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lavoro pubblicato venerdì 18 gennaio 2008
ultima lettura domenica 22 novembre 2020

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NOI

di Nigel Mansell. Letto 943 volte. Dallo scaffale Pensieri

Quella mattina sarei andato con papà, mi avrebbe portato con lui in caserma e saremmo stati solo noi due.

 

NOI

 

Quella mattina sarei andato con papà, mi avrebbe portato con lui in caserma e saremmo stati solo noi due.

Ero felice, mi sentivo grande, godevo di un privilegio a cui le mie sorelle non potevano ambire: ai tempi l'Arma era un affare per soli uomini. Mi caricava nella Opel Kadett blu e mi portava con lui; ma accadeva molto raramente e di solito alla domenica, quando gli veniva assegnato il riposo settimanale nel giorno di festa, e che riuscisse di stare a casa la domenica era davvero un avvenimento epocale.

Nei giorni festivi l'ambiente all'interno del Comando del Gruppo Provinciale, ricavato all'interno di un antico monastero al centro del capoluogo, era più rilassato. I militari erano più bendisposti, non sentivano il peso dell'attività dei giorni feriali, avevano più voglia di scherzare. Li si incontrava gioviali e camerateschi nei corridoi dagli alti soffitti, dove i loro passi, nelle scarpe lucide, e le voci scherzose rimbombavano; o dal barbiere, all'interno della caserma, sfumatura alta naturalmente, non c'era scelta. Quasi tutti i colleghi di mio padre, come lui del resto, erano meridionali: un ceppo coriaceo di sardi e poi uomini che arrivavano un po' dappertutto dal sud dell'Italia, da qualsiasi posto dove la miseria li aveva messi in cammino. Pertanto il gergo che si era creato e con il quale comunicavano tra colleghi, che poi ho ritrovato in ogni caserma, era un frullato di dialetti del sud, condito con espressioni retoriche tipiche dei barocchi e confusi verbali tutti uguali, che i militari erano soliti redigere oramai a occhi chiusi.

Con mio padre, dal fondo del lungo corridoio, li vedevamo entrare ed uscire dagli uffici, loro mi chiamavano uagliò, e dopo aver chiesto il mio nome a papà si avvicinavano per stringere tra il loro indice e il medio la pelle della mia guancia. Mi procuravano un dolore lancinante che ancora ricordo, insieme all'odore persistente e violento del loro dopobarba, che si vendeva a litro nelle peggiori drogherie. Lasciava loro una pelle unta e lucida, dopo che era stata spalmata dal maleodorante prodotto, pensando potesse lenire i guai del violento contropelo festivo. Le loro gote, lisce e lucide, assumevano allora le sembianze del culetto di un neonato dopo il cambio del pannolino. Poi sempre la solita domanda, cosa vuoi fare da grande, il Carabiniere rispondevo io, non avevo nient'altro in mente; d'altronde avevo altri due zii nell'Arma e stravedevo per l'Alfetta blu scuro con il tetto bianco e la gazzella sulle fiancate. Ai tempi per me non c'era che l'aspetto ludico di quella professione, le eleganti divise e le armi lucide, che erano per i mio occhi incantati, prive di ogni aspetto minaccioso.

Ne ricordo uno di Carabiniere, in maniche di camicia, un appuntato mi pare,  certamente uno scrivano, non certo uno di quelli della radiomobile, uomini d'azione che ammiravo nei loro alti stivaloni neri. Fece una battuta a cui mio padre non rispose. Insinuava ci fosse un qualcosa tra papà e la moglie del Colonnello, del quale mio padre era l'autista. Papà non se ne curò, non penso perché fosse ferito dall'insinuazione, anzi mi parve orgoglioso della cosa, ma non disse nulla, forse per finta modestia. Ero orgoglioso anche io per mio padre, ma allo stesso modo avvertì una grande tristezza nel cuore, dove passava tutte quelle ore fuori di casa? Forse, ma non ricordo esattamente, papà fece un cenno al collega per rimarcare la mia presenza e allora lo scrivano si zittì.

 

I bambini capiscono tutto: io comprendevo e ricordo ancora tutto.

 

Non mi sono mai potuto sentire piccolo e spensierato, ho sempre avvertito il peso del dovermi sentire più grande dell'età che avevo. Mi toccava, dovevo esserlo: perché ero il primogenito, perché avevo due sorelle, perché non potevo permettermi di fare i capricci, perché oramai ero grande, c'era sempre un perché... Ma io sapevo e capivo sempre tutto, al contrario delle mie sorelle e ancora oggi a differenza di loro, pur essendo nelle condizioni di commettere errori peggiori di quelli dei miei genitori, ragiono ancora come in quegli anni e certe cose non sono riuscito a perdonarle: si rimane sempre quello che si era da bambini.

 

Mio padre c'era raramente a casa, doveva essere sempre a disposizione, lui era l'autista del Colonnello e come lui non aveva orari, dove andava il Comandante del Gruppo con la sua splendida divisa nera dagli alamari fatti di foglie d'argento, c'era anche mio padre: era la sua ombra. Un alto ufficiale era richiesto sempre e ovunque. C'era ogni volta qualcosa di nuovo da inaugurare o qualche cena di gala a cui partecipare, una celebrazione religiosa a cui non si poteva mancare... e poi c'era l'attività operativa, e quelli non furono certo anni semplici: c'era il terrorismo, l'Arma era un obbiettivo da colpire.

Papà ci passava i giorni, la vita, con quell'uomo, che di certo non considerava mio padre al suo pari: e' come se ci fosse un muro tra le carriere militari; gli ufficiali nell'Arma sono come i nobili e i carabinieri il terzo stato prima della rivoluzione francese.

A volte papà aspettava delle ore in macchina che lui tornasse, era una Fiat 124 blu scuro targata EI, che a vederla oggi fa ribrezzo, ma ai tempi era una gran bella macchina. Era diventato un mago del cruciverba, d'altronde che poteva fare, da solo nella 124, mentre l'altro si divertiva a qualche spettacolo, che poverino si era visto costretto a presenziare?

Se non era al servizio del Colonnello lo era della sua famiglia, era così che funzionava, l'autista diventa l'uomo di fiducia, quello che conosce ogni movimento del suo ufficiale, volente o nolente ne diventa il fac-totum, il muto confidente e il fedele servitore. Così la famiglia dell'ufficiale diventa anche quella del suo autista, se lui non poteva portare la moglie e le figlie al  mare ci pensava mio padre, se si dimenticavano di fare la spesa, o si scopriva una delle figlie abbandonata al cinema a vedere Bambi, era sempre papà che correva.

 

Lei era bellissima come tutte le mogli degli ufficiali. Quando divenni anche io Carabiniere per prestare il servizio di leva, ricordo che con gli altri commilitoni si sbavava vedendo le mogli e le figlie dei colonnelli e dei capitani, ancheggiare in piazza d'armi.

Era bionda, come si usava negli anni settanta, come Patty Pravo nelle vecchie foto del Piper, con una cascata di capelli color oro. Dopo il Colonnello i più alti in grado per mio padre erano lei e le sue figlie, bionde come la madre.

Avevamo anche le foto della prima comunione delle bimbe, quasi mie coetanee, nel nostro album di famiglia. Le loro però erano a colori, mentre le nostre in bianco e nero. Non è che navigassimo nell'oro, certo la differenza tra una foto a colori e un'altra bianca e nera non era molta, ma una volta era così, non si cercava di imitare chi era più ricco, si stava al proprio posto, e il nostro era indubbiamente più in basso nella scala gerarchica della vita.

 

Lei, la bella donna bionda con i capelli cotonati e gli stivali alti come si usava, con le sue due figlie altrettanto bionde e belle che sorridevano dalle foto a colori, e noi, quelli scuri, nelle foto in bianco e nero, con la mamma grassa che non lavorava e faceva la casalinga, sempre incazzata e frustrata.

 

 

Nigel Mansell

 

 

 



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