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lavoro pubblicato venerdì 28 dicembre 2007
ultima lettura sabato 16 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Orgjanas

di Salvatore Palita. Letto 1262 volte. Dallo scaffale Horror

Nurras, autunno 1930, Eccellenza, nel comunicarle le novità della mia ricerca, premetto che pur non essendo esaltanti, credo siano di buon auspicio. Conversando con Don Saccu (il parroco di Nurras), e col farmacista d'Othoca, Sias, sono dell'idea...

Orgjanas
di Salvatore Palita

Nurras, autunno 1930,
Eccellenza, nel comunicarle le novità della mia ricerca, premetto che pur non essendo esaltanti, credo siano di buon auspicio. Conversando con Don Saccu (il parroco di Nurras), e col farmacista d'Othoca, Sias, sono dell'idea che in queste lande ricche di leggende, ogni grotta, dirupo o montagna ha una storia "magica" e il suo contorno di superstizioni, che sicuramente celano siti archeologici. Le ataviche paure dei vilains giocano a nostro favore, poiché questi luoghi "magici" non sono frequentati da nessuno e dunque potrebbero conservare intatti tutti i loro segreti.
Scrive con gesto elegante il giovane archeologo, mentre sorride soddisfatto.
Dopo una "ripulitura" dei racconti (stralunati a dir poco) di Don Saccu e del dottor Sias, credo che nella zona vi siano numerosi siti inesplorati. In particolare mi ha colpito la colorita descrizione di una valle che qui dicono essere abitata dalle orgjanas (credo streghe o fate). Luogo nel quale devono esservi numerose domus de janas ancora intatte. Non le nascondo che è stato molto difficile procurarmi una guida, ma oggi l'ho finalmente trovata: si tratta di tale Pietro Ilvau, un nullafacente (il maresciallo Serra mi dice essere "ladro per bisogno"; rubò una vacca per sopravvivere ai rigori dell'inverno), l'unico deciso a guidarmi nella valle "stregata".
La scelta è ricaduta su Ilvau anche a cagione del fatto che, durante le sue scorribande, è già stato ai margini della valle per sottrarsi ai carabinieri. Secondo la carta militare, vicino alla vallata dovrebbe celarsi una conca seminascosta, racchiusa da un'impervia formazione rocciosa. Ecco, credo che qui potrebbero esservi sepolture preistoriche d'un certo interesse. La partenza è stabilita per domani. Al mio ritorno la informerò sugli eventuali sviluppi. Le allego una dettagliata lista delle spese che ammontano a lire dieci (esclusa la diaria di Ilvau, di circa mezza lira al giorno, di cui farò nota in seguito), che prego di inoltrare presso l'economato.
Suo devotissimo
Marco Bolis

Conclusa la lettera, il giovane indossa una morbida giacca di tweed, ed esce dalla casa dove vive da quando è iniziato il suo voiage en Sardigne. Mentre il piccolo villaggio di Nurras è avvolto dalle ombre della notte, Bolis si avvia con passo sicuro verso la canonica di San Gavino; dove il parroco, il farmacista e il maresciallo Serra lo attendono per la consueta partita a carte.
- Dottor Bolis finalmente! Lei si fa attendere ogni sera di più, è forse una strategia per fiaccare gli avversari? - lo saluta il parroco, ricambiato dal giovane che rivolge un sorriso agli altri convitati.
I quattro giocano per circa un'ora, poi la perpetua serve il caffè e la conversazione si sposta sull'imminente escursione di Bolis.
- Non deve preoccuparsi, Pedru Ilvau è un brav'uomo e non le farà alcun male.
- Si, un brav'uomo che tiene soprattutto a non danneggiare la fonte della sua diaria. - ironizza il farmacista facendo eco alle parole di Serra.
- Piuttosto stia attento a sas nurras, i crepacci di quella zona sono pericolosissimi. - dice don Sias osservato con crescente apprensione dalla vecchia perpetua; poi con calibrato eloquio aggiunge, - quei contrafforti calcarei dai picchi acuti, sono ricordi di antichissime convulsioni vulcaniche della Sardegna... sappia che di alcune voragini non si distingue il fondo! - conclude il parroco con un gesto enfatico, che fa sgranare gli occhi alla perpetua.
- Ecco, piuttosto stia attento a don Sias e alla sua perpetua! Caro Bolis, perché fra poco salteranno fuori le orgjanas che infestano queste lande... - scherza Serra, disapprovato dallo sguardo indignato della perpetua e dal vecchio parroco che, rosso in volto, s'alza in piedi e con voce minacciosa dice: - ... Bada Antonio Serra, tu e il tuo scetticismo vi perderete... sono un uomo di fede e affermo che il male esiste come il bene, e si manifesta nelle forme più orribili. Io so che in sas nurras, dove la luce del Padre non illumina con i suoi benefici raggi... ebbene lì regna il male, qualsiasi forma o nome il popolino gli abbia conferito! Alle parole del vecchio, la perpetua si segna e s'allontana pronunciando initellegiabili scongiuri. Dopo un attimo di smarrimento per l'acceso sproloquio del parroco, Serra ritrova la sua sicumera e ribatte: - Calmatevi don Sias, conosciamo la leggenda del cervo del diavolo... ma non vorrete spaventare la perpetua e il nostro ospite con queste leggende. Le parole di Serra non tranquillizzano il parroco che sembra prepararsi ad un altro sermone, quando interviene Bolis: - Vi prego amici, calmatevi, e lei caro don Sias non sprechi le sue sante parole per un altro miscredente quale io sono.
- Buon Dio, eccone un'altro! Sono proprio circondato da atei! - si dispera il povero parroco disarmato dall'evidente scetticismo dei suoi amici, i quali dopo alcuni minuti si congedano raccomandando a Bolis di essere prudente.
Mentre si allontana, Bolis non si avvede che la perpetua, nella penombra compie misteriosi scongiuri nella sua direzione, scandendo parole che si perdono nel buio di una notte uguale a mille altre, parole tramandate di bocca in bocca, confuse nelle pieghe del tempo:
Se sei ombra viva torna al cammino,
se sei ombra di morto torna alla fossa,
se sei ombra di fuoco allontanati da questo luogo.
Concluso l'antico scongiuro, la vecchia apre la bocca ed emette un suono basso e vibrante, come il ronzio di un calabrone.

Il passo che conduce alla vallata è incoronato da grandi rocce granitiche che svettano cupe dalla bassa macchia di lentischio punteggiata d'olivastri. Due uomini a cavallo procedono lentamente attraverso la piana: - Se andiamo avanti di questo passo s'arriva al buio... ci conviene aspettare a domani... - dice l'uomo vestito di fustagno nero mentre smonta da cavallo e si deterge il sudore con un fazzoletto che una volta era bianco.
- No, Ilvau, dobbiamo proseguire, abbiamo impiegato due giorni per raggiungere il passo, non possiamo fermarci proprio adesso. - Obbietta l'altro cavaliere, pallido ed elegante, fasciato nel suo completo da sella inglese.
- Mi permetto d'insistere... - obbietta Ilvau tradendo un certo nervosismo che non sfugge al giovane archeologo, -... la valle mi pare siavicina ma entrarci in una notte senza luna col rischio di cadere in sas nurras...
- Ilvau, la prego, non insista con queste storie, - ribatte Bolis un po' stizzito, -... le ho già detto che non tollero tali superstizioni e soprattutto pause inutili, proseguiamo senza altri indugi, lei non è pagato per fare una scampagnata.
Ilvau incassa il rimbrotto del giovane senza fare obiezioni, e con evidente malavoglia rimonta a cavallo e fa cenno all'impettito Bolis di seguirlo.
Dopo circa un'ora i due uomini raggiungono una valle silenziosa delimitata da una cupa formazione rocciosa che sembra una primitiva corona. Le ombre dei due cavalieri s'allungano e si distorcono fino a confondersi nella notte senza luna che piomba sulla vallata.
Costretti a fermarsi dal buio pesto, i due smontano al limitare di un bosco di olivastri, accendono il fuoco e s'apprestano a trascorrere la notte all'addiaccio. Mentre sorseggiano un caffè, Bolis rompe gli indugi e chiede a Ilvau d'indicargli il passo che conduce alla conca:- Detesto stare qui a sorseggiare il caffè mentre forse siamo a pochi passi da un'importante scoperta, mi indichi il varco per raggiungere la conca, quella che risulta... più o meno qui, a nord del boschetto dove ci siamo accampati. Dice Bolis indicando con gesto vago una zona segnata a malapena sulla carta militare.- Stanotte c'è troppo buio... è difficile orientarsi, e sbagliare significa finire in qualche buco... dia retta, aspettiamo domattina, con la luce...- argomenta senza molta convinzione l'angosciato Ilvau.
- Si tranquillizzi, non le chiedo di venire con me, desidero soltanto che m'indichi il passo, poi potrà starsene qui vicino al fuoco a sorseggiare questo disgustoso caffè...- dice Bolis svuotando la gavetta con disprezzo.
Rosso in volto, Ilvau infila una mano nella tasca della giacca, sfiora il manico d'osso dell'affilata resolza e sibila: - Adesso voi esagerate... venite da su continente e non sapete nulla di questa terra, non avete rispetto e forse... pensate che io abbia paura... no, Pedru Ilvau non ha paura di nessun uomo o animale... ma rispetta sos babbos mannos e gli esseri che non hanno pastore quando nascono, non hanno ovile quando muoiono e si rifugiano nelle grotte buie... gli esseri misteriosi che popolano la notte...- prosegue Ilvau sfiorando il coltello celato nella tasca e guardando di sottecchi Bolis. Questi, conscio della manifesta ostilità dell'uomo, sfiora la rivoltella, ma poi si controlla e cerca di calmare l'uomo con fare più mellifluo:- Su, Ilvau, si calmi, non era mia intenzione offenderla, ma per favore, non mi parli ancora di queste leggende... le superstizioni locali ora non contano, ho un incarico da condurre a termine e devo trovare subito qualcosa che renda significativo il mio viaggio in Sardegna ... le garantisco che anche la sua diaria sarà integrata da una bella sommetta... naturalmente se io riuscissi a trovare subito qualcosa... ma, la prego, non perdiamo altro tempo con stupide favole intorno al fuoco... - conclude Bolis con un sorriso forzato poi, allontanando la mano dalla rivoltella conclude, - Suvvia... mi mostri il passaggio... - e così dicendo s'alza e accende la lampada a petrolio.
Convinto dalle promesse e dalla presenza della rivoltella di Bolis, l'uomo sfila lentamente la mano dalla tasca e con una risata nervosa che echeggia a lungo nella valle, dice con rassegnazione: - Fate come volete... io vi ho avvertito... - poi senza altri indugi Ilvau s'alza e prepara una torcia con uno straccio imbevuto di petrolio.- Dobbiamo andare a piedi, il sentiero è brutto e rischiamo di rompere una zampa ai cavalli. - spiega Ilvau facendo cenno al giovane di seguirlo.
Incespicando più volte alla traballante luce delle torce, i due uomini camminano a lungo, finché il fuoco del bivacco è un flebile punto luminoso nella notte. Raggiunto il contrafforte roccioso, Ilvau s'arresta come se ci fosse una porta invisibile, e indicando con un cenno il varco dice: - Ecco, s'entra da qui... io l'aspetto al bivacco...- e senza aggiungere altro, scompare rapidamente nel buio.
Penetrando nella conca silenziosa, Bolis avverte un brivido sulla pelle del viso, come se avesse attraversato una ragnatela molto spessa o un velo cedevole, liso dal tempo.
Il giovane si passa più volte una mano sul viso cercando d'allontanare la sensazione di disagio appena provata. Una densa e bassa nebbia lambisce le caviglie di Bolis con spire sempre più sinuose. A tratti il giovane solleva la piccola lampada per scrutare le alte rocce che circondano la conca silenziosa, e non avverte la vibrazione simile al ronzio di un calabrone che è cominciata appena ha messo piede nella coca. La vibrazione, che sembra provenire da una dimensione senza tempo, si diffonde nella valle e si fa parola:

Una vita cammina nella valle,
jana maísta solleva lo scialle,
solleva lo scialle jana regina,
una vita ancora cammina.

Improvvisamente la luce della lampada rimanda un vago riflesso metallico fra le rocce. Bolis orienta la luce nella direzione del luccichio che, brevemente, si ripete.
Mentre sale in direzione del flebile lucore, il giovane fantastica e sorride fra sé: "Un prezioso monile?"

La vita non fermare,
dalla porta vuole entrare.
Rischiando più volte di cadere o di rompere la lampada, Bolis raggiunge una sporgenza rocciosa, perfettamente levigata che sporge come una piattaforma al di sopra della conca. Quando Bolis si volta per scrutare verso il basso, ha una leggera vertigine: la conca è ormai invisibile, invasa da una nebbia lattiginosa che conferisce alle cose un aspetto irreale, il contrafforte sembra fluttuare nel nulla.
È agile la vita che corre,
sento il sangue che scorre
La lampada di Bolis illumina una bassa apertura rettangolare, intagliata con cura nella roccia Il varco, creato da mani antiche, è chiuso da un velo serico di ragnatele fuse ad alcuni cespugli.
- Una janas - sussurra eccitato Bolis, e la sua voce deformata è amplificata dalle scoscese pareti della conca. Il giovane indugia per un po' sulla soglia, cerca di scrutarne l'interno, poi frenando il disgusto che l'assale strappa l'intrico di ragnatele che ostruiscono l'imboccatura come un sigillo ed entra.
Ora anche Bolis sente il ronzio, porta le mani alle orecchie, la lampada gli cade, il buio lo avvolge... il ronzio è nel suo cervello, gli blocca ogni muscolo, ali d'insetti gli solleticano la pelle: " Mio dio! Mi scoppia il cervello! Non riesco più a muovermi!
Correte sorelle!Una vita ha attraversato la porta e ha infranto il sigillo!
Quando le vede è impietrito dall'orrore, la bocca del giovane s'apre ma non riesce a gridare quando le orgjanas gli sono addosso e lo avvinghiano con le loro spire tentacolari.
Bolis urla ancora una volta senza emettere suoni quando gli mordono la carne e gli leccano il sangue.
Ecco maista, le tue serve ti conducono nuovo pasto.
Le orgjanas trascinano Bolis, ancora vivo, come un fantoccio. Nel buio profondo la regina delle orgjanas la madre delle prime abitatrici dell'isola, attende... nella voragine più profonda la jana maísta attende il suo pasto.
Prima d'affogare nel suo sangue, Bolis vede l'immenso e indescrivibile orrore della maísta, il ghigno dei suoi denti aguzzi, le bocche spalancate e le sue propaggini oculari aliene, mille occhi da insetto senza pietà.
Finalmente un urlo agghiacciante erompe dal petto di Bolis e, amplificato dalla profonda cavità, riempie la valle.
Mentre il grido del giovane si spegne in un rantolo, la calda saliva della maísta avvolge ciò che resta di Bolis nel bozzolo pre-natale. Un brusio proveniente da altri mondi, si diffonde nella conca e si fa parola:
L'antico pasto è stato perpetuato,
il sacrificio della vita rinnovato.
Il bozzolo pre-natale è pronto, l'antico patto è rinsaldato.
Poco dopo, tutto finisce e la conca ripiomba nel suo irreale silenzio.

- Ecco Atzori, quella è la valigia del dottor Bolis, - dice il maresciallo Serra rivolgendosi al giovane carabiniere un po' assonnato. - ora termino la lettera che dovrà consegnare al prefetto.

Nurras, 12 ottobre 1930,
Eccellenza, dopo quaranta giorni di ricerche, mi duole comunicarle che non abbiamo ancora trovato il dottor Bolis. A titolo precauzionale abbiamo fermato Pietro Ilvau, un nullafacente, già condannato per abigeato, assoldato dal dottor Bolis come guida. L'Ilvau, più volte interrogato, asserisce che il dottor Bolis ha insistito per effettuare da solo un'escursione notturna in una zona impervia e piena di crepacci. Dopo circa un'ora l'Ilvau dice d'aver udito un grido proveniente dal luogo dove s'era inoltrato Bolis.
L'Ilvau dice d'aver avuto paura e d'essere scappato, e a rischio di rompersi il collo è rientrato in paese urlando come un pazzo che il dottor Bolis era stato sbranato dalle orgjanas. Ora l'Ilvau s'è chiuso in un allucinato mutismo, tanto che il farmacista dice che gli ha dato di volta il cervello. Io penso che il povero Bolis, durante la sua azzardata e solitaria escursione, sia caduto in una voragine nascosta. La sua presenza o almeno una sua missiva sono necessarie.
In attesa di sue istruzioni, le ricerche proseguiranno compatibilmente coi scarsi mezzi in nostro possesso. Allego alla presente una valigia cogli effetti personali del dottor Bolis.
Con osservanza, Antonio Serra,
Maresciallo in Nurras.

Mentre il carabiniere Atzori s'allontana dalla caserma, la perpetua apre la bocca ed emette un suono basso e vibrante, come il ronzio di un calabrone. In altre case, altre donne emettono lo stesso suono, metalinguaggio di un'atavica civiltà aliena, stabilitasi nella conca molto prima degli uomini.
Il ronzio emesso dalle donne è il segno: l'antico sacrificio alle orgjanas è concluso, la fame delle bestie d'altri mondi è stata placata...i figli maschi di Nurras sono salvi dalla fame delle orgjanas.


Commenti

pubblicato il 30/12/2007 21.52.44
Ciaby92, ha scritto: terrorizzante
pubblicato il 31/12/2007 12.19.18
Ciaby92, ha scritto: sisi è un complimento invece i miei lavori come li trovi?
pubblicato il 19/02/2008 16.08.20
Sagana, ha scritto: Simpatico racconto horror, che mi è piaciuto davvero! Mi ricorda anche troppo Lovecraft, ma va bene, lui era un maestro. Per il resto forse in alcuni punti calchi troppo sul fattore superstizione (il prete). Mi è piaciuto particolarmente lo scongiuro della perpetua: Se sei ombra viva torna al cammino, se sei ombra di morto torna alla fossa, se sei ombra di fuoco allontanati da questo luogo. Bravo nel complesso.

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