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lavoro pubblicato lunedì 29 ottobre 2007
ultima lettura venerdì 14 febbraio 2020

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Una barchetta...

di vittorio baccelli. Letto 1393 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Una barchetta di carta di giornale   Il terrore che sarebbe durato ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede ...

Una barchetta di carta di giornale

 

Il terrore che sarebbe durato ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.

Avete presente quel punto esatto nel tempo? Quell’istante in cui nel cielo il giallo bruno lascia spazio al rosso pallido del sole morente? Quando l’aria stessa diviene un velo livido che offusca e confonde i contorni delle cose?  È a quel punto che esco. Esco per avventurarmi in nuovi spazi dei quali non ne sospettavo minimamente l’esistenza. È la realtà che muta di segno e scopre nuove prospettive nelle quali io ci scivolo dentro all’istante, quando questo accade. Successe per la prima volta ventotto anni fa, dopo un violento quanto breve acquazzone estivo, passeggiavo e a lato del marciapiede, una barchetta di carta di giornale galleggiava correndo su l’acque, veloce. Cercai con l’occhio il ragazzino che avrebbe dovuto lanciarla, ma non scorsi nessuno, la strada era deserta. All’improvviso l’acqua, la barchetta e il marciapiede sparirono e mi persi confuso, altrove. Ecco, come adesso che tutto s’è mutato in distese infinite di prati e mi ritrovo ad una ventina di metri da una creatura d’aspetto umano, ma non troppo. S’avvicina, e più gli osservo il volto, più mi accorgo di quanto questo sia primitivo, pericolosamente antico. Tuttavia, visto di fronte anziché di profilo, attenua di molto quest’impressione. La fronte, inclinata, sporge sopra gli occhi di due centimetri circa. Il sopracciglio poi…non le sopraciglia… perché è unico, nero, incolto… Il naso, se confrontato col resto del volto, appare insignificante. La barba invece è perfettamente curata, quasi a voler affermare a dispetto del resto, la sua appartenenza al genere umano. Per quello che riguarda il resto del corpo è più largo che alto, o perlomeno questa è l’idea che possiamo farci vedendolo seduto: in piedi non è solamente grande: è grosso. In definitiva può anche appartenere al genere umano ma sicuramente è nato con diecine di secoli di ritardo.

In ogni caso da seduto che era, adesso sta camminando verso di me ed entro breve tempo la preistoria m’avrà sicuramente raggiunto. Mi guardo attorno in cerca d’una via di fuga: invano. Ma esiste una via di scampo di fronte a una creatura, non molto umana, che avanza decisa con gli occhi ipnotici come una bestia mentre fissa la preda prima d’aggredirla? Mi arriva davanti e si limita a continuare a fissarmi come se volesse assicurarsi che esistono veramente delle persone così piccole, poi lentamente parla. La sua voce è in netto contrasto col resto del corpo: è la voce d’un bambino.  Mi chiede molto gentilmente di seguirlo, la sua mole invece mi proibisce di fare il contrario, di disattendere cioè alla sua richiesta. Il vento intanto comincia a soffiare sull’erba mentre docilmente lo seguo. Il sole si nasconde sempre più pigro dietro nuvole grandi, veloci e grigie. Il profumo dell’aria tiepida e umida entra nelle mie narici come una carezza. Siamo giunti nei pressi d’una fattoria e continuo a seguire la mia enorme e preistorica guida che sempre più mi ricorda il Java di Martin Mistère.

Dei panni stesi ad asciugare su una palizzata svolazzano quasi allegramente. Da lontano giunge l’eco di giochi di bimbi e rumori di maniscalco. L’odore del mare, all’improvviso m’avvolge coi suoi ricordi onirici di luoghi lontani che stimolano nuovi sogni. Un grande pino davanti all’accesso principale della fattoria saluta i passanti ondeggiando al cielo. Cani a catena abbaiano nel momento in cui avvertono la mia presenza.Un contadino passa curvo e furtivo carico del raccolto. Seguo la mia guida antica che avanza con decisione verso una porta del casolare. I cani ora si zittiscono, la porta cigola, entro. La mia guida si ferma accanto alla porta d’ingresso, mi guardo attorno: quattro stravaganti figure sono sedute allo stesso tavolo. La stanza è fiocamente illuminata da una grande lampada elettrica che pende dal soffitto e che ha all’interno uno strano filamento incandescente a forma di ruota dentata. Il tavolo e le sedie sono di legno scuro. Le pareti, un tempo bianche, forse a calce, hanno oggi il colore del fumo. C’è un imponente camino in pietra senza fuoco. Una porta conduce ad altre stanze. Guardo le quattro figure sedute e la prima cosa che mi viene in mente è che è strano vedere delle persone così diverse, così vicine. Potrebbero tranquillamente rappresentare quelle schiere d’individui appartenenti ai bassifondi: i punkabbestia, gli omosessuali, i ragazzi di strada, le persone che cercano d’emergere dall’inferno dei suburbi metropolitani senza riuscirci, che riescono a vivere solo d’espedienti, che si sono fermate soltanto per comprare droghe e perversioni. Ma queste figure non appartengono ai bassifondi anche se così, a prima vista si potrebbe pensare. Sul tavolo c’è un incongruo libro aperto, è il “Vecchio Testamento”.

Questo giro continua a non piacermi, guardo per l’ultima volta quell’assurda comitiva e riapro la porta dalla quale sono entrato, esco. Dopo alcuni passi mi fermo in silenzio e attendo: nessuno mi segue, meglio così, anche Java è rimasto da qualche parte nella fattoria.  Più avanti una voluta di fumo danza lentamente verso il cielo, arrivo alla sorgente del fumo e mi accorgo che sgorga direttamente dal prato. Resto lì, fermo, immobile…attorno a me non sento più nulla ma mi trovo sempre più attratto dal quello sbuffo grigio scuro che danzando si leva verso il sole. Mentre osservo con la massima attenzione mi ritrovo all’istante in un ufficio arredato con pesanti mobili scuri primo novecento. Non sono più nel mio corpo ma in quello d’uno strano giovane che si sposta inquieto nella stanza. Gli hanno appena detto che il giorno seguente sarebbe dovuto partire per l’Indonesia. Il suo primo viaggio di lavoro: un volo interminabile per Jakarta, un incontro con dei clienti che non hanno nessuna intenzione di comprare i suoi prodotti. Sa già che se ne sarebbe tornato indietro con la coda tra le gambe e che il suo capo l’avrebbe squadrato col solito sorrisetto che lascia chiaramente capire quanta poca stima abbia di lui. Ma allora non potrebbe mandare qualcun altro? E poi come mai non capisce che agli indonesiani non gliene frega proprio nulla dei suoi prodotti? Cerco d’uscire da questo corpo e da questa situazione non divertente e neppure interessante. Mi sforzo per il salto e finisco su una grande spiaggia completamente deserta. Sono nuovamente me stesso e mi sdraio flettendo i muscoli. Sono nudo, mi lascio cullare dai raggi del sole, da una leggera brezza, dal profumo del mare e dal flusso delle onde. Mi lascio completamente andare al sonno così al risveglio tornerò al prato dal quale sono partito, al punto esatto in cui nel cielo il giallo bruno lascia spazio al rosso pallido del sole morente e l’aria stessa diviene un velo livido che offusca e confonde i contorni delle cose e forse davanti a me ci sarà un rivolo, lasciato da una recente pioggia, che scorrerà veloce lungo il marciapiede e in esso galleggerà veloce una piccola barca costruita con carta di giornale. Costruita da chi? Chi ha piegato il giornale? Sicuramente non un ragazzo. Non è un gioco da ragazzi questo.Il viaggio comunque, sento che sta per giungere al termine. O forse questa è solo una mia speranza.

Vittorio Baccelli

 

 

Chi pensa per un periodo di tre ore alla divinità desiderata, se la vede, senza dubbio direttamente davanti, trascinata dalle potenze di Rudra.

(da: La trentina della suprema)



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