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lavoro pubblicato domenica 28 ottobre 2007
ultima lettura venerdì 2 agosto 2019

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La gioia immensa -3-

di ilbarlengo. Letto 1102 volte. Dallo scaffale Sogni

"Dove cazzo sono le chiavi?". Enrico guardò sul mobiletto vicino l'entrata. Solo bollette, pubblicità, e bollette. Guardò a sinistra, seguì il corridoio con lo sguardo verso la cucina. No, non erano là. Gir&...

"Dove cazzo sono le chiavi?". Enrico guardò sul mobiletto vicino l'entrata. Solo bollette, pubblicità, e bollette. Guardò a sinistra, seguì il corridoio con lo sguardo verso la cucina. No, non erano là. Girò la testa ancora sinistra, ma non erano neanche in soggiorno. Forse, nella camera da letto. Frugò fra le lenzuola sfatte, sul comodino, dietro l'abatjour cinese. No no no. Tornò all'ingresso. Frugò nelle tasche della sua giacca di pelle estiva. Ma nisba.
Poi, si ricordò di aver cagato. Andò in bagno, e le chiavi della macchina bastarde erano proprio di fronte al water, sopra la lavatrice thailandese multifunzione, che se la ghignavano divertite.
 Guardò l'orologio sul cellulare.
-Merda le tre, sono già in ritardo cazzo-
L'appuntamento con Bicio, Elisa e Jennifer sarebbe dovuto essere proprio alle tre davanti i cancelli di Mesiano. Sarebbe dovuto essere...
Di gran fretta, ostiando contro la vita ingiusta e frenetica, Enrico prese di gran fretta le chiavi di casa sul comò dell'ingresso e uscì.

 "Non è per sempre" degli Afterhours è una di quelle canzoni che è capace di ammazzarti in certi momenti. Se sei out, con quella canzone lo sei definitivamente. Un po' come leggersi "Il processo" di Kafka sotto l'ombrellone. Da affogarsi in mare, con la bassa marea, dopo cinque minuti.
Ed oggi Enrico non voleva assolutamente essere out, soprattutto definitivamente.
Cambiò la stazione alla radio, e si fermò con l'allegra e gioiosa "Dammi 3 parole, sole cuore e amore", che sebbene fosse ormai vecchia come il cucco, faceva ancora il suo parco effetto.
Mise la terza, ormai lo stradone che tagliava Villazzano, una delle più ridenti zone a sud di Trento sulla collina più borghese dell'intera city, lo permetteva.
 Mesiano era poco più in là, circa sei curve, una rotonda e due chilometri più in giù.
Enrico già sentiva i brividini tagliargli di sbieco la schiena.
Da quando gli era permesso uscire da solo, aveva perso solo tre appuntamenti del più grande festival rock trentino.
A dir la verità, comunque, Mesiano sarebbe stato l'enorme parco che circondava la famigerata Facoltà di Ingegneria di Trento, posta all'inizio del declivio della seconda collina che coronava Trento. Facoltà che qualche anno prima era stata l'istituto psichiatrico più famoso di Trento.
Ma per quello, non è che fosse cambiato poi molto. Perché ad ogni scoccare dell'ultimo sabato di maggio, il parco di Mesiano si ritrasformava nel variopinto carrozzone che Enrico tanto adorava.
I quattro palchi con musica Metal, rock, ska e jazz. I panini e la birra a go go appena su in cima. I sette toy toy che erano sempre gli stessi per le stesse seimila persone.
I gonfiabili come la boxe, lo schiuma calcetto o calcetto balilla umano, proprio vicino ai baldacchini delle vettovaglie.
Il prato ed i pini che s'arrampicano per la collina e le gnocche.
L'ambulanza, i beveroni alcolici fai da te portati da casa nei bottiglioni dell'acqua Levissima e le bodyguard caserecce.
I quattro buchi nelle recinzioni per quelli che s'imbucavano e il fumo che entrava sempre e comunque.
Ma questi, erano ormai più ricordi che altro.
Perché ormai la realtà era un'altra. Stand umanitari di tutti i tipi erano spuntati come funghi a gonfiare il vialone principale di Mesiano.
Oltrepassati i cancelli, iniziava l'agonia: dal culo di cartapesta con dentro Nutella della tal cooperativa trentina per i bambini di Forlimpopoli; alla catapecchia delle svedesone  Erasmus, il tendone con joystick e Pes 69; fino al solito baldacchino di no global che ti davano la crostata biologica fatta con bacche di ginepro di Singapore, stantia di due settimane da quanto era densa, per risparmiare sui fondi umanitari.
Insomma,

"Perdete ogni speranze voi c'entrate"

era lo slogan riciclato dello striscione che campeggiava all'entrata non per niente.
 Certo, l'organizzazione era rimasta in mano all'associazione studenti d'Ingegneria, ma troppe persone, e soldi, e pass, e "biglietti autorità" avevano iniziato a circolare.
La voce si era sparsa, e da festa universitaria si era trasformata in limbo per sballare dalla quotidianità incrostata di vacua imbecillità, riservato a sedicenni brufolosi e quattordicenni che te la darebbero dietro al cespuglio pur di raccontare qualcosa di carino alle amiche il giorno dopo. Oppure a ventenni che volevano inchiodare in qualche mutandina con Winnie Pooh che sorride proprio lì davanti.
Il rombo delle chitarre era ormai scalzato dallo scalpiccio dei volontari della croce rossa che soccorrevano la solita quindicenne di turno in coma etilico.
 Ma allora perché Enrico ci andava?
Beh, sapete com'è, Enrico è un nostalgico incallito.
 
 Partì la suoneria tarocca del "Moulin Rouge", avuta di sbieco da chissà chi.

"Dove cazzo è mo' il cellulare?"

Naturalmente era nella tasca sinistra del Jeans. Proprio quello preferito dai tempi del liceo, ma che ormai quando si è seduti ti stringe sul pacco e ti fa bollare alla coscia qualsiasi cosa è in tasca. E questo perché sei ingrassato di altri tre chili, perché non si ha mai il tempo di andare in palestra.
E mentre per la millecentocinquantacinquesima volta Enrico ostiava con se stesso perché non si decideva a cambiar loco dove riporre il cellulare mentre guidava...
Con numero da contorsionista, dopo ben un minuto e mezzo di suoneria "Moulin Rouge" che ormai gli usciva da quel buco, viste tutte le volte che se l'era dovuta sorbire per lavoro...
Finalmente prese il cellulare.

 "Cazzo, hanno proprio voglia di sentirmi... cazzo!"

-Pronti-
-Uelà, ma dove cazzo sei?-
-Luca? Sto andando a Mesiano, perché dove dovrei essere?-
-Ma Cristo, mi hai detto di farti il dvd subito che altrimenti morivi e poi non me lo vieni a prendere?-
-Aspetta...- Abbassò la mano. La macchina ferma dei vigili passò.
-Ah, è vero... Vabbé non posso venirtelo a prendere domani?-
-Domani non ci sono, lo sai, vado a Riva...-
-E vabbé, lunedì?-
-Sto via due settimane-

"E vaffanculo allora"

Enrico fissò l'orologio elettronico sul cruscotto.
"Merda che ritardo".
-Ok dai. Passò un attimo da te, visto che sono per strada. Ci sei adesso?-
-Sì-
-Ok-

Click

 Gli altri 3 potevano ben aspettare altri cinque minuti. Tanto era già in ritardo.
Quest'affaraccio era veramente di capitale importanza: aveva finito le scorte fresche di porno, dopotutto.

ilbarlengo.splinder.com



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