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lavoro pubblicato domenica 28 ottobre 2007
ultima lettura mercoledì 10 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nottata non così freddina.

di alessandro belloni. Letto 1848 volte. Dallo scaffale Sogni

All’improvviso mi ricordo di non aver portato su in casa la bicicletta. Non che abbia una gran voglia di scendere a quest’ora, però adesso ho quel tarlo piantato nel cervello che poi so mi farebbe rigirare nel letto. Ma preoccupato di che poi?

All’improvviso mi ricordo di non aver portato su in casa la bicicletta.
Non che abbia una gran voglia di scendere a quest’ora, però adesso ho quel tarlo piantato nel cervello che poi so mi farebbe rigirare nel letto.
Ma preoccupato di che poi?
L’ho legata con due giri di catena al lucchettone e quello non lo aprono mica, sta esattamente sotto al lampione in piena luce e questa non è zona di furti, mai successo niente del genere…
Prendo cappotto e mezzi guanti e scendo.
Nottata freddina questa per andarsene in giro, infatti non sento un rumore che sia uno mentre allungo il passo per fare in fretta a tornarmene di sopra.
Giro l’angolo e rimango un po’ lì, perché la scena è sì la solita, ma c’è un particolare mancante, il bruscolo nell’occhio.
La catena è acciambellata attorno al palo e il lucchettone è aperto lì vicino.
La mia fiammante Bianchi con telaio in titanio è poco più avanti, in movimento oscillante, con qualcuno in piedi sui pedali che pare ripartire rilassato dopo essersi alzato da un tavolino del bar.
Invece è un ladro, un ladrodimerdabastardo che ha osato non già violare, no, violare è concetto troppo alto, ma solo toccare la mia proprietà… anzi pensare di farlo, prima ancora di agire.
Le gambe mi partono in automatico trascinandosi dietro il resto di me, scosso da un formicolio che sale dalla schiena e mi fa avvampare le orecchie.
- Al ladro!
Sento una voce che non è la mia ululare di fermarsi, al tizio lì davanti, che per tutta risposta aumenta la velocità senza nemmeno degnarsi di guardarsi dietro.
Cioè non merito nemmeno un’occhiata, hai già deciso che devo essere derubato e non ci sono santi, devo subire e non rompere…
A piedi non riuscirò mai a prenderlo e allora mi blocco e cerco qualche soluzione: ci sono altre biciclette legate qua e là e allora mi lancio senza nemmeno pensare a cosa stia facendo.
La prima è legata con due catene, una tiene anche la sella, si sa mai, l’altra con uno di quei cavetti d’acciaio ricoperti di plastica.
Mi tremano le mani per la tensione (intanto alzo freneticamente la testa per tenere d’occhio l’infame che ormai comincia a sfuocare nella foschia), mentre cerco la possibile falla nel sistema.
Niente da fare, allora piombo su una terza e sono già disperato quando mi accorgo che il distratto proprietario ha fatto passare il solito cavetto antifurto nel punto sbagliato cosicchè riesco, sollevando la bici, a farlo passare sotto la ruota e liberare il mezzo .
Mi getto all’inseguimento come un animale, senza pensare ad altro che a mettere le mani attorno al collo di quello là, quel rifiuto, quella feccia, quel rigurgito, quel, quel…
Mi faccio sotto sfruttando l’effetto sorpresa, che poi tanto sorpresa non è, perché questo ferrovecchio che ho preso cigola e sferraglia e poi perché appena l’ho di nuovo a tiro perdo il controllo e ricomincio ad urlare: - Vieni qua brutto stronzo bastardo e ladro! Vieni qua!
Urlo così forte da stupirmi di me stesso e del fatto che nessuno mi senta, in una città di quattro milioni di persone non c’è in giro un cazzo di nessuno che mi aiuti, sembra di stare nella giungla dove ognuno deve arrangiarsi per sopravvivere.
Il ladro aumenta la velocità e deve essere finalmente un po’ preoccupato perché si rialza sui pedali e attacca a mulinare come un maledetto, ma sempre senza voltarsi.
Faccio due rapidi calcoli, lui cavalca la mia Bianchi che ha sotto un 50x34 da sette metri e rotti a pedalata, io ho un cesso di incerta provenienza con i copertoni lisci e il rapporto fisso… se non incontra ostacoli potrebbe essere una cosa lunga e allora la metto sulla regolarità, memore dei miei trascorsi nelle granfondo lombarde, cercando di stabilizzare il ritmo sulla soglia aerobica – non ti mollo figlio di cane!
I primi due chilometri corrono via così, mi avvicino e mi allontano, mai oltre i quattro, cinque metri e non sbraito più, perché d’ora in poi il fiato è prezioso.
Solo fruscio di pedali, respiri affannosi e ‘sta catena del cazzo che cigola, ogni tanto mi concedo di urlargli “ladro!”,per fargli capire che sto qui e gli azzanno le caviglie.
All’improvviso quello si anima e … parla? Mi dice qualcosa che all’inizio non colgo, tanto sono concentrato a testa bassa a mantenere il ritmo.
- Ladro, ladro, ladro… ma tu quella dove l’hai presa?
- Ho capito bene? Quello mi sta chiedendo dove… no, impossibile.
- L’ho presa su per correrti dietro, ladro dimmerda!
Godo nell’insultarlo, voglio fargli capire quanto lo disprezzi.
- In altre parole l’hai rubata.
Rimango un po’stordito perché con tutto quel mulinare di gambe non ho ancora riflettuto su ciò che sta accadendo ed in effetti sì, tecnicamente ho rubato una bicicletta c’è poco da inventarsi.
La mia laurea in filologia romanza non è servita a molto quando ho estratto dal cappello tutti gli istinti basici dell’essere umano, lo volevo morto e stop…
Mi chiede se l’ho sentito ( e l’ho sentito) ma sbaglia, perché la sua viscida voce di ramarro mi riporta nella scena e mi accorgo che riflettere mi ha fatto perdere ritmo e metri, così mi riporto sotto e gli faccio capire che con me - con me chi? Con un ladro come me vorrai dire… cazz che brutto pensiero - certi giochetti non attaccano .
- Non fare il furbino, ti dico subito che tanto non mi scappi. Sono un ex agonista io.
- Però adesso sei anche un ladro…
Dà voce ai miei pensieri e questo mi fa di nuovo andare il sangue agli occhi, così lo aggredisco verbalmente:
- Ti ho detto che l’ho solo presa in prestito, faccia di culo! Fermati che te lo spiego meglio.
Invece non si ferma né rallenta e per un bel pezzo non dice più nulla, forse perché comincia a cedere e non ce la fa a parlare.
Io intanto butto l’occhio all’orologio e mi stupisco che siano più di due ore che andiamo avanti e mi stupisco ancor di più quando sfiliamo davanti ad un gruppo di viados mezzi nudi che berciano e fischiano senza che mi venga in mente di chiedere aiuto.
Pedalo e zitto, manco stessi davvero facendo una gara a cronometro, tenendo la testa bassa a fissare la strada.
- Sai che devo farti i complimenti?
Ma che sta dicendo?
- Perché?
- Ne ho rubate di bici, ma questa è davvero curata, scorre che è un piacere. Dovresti vedere quanta gente va in giro con le gomme sgonfie per esempio.
Il fanciullino che alberga in me si scatena istantaneamente e con vocetta stridula – Figlio di puttana! Fermati, ridammela! – poi capisco che ci manca poco a che invochi l’intervento della maestra e allora mi riprendo, ho capito che tenta di innervosirmi ma in fondo apprezzo anche quel pensiero che un po’ mi gratifica perché davvero odio la gente sciatta, quella che non usa cura per le proprie cose.
Non riesco ad impedirmi di dirglielo:
- Davvero. C’è gente che non ha cura delle proprie cose. Questa qui fa schifo. Ti pare possibile non oliare mai la catena? E poi ha l’anteriore disallineato… senti come cigola. E’ una vergogna. Ma non potevi rubare questa?
Intanto scolliniamo verso il ponte della Ghisolfa, a destra i gasometri della Bovisa si intravedono appena e non sono gli unici ad essere poco visibili, perchè piombiamo su un avvallamento della strada che corrisponde all’incrocio con le rotaie del tram senza che mi sia potuto sistemare meglio su questa sella sfondata, stacchiamo le ruote da terra e nell’impatto il fermo del tubo reggisella si spacca di netto facendomi finire a fondo corsa sbattendo dolorosamente i coglioni con suono secco e maligno.
- Che c’è? Che è successo?
Che fa, si preoccupa?
- Il sellino – gli dico – s’è rotto il blocco…
Ricaccio indietro il dolore perché mi accorgo che ha rallentato, abbastanza perché possa arrivare a tiro del mio braccio, così mulino all’impazzata e quasi lo afferro ma riesco solo a farlo sbandare perdendo la presa, finché non riprende velocità e mi stacca di nuovo.
All’improvviso cerca di fregarmi buttandosi dentro la corsia preferenziale, a momenti si spalma sul semaforo all’angolo, ma io dietro.
I suoi sforzi cominciano inconcepibilmente a smuovermi dei buoni sentimenti perchè gli riconosco che è uno risoluto, perciò lo avverto:
- Senti ladro, te l’ho detto che correvo vero? A parte le granfondo una volta ho rischiato di partecipare alla coppa Agostoni…
- Però non ti hanno preso.
Non raccolgo e proseguo: – Quindi avrai capito che non hai speranze.
In quel momento si infila in una buca e per poco non vola, però il botto secco che sento mi fa decisamente preoccupare per il mio investimento, là davanti:
- Stai attento idiota, monto cerchi in carbonio che costano un patrimonio!
Farfuglia qualcosa, mi pare che mi dia anche del bastardo e non capisco perché, qui ormai non si capisce più chi insegue chi, intanto riesco ad affiancarlo finalmente e a vederlo in faccia perché e da ore che lo seguo come un’ombra e non si è mai voltato.
Non ha la faccia da ladro, almeno non quella che mi aspettavo.
- Bastardo a me? – sono francamente meravigliato – ma ti rendi conto che sei tu qui il ladro?
Mi risponde ancora cercando di rigirare la frittata, ignorando che il sentirmi un po’ ladro anch’io mi ha levato parecchia cattiveria nei suoi confronti facendomi sentire più responsabile per il mio di furto che non per il suo.
Però già che è a portata provo ad afferrarlo ma senza successo.
Mi viene una curiosità e devo soddisfarla giacché non c’è molto altro da fare, se non pedalare:
- Perché lo fai?
- Ho i miei motivi.
Generico.
- Perché non vai a lavorare?
- Sto lavorando.
In effetti…
- Non hai una famiglia?
- Certo che ce l’ho.
Evasivo.
Non c’è dialogo, quindi infiliamo una rotonda buttando giù le bici a sinistra e a destra in armonica sequenza mentre ci prepariamo a spingere sulla salita che scavalca un naviglio.
Ora è decisamente la curiosità a guidarmi e formula la domanda delle domande, quella cresciuta a pane e retorica:
- Ma con che coraggio ti guardi allo specchio la mattina? Magari hai anche un figlio che ti aspetta a casa ed invece di essere lì vai in giro a rubare – e aggiungo – bravo, bravo…
Non s’incazza, strano, anzi difende la categoria con una bizzarra formula che tira in ballo la natura e i suoi meccanismi.
Pure filosofo lo dovevo trovare.
Gli chiedo spiegazioni in merito e mi dice che il furto è una metafora.
- Una metafora di che?
Non lo sa, io nemmeno ma ormai sono concentrato su quella chiacchierata:
- Quindi è l’atto in sè, è il furto non la refurtiva.
Mi dà ragione e argomenta pure:
- Come andare al mare con la maschera e le pinne e non fare mai il bagno. L’importante è l’attrezzatura non il suo utilizzo.
Non sono più sicuro che stia scappando ormai, perché stiamo pedalando lentamente da un po’, mentre io sto cercando di capire di cosa sia metafora il furto, visto che al momento sono ladro quanto lui, che intanto rallenta e poi si ferma.
Scende dalla mia bici e si siede sul ciglio della strada ansimando e massaggiandosi le cosce, senza dire una parola.
In effetti anche io non ho niente da aggiungere a quanto ci si è detti durante questa notte assurda e non sento neanche il bisogno di farmi giustizia sommaria, anche perché quello si alza e prende il rottame su cui ho pedalato per ore al suo disperato inseguimento e mi redime, andandosene pedalando lento.
- L’unica alternativa al furto può essere cucinare…
Alzo la testa e lo guardo allontanarsi:
- Cucinare?
- Oppure camminare a piedi nudi.
Rimango lì e lo vedo svanire lentamente nella brumaglia quasi mattutina.
- Camminare a piedi nudi… sì.
Non l’ho capita nemmeno questa, ma quasi quasi mi piace un po’.
E sorrido anche, mentre di quello rimane nell’aria solo un cigolare lieve.


Commenti

pubblicato il 28/10/2007 8.56.20
Ironic, ha scritto: Mi hai fatto vivere dentro il tuo racconto. Bravissimo nel descrivere luoghi e situazioni. Complimenti

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