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lavoro pubblicato venerdì 5 ottobre 2007
ultima lettura lunedì 11 novembre 2019

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La Principessina Celeste e il Soldato Timido

di miss Piggy. Letto 1827 volte. Dallo scaffale Fiabe

  C'era una volta, tanto tempo fa, un regno bellissimo la cui storia si perdeva nel più remoto passato, governato da un Re che però se ne disinteressava, e rispondeva all'incombente periodo di decadimento dato dalla sua noncuranza limit..

 

C'era una volta, tanto tempo fa, un regno bellissimo la cui storia si perdeva nel più remoto passato, governato da un Re che però se ne disinteressava, e rispondeva all'incombente periodo di decadimento dato dalla sua noncuranza limitandosi a mascherarlo attraverso gli splendori e l'opulenza della sua immensa corte, conosciuta in tutti i regni vicini. Ma questo non faceva che suscitare l'invidia di quelli, soprattutto del povero ma bellicoso regno del nord, con il quale il bellissimo ed antico regno era in conflitto oramai da decenni.

Capitale del regno era la Grande Città, bellissima ed antica come l'uomo, divisa in due dal serpeggiare del Fiume d'Oro in mezzo ad essa. Sulla riva sinistra sorgeva la reggia, e in questa reggia viveva la Principessina celeste, tra mille svaghi e luccicanti ninnoli. Essa in realtà non era una delle molte figlie di Sua Maestà il Re e della sua gelida sposa, ma come molte altre nobili e graziose fanciulle del regno era stata educata nelle loro stesse stanze, godendo dei medesimi privilegi e di una vita di piaceri senza preoccupazioni di sorta. Nulla di ciò che non desiderasse le veniva mai imposto, nessun obbligo, nessun orario, e vent'anni trascorsero veloci e felici in quell'atmosfera ovattata.

Venne però il giorno in cui la Principessina iniziò ad interrogarsi sui suoi tanti privilegi, e sul mondo esterno alla reggia bianca di marmi e dorata, e incredibilmente ai dubbi seguirono presto i sensi di colpa:

"Come sono egoista ad occuparmi solo di me stessa" disse un giorno tra sé, e decise che da quel momento in avanti avrebbe dedicato parte del suo tempo ad aiutare altri che non fossero le principesse in difficoltà con un ricciolo ostinato.

Accadde così che la Principessina smise i suoi abitini fruscianti e i suoi scarpini di raso celeste per vestire un semplice grembiule e, dopo aver consultato e rassicurato la dolce mamma e il papà apprensivo, ogni giorno uscì segretamente dalla reggia per mescolarsi ad un gruppo di volenterosi giovani del popolo che prestavano aiuto ai più bisognosi nelle strade della città. Questo gruppo era composto soprattutto da ragazze della sua età venute dalle povere province del sud del regno, che sopportavano qualche anno di duro lavoro nella Grande Città come servette nelle case dei benestanti o nelle botteghe artigiane per mettere da parte il necessario per sposarsi, e la cui generosità le guidava ad impegnare i pochi momenti liberi al servizio di coloro che erano più sfortunati di loro. C'erano inoltre numerosi poveri studenti e soldati congedati per infortuni (tanti ce n'erano in quei tempi, con la guerra che infuriava nelle province del nord, poco sopra le loro teste ignare!).

La Principessina si gettò con entusiasmo in questa novità, portando cibo agli affamati senzatetto, sorvegliando bambini perché le madri potessero recarsi a guadagnare la misera pagnotta giornaliera, consegnando le spese ad anziani che non potevano più uscire di casa, raccogliendo denaro per questa o quella povera vedova che non riusciva ad andare avanti con i suoi lavoretti di cucito. E tutto ciò le rendeva ancora più gradito, alla sera, il tornare a casa nel suo mondo, dava nuovo splendore alle belle cose che l'aspettavano nella sua stanza, al vestire di nuovo gli scarpini di raso celeste e il nastro dei capelli dello stesso colore, far scivolare dalle gambe stanche i calzerotti per rivestirle di impalpabile seta, massaggiarle lentamente e dirsi in un sospiro:

"Come sono stata buona, oggi! E pensare che nessuno mi obbliga a farlo"

E in cuor suo sapeva che proprio per questo lo faceva, perché se fosse stata obbligata da qualcuno avrebbe scalciato e gridato finché tutti le avessero promesso che non avrebbe dovuto farlo e si fossero affrettati a consolarla e coccolarla per farle dimenticare il dispiacere arrecatole, facendo a gara nell'asciugarle gli occhi arrossati con fazzolettini ornati di pizzo.

Ma non di soli giovani del popolo era composto il gruppo. Gli occhi esperti della Principessina non le impedirono di notare e riconoscere nella massa un suo simile, un ragazzo dalla pelle bianca e rossa e dai capelli arancioni inanellati morbidamente sulla fronte e sul collo, che nonostante i panni lisi di cui si era mascherato tradiva nelle mani lisce e intonse e nella purezza dell'incarnato la sua medesima educazione tra i lussi e i vizi della reggia, benché non lo avesse mai visto (ma così grande era la reggia! E così tanti giovani ne animavano balli ed intrattenimenti! Era impossibile conoscersi tutti quanti!).

A sua volta il Principino la riconobbe per quella che era, e durante le attività giornaliere si scambiavano talvolta sguardi complici, ma al tempo stesso pieni di timore, diventando subito amici perché condivisori di un eccitante segreto, ma preoccupati che, vedendoli insieme, gli altri prima o poi avrebbero capito che erano diversi da loro.

Ben presto i solerti giovani del popolo, soprattutto gli infervorati studenti della vicina accademia, pieni di sogni e di ideali, ritennero non sufficienti gli aiuti che prestavano ai poveri della città, e poiché nelle province del confine settentrionale infuriava la guerra, iniziarono ad organizzare viaggi per fornire aiuto alle cittadine di quelle regioni, che ogni giorno ricevevano feriti dai vicini teatri di guerra e abbisognavano di ogni cosa, avendo interrotto la guerra le normali attività agricole e commerciali.

Furono perciò solertemente organizzati dei turni affinché tutti potessero prestare la loro opera e avessero la possibilità di fare la loro parte, ognuno nella maniera che gli era più congeniale.

La Principessina celeste e il Principino dai capelli arancioni, cui nulla era congeniale, con mille scuse e bugie, arte in cui erano indubbiamente competenti, cercarono di posticipare quanto più possibile la loro partenza, preoccupati di non poter dissimulare per troppi giorni consecutivi la loro assenza a corte, e soprattutto certi che, in una situazione in cui non sarebbero rincasati ogni sera e avrebbero dovuto invece provvedere interamente a loro stessi (forse ci si sarebbe aspettati che cucinassero, o approntassero da soli i loro giacigli, o si dessero cura dei loro panni!) non sarebbero mai riusciti a darla a bere ai loro scaltri compagni, che di certo si erano dedicati sin dalla più tenera età a simili incombenze.

"Dobbiamo per forza andare" disse un giorno la Principessina al Principino, in un momento di riposo, stupita lei stessa di ciò che diceva in un sospiro "O alla fine capiranno".

Decisero quindi di comune accordo di partire, in momenti diversi, in modo da non trovarsi insieme e non dare troppo nell'occhio, e con la scusa di genitori apprensivi e della giovane età, inferiore a quella di tutti gli altri, ottennero di poter iniziare con una breve permanenza di una sola settimana a testa, sperando in cuor loro che la guerra, che imperversava in quelle sfortunate terre dalla loro infanzia senza quasi soluzione di continuità, potesse magicamente terminare prima che si fosse reso di nuovo necessario un loro intervento.

La partenza della Principessina avvenne tra le lacrime e le mille ansietà della dolce madre e del padre apprensivo, che non poteva credere che davvero sua figlia fosse stata obbligata a fare qualcosa che proprio non voleva, e da chi, poi.

Ancora più triste fu l'arrivo nella misera cittadina di frontiera del nord, la cui povertà e desolazione riempirono l'animo della Principessina di un pianto che dovette sforzarsi di soffocare fino all'arrivo in quella che sarebbe stata per quei pochi giorni la sua casa, una vecchia scuola mezza diroccata dai combattimenti in cui erano stati approntati lettucci spartani per le fanciulle che avrebbero servito in infermeria. E il pensiero degli scarpini di raso, e del nastro dei capelli, e delle sottogonne inamidate, e del manto morbido del gatto persiano in cui soleva affondare le manine nei momenti di noia, la gettarono in un immenso sconforto e, giunta finalmente la sera del primo, lunghissimo giorno, si disse che se i restanti sei fossero passati ugualmente in modo così lento, tra fame, fatica e quella terribile sensazione di solitudine ed abbandono, probabilmente sarebbe morta di nostalgia prima di far ritorno alla reggia. Sarebbe morta lontana da casa e dai suoi affetti, senza nemmeno il conforto della mano della dolce madre che le accarezzava le guance dicendole addio, con la voce rotta dal pianto. L'idea che nessuno si occupasse di lei, nessuno la vezzeggiasse, nessuno la coccolasse, nessuno le chiedesse se le occorreva qualcosa e se cosa avrebbe potuto strapparle un sorriso, ma che invece tutti si aspettassero qualcosa da lei e ne spiassero con fastidio ogni istante di inattività, la faceva sentire insopportabilmente triste e le suscitava pensieri teatralmente tragici.

"E pensare che ora potevo stare a farmi lisciare i capelli da Babette, e vestire le bamboline con la mia sorellina, e pettinare la mia gattina! Come sono stata stupida, a far la generosa! Come vorrei poter tornare a casa mia!"

Ma non era sola in quello spoglio stanzone, e dovette ricacciare indietro le lacrime, quando entrò a cercarla la Contadinella dai corti capelli scarmigliati, con cui aveva molto legato dai suoi primi giorni di fughe dalla reggia.

In verità la Principessina non le prestò molto ascolto, lasciandosi trascinare stancamente fuori dalla vecchia scuola verso la piazzetta del paese, dove una festicciola danzante tentava di divagare gli animi provati dalla guerra di quella povera gente e dei soldati convalescenti o in attesa di essere spediti al fronte. La Principessina ascoltò distrattamente i racconti della Contadinella, pensando in cuor suo a come avrebbe potuto abbreviare i tempi della sua permanenza fingendo un malore in modo sufficientemente convincente, come sempre quando voleva ottenere qualcosa. Ascoltò del suo promesso sposo che la aspettava nella provincia del sud, e della vita felice che avrebbero trascorso appena fossero riusciti a mettere da parte quello che occorreva loro per acquistare un piccolo terreno per sfamare i molti figli che, si augurava, sarebbero venuti, e tante altre cose di cui la Principessina triste ascoltò sì e no qualche parola, annuendo per educazione come le era stato insegnato a fare, in tanti anni di vita a corte, con le dame più noiose.

"Nel reggimento giunto stamani" disse poi la Contadinella dai corti capelli scarmigliati "serve un amico d'infanzia mio e del mio promesso sposo, l'ho appena saputo che è qui, accompagnami a salutarlo!" continuò, piena d'entusiasmo nelle gote rosse, ma la Principessina notò appena il piccolo e bruno soldatino che le fu presentato poco dopo e osservò con distacco la commovente scena dei due amici d'infanzia che si incontravano, a più di mille chilometri dai luoghi che li avevano visti bambini, cercando di scacciare il pensiero di lei che tirava fuori il sigillo reale e tutti si inchinavano e si mobilitavano per approntarle alla svelta un cocchio che la riconducesse a palazzo.

La Principessina triste e sconsolata inizialmente si accorse a malapena del soldato che accompagnava il bruno soldatino, che si trascinava svogliatamente e in modo un po' seccato dietro al suo compagno, dando l'impressione di essere un suo aiutante di campo, sebbene avesse una nobiltà e un'imponenza nell'aspetto che smentivano quest'apparenza. E, disperando di potersene andare tanto presto da quella spiacevole situazione senza palesare chi fosse, la Principessina si rassegnò all'inevitabile e, dovendo in qualche modo passare il tempo, si incuriosì moltissimo del soldato alto e timido che seguiva dovunque il suo amico senza mai parlare, e che come lei sembrava non del tutto a suo agio in quella situazione, anche se di certo non per le medesime cause.

"Non è un aristocratico" si disse "me ne sarei accorta" così come aveva fatto con il Principino dai capelli arancioni, che in quel momento viaggiava finalmente verso casa, dopo aver probabilmente pianto molte lacrime segrete formulando i suoi stessi lugubri pensieri di poco prima per un'interminabile settimana.

Fu così che i giorni passarono molto più in fretta di quanto la Principessina avrebbe mai potuto sperare, le giornate occupate dal duro lavoro tra feriti e miserabili, le sere dall'osservazione quasi scientifica del Soldato Timido, entrambi in silenzio, ma un silenzio coperto dall'incessante vociare dei loro due compagni, che diversamente da loro avevano innumerevoli cose da raccontarsi.

Finché arrivò il giorno della partenza, del ritorno a casa nella reggia, quel giorno tanto agognato che però, inaspettatamente, non diede alcuna gioia alla Principessina. Di ciò si stupì lei stessa, chiedendosi cosa fosse quel dolore allo stomaco che le impediva di rallegrarsi e sembrava bloccarle il respiro, intralciandola nel cercare di far rientrare nella ruvida sacca da viaggio i panni, ormai sporchi e sgualciti, che ne avevano mortificato la bellezza nei giorni passati.

E quando, ormai in partenza, vide in strada il Soldato Timido, senza la Contadinella dai corti capelli scarmigliati e il Soldatino bruno a far da rumoroso contorno, lasciò cadere la sacca di tessuto ruvido in terra e finalmente pianse, coprendosi il volto con le mani arrossate, e pianse davvero, non per ottenere qualcosa, pianse tutte le lacrime che aveva trattenuto per sette giorni. E allora lui si avvicinò esitante, la prese delicatamente per le spalle e per la prima volta parlò, fissando negli occhi scuri della Principessina i suoi enormi e liquidi occhi verdastri:

"Vivo anch'io nella Grande Città, e alla fine dell'autunno il reggimento vi farà ritorno, e passerò l'inverno con i miei genitori. Ci rivedremo"

Lei annuì, ma non riuscì a smettere di piangere, perché sapeva bene che la caserma, i campi d'addestramento e gli alloggi delle famiglie dei soldati, così come il mattatoio, l'ospedale, il cimitero, i postriboli, la prigione e tutto ciò che avrebbe potuto macchiare la cristallina ed eterea vita della Grande Città e di cui gli abitanti della reggia non dovevano neppure supporre l'esistenza, sorgevano sulla riva destra, e in mezzo ci sarebbe stato sempre il Fiume d'Oro a dividerli.

La Principessina non avrebbe mai potuto avventurarsi da sola sull'altra riva, i quartieri poveri della riva sinistra in cui si era recata giornalmente durante tutto l'ultimo anno erano una cosa, ma quelli della riva destra erano tutto un altro mondo. E il Soldato Timido non avrebbe mai potuto spingersi fino alla reggia senza essere arrestato. Ma lui nemmeno sapeva che lei viveva alla reggia, la credeva una popolana come le altre, e lei non poteva dirgli chi era veramente.

Al suo ritorno, tutti alla reggia notarono il suo cambiamento, la vivace e fatua Principessina celeste che all'improvviso veniva sorpresa a sospirare nei corridoi più solitari del palazzo, fuggendo la compagnia delle coetanee. Smise il celeste, e prese a vestirsi di nero, portando un grosso fiocco di velluto sulla testa e gioielli di pietre nere e lucide, azzardando solo talvolta qualche bordo di merletto bianco o panna. Prese a dipingersi il viso cerchiando gli occhi scuri di ombre violacee che le davano un aspetto sofferente di donna che avesse lungamente pianto, cosa che non si discostava di molto dalla realtà, e le labbra rosse perdettero lentamente il colore, così come tutta la sua figura, su cui iniziò a risaltare l'azzurro cupo delle vene, poiché non si dedicava più né ai suoi svaghi di corte né alle attività per i poveri che l'avevano tanto occupata nell'ultimo anno, e la mancanza di movimento e di sole ne illanguidirono la figura.

Ammirandone il nuovo lunare aspetto e ritenendo le stranezze della Principessina una nuova moda che ella avesse appreso in quella settimana di lontananza dalla reggia (si era forse recata in visita da parenti in qualche città più alla moda? Com'era eccitante!), molte damigelle presero ad imitarla e a rifiutare il cibo e i giochi e la luce del sole, e per un certo periodo la reggia fu popolata di pallidi e deboli spettri tetramente abbigliati che languivano e perdevano continuamente i sensi al minimo sforzo con notevole affettazione.

Ma fu solo quando, nei quotidiani esercizi di disegno della Principessina, alle composizioni floreali e alle sottili figurine di danzatrici in pose plastiche si sostituirono illustrazioni fantastiche di guerre e cavalieri, conquiste di città, e fieri paladini intenti ad omaggiare eleganti dame affacciate ai loro balconi, che le altre principessine e damigelle capirono che la sua immensa mestizia era provocata senza ombra di dubbio da un uomo, e che la moda, che fu rapidamente accantonata in quanto era poco divertente passare le giornate a sospirare e a digiunare, con tutti gli svaghi e i cibi ricercati che offriva la splendida corte, non c'entrava poi molto.

Accadde in quei giorni che il Principino dai capelli arancioni prese la solenne decisione di andar via dalla reggia.

Nei giorni precedenti molto spesso i due si erano incontrati, rievocando le loro esperienze in quei pochi giorni nella cittadina di frontiera che tanto li avevano cambiati. Il Principino voleva andar via, studiare, riteneva ormai troppo stretta la vita di corte, in cui sarebbe stato sempre e solo un bell'ornamento per lo sfondo su cui si sarebbe stagliato l'erede al trono.

Il Principino, in quei pochi giorni, aveva capito quello che voleva fare, voleva dedicare la sua vita alle arti diplomatiche, e adoperarsi perchè mai più vi fossero stati conflitti, e nei suoi giovani ed idealistici sogni intravedeva un mondo felice in cui si sarebbe seduto attorno ad un tavolo con i potenti di tutti i regni vicini a discutere pacificamente di ogni questione.

La Principessina, non più celeste, era molto triste per la partenza del suo amico, soprattutto perché era l'unico con cui avesse potuto parlare di ciò che era successo e l'unico che potesse realmente capire quello che provava.

E alla fine il Principino partì, per andare a studiare in un'altra città del regno, e i genitori della Principessina e tutte le sue compagne furono portate a credere che la sua infinita pena fosse provocata dalla partenza del giovane, la cui amicizia avevano sempre visto con piacere, essendo la famiglia di quello addirittura più in vista della loro, e nel favore di sua Maestà e del suo erede in persona.

Quanto le sembravano stupidi tutti i passatempi di prima! Quanto vuoti di significato erano i giochi e le chiacchiere con le principesse! Quanto insopportabili i cerimoniali, e il dover fingere di star bene e divertirsi davanti a tutti! Quanto inutili tutti i gingilli di cui si era circondata per anni, che aveva chiesto con insistenza, se ne era adornata per qualche tempo e poi aveva gettato con noia!

"Quello che voglio" pensava "stavolta non potrà procurarmelo nessuno" e la frustrazione e il senso d'impotenza la rigettavano nello sconforto e nel pianto per giorni, perché capiva che i capricci stavolta non l'avrebbero aiutata.

"Magari fosse stato un contadino, o un servo" si trovò a pensare, perché se fosse stato così avrebbe sicuramente abitato sulla sua stessa riva del fiume, riva che incessantemente guardava dal balcone della sua stanza, immaginando la parte di città che sorgeva dall'altra parte, immaginando cosa stesse facendo il Soldato Timido, il cui reggimento doveva essere rientrato già da qualche settimana.

"Si chiederà perché non vado da lui, e penserà che non m'importi niente di lui...ma non lo sa, dov'è che vivo...non sa che non posso andarci..."

Fu così che in tutto il palazzo si diffuse la voce sotterranea che la Principessina fosse in lutto per la partenza del Principino dai capelli arancioni, e in mille modi tutti si prodigarono a vezzeggiarla e ad assicurarle che la sua tristezza non sarebbe durata molto, perché lui sarebbe rinsavito presto, e anche se non fosse rinsavito, alla fine dei suoi studi avrebbe in ogni caso fatto ritorno a palazzo e sarebbe andato da lei, e cercarono di coinvolgerla in svaghi ed eccessi perché si sforzasse di superare quel brutto momento e passassero lievi e veloci gli anni del distacco tra i due innamorati.

Non esistendo più alcun contatto con quello che era successo nei giorni della cittadina di frontiera, poiché il Principino dai capelli arancioni era partito, la Contadinella dai corti capelli scarmigliati era ritornata al paese per l'agognato matrimonio col suo promesso sposo, e la Principessina si rifiutava di uscire per tornare con i ragazzi del popolo ad aiutare i bisognosi, lei stessa col tempo iniziò a persuadersi di ciò che continuamente le ripetevano le altre principesse e damigelle, ovvero che la sua tristezza fosse dovuta alla partenza del Principino e non ad altro, e si gettò con rinnovato interesse nei passatempi della sua fatua vita, cercando di cancellare dai suoi ricordi quella breve parentesi, foriera di tanti cambiamenti e tante sofferenze inutili.

Incoraggiati dalle rispettive famiglie perché si scrivessero regolarmente, i due principini di lettera in lettera si dichiararono sempre più tristi per la loro separazione e, senza accorgersene quasi, arrivarono a dichiararsi a poco a poco il loro affetto e, ancora senza accorgersene, a prendere accordi per il fidanzamento una volta che il Principino avesse finito il suo periodo di studio fuori dalla Grande Città.

Nonostante avesse finito con il convincersi che ciò che l'aveva fatta soffrire e l'aveva spinta a dipingere la sua vita di nero fosse stata davvero l'assenza del Principino dai capelli arancioni, oramai uomo dai fulvi baffi che spiccavano fieri sulla carnagione immacolata, la Principessina continuava a guardare la riva del fiume ogni sera, anche se ormai non riusciva a ricordare neppure perché lo facesse, e le sue compagne e la sorellina, ormai grande anch'essa, si erano convinte che fosse una specie di posa languida per far risaltare la sua figura nella penombra del tramonto, incorniciata dalla finestra del balcone.

Fu così che, anni dopo, il Principino dai fulvi baffi fece nuovamente il suo trionfale ingresso a corte, accolto come figliol prodigo dai fieri genitori e dagli influenti amici, compagni come lui dell'erede al trono, ma la Principessina, che aveva passato gli ultimi giorni in una tanto trepida quanto fittizia attesa, fu il suo antico amico, complice e confidente, quello che vide entrare dal portone del palazzo, e non l'innamorato ardente con cui si era figurata di corrispondere negli ultimi lunghissimi cinque anni, anni in cui solo quell'amore costruito a tavolino con un uomo lontano mille miglia aveva potuto distoglierla da qualcosa che non ricordava, ma che sapeva essere distante da lei solo le poche centinaia di metri che separavano la riva destra dalla sinistra.

Il Principino, però sembrò aver creduto più profondamente di lei in questa messinscena che da soli avevano messo su senza realmente volerlo, e recandosi dal padre per discutere della loro prossima unione stette un momento ad osservarla incantato, la figura elegante incorniciata dalla finestra che dava sul balcone e sulla riva del fiume, accompagnato dalle risatine della dolce madre e della sorellina ormai grande, che finalmente si spiegavano in previsione di che cosa assumesse quell'atteggiamento ogni sera.

E il Principino chiese dunque ai nobili genitori il permesso di andare a salutare la sua promessa sposa, e le si avvicinò, mentre lei sorrideva, ma senza traccia d'amore nello sguardo, e infine la prese per le spalle cingendola in un abbraccio cui la Principessina si abbandonò senza convinzione, sentendosi molto delusa e smarrita, poiché aveva aspettato e palpitato tanto per il ritorno di un uomo che sì, era molto felice di rivedere, e che era innegabilmente di bell'aspetto e nobile portamento, che avrebbe figurato splendidamente al suo fianco, ma che non amava.

"Sono qui, finalmente! Non siete contenta, mia cara?" disse il Principino, cercando di suscitare nella Principessina un po' d'entusiasmo e dicendosi, presuntuoso, che forse il suo arrivo era stato fonte di troppa emozione ed era ancora troppo scossa per gioirne.

E fu allora che la Principessina ricordò tutto, ricordò quelle grosse mani sulle sue spalle la sera del loro addio, quegli enormi occhi verdastri, quel sorriso imbarazzato quando lui si accorgeva del suo sguardo curioso e indagatore che insistentemente lo scrutava, quelle gambe lunghe vestite della divisa color blu notte del reggimento e quelle scarpe chiare sfondate, su cui lei abbassava sempre lo sguardo quando la sorprendeva a fissarlo, quello stare semplicemente in silenzio insieme, un silenzio che non era quello carico di imbarazzo che le avevano insegnato a riempire di vane chiacchiere di circostanza. Ricordò la gioia, tornando stanca nella scuola mezzo diroccata che fu la sua casa per sette giorni, di rassettarsi velocemente con le poche cose che aveva potuto portare, e scegliere la meno rovinata delle vesti, e correre in piazza allacciata alla vita dell'allegra Contadinella, cercando quel viso nella folla che si riuniva per assistere ai semplici svaghi serali. Ricordò cos'era che cercava di vedere ogni sera, guardando la città al di là del Fiume d'Oro, e tutto il dolore che aveva cercato di reprimere e nascondere dietro cumuli di ninnoli e vesti sfarzose e diletti dispendiosi emerse in un solo momento, e sopraffatta dall'angoscia la Principessina scoppiò in lacrime tra le braccia del Principino, riempiendo di soddisfazione sia lui sia la sua famiglia riunita, che assisteva alla scena e che aveva travisato tutto.

"Dovete fare una cosa per me" disse perentoria al Principino, non appena ottennero di restare soli per qualche istante "Dovete condurmi sulla riva destra"

"A quale scopo? Non v'è nulla, laggiù, che possa suscitare il vostro interesse. Solo morte, malattia, depravazione..." disse stupito e un po' deluso il Principino, che si aspettava piuttosto la richiesta di un prezioso gioiello o un'eroica prova d'amore.

"Devo vedere una persona...voi non ricordate, non è vero? I giorni nella cittadina di frontiera..."

"Buon Dio, non posso credere che seguitiate a spasimare per quell'uomo!" esclamò scoraggiato e dolente il Principino, scompigliandosi con la mano i capelli color ruggine, che invece ricordava, e molto bene, e in cuor suo aveva sempre temuto che prima o poi il Soldato Timido sarebbe rispuntato tra di loro.

"L'avete mai più rivisto?" chiese allora, stizzito.

"No..."

"Vi ha mai cercato?"

"No, ma..."

"Allora per quale motivo volete che io vi porti da lui?"

"Perché...perché, se ci sposeremo, non voglio rimpianti. Vi prego, fatelo per me"

E di nuovo, come anni prima, i due principini scivolarono fuori dalla reggia avvolti in vesti dimesse da semplici studenti, avventurandosi dove mai erano stati prima d'ora, attraversando il ponte monumentale che scavalcava il Fiume d'Oro in tutta fretta, dirigendosi smarriti per gli stretti vicoli maleodoranti che dal mattatoio portavano al quartiere degli alloggi militari, ritornando improvvisamente due ragazzini spauriti, preoccupati di poter essere riconosciuti come membri della corte ed essere rapinati, o fatti oggetto dello scherno e del malcontento del popolo della riva destra verso la condotta del Re e gli eccessi della corte, o peggio.

La Principessina, pur non sapendo precisamente dove andare, avanzò decisa, scansando vecchie cartomanti che la fermavano per leggerle la mano, accattoni, venditori ambulanti di fiori e giocattolini, e intanto si guardava intorno come sperando di imbattersi casualmente nel Soldato Timido, come accadeva sempre nella piccola piazza della cittadina di frontiera.

Quando ebbero attraversato tutto il quartiere più volte senza risultato, il Principino sfinito ed esasperato, ma soprattutto ferito nella sua vanità, esclamò:

"Come pretendete di trovarlo? È un soldato, sarà partito di nuovo Dio solo sa quante volte, forse non è più nemmeno di questo mondo, avete pensato a questo?" gridò in mezzo alla piazza, volutamente perfido, non stancandosi mai di lanciare sguardi alla reggia che splendeva al di là del fiume, dove si augurava di tornare al più presto con la sua sposa.

Ma la voce piagnucolante del Principino dai fulvi baffi non era nuova ad un uomo che se ne stava seduto al balconcino esposto verso il fiume di una casetta al secondo piano, poiché il Soldato Timido l'aveva spesso confortato e aveva ascoltato i suoi sfoghi di ragazzo viziato nella settimana precedente all'arrivo nella cittadina di frontiera della Principessina, l'aveva condotto al suo campo perché si distraesse, e proprio presso il suo campo il Principino piangente aveva smesso di piangere e si era finalmente appassionato all'attività degli ambasciatori e dei diplomatici di guerra, decidendo cosa fare della sua vita fuori della reggia.

E mentre la Principessina si sciolse di nuovo in lacrime al pensiero del suo grande amore che poteva essere morto, il Soldato Timido scese con difficoltà le scale dell'alloggio e si precipitò in strada, immobilizzandosi davanti alla Principessina, bianca come il latte, con i grandi occhi scuri cerchiati di viola e il fiocco nero, e gli scarpini di raso nero che spuntavano erroneamente dalla lunga veste da popolana.

La Principessina rimase attonita, perché in fondo pensava che dopo aver tanto fantasticato su di lui, dopo tanti pensieri e tanti sospiri, rivedere il Soldato Timido in carne ed ossa sarebbe stato deludente, come quando aveva rivisto il Principino.

Forse sperava di trovarlo a bere e sacramentare in un'osteria, allacciato a qualche donnaccia, insieme ai suoi commilitoni, e che allora sarebbe stata contenta e sollevata di averlo dimenticato e di sposare il bel giovane di cui era stata amica prima ancora che sposa. E invece no, perché il Soldato Timido tutte le sere, dal giorno del suo congedo, guardava la riva del fiume dal balconcino del modesto alloggio che aveva potuto assicurare ai suoi anziani genitori con il suo rischioso mestiere, e lui non aveva scordato il perchè.

Il ragazzo alto e silenzioso, poco più grande di loro, che la Principessina ricordava nella rovinata divisa blu notte, mentre ciondolava con poca convinzione dietro al suo bruno amico ciarliero per le strade della cittadina di frontiera, era diventato un uomo, dalla pelle ambrata e ruvida, i ricci capelli castani non più mortificati dal taglio militaresco, le gambe sempre lunghe, ma solo una scarpa sfondata spuntava dai pantaloni.

"Lo vedi? Te l'avevo detto che ci saremmo rivisti. Dopotutto c'era solo quel fiume, a dividerci" disse allora il Soldato Timido, sorridendo di nuovo in quel modo un po' imbarazzato che la Principessina così spesso aveva vagheggiato nei momenti di tristezza, prima che le sciocchezze della corte glielo portassero via anche dai ricordi.

Il Principino intravide un ultimo spiraglio di speranza, perché immaginava che la Principessina non avrebbe voluto un uomo con una gamba di legno accanto a lei, che era solita scartare fragole perfette dal cestino perchè non erano abbastanza simmetriche o rosse per essere degne di essere morse dalle sue labbra, e che allontanava i suoi animaletti, quando erano malandati o vecchi e non traeva più alcun diletto dalla loro vista.

Ma agli occhi innamorati della Principessina la gamba mancante del Soldato Timido voleva solamente dire che non glielo avrebbero portato più via, che né il vecchio e bizzoso Re né il suo sciocco e vanitoso erede al trono l'avrebbero mai più potuto mandare a morire sotto la loro bandiera in qualche provincia remota, lontano da lei. La Principessina in nero dagli occhi cerchiati e l'ex Soldato Timido con una gamba sola si abbracciarono in silenzio, in mezzo alla strada che separava la caserma dalle baracche costruite lungo il fiume dai pescatori, tra gli sguardi curiosi dei passanti. La reggia era alle loro spalle, oltre le baracche. Ma il Principino non poté far altro che guardarla allontanarsi, stretta al suo grande amore, sostenendolo teneramente nel salire le scale del modesto alloggio.

La Principessina non fece mai più ritorno, e nonostante alla reggia tutti ne piangessero la perdita e si dolessero per la sua misera sorte, il Principino, che si era risolto a prendere in moglie la sorellina ormai grande, che ancora ignorava del tutto il mondo all'esterno della reggia, sapeva che probabilmente avrebbero davvero vissuto per sempre felici e contenti.

 

 



Commenti

pubblicato il venerdì 1 maggio 2015
IlfratellodiRoss, ha scritto: Queste sono le fiabe che il bambino che ancora c'è in me e non vuole saperne di andarsene,vorrebbe sentirsi leggere dal papà o dalla mamma.Grazie della dolcezza con cui scrivi. Apprezzo la profonda moralità che traspare dai tuoi lavori.

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