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lavoro pubblicato domenica 16 settembre 2007
ultima lettura domenica 20 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il pacchetto di cicche

di ilbarlengo. Letto 2848 volte. Dallo scaffale Racconti

-Bernieeeeee- Un vocione da Donnone ridestò il cagnaccio da siffatti luoghi, che alzò il musaccio, e sempre a lingua penzoloni, ansimando, sgatt...

- Bernieeeeee- Un vocione da Donnone ridestò il cagnaccio da siffatti luoghi, che alzò il musaccio, e sempre a lingua penzoloni, ansimando, sgattaiolò fuori dall’alcova.
Ma prima una leccatina ce la ficcò anche.
“Fanculo”.
- Andiamo, va- Celestino si alzò, e alzò Daisy di forza, per il culo.
Con lei che rideva, e rideva, blaterando
–Poverino, poverino- 

E Forse però, aveva proprio ragione.
Per il cane, naturalmente.

Loro camminavano, e camminavano. Fretta addosso a lasciare il fiume, forse per quel silenzio che li seguiva, li avvolgeva, imbarazzo. E lui sapeva, e anche lei sapeva che lui sapeva.
Una tettona in tuta da jogging li trapassò sul sentiero, sbanfona.
Ma il silenzio c’era ancora. Ancora. Stupendo.
- Senti-
- Cosa?-
- Facciamo così- macchine che passano, motorini, biciclette. Città –Se stasera lo incontri…il tipo che…insomma…-
- Amo?-
- Sì…uff…gli vai incontro, gli fai un bel “ciao”, e gli dai un bel bacione sulla guancia. Per poi schioccarli un bel sorrisone a trentanove denti. Ok?- Daisy rise, finalmente liberata, di tutto.
Ma tesa.
- Ok- Ed anche Celestino potè finalmente sciogliersi.
Con le strade che attraversavano, la caserma che superavano, le macchine che passavano.
E non pensava che magari potesse non essere lui, il paraculato.
Ma Daisy rideva, per lui.
Lei non era falsa, lei era vita.
Vita pura, fresca. Di quella che respiri una volta nella vita. E poi hai paura, sì, ma ne vale la pena.
Forse l’unica cosa.
Ed arrivarono a casa di Daisy. E Daisy salutò.
-A stasera allora-
-A Stasera-
E quando lei entrò, Celestino già contava i minuti, a quella sera.

“Che sera ?”

 Trento era proprio una città di gechi e vampiri. A questo pensava Celestino, mentre mezzo correndo, mezzo camminando, superava la casa del vescovo, riversandosi in Piazza Fiera.
Perché altrimenti non si poteva proprio spiegare questa marea di donne, uomini, ragazzi, cani, gatti, canarini, pesci galleggianti a mezz’aria, che erano spuntati così, dal nulla.
Vabbè, era la sera di San Vigilio, patrono di Trento e bla bla bla, ma dove cazzo sta tutta ‘sta gente il resto dell’anno? Dove? Negli scantinati? Nei tombini? A casa a vedere “Porta a Porta”? Dove?
Celestino arrivò con l’affanno in bocca e la cicca a metà labbro che gli penzolava tra le labbra alla James Dean.
Quanto tempo aveva passato davanti allo specchio per fare proprio quella faccia lì, con la cicca in bocca, alla James Dean. Gioventù bruciata? Forse…
E Giangi c’era, come Armando, e Mario, proprio lì, appoggiati al siepone col piantone sopra, proprio di fronte al baldacchino-tabacchino alla fine di Piazza Fiera.
E c’era anche la mummia di centotrent’anni di proprietario là dentro, come sempre. Ormai monumento mummificato della città.
Naturalmente, Ciccio doveva ancora arrivare.
Come Gino, peraltro. E Daisy…

“E che cazzo corro a fare?”… bah…

 E Ciccio arrivò, sempre con quella sua testa sospesa e i capelli a mezz’aria, occhi chissà dove, chissà perché. Salutò trentatre persone in due metri che gli mancavano per arrivare, come al solito.
Poi finalmente venne, sempre affannato come chissà quanto capperi aveva corso, rimettendosi il ciuffo a posto.
Ed anche Daisy arrivò, con Gino al fianco.
E questo a Celestino non è che piacesse un gran chè.
Perché strani tarli gli iniziarono a bofonchiare nel cervelletto.

“Vabbè che ho detto che mi andava bene tutto tranne Sandro. Ma era un eufemismo, Capissime a mia!”

Forse è per questo che Celestino sbriciolò la cicca infame, per terra, schizzo del suo piede sinistro. Mentre tossiva invasato per l’ultima boccata andata storta, peraltro. Cereo e Sublime. 
Ma gli spiaccicò uno di quei sorrisoni Daisy appena lo vide, che quasi quasi Celestino ci credeva anche.
Comunque, tutto passò, per ora.
-      Ciao ragazzuoli- Sospirò “maledetto” Gino.
- Allora, dove si va?- Come l’aveva detto dolce Daisy.
- Alla scaletta, no?- Giangi non si smentì neanche stavolta.
- Ma io i fuochi li voglio vedere- Apostrofarono congiunti Mario e Ciccio.
- Infatti, passiamo per la scaletta, facciamo il pieno, e poi dritti a vedere i fuochi- Fu l’ultima parola. Ed era di Celestino il bello. Come si sentiva Leader.
Con Armando che intanto aveva capito tutto e rideva, rideva. O forse no.
Ma Celestino gli volle ancora più bene, proprio allora, da allora. Comunque.
Come se prima non bastasse, poi.

 Forse avevano ragione. La sua, era semplicemente una generazione di alcolizzati, viziati, di merda.
E già, troppa bambagia si aveva avuto intorno, addosso, dalla nascita. La pancia troppo piena, troppi Nokia, Pvrada, Levi’s, euri, scooters, viaggi di studio, menate, pippe e comprensione. O indifferenza?
Era questo il benessere? Stronzetti che passano la vita a farsi fighi bevendo, senza null’altro intorno, e dentro?
Il fatto è che i padri, e le madri, non l’avevano proprio capita quest’ epoca, quel muro crollato, la globalizzazione di qualcosa che scricchiola, perché le fondamenta sono crollate da tempo.
Non potevano capire, i vari papà, mamme, zie, nonne e nonni, che cosa era l’indistinzione.
Non potevano sentirne l’odore, averne piena la bocca come sabbia impastata sulla lingua, in mezzo ai denti.
Perché non erano nati in questo tempo, con questo tempo, loro. E quel buco nero che cresce e cresce, forse, era l’unica cosa vera in questo fottuto mondo di Pixel, e silicio, e silicone. Già…
E la cosa più divertente, beh, era che erano stati proprio loro, i vari “Mami”, “Papi” e “Zio Bubu”, che avevano perso per sempre Dio per strada.

Persi.

Come lo sono tutti d’altronde. Naufraghi inebetiti in un mare sbifido di nulla vestito. Nulla.
Ognuno, poi, poteva riempire quel buco come voleva. E questa generazione, beh, lo riempie con Weisen, Teroldego, Bacardi e patatine. E stronzate. Tante stronzate.
Ma per qualcuno, tutto questo, era stato un bene. Bastava vedere il mezzo ubriacone di proprietario di ‘sta Scaletta del cazzo per accorgersene.
Pieno, strapieno, era il suo maniero sghembo, di occhi vacui di sogni infranti, rotti, dalle bugie di questo “mondo del Successo”. Così presto.
Perché ce la siamo venduta, l’anima. Il buon senso. Troppo presto. Per uno specchietto per le allodole. E basta.
E allora, non ci resta che affogarci, e ucciderci lenti, e bere coglioni.
Dove, non ha importanza poi…
E per questo  se la godeva un mondo Ciccio Pancetta il proprietario, vacillante e rosso di marzemino di quart’ordine: una massa di stronzi gli aveva riempito quel buco di merda.
Certo, era anche perché lo vendeva a uno sputo quel veleno rosso che ti sapeva sciogliere così bene la vita, i rimpianti. Tutto.  Ma non era lui il coglione, lo era questa generazione di manichini vuoti. E basta.
Celestino si convinse che era il Marzemino suddetto a fargli fare tanti strani e sghembi pensieri, e ammazzò il bicchiere, con l’ultimo sorso.
Onestamente, Celestino, non aveva mai ben capito perché proprio la Scaletta fosse diventata il covo degli “Alternativi”. Alternativi poi…bah…Forse uno in Frac lo era ancora.
Perché poi, dietro ‘sta etichetta sporca c’era tutto un mini ecosistema di plastica. Comunisti, Post comunisti, Radical chic, Liberal hic, Punk Lavignani, anarchici di sta minchia, etc etc etc… Pseudo tali, naturalmente.
Perché poi, con la Ghefia al collo, e tutto l’armamentario “dissidente” da cento euri al pezzo, se ne andavano nelle villette in collina con il golfetto grigio del padre, o loro, se erano più fortunati.
Era proprio un mondo al collasso. Non c’è che dire.
La radio sputò fuori “Dio è morto” dei nomadi, e tutti la dentro, tutti, si alzarono in piedi, e pugno sinistro al cielo, la cantarono… Plastica. Tranne la nostra allegra combriccola di semi eroi, naturalmente…

“Ho visto
La gente della mia età andare via
Lungo le strade che non portano mai a niente
Cercare il sogno che conduce alla pazzia
Nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già
Lungo le notti che dal vino son bagnate
Dentro le stanze da pastiglie trasformate
Lungo le nuvole di fumo, nel mondo fatto di città,
Essere contro od ingoiare la nostra stanca civiltà
E un Dio che è morto
Ai bordi delle strade Dio è morto
Nelle auto prese a rate Dio è morto
Nei miti dell'estate Dio è morto.
Mi han detto che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell'eroe
Perché è venuto il momento di negare tutto ciò che è falsità
Le fedi fatte di abitudini e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
E un Dio che è morto
Nei campi di sterminio Dio è morto
Coi miti della razza Dio è morto
Con gli odi di partito Dio è morto.
Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi
Perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni
E poi risorge
In ciò che noi crediamo Dio è risorto
In ciò che noi vogliamo Dio è risorto
Nel mondo che faremo
Dio è risorto,
Dio è risorto.”

E che si poteva dire…Bah…

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