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lavoro pubblicato domenica 15 giugno 2008
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Fastfood

di laZia. Letto 1246 volte. Dallo scaffale Pulp

  - Senti un po' - cominciò, sputazzando tutt'intorno particelle non meglio identificate di hamburger - sei sicuro di aver capito? - Cazzo, ma certo che ho capito Frank. Lo so a memoria, in pratica. E tu vedi di stare zitto una volta buona,...

- Senti un po' - cominciò, sputazzando tutt'intorno particelle non meglio identificate di hamburger - sei sicuro di aver capito?

- Cazzo, ma certo che ho capito Frank. Lo so a memoria, in pratica. E tu vedi di stare zitto una volta buona, e di piantarla di sommergermi dei tuoi sputi schifosi, ciccione.- soggiunse il ragazzo vedendo che l'uomo di fronte a lui aveva di nuovo aperto bocca preparandosi a dire qualcosa.

- Piccolo stronzetto insolente! Stai attento a come fai andare quella fogna, che sono sempre buono di spaccarti quel bel musetto! - proruppe questi, paonazzo e continuando a lasciarsi sfuggire frammenti di cibo.

Sul volto del giovane si distese un sorrisetto sottile e amarognolo a cui il suo compagno non badò, riprendendo a mangiare mentre ancora borbottava imprecazioni su quel "cazzo di cretino che mi ha consigliato di rivolgermi a questa faccia di culo con il moccio al naso". Aveva appena staccato con un morso un grosso trancio di panino quando lo sputò sul tavolo sgranando gli occhi a fissare il ragazzo, che a sua volta rispondeva al suo sguardo allibito con un'occhiata beffarda.

- Sei uno con le palle, Frank. - disse, mentre con la mano sinistra prima estraeva una Marlboro dal pacchetto morbido e poi la accendeva, dopo averla portata alla bocca. - Ma ancora per quanto?

- Andiamo..Dylan, forza..non sai proprio cogliere l'ironia quando..

- Zitto, vecchio. - lo interruppe l'altro con palpabile disprezzo. Il fumo continuava a fare dentro e fuori da bocca e narici, e già un avanzo di cenere cadeva a lordare la superficie del tavolo, ospite di molteplici bocconi di hamburger semimasticati.

Gli occhi di Frank saettarono in giro per il locale, ma nessuno dei pochi clienti notturni del fast-food stava guardando nella loro direzione. Infine tornò a rivolgersi a Dylan con una preghiera sulle labbra. Quando gli avevano parlato di quel piccolo demonio non l'aveva creduto possibile, ma dopo aver passato la serata in sua compagnia era pronto a considerare le cose da un altro punto di vista; d'altra parte sarebbe bastato dare un'occhiata a quello sguardo freddo per credere che l'avrebbe fatto. Un pazzo, ecco cos'era, però intelligente anche. Furbo.

- Andiamo, pensi davvero che ti farei saltare gli attributi in mezzo a un fottuto McDonalds?! Piantala di fartela sotto. Ci sono già abbastanza palle di mulo tra quelle che hai sparso tu su tutto il tavolo, che cazzo di porcile. - disse il giovane con voce ferma e occhi guizzanti, allontanando la canna della pistola dall'inguine del suo commensale e riponendo l'arma. Ce l'aveva tenuta premuta con tanta forza che Frank, Frank Arinis che gestiva il più grosso giro di puttane e coca della città, i cui nemici sparivano da un giorno all'altro senza che nessuno avesse il coraggio di cercarli, Frank, avrebbe faticato per giorni persino a pisciare, per non dire farsi un giro con una delle ragazze.

Cercando di nascondere il tremore della mano, Frank riprese il panino, anche se il commento sulle palle di mulo gli aveva tolto l'appetito.

- Tu sei fuori, cazzo, sei matto. - fu tutto quanto riuscì a dire, tergendosi il sudore dalla fronte.

Il giovane rispose con un risolino e Frank di nuovo lo fissò. Quel pazzo si stava anche divertendo, Madonna santissima.

- Non prendertela Frank, anzi Frankie. Ti sta bene, non trovi? Insomma, Frankie, dicevo, tutti ci teniamo ai gioielli di famiglia. Non farne una questione personale.

- Piantala di prendermi per il culo. E non chiamarmi con quel nome del cazzo. Devi solo ringraziare che i miei ragazzi non ti abbiano visto, o a quest'ora ti ritroveresti in una situazione davvero molto brutta. - sbuffò Frank, lisciandosi i capelli grigi.

- I tuoi ragazzi sono al cesso da mezz'ora a farsi una troia minorenne, nel caso non te ne fossi accorto. - rispose Dylan ammiccando.

- Ma che cazzo..... - lo interruppe Arinis, girandosi per controllare il tavolo dove erano sedute le sue quattro guardie del corpo; c'era un solo uomo in quel momento, ed evitava accuratamente di guardare nella loro direzione.

- Li hai pagati! - lo accusò tornando a rivolgersi verso Dylan, il quale per tutta risposta si mise a ridere sonoramente.

- Dovresti scegliere con più accortezza i tuoi collaboratori, grande capo. In ogni caso, se ti sta tanto a cuore, puoi sempre chiedere loro di darmi una ripassata sul retro. Non devono per forza aver visto per obbedire ad un tuo ordine, no? Sarei curioso di scoprire chi si troverà in una brutta situazione. - gli occhi ghiacciati d'azzuro brillarono mentre la bocca sottile del giovane pronunciava le ultime parole di sfida.

Frank sospirò. Quella specie di Satana gli stava sui coglioni, non c'è che dire, ma era il migliore e aveva bisogno di lui per un lavoro importante.

- Ascolta, Dylan. Io e te lavoreremo insieme, non vedo perchè cercare di metterci in difficoltà a vicenda. Non conviene a nessuno, in fondo è un lavoro e la paga non mi sembra affatto male.

La sua diplomatica parlantina era spesso servita a stipulare accordi vantaggiosi con altri "uomini d'affari", per così dire, e Frank decise di giocare la stessa carta con Dylan.

- No, non è male. In ogni caso ho capito qual è il mio compito. Tra una settimana qui alle sette, vengo a incassare.

Senza lasciare a Frank il tempo di rispondere, Dylan si alzò in piedi spazzolandosi la giacca.

- Oh! - soggiunse infilando una mano in tasca ed estraendone due banconote, che gettò sul tavolo sudicio - Questa la offro io, ma la prossima tocca a te.

Uscì nell'aria fredda e accese un'altra sigaretta, inspirò a fondo sfregandosi le mani per riscaldarle. Poi si avviò verso il buio e scomparve alla vista, confuso tra il popolo dei derelitti che respirano la notte delle città.

Lungo la strada si fermò in un localetto male illuminato, che ormai poteva dire di conoscere come casa propria. Senonchè non aveva una casa propria.

Aveva appena ricevuto un incarico piuttosto grosso, ma non era il caso di muoversi troppo rapidamente, lo sa chiunque sappia fare il proprio mestiere. E Dylan sapeva fare il suo. Potete scommetterci.

Un tizio più morto che vivo se ne stava disteso sulla soglia in una pozza di sangue, che proveniva con tutta probabilità da una ferita allo stomaco. Dylan lo scavalcò distrattamente; se frequentava quel genere di posti probabilmente se lo meritava, così come non dubitava di meritarlo lui stesso.

Si sedette al bancone e aspettò che Laura, la cameriera, venisse a prendere la sua ordinazione. Non era una brutta ragazza, Laura, alta e bionda, sui venti/venticinque, peccato per quella malattia della pelle. In effetti sembrava che ce l'avessero in parecchi; un vero schifo a voler dire la verità, pus e quant'altro. Dicevano che fosse qualcosa che c'era nell'aria, o nell'acqua, ma probabilmente erano solo cazzate e si trattava di sfiga pura e semplice. I più fortunati rimanevano sterili oltre che sfigurati, per gli altri ci voleva l'estrema unzione dei Credenti.

Robe da pazzi, una vera sfiga prendersi una cosa del genere, anche se era pur sempre vero che il rischio di contrarla era piuttosto basso dopo una certa età; almeno questa era l'idea della gente, non erano rimasti in giro molti Dottori disposti a sporcarsi le mani.

Dylan addocchiò Laura che versava una birra ad un tipo grosso quanto un armadio e le fece un cenno, a cui lei rispose con un sorriso.

Un vero peccato che sia ridotta così, pensò lui mentre la ragazza si avvicinava permettendogli di scorgere le piaghe del viso e qualche goccia di liquido giallo rappreso.

Le mani guantate per nasconderne l'aspetto tragico passarono uno straccio sul bancone a togliere gli aloni dei precendenti bicchieri; scostando le braccia Dylan accese un'altra sigaretta.

Trovare delle vere Marlboro costava un occhio ma i suoi nuovi rapporti con Arinis potevano dargli una mano; altrimenti avrebbe trovato qualche altro sistema per non pagare la tariffa intera. Che non si dicesse mai che non era uno in grado di arrangiarsi.

- Tesoro, lo sai che ti fanno male..

- Lo so, dolcezza, ma non queste. Giuro, vere Marlboro. Ne vuoi una?

Laura lo guardò, visibilmente tentata.

- Non saprei. Ho sentito storie terribili, per questo non fumo mai.

- Gran brutto vizio, meglio per te. - rispose Dylan espirando una nuvola di fumo, - Una volta un tizio mi è crepato davanti al naso.

- Non dire stronzate! - lo ammonì lei con un sorrisetto benevolo - Non staresti qui a fumare pacifico, se fosse vero. Cosa ti porto?

- Una blu e una birra. Anzi, due blu.

La cameriera si girò per andare a prendere ciò che aveva chiesto e lui le gridò dietro : - E comunque è tutto vero! Queste non sono mica le solite merdose!

Lei si girò verso il ragazzo biondo e lo liquidò con un gesto della mano e un sorriso che doveva essere al contempo sexy e un po' derisorio, ma che venne fuori deturpato, come ogni cosa, dalle rosse spaccature che le segnavano il volto.

Dopo aver fumato il mozzicone fino all'ultimo, Dylan lo gettò a terra e riflettè su quell'uomo grattandosi la fronte.

Cazzo, se non l'aveva visto crepare davvero. Ne aveva visti morire abbastanza di uomini, anche per mano sua, ma quello era stato il peggiore, ne avrebbe fatto a meno volentieri.

Un minuto prima parlavano del più e del meno, dovendo dividere una vecchia stazione della Sotterranea per la notte, da bravi coinquilini, e poi d'improvviso mentre gli raccontava (e chi se lo poteva dimenticare) di come avesse visto morire sua figlia per una deformazione congenita, il vecchio si era portato la sigaretta alla bocca, solo che non aveva inspirato normalmente.

Era stato un rumore come di risucchio, interminabile, cazzo. Come se non dovesse mai finire, come se il vento stesse soffiando in una caverna abbandonata, come se i suoi polmoni si fossero espansi all'inverosimile. Una cosa orribile, oltre tutto, vedere gli occhi sbarrati del vecchio e la cicca sfuggirgli di mano.

Strano, ma solo vedendo la mezza sigaretta rimbalzare a terra si era reso conto che l'uomo sarebbe morto.

Quella notte aveva dormito col cadavere, stringendosi accuratamente dalla parte opposta della sala d'aspetto dopo essersi preso la sua coperta (a lui non serviva più di certo), e il mattino dopo se n'era andato.

In seguito qualcuno gli aveva detto che era questo l'effetto di quelle che i venditori spacciavano come sigarette, a lungo andare. Bucavano la parete del polmone, e allora addio.

Aveva pensato che fosse la solita leggenda metropolitana, ma poi aveva conosciuto uno Smaltitore che gliene aveva mostrato uno. Aveva aperto questo corpo davanti a lui e, benchè non si vedessero ferite all'esterno, era innegabile che il polmone destro avesse un foro di discrete dimensioni.

Da allora cercava di fumare solo marche vere, tra quelle che si riuscivano a trovare in giro.

Laura era rientrata nella cucina polverosa, seguita dallo sbattere della doppia porta a molla.

- C'è quel tipo, vero? Quel Donald? - la apostrofò una ragazza con un vistoso rossetto color porpora, seduta su uno sgabello a tre gambe.

- Si chiama Dylan. - rispose Laura con una certa freddezza.

L'altra ragazza ridacchiò.

- Che importanza hanno i nomi, ti pare? Lo trovo molto carino. Mi ci farei un giro volentieri..e non dirmi che non la pensi così anche tu! Non fare l'innocentina, Laura!

Per tutta risposta Laura stirò un sorriso talmente sottile da essere indistinguibile dalle piaghe della pelle.

- Per non parlare di quell'orecchino, l'anella al lobo, hai presente? E mi ha detto Lisa, hai presente la rossa che abita qui vicino? Bè, dice che ha un'anella anche al capezzolo, che è tremendamente sexy..Oh! E dice che è messo piuttosto bene, oltre che ci sa fare parecchio e...

- Senti Raven, perchè non ci vai tu a portargli l'ordinazione se ti piace tanto?! - la interruppe l'altra, più che stizzita.

Raven si alzò dallo sgabello e infilò nuovamente le scarpe che aveva abbandonato in un angolo. Camminando come niente sui vertiginosi tacchi a spillo si avvicinò a Laura e le prese dalle mani il boccale di birra.

- Tesoro..non ti arrabbiare, lo sai come sono fatta quando mi prende una passione. - le disse ridacchiando e con una strizzatina d'occhio. Dopo di che uscì dalla cucina ancheggiando.

La porta a molla riprese a sbattere, ma la vista di Laura si faceva sempre più sfocata, i suoi occhi pieni di lacrime, mentre si accasciava a terra lasciando scivolare la schiena contro il muro.

Lei, che non avrebbe mai avuto un abbraccio dal misterioso ragazzo biondo, che non avrebbe mai trovato la dolcezza nascosta dietro i suoi occhi di ghiaccio. Nè lui nè nessun altro.

- Ecco qua. La tua birra. - disse la ragazza a Dylan, poggiando sul bancone davanti a lui il boccale che Laura aveva avuto cura di riempire fino all'orlo.

Per non sbagliare poggiò sul bancone anche il seno abbondante, sfoggiando un sorriso che voleva essere molto gentile.

A Dylan non sfuggì nulla di tutto questo e rispose all'offerta con un'occhiata soddisfatta, anche se in verità gli occhi tendevano sempre a scendere dal viso della prosperosa ragazza per fissarsi altrove.

- Desideri altro? - chiese lei in tono provocante.

- Mh! Ora che mi ci fai pensare - rispose lui asciugandosi dalle labbra la schiuma della prima sorsata - tesoro..

- Raven.

- ...Raven, dicevo, avevo chiesto alla tua collega anche due blu. Se non è troppo disturbo potresti portarmele, che ne dici?

Raven assunse un'aria pensosa e gli rivolse uno sguardo divertito mentre rispondeva : - Sicuro? Non c'è il rischio che due blu ti lascino un po' steso?

- Amore, - rispose lui ridacchiando con autocompiacimento - tu fidati di me. Vuoi?

- Proverò. - disse lei poco convinta, ma si staccò dal bancone e andò ad estrarre da un armadietto una coppa di vetro.

La coppa era piena di piccoli involti colorati; Raven la poggiò davanti a Dylan, come aveva fatto con la birra e le tette, lasciandolo scegliere da sè.

Dopo una rapida occhiata al contenuto della coppa, il giovane prese due piccoli involti blu e mentre la cameriera rimetteva tutto al suo posto li scartò velocemente. Ne emersero due pillole biancastre, che ingerì grazie ad una sorsata di birra.

Raven si stava ora dedicando ad un altro cliente, cercando di seguire la prima regola delle cameriere, vale a dire cercare di non mostrare repulsione nemmeno per gli individui più orrendi riuscendo comunque ad evitare di doverci andare a letto.

Dylan fissava la propria birra chiedendosi se una scopata con la bella cameriera non sarebbe forse stata meglio di un trip e rispondendosi che si poteva sempre avere entrambi.

Dall'altra parte del locale qualcuno aveva riesumato il juke box, che ora sprigionava le accoglienti note di una chitarra, complice di una canzone di cui si era perso il titolo.

Accogliente come un ritorno a casa, ecco il suo viaggio, mentre poggiava la testa sul bancone e un filo di bava si affacciava dalle labbra semichiuse.

Aprì gli occhi e si sollevò di scatto con un salto sullo sgabello. Il juke box andava ancora, anche se ora udiva una voce femminile, quindi non doveva essere passato molto tempo. O forse si, si disse dando un'occhiata al locale, che prima gli era sembrato molto più affollato. Da quanto riusciva a vedere era scomparso anche il tizio disteso sulla soglia, forse qualcuno aveva avuto pietà o forse aveva cominciato a puzzare.

Non ricordava nulla del suo trip, ma d'altronde, rifletteva inclinando la testa a svuotare il boccale, era questo il bello delle pillole blu.

Come prendersi una pausa, passare piacevolmente un po' di tempo in un luogo indefinito ma di certo molto bello, e poi svegliarsi di nuovo con la mente rimessa a lucido.

Controllò prima di tutto che i fogli e la foto che costituivano il suo compito per conto di Frankie fossero ancora al loro posto. Buon vecchio Frankie, faceva lo scorbutico ma non era cattivo in realtà. Appurato che era tutto ok, prese a guardarsi in giro alla ricerca di quella bellezza...Raven.

Una vera bellezza, non lo diceva per machismo. Odiava chi trattava le donne con sufficienza, chi le usava. In questo senso odiava anche Frank, e se non avesse saputo che proteggeva le sue ragazze come delle figlie (bè, diciamo nipoti) probabilmente gliele avrebbe cantate. Dylan G. non avrebbe mai fatto soffrire una donna, cazzo, lui le donne le amava. Tutte.

Intravide la sua venere entrare in cucina e senza pensarci due volte scavalcò il bancone e la seguì, nell'indifferenza generale.

- Ehi, troia! Stai più attenta, merda, questa maglia è nuova! - urlò con voce acuta un travestito, impugnando come un'arma una camicia lisa e consunta.

- Oh! Mi scusi, davvero! Scusami..prendo qualcosa per pulirla. - si giustificò Laura, distogliendo lo sguardo dalla porta a molla che ancora oscillava.

Nella sua mente lo avrebbe fatto per tutta la notte, come se non lo sapesse.

Il mattino seguente il risveglio fu tutt'altro che memorabile per Dylan, che si ritrovò accartocciato su un divano sfondato. Sulle prime non riconobbe la parete contro la quale aveva la faccia schiacciata, quel marroncino spento non gli diceva proprio nulla; in più aveva tutti i capelli davanti al viso, roba che non lo avrebbe riconosciuto nemmeno sua madre.

Il mal di testa la faceva da padrone, insieme a tutta una serie di altri intorpidimenti e dolorini. Non ricordava nemmeno bene come fosse arrivato lì, anche se gli era sufficientemente chiaro come lui e la cameriera avessero utilizzato la superficie disponibile.

Strano, perchè, a parte quella birra e il viaggio con le blu giù al bar, non aveva preso nient'altro; o forse aveva ragione Raven, davvero quella roba ti poteva stendere.

Allontanando poi il volto dal muro e allargando la prospettiva alle assi di legno con le quali era stata ricavata la stanza, ricordò di trovarsi in un'appartamento sopra il bar. O nell'isolato a fianco. Insomma, a casa di Raven.

Lentamente si sollevò a sedere, appoggiando stavolta la schiena al muro e portò a compimento la panoramica dell'ambiente. Non che le sue dimensioni richiedessero molto tempo per essere esplorate. Il divano, un tavolo, due scatole piene di vestiti e una di scarpe, uno specchio. Una vera amante delle scarpe questa Raven. Non aveva mai conosciuto nessuno che potesse permettersi di averne una scatola intera, a parte forse Frank, e anche la ragazza non dava l'aria di navigare nell'oro.

Ma Dylan sapeva bene che ci sono cose a cui ti aggrappi, e ti toglieresti il cibo di bocca pur di averle e di illuderti di essere felice. Suo fratello aveva la morfina. Lui le sigarette, per esempio: quante persone rischiavano di morire come il tipo della Sotterranea, solo perchè pur di averne una si accontentavano anche di quelle comuni? E tutti lo sapevano, merda, che quelle erano una mazzata tremenda.

Senza nemmeno accorgersene stava cercando, nel groviglio di quello che un tempo doveva essere stato un lenzuolo, il proprio pacchetto e l'ironia della cosa gli strappò un sorriso.

Stava per perdere la pazienza, solo in quella stanza, in mutande e senza nulla da fumare, era quasi giunto a pensare che Raven fosse venuta a letto con lui solo per rubargli i vestiti (o magari le scarpe, come sussurrò una vocina maligna dentro di lui) quando vide spuntare da sotto il divano quella che era senza dubbio una gamba dei suoi jeans.

Risollevato, si protese per afferrarli. Mentre si allungava verso il limite del materasso, una macchia rossa tra le lenzuola biancastre attrasse la sua attenzione.

Tornato quasi al punto di partenza, riprese a frugare nella stoffa e dopo qualche secondo ne estrasse un biglietto. A dire il vero era un messaggio scritto dietro un tovagliolo del bar, ma era pur sempre una cosa carina, che lo mise di buon umore. Il risveglio cominciava ad essere abbastanza degno, pensò leggendolo.

Buonciorno D ! E' stata davero una bella serata, se passi nel bar una di queste sere potremo ripetere di nuovo!

Un bacio (dove ti piace)

Rawen

Più che gli errori ortografici (ma chi era davvero andato a scuola, in fondo?) lo colpì il bacio stampato con il rossetto sulla carta. Era stato quello ad attirare la sua attenzione, riproduceva alla perfezione le morbide labbra di Raven, che tanto lo avevano accolto quella notte.

Al ricordo si concesse un sorriso compiaciuto, poi piegò il tovagliolo per conservarlo in tasca. Per associazione di idee si chinò di nuovo per recuperare jeans e sigarette.

Afferrò la gamba che spuntava e tirò leggermente, ma i pantaloni non volevano saperne, con ogni probabilità si erano impigliati in qualche molla della rete.

Infastidito, ci mise più forza, mentre un'area della sua mente lo informava che un divano duro come quello una rete non ce l'aveva di certo. Decise di insistere senza concedere alla voce il beneficio del dubbio e al terzo tentativo finalmente qualunque cosa gli impedisse di prendere i vestiti cedette e si ritrovò con i jeans in mano a sbattere la schiena con forza contro il muro per il contraccolpo.

Al diavolo.

Recuperò il pacchetto di Marlboro dalla tasca posteriore e ne estrasse una, che subito si infilò tra le labbra. Mentre si preparava ad accenderla notò che la carta del pacchetto sembrava umida, oltre tutto aveva preso una certa sfumatura...

- Porca troia! - esclamò lasciandosi cadere la sigaretta ancora spenta in grembo.

Con uno scatto riprese in mano i jeans, che aveva poggiato sul divano dopo averne estratto ciò che cercava, quando li sollevò vide che già il lenzuolo al di sotto si stava colorando di rosso. Ma non baci di rossetto, stavolta.

- Merda.

Ci mise non più di un secondo a saltare a terra e inginocchiarsi per guardare nella scura penombra sotto il divano. Una manciata di istanti e gli occhi si abituarono alla luce, nella quale distinsero una ben nota forma rossa.

Labbra carnose.

E ancora, piedi infilati in scarpe con tacchi altissimi.

Piedi inerti.

Il risveglio era un po' meno degno, ora.

Dylan si lasciò cadere seduto pesantemente sul pavimento e infilò la mano destra sotto il divano, già sapendo cosa avrebbe sentito.

Nulla. Niente battito. Silenzio.

Sospirò. Porca puttana, sembrava una ragazza a posto.

La sua mente era come in tilt, come in un viaggio bianco, di quelli che te li ricordi ma sei così lento. Lento.

I suoi pensieri fecero d'improvviso un balzo in avanti.

Come possono aver fatto questo senza che io me ne accorgessi?!

Si alzò in piedi di scatto. Il sangue era semi coagulato ma per la maggior parte ancora fresco, il corpo non era ancora rigido; non doveva essere accaduto da molto tempo.

Di nuovo fece vagare lo sguardo per la stanza, senza notare nulla di diverso da quando l'aveva osservata poco prima.

Com'è possibile?

Com'era possibile che non notasse nulla?

Niente sangue?

E il sangue?

- Cazzo! - esclamò a voce più alta, quasi gridando e scosso da tremiti di rabbia.

Si impose di calmarsi e riflettere bene sulla cosa, ci doveva essere una spiegazione per tutto. Nell'appartamento non si udivano altri rumori, se non qualche ragazza al lavoro al piano di sopra, che faceva cigolare le molle.

Recuperò dal pacchetto un'altra Marlboro, non riuscendo più a vedere la prima, e, mentre buttava di nuovo le altre sul divano, lo sguardo gli cadde sul tovagliolo che aveva piegato per conservarlo. Sentì una lacrima solleticargli l'occhio sinistro, mentre la gola si chiudeva con un macigno.

Scacciò entrambi con un soffio di fumo, chiudendo gli occhi per isolarsi da quella situazione di merda e ricominciare a ragionare, capacitarsi di quel casino.

Tra le sue labbra la sigaretta si consumava velocemente, intanto Dylan cercava con molte difficoltà di svuotare la mente, di tenere solo l'essenziale. Aprì gli occhi soltanto quando si rese conto di stringere tra le labbra nient'altro che il filtro e che l'ultima brace era caduta a mezzo centimetro dai suoi piedi scalzi; solo in quel momento si accorse di essersi grattato distrattamente la spalla sinistra per tutto il tempo.

Fin da piccolo aveva sempre dormito sul fianco destro e conservava vivido il ricordo di Betty, prima che quell'infezione se la portasse via, che gli diceva ridendo che non bisognava mai dare le spalle a una donna, a letto. Chiunque essa fosse.

Non riusciva a capire cosa diavolo c'entrasse questo con ciò con cui aveva a che fare ora e sbuffò, continuando a passare i polpastrelli sulla pelle della spalla, ormai arrossata.

Poi finalmente l'ultimo velo cadde e lui si lanciò verso il tavolo, che poggiava contro la parete alla quale era appeso uno specchio mezzo crepato. Con un balzo fu al tavolo e ansimando per l'agitazione vi si issò sopra con un fluido movimento delle braccia, con tanta irruenza da far cadere la maggior parte degli oggetti poggiati sul piano di compensato scadente.

Aveva praticamente la schiena a contatto con la fredda superficie del vetro. Da quella posizione girò la testa sulla spalla sinistra per vedere il riflesso.

Notò di sfuggita il proprio viso tirato e gli occhi accesi, quasi febbrili, per concentrarsi su ciò che gli aveva suggerito la sua mente, ora non più annebbiata.

La pelle dietro la spalla sinistra era arrossata per circa cinque centimetri; strizzò gli occhi per vedere meglio. Poco sopra la bianca cicatrice dentellata, che aveva smesso di tormentarlo da meno di un mese, notò un puntino quasi invisibile, proprio nella metà bassa della macchia rossa.

- Fottuti bastardi! - gridò, paonazzo, girandosi e contemporaneamente sferrando un pugno allo specchio, che andò definitivamente in frantumi.

Lo avevano drogato, gli avevano infilato un fottuto ago nella fottuta carne. Aveva voglia di piangere per come era stato raggirato facilmente.

La mano con cui aveva colpito il vetro bruciava parecchio e qualche gocciolina di sangue andava apparendo sulle nocche. Rimase semplicemente immobile, respirando a fondo, in piedi tra una spazzola e un rossetto senza tappo, che ancora rotolava sul pavimento per le vibrazioni del colpo.

Le cose di Raven.

Rawen.

Non sentiva altro che il palpitare impazzito del proprio cuore, la rabbia entrava e usciva da lui riscaldando l'aria che respirava. Aveva solo voglia di picchiare qualcuno, di dare fuoco all'intero stabile. La violenza era l'unico sistema a cui riuscisse a pensare per abbattere il muro d'ira che aveva costruito intorno a sè in quei pochi minuti.

Ed era più che risoluto a metterlo in pratica.

Inspirò a fondo, promettendo a sè stesso che, nell'ordine: si sarebbe vestito, sarebbe uscito di lì come un fulmine e avrebbe rotto il culo a chiunque si fosse messo in mezzo, e anche a qualcun altro, per buona misura.

Tale rassicurazione sembrò bastare al suo sconvolgimento, che gli restituì in pegno un altro briciolo di lucidità.

Immerso ora nel silenzio assoluto, sobbalzò quando udì un colpo più forte degli altri dal piano di sopra, dove probabilmente toccava al cliente numero 2 della mattinata. Ma poi chissà che ora era.

Buttò fuori un risolino nervoso per essersi spaventato per una cosa del genere, solo una puttana che si dava da fare in una delle tante stanzette di quel palazzo sporco e infame. Stirò di nuovo le labbra in un sorriso secco, cercando di scacciare la sensazione che qualcosa gli sfuggisse.

Tante stanzette.

Che diavolo c'era adesso?!

Tante stanzette.

Stanzette analoghe.

Ma che cazzo...?

Disorientato fissò nuovamente la stanza, la parete con il divano, la scrivania e un tempo lo specchio, di fronte a lui; e alle sue spalle gli scatoloni. Una piccola finestra sulla parete in fondo, e la porta incastonata tra le assi di legno di fronte ad essa.

Di nuovo un colpo secco dal piano superiore, da far tremare il soffitto, seguito da un urletto femminile. Uno che ci dava dentro alla grande.

La porta a fianco del divano.

Ma lui aveva preso in braccio Raven per buttarla su di esso, lei aveva riso...

Il soffitto tremò di nuovo. Dylan lo fissava distrattamente.

Poi capì. Il sorriso che gli si disegnò sul volto quando finalmente le tessere andarono a posto era degno degli incubi di un bambino malato. Rabbia, di nuovo, per la morte di Raven (Rawen), per essere stato raggirato così facilmente. Una siringata di morfina potenziata, o qualche altro sedativo e..bum. Fine dei giochi.

Al tempo stesso il fatto di comprendere lo rassicurava, lo rendeva macabramente felice.

Chiaro. Come la luna vista attraverso l'acqua da un uomo che annega.

Avevano semplicemente spostato i mobili, invertito scrivania e divano. Per nascondere il sangue.

Un colpo d'arma da fuoco, per quanto forse abbastanza normale nella zona, avrebbe comunque attirato qualcuno, non potevano certo narcotizzare l'intero quartiere; per questo avevano probabilmente usato qualcos'altro, forse una lama.

Se fossero stati più attenti, se i suoi pantaloni non si fossero impigliati là sotto, lui non avrebbe visto nulla. Avrebbe letto il biglietto, sorriso, e tutti a casa.

Il biglietto.

Il biglietto. Raven aveva già scritto il biglietto, quando erano entrati? O forse l'avevano costretta?

Dylan rabbrividì, contento che nessuno stesse assistendo alla pietà di uno dei mercenari più temuti. Immaginò la ragazza piangere, supplicare che non le facessero del male, la immaginò scrivere con mano tremante... Quante volte lui stesso era stato dalla parte della pistola? O della lama? Ma non stavolta. Stavolta dormiva il sonno dell'oppio. Al pensiero strinse i pugni.

Riprese in mano il tovagliolo e lo guardò con più attenzione.

La scrittura era forse scorretta ma non traballante. La mano non tremava. Lo consolò almeno un po' sapere che i ricatti e le false promesse le erano stati risparmiati.

Pensò di spostare il divano, per scoprire cosa avevano usato o se avessero lasciato qualche segno, qualcosa che lo aiutasse a scoprire chi ce l'avesse con lui. O con Raven.

- Ma certo che erano qui per me... - borbottò, -..questo è un messaggio. Un avvertimento, forse..

L'ultima parola si spense in un grugnito mentre faceva forza sul divano per trascinarlo in avanti. Il mobile non si mosse di un millimetro, facendogli quasi dubitare che fosse inchiodato e tutte le sue teorie fossero andate a farsi benedire. Ma non era fissato al pavimento, semplicemente pesante; per spostarlo dovevano essere stati almeno in tre.

- In grande stile.. - mugugnò ancora.

Decise che non valeva la pena di rompersi la schiena con quel divano assurdo, che pesava almeno un quintale. O di più, cosa importa qual è il peso reale quando supera comunque la nostra soglia di forza? Saperlo non ci permetterà di spostarlo.

Scosse la testa per riportare la mente sui binari, da cui continuava a divagare.

Decise di andarsene, era già stato lì un po' troppo a lungo.

Era nascosta.

Mentre infine indossava i jeans stropicciati (e ora resi rossastri da macchie di sangue indurito) si rese conto che ancora qualcosa non quadrava.

Se fosse stata una minaccia nei suoi confronti (da parte di chi?), perchè nascondere il cadavere? O forse l'artifizio dei jeans era voluto e non una svista?

Sospirò. Non c'era modo di scoprirlo. Si sarebbe guardato le spalle, concluse, e il primo che tentava di farlo fuori avrebbe pagato anche il conto di Raven.

Infilò la t-shirt rossa che indossava la sera precedente e si guardò intorno alla ricerca della giacca.

Nulla. Nulla per terra, nulla negli scatoloni, sul tavolo o tra le lenzuola. Si rassegnò a infilare di nuovo le mani vicino al corpo (vicino a Raven) per recuperarla. Che cazzo di risveglio.

Si acquattò sul pavimento e strisciò con il busto sotto il divano. Se dapprima tastava prudentemente con le mani tutta la superficie disponibile, compreso il corpo, dopo un paio di minuti i movimenti divennero spasmodici.

Si sollevò di scatto dal pavimento, battendo la testa contro il bordo del divano ma senza badarci, e tornò alla scrivania. Con gli occhi dilatati del tossico in crisi che si dice "ce l'avevo qui, proprio qui!" , mise a soqquadro la stanza, rovesciando il contenuto degli scatoloni, scalzando le lenzuola dal materasso e sollevando anche quello.

Nulla.

Si chinò di nuovo a illuminare con un fiammifero l'oscurità sotto il divano. Solo il volto addormentato di Raven, che, si, aveva la gola tagliata.

La situazione non gli permise di provare per lei la minima pietà.

La giacca.

E la busta.

Quando si fermò in mezzo alla stanza, circondato da cosmetici, scarpe, vestiti, fogli e bottiglie, grondava sudore. Sudore freddo.

- Porca...puttana! - ringhiò, tramutando la seconda parola quasi in un grido, prendendo a calci tutto ciò che trovava.

Respirò a fondo un paio di volte e uscì sbattendo la porta con violenza, tanto da far cadere il pomolo, che rimase a rotolare pigramente sul pavimento.

Lester Thomas se ne stava acquattato sul pianerottolo ormai da un paio d'ore e cominciava a patire il freddo, con tutti quei dannati spifferi.

Sbuffò e prese in considerazione l'idea di rientrare in casa, ma si disse subito che era un'idea idiota, almeno finchè zio Will era ancora in giro, e finchè sentiva Susy gridare a quel modo poteva star certo che lo era.

Will era il capo di tutta la scuderia dell'appartamento C, di cui Lester era entrato a far parte quando era un dodicenne glabro e magrolino. Ora che aveva ventisette anni avrebbe dovuto essere fuori con largo margine, ma, come diceva sempre zio Will, "aveva saputo reinventarsi" e ora si occupava delle vendite.

Non aveva mai mirato a fregare il boss, non troppo perlomeno, perchè sapeva che le visite dell'amorevole zio potevano avere risvolti sgradevoli se dovute a problemi di soldi.

Avvertì un attutito "Fuori di qui", probabilmente di Susy. Quel ciocco era uno schiaffo, per caso?

Al diavolo. Che gli importava, poi? Non erano problemi suoi, lui aveva solo voglia di levarsi da quel pavimento lurido e tornarsene a letto, meglio se da solo. Non tutti avevano capito come lui avesse saputo reinventarsi.

Incassò la testa fra le spalle ossute e prese a fischiettare un motivetto, pensando alla polvere magica che aveva in corpo e ringraziandola per rendere il suo soggiorno fuori casa un po' più accettabile.

Quando vide il ragazzo scendere le scale con quell'assurda t-shirt e un'espressione turbata, pensò che forse c'era persino il modo di guadagnare qualcosa da quella situazione.

- Ehi, biondo! - chiamò.

Il ragazzo tirò dritto, passandogli a fianco senza degnarlo di uno sguardo.

- Polvere mista? Pillole rosse? Ho di tutto... - riprovò Lester, senza sperarci troppo.

Invece il ragazzo si bloccò a quelle parole e si voltò di scatto a guardarlo. Perso com'era, Lester scambiò il suo sguardo per la tipica eccitazione pre-dose del tossico.

- Qualcosa che si inietta? Che ti stende, pesante, ce l'hai? L'hai già venduta a qualcuno oggi? - chiese il biondo concitatamente, con il fiato corto.

Lester lo guardò quasi spaesato; nessuno gli aveva mai chiesto le referenze, ma decise di sforzarsi visto che il ragazzo non era da buttare. Ricordava che erano passati un paio di tizi qualche tempo prima, o forse erano due ragazze..aveva venduto loro qualcosa?

Mugugnò qualche suono indefinito, non riuscendo a ricordare.

- Ma è passato qualcuno? A che ora?

- Io...che ore sono? Will a che ora...è arrivato già? - mormorò confuso. Da quanto stava su quello stupido pianerottolo? D'improvviso desiderò non aver chiamato il tizio con la t-shirt.

- Stupido drogato... - sussurrò quello.

Lester prese a ridacchiare, probabilmente era uno che voleva fare lo spiritoso, quando il ragazzo lo sbattè contro il muro.

- Lo trovi divertente?! - ringhiò - Non mi sei di nessun aiuto, inutile imbecille!

- Ok, senti..scusa...io...

Non riuscì a finire la frase; quando Will uscì, richiamato dal baccano, le scale erano deserte e il suo puledro preferito, Lester Thomas, giaceva a terra piangendo, con il naso fracassato a spillare sangue e tenendosi le gambe con le mani a proteggere i punti in cui era stato preso a calci.

Una volta fuori, Dylan constatò che in effetti si trattava dello stesso palazzo del bar. Per quel che poteva servirgli.

Decise di sparire prima che qualcuno si ricordasse che lui era quello che aveva rimorchiato Raven la sera prima, quindi si avviò a passo veloce sul marciapiede sconnesso.

La priorità ora era ritrovare la giacca, e soprattutto la busta. Nonostante il casino in cui si era cacciato suo malgrado, un ghigno gli si dipinse sul volto al pensiero di quel che avrebbe fatto passare al responsabile, quando l'avesse trovato.

Nella mente gli si affollavano le ipotesi più strane, mentre oltrepassava due uomini che discutevano di troie, un tizio ubriaco e di una certa Samantha; e se fosse stato qualcuno per conto di Arinis? Ma per quale motivo? Le voci sfumavano in lontananza.

Doveva ritrovare quella cazzo di busta, e compiere il suo lavoro. Era stato audace con Frank al fastfood, ma solo perchè aveva il coltello dalla parte del manico; ora invece, chissà come, era passato dalla parte del pezzente.

Girò l'angolo e scomparve, inghiottito dall'ingresso dell'ex stazione della Sotterranea che fungeva da mercato.

Era una settimana ormai che aveva trovato Raven, anche se a dire il vero lei non l'aveva proprio vista, aveva notato solo il rivolo di sangue. E quell'odore terribile.

Si era recata al lavoro ogni giorno, come se nulla fosse successo, pregando in cuor suo che nessuno facesse il nome di Dylan, il ragazzo biondo. Non lo aveva più visto da quando Raven era morta eppure non poteva accettare che lui avesse qualcosa a che fare con la morte di una ragazza. Non Dylan.

Come se tu lo conoscessi poi tanto bene, si disse Laura con amarezza.

Già. Non lo conosceva nemmeno, probabilmente gli aveva sempre fatto solo pena. Ma questo non significava che fosse anche un assassino. Non di ragazze almeno, non era così stupida da non aver sentito tutte le voci sul suo conto, che faceva il sicario eccetera eccetera.

Sognava di partire con lui per i Boschi e vivere insieme laggiù. L'aria fresca e pulita avrebbe guarito le sue piaghe e lei lo avrebbe stretto a sè, nelle notti in cui, preso dal rimorso, avrebbe cercato il suo conforto.

La voce di un ubriaco la distrasse dalle sue fantasticherie.

- Visto? Che ti dicevo, era lei! Chi se la scorda una del genere, cazzo, con quella faccia! Vuoi ancora dirmi di no?

Non udì cosa rispose l'altro, o il travestito seduto al tavolo con i due uomini, che non doveva essere certamente ben disposto verso di lei dopo che gli aveva versato la birra sulla camicia la settimana prima

(la porta a molle cigolava),

nè le importava. Era solo l'ennesimo segno che non aveva il diritto di farsi certe illusioni, proprio lei.

Entrò Lisa, la rossa, che si sedette al bancone facendole cenno di raggiungerla. Laura si liberò in fretta delle pillole, che stava estraendo dagli antichi involti consumati per poi incartarle con diversi colori (blu o bianchi) a seconda dei simboli riportati sulle vecchie scatole, e in pochi passi fu di fronte all'altra ragazza. Da quando non c'era più Raven non aveva nessuno con cui parlare.

- Ehi Lisa...

- Laura, guarda, notizie assurde, ci sono rimasta malissimo anch'io! Però devo fare in fretta, sta arrivando qui!

- Arrivando chi? - chiese Laura, con il cuore che già aumentava i battiti.

- Dylan, te lo ricordi, quel biondo intrigante, quello con l'orecchino...

- Si, si, ho capito, continua. - la interruppe l'altra.

Lisa rimase interdetta per un momento, poi sorrise : - Aveva fatto colpo anche su di te, eh? Bè allora non so se le notizie ti piaceranno. - Si fermò, incerta su come proseguire.

- Avanti!

- Dicono che sia in un grosso guaio, sai.

- Che guaio?

- Dicono che dovesse ammazzare un tizio per conto di un grosso magnaccia, ma...

- E' rimasto ferito? - la interruppe di nuovo Laura, portandosi le mani guantate al viso in segno di apprensione.

- No, no Laura, fammi finire. Insomma non ha fatto nulla, ed è la prima volta che canna così un compito, capisci, già tutti sono rimasti sconvolti, poi come scusa si è inventato una storia assurda su una ragazza morta che si è portata la sua giacca nell'altro mondo, cose del genere.

- Una ragazza...ma non è che...

Lisa si lasciò andare ad un risolino.

- Si, anch'io ho pensato a Raven. Pare che sia ossessionato dalla sua morte, non fa che andare in giro facendo domande a tutti. Non ci dorme la notte, capisci? L'ho incontrato l'altro giorno e ti garantisco, io un po' lo conosco, ma così non l'avevo mai visto. Non fa altro che prendere droghe, pasticche bianche, mi ha detto, "per rallentare il tempo".

Io un po' lo conosco. Laura scacciò la frase che continuava ad aleggiarle nella mente da quando l'altra l'aveva pronunciata.

- E ora? Con quel magnaccia?

Lisa si guardò attentamente in giro, quando fu sicura che nessuno prestava loro attenzione si protese verso la cameriera e le sussurrò: - So che lo ha incontrato ieri, è un miracolo persino che sia ancora vivo, capisci.

- E adesso sta venendo qui.

La ragazza assentì.

- Lo seguono? - chiese Laura, toccando la lama che portava sempre nella giarrettiera, come le aveva detto sua madre, da quando aveva avuto il menarca.

Gli uomini ne sentono l'odore, le diceva sua madre e aveva ragione, la lama le era stata più volte utile. Proprio la settimana prima, un uomo l' aveva seguita in cucina e sbattuta contro il muro, infilando le sue sporche mani dappertutto, e Laura per difendersi gli aveva piantato la lama nello stomaco. Nessuno l'aveva vista e l'uomo si era accasciato come ubriaco sulla soglia del locale, senza che lei ci pensasse più.

Ora poteva usare la stessa lama per aiutare Dylan. Al solo pensiero sentì il respiro farsi più corto e affannato, una forma di orgoglio che le si faceva largo nel petto.

- Lascia perdere, Lauretta. Quelli sono professionisti. - Lisa sospirò, - Dicono si sia rassegnato persino Dylan, cosa potresti farci tu?

Laura avrebbe voluto rispondere che almeno ci avrebbe provato, ma in quel momento entrò lui. Dylan.

Dovette toccare di nuovo la fredda lama per recuperare il contatto con la realtà. Non lo aveva mai visto così, nè avrebbe mai potuto immaginarlo.

Lisa si girò di nuovo verso di lei, dopo aver gettato al ragazzo biondo una fuggevole occhiata: - Non è carino? Insomma, probabilmente sta così male perchè si era innamorato di Raven!

Innamorato?

- Ora è tempo che io vada. Non si sa mai. Oh! Magari mi lasci una blu, se non ti scoccia? - disse la rossa alzandosi.

Laura le porse la pillola distrattamente, mentre Dylan arrancava verso il bancone sulle note di un batterista con un solo braccio che uscivano dal jukebox e quella parola

(Innamorato?)

continuava a rimbombarle nella testa.

Finalmente il ragazzo raggiunse il bancone e si arrampicò con fatica su uno sgabello. Alzò il volto pallido e infossato su di lei, senza fissare su nulla gli occhi spenti, che continuavano ad oscillare acquosi, e biascicò qualcosa.

- Come? - chiese Laura, protendendosi verso di lui.

- Non c'è.....Rawen? - ripetè lui, dopo una pausa lunga un secolo.

A Laura si strinse il cuore nel vederlo in quelle condizioni, innamorato o no. Il suo sogno della loro vita nei Boschi (non c'era neppure mai stata nei Boschi! Magari l'aria era ancora più velenosa che in città) non era mai parso così lontano.

- Dylan...

- No. Lo so. No. - mormorò lui, e la ragazza credette di scorgere una lacrima solitaria solcargli la guancia. Allora era vero che...

- Mi dai...una...bianca? - riuscì a dire lui, intervallando la frase con profondi sospiri.

- Sei già abbastanza fatto, Dylan. - disse lei, posando una delle sue mani guantate sopra una di quelle di lui, che ora avevano assunto una tonalità giallastra.

Per la prima volta Dylan riuscì a fissare gli occhi nei suoi: - Sto morendo, bellezza. Concedimelo.

- Ma di che diavolo stai parlando, Dylan?! Se stai tranquillo per un po', starai di nuovo benone, basta solo che...

Si interruppe sentendo la porta aprirsi. Entrarono due uomini vestiti in modo quasi uguale, e le parole le morirono in gola.

Dylan non si girò verso la porta, gli bastò guardare negli occhi di Laura. Gli altri avventori fissavano concentratissimi i propri boccali o la punta delle proprie scarpe.

- Grazie, dolcezza. Lo sai che ho apprezzato molto.

Laura era senza parole, non credeva di riuscire nemmeno a respirare.

- Dylan, vieni fuori a fare due passi con noi? - lo chiamò uno dei due uomini, che si erano fermati a pochi passi da loro.

Invece di rispondere, il ragazzo sussurrò qualcosa, con un sorrisetto, alla cameriera di fronte a lui e le strizzò l'occhio, prima di scendere dallo sgabello.

- Avanti, muoviti, non vorrai imbrattare tutto il locale della tua amica, no? - riprese lo stesso uomo.

Mentre lo guardava uscire, camminando in mezzo ai due uomini che gli stringevano con forza i gomiti, Laura udì di nuovo le sue ultime parole. Forse solo l'ultima frase senza senso di un drogato, parole incomprensibili.

Mai dare le spalle a una donna a letto, chiunque essa sia. Me lo diceva sempre mia madre, ed era solo una puttana.

Un vero spreco.

Laura sospirò, fingendo, come tutti, di non udire lo sparo.

Pochi minuti dopo i due uomini entrarono e le chiesero un boccale per uno. Andò a prepararglieli in cucina, in modo da potervi sciogliere dentro qualche dose di morfina+ , sperando che bastasse per entrambi.

Al tavolo di fronte al bancone i due uomini discutevano ancora animatamente, mentre il travestito cercava di distrarli.

- Ragazzi ora basta, sembrate dei bambinetti. Piuttosto, avete visto?, hanno portato fuori quel ragazzo biondo così carino. Non siete curiosi di sapere come mai?

- Parli bene, tu, Samantha, - rispose uno dei due con voce impastata - tu almeno ci hai guadagnato qualcosa. Noi nulla. Non abbiamo neppure vendicato il povero Josh.

- Pace a lui! - proruppe l'altro alzando il boccale per un brindisi.

- Oh, piantatela! Se volete ve la regalo, questa stupida giacca! Peggio che le ragazzine.

Ancora con il boccale alzato, il secondo uomo era perso ormai nei ricordi dell'amico Josh.

- Voleva solo farsi una scopata, cosa c'è di male? Quella troia rugosa non poteva chiedere di meglio di lui e invece...ma io l'avevo detto che non era stata la tettona!

- Falla finita, Red! Ormai non importa più a nessuno, vero Sammy?

- Giusto, è vero. Abbiamo solo sbagliato al primo tentativo. Lasciamo passare un po' di tempo poi ci occupiamo anche di lei. - mentre parlava pose la mano sul braccio di Red, proteso in un infinito brindisi, e lo spinse verso il basso perchè si mettesse finalmente tranquillo.

Il boccale sbattè con violenza sul tavolo, senza rompersi ma schizzando birra ovunque.

- Sta attento, idiota! La mia giacca nuova!

- Scusa Samantha, accidenti, cerco qualcosa per pulirti... - si contorse Red.

- No, no lascia, c'è qualcosa nella tasca interna. Certo che..accidenti a te... - lo fermò Samantha, estraendo dalla tasca una busta con la quale prese a tamponare la giacca di pelle chiazzata di birra.

- Scusa...

- Lascia stare. - interruppe Samantha, accartocciando la busta bagnata e buttandosela alle spalle. - Allora, le facciamo un paio di scommesse su perchè l'hanno portato fuori, o no?


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