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lavoro pubblicato domenica 13 luglio 2008
ultima lettura venerdì 7 febbraio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Di doman non v'è certezza

di redheadlove. Letto 1829 volte. Dallo scaffale Generico

Si rigirava fra le mani quella busta chiusa come fosse un tesoro, la girava e la rigirava, come, se potesse dirgli qualcosa così, senza aprirla. La sentiva  piena di speranza, o di morte. Il cuore gli batteva all’impazzata, anche il.....

Si rigirava fra le mani quella busta chiusa come fosse un tesoro, la girava e la rigirava, come, se potesse dirgli qualcosa così, senza aprirla. La sentiva piena di speranza, o di morte. Il cuore gli batteva all’impazzata, anche il dolore che sentiva nella parte destra del torace pareva acuirsi. Tossì. Non aveva il coraggio di aprirla quella busta, temeva di sapere il responso della biopsia. E temeva di avere ancora meno tempo da vivere di quanto non sperasse. E ricordò. Ricordò la prima volta che sentì quel dolore, e ci passò sopra, pensò fosse un dolore intercostale. Si accorse che non lo era perchè dopo qualche giorno non spariva. Diminuiva, certo, ma non spariva. Fumava le Dunhill, a quel tempo. Si accorse una che c’era una relazione fra il dolore e l’aspirazione del fumo, doveva trattarsi di polmoni, non di dolore intercostale, quindi. Smise di colpo di fumare, così, dalla mattina alla sera. Fu aiutato dal sudore freddo che aveva addosso, dal tremore alle gambe, dal senso di nausea che gli regalava la paura. Non gli pesò per niente smettere. Passarono i giorni, il dolore era quasi sparito, lui aveva cominciato a tossire, stava sputando tutta la tossicità accumulata nel tempo dalle sue amate sigarette. Si sentiva più tranquillo, non voleva ricominciare a fumare, sentiva di essersi fermato in tempo. Ma nel suo tossire incessante sentì sapore di ferro. Sapeva cosa fosse. Corse allo specchio e, alla luce del faretto, scorse qualcosa in gola che non gli piacque. Per niente. Una striatura di rosso, rosso vivo, come una minuscola lumaca vermiglia che aveva lasciato una striscia di sangue al suo passaggio. Perchè di questo si trattava, di sangue. Poche gocce di quel suo liquido rosso pesavano una tonnellata. Sentì le sue ginocchia cedere, le sue palpebre calare, il suo corpo venire attratto irresistibilmente verso il pavimento.... e non aveva nessuna voglia di resistere. Si risvegliò steso in bagno, con un bernoccolo che gli pulsava fastidioso sul retro della testa, un forte mal di testa e la sensazione di essersi risvegliato da un brutto sogno. Che non era un sogno se ne accorse guardandosi di nuovo allo specchio. E ricordò. Stavolta però non ebbe lo stesso effetto devastante. Respirò profondamente, si sciacquò la faccia con l’acqua fredda. Si asciugò e si sentì un po’ meglio.

Si sentiva stanco, afflitto da un senso di oppressione. Si mise in poltrona e sprofondò in un sonno senza sogni. Il giorno dopo andò dal medico. Era certo che lo avrebbe consolato dicendogli di non preoccuparsi, di stare tranquillo, che non era niente... le sue certezze crollarono a poco a poco che gli raccontava l’accaduto, e vedeva il volto del medico farsi prima serio, poi corrucciato. Riuscì a malapena a finire di raccontare, le sue ultime parole gli uscirono come in un soffio. Ci fu un attimo di silenzio. Poi il medico gli disse di non preoccuparsi, e gli segnò una tac. Strano modo di tranquillizzare qualcuno, pensò lui. Aspettò i giorni che intercorsero tra la prenotazione e la realizzazione dell’esame in una sorta di sogno irreale, i suoi giorni scorrevano come se li vedesse dall’esterno, attanagliato da una paura sordida e inesprimibile. Cominciò a lasciarsi andare, e ad aggrapparsi ad un liquido giallo per non finire nel baratro della follia e della disperazione. Cominciò a staccarsi dai suoi amici, dai suoi affetti, anche dalla sua compagna. Tutti erano ignari, nessuno sapeva perchè negli ultimi tempi si dimostrasse così scostante e scontroso. Lui lo sapeva però. E non aveva cuore di dirglielo. Come un gatto che sente la morte avvicinarsi e scappa per poter morire solo, così lui si sentiva. Stava allontanandosi dai suoi affetti, dalla sua vita reale per viverne una seconda, di dolore, di rassegnazione, di preparazione all’inevitabile. Stava cominciando a pensare a quando fosse accaduto, come sarebbe stato, non voleva che gli altri lo vedessero soffrire, credeva di essere un peso per loro, non rendendosi conto che chi ti vuole bene ti vuole bene sempre, specie quando stai male. Passava i suoi giorni a letto, perse il lavoro, la donna, gli amici. Da una parte adesso si sentiva più tranquillo, stava tagliando i fili con le cose che amava di più, per non doverle poi perdere tutte insieme. Si stava alleggerendo della sua zavorra affettiva, sarebbe stato più semplice morire non avendo intorno nessuno, pensava.

Venne il giorno della tac. L’odore dell’ospedale gli metteva il terrore. Aspettò il suo turno. Fu preparato, gli venne attaccata una flebo col mezzo di contrasto, e lui sentì il liquido freddo ghiacciargli la vena in cui scorreva, fu una strana sensazione. Entrò nel tunnel. Tenne gli occhi chiusi per tutto il tempo. Non voleva vedere come ci si trova in una cassa, stesi con il soffitto a pochi centimetri dagli occhi. Una volta finito, si rivestì e uscì salutando. Era convinto che sarebbe stata l’ultima volta che li avrebbe visti. Attese la risposta dell’esame a casa, trasformata il giaciglio, non usciva quasi più, aspettava la morte che venisse a trovarlo, sentiva il suo fiato freddo sul collo. Non si lavava più e passava le sue giornate dormendo. Arrivò finalmente il risultato. Neppure l’aprì, certo di non capirci niente. Andò dal medico e gli porse la busta. Questì l’aprì, cominciò a scorrere le righe in silenzo, aggrottando le sopracciglia di quando in quando. Chiuse infine la cartella. Lo guardò. “Senta, non si preoccupi, ma la tac ha evidenziato una massa di tre centimetri di diametro, situata nel polmone destro. Adesso facciamo una biopsia e guardiamo di cosa si tratta.” Si stupì di aver seguito il discorso del medico fino in fondo, si stupì di non essere svenuto prima, ebbe paura che morire fosse più difficile del previsto. Subito sentì una fitta al petto. Fece sì col capo in segno di risposta al medico, prese gli esami e uscì in silenzio. Tornò a casa a piedi, quasi fosse un’espiazione di chissà quale colpa. Camminava a testa bassa, guardando i suoi piedi, si accorse quanto fosse perfetto il meccanismo che fa stare le persone in equilibrio. Ma che importava ormai, fra poco sarebbe stato tutto inutile. Si sentiva per morire, ed era maledettamente giovane. Guardava i suoi coetanei andare in giro con le loro giovani mogli o compagne, coi loro piccoli bimbi tenuti per mano, e sentiva che non avrebbe mai potuto averne. Camminava solo, in una solitudine non voluta ma cercata, provava un sentimento simile all’invidia, ma non lo era, era felicità per chi rimaneva, e rabbia per lui condannato ad una fine prematura. La sua vita ricominciò in attesa della biopsia come quella in attesa della tac. Fece finalmente la biopsia ed i giorni che lo separavano da quest’ultimo risultato furono i peggiori che passò. Oltre ai suoi affetti, doveva staccarsi dalla vita. E lo stava facendo. Il grigiore con cui guardava i giorni a venire era il risultato. Se dovrà essere morte che sia, ma in fretta, non ha senso vivere in attesa di morire, pensava. Si era arreso senza combattere, era stato messo di fronte all’ineluttabile, ed il mostro gli aveva mangiato la testa e il cuore. Era rassegnato ormai.

Decise di portarla al medico, che l’aprisse lui la busta con la sentenza di morte. Fu il suo turno ed entrò nella stanza. Il medico, dopo i saluti, aprì la busta e cominciò a passarci sopra lo sguardo, da sinistra a destra. Lui guardava i suoi occhi, la sua fronte, le impercettibili increspature della sua pelle cercando conferma ai suoi dubbi. Alle sue certezze, ormai. Stranamente non ne trovava. Lo sguardo del medico era sì attento, ma non aveva l’espressione dell’ultima volta. Lo starà facendo per tranquillizzarmi, pensò. Finì di leggere, chiuse la cartella. Lui abbassò gli occhi, il momento che aspettava era giunto, il giudice stava per pronunciare la sua sentenza di morte.....

Scusate, ma ho dovuto tagliare il resto perchè questo, ed altri testi, stanno per uscire in stampa, se volete questo è il link.... intanto ringrazio davvero di cuore chi mi ha sostenuto finora con tenacia ed entusiasmo.. http://www.altromondoeditore.com/shop/home/detail/418



Commenti

pubblicato il 14/07/2008 12.03.50
Forsythia, ha scritto: Complimenti, leggendoti mi sono sentita addosso tutto quello che ha vissuto il protagonista...il modo incalzante in cui scrivi è molto coinvolgente...bravo davvero. F.
pubblicato il 14/07/2008 13.32.47
Reinerart, ha scritto: Ciao paolo avevo commentato questo scritto ieri sera mi sono accorto che il mio pc fa pena.uno scritto che colpisce perofondamente in un pathos intenso, ai confini della vita e della morte. Per un attimo ho creduto realmente di avere tra le mani quella busta nell'attesa di una condanna un abbraccio a te e ale...ignazio
pubblicato il 16/07/2008 16.54.27
kirikù, ha scritto: Amore, mai niente di allegro, vero? Noooooooooo, troppo bello sarebbe, solo martellate dove sai tu, eh?! Bacio, va'!
pubblicato il 21/07/2008 21.09.15
Mario Vecchione , ha scritto: ho conosciuto l'irrealtà di certe attese, il sapore metallico in gola del non sapere, i mille pensieri, le rabbie e le reciminazioni, quindi ho sentito mio questa tua riflessione, ma diversamente dal protagonista, non mi sono mai chiuso, bisogna continuare e non sono solo parole, perchè poi, quando tutto sbollisce, ci si può pentire di aver lasciato lungo il viaggio affetti e amicizie...siamo noi a dover dominare la malattia e non viceversa, ricordiamolo....

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