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lavoro pubblicato sabato 29 settembre 2007
ultima lettura lunedì 22 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Non sono padre

di Franco G. Letto 3446 volte. Dallo scaffale Racconti

Scivolando come un fantasma lungo un corridoio bianco, giungo nella sala delle esecuzioni. Lì ad attendermi alcuni volti assonnati e distratti: uomini...

Scivolando come un fantasma lungo un corridoio bianco, giungo nella sala delle esecuzioni. Lì ad attendermi alcuni volti assonnati e distratti: uomini e donne testimoni dell’ormai imminente cinico spettacolo. Intanto che predispongono il da farsi, con la mente vado indietro nel tempo fino al giorno in cui l’elicottero militare mi portò nel carcere di Saint Carlos, nel Navada. Sono passati dieci lunghi anni da quando, col rumore assordante del motore dell’elicottero nelle orecchie, scorsi una lunga fila di mitragliatrici imbracciate da militari tutti sull’attenti, pronti a sparare in qualsiasi caso di pericolo. “Siamo arrivati”, pensai. La mimetica su quei corpi muscolosi e nerboruti avrebbe suscitato timore a chiunque, anche al più efferato omicida sulla faccia della terra. Ciononostante io ero stranamente tranquillo, il mio sguardo non tradiva nessun tipo di emozione: paura, agitazione o rassegnazione sembravano essere lontani dalla mia mente. Mentre dietro la schiena le manette mi stringevano i polsi, scesi spintonato e strattonato dalla polizia penitenziaria e mi diressi verso l’imponente cancello di metallo che si stava aprendo di fronte a me. L’aria fredda soffiava sotto l’entrata e il buio interno, opposto all’assolata giornata che mi stavo lasciando alle spalle, mi diede un grande fastidio agli occhi; strizzandoli, per cercare di adattarmi all’oscurità del tetro atrio del carcere, sentii un brivido lungo la schiena che mi fece scuotere per un interminabile secondo. La morte mi stava accarezzando proprio in quell’istante, secondo il vecchio detto popolare che mia nonna usava rammentare spesso nelle fredde giornate d’inverno. La fioca luce diffusa e crepuscolare dei corridoi mi condusse davanti ad una cella dalla porta aperta, un tugurio claustrofobico che mi avrebbe accompagnato in quel mio ultimo viaggio verso il nulla; a farmi compagnia solo mosche, scarafaggi e zanzare in grande quantità. Un ambiente tutt’altro che accogliente se paragonato alla mia casa, che se pur piccola, aveva comunque tutto ciò che una giovane coppia appena sposata poteva desiderare. Il mio carceriere, dai forti tratti sudamericani, mi tolse le manette, si girò e chiuse le sbarre della cella senza nemmeno guardarmi in faccia; doveva essere così assuefatto a quei gesti così come lo si è quando ci si svuota l’intestino ogni mattino appena svegli. Dopo averlo visto scomparire dal mio campo visivo, rimasi solo. Massaggiandomi i polsi doloranti, cominciai a guardarmi intorno: la branda con due coperte di lana ruvida, i muri scuri e umidi ricoperti di muffa e formiche operose, l’odore nauseabondo del gabinetto lì vicino, in alto una feritoia da cui si scorgeva la punta di un albero, forse un cipresso, lambito da una nuvola grigia. Le pareti, infine, che sembravano cadermi addosso. Seduto sul mio letto dal materasso smollato, mi resi veramente conto della mia situazione: una lacrima mi rigò la guancia emaciata, avrei voluto piangere e sfogarmi ma mi trattenni mordendomi le labbra. A quel punto niente e nessuno mi avrebbe salvato, specialmente dopo la sentenza della corte che aveva condannato me a morte con l’accusa di omicidio plurimo. L’unico pensiero che ancora riusciva a dar conforto alla mia anima era mia moglie Consuelo, che, pur avendo promesso di essermi fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, mi lasciò dopo due anni di un felice matrimonio. Ancora non aveva compreso il motivo che mi aveva portato ad uccidere: eppure lo avevo fatto per noi due e per il nostro bisogno di vendetta. D’altra parte se per un errore medico non avrei mai più goduto la gioia di essere padre perché mai qualcun altro avrebbe dovuto. A riportarmi alla realtà la voce stanca di un prete che recita una nenia. Sento che mi hanno legato, caviglie e polsi, al mio trono, una sedia di legno e metallo arrugginito. Il led rosso di una telecamera, fissa su un treppiedi, avrebbe ripreso la mia morte per il notiziario della notte. Ad un tratto un brivido improvviso attraversa il mio corpo: una scarica elettrica da un migliaio di volt irrigidisce i miei muscoli e con un sudore diaccio che imperla la mia fronte, la respirazione sempre più debole e la paura crescente, ormai disperato, chiudo gli occhi e dico addio alla mia vita.


Commenti

pubblicato il domenica 30 dicembre 2007
ulisse45, ha scritto: Di male in peggio.
pubblicato il mercoledì 20 maggio 2015
zero1in2condotta, ha scritto: " chiudo gli occhi e dico addio alla mia vita. " E, poi. Questo racconto in circa sette anni qui ha totalizzato una cifra di lettori (500 l'anno?), forse un seguito sarebbe d'uopo, che dici? (:)) emoticon=sorriso)

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