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lavoro pubblicato giovedì 26 giugno 2008
ultima lettura sabato 16 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Novelle Crudeli

di FrankUsa. Letto 1539 volte. Dallo scaffale Pulp

Novelle Crudelidi Frank Usa   L’Olandese CalanteMarko non sapeva di essere il discendente dell’Olandese Volante. Era un ottimo contrabbassista, alto, biondo, bello e malinconico. La vita avrebbe potuto sorridergli senza alcun dubbi...

Novelle Crudeli

di Frank Usa


L’Olandese Calante

Marko non sapeva di essere il discendente dell’Olandese Volante.

Era un ottimo contrabbassista, alto, biondo, bello e malinconico. La vita avrebbe potuto sorridergli senza alcun dubbio, tuttavia egli era ossessionato: aveva l’ossessione dell’intonazione.

Tutto il suo essere e la sua ragion d’essere parevano tendere verso questo ideale stato di realizzazione sonora, come un rovello, una malattia perversa, una fissazione che finivano per renderlo personaggio scomodo, paranoide ed irascibile.

- Faccia al muro Marko! Faccia al muro! -, e si puniva, nel sentire la pur minima inflessione, nel percepire ogni sfumatura d’imperfezione per i silenzi delle alte pareti di casa, quando il suono s’acquietava e rimaneva lo stridore, come il graffio da pescheria di una gatta rognosa.

Ore ed ore vanamente spese con l’archetto in mano e lo strumento: lo sguardo vitreo alle pareti grigie e scrostate dall’umido. Ore che erano diventate anni passati alla ricerca di una somma perfezione, mediante uno scandaglio mefitico che lo rendeva vieppiù esausto, affaticato, insofferente.

Sempre più prese a rifiutare concerti, audizioni ed esibizioni pubbliche, limitandosi giusto a quei tre, quattro allievi che gli consentivano di sopravvivere con le lezioni private. Il resto era ricerca ossessiva e sonnolenza, rifugio nel sonno e barlumi di furore all’archetto, sprazzi d’ardore domestico ed acquiescienza tra gli acari.

Fu così che le ombre dell’onirico finirono col prendere il sopravvento sulla morbosa concitazione del musicista, spesso cogliendolo alla sprovvista nei rari momenti di quiete, mentre stava a guardare il grigio panorama della pianura tra scrosci di pioggia, o durante la solita maniacale analisi minuziosa degli accrocchi verde-giallognoli sulle pareti stanche.

Era così, con gli arti anchilosati, che sempre più spesso Marko si ritrovava sul pavimento della cucina, tra i rifiuti sparsi fin nel salotto, svegliandosi stupefatto, incredulo, sconvolto.

Non riusciva più a discernere se il suo deliquio potesse aver, appunto, parvenza d’onirico, se fosse frutto del predominio della narcolessia. Durante quegli abbandoni, egli si ritrovava ad essere ritto su una zattera, nella notte di un oceano piatto e scuro, senza vento né luce, se non quella di un barlume purgatoriale, e si riscopriva conficcato, come il punteruolo del suo contrabbasso fra le assi inerte di quel natante, in un limbo senza riferimenti, in un oceano senza limiti. Un puntino d’umanità aberrante su una misera, rabberciata imbarcazione, il cui albero, costituito dal manico del suo contrabbasso, recava penzolante una floscia, macera e corrosa bandiera olandese. Aggrappato al suo strumento natante, dopo alcuni istanti di smarrimento, Marko, magicamente, sentiva espandersi dal basso ventre, come da una tisana calda stillata dal suo stesso plesso solare, una benefica irradiazione di vigore, un prezioso medicamento atto a sciogliere quel maledetto ganglio di furore che lo attanagliava allo stomaco, a librarlo in forme di sfere radiose e luminescenti di desiderio, di brama irrefrenabile d’espressione.

Era in quel silenzio agghiacciante, in quella bruma di sensi, che Marko poteva finalmente respirare e sorridere, godere di uno stato salutare, di un atteggiamento dell’animo talmente favorevoli, da disporlo ad impugnare delicatamente l’archetto ed avvicinarlo con grazia alle corde dello strumento per trarne fuori il più perfetto e armonico dei suoni. Oh!… quanta bellezza e limpidezza! Che nitidezza corposa dei bassi! Quanta perfezione sferica in quel riferimento tonale che sembrava trasalire la logica del sistema ben temperato per accogliere, onnicomprensivamente, quella di tutti i sistemi presenti in natura; ogni scala, ogni modo, ogni giustapposizione di nota… Sublime…Sentiva quel suono continuo, indefesso, privo d’asperità, riverberarsi per ogni dove: davanti e dietro di sé, all’interno ed all’esterno del suo corpo, per le assi scalcinate della zattera, nello sciabordio delle acque, continuo, senza inflessioni, imperituro.

I risvegli finirono con l’essere sempre più scioccanti. Le gocce del rubinetto che perdeva in cucina. Il ronzio del frigorifero. Persino i tarli della vecchia ed emaciata credenza. Quel suono…quel suono orribile che la realtà concreta e materica, fatta di cigolii del legno, di stridori di punteruoli sulle piastrelle sporche, di ticchettii subdoli d’orologi, quella torma di rumore sordo propria della morfologia dell’esistenza, attinente al respiro, alle produzioni organiche di scarti, quel cadere falsamente muto dei frammenti di pelle, quel depositarsi di polvere assordante ed indefesso, quel ronzare d’elettroni attorno al nucleo, finiva col prostrare e fiaccare le resistenze di Marko, costringendolo in posizione fetale: le mani a coprire disperatamente le orecchie, in una smorfia d’urlo sordo, fra rivoli di bava.

Quello che scrisse sul muro col punteruolo, dopo averlo strappato allo strumento, fu una data estiva: il 30 giugno. Nessuno saprà mai perché. Il cadavere fu ritrovato molti giorni dopo in avanzato stato di decomposizione. Al medico legale, un uomo con particolare propensione per i gialli, non sfuggì quel piccolo disegno sul muro. Ricavata a graffi, realizzata ad unghiate, in basso, sulla parete sinistra, dietro al televisore, stava la miniatura di un vascello recante bandiera pirata, talmente verosimile ad una fotografia da rasentare il preziosismo spagnolo. Di nascosto e con lo scalpello, il dottor La Guardia tentò di asportare quel pezzetto di muro, pensando di poterlo poi successivamente analizzare con calma presso il laboratorio di un suo caro amico orafo e collezionista di reperti e manufatti d’epoca. Incautamente però, vuoi per la fretta, vuoi per la paura d’essere beccato, finì con lo sbriciolare per sempre quella traccia. Ne parlò solo con sua moglie, una sera di molti anni dopo, a letto, mentre lei già quasi dormiva. Poi spense la luce e sognò una faccia nipponica, il Fiume Giallo, un bungalow, delle pepite, un barattolo di Ovomaltina, una falce e martello e la Callas.


Il countdown dell’alcolista

Da quando gli era apparsa la Morte la sua mano aveva smesso di tremare.

- Ti mancano tremilaquattrocento bicchieri poi morirai – disse, poi scomparve.

Stefano si era ripromesso di far finta di nulla, e per la verità anche in quei giorni aveva continuato a bere come al solito.

Però ci pensava.

Non che avesse paura di crepare, tutt’altro. Anche per oggi, ed erano solo le quattro del pomeriggio, ben tre rum e coca.

- Rum e coca.

Aveva bevuto sempre e solo rum e coca.

Tutta la vita.

E lo capì togliendo l’esotica fettina di limone

- Non si mette, imbecille – digrignò fra sé e sé sorridendo all’incauto barista.

- Il metodo – pensò, mentre portava a spasso il cane.

Il metodo. La coazione a ripetere lo stesso drink.

Che la Morte fosse venuta per questo?

- Ma va’ .

Come se al mondo potesse essere il solo.

L’unico ad aver bevuto sin da piccolo coca e rum.

Il solo abitante della Terra a non aver toccato birra, vino o whiskey,

Possibile.

Quasi strozzava il cane al numero tremilatrecentosettantuno.

- Piscia, non rompere il cazzo, cane di merda! – urlò in silenzio a cane e passanti impiccioni.

- Non posso essere così idiota – decise entrando in un altro bar.

Non aveva più intenzione di badare a quel suo sciocco delirio. Non gliene fotteva un cazzo di crepare. E poi c’era quello stronzo di cane ad aspettarlo fuori.

Un bicchiere. Poi un altro. Poi un altro ancora.

Fuori il diluvio.

Lui a fissare il suo botolo col collare.

Il suo botolo col collare a fissare lui amorevole.

La porta a vetri del bar.

Pioggia.

Acqua.

Cane.

Fradicio.

Bevve l’ultimo, pagò ed uscì fuori ad abbracciare qualla povera bestia.

La strinse a sé cercando di scaldarla,mentre sopra di loro s’abbatteva il Niagara.

- Sono proprio uno stronzo – pensò dando un calcio alla porta per chiuderla.

Asciugò per bene coprendola di baci la sua Luna con la stessa tovaglia da tavola.

Si versò un altro bicchiere, il tremilatrecentosessantaquattro.

- ‘Fanculo.

Storia della formica e del bambino ciccione

Poco più in là dello zerbino stava una formica spiaccicata.

Era stato un grasso bambino al quarto salto a renderla poltiglia.

Un bambino del quarto piano.

Un bambino di nome Ciccio.

- Ti prego, ti prego, ti prego! -, urlava.

Primi due faticosi salti.

- Ti scongiuro! -, saltellava disperato.

- Ancora una! -, ed era il quarto balzo di ciccia.

Voleva ancora merendine. Non era mai sazio.

La formica Silvestro doveva proprio in quel giorno andare in sposo alla Regina Madre. Portava seco un prezioso dono. Un dono di rara fattura, antico come il mondo.

(Ma il quarto balzo capriccioso del bimbo Ciccio aveva in un istante polverizzato una delle più importanti microstorie di quel nobile ordito di trame e di avventure, tutt’assieme ascrivibili all’imperscrutabile intarsio di segni e rimandi che dovrebbero condurre, se decifrati, al sigillo del Crittogramma Imponderabile, monade preziosamente custodita nel Palazzo dell’Immane Lunedi sotto forma di canna di bambù, e perennemente vigilata dal Guardiano Silente).

- Ciccio, sei veramente un ingordo! Questa è l’ultima per oggi! -, disse una spazientita ed arrabbiatissima mamma.

- Urrà! Urrà! -, saltava Ciccio scartandola, goffamente una quinta ed una sesta volta.

– Com’è buona questa all’albicocca!

Ne fece un sol boccone barcollando giù per le scale.

1..2….3…4..5…contava i gradini, lui.

“…bicocca..”, ovvero l’involucro accartocciato della merendina, tra il quarto e il quinto scalone.

Una ragnatela all’angolo, lì vicino alla piccola finestra giù per la tromba delle scale.

La macchia d’umido qui in basso.

La ruggine sulla ringhiera.

Rumori ovattati e odore di fritto al secondo piano.

La plafoniera senza una vite e piena di insetti.

Il contatore che si stacca.

Graffi di scarpa sull’intonaco.

Squarci violenti di sole per condomini refrattari.

Equilibri di masticazione.

La vertigine fascinosa del limite gravitazionale.

Qualcuno che da qualche parte evoca l’ascensore.

Rumori sordi versus stridore sinistro.

La battaglia sonora dell’epica condominiale.

Il marmo del quarto gradino chiazzato di rosso.

Mascella di ferro

Era perfettamente mimetizzato.

Nella sua nuova forma aveva scelto di chiamarsi Carlo.

In tutto e per tutto uguale ad un uomo di nome Carlo.

Certamente, per quella che era l’idea di tempo dei terrestri, era immortale, anche se Carlo lavorava, amava la musica, era esperto di elettronica e mangiava; colazione, pranzo, cena, come tutti gli umani.

Per complicarsi un po’ la vita addirittura si professava vegetariano.

Era perfettamente pieno di difetti, un perfetto essere umano.

- Prendo verdure grigliate, grazie -, ripeteva spesso, e quando era con gli altri si ingozzava.

Era nervoso e irascibile ( li odiava tutti gli umani), ma era nervoso e irascibile come chiunque.

Kkkrwzzzzsss era mimetizzato nell’osso mandibolare del suo terrestre involucro; era la mandibola di quel Carlo.

Kkkrwzzzzsss aveva anche una fidanzata che diceva d’amare.

- Ti amo però non passeggiamo mano nella mano -, sussurrava metallico a Valentina, ironizzando,un po’ come fa l’iceberg di passaggio nei confronti della banchisa, e a dispetto del suo blocco mascellare.

Le donne all’inizio lo trovavano attraente, poi, da animali femmine, fiutavano quel non so che di alieno e senza un perché lasciavano all’opificio feromonico il compito d’eclissarlo.

Non era così per Valentina, donna focosa e passionale ma assolutamente egoista. Lei trovava Carlo perfetto e funzionale in quanto le consentiva di essere tutt’una con l’amore di sé.

Ebbero una figlia. La chiamarono Clarissa.

Per quello che era il tempo dei terrestri, Kkkrwzzzzsss, con scadenza trimestrale andava a nutrirsi. Andava in luoghi isolati di mare, ed aprendo la bocca traveva a sé l’energia vitale dall’universo. Era un’operazione che richiedeva circa ventiquattr’ore: la bocca aperta fungeva da collettore, il mare da enorme bacino attrattore.

Era l’ultimo dei Divoratori di Mondi, della stirpe antica dei Kionyassshtzsss e su di lui si arano concentrati gli sforzi dell’intera specie prima della catastrofica scomparsa. Era l’enorme sacrificio di una stirpe atto a garantire la continuità in un unico esemplare.

Un mattino di ricarica, la bocca aperta, Kkkrwzzzzsss non aveva scelto come sempre un luogo di mare appartato. Era sceso nei pressi della spiaggia vicino casa. Del resto era inverno, c’era un tempo da lupi, ed era stanco, da molte vite stanco. Gli eoni trascorsi ad incamerare vite, ad accelerare processi entropici, lo rendevano prossimo a quello che per gli umani potrebbe definirsi uno stato accidioso.

- Maledetto cosmo -, urlava nella sua smorfia orendamente muta, mentre divorava sistemi distanti.

Clarissa, la margheritina bagnata fra le mani, le treccine bionde, il fiocchetto rosa di una bella bambina di sei anni, era scesa giù in spiaggia per il sentiero di sassi che da casa conduceva alla spiaggia, nonostante la brutta giornata e disobbedendo di quel poco alla mamma

Scorgendo lontano il padre di spalle, in ginocchio, i neri capelli furiosi e frustati dal maestrale, il vestito gualcito nel grigio di tutto, di mare e di cielo, gli si fece di presso, indugiando alle spalle.

- Papà che fai? -, un po’ sussurrando fra i mulinelli di sabbia.

- Ehi! -, tirandogli la manica, e sorridendo divertita.

Fu con la coda dell’occhio che Kkkrwzzzzsss scrutò quell’insulso essere umano.

Impassibile, nella sua orrenda smorfia, nel reclinare il capo e la mascella verso il basso, Kkkrwzzzzsss aveva compreso che era giunta l’ora di farla finita coi Kionyassshtzsss, con questo insopportabile pianeta. Ed era stata una decisione ferma, secca e risoluta, un po’ come si fa quando, tra le chiacchere del dopo cena, si spezza in due lo stuzzicadenti.

Il quadro

Lo aveva terminato.

Un enorme occhio aperto nell’orrore di un nero seppia da incubo.

Aveva speso una vita intera a cercare la sua opera e finalmente era soddisfatta del risultato, forse per la prima volta, anche se con inusitata solerzia aveva cercato la porta del bagno.

Sciacquarsi subito le mani nel lavabo.

Raffaella osservava il piccolo gorgo d’acqua nera perdersi sinuosamente, ed era come se attraverso quel mulinello stinto avesse potuto scorgere la sua stessa anima nell’atto del dileguarsi, secondo un processo d’annichilimento a spirale, ipnoticamente giù verso l’urlo della condotta fognaria.

Qualcosa di sé sorrideva allo specchio.

Stanca, di una stanchezza lucida che non le dava respiro, nel chiudere il rubinetto aveva istintivamente chiuso gli occhi.

Un lungo stacco d’oblio, denso di forni a microonde a scongelamenti di filetti di platessa, nonché di cronache e servizi sulla malasanità, la separò da ciò che accadde dopo poco.

Fu nel pattume aperto, vuotando i resti della cena da un piatto, che vide quel gatto nero di morte, neanche troppo mimetizzato dai rifiuti.

Erano circa le ventidue.

Chi mai poteva essere stato? Lei era sola da almeno tre giorni.

Nessuno in casa.

Nessuno che fosse venuta a trovarla.

Sfigurata da quel mondo di scarti, come incastonata in un assurdo mosaico di rifiuti, quella bestia morta stava a fissarla, con quegli occhi da gatto aperti nella voragine domestica del neon.

Chi.

Lentamente indietreggiando per sottrarsi a quello sguardo e dopo aver sbattuto il fianco sul lavello, nel fragore frantumato del piatto, Raffaella aveva creduto di aver avuto un’allucinazione.

Si riavvicinò.

Stranamente con le dita, frugando bene tra una buccia di banana ed i resti di un’arancia ferita a morte, ne aveva sondato la peluria, dapprima con riluttanza, poi con brivido d’orrendo piacere, e dopo essersi ancora una volta ritratta, disgustata dalla sua stessa mancanza di disgusto, non aveva potuto che spegnere la luce per rifugiarsi con la coda dell’occhio verso il corridoio.

Ma da quel cestino, il deforme diamante impreziosito dalla tenebra, l’orrendo flash dell’occhio felino, sembrava dischiudere il sipario e le luci della ribalta di un assurdo Grand Guignol domestico.

Nel corridoio, come da un film di Cronenberg, l’immane occhio premeva sulla bidimensionalità del quadro facendosi sclerotica, bianca, oscena, melvilliana sclerotica, candore abnorme ed aborto di lucore alieno in quella bastarda ed incestuosa relazione con quelle tenebre senza nome.

Occhi.

Ovunque.

Una mostruosa danza di bulbi oculari sonorizzata da una mefitica musica dello sguardo e orchestrata da un Satie decollato e in moncherini, trainato come un giocattolo rotto da una cordata di minicilopi per un grottesco andirivieni sabbatico dalla saletta alla camera da letto,

Un orrore di fracasso per sordomuti che aveva, a sprangate, piegato le ginocchia di Raffaella, come in un vessatorio occidentale voodoo.

Prostrata,le mani alle orecchie, gli occhi inutilmente chiusi in una morsa adipica, aveva implorato un perdono senza nome, aveva urlato una pietà senza storia, aveva evocato un dio in impermeabile e di spalle per un giorno di pioggia.

Dalle persiane i barlumi dell’aurora annunciavano una splendida mattina.

Tra poco sarebbe stata l’alba di un giorno di maggio in cui sarebbero maturate molte fragole e ciliegie.


Voglio una donna mediocre!

Non era come tutti gli altri uomini.

Certo a voltarsi si voltava, soprattutto d’estate, all’imbrunire, quando le minigonne si facevano svolazzanti e le gambe abbronzate. Ma era cosa che faceva lentamente, senza quello scatto frenetico che da quelle parti era quasi un “tic”, pian piano torcendosi il collo nel tirare un po’ a freno il suo passo colle redini della coda dell’occhio. Un po’ come sprecare uno sguardo verso una nave lontana.

Agli amici e complici di una vita vissuta sull’orlo di un anticonformismo squadrista amava ripetere il solito refrain di circostanza: – la mia deve essere una donna mediocre; una che non si atteggi, che non sia bella e soprattutto che non rompa.

Vai a capire poi quanto di tutto ciò fosse corrispondente al vero e quanto fosse invece portato alchemico di commutazioni tra neuroni, dopo lustri di collassi pulsionali, scioglimenti di matasse e psicogangli dolorosi.

Rimane il fatto che era un uomo oramai strutturato su questo paradosso ideale, da lui brandito come un vessillo di peculiarità e consapevolezza, una di quelle cose che si dicono così per distinguersi incautamente, e che finiscono poi, a lungo andare, col cristallizzarsi in dogmi del gusto e del dediderio brandito.

Come questa casamatta di cartone dovesse accartocciarsi fu a lui chiaro fin da subito, pochi giorni dopo la frequentazione con Laura, donna non bellissima ma affascinante, dalle lunghe cosce e dalle splendide mani, ammaliatrice di provincia che in altri tempi sarebbe stata messa al rogo in quanto strega, capace com’era, con un solo sguardo rivolto alla zuccheriera, di scrostare la miseria della maschile spoglia carnale, offrendo alla platea crapulona il patetico fremito dell’anima, come di insetto catturato e crocifisso con la puntina da disegno.

Era un’Erinni ferita: ridotta in moncherini da un padre onnipotente e punitivo, aveva maturato un sadico piacere nel rosolare nel fuoco i maschi più fragili, in ciò non riuscendo a lenire quella sua sete di vendetta, impraticabile del resto nell’epoca del villaggio globale, giocoforza commutata in forme d’abbandono, come di giocattoli rotti al rigattiere di un tempo.

Si era interessata a lui quasi per capriccio, con un vezzo domenicale ammantato di neghittoso azzardo, durante un aperitivo del tardo e stiracchiato pomeriggio: ne aveva studiato la titubanza malcelata, quel suo essere al contempo dentro e fuori dal gruppo, l’imbarazzato contegno gestuale in quanto unico corpus intelligibile di preziosi indizi rivelatori. Istantaneamente aveva ricomposto e decifrato quell’apparente caotico puzzle con gli scarti espressivi sfuggiti alla corazzatura del corpo psichico oramai imploso nell’armatura dentale, in una sinistra sonora corrispondenza tra i malcelati “tic” della vittima e gli strategici tac” dell’incastro della sua spietata mappatura.

Lo fece a pezzi in sei mesi.

In poco tempo finì coll’inibire le sue velleità da hacker, riducendolo in un doppiopetto gessato che lo coprì di ridicolo agli occhi dei suoi cinici amici.

In una settimana già dominava il fragile equilibrio del suo sistema neurovegetativo che non poteva reggere ai forsennati e bestiali accoppiamenti cui lei lo costringeva, ora sbavando e contorcendosi come un’ossessa, ora ritraendosi algida e sdegnosa come se l’intero pianeta le venisse a disgusto.

Lo lasciò solo, in un giorno di aprile, nudo nella vasca da bagno a piangere come un vitello con in braccio l’ennesimo inutile regalo, in una zaffata di profumo di gelsomino, con i tacchi a distillare ogni suo passo, e senza neanche sbattere la porta.

Era ormai autunno. L’orologio a pendolo segnava aguzze le tre del pomeriggio, la porta a vetri dava sull’orto. Un pettirosso stava sull’albero dei mandarini mentre la stufa di ghisa era ancora impolverata. In quel cielo grigio come quello dei colori a tempera, Emiliano ricordò sua nonna. Sorrise bambino ripensando a quella stessa casa in una giornata come questa, con la nonna che preparava il biancomangiare e poi cacciava via il gatto.

Quando premette il grilletto, un istante prima che i grumi di cervello andassero a finire sul portafrutta assieme ai melograni comperati al mattino, il fotogramma delle vecchie e grigie pagelle gli si venne a stampare per l’eternità sulla retina. Ed in quelle belle calligrafie che rendevano compulsive le bocciature, in quelle sinuose curve di biro tessute da maestre pazze e sadiche, stava l’intera morfologia del Dio del Cinque, flessuoso monolite d’inchiostro blu e crudele dispensatore di medaglie di ferro.

- Nelle curve sta l’impotenza del maschio bocciato -, ebbe a dirsi fra le schiume e la poltiglia di quel che di se moriva.

Terrore al quarto piano

Era avvocato. Verbalizzava.

Piccoletto, colto, vivace, fulvo di pelo, usava gli occhiali come spartiacque tra le tempeste dell’intimo e le acquiescenze degli altri. Il suo lessico lo proteggeva dalle sue paure medesime: sostanzialmente quella del buio e quella dell’uomo nero. Paure che col tempo erano diventate orrendi ma buffi tamagotchi ed immangiabili batuffoli di zucchero filato allo sterco.

Si chiamava Emiliano.

E questo era quel certo giorno di pioggia, quello in cui Emiliano aveva dimenticato l’ombrello.

Era un’udienza importante dopo una notte di sbronze.

I radi capelli inzuppati, le scarpe e le calze fradicie non gli consentivano d’essere presentabile.

- Merda.

Malvolentieri, con l’affanno del corpo non allenato, aveva risasalito i pianerottoli bestemmiando ansimante nel cercare la chiave giusta.

Le 9 e15.

Troppo tardi.

- Non ce la fai, Emiliano…non ce la fai.

L’ombrello stava in attesa dopo anni con ghigno ombrellesco, ed era proprio lì a portata di mano, come un uccello selvatico apparentemente docile. Nel prenderlo e nel darsi una sistemata allo specchio, aveva avvertito come una sorta di rantolo provenire dalla cucina, uno spiffero di voce sommessa e grottesca al contempo, come di chi avesse giocato a farsi notare subdolamente, con la cattiveria insensata di una fisicità non contemplata, né supposta.

- C’è qualcuno? -, andava biascicando per le vuote e fredde stanze di quell’antico appartamento male arredato, - c’è qualcuno? -, andava ripetendo, come quel matto che parlava agli spettri attraverso la tazza, ai tempi del suo servizio civile.

Egli viveva da solo ormai da dieci anni, quindi non aveva senso quel suo ripercorrere le stanze, una ad una, per quel grigio mattino con quelle gambe tremanti alla ricerca di qualcosa di assurdo.

L’ultima porta era socchiusa ed ancora era nell’aria l’aroma del primo caffè consumato chissà quando nell’eternità di quella mattina dei minuti trascorsi. Si intravedeva il lavello colmo di piatti sporchi ed anche la zuccheriera in bilico sull’angolo, nell’atto di una caduta in divenire.

Nello scostare tremante la porta, Emiliano la vide. Seduta di spalle e con il gomito poggiato sul tavolo, stava un’enorme figura nera, scossa da sussulti di risa a stento trattenute,una macchia scura nel fumo di Londra di quel mattino malato, una cosa sensa senso, oscenamente “presente” per altezza inumana e per magrezza cadaverica.

- M..mamma?

Lentamente, come un rivolo di bava meccanico, quella oscena presenza prese a torcersi e a contorcersi verso il povero avvocato impietrito sull’uscio, e più che un voltarsi era un’agonizzare macabro ed a spirale, mentre il lungo manto nero scivolava in terra lasciando trasparire le lunghe ciocche bianche che quasi sfioravano il pavimento.

L’orrore indicibile di quel volto era nulla rispetto alla raucedine di quella voce che lo sorprese alle spalle per quanto si potesse definire sorprendente ancora qualcosa in quei maledetti frangenti.

- Ti sei ancora pisciato nei pantaloni – disse la donna in nero con un rantolo.

- Vorrei sapere chi è che li lava…Emiliano sto parlando con te…-, mentre il collo spezzato ciondolava tragicomicamente per ogni dove a velocità opposte rispetto a quelle dei lentissimi movimenti del corpo.

- La…la…cameriera, mammina.

- Troppo comodo mio caro -, disse la donna mentre un rivolo di bava gli colava sino alle piastrelle in cotto.

- Troppo facile pisciarsi nei pantaloni e far fare ad un’altra il lavoro sporco. Adesso ti punisco -, e tra fremiti e convulsioni prese ad avvicinarsi, strisciando la sedia sul pavimento, peggio di un ex reduce del vietnam rimasto paralizzato che volesse dimostrarvi d’aver vigore e forza ancora integri.

In quell’istante scattava l’orologio a cucù del soggiorno. Era solo una domenica mattina e lei era andata via con quell’altro. Ma Emiliano questa volta non aveva ceduto. Con la mano stretta sulla patta dei pantaloni mai dismessi, era almeno riuscito quella notte a non pisciarsi addosso.

La notizia fu accolta con un certo stupore dalla domestica il martedì successivo. Il martedì e non il lunedì, poiché quella settimana cadeva di festivo.

Sono Gianni

(sonogiannisonogiannisonogiannisonogianni).

- Certo! Non c’è problema, posso venire io a ritirarlo, non si preoccupi signora.

(sonogiannisonogiannisonogiannisonogianni).

- No mamma, ho un impegno…non posso!

(sonogiannisonogiannisonogiannisonogianni).

Che si trattasse di andare a riprendere l’elettrodomestico riparato, o di negare un passaggio all’anziana madre, nei dialoghi, nell’intercalare, nel soffermarsi a guardare un tramonto, nello sbellicarsi dalle risa, nel proporre una diversa prospettiva filosofica, nell’andare in bici, al cinema, in trattoria, bevendo un cappuccino, ascoltando un disco, in bagno, mentre urlava, quando era triste, prima d’addormentarsi…insomma; ogni istante della sua vita cosciente, a voler salvaguardare quella onirica, era costantemente, ripetutamente, scandito da questo mantra ipnotico; un mesmerismo contratto chissàddove durante lo svezzamento, una maniacale asserzione del Sé sotto forma di nenia autoaffermativa. Appunto:“sonogiannisonogiannisonogiannisonogianni”.

Il “leit motiv” che lo possedeva come un demone impermeabile, e che stava a Gianni come il tergicristallo all’auto durante la pioggia, non era poi così celato tra le pieghe del Gianni cosciente, del “luianimalesociale” interagente con un contesto qualsivoglia. Ad esempio la sua compagna, così come gli amici più fidati, riuscivano addirittura a captarne il reverbero; talvolta qualche sillaba -“..og..anni..so…n..”-, soprattutto nei tempi morti e le stasi, più o meno come quando nel silenzio talvolta si riesce a percepire il ronzare del frigo, per poi perderlo subito dopo, al prossimo rimuginamento, alla prossima distrazione.

Naturalmente la percezione di questa ipertrofia egoica, ai più nota, era assolutamente celata alle minuziose indagini introspettive del Gianni medesimo proprio per la macroscopica possenza archetipica della stessa, come nella “Caccia al Mostro” di certi cartoons, dove all’incauto safarista vien fatto vivere il paradosso dell’equivoco cognitivo, tutto indaffarato com’è a scandagliare col binocolo le tracce della Creatura per la terribile savana mentre vi passeggia sulla schiena.

Tutto questo è necessario antefatto a ciò che si verificò nella notte del 27 maggio, ed esattamente alle 3.00 AM, quando qualcosa di importante successe, una vera e propria svolta decisiva nella vita futura di Gianni. Un evento che, per taluni aspetti, potrebbe essere anche considerato un colpo di fortuna.

Quella notte, la notte dei suoi cinquant’anni, apparve il Fatone, una sorta di gigantesca fata maschio in grado di governare il destino altrui, e si badi bene; non è che il Fatone appaia a tutti in sogno frequentemente,

Si dice infatti che appaia nella notte dei cinquant’anni di un terrestre su due miliardi.

Questa chimerica fata, metà uomo imbellettato, con rossetto, parrucca e barba incolta, metà vento di scirocco, con tanto di sabbie di deserti africani e brandelli di capelli beduini, era piombata dal Quarto Cielo quella bella sera, in camera da letto, spaccando in due come una mela, la gualcita tendina di plastica che separa il sogno dalla realtà, giusto lo spazio necessario all’intrufolamento del suo enorme braccio color cremisi - operazione quantomai pericolosa e delicata, chirurgica sicuramente, quella di ficcarsi in una sorta di ritaglio privo di sensorialità, visti i potenziali rischi d’annichilimento dimensionale, e di chissà quali collassi cosmici.

La missione del Fatone è sempre stata quella di liberare alcuni fortunati e di ridare loro una rinnovata prospettiva speculativa, e per tale nobile scopo egli poteva disporre di alcuni accorgimenti speciali, veri e propri attrezzi magici e dotati di potenzialità taumaturgiche.

Per il Fatone, una volta dentro con tutta la spalla destra, l’insufflare il Sospiro Aggregante atto a materializzare lo schiacciamosche argenteo, il cosiddetto Beehmut, strumento necessario allo spiaccicamento dei mantra nocivi ed autoreferenziali, fu solo un gioco da ragazzi. Subito brandito ed utilizzato, con quattro spadellamenti ben assestati, il Beehmut si rivelò efficacissimo nell’opera di deframmentazione del rovello, mentre per la ricomposizione della nenia giannesca, lo speciale attaccatutto delle Tre Magus, fu quanto di più perfetto e perfido si potesse riformulare: quel refrain maledetto era adesso diventato un decisamente più appropriato “sogni nani o ?”, con un bel Punto Interrogativo sul baratro, sciccheria suggerita dal Saggio Murutendra per instillare il germe del dubbio nelle risoluzioni delle nevrosi infinite.

Allegro e soddisfatto, come sempre, al raggiante Fatone non rimaneva che di curare bene e con oculatezza la ricucitura del contraddittorio tendino, e di porsi al di là dell’Orizzonte delle Percezioni, con la persuasione di aver eseguito anche questa volta un ottimo lavoro. Detto fatto, sorrise per un attimo, poi pianse a dirotto, indi scomparì.

Il mattino del risveglio di Gianni era fatto di nani e punti interrogativi, successivamente tramutatisi in nani dubbiosi, indecisi sul da farsi, timidi, recalcitranti. Non riusciva ad alzarsi dal letto. Non connetteva, non comprendeva. Una folla immane di nani, mormoranti, basculanti, sbeffeggianti, ma in attesa, era sparsa per tutta la casa. Sulle sedie, in terrazza, sui divani, nella tazza del water, per il salotto, lungo il terrazzo, sotto i tappeti, dietro le porte, era tutto un “naneggiare” sottovoce e sommesso. Lo stropicciarsi degli occhi per poi riaprirli non faceva che quintuplicare il numero di nani, e Gianni questo cominciò a realizzarlo alla terza strabuzzata.

Attendevano. Un suo gesto, una sua parola, qualcosa.

Con fare circospetto provò ad enfatizzare il movimento del braccio destro: tutta la marea nanesca oscillava a destra.

Provò ad alzarsi. Un brusio. Si mise a camminare fendendo la mini-folla che gli si apriva verso il salone col cuore in gola. Si fermò. Silenzio.

Comprese inconcepibilmente che doveva scegliere tra il nano gigante munito di membro aberrante con tanto di t-shirt con su scritto “L’alternativa a noi è la caduta dell’uccello di Priapo”, oppure tra quell’altro con la maglietta viola dall’enorme scritta “Aprimi l’ano col Matitone Oreste”.

Scelse il secondo, non avendo altra scelta.

Conficcò il Matitone Oreste nel posteriore del nano gigante subito tramutatosi in immane Girella al cioccolato, porta infernale del Minerale Lete, fiume navigabile a pagamento.

“Casette, nani, nanetti, sgorbi, nanerottoli, dromedari di plastica, margheritone a forma di pizza, per un doblone al cioccolato”, era scritto sul cartello roso dall’umidità, infilzato in maniera maldestra sulla fatiscente riva. Pagò senza pensarci su due volte alla mucca-cassiera.

Questo lo scenario dal barcone fettona biscottata che Gianni poteva osservare lungo il Fiume Perenne: esattamente quello del cartello, con qualche variante di mega barattolone alla marmellata di ciliegie.

Rovistando nelle tasche, per un attimo, si ritrovò un caleidoscopio, piccolo piccolo. Lo tenne un po’ per mano. Lo rimise in tasca. Lo riprese. Diede una distratta occhiata. Vide la sua donna, la compagna di una vita, in un microuniverso fatto di case sue, scuotere quel certo sé.

Ne dedusse il labiale, pressappoco una sorta di “giannisvegliati… giannichetisuccede…”.

Lo gettò nel fiume.

V come Veronica

Satana aveva scommesso su tre sue predilette: Valentine da Chatoillon, Victorie d’Acquisgrana, e Veronica d’Arezzo. Erano frutto di lunghe selezioni, di giochi di innesti, di violenze selvagge, di accoppiamenti mostruosi, di incesti necessari. Secoli d’alchimie della relazione sessuale: lo schiavo col signore, la cortigiana col Granduca, il giullare sgorbio con la Principessa, la figlia col Padre e Padrone, il colletto bianco col colletto blu. Una perfezione ricercata nei secoli, perpetrata nella sublimazione delle miserie del sociale mediante violazioni di norme e codici della morale attraverso le varie epoche, la summa di una confluenza genetica perfetta atta a generare la Triade V.

Veronica, era delle tre di Satana la prediletta, colei che recava seco il dono prezioso della Consapevolezza Cieca. Nelle sue vene scorreva inoltre sangue nobile e purissimo.

Sipario (Atto Unico)

Rivelazione.

Lo aveva capito a tre anni che il Male ed il Bene esistevano. Come poteva una cosa azzurra come il cielo trasformarsi in una roba buia con un occhio di grasso opaco da qualche parte? E come poteva bruciare la sabbia sotto i piedi? Tutte cose già chiare a quel tempo. Nel silenzio.

Training.

A sei anni, mentre stava a giocare col suo fiorellino e la terra, le era apparso Cristo in moncherini. Lo aveva ignorato perché le era sembrato implorante, come fosse stato evocato dalla sua stessa necessità d’impietosire. Niente da fare. Veronica aveva continuato ad esplorare il suo corpo.

L’anno successivo fu attaccata da tre corvi mentre rideva a crepapelle, quel giorno torrido d’estate, nella campagna dei nonni. Nonostante le ferite, continuò a ridere per non dare soddisfazione. La mamma cominciava a preoccuparsi.

Tre santi comparirono nel giorno del suo decimo compleanno. Stavano sopra le teste degli invitati, proprio mentre Veronica stava per spegnere le candeline. Indicavano una via da seguire, uno squarcio verde e luminoso di là dal salone promanarsi su su fino in cielo. Con disgusto lei spense i fuochi e si pisciò nelle mutandine. Fece una pozzanghera gialla che sconcertò gli invitati, ma che in lei non lasciò traccia di imbarazzo. Il fumo delle candele di cera cancellò la visione.

Empirica I.

“Non posso stare con te. Non posso. Anzi con nessuno. No che non puoi capire. Non si tratta necessariamente di quello che faccio, ma di quello che penso. Corro come una pazza, nuda, per i boschi, nella selva, tra le rocce, fra i rovi. Senza un motivo. Non lo capisci? Adesso lasciami in pace”.

Empirica II.

La mia curiosità. Devo tenerla a freno. Come mettere l’apparecchio ai denti. Drizzare la mia natura storta. Io sono “storta”. Sono una mala erba, come si dice. La mala erba non muore mai. Forse io non muoio. Sono una donna. Sono una femmina.

Acquisizione.

Nessuno. Qualcosa. Non sono sola. Provo una grande pietà per chi soffre. Non capisco.

Ogni mio sospiro, ogni mio respiro, è osservato. Qualcosa dentro e fuori. Una presenza indicibile. Il non pronunciato.

Le mie delusioni… le mie amarezze sono sincere. C’è però una qualche forma di tossina, come un filtro giallo, per ogni dove, nelle cose, nell’aria... Il mio sospetto è come la mia ombra…mi volto di scatto. Le sento. Ma v’è qualcosa di oscuro, di enorme. C’è dell’altro…

Catarsi.

Oh demoni e presenze! Adesso ho contezza dei destini paralleli che ci legano. A te, mio Signore Nero, non posso che voltare le spalle. Il Vostro Sommo Errore si ripete negli eoni del Tempo ed a me non rimane che di affrancarmi e spezzare la morbosa simbiosi. Mi nutrirò del sangue purificato delle mie sorelle, ed avvelenerò l’Algebra della vostra Trinità sostitutiva, incarnando la vostra stessa Speme. Questo è quanto. Questo è tutto. Perdonatemi, se potete. Vi chiedo perdono. Perdono.

Confessione.

(reperto 1245. Lettera dal carcere manicomiale di Reims indirizzata a Mons. Rivaldi)

Mi chiamo Veronica. Le mie mani sono sporche di sangue. Le teste mozzate delle mie due sorelle giacciono ai miei piedi. Non ho mai conosciuto Valentine e Victorie anche se le ho sempre amate. La loro decapitazione è santa. Attorno a me scorre la vita. I due affluenti sono frutto della sorgente dei miei polsi. Essi confluiscono in un unico fiume che dai miei piedi defluisce nella Piana del Tempo. Ciò che scelsi ha a che fare col limite. Il limite non è sondabile, e da allora non posso che amare.

Il mondo che io contemplo, tutti voi, ma soprattutto quello dei miei amici e miei cari, arde del vostro anelito nello specchio risanato dei miei affetti. Il significato del sacrificio è dinamico e sigillato dalla Stasi della Rinuncia.

Chi non ha saputo guardare al mio cuore senza squarciare il mio petto è dannato. Solo io ho il diritto di esercitare la Violenza in sommo grado. Il mio corpo nudo poggia sulle città malate, sulle metropoli ansanti, sulla civiltà morente. Le mie lacrime gocciano senza sfaldarsi in grumi di senso e nelle mie sclerotiche risiede il biancore della Genesi. Io incarno le spoglie mortali della Natura Madre. I petali che perdo sono le braci bianche su cui cammina lo stolto e riposa l’asceta, le ceneri non adulterate prodotte dal fuoco sacro della mia stimmate. In me riposa la Fenice Occitanica e ribolle l’ira del Chiaroveggente. Mai più ci sarà un divenire sotto il mantello del Castigo.

Con deferenza

V come Veronica.

Chiusura del sipario (Epilogo).

(Un’enorme coda si ritrae dietro le quinte. Il pubblico dovrebbe recepire la sulfurea disperazione per il fallimento di un progetto perfetto, tramite una copiosa messe di fiale puzzolenti).

Il morso di Dorothy


Dorothy si portò la mano al basso ventre in un caldo pomeriggio di settembre, quando il vento di scirocco sembra rianimare con gli ultimi spasmi quel che di morente v’è negli scorci d’estate: oh Dorothy, Dorothy! quanto vento sabbia e mare nel taglio del tuo polpastrello! - …nel piacente contorcersi del bacino un mancamento, come di paura; tempo sospeso, incommensurabile scorrere di zigrinata e composita filiera: piccoli, aguzzi, nascenti, doloranti, sanguinanti, canini, quale abnorme eruzione adolescenziale di griglia uterina e violenta cagnara di feti smerigliati e taglienti; lame introflesse.

Cominciò col rosicchiarsi l’indice, poi a ferirsi il pollice, sempre più godendo delle miscele d’umori: i piedi a mollo, come una isterica Baccante tedesca che fosse sopravvissuta all’impalamento, nell’atto di gemere l’orrendo spasmo per quel tramonto flagellato, strega impazzita, deturpata e corrosa dagli agenti atmosferici: così si colse e stuprò, nel rimuginamento di quell’insulso corpo di Gendarmeria Metereologica a forma di fallo ferito: oh Dorothy, Dorothy!che immonda sacrale scoperta facesti, in quel meriggiar d’immaginifici natanti battenti bandiera corsara!

Tutto ciò che era accaduto prima. Tutto quello che accadde dopo.

Collasso di spasmo, tempo bianco, abbacinante lucore.

Solo il sibilar d’un taglio, una riga scarlatta, idealmente tracciata da uno spadaccino perfetto, per tutta una vita a ciò consacrato: infallibile, come lo “zac” d’un santo sporcaccione dalle dita unte e crapulone, una specie di chirurgo dell’Età dei Lumi in sembianze di moschettiere baffuto, tutto “chapeau con penna ed inchino” al servizio della giovane vergine.

Quel che di qua stava di qua fu ermeticamente interdetto.

A destra dell’incedere del tempo, collassarono i giocattoli, le mamme ed i papà, le scuole con i libri e gli amori ridanciani, le gote arrossate, le caramelle con tutto quel che d’innocente poteva ancora esser succhiato: non più ricordi e profumi, sollazzi e balocchi, Dorothy, solo un muto ribollire di peci.

A sinistra vu fu il piacere della Belva: vulva dentata e senza cuore, figlia dello sconquasso gengivale pregna di purulento di piacere, ed ancella dello schiumante desiderio senza volto: soqquadro ormonale per addentellati d’ebrezza, immanenza senza riflesso, divenire infartuato.

Venne quindi il tempo del massacro.

Li evirava. Staccava loro il loro perno, succhiava quindi la loro anima.

Wolfang, Emanuel, Sigmud, Federico, Matteo, una lista di anonimi falli rosicchiati, uomini dolci e violenti, adolescenti e signori, lindi e lercioni, casti e zozzoni, come lo erano i Samuel, i Raymund, gli Huub, ed i Michael, pastori e zoticoni, letterati e villanzoni, marchesotti e buontemponi: oh Dorothy, Dorothy, quanto candore in quei piccoli morsi, pel tuo ventre a quei dardi ricolmi.

Il maschio e non la femmina: ragioni d’incastro, puzzlemania organolettica, singhiozzo della guarnizione. Un godimento nobile, quale il nutrirsi in sazietà o il cacciar le volpi in tempo di carestia, come la cipria ed il belletto sullo sporco, e l’irritazione della prurigine da piega.

Figlia di nobili, pazza e imprudente, troppo presto fu costretta a capitolare.

La polizia federale del tempo non potè soprassedere sull’evirazione d’un collega, uno sbirro sporcaccione e puttaniere.

La catturarono grazie ad una slogatura del suo tacco rotto, spezzatosi nella corsa dopo il pasto incompleto.

Rideva mentre le venivano strappati i denti uno ad uno: le cosce irrorate di sangue, le due bocche sfigurate dopo cotanta bellezza. Un mostro delizioso e crudele, impiccato e fatto a pezzi, gettato nelle Latrine Dimenticate, rinnegato dalla stirpe.

E’ cosi forse che s’impazzisce, o che si diventa assassini.

Un banale questione di denti del Giudizio.

La vera favola di Otteccuppac Ossor

C’era una volta un cacciatore buono anzi buonissimo che con fare chirurgico stava aprendo la pancia di un lupo enorme e cattivissimo. Dopo averla riempita con delle enormi pietre, il cacciatore buono ci ripensò. Prese il suo terribile coltellaccio e lo squartò dal collo in giù. Quale sorpresa! Dalla pancia del lupo cattivo uscirono la nonna e Otteccuppac Ossor neanche fosse stato un gioco di prestigio!

“Che buio che c’era lì dentro!” esclamo Otteccuppac Ossor.

“Grazie signor cacciatore !” ebbe a dire la nonna.

Ma in men che non si dica, il brutto lupaccio era già in piedi. Il cacciatore buono allora prese lo schioppo, ma non fece in tempo a sparare che il lupo s’era già ripappato nonna e Otteccuppac Ossor. Paralizzato dal terrore, il cacciatore finì col prendersi una bella zampata dal Lupo Cattivo e stramazzò a terra svenuto. Poiché il lupo era già satollo, decise di risparmiarlo per dopo.

“E’ proprio giunta l’ora di un bel pisolino…brrr ma che freddo che fa qui!”. Si mise i vestiti della nonna e si infilò sotto le coperte al calduccio. Il cacciatore buono, rinvenutosi, non riusciva a capacitarsi del come e del perché fosse lì. La botta aveva cancellato in lui ogni recente ricordo.

Si avvicinò al letto e non riconobbe il lupo; pensò fra se’: “come russa la vecchia”, ed alzò i tacchi.

Frattanto il lupo cattivo, a causa della enorme scorpacciata e dei traumi subiti, cominciò a sentirsi male, e tra una russata e l’altra vomitò tutta intera Otteccuppac Ossor.

Otteccuppac Ossor sapeva soltanto dire: “che buio che c’era lì dentro!”. Non ricordava pressoché nulla, quindi ritenne d’essersi appisolata.

Non si turbò affatto quando si sentì dire dalla nonna: “per mangiarti meglio!” ritenendo trattarsi del solito delirio della vecchia dovuto all’alzheimer. Non potè tuttavia fare a meno di constatare in che condizioni versasse la nonna:“Nonna ma che bocca spaventosa che hai!”.

Si sentì rispondere” per accarezzarti meglio”.

Dal che dedusse che era totalmente andata. Fece delle verifiche. La vecchia era mal messa.

“Nonna ma che mani grosse che hai! Nonna che occhi grossi! Nonna che orecchie enormi!”.

La povera nonna biascicò poche frasi sconnesse. Era in realtà stanca di essere oltraggiata. Non le andava insomma che quella sua insolente nipotina venisse a ricordarle quanti difetti la vecchiaia e gli acciacchi le avevano portato. Era la maniera migliore per liberarsene quella di dare risposte sconnesse temporalmente. D'altronde ciò era estremamente facile per la vecchia, tanto erano prevedibili e banali le osservazioni di quella ragazzina viziata.

Ciò indusse Otteccuppac Ossor a levare le tende.

Detto fatto, rimise la bottiglia di vino e la focaccia nel paniere e se ne andò via lasciando la nonna morta di fame. Nel frattempo il Lupo stavà così male che finì per vomitare anche la nonna tutta intera. Dalla nausea decise di spogliarsi ed uscire fuori a prendere una boccata d’aria. Richiuse la porta e provò a bussare per vedere se la vecchia fosse ancora cosciente.

“Non hai che da alzare il saliscendi!” si senti urlare.

Simulò un:“sono Otteccuppac Ossor nonna!”.

“Bene”, dissè fra se’ e se’ posso andare, e si inoltrò per il bosco.

Grande fu il suo stupore quando, in una radura luminosa, scorse Otteccuppac Ossor tutta intenta a raccogliere fiori.

“Dove abita la tua nonna?” le chiese il lupo per vedere se ricordava i recenti e terribili trascorsi.

“In una bella casa ad un quarto d’ora da qui” lei rispose.

“E cosa porti dentro quel bel panierino?”.

“Focaccia ed una bottiglia di vino, signor Lupo”.

“E dove vai di bello?”.

“Adesso a casa, prima che faccia buio!”.

“Mmm…sembra sincera”, realizzò il Lupo Cattivo “meglio lasciarla viva, tanto uno di questi giorni me la ripappo”.

E così fece un bell’inchino galantee si accomiatò, ululante per il bosco.

Otteccuppac Ossor raccolse le ultime margheritine e finalmente giunse a casa.

“Toc toc!”.

“Chi è?”, rispose la mamma.

“Sono io mamma, Otteccuppac Ossor!”.

“Entra! Non hai che da alzare il saliscendi!” si senti urlare”.

Otteccuppac Ossor rimase stupita nel vedere la sua mammina sdraiata a letto sotto le coperte.

“Mammina ma sono solo le cinque del pomeriggio!”.

“Sono tanto malata, figlia mia! Cosa mi hai portato?”.

Otteccuppac Ossor si sentì confusa e rispose balbettando “…della focaccia..ed una bottiglia..di vino…”.

“Ma tesoro!” rispose la mammina, “me le hai già portati poco fa! non vedi?”, disse indicando il comodino con la mano adunca e pelosa.

La cantante in gabbia

Era la Musa degli amanti del belcanto, per quel suo tono scuro ed al contempo brillante, lucido. La sua voce, ideale trasposizione sonora d’un tavolo in mogano ben levigato, sembrava venir fuori da uno scantinato, da uno sgabuzzino, da un sottoscala.

Non riuscivi a carpirne la scaturigine, la fonte surgiva. Pareva emanarsi da un’architettura corporea aliena, frutto dello studio morfologico di un foniatra demiurgo e privo di scrupoli: laringi e faringi estroiettate nell’epidermine introflessa, ugola in fuori e petto in dentro.

Niente di così orrorifico nella realtà. Lungi dall’essere creatura sì aberrrante, Cristina era fanciulla fascinosa, elegante, esile e flessuosa, tanto imperiosa in scena, con quella sua aria ammaliante e sorniona da pantera, quanto schiva e cagionevole fuori dal proscenio, nel disperante e reiterato tentativo di proteggersi dagli agenti atmosferici e dagli agenti dello spettacolo.

Era venuta fuori dal nulla, scoperta per puro caso durante un’audizione di provincia da un maestro di canto mezzo sordo ed affetto da scorbuto. Da lì a pochi anni era diventata una Diva ed i teatri ribollivano, colmi e brulicanti, di gente in spasmodica attesa.

Non era solo la crème delle città ad essere attratta dalla Diva, bensì torme d’intere famiglie di ricchi borghesotti di provincia, di artigiani, persino di macellai, contabili e villani, che andavano ad esperire villanamente il proprio “senso dell’estetico” indossando il vestito buono, la parrucca ed il belletto, dopo giornate trascorse a spennare polli e ad acconciare pelli. Accrocchi generazionali che mutavano divenendo vieppiù calca pressante il teatro di turno, e che all’occhio del critico di provincia parevano costituire “la deiezione d’una nascente società dei consumi, campionario disgraziato approntato alla bell’è meglio da un commediografo che avesse carenza di costumi ed esubero di comparse”. Un’ambaradàn magicamente ricomposto ed amalgamato, come la repentina bonaccia al fortunale, non appena a che le tende del sipario fossero state issate, rendendo la composta ribollente budino silente.

Una volta dentro, pigiati come sarde nei vari appostamenti, inebriati dalle occhiate penetranti della Diva, nel buio pesto della scena, le mamme ed i papà, le zie e le cuginette, i nonni e le matrigne, sconcertati da quegli sbraghi d’abissalità magnetica bianca, finivano idealmente col suicidarsi a frotte non appena quella voce avesse di che riverberare, al pari di ipotetici insetti senzienti - esserini dotati di senso critico-, che scegliessero d’andare a spiaccicarsi nell’ammazzamosche elettrico durante l’orgia fornicatoria.

Centinaia di occhi e bocche si pascevano, partecipanti, in quell’osceno e privato perdersi del decoro interiore, nell’intimità dell’atto copulatorio e non confessabile.

I bimbi smettevano di frignare, i maschiacci di sfruculiarsi palle e nasi, le femminacce di titillarsi la balconata, i vecchiacci di scoreggiare e scagazzarsi. Bocche e deretani cuciti, animo sospeso, palpitazione, incantamento: si sudava freddo.

Più o meno questo succedeva, per farla breve, a chi si fosse trovato da quelle parti per ventura o sventura: un repentino silenzio quindi, sordo ed ovattato, il buio, quegli occhi, la voce, il vuoto, il precipizio; un salto angoscioso seguito da una soffice e molle ricaduta, un rotolare trascendente per regioni aliene di Bellezza calda e di tepore.

- Qual era il suo segreto?

Da dove quel soffio caldo e cavernoso, flebile ma al contempo corposo, come di vino forte e pregiato, serbato in botti rare e sperse per le lande francesi ma che fosse tastabile durante il sonno? Mah! I più colti se lo chiedevano.

Altri, meno eruditi, uscivano via mesti e mogi o con le gote rosse, in cerca di una qualche conferma che non arrivava, storditi, magari finalmente petando o scaracchiando robe, altri ancora urlando, come fessi, liberati, al questurino distante, mentre il bimbo spisciazzava mutande, con le mamme al vento ed il vecchio nonno trombone appeso alla dentiera marcia e senza una speranza di conforto alla decomposizione.

Per tutti, nessuno escluso, vento, pioggia, ed ombrelli rotti, fango sulle scarpe buone e di vernice, melma sugli orli ed i ricami profumati alla lavanda, risultavano qualcosa di tremendo a sopportarsi, come un’offesa ed una calunnia connaturata alla percezione.

Un frinire molesto.

Lei lo sapeva. Era questo che dietro ai sorrisi, al complimento accorato, alla genuflessione patetica, ognuno tacitamente cercava di rubarle. Il suo segreto. Cercavano, sospettosi, una risposta a quel trasalire, non erano convinti; sentivano che c’era qualcos’altro da carpire per lenire la vergogna di quell’indecenza del darsi, di quel processo di corruzione che li mortificava ed avvinceva nell’intimo decoroso, spazzando via i pregiudizi, le noie e le gioie del quotidiano, al fine relegandole in una sorta di inconcepibile pre, straniamento che li rendeva simili a dei superstiti in cerca di cibo e vettovaglie dopo un terremoto, cattivi, violenti e avidi di una brama curiosa e mefitica.

Cristina temeva d’essere scoperta, violentata ed oltraggiata.

Rifuggiva, guardinga e timorosa, accompagnata da pochi e fidati collaboratori, dalle feste, dai ricevimenti, dai giornalisti e dai ritrattisti, sgattaiolava per carrozze ed uscite secondarie coperta e camuffata con il petto in costante affanno, come di chi avesse a nascondersi per un fatto grave, un oltraggio o chissà quale accidente. Era oramai un processo automatico, una necessità d’annullamento che scattava al calar del sipario; prendere e fuggire, struccarsi per poi scappare, senza sosta, senza lena.

Le grandi ed accoglienti mura di Villa Hampton finivano con l’essere oramai la sua sola oasi di pace. Più che negli alberghi lussuosi, era nella imponente maestosità della dimora, per quelle enormi, fredde ma accoglienti mura che era veramente possibile abbandonare il pesante fardello di vesti e di difese psichiche, mollarlo lì e vederlo afflosciarsi come un sacco vuoto, mentre le forze e le vampate sulle guancie sembravano tornare ad intermittenza, in un continuo succedersi di pallori e fuochi.

Questo ridestarsi della vita interiore, dapprima in rigagnoli, poi in torrenti ed affluenti di calor porpora, se da un canto riusciva a rinvigorire, irrorandole, le pallide carni, dall’altro, e per converso, induceva la germinazione di un panico cieco, stimolando la risalita degli affluenti mefitici e sotterranei che dall’inconscio emergevano quali scorie sepolte e rimosse di un passato terribile.

I ricordi di quel giorno - il letto d’ospedale, la polmonite -, prendevano allora a baluginare, come riflessi colorati fra le nebbie, e per quanto Cristina si sforzasse di tenerli a freno, inghiottendo di volta in volta quale pillola amara tali dolorose visioni, essi continuavano a riproporsi con la cadenza ineluttabile di un calvario cristiano.

Un’ossessione montante, un liquido denso cominciava allora a colmarla di una sorta d’angoscia vivida, come di colla psichica claustrofobica e soffocante. Era il segno che tra poco sarebbero cominciati.

Becchettii.

Dapprima pruriginosi, come formicolio urticante, indi sempre più presenti in qualità di pizzicotti, d’unghiate al petto ma dall’interno. Un frullo d’ali, piume in gola, zampettii, graffi. Poi ancora pause e disgraziati silenzi. Minuti forse, o secondi, di scarto malefico. E poi ancora cinguettii, claudicanze, ed il perseverare dei colpi di becco frammisti a zampate; strepitìo d’angoscia piumata. Lo strazio di un essere in trappola. Una pausa breve e poi beccate repentine e a raffica. Morsi.

Cristina sanguinava e tossiva. Sputava grumi ematici nel lavabo in marmo rosa. Cominciava a dimenarsi tra stanza da letto e toilette, a contorcersi in preda alla paura. Le mani alle orecchie. Più che le ferite per i colpi di becco era quel sottile e disperato pigolio che la spossava. Non riusciva ad urlare o a chiedere aiuto. Cominciava a rantolare indemoniata e posseduta dal malessere. Cercava di ficcarsi le dita in gola, cercava di vomitare.

Il suo segreto…

Di colpo nel delirio, un’illuminazione…nella cassapanca… frutto di quei rari momenti di prevenzione translucida…la scatola di becchime…ne prese una manciata…si ficcò una mano in gola…giù giù fin quasi a strozzarsi…lo agguantò per la testina minuta e lo vomitò assieme ai chicchi sparsi alle salive ed ai reflussi gastrici…senza guardare quello strazio piumato…ne strizzò il corpicino con tutte le forze tra le mani…ne fece una poltiglia…e, senza pensarci…cercò di spremere quanto rimaneva in un bicchiere…ne ricavò un’orrenda pappa che allungò con del liquore preso a casaccio…la bevve…convulsamente…per paura di perdere ogni cosa.

Non cantò mai più.

Se ne può dedurre che non sempre bisogna porre freno alla propria smania d’acquistare articoli apparentemente superflui; comprare una scatola di becchime in ragione di un Superno indotto mascherato nel negozio d’alimenti per animali di Immanuel a Broken Street, a volte è cosa buona e giusta.



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