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lavoro pubblicato martedì 22 gennaio 2008
ultima lettura martedì 23 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Afaino

di Astfy. Letto 1150 volte. Dallo scaffale Fantasia

Afaino  Che cos'è un afaino? In verità, è molto probabile che nessun essere umano abbia mai visto un afaino, tuttavia si sente talvolta parlare di queste misteriose creature, perché, si sa, gli uomini parlano volentieri.......

Afaino

Che cos'è un afaino? In verità, è molto probabile che nessun essere umano abbia mai visto un afaino, tuttavia si sente talvolta parlare di queste misteriose creature, perché, si sa, gli uomini parlano volentieri anche di ciò che non hanno mai visto.

Dunque, per quel che si sente dire da un capo all'altro dell'orbe terracqueo, gli Afaini sarebbero degli esseri dalle sembianze vagamente simili a quelle umane: sono più piccoli degli uomini di statura (non superano il metro e venti d'altezza), ma la loro testa é sproporzionatamente grossa e usano strani cappelli grigi o verdi, adorni di piccole fronde. Hanno una corporatura esile, quasi scheletrica; volti rugosi dal pallore diafano e il naso camuso; occhi a mandorla fosforescenti allungati all'insù; orecchie simili a quelle dei folletti, ma più lunghe e appuntite; capelli folti e ispidi, gialli come la paglia. Sono molto più longevi degli umani, raggiungono talvolta l'età di seicento anni. Vivono nascosti nella regione delle Colline Trasparenti e sono molto socievoli, ma solo fra di loro e con gli animali. Non entrano mai in contatto con gli uomini, al massimo si insinuano di notte, di nascosto, nelle loro città al solo fine di rubare dei libri, perché sono molto amanti di ogni forma di cultura.

In tempi recenti, pare sia rimasta una sola città di Afaini, nelle Colline Trasparenti, tutte le altre sono state distrutte da torme di giganteschi orchi venuti dal nord. Sono gli Oftentes, che abitano sulle Montagne Massicce e, negli ultimi dodici secoli, non sono più scesi a devastare le Colline Trasparenti. Essi rapivano di notte gli Afaini, li trascinavano via fino alle loro tane sui monti e là li facevano a pezzi per poi divorarli. Sì, i terribili Oftentes, di cui gli Afaini non parlano mai, perché il solo nome li atterrisce...

La prospera e ridente città degli Afaini si chiama Afaneia.

Gli Afaini, di solito, sono molto gioviali, amano stare in compagnia, divertirsi, ballare e cantare, ma in un vicoletto di Afaneia abita un afaino molto strano, diverso da tutti gli altri nelle abitudini: il signor Chiuv.

Chiuv è sempre imbronciato, detesta la compagnia e il clamore, vive da solo in una piccola biblioteca, l'unica rimasta ad Afaneia. L'unica, perché ormai gli Afaini sono tutti benestanti, hanno delle belle case con delle ricche librerie, nessuno ha più bisogno di frequentare le biblioteche pubbliche, che perciò pian piano sono tutte scomparse, ad eccezione di quella custodita dal signor Chiuv.

Chiuv non esce mai dalla sua biblioteca ormai dimenticata da tutti, vi vive segregato da anni, non se ne allontana neppure per andarsi a procurare da mangiare. Mangia molto poco, il signor Chiuv, in verità, e quel poco, quella tazza di tè, quella scodella di minestra, quella fetta di pane, quel frutto di stagione, glielo porta ogni giorno la sua vicina di casa, la signora Yuvva, praticamente l'unica che si dia pensiero per lo scorbutico bibliotecario.

La signora Yuvva si reca verso mezzodì nella stradina di periferia, dove si trova la vecchia biblioteca, bussa due volte alla porta e il signor Chiuv la socchiude appena, quanto basta per infilare fuori un braccio. Non si fa mai nemmeno vedere, ritira velocemente il fagottino di cibo che la gentile signora gli tende, le allunga un paio di monetine per compenso e richiude subito l'uscio, mormorando un bisbetico "grazie".

La signora Yuvva se ne torna lentamente indietro, ogni giorno scuotendo la testa e borbottando: "Eh quel Chiuv, quel Chiuv...chissà perché sarà diventato così? E pensare che la sua mamma era una così dolce vecchietta..."

In effetti nessuno, nemmeno quei pochissimi che ricordano ancora la sua umbratile esistenza, ha mai compreso perché Chiuv si sia evoluto in tal modo attraverso gli anni, non abbia mai sentito il bisogno d'una sposa innamorata, d'una famiglia, abbia preferito isolarsi completamente fra quei libri di cui nessuno si interessa più da tanto tempo. Forse è stato proprio a causa dei libri. A forza di leggerli, amarli, custodirli, di perdersi nei loro regni fantastici, Chiuv si è dimenticato del mondo reale.

Nessuno può certo immaginare che ormai il signor Chiuv abbia preso a detestarli, i libri, a spolverarli sempre più distrattamente, a non aprirli quasi più.

Chiuv passa gran parte del suo tempo a disegnare su un quaderno fiorellini di colore viola, tutti uguali. I libri ammonticchiati sugli scaffali, li guarda solo di tanto in tanto, dal suo scrittoio relegato in un angolo della stanza, e cerca di ignorare quei grandi occhi, che talvolta gli sembra di scorgere sul dorso di qualche volume, fissi su di lui in uno sguardo di rimprovero: "Perché non ci leggi più?"

Chiuv non vuole rispondere a quella domanda.

Certo, all'inizio di ogni sua giornata, si sforza almeno un po' di occuparsi dei libri: di mattina presto, si arrampica sugli scaffali per dare una spolveratina qua e là. Le ossa gli dolgono sempre più, col passare degli anni, ad ogni fitta alla schiena il suo malanimo aumenta e quella leggera occupazione gli sembra infinitamente pesante, si sente sempre tanto stanco.

"Chi me lo fa fare?", brontola fra sé. "Tanto nessuno mai verrà mai qui a vedere se i libri sono impolverati o no, nessuno mai se ne curerà più, tutto quel che faccio é inutile, questo gran ciarpame, infine, farei meglio a bruciarlo!"

Non ne avrebbe mai il coraggio, tuttavia: un misto d'amore e odio lo tiene legato ai libri, una cosa a metà fra attrazione e repulsione. Ogni tanto l'attrazione prende il sopravvento, così Chiuv si ferma con lo straccio della polvere a mezz'aria, tira fuori un libro, lo apre a caso, legge:

"E quando miro in cielo arder le stelle;

dico fra me pensando:

a che tante favelle?

che fa l'aria infinita, e quel profondo

infinito seren? Che vuol dir questa

solitudine immensa? Ed io che sono?"[1]

E' un libro che gli è caro. La sua mente torna a quella notte della sua ormai remota giovinezza, in cui, pieno d'entusiasmo, era andato a rubarlo in una città degli uomini. Fiero di sé, lo aveva portato alla sua gente, che tuttavia non lo aveva molto apprezzato. Era un libro di poesie colmo di tristezza, poco adatto allo spirito allegro degli Afaini, così lo avevano letto in tre o quattro al massimo, poi lo avevano lasciato nella piccola biblioteca pubblica e dimenticato, nessuno lo aveva voluto nella propria libreria. Solo al signor Chiuv quel libro era davvero piaciuto, si confaceva alla sua indole mesta.

"Che vuol dir questa

solitudine immensa? Ed io che sono?"

Ora però i versi dell'antico poeta gli ripropongono inesorabilmente il senso dell'inutilità della propria vita. Con fastidio chiude il libro e lo rimette in fretta al suo posto, mentre la repulsione, il tedio riprende il posto della fugace attrazione provata per i libri poco prima.

"No, no, non leggo!", e scende faticosamente dalla scala, sbuffando. Anche per quella mattina ha finito con le faccende, si può riposare, può sedersi al suo scrittoio, non certo a scrivere versi, ma a disegnare tanti fiorellini viola tutti uguali, in modo quasi maniacale, fino all'ora di pranzo, quando la signora Yuvva gli porterà il suo frugale pasto.

Mentre disegna, la sua mente trova un po' di tregua, anche se talvolta un pensiero clandestino vi si insinua di soppiatto. Ci sono due versi d'una poesia che non riesce a ricordare bene: parla del silenzio, d'una lampada, d'una tomba, forse, ma non ne rammenta altro, né chi l'abbia scritta, né in quale libro si trovi. Di certo in uno di quei malinconici libri di poesie che ha rubato agli uomini tanto tempo prima e che ha riposto su uno degli scaffali della biblioteca. Basterebbe arrampicarsi di nuovo sulla scala e cercarlo, ma non ne ha voglia, si sente troppo stanco, smette di pensarci e torna ai suoi disegnini fino all'ora di pranzo.

Chiuv desidera morire, ma non lo sa, o forse finge anche con se stesso di non saperlo. Dopo pranzo, si mette a dormire proprio per non pensare a quel che non vuole sapere. Tuttavia, nel pomeriggio, non gli è mai facile riposare: la città di Afaneia è tutta un allegro vocio. I fanciulli, dopo la scuola, giocano nelle vie, si rincorrono ridendo e gridando; passeggiano garrule le comari...

L'allegro frastuono proveniente dalla strada si insinua fra le mura domestiche del signor Chiuv e gli ruba irrimediabilmente l'agognato sonno. Allora si leva isterico dal suo lettuccio, getta via le logore coperte, si precipita alla finestra che dà sulla strada, prende a urlare contro i fanciulli, contro le comari, contro tutti. Vorrebbe che tutti scomparissero, sprofondassero, che intorno a lui restasse solo un silenzio amico del suo riposo.

Urla, il signor Chiuv, urla a squarciagola dalla finestra, nei lunghi pomeriggi in cui vorrebbe dormire per non pensare e non può, urla ancor più forte nelle belle sere estive, quando Afaneia si anima per le sue frequenti feste cittadine e, fuori dalla piccola biblioteca buia, è tutto un cantare e ballare sotto le lucenti stelle. Urla ancora e ancora, Chiuv, ma nessuno lo sente: la sua voce povera, esile si perde nelle grida gioiose dei piccoli, nelle esclamazioni festanti degli adulti, si spegne, infine, nella delusione e nella rabbia di un'ostinata solitudine. Ormai esausto per il lungo urlare, Chiuv rimane muto presso la finestra e alza lo sguardo al cielo sereno. Allora s'acquieta un poco. Contempla quel quadratino d'azzurro solcato da un rapido volo d'uccello, che la sua finestrella gli lascia appena intravedere, e gli pare di scorgere una qualche struggente, ineffabile bellezza che, per un istante, gli fa tremare il cuore di nostalgia.

Pensa alla sua piantina, Chiuv, una piantina di violette che, un giorno, la sinora Yuvva, venuta come sempre a portargli il pranzo, gli aveva regalato per chissà quale motivo, forse in occasione d'una festa cittadina.

Chiuv, all'inizio, si era mostrato addirittura infastidito da quel piccolo dono, non aveva neppure ringraziato la signora Yuvva, ma poi non aveva saputo resistere alla dolcezza della piantina e l'aveva sistemata con cura sul davanzale, l'aveva innaffiata ogni giorno amorevolmente. Ma in pochissimo tempo la piantina si era seccata, una mattina Chiuv aveva trovato le violette tutte appassite. L'aveva buttata via con rabbia, reprimendo a fatica una lacrima, odiandosi infinitamente per quella lacrima.

Anche allora aveva pensato ai versi di quella poesia che non riusciva a ricordare, anche allora, di nascosto da se stesso, aveva desiderato morire, e forse era da allora che aveva cominciato a disegnare fiorellini viola sul quaderno...

Stanotte Chiuv si è addormentato molto tardi a causa dei soliti schiamazzi festivi. Ha come sempre urlato fino allo sfinimento, ha come sempre desiderato che l'oscurità della notte inghiottisse tutti i suoi concittadini.

Si è svegliato all'improvviso al sorgere del sole. Non sono stati i consueti rumori della strada a destarlo, dall'esterno non proviene alcun suono.

Chiuv avverte un'inquietudine strana, presaga...

Si alza dal giaciglio, corre alla finestrella. La giornata è nuvolosa, sulla via non si vede nessuno, tutto è grigiore e totale assenza di suoni.

Gelo nel cuore...

Chiuv si precipita alla porta, la spalanca, esce in strada ancora in camicia, senza cappello. L'aria fresca del mattino, appena increspata da un soffio di vento, gli colpisce il volto come una sferzata, facendolo vacillare.

Al suo allucinato sguardo fosforescente, la strada appare avvolta in una coltre di deserto silenzio.

Nella notte gli Oftentes delle Montagne Massicce sono piombati su Afaneia, l'hanno devastata, hanno rapito tutti gli Afaini, se li sono portati via per divorarli nelle loro tane sui monti. Tutti eccetto il signor Chiuv, che dormiva ignaro in quella biblioteca in apparenza abbandonata.

Certo, gli sventurati Afaini devono aver gridato e gridato la loro disperazione, mentre venivano catturati dagli orchi; certo, le vie di Afaneia devono aver rimbombato per tutta la notte del suono stridente della sciagura.

Chiuv, chiuso nel suo sonno insensibile, non si è accorto di nulla.

Tramortito, guarda ora verso l'orizzonte e gli pare di scorgere la gigantesca sagoma dell'ultimo degli Oftentes scomparire nella nebbia mattutina, gli sembra di udire il grido disperato dell'ultimo afaino che viene trascinato via verso la morte.

No, è Chiuv l'ultimo afaino...

Chiuv ora sa di voler morire. Con la forza di quella consapevolezza, corre a perdifiato verso la nebbia lontana e urla: "Aspettate, aspettate, prendete anche me!", ma è troppo tardi, nessuno lo sente.

Infine si ferma ansimante, stremato. L'eco del suo stesso urlo senza speranza gli risuona nel cervello, finisce di stordirlo, poi, d'improvviso tace.

Il sole si svela per un istante fra le nubi dense. In un livido lampo di luce, Chiuv ricorda quei due versi d'una poesia rubata, che tante volte hanno battuto sinistramente alle porte della sua sopita coscienza:

"Poi fu silenzio. L'astro ardea sul polo,

come solinga lampada di tomba[2]"



[1] Giacomo Leopardi - Canto di un pastore errante dell'Asia, vv. 84-89.

[2] Giovanni Pascoli - Inni - Andrée, vv. 58-59.



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