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lavoro pubblicato lunedì 28 aprile 2008
ultima lettura lunedì 2 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

In volo

di Gabriolet. Letto 977 volte. Dallo scaffale Viaggi

I piedi battevano con forza sul terreno in discesa. L’erba si lasciava schiacciare trasformandosi in orma per poi stiracchiarsi lentamente e tor...

I piedi battevano con forza sul terreno in discesa. L’erba si lasciava schiacciare trasformandosi in orma per poi stiracchiarsi lentamente e tornare ad essere di nuovo solo fili d’erba. I passi di corsa erano sempre più lunghi, diventando falcate, mentre i tiranti del parapendio cominciavano a tendersi e la vela si gonfiava d’aria e di presunzione. Di colpo il salto. Le scarpe salutano il terreno e si staccano. Tanto libere da sembrare sorridenti, qualcuno di voi ha mai visto un paio di scarpe da ginnastica sorridere? Io sì, è uguale a qualsiasi altro sorriso.

I cavi sono tesi al limite, la giornata è ventosa quanto basta per accompagnare questo mio salto mentre il sole mi osserva con l’aria di chi pensa che se avessi dovuto volare sarei nato con le ali. Lo penso anch’io, sempre più spesso. Strano. Il corpo in volo non fa passare i movimenti dal cervello, sono reazioni spontanee, come uno sbadiglio, o come quando ti gratti quel punto sul braccio che ti prude da morire.

Molti direbbero che sei solo con te stesso mentre voli senza aeroplano, ed è vero se non consideri i merli che bivaccano su qualche ramo guardandoti come se fossi un imbecille. Sarebbe vero se –atterrando vicino al lago- le anatre non ridacchiassero puntualmente al tuo passaggio. Forse si fa per sentirsi libero. Da cosa? Da chi? Conosco un camionista in pensione che, ogni domenica, cascasse il mondo, volava. Lo faceva perché voleva sentirsi libero, così diceva. Una sera m’invitò a cena da lui e conobbi sua moglie. Capì subito da cosa aveva bisogno di liberarsi.

Abbasso la testa e vedo gli uomini diventare formiche, con i loro cuccioli di formica giocare a pallone sul lenzuolo verde di 4 metri per 4 davanti alle tane. Tiro un freno e viro improvvisamente a destra mentre l’aria mi culla e il mio corpo segue la vela simile ad un filo penzolante privo di vita. Il sole gioca a nascondino con me dietro le montagne che sembrano volermi fare un corridoio, quasi dicendomi: “Prego, passi pure...”. Lo fanno con l’eleganza di un maggiordomo inglese ma non senza quella punta di snobberia e superiorità tipici di ogni maggiordomo inglese che si rispetti. Di colpo vedo mio padre, siamo nel giardino di casa nostra, ho 5 anni e lui è un gigante che gira in tondo e mi fa volare. E io allargo le braccia e divento un aeroplano che sorvola le montagne. Brrrruuuummmm.

Uno spunzone mi sfiora per davvero e mi ritrovo nel mio corpo, scoprendomi con le braccia aperte come in quel ricordo che mi aveva appena rapito. La vela gialla si piega su se stessa quasi completamente, riprendo il controllo appena in tempo. La montagna mi guarda e ride mentre mi allontano con il cuore in pausa, la bocca spalancata, gli occhi in fermo immagine. Respiro. Sbatto le palpebre. Respiro. Fingo che non sia successo niente e proseguo mentre, sicuramente a causa del sole, sento uno strano calore tra il plesso solare e il basso ventre. Opposto al gelo delle mie mani. Non ci penso. Respiro. Sono sopra ad una scuola nel momento della ricreazione, l’edificio sembra vomitare bambini caricati a molla. Salti, risate, corse, pianti, cadute.

Il primo giorno di scuola. Terrorizzante. Mio padre non aveva potuto accompagnarmi ed ero andato con mia nonna, una vecchia contadina. Parlava pochissimo e quasi sempre per rimproverarmi. “Non tremare!” diceva. Avrei voluto vedere lei in camiciola e pantaloncini corti nel bel mezzo di un settembre gelido e piovoso come quello. In più avevo l’impressione che tutti mi stessero guardando. Sarà stata la mandibola di mia nonna, molto simile a quella del rottweiler da combattimento, ad attirare inevitabilmente l’attenzione. Al suono della campanella la mia memoria si spezza e rimangono i nomi degli amici di una vita. Claudio, Mischa, Beppe, Maxi, Piero. Eravamo una specie di banda.

La sensazione di calore aumenta ma me ne frego. Mi è già capitato di avere caldo e freddo, e brividi mentre volo. Tuta in GoreTex un cazzo!! Costa un occhio della testa e il ragazzetto che te la vende ti guarda e fa: “Non si preoccupi signore. Con questa sarà al riparo dal caldo e dal freddo. La tuta fissa una temperatura interna di ventidue gradi centigradi che permette all’organismo di vivere tranquillamente le esperienze estreme.” Intanto sorride e ti guarda con l’occhio da pesce lesso mentre afferra lo stipendio del tuo ultimo mese di lavoro.

Ho sempre più spesso la sensazione di averlo già fatto questo salto. Non intendo solo questo salto, parlo di tutta questa vita bislacca e impazzita. È come se tutto fosse una ripetizione, l’eco di un suono completamente diverso dall’originale. Mutato, deformato. Il canto di una sirena che, dopo centinaia di distorsioni è diventato il rutto di un obeso in un postribolo carico di ubriachi molesti. Il calore non vuole diminuire, anzi, adesso non contento ha deciso che è il caso di propagarsi anche per la mia guancia destra. Mi avvolge l’orecchio che prima era di ghiaccio, ora invece lo immagino completamente rosso. Le parti del mio corpo non coinvolte in questa vampa sono gelide, congelate, fatico a sentirle. Mi gira la testa ma non è poi tanto male.

Un attimo. Aspettate un momento. Le mie mani poggiano sulla roccia? Perché la vela è a pezzi?! Che cosa ci faccio sdraiato a pancia in giù?! Vedo il mio corpo. La faccia è appoggiata sulla guancia destra, la sola cosa tra la mia pelle e la pietra è il sangue. Gli occhi sono aperti ma non come nei film, sono bianchi perché la pupilla si è rigirata all’interno. Il calore che sentivo in pancia sono le mie viscere. Stomaco, fegato, pancreas è tutto fuori.

“Non è un bello spettacolo” commenteranno quelli del soccorso alpino, per loro che da vivi hanno caricato un cadavere non lo sarà stato di sicuro. Io però vedendomi dall’alto non ho nemmeno fatto in tempo ad accorgermi di essere morto. Non so nemmeno quando è successo. Forse quando pensavo a mio padre. È strano. Ho sempre più spesso la sensazione di averlo già fatto questo salto.



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