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lavoro pubblicato domenica 30 marzo 2008
ultima lettura venerdì 5 luglio 2019

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Requiem

di thefooljack. Letto 1080 volte. Dallo scaffale Fiabe

   …   ……   Sospeso in un vago divenire lentamente riafferro la mia consapevolezza. So di avere forma e consistenza. So di poter vedere e mi creo occhi. Rammento di poter toccare e plasmo le mie mani. ...


……
Sospeso in un vago divenire lentamente riafferro la mia consapevolezza. So di avere forma e consistenza. So di poter vedere e mi creo occhi. Rammento di poter toccare e plasmo le mie mani. Ricordo un corpo perfetto come un pensiero e lascio che esista. Ho sognato di volare e mi disegno delle ali, bianche, morbide, immacolate.
So di esistere, quindi divengo.
Ma non c’è niente qui. Nulla è come lo ricordo o l’ho sognato. Non è l’immensità dei Sette Cieli o la triste bellezza del Creato. Questa non è neanche l’imperitura sofferenza dell’Inferno. Nulla di tutto ciò.
E’… è morto.
Il mondo è morto.
Le città sono macerie, le foreste cenere, le montagne sabbia. Gli oceani immobili sussurrano il nulla.
Mi concentro, e la mia mente abbraccia il Creato. Non è rimasto più niente. Né un Paradiso né un Inferno che gli si opponga. Solo questo guscio vuoto e infranto.
Qualcosa di nuovo, di mai provato prima, mi attanaglia la mente.
Disperazione.
Invoco urlando il mio creatore. La mia voce risuona ovunque, in ogni luogo, assordante, ma non mi arriva nessuna risposta se non l’infinito eco delle mie parole.
Sono solo, senza uomo, diavolo o Dio.
Mi seggo, infranto dalla tristezza, su quel che rimane di un’antica cattedrale.
Casa.
E’ buio. Non ci sono nemmeno più le stelle. Solo il freddo del silenzio.
Poi odo qualcosa, un lamento flebile che mi scuote. Qualcuno. C’è qualcuno.
Dispiego le ali e svanisco in un lampo volando ad una velocità inconcepibile per qualunque essere che non fosse come me. Onde d’acqua e sabbia alte metri disegnano la scia del mio passaggio. Attraversare i continenti nel volgere di un passo.
Un’altra città, stesse macerie, ma qui c’è qualcosa. Qualcosa che soffre. Lo trovo nel tempo di un respiro. Non l’anima preziosa di un essere umano, ma una delle semplici creature del Signore. Un cane. Vecchio, zoppo, quasi cieco. E’ il suo pianto quello che ho sentito. Il suo dolore. Nella sua mente c’è fame, paura, disperazione e perdita. Anche lui come me non ha più un padrone. Siamo le uniche cose che ancora vivono e respirano nel Creato.
Eppure…
Non posso accettarlo. Non posso accettare che non vi sia rimasto più nulla se non noi.
Mi fissa.
Mi implora.
Non rivolgere le tue preghiere a me, creatura di Dio. Non posso ritrovare il tuo padrone come non posso ritrovare il mio.
Sembra comprendermi.
Un tempo potevo parlare con tutti gli esseri del Creato. Ora mi sembra così difficile.
Poi capisco.
Creatura.
Tu non esisti. Ti ho ricreato io, in questo luogo, da un ricordo. Tu sei già svanito da migliaia di anni oramai. Chiudo gli occhi, e quando li riapro lui non c’è più, scomparso nel limbo della mia mente.
Sto svanendo anch’io ora, ma più lentamente. Ora che ho capito non ho più motivo di restare qui. Mi resta un’ultima cosa da fare. Un piccolo gesto. Plasmo dall’aria un flauto traverso. L’argento vivo mi accarezza le dita.
Do fiato alla musica e mi lascio guidare dal ricordo della canzone che Lui ci ha insegnato. La mia musica accarezza tutte le cose in un triste addio. Un requiem di coda per la fine del Creato.
Poche note ancora per rammentarne la bellezza, poi, semplicemente, cesso di esitere.
Stavolta per sempre.



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