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lavoro pubblicato martedì 20 maggio 2008
ultima lettura martedì 22 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL MIO MAGLIONE NORVEGESE

di mostriciattolo. Letto 2693 volte. Dallo scaffale Sogni

E tu che sei comparsa tutt’a un tratto, e in un momento hai colorato tutto… (C. Baglioni, “A modo mio”, 1974) Nessun cuore...

E tu che sei comparsa tutt’a un tratto, e in un momento hai colorato tutto (C. Baglioni, “A modo mio”, 1974)

Nessun cuore ha mai provato sofferenza quando ha inseguito i propri sogni. (Paulo Coelho)

*

Era la terza volta che ti vedevo. Ancora troppo poco, persino per chiamarla amicizia, visto che nell’amicizia di e per una donna avevo sempre creduto assai poco. In quel momento, poi… e dopo averti conosciuta in quel modo rocambolesco, risalendo al tuo nome dal numero di targa rubato al volo, uscendo della mensa aziendale, alla tua Panda azzurra... Avevo abbozzato senza grosse speranze la folle proposta d’incontrarti senza impegno e tu avevi accettato: era la terza volta che ti vedevo e mi perdevo nella solarità della tua presenza. Io, che avevo dimenticato il rito ed i preliminari di qualunque inverosimile corteggiamento, inaridito forse da una storia in cui non avevo lo spazio sufficiente nemmeno a donare intera la mia tenerezza, che m’ero quasi rassegnato a un lungo periodo di vita solitaria dopo lei, mi ritrovavo a frequentarti senza aspettative, conscio del limite granitico e quasi invalicabile della nostra differenza di età, per la sola piacevolezza di respirarti, ed ancora inconsapevole dei tuoi sogni, del tuo mondo sconosciuto, dei pensieri nascosti dietro il tuo sguardo di miele.

Sembrava una serata di fine novembre come tante, col cielo grigio topo e senza un freddo particolare; il freddo qui a Cagliari non ha mai grandi speranze, nemmeno in un giorno d’autunno inoltrato come quello. Avevamo girovagato a piedi per via Manno senza mete particolari, rincorrendo discorsi su storie banali e poco introspettive, come due pugili che si studino senza sfiorarsi, prima d'un eventuale combattimento... già, si discuteva senza approfondire, evitando accuratamente ogni riferimento ai rispettivi passati, godendoci – almeno, per me così era – il respiro regolare della presenza dell’altro. Lo sguardo cadeva ogni tanto sulla curva dolce dei tuoi fianchi e sul delizioso parka blu indossato sulla camicia bianca, quasi s’intimoriva di salire oltre il confine del viso, per incrociare i tuoi occhi. Mi tornava in mente quel tuo vezzo delizioso, quando t’annodavi in vita il giubbotto alzandoti da tavola, a mensa... e non osavo nemmeno chiedermi come diavolo si chiamasse quel tuo profumo fruttato… sembrava parte di te, riportava la mente ad una primavera lontana, ed a folate prendeva più la mente ed i pensieri, che i sensi. Provavo a vincere un impaccio innato, quasi genetico, lo stesso che da adolescente tante volte m’aveva inchiodato alla sedia ad una festa, od impedito di fare una telefonata importante, ed osservavo la tua camminata regolare, senza fretta, le mani eleganti e sottili mimare deliziosamente il senso dei tuoi ragionamenti, quel sorriso dolce e gentile che m’aveva colpito, sin dalla prima volta in cui – non corrisposto – l’avevo incrociato.

T’aveva molto stupito, nonostante il mio imbarazzo, il dono di quel fiore ormai secco, colto per te perché stavo pensando a te durante il rientro a casa, dopo una passeggiata in centro. Forse perché gesti così ormai non s’usano più? Forse perché non te l’aspettavi? Non riuscivo a decodificare tanta meraviglia. Ma sentivo - per quanto poco valesse per te, eppure tantissimo per me - che doveva essere tuo.

Ti vedevo bella, d’una bellezza diversa da quella che chiunque altro avrebbe forse potuto cogliere, tu… trasudavi la serenità che a me mancava da tanto tempo, e potevo intuire anche nelle parole non dette, nelle pause discorsive in cui t’accertavi incuriosita d’esser davvero compresa, il desiderio profondo di conoscerti meglio, di imparare a sentirti oltre le parole e gli sguardi… subito ritrascinato giù verso il baratro, dal terrore antico e non ancora sopito di soffrire ancora, d'aver sbagliato tempi o persona o speranze. Ma eri bella. Io ti vedevo bella. Ti sentivo bella. Bella per me, quasi stupidamente geloso che altri potessero condividere il mio pensiero.

Lei… l’altra, colei che aveva stracciato la mia vita, e buttato via il mio mondo in un sabato di fine marzo, riaffiorava ogni tanto tra una parola e l’altra, tra le pieghe dei ricordi o il ripassare in luoghi già frequentati insieme, ma cercavo di cacciarla via come uno spaventoso fantasma, ululante sebbene silenzioso, confortato dalla tua esistenza. Ora c’eri tu, ancora nulla per me, come nulla mi sentivo per te, ma... c'eri tu, solo un’anima in cammino al mio fianco, con cui condividere un tratto di percorso comune. Forse solo per qualche mese, o forse chissà, alla fine di quella serata saresti scomparsa, o sarei stato io a non sentirmela di legarmi troppo a te, per non soffrire ancora, dopo. Chi poteva dirlo.

Improvviso - ma non certo inatteso - il cielo si tinge di piombo nero, proprio mentre mi chiedi garbatamente di riaccompagnarti a casa. L’auto è distante a sufficienza da lasciarci travolgere da un diluvio pseudofantozziano: non un riparo, un cornicione, una maledetta pensilina da trasformare in rifugio improvvisato. I tuoi capelli biondo legno, il tuo parka, la tua camicia s’inzuppano in fretta e non so come proteggerti, come difenderti se non chiedendoti d’accelerare il passo. Ora siamo in auto, fradici come spugne in una tinozza, non sappiamo se ridere o piangere. Ti vedo rispondere velocemente ad un sms, poi con uno sguardo a metà tra il seccato ed il perplesso mi fai capire che in casa tua non c’è nessuno e non hai le chiavi.

Senza alcuna scontata premeditazione, t’invito ad aggirare i convenevoli e raggiungere casa mia, almeno per asciugarti, o prenderai un malanno. La mente non accarezza alcun altro proposito od intenzione che riportarti a casa tua asciutta ed a nient’altro penso, o meglio… a qualcosa sì, ma non a quello: avrò lavato le scodelle della colazione, stamane? Tolto dal bagno i jeans cambiati al volo, richiuso il tubetto del dentifricio? Pulito col Vetril lo specchio sul lavabo? Rifatto almeno il letto? Sono nel pallone, cavolo, se le faccio vedere dove vivo non voglio darle l’impressione di un bohémien disordinato e solitario… Tu sembri pensierosa, tieni le braccia conserte forse perché hai freddo, mentre osservi quasi interessata l’andirivieni dei tergicristalli e scruti con più distacco il via vai di ombrelli e cappucci calati dalle giacche a vento, per strada.

Per fortuna abito al pianoterra e non dobbiamo perder tempo con ascensori o condomini curiosi di passaggio. Dio ti ringrazio, le scodelle erano lavate e la cucina sembra persino ordinata. In bagno per fortuna niente jeans e lo specchio è presentabile, ti porgo due asciugamani puliti indicandoti dove si trovi il phon. Nemmeno azzardo se te la senta di fare una doccia, ne mancherebbe la confidenza, forse il tempo, forse… mille altri forse che ora non so analizzare. La porta si richiude, ed improvvisamente avverto forte ed intensa la sensazione tiepida e meravigliosa di un’altra presenza femminile nella mia casa. Non ti vedo, non ti conosco che appena, ma sento che ci sei. Mi guardo intorno, a chiedermi se mai potrebbe interessarti un posto così, una faccia così che pure non è decisamente malaccio, come questa a cui riprovo a dare una parvenza di umano con un terzo asciugamano, una sensazione così, dei mobili così. M’interrompi chiamandomi per nome, Dio! Che strana sensazione sentire il mio nome sulle tue labbra… ma insomma, sto dando i numeri?

Mi dici che hai freddo, domandandomi se posso prestarti una felpa o una maglia. Una corsa all’armadio col rischio d’ammazzarmi in spaccata, viste le scarpe ancora bagnate, i miei maglioni impilati nell’anta centrale mi sembrano tutti troppo qualcosa, troppo esuberanti o troppo colorati o troppo scuri, o di lana troppo pungente o troppo sottile, poi lo sguardo cade su quello comprato durante il viaggio quell’estate in Norvegia, m’era piaciuto tantissimo il disegno, le greche marrone su sfondo bianco e l’abbondanza straripante e coccolosa delle maniche sul collo girogola. Per fortuna è pulito, anche per via della mia mania di non riporre mai in armadio capi già indossati…

Quando la tua mano spunta dalla porta del bagno e ti porgo quel maglione, provo una sensazione calda, accogliente, quasi d’intimità appena conquistata, poi la mente sfiora l’idea che quella lana si poserà sulla tua pelle, rendendoti un po’ del calore che a volte credo di aver perso, dentro di me. Sorrido senza realizzare quanto i secondi sembrino eterni, mentre il ronzio del phon mi conforta ancora, tanto da non rendermi praticamente conto d’aver bisogno a mia volta di qualcosa d’asciutto… nel tempo coperto dalla lunghezza dei tuoi capelli per il necessario ad asciugarli, m’infilo quel maglione in alpaca a disegni peruviani che adoro, sperando forse di trasmetterti la sensazione di benessere che sa regalarmi indossarlo. Il cuore s’impenna, quando in successione il phon torna silenzioso e la chiave del bagno gira nella toppa.

Ti presenti sorridente ma un po’ trafelata. I capelli appena negligé incorniciano il viso di porcellana da bambina, il tuo sguardo sembra quasi volersi scusare di qualcosa, ma io ti trovo deliziosa: il maglione norvegese XL ti sta enorme, coprendoti sino a due spanne sopra le ginocchia. Dalle maniche gigantesche spunta la sola punta delle dita, eppure la tua presenza illumina la stanza come un faro nella notte. Ti siedi di fronte a me un po’ timorosa di nonsobenecosa, poi mimi un brivido scuotendo velocemente il viso e con un gesto tenerissimo t'abbracci, sfiorando con le mani incrociate sul petto le scapole opposte.

Deglutisco in silenzio, affascinato dalla tua presenza, dimenticando le remore e le paure di sempre, e se non fosse per il mio terrore d’apparirti troppo romantico, credo potrei persino commuovermi, alla tua idea. Ma tu interrompi il corso dei miei pensieri mormorando in un soffio...

...mi tiene caldo, forse perché sa di te…

Nella mente cento piccoli bambini sorridenti girotondano tenendosi per mano, il senso dello spazio e del tempo, persino il motivo reale per cui siamo lì svaniscono e perdono valore, inseguendo le pieghe delle tue guance arrossate, sotto cui fa capolino un timido sorriso. Nella mente annuisco adagio, rincorrendo un pensiero a cui non saprei dare un nome, eppure… sono immobile. Ti guardo quasi ti vedessi per la prima volta, cerco di comprendere se quello che vuoi comunicarmi sia reale, o solo fantasia. Poi, quasi devastato dal timore rispettoso d’osare troppo o presumere oltre il dovuto, riesco solo a dirti...

...è bellissimo quello che dici, e non ho parole per descriverti la mia emozione…

Poi, cambiando discorso e per evitare silenzi imbrazzanti,

...ma le maniche non saranno troppo lunghe?

D’istinto mi porgi le braccia, le palme verso l’alto, in un gesto che assomiglia alla resa d’un malvivente che offra i polsi alle manette, invitandomi forse a rimediare. Improvvisamente mi rendo conto che lo sguardo si posa con insolenza sul profilo invitante dei tuoi seni, appena accennati sotto la spessa coltre di quella lana straniera. Ma è solo un momento...

Rimbocco i polsini del maglione, sino a scoprire completamente le tue mani morbide, e li piego su se stessi per lasciarle libere di muoversi. Il contatto con la tua pelle è una sensazione da brivido caldo, che mi fa tornare ancora una volta adolescente ed imbranato, quasi non avessi mai visto o toccato una donna, soprattutto vista l’insistenza del tuo sguardo, che sento posarsi impertinente sul mio, per contro ancora basso.

E quando le mie mani avvertono giunto il momento di ritirarsi dalle tue, in un gesto inatteso me lo impedisci, trattenendole prima per i polsi, poi in un intreccio talmente perfetto ed emozionante da non lasciar distinguere le nostre dita. Sollevo lentamente lo sguardo verso il tuo viso, come a temere di non aver compreso il gesto imprevisto che mi stai donando in quel momento perfetto, ed incrocio i tuoi occhi silenziosi, che ora mi fissano senza vergogna luccicando come i tuoi orecchini swarowksy. Sento che vorrei dire, fare, inventare una frase ad effetto, ritrovare il filo perso dei pensieri impazziti come il ritmo del cuore, ma... riesco solo a stringere forte le tue mani, come terrorizzato dall’idea di perderti dopo averti appena trovata, e…

La radiosveglia mi strappa dal sogno e mi riporta ferocemente alla realtà. I guerrieri di radio DJ non li ho mai odiati tanto quanto stamattina, e riprendere possesso della quotidianità oggi è durissima, il risveglio faticoso ed insopportabile.

Io sono qui, il maglione norvegese esiste davvero, sta lì immobile, posso sbirciarne la piega impeccabile dopo l’ultimo stiraggio, dall’anta socchiusa di fronte al mio letto vuoto. In un’attesa di te che fa quasi male.

Chissà se tu, sguardo di miele, esisti davvero. Dove sei? Anche questa notte è stata tanto lunga, senza di te. Non farmi aspettare ancora inutilmente e non nasconderti, so, sappiamo che da qualche parte ci sei…



Commenti

pubblicato il 20/05/2008 18.09.42
antonella, ha scritto: E' bello sognare..e spesso si avverano...
pubblicato il 20/05/2008 19.35.46
Mario Vecchione , ha scritto: salvato per leggerlo con calma....a presto!
pubblicato il 20/05/2008 20.26.10
Mario Vecchione , ha scritto: Sogno? Possibile, futura realtà? Te lo auguro, solo che, in quei momenti, ti devi sentire più sciolto, libero da ricordi e da legacci che ti tarpano l'anima....molto buono il racconto, hai una prosa piana che non stanca nella lettura, molto corretta, attenta ai particolari...

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