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lavoro pubblicato giovedì 20 marzo 2008
ultima lettura domenica 27 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il colore dell'anima

di redheadlove. Letto 814 volte. Dallo scaffale Generico

Ormai non usciva quasi più. Un po’ perché gli era difficoltoso, un po’ perché preferiva rimanere lontano dal mondo ...

Ormai non usciva quasi più. Un po’ perché gli era difficoltoso, un po’ perché preferiva rimanere lontano dal mondo che lo circondava, un mondo caotico, pieno di gente, che ti si strusciava contro per la strada, pieno di odori e colori per lui troppo forti, tutti che giravano beatamente col loro sorriso stampato sulle facce comuni, scialbe, tutte le mamme che portavano per mano figli urlanti, uomini in doppio petto e valigetta che camminavano frettolosi su marciapiedi sporchi e troppo stretti. Lui era lì, in soffitta. Aveva tutto ciò che gli necessitava per vivere senza spostarsi, acqua e luce, una finestra per guardare il mondo dall’alto e con distacco, da quella finestra gli si apriva una visuale che spaziava sui campi lontani trapuntati dalla foschia, lontani dal frastuono della città. Da quella finestra si godeva il tramonto, lo guardava finché il sole non veniva inghiottito dalla terra, dalle lontanissime montagne che coprivano chissà cosa di altro… e da quella finestra lui guardava e dipingeva. Dipingeva quello che vedeva, quello che immaginava, quello che la sua mente voleva che vedesse. Viveva solo, nel suo mondo. Per le commissioni incaricava una donna, una servizievole donnetta dall’età indecifrabile, con una testa piccola incassata su un collo taurino, con le guance e le mani burrose e una vocetta da bambina. Ingrid si chiamava. Ma tutti, lui compreso, la chiamavano Donna. Campava con quei pochi soldi che aveva messo da parte in una vita di incompreso lavoro, gli bastavano per comprare il poco cibo che il suo stomaco accettava, per comprare il suo veleno che beveva quotidianamente e che era da sempre, a memoria sua, stato il suo unico amico. L’altro suo vizio erano le sigarette, non comuni sigarette, ma di quelle fatte a mano, la considerava quasi un’arte quella di confezionarle, e le faceva lunghe, corte, larghe e a cono. Poi le accendeva soddisfatto. Il legno delle pareti era impregnato dall’odore del fumo, delle sigarette e del camino, dell’odore oleoso dei colori che si trovavano sparsi un po’ ovunque, e non ultimo della sua scarsa pulizia. Sì, non era mai stato una persona estremamente curata, forse per quel sottile male di esistere, forse per fatica. Lungo il perimetro della stanza si trovavano ammonticchiati tele dipinte e bianche, dai soggetti più disparati, i campi, il tramonto, la città frenetica, e addirittura un veliero che solcava un mare impetuoso e spumeggiante, regalo del vino e della sua mente. Quella mattina si era svegliato presto, aveva tolto con un ampio gesto del braccio i resti della cena della sera prima gettandoli in terra insieme ad un’altra quantità di cose indecifrabili, e si era fatto un caffé. La mattina la sua casa odorava di tana, e lui di animale. Era la mattina che traeva la sua energia, dall’aria, dalla prima luce che filtrava dalla finestra, anche se lui non poteva vederla. In passato, quando stava meglio, usciva dalla finestra e saliva sul tetto quando l’aria era pungente e sentivi odore di legna bruciata invadere l’aria e carezzarti dolcemente le narici ed il cuore. Adorava l’odore del legno bruciato, gli ricordava quando, da piccolo, con suo padre che faceva il boscaiolo andava lungo i pendii coperti di muschio. E poi si fermavano per pranzo e mangiavano qualcosa cuocendolo sulla brace. Fu suo padre a fargli assaporare il nettare degli dei mettendolo però in guardia contro l’abuso. Da allora non lo abbandonò più. Mise su una caffettiera enorme in preda ad una strana eccitazione, si guardava intorno febbrile. Gli succedeva quando stava per partorire qualche opera degna di lode. Se lo sentiva, lo fiutava. Spense il gas quando il caffé smise di borbottare la sua venuta al mondo. Lo versò in una tazza con i bordi decorati dal calcare e lo guardò fumare con gli occhi persi dentro il liquido nero. Aveva già in mente la scena. La stava vedendo, non gli rimaneva da fare altro che dipingerla. Beffe il caffé con le mani tremanti, strascico di una vita passata a bere. Lo accostava alle labbra lentamente, ne faceva piccoli sorsi e vi intingeva i baffi incolti, poi li asciugava col labbro inferiore. Quando ebbe finito si mise sullo sgabello, mise una grossa tela sul cavalletto a favore di luce, prese la tavolozza e cominciò a strizzare i colori… “Toc Toc!” sentì bussare alla porta e si girò di scatto quasi sentisse qualcuno che lo stesse per raggiungere. “Signore, sono io , ha bisog…” la vocetta da bambina tacque coperta da una sequela d’improperi al suo indirizzo. Detestava essere disturbato quando lavorava, non voleva fonti di distrazione. “Cazzo Donna! Vattene! Sciò! Non voglio niente! Vatteneeee!” gli gridò con la voce rauca e sgranata. A fare da cappello prese la tazza del caffé e la infranse contro la porta. Era furente. Bastava poco per renderlo tale. Questa sua indole, quando ancora usciva, gli era costata più di qualche notte al fresco. Poi, calmo della tipica calma dei folli, riprese a impastare i colori sulla tavolozza. Prese poi un pennello, lo intinse nel giallo, e cominciò a strusciarlo sulla tela focalizzando un punto, poi fu la volta del rosso, e compose un tramonto, gli riusciva di una facilità incredibile, ed era dannatamente bravo. Quando dipingeva così infervorato, passavano le ore e non se ne accorgeva, la mano andava da se e scopriva sulla tela un dipinto che sembrava già esserci. Poi fu la volta del verde, e dipinse i pendii a lui cari, dipinse il muschio screziandolo di viola, e le rocce. Quando terminò sentì l’odore di quel muschio, era un odore reale, non un’allucinazione. Inalò lentamente, gustandoselo. Poi dipinse un fuoco, dalle cui fiamme usciva fumo di legna verde, e stavolta, oltre all’odore da lui amato, gli parve di sentire il crepitio, il calore quasi. E cominciò la parte più bella. Cominciò a dipingere un vecchio seduto accanto al fuoco, un vecchio ubriacone sporco di colori ad olio… si dipinse a tre quarti, illuminato dal fuoco e che guardava verso il sole. Dipinse nel cielo arrossato anche due uccelli in volo, e si accorse di stare piangendo. Adesso mancava solo il tocco finale. L’anima. Nessun pittore ha mai dipinto l’anima, sarebbe come dipingere l’aria. Pensò a dove dovesse risiedere l’anima, pensò alla testa…no, non lì, troppo piena di ragione e di inutili pensieri, troppo presa dai pensieri per lasciare spazio all’anima. Troppo piena di se. Nel cuore forse… no, neanche lì. Era troppo pieno di dolore, di solitudine e di tristezza, l’anima ci sarebbe stata stretta, avrebbe dovuto dividere il cuore con i sentimenti, che a volte la offuscano. Allora dove metterla? Si torse le mani in affannosa ricerca. Poi, il lampo. “Negli occhi!” esclamò battendosi una mano sulla fronte e stupito di non averci pensato prima. Ora il problema è un altro, pensò. Come faccio a dipingerla? Che forma ha l’anima? Che colore ha l’anima? Calma, una alla volta… potrei fare un raggio proiettato all’orizzonte….no… scontato e irreale, potrei fare un’aurea che mi circonda… no, non ci siamo, non è quello che voglio…. Poi, di nuovo il colpo di genio. Prese un pennello piccolo, il più piccolo che aveva, e rimase a mezz’aria. Di nuovo pensieroso… “e ora, di che colore?Rosso, come la passione, il sangue, i papaveri nel campo… no, troppo forte, la mia anima è delicata. Nero? Neppure, la mia anima è mutevole e cangiante, ma non nera… “ poi pensò al mare, al mare che aveva dipinto sotto al veliero, pensò al cielo che aveva visto una notte in Francia, pensò al colore degli occhi di un bambino… “Blu! La mia anima non può essere che blu!” gridò eccitato “Sì, blu blu blu! È perfetto!” quasi saltava sullo sgabello. Con una mano incredibilmente ferma cominciò a dipingere quello che per lui era la sua anima, e la sua anima prese forma, dipinse una testa con dei capelli arruffati, la bocca, il naso, tratti infantili, di un bambino, la sua anima era quella di un bambino, semplice, pura, incompresa. Prese fiato e dipinse gli occhi, nel momento il cui terminò il dipinto il pennello cadde rotolando legnoso sul pavimento, lui non c’era più, era dentro al suo quadro, adesso sentiva il calore, il crepitio e il calore del fuoco, l’odore del legno verde e del muschio, guardava gli uccelli sparire in volo verso l’orizzonte lungo un tramonto che non terminò mai di fissare.



Commenti

pubblicato il 20/03/2008 20.55.42
Mario Vecchione , ha scritto: l'incipit mi ha ricordato una certa persona che quasi non esce più, ma per altro...un racconto dalle tante citzioni: c'è la solitudine di un Ciampi, il cantautore di Livorno; l'uomo che viveva in un abbaino di E.Finardi in attesa di qualcosa di nuovo; la solitudine disperata di un Van Gogh...bello il finale: il colore giusto per l'anima: in effetti il blu è il colore fondo della rosa bianca....a me è piaciuto!
pubblicato il 20/03/2008 21.15.08
kiriku, ha scritto: Ohhhhhh.... finalmente qualcosa di diverso e non della serie tiriamoci martellate dove sai..... bravo :-)
pubblicato il 21/03/2008 10.34.09
Cecilia, ha scritto: A me ha ricordato modigliani, forse perchè ho molto amato il film sulla sua vita.Bello il blu, in cromoterapia è il colore della serenità. Per il resto sono d'accordo con Mario: c'è dentro Piero Ciampi, la gatta di Gino Paoli....e basta martellate!

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