti. È così, da oltre cento anni, era la dimora patrizia di una ricca famiglia che ebbe come unico erede il Comune. Bella e comoda, a forma di divano verde a tre posti, adagiata sulla collina.

Nel punto più alto c'è la casa del signorotto, ora museo nazionale, e poi ampi e panoramici terrazzi da cui si scende verso quello che è il cuore del parco, ossia una piazza con fontana importata il secolo scorso addirittura da Parigi... un po' provincialotta, a dire la verità, con spruzzi d'acqua indisciplinati tipo pistola della doccia otturata dal calcare, e tanto asfalto intorno. Gli unici ospiti fissi sono i topi, gli uccelli e i bambini. Il piazzale è protetto dall'abbraccio di alti alberi, alcuni anche esotici: pini secolari, slanciate palme e tigli profumati, rifugio per farfalle e bombi; nessun rumore di traffico, sirene o sgommate.

Tutto è com'era nel 1800. Il segno del nostro tempo riesci a distinguerlo soltanto dagli abiti dei suoi frequentatori; per il resto, la stessa aria pura, le stesse allegre risate e gli stessi tragici pianti delle bambine che gareggiano con le bici intorno agli zampilli. I maschietti preferiscono giocare a palla indossando la maglietta dei loro idoli, le porte fatte all'occorrenza poggiando sull'asfalto gli zainetti di marca e i giubbotti da 150 euro.

Le madri e le baby-sitter, con occhi da camaleonte, sedute in piccoli branchi, chiacchierano allegramente gettando di tanto in tanto l'occhio sui pargoletti, senza mai perdere il filo del discorso, tipo: - ...Veronica, però, non doveva lasciare Pierpaolo... Giulia, dov'è tuo fratello?

- Alla fontanella!

- Non farlo bagnare... Però si vedeva che quella coppia non era più serena...

In un angolo appartato, freddo e umido c'è il busto in bronzo di qualcuno, per nulla interessante. Ne avevo dimenticato l'esistenza e l'ho notato dopo anni solo perché è stato preso in pieno viso da una pallonata di Kakà. Mi sono avvicinato per leggerne il nome: Giovanni Chiarini.

E proprio qui ha luogo la storia strampalata che sto per raccontare.

Alcuni tratti del viso di quest'uomo ricordano mio padre; lunghi baffi con punte all'ingiù inamidate, barba folta e curata, capelli mossi, accenno di abbigliamento un po' retrò, espressione da custode della scuola di Pinocchio che suona la campanella all'uscita dei ragazzi. È uno di quei monumenti minimali pensati più a riempire uno spazio libero che a valorizzare un figlio della città. Il basamento in marmo sembra torturare il malcapitato: me lo immagino ritto e rigido, con le braccia fasciate intorno al corpo, i piedi legati e giù una colata di marmo addosso, che lascia scoperte solo le spalle e il capo in bronzo. È un monumento alla sofferenza, non alla memoria.

Sulla targhetta c'è scritto "Giovanni Chiarini." Punto. Nient'altro. Potevano scriverci almeno di che cosa campava quest'uomo, che ne so, se era scienziato, operaio, disoccupato...

Mi giro e chiedo a mia moglie: - Chi è Chiarini? - lei mi guarda incuriosita poi mi dice: - È la scuola media dove va tua nipote, scemo!

Subito interviene l'amica che, fiera della sua intelligenza, mi dice: - No, è quella strada che sta tra quella e quell'altra, ci porto il cane a fare i bisognini!

Questa è la fine degli uomini illustri. Se non sei citato, sarai dimenticato; se sei citato sui testi scolastici, sarai odiato dagli studenti; se t'intitolano una via o una piazza, sarai ricordato come un posto dove parcheggiare l'auto o far pisciare il cane.

M'incammino verso la statua, mi ci fermo davanti, la guardo e penso una domanda: - Chi sei?

Subito mi viene in mente una risposta: "Un esploratore", e mi scappa una risatina.

"Figurati un mio concittadino esploratore, non esiste! Letterato, forse, ma esploratore no; noi siamo timorosi, diffidenti e conservatori, figurati!"

Torno a casa e dopo cena, come mio solito, accendo il computer e faccio una passeggiata in rete; mi torna in mente la curiosità della mattina e per gioco cerco "Giovanni Chiarini". Rimango a bocca aperta, il cucchiaino da caffè con i resti del gelato mi cade dalle labbra e si accoccola tra le gambe. Leggo: "Ingegnere esploratore, nato in Abruzzo, eccetera." Incredibile! Come ho fatto a pensare ad un esploratore con tutti i mestieri del mondo? Credo nel caso, ma questo è un caso troppo poco casuale. Vado a dormire con una macchia di stracciatella a forma di cucchiaino sul pigiama e un tarlo nella testa. Per tutta la notte fantastico di parlare con questo tizio vestito da esploratore del secolo scorso, con una testa di leone sulle spalle e il fucile puntato a terra, in posa per una foto indirizzata all'invidia dei soci del circolo.

Il giorno dopo approfitto della pausa pranzo per piazzarmi di nuovo davanti a lui: piove e non c'è nessuno in giro mi sento scemo e mi vergogno; seminascosto dall'ombrello faccio finta di essere un turista, comunque scemo, perché non c'è nulla d'interessante in quella statua. Un po' intimorito e un po' imbarazzato mi domando: "Come sei morto?"

Nella mia mente si forma di nuovo una risposta: "In Africa orientale, prigioniero di una regina etiope."

Spaventatissimo fuggo a casa, anche se sto facendo tardi al lavoro; sfilo davanti a mia moglie e a mia figlia, che mi guardano con aria stupita, e mi piazzo davanti al computer. Le gocce di pioggia scivolano dalla mia pelata e cadono sulla tastiera. Leggo: "...morto in Etiopia nel 1879 a soli 30 anni."

Tutto eccitato grido: - Liliana, oddio, sono un mago, indovino le cose!

Le racconto la storiella e per sfidarla aggiungo: - Guarda, adesso mi concentro e ti dico una cosa di quel tizio... mmh... non mi viene in mente niente di niente.

- Sbrigati che fai tardi al lavoro, rincitrullito!

- Ho trovato, sono un sensitivo soltanto se mi piazzo davanti a lui.

Il giorno dopo eccomi di nuovo là.

- Ciao.

- Ciao.

- Va beh, fino qua è solo immaginazione... vero?

- Lo pensavo anch'io fino a ieri, tu mi senti?

- Porca puttana, sono pazzo... Non può essere, ma sei tu? Sei Giovanni Chiarini?

- Se sei pazzo tu, lo sono anch'io. Io sono Chiarini, ma tu chi sei?

- Oh Madonna Santa! Sto... parlando con un... un morto!

- Sì sono morto, ma cosa pensi, anch'io non riesco a crederci, non sono mai riuscito a sentire le voci dei vivi prima di adesso!

- Ma cosa è successo... come facciamo a... che significa quello che sta succedendo, io non capisco!

- Neanch'io capisco, ma ti prego non andar via, tu vivi in quest'epoca meravigliosa... e io sono solo una statua... vorrei farti tante domande, non andar via, e se poi domani non riesco più a sentirti? Sarei costretto a guardare questo mondo fatto di gioie senza poterne far parte...

- Perché dici che vivo in un'epoca meravigliosa?

- Guardati intorno: siete tutti sorridenti, trascorrete ore all'aperto a chiacchierare, organizzate feste e giochi, avete un mondo pieno di splendidi bambini...

- Calma, frena... Guarda che tu sei una statua piazzata in un parco cittadino. Questo è un posto dove la gente viene a rilassarsi, non è mica lo specchio della realtà.

- Un parco cittadino? Ma guarda che ti sbagli, questo non è forse il giardino del Barone Frigerj, quello che sta costruendo casa sulla collina?

- Questo succedeva nel 1800, ma adesso è una villa comunale, acquistata dal comune. La famiglia Frigerj non esiste più, capisci?

Sento che ride.

- E io che pensavo che fossero tutti suoi parenti!

Trascorro le domeniche intere fermo e in silenzio davanti a quel monumento; mia moglie si vergogna con le amiche e ogni volta inventa una storia diversa.

- Ma che fa Corrado seduto sotto quel busto? Perché non viene qua?

- Niente, è stato incaricato di fare uno studio sulla corrosione del bronzo... - replica imbarazzata mia moglie, che, a volte, con le sue bizzarre spiegazioni complica ancor di più la situazione.

Ho deciso di cambiare gli orari delle visite per non essere notato, ma continuo a frequentare il mio 'amico'.

- Sono morto il 5 ottobre 1879 a Cialla, nella regione del Ghera, in Africa orientale, a causa di un colpo di lancia conficcato in un fianco, consumato dagli stenti e dalla crudele prigionia della regina di quel territorio, Ghennè-fà. Eravamo partiti nel 1876, se ricordo bene in primavera, con il professore Orazio e Antonio Cecchi . Un viaggio in nave da Napoli fino in Africa, nel regno di Menelik in Abissinia; ero spaventato ma allo stesso tempo impaziente: avrei dovuto effettuare dei rilievi topografici e relazionare la "Società Geografica Italiana" su alcuni aspetti geologici e meteorologici. In realtà, però, il mio interesse primario era studiare la cultura di quelle lontane tribù indigene. Secondo i programmi, avremmo dovuto raggiungere la zona di Scioa dei laghi equatoriali del Caffa, là dove nasce il Nilo Azzurro, largo e tumultuoso fertilizzante di campi altrimenti aridissimi, con l'intenzione di impiantarvi una stazione geografica e progettare da lì altre spedizioni con scopi scientifici e commerciali. Ma gli intoppi furono tantissimi e forse non previsti dallo stesso professore: fummo rapinati dai nostri collaboratori indigeni e dovemmo aspettare l'arrivo di altro materiale e denaro dall'Italia; il clima era torrido e il pericolo di morte era dietro l'angolo: la minaccia più severa era rappresentata dalla tribù di un emiro del posto, che ci taglieggiava e minacciava. Dopo mesi e mesi di cammino arrivammo a Liccè, dove fummo accolti come veri ospiti. Da lì la spedizione si divise ed io e Antonio Cecchi fummo indirizzati verso la zona dei laghi equatoriali. Fu un viaggio massacrante: al gran caldo, alla stanchezza e alla denutrizione si unì l'incontro con una tribù violenta che ci imprigionò; io, nel tentativo di cercare soccorsi, caddi vittima di un agguato. Non so cosa passasse per la testa di quel selvaggio che impugnò la lancia. La febbre mi divorò fino a portarmi alla morte. E adesso finalmente posso chiederti un favore. Il mio collega Antonio, Antonio Cecchi, morì anche lui? O sopravvisse?

- Dammi il tempo di fare una ricerca e ti darò la risposta.

Il giorno dopo fui io a raccontare l'epilogo della sua storia...

- Antonio Cecchi sopravvisse, non si sa se rilasciato dai carcerieri o fuggito dal villaggio. In seguito scrisse un'opera scientifica monumentale sulle sue esperienze in Africa, in cui pare che anche tu sia citato; a proposito sei stato seppellito ad Afallò fino al 1883, allorquando un certo Augusto Franzoj ti prelevò e ti tumulò qui, in città.

Un lunghissimo attimo di silenzio si frappose tra lui e me.

- Caro Giovanni, troppe cose sono cambiate negli ultimi centoventi anni. Ai tuoi tempi parlare di politica estera significava parlare della questione romana e del Vaticano; l'esplorazione che ti costò la vita adesso la organizzano con lo scuolabus. Le cose si sono complicate, il mondo sta morendo e noi tutti ne siamo la causa; siamo come una torta impastata con passione e messa in forno a cucinare: al punto ottimale di cottura si presenta prosperosa e profumata, dovrebbe fermarsi, ma lei, compiaciuta del suo stato, decide di rimanere in forno sempre un po' di più, ignorando che da lì a qualche minuto sarà completamente bruciata. Ti ho reso l'idea? E anche se ci fermassimo adesso, le bruciature sarebbero così profonde da non poterle più recuperare; dovremmo tagliar via un pezzo di dolce. Cominciare a costruire l'arca adesso significa essere già in ritardo: ho già sentito qualche goccia di pioggia sulla pelle.

- Perché dici così?

- Cercherò di illustrarti i miei tempi con qualche esempio, anche se sarà difficile perché per te le parole petrolio, plastica, elettricità, televisione, droga, inquinamento, aids, internet e tante altre non hanno significato. Voglio dire, l'innovazione ha fatto passi da gigante, è vero, ma è cieca; abbiamo debellato tante malattie, ma tante altre ne abbiamo create, spendiamo soldi in medicine per curare mali inesistenti e chi ha veramente bisogno di curarsi non può farlo. Tutto gira intorno al denaro e al commercio, ma ci sono tante ambiguità: immagino tu sappia cos'è la borsa? Se io ho una società che, con mille furbizie, si afferma nel mondo e apparentemente ha bilanci solidissimi, sai cosa posso fare? Posso decidere di quotarla in borsa, ossia divido la proprietà con altri, con sconosciuti!

- Non ti sembra una decisione scellerata? Io non lo farei mai.

- Noi a volte lo facciamo, e sai perché? Perché capita che alcune di queste imprese siano in perdita, e che cerchino dunque di evadere il fisco, di intascare i profitti occultati, lasciando tutti gli altri in mutande. I bilanci che presentano queste ‘solide società', alcune delle quali hanno anche filiali alle Bahamas, sono falsi, imbottiti di debiti e, se e quando falliscono, lo fanno a spese del piccolo risparmiatore, tenuto accuratamente all'oscuro di tutti i movimenti illeciti, e dei dipendenti che, al posto di ricevere gratifiche natalizie per comprare il cosciotto d'agnello per il pranzo della festa, ricevono azioni della società per cui lavorano, che valgono, ma solo in apparenza. Giovanni, questa si chiama finanza, fatta da imprenditori che smuovono soldi virtuali da un computer, senza costruire neanche un bullone, senza avere neanche un magazzino. Basta avere gli uomini giusti nei posti giusti. Dall'altra parte ci sono le vittime di questo sistema, i poveri, la cui aspettativa di vita è trenta anni meno della nostra, e che pur di mangiare lavorano tutto il giorno e tutti i giorni, feste comprese. Lo stesso fanno anche i bambini, a volte fino a morirne: abbiamo rubato loro i sorrisi e nessuno potrà mai risarcirli. Pensa, noi compriamo un paio di scarpe fabbricate a 5000 chilometri di distanza da mani che dovrebbero toccare soltanto giocattoli; loro guadagnano dieci e noi paghiamo mille, e indovina a chi va la differenza? E se un giorno, dentro la scatola, trovassimo una femminuccia denutrita di quattro anni, che pesa cinque chili, invece del maglioncino di grido, riusciremmo a fermarci? Capisci perché c'è tanto malcontento nel mio mondo? I poveri hanno detto basta e impazziscono di rabbia e risentimento. Se avessero qualche risparmio lo spenderebbero per un viaggio aereo in Europa o in America... ma per sputarci in faccia. Li abbiamo colonizzati e sfruttati e siamo andati via, cacciati da un altro colonizzatore nostro amico e poi un altro e poi un altro ancora; abbiamo sostituito le loro abitudini con le nostre, i loro valori con i nostri, le loro religioni con la nostra; li abbiamo e li stiamo ancora depredando di tutto, e vuoi sapere una cosa? Sono loro che hanno dei debiti con noi! Tu, per esempio, che cosa sei andato a fare in Africa?

- A studiare i comportamenti di quelle persone...

- E gli altri? Facevano delle belle battute di caccia, immagino, forse per avere animali da studiare. Oggi li deprediamo anche del petrolio, dei minerali, dei legnami, della frutta, degli esseri umani e, in cambio, cosa diamo noi a loro? Niente; anzi no, qualcosa la stiamo dando: scorie, rifiuti pericolosi e armi.

Per la disperazione le mucche sono diventate pazze, i polli hanno il virus, il vino sa di benzina, gli ortaggi e i cereali sono innaffiati con radiazioni nucleari; confezioniamo gli alimenti e le bevande in contenitori sicuri in pvc, ma si è scoperto che è cancerogeno; ci hanno fatto costruire fabbriche, case, garage e cucce per cani con un materiale a buon mercato e indistruttibile chiamato per l'appunto "eternit": sembrava fatto da Dio in persona; adesso lo smantellano perché è mortale. E io dovrei fidarmi dei cellulari e degli OGM? Hanno fatto lavorare operai per anni a contatto con sostanze chimiche dichiaratamente innocue, qualche dirigente si lamentava anche dell'alto tasso d'assenteismo, in realtà stavano morendo tutti; hanno impiantato centrali chimiche in India in zone densamente popolate ed è bastato l'errore di un solo essere umano per provocare una carneficina.

E questo sai perché? Perché il nostro sistema è basato su democrazie nazionali che non possono nulla contro chi nasconde il volto e i soldi, chi è viscido come mercurio liquido e considera il globo come sede sociale.

Sai qual è l'unica buona notizia in tutto questo? Campiamo di più rispetto a voi, e in questo modo possiamo assuefarci meglio a questo scempio. Dicono che viviamo in media settantasei anni e poi vediamo gente giovane che ci muore intorno a causa dell'alcool, degli infarti, degli incidenti stradali e dei tumori.

Noi in tribunale non giuriamo più sulla Bibbia: ci chiedono solo se siamo soddisfatti o rimborsati!

Domenica mattina arrivo all'appuntamento un po' in ritardo e trovo un tizio strano, seduto di spalle sui gradini del piedistallo. Mi avvicino e lui mi guarda, si alza, mi viene incontro e sorride. Penso subito: "Chi cazz'è mo' questo?" e lui mi risponde: - Ciao, sono Giovanni... Giovanni Chiarini.

Elegante e raffinato, indossa una giacca nera aperta sul davanti, tipo redingote tagliata in vita, che copre un panciotto a doppio petto grigio; i calzoni, sempre grigi, hanno una forma tubolare molto vicina a quella dei pantaloni usati da noi ma senza pieghe e risvolti... sembra proprio uno di quei pupazzetti a forma di sposo che si mettono sulle torte nuziali!

Guardo la statua, ma non c'è più: al suo posto soltanto un buco nel marmo. Mi volto lentamente verso di lui e penso: "Che asino di artista, gli ha dato dieci anni di più, non gli somiglia per niente"; poi mi rivolgo a lui e dico un banale: - Scusi?

Mi parla esaminandosi i vestiti: -È incredibile: è come se mi fossi addormentato, come se avessi chiuso gli occhi e, quando li ho riaperti, ero in carne e ossa. Non potevo crederci... È successo solo cinque minuti fa... Guardami, non è fantastico? Mi sento un leone!

Fa una piroetta e si blocca a braccia larghe e sorriso aperto come Fred Astaire.

- È uno scherzo, vero? - mi guardo intorno ma nessuno s'interessa a noi - Dov'è la telecamera?

- Non essere sciocco, ieri abbiamo parlato del mio viaggio in Africa e dei mali del tuo tempo, ti ricordi? Allora dimmi, secondo te come faccio a saperlo, se parliamo solo col pensiero? L'hai detto a qualcuno?

- No, no, a nessuno... Allora dimmi, quanti anni ho?

- Quaranta, compiuti a luglio. Dai, lo so che impossibile, ma è successo!

- Ma com'è successo, hai per caso fatto come nelle favole? Hai espresso un desiderio?

- Sì certo: sai, morivo dalla curiosità.

E così dicendo s'incammina a passo svelto lungo il viale.

È l'ora dello 'struscio' per le vie del centro. Noi sembriamo Goffredo e Jeancojon nel film I visitatori, ci sentiamo addosso gli occhi di tutti. Il mio accompagnatore è troppo attratto da quello che lo circonda per accorgersene, incantato e turbato dalla moda femminile, fissa il seno delle donne, come un poppante affamato guarda un biberon di latte; ammira estasiato il traffico... lo strattono via dalla strada un attimo prima che un auto lo calpesti e ringrazio con la mano il conducente per le maledizioni che ci manda; si tuffa affamato di curiosità su qualsiasi vetrina, lasciando le impronte delle mani sul vetro; ogni tanto un colpo di tosse gli ricorda che l'aria in cento anni è cambiata tanto quanto la moda femminile; cammina all'indietro guardando in alto i palazzi e le chiese lungo il corso principale. All'improvviso si ferma e si mette a cercare qualcosa intorno a noi, fino a che torna a fissare la sua attenzione su di me; è intimorito e incuriosito come un cucciolo di leone che gioca con un istrice. Metto la mano in tasca e tiro fuori il cellulare che squilla, lui da buon ingegnere mi chiede di poterlo vedere da vicino. Sorride e mi guarda, si guarda intorno e sorride, sembra un pazzo fuggito da un manicomio e io il suo infermiere. Scrollo le spalle come per giustificarmi verso i conoscenti che incontriamo e che mi guardano beffardi.

- Allora, la trovi diversa da com'era ai tuoi tempi?

- È fantastica, sembra un circo equestre! Quanta gente, quanto movimento, quanti colori e che rumore... Ma come fai a dire che agonizzate? Mi hai mentito, questa è tutta gente allegra!

- Appunto, questa gente sembra allegra e consapevole, in realtà è solo malata: viene sottoposta ad un elettroshock giornaliero. Non vive come vuole, ma come il grande mercato globale vuole che viva... Ci bombardano di scelte, tante scelte. A differenza di voi, che non avevate niente, noi abbiamo troppo, fino a confonderci: tre tv, cellulari, collezioni di occhiali da sole, vestiti costosi, automobili, e dobbiamo solo spendere, spendere e spendere. Questi che vedi sono consumatori, non più cittadini. Il denaro gira a una velocità da trottola, ma si ferma sempre e solo nelle mani dei soliti, ossia quelli che possiedono l'energia e che controllano le comunicazioni. Siamo come narcotizzati e non capiamo che il sistema non ce la fa più a sopportare il nostro tenore di vita; la richiesta, in continuo aumento, di energia elettrica - ne abbiamo parlato, ti ricordi? - sta uccidendo l'atmosfera e noi continuiamo a far finta di niente, non vogliamo vedere, non vogliamo capire, non vogliamo rinunce... Ecco perché siamo moribondi: non sappiamo ascoltare il grido d'aiuto che ci manda la Terra. I segnali ci sono, ma vengono ignorati da tutti; sembra un incubo allucinante, eppure è la realtà, e sai che ti dico? Che se nessuno fa qualcosa di concreto, forse allora è giusto che questa civiltà finisca e venga sostituita da un'altra. L'era dei dinosauri è sopravvissuta per centinaia di milioni di anni, noi ci siamo fatti fuori in poco più di uno! E sai perché? Perché l'uomo è malvagio. Persone per bene ce ne sono, ma a patto che non contino nulla, perché appena gestiscono un minimo potere si trasformano, diventano politici e amministratori corrotti pronti a sbranare la vittima di turno in cambio del loro tornaconto personale.

Neanche la nostra tranquilla città si salva dall'anarchia; abbiamo avuto un ‘re Artù' adattato ai tempi che corrono, solo che sindaco e assessori si riunivano intorno alla tavola rotonda non per salvare le sorti del regno, bensì per spartirsi le tangenti: tu quanto hai fatto oggi? E tu? La città è caduta in rovina e loro sono finiti in carcere.

Per ogni reato patteggiato gli davano una condanna sempre più breve: un anno e due mesi, otto mesi, due mesi, quindici giorni, otto ore e trenta minuti... Morale della favola? Hanno rubato miliardi, ma oggi continuano ad esercitare la professione di prima, anzi alcuni meglio di prima.

Abbiamo perso la capacità di credere e lottare per un'idea, così come avete fatto voi; noi non c'indigniamo se i potenti uccidono milioni di persone nel mondo in guerre d'interesse, ma in compenso siamo pronti a fare una rivoluzione per salvare la nostra squadra di calcio dal fallimento, o ad ammazzare il nostro vicino di casa solo perché non ci ha dato la precedenza all'incrocio.

Guarda te, continui a dire: "Io sono Giovanni Chiarini, la gente ha rispetto di me", ma il giorno dopo ti ritrovo con gli occhi imbiancati di vernice, con scritte in faccia tipo tvtb, mvffnc; ti usano come bersaglio per tirare le bottiglie di birra, ti pisciano sui piedi che non hai, le coppiette si nascondono dietro il tuo busto per una sveltina e devono condividere il posto con i drogati; non sai nulla del mondo, ma noti che il tuo bronzo si scioglie giorno dopo giorno e non capisci perchè, tu sei solo una statua... Insomma, penso proprio che dobbiamo abituarci a coesistere con una quota fisiologica d'infelicità. Avremmo tanto bisogno del ritorno del Messia sulla terra, ma sono sicuro che non lo riconosceremmo. La nostra più grande colpa sarebbe non prenderlo sul serio, nessuno si sognerebbe di metterlo in croce o rinchiuderlo in un manicomio, nessuno vorrebbe ricevere in dono il suo sacrificio, il suo dolore; con qualche miracolo riuscirebbe al massimo a strappare qualche apparizione in tv. Duemila anni fa era riuscito a mettere insieme dodici apostoli; oggi al massimo avrebbe al suo fianco qualche impresario.

Adesso c'è un gran silenzio.

Lo sguardo di Giovanni si poggia lentamente sul mio petto, poi sulle mie scarpe, infine sulla ghiaia; non so cosa dire, lui si volta lentamente ad osservare il panorama, come se avesse una telecamera tra le mani. Vuole fissare per bene in mente tutti i dettagli per raccontarli poi agli amici lontani. Non sorride più, ma lo vedo lo stesso sereno, mi abbraccia e poi... all'improvviso mi dà un cazzotto dritto in faccia, così forte e inaspettato che mi stende per terra!

Non so quanto tempo sono stato privo di sensi. Mi ritrovo circondato da persone che non capiscono cosa mi sia successo, mi guardano con diffidenza e apprensione, come se fossi un ubriaco. Li rassicuro con un cenno della mano; con la testa confusa mi guardo intorno alla ricerca di Giovanni, per chiedergli le ragioni del suo gesto, ma niente, non c'è, è svanito nel nulla...

È diventata una curiosità nazionale; una troupe televisiva è arrivata perfino da Roma per commentare un caso così singolare e inspiegabile: il furto della statua di tal Giovanni Chiarini! La voce si è sparsa in città come quando morì il sindaco tra le braccia di una donna.

In tanti sono venuti a vedere il piedistallo senza bronzo ma con uno strano buco nel marmo. Ma la bizzarria è durata solo un giorno. È l'alba di lunedì quando il netturbino arriva sul posto per ramazzare le gioie della domenica, ma soprattutto con la curiosità di vedere il ‘luogo del delitto'. Con sorpresa trova la statua al suo posto ma con la faccia girata in modo innaturale verso il boschetto.

- Fra' vie' a vede', ma che è ‘nu scherzo? Come hanno fatto?

Capisco solo ora perché ha rinunciato a restare con me... il suo grande desiderio di vivere i nostri tempi è stato ascoltato da qualcuno, ma la delusione di scoprire un mondo così diverso da quello che aveva immaginato è stata più forte.

Il suo secolo lottò per ideali che il nostro ha divorato e sputato via. Giovanni ha capito che non sarebbe stato in grado di vivere da comparsa con la testa sotto la sabbia, no... Forse è stato meglio per lui morire a trent'anni cercando di costruire un mondo migliore per tutti e illudersi di esserci riuscito. Adesso è libero di essere uno spirito puro, di tornare nella sua Africa e riprendere l'esplorazione là dove l'aveva interrotta.

Ciao Giova'!

Tratto da "Novanta Metri Quadrati" autore Paolo Miscia edito da Tracce Diverse anno 2007



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