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lavoro pubblicato giovedì 24 aprile 2008
ultima lettura sabato 16 marzo 2019

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L'Accendino presuntuoso

di GianniDiNotoAscenzo. Letto 3312 volte. Dallo scaffale Fiabe

Sulla vecchia mensola d’un camino stava un piccolo pacco di svedesi con dentro una quantità assai modesta di vecchi fiammiferi. In r...

Sulla vecchia mensola d’un camino stava un piccolo pacco di svedesi con dentro una quantità assai modesta di vecchi fiammiferi. In realtà prima erano molti di più, ma poiché il padrone di casa quasi ogni giorno ne usava qualcuno per le più svariate mansioni - accendere il fuoco, la legna del camino, le sue sigarette - essi diminuivano a vista d’occhio; eppure non erano affatto tristi per questo, anzi, erano profondamente fieri del fatto che il padrone desse loro tanta importanza. Infine sapevano che una volta consumati del tutto sarebbero stati comunque sostituiti da altri membri della loro stessa famiglia, e così si dicevan l’un l’altro che niente e nessuno al mondo valeva quanto l’onorata e prestigiosa famiglia dei fiammiferi, di qualunque marca o paese essi fossero, e che niente al mondo avrebbe mai potuto sostituirli per ruolo ed importanza.

Ma, ahimè, si sbagliavano! Non molto dopo questa loro fiera considerazione difatti, in un freddo, freddissimo giorno d’inverno, arrivò sulla loro mensola un austero ed elegante accendino: l’ultima invenzione dell’uomo per quanto riguarda la produzione del fuoco e il progresso tecnologico in questo settore.

“Chi sei tu?” chiese con timida spontaneità il più giovane dei fiammiferi quando se lo vide spuntare davanti.

“Già, chi è lei?” gli fece eco il più anziano del gruppo, un vecchio e saggio fiammifero onorato e rispettato da tutti, che ogni cosa conosceva e ogni cosa sapeva, ma che tuttavia, varietà della vita, non aveva mai visto fino ad allora un vero accendino.

“Chi sono?… Come chi sono?” sbuffò subito l’accendino, il quale era un tipo che ci metteva poco a scaldarsi. “Io sono l’Accendino! E sono colui che prenderà il vostro posto a servizio dell’uomo” precisò con una certa punta d'arroganza.

Tutti i fiammiferi risero e fecero una gran baldoria.

“…prendere il nostro posto…” replicò uno di loro.

“…a servizio dell’uomo…” continuò un altro.

“…l’Accendino… l’Accendino… guardatemi sono l’Accendino!” lo schernì un terzo.

Li sentì l’accendino e andò su tutte le furie.

“State zitti” urlò “siete solo dei buffoni, delle teste calde, dei ribelli utopisti che non accettano di esser ormai vecchi e superati… oh, ma vedrete… vedrete quando arriverà il padrone a prender le sue sigarette chi sceglierà fra me e voi… Allora vedremo chi riderà…”

“Signor Accendino” lo interruppe il più saggio tra i fiammiferi “…la prego, non si scaldi così, non si agiti. Fa presto ad accendersi in chiacchiere lei, ma si metta nei nostri panni, provi a capire: la tradizione sa… dopo tanti anni d'onorato servizio, andar via così, senza neanche una liquidazione… Certo è giusto che voi giovani abbiate spazio, per carità, ma ciò che è vecchio non sempre è inutile. Non dimentichi che senza di noi non si sarebbe mai arrivati a lei…”

“Effettivamente…” rifletté l’accendino. E stava per dire qualcosa di lusinghiero nei confronti del vecchio fiammifero, quando uno strano rumore lo interruppe.

“Oh Dio!” gridò “cos’è questo frastuono simile al crepitio di tutte le fiamme del mondo messe insieme?”

Egli poteva pensare solo in fiamme.

“Oh, non si preoccupi signor Accendino” intervenne il più anziano dei fiammiferi “è soltanto il padrone che viene a prendere il fuoco per le sue sigarette.”

“Ah, ma allora sceglierà me,” proseguì “sceglierà me sicuramente. Io sono il più bello, il più nuovo, il più elegante, il più funzionale. Sono il risultato delle migliori tecnologie innovative, e poi sono leggero e maneggevole, oltre che utile e pratico; sono bello all’occhio, interamente rivestito di papiro d’Egitto e decorato con leggiadri e fiammeggianti arabeschi, con la lamina di supporto lucente e il bottoncino d’accensione. Inoltre possiedo una leva che, debitamente utilizzata, consente di controllare l’emissione del gas che è la mia anima,la mia linfa vitale, e la potenza della mia fiamma che è il mio cuore… E poi sono anche leggero alla mano; basti pensare al materiale con cui son fatto: plastica, signori miei, eh… plastica! Certo ho dove serve qualche rivestimento di lamiera, ma in realtà è la plastica di cui son fatto che fa di me quello che sono… La plastica colorata e rivestita, che mi rende leggero ed elegante, superiore a qualsiasi ornamento o mobilio presente in quest'antiquatissima stanza; superiore a quelle tende cremisi che son di fronte a noi e a quel massiccio mobilio di argento che giace ai nostri, ai miei, giovanissimi piedi… Per non parlare poi della mia funzionalità…” Ed attaccò un lunghissimo quanto noioso discorso, quasi un panegirico, sulla sua presunta funzionalità e lo fece con quanto fiato aveva in gola e i fiammiferi stettero ad ascoltarlo con annoiata attenzione.

Il sole allo zenit penetrava nella camera attraverso le piccole tendine di seta cremisi illuminandola e impolverandola d’oro mentre egli si accendeva nella foga dei suoi discorsi; il dolce vento estivo portava seco l’agrodolce fragranza delle zagare in fiore e giocava in modo sottile e grazioso con tutte le stoffe della luminosissima camera. Su di un tavolinetto di vetro veneziano posto al centro della stanza il floreale ornamento inclinava dolcemente ogni sua cima alla leggera brezza mattutina quasi in risposta ad un cordiale saluto. Dalle grandi finestre istoriate la luce del mondo si riversava all’interno in piccolissime onde fino a formare circolari e bizzarre figure geometriche; i vetri sembravano quasi lastre d'incandescente metallo. Tutto era silenzio, perfino i preziosissimi quadri sembravano totalmente assorbiti dalla foga di quell'intensa concione.

“Eh già, sceglierà me” continuò lui “ne sono sicuro: è logico, estremamente logico; anzi, direi quasi che non c’è proprio da pensarci. Già, non c’è da pensarci affatto, egli prenderà me…”

E aveva ragione, poiché non aveva ancora finito di parlare (e quando mai avrebbe concluso se non lo avessero fermato?) che si sentì afferrare da una fredda e gelida mano. Egli tacque. Si emozionò oltre ogni dire.

“E’ fatta” pensò “adesso tutti vedranno il progresso della tecnologia… e allora sì che si capirà chi è il migliore, tradizione o innovazione, passato o futuro…”

Sentì la mano del padrone premere sul bottoncino d’accensione, ma puff niente, neanche una fiammella; soltanto una timidissima scintilla fatua e fulminea. L’operazione si ripeté più e più volte ma, ahimè, sempre senza successo. Era tutto inutile! Non si sarebbe mai acceso perché era totalmente rimasto senza gas, senza linfa vitale, : l’aveva tutta consumata durante il proprio autoelogio. Aveva sprecato troppo fiato senza motivo ed ora ne pagava le conseguenze.

“Accidenti al nuovo che avanza!” esclamò concitato il padrone di casa gettandolo in terra con uno scatto violento. E calpestandolo aggiunse:

“Certo che sei proprio una gran bella fregatura: t’ho pagato quanto cento fiammiferi e non vali neanche un cerino! Sei già rotto prima dell’uso!” e così dicendo lo allontanò con disprezzo ed un calcio.

I fiammiferi risero di lui. Il povero accendino provò a parlare, a giustificarsi almeno con loro, ma non aveva più fiato in gola; infine anche se avesse potuto parlare, chi lo avrebbe creduto? Chi avrebbe mai potuto credere che anch’egli, piccolo e misero oggetto di plastica, fosse in realtà dotato di un’anima? Così non gli rimase che rassegnarsi e piangere sulla sua stupidaggine.

Il padrone avrebbe voluto buttarlo, ma non lo fece poiché gli era costato più di cento fiammiferi e perché era una novità da mostrare agli amici seppure scadente; quindi, suo malgrado, lo raccolse da terra, o meglio, raccolse ciò che ne restava, lo spolverò distrattamente e lo ripose in quella sua vecchia mensola, e nel farlo notò il pacco dei vecchi fiammiferi.

“Oh, voi…” disse in modo estremamente spontaneo “quasi mi dimenticavo di voi, cari e fedeli amici. Con voi sì che si può stare tranquilli: non sgarrate un colpo, e anche se tutto lo zolfo della vostra testa si consuma, resta sempre il vostro piccolo bastoncino di legno da ardere… e anche quando siete già stati consumati, in certi casi, è possibile riutilizzarvi… eh già, con voi si va sul sicuro, proprio sul sicuro…”

I fiammiferi, lusingati, lo ringraziarono molto per queste parole ma egli, ovviamente, non udì e non capì nulla. L’accendino, invece, udito tutto ciò, sentì scoppiare un incendio nel cuore e quasi bruciò dalla rabbia.

“Oh, se non avessi parlato tanto a lungo” pensò “ve l’avrei fatta vedere io a voi…” concluse alludendo ai fiammiferi.

“Non si adiri così signor Accendino” lo apostrofò il fiammifero anziano che, casualmente, sotto gli occhi allibiti di tutti, era stato scelto dal padrone per accendere una delle sue sigarette e che quando era acceso sapeva leggere nel pensiero. “E mi ascolti bene: ho solo una cosa da dirle ma mi ascolti attentamente poiché dovrò parlare assai velocemente ché la mia vita sta per finire, quando la fiamma che è sul mio corpo avrà smesso di ardere, infatti, io sarò morto ma prima di allora faccia tesoro di ciò che dirò, la prego di questo in tutta umiltà… No, la prego, non assuma quell’aria di vanità offesa, nessuno vuol condannarla; è giovane e tutti possiamo sbagliare… e anche lei; vede, proprio lei in effetti ha commesso l’errore di sottovalutare la potenza delle tradizioni e non ha voluto vedere le cose come sono, ma come avrebbe voluto che fossero, cercando di ottenere diritti laddove avrebbe dovuto invece ottemperare doveri: ci rifletta! Capirà che soltanto non parlando mai di una cosa si riesce poi a farla!”

Detto questo spirò e si spense per sempre. Tutti i fiammiferi superstiti, con orgoglio, piansero la sua morte e non poterono più essere utilizzati; l’accendino si dispiacque a suo modo perché doveva a quell’anziano fiammifero una lezione di vita e perché capì che aveva perso, prima ancora di poterlo conoscere, un amico dal quale imparare; quindi, silenzioso ed assorto, come sopraffatto dai suoi stessi pensieri, si mise a riflettere su tutto ciò cercando di capire in cosa avesse sbagliato ma senza molto successo in verità, poiché a tutt’oggi egli è ancora messo là sulla sua mensola, perplesso ed immobile, impegnato a ripetere tra sé con monotona insistenza, come a cercarne l’ascoso significato latente, l’enigmatica frase del buon vecchio fiammifero: “Soltanto non parlando di una cosa si riesce poi a farla!”.



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