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lavoro pubblicato lunedì 3 settembre 2007
ultima lettura lunedì 22 aprile 2019

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Il pacchetto di cicche

di ilbarlengo. Letto 2754 volte. Dallo scaffale Racconti

Scodinzolava come un matto quello strano essere. Sembrava quasi che sculettasse, civetta.Era bianco, con delle macchie nere che si intravedevano...

Scodinzolava come un matto quello strano essere. Sembrava quasi che sculettasse, civetta.
 Era bianco, con delle macchie nere che si intravedevano appena dal pelo ispido e corto. Aveva un orecchia nera, la destra, ed anche sotto, l’occhio, come se gli avessero dato un pugno sul muso. Assomigliava alquanto al parente famoso preso dalla pubblicità di infostrada, quella con Fiorello, per intenderci. Anzi no, era più il cagnolino sghembo di “The Mask”, quello con Jim Carrey… forse…bah....
Insomma, sculettava sbieca sta pantegana un po’ sbifida, solo e randagio d’un cane, mentre veniva incontro a Celestino e Daisy.
Si atteggiava come il padrone di quella stradina asfaltata sul Lungadige, e nulla sembrava scalfirlo, nulla.
Non i soliti quarantenni schizoidi che facevano jogging, con a fianco l’amante segretaria, o la “compagna di lavoro”.
Né i ragazzotti che dovevano dimagrire e dimagrire, perché si deve pur rimorchiare all’Università.
Né  le pulzelle che dovevano essere in forma per essere rimorchiate alla medesima Università, dai ragazzotti suddetti.
E neanche i padroni delle più varie specie che si portavano appresso i loro fidi compagni a quattro zampe, pasciuti e al caldo, beati loro. Padroni da soli, in coppia, o in branco. Felici, depressi, svagati, in caccia. Padroni, poi? …Bah…
Stringendo, c’era proprio una vasta gamma di creature lì, sul Lungadige, verso le tre e mezza del pomeriggio.
Ed anche Celestino e Daisy, naturalmente.
Il cagnaccio maculato già menzionato, intanto, snusava un po’ in giro attorno a un pioppo. Appena avanti.
Poi, si guardò un po’ qua, un po’ là, come chissà quanti e quali pericoli stava per affrontare per pisciare lì.
Infine, affrancato, alzò la gambetta sinistra ancora col musetto snasante l’aria, proprio lì, di fronte a Celestino. 
Lo guardò, sfida, eee… Gliela fece, la piscia.
In prima visione.
Godendo come un cane, lingua penzoloni.
“Ahahah”.

Felice.

 Il fiume scorreva inesorabile, da millenni, ma sussurrava lento remote cantilene di zucchero filato.
O almeno così sembrava a Celestino, lì, sotto quel mini alberello, parente prossimo a un Bonsai gigante.
Era bello lì, perché erano in faccia al fiume, con i rami e le foglie che li proteggevano dal fuori, a Celestino e Daisy.
E Celestino era seduto su un tronco vecchio come il mare, tagliato e basso come la terra, ma così comodo.
Ed era al centro, Celestino.

“Sì, finalmente al centro di questo nuovo minimondo appena scoperto. Tutto tuo. E di Daisy.”

Lei era seduta sulle sue gambe e fissa, tesa, chissà per cosa, perché, guardava il fiume, sospesa. Persa.
-      Come mai sei così silenziosa?-
-      Mmm… stavo pensando…-
- E a cosa?- Ghigno viola, viola d’attesa, spuntò a Celestino, fra i peli della faccia.
Timore?
E di cosa, quello?
- Al mare, al vento. Mi piacerebbe essere come il vento a volte, sai? E volare, volare…-
- Ma il vento non si ferma mai, però- Sasso duro, in gola, tutto d’un fiato lo sputò.
- E cosa mi trattiene qua, Celestino?- Lo aveva tagliato così dura, Daisy. Poi, aveva respirato. E si era girata ancora verso il fiume. Il vento. Che la chiamava. Così forte, minaccioso.
- Il fatto è che… fuuuu… non mi trovo bene qua. Non ho amiche, vere intendo. Tutti mi odiano, perché io faccio la stronza…per proteggermi…- Sospiro per prendere forza, qualcosa di utile –Insomma…sono sola…- Sale le tagliò la guancia.
- Non è vero che sei sola, Daisy. Ci sono io…-
- Ah…- Sorrise amara Daisy -…davvero?-
Silenzio.
- Eh…dove vorresti andare?-
- Non lo so Celestino, non lo so. Magari al mare, dai miei amici. Loro sì che…forse…mi vogliono bene davvero…-

“Da Sandro, volevi dire, per caso?”

 Ma solo un
– Ah-
uscì dalla bocca a Celestino. Riottoso. E null’altro. Nulla.
Perché il fiume scorreva da millenni lì, proprio lì, in faccia a loro.

Inesorabile ?

…bah…

- Sai cosa ti dico?-
- Cosa?- Daisy guardò Celestino, liquida. Speranza in un miracolo?
- A fanculo il mondo, la gente, e tutto il resto…-
- Ma noi ci dobbiamo vivere qua, Celestino…- S’impuntò un attimo in più, Daisy, sale agli occhi. Ancora, ambra. Ma vuoto di vetro infranto sulle labbra. Ormai abitudine… Delusa.
- E viviamoci. Chi dice di no. Ma a modo nostro-
- Nostro?-
- Già- E sorrise Celestino. Ed anche Daisy, tirando un po’ su col naso la solitudine.
Ma a modo loro. Solo loro. E basta.

 Il silenzio è proprio tosto da sopportare. Quando ce l’hai lì, proprio lì, dritto in faccia.
Quando avresti così tante cose da dire, fare, o solo accennare.
Per viverla, la vita, o almeno provarci, far finta. Ma niente.
E ti senti abbattuto, schiacciato, morto, da questa “Società della Comunicazione” che comunica solo silenzi.
Solo quello. E basta.
Perché Daisy stava lì, sopra le gambe di Celestino, ma sopra le nuvole, sulle stelle.
Ma Celestino era felice, a modo suo. Almeno un pochino. Perché sentiva, provava, amava quel calore che aveva sulle sue gambe, addosso. Che era così diverso, così nuovo.
Ma non riusciva a dire nulla Celestino, perché aveva paura. Paura.
- Senti Celestino…- Daisy si girò di schianto, dritto su di lui. Affanno.
- Io…beh…insomma…mi sono…diciamo così…innamoratadiunragazzo- Ghiaccio fuso su Celestino. Il cuore non battè più. Fermo.
Ma fece finta di nulla, Celestino.
- Come… scusa?-
- Mi sono…ehm… innamorata di… un ragazzo- Bollenti le labbra di Daisy. E Celestino morì, dritto in quell’istante. Morto... O sciolto?

“Ma io devo sapere, cazzo”. “Ricomponiti cretino. E indaga, indaga…”.

- E…chi…ehm…sarebbe…?- Daisy aveva capito. E bollente, attacco disperato, tentò l’ultimo affondo. L’ultimo.
“Fa che non sia Sandro…Sandro no no no…Tutti tranne Sandro…cazzo cazzo cazzo”.
- Uno…-
- Uno…?- “E’ tutto così grottesco…cazzo cazzo cazzo…”. Saliva impastata in bocca. E alito di merda.
- Beh…tu lo conosci, diciamo così, abbastanza bene, ecco- “E che c’è di divertente, stronza? La mia faccia? Eh, la mia faccia?”.
- Ah…ma…è di Trento?-
- Sì-
- Alto?-
- Non così tanto…-
- Moro…Biondo…-
- Moro…-
- Ah…-
- Sì…- Gioco fatale, di rosso vestito. Bollente. Sghembo. “Che cazzo ti ridiiiiiiiiiiii…????!!!!!”
- E… lo conosco…?-
- Beh, questo te l’ho già detto… mi sembra…fuuuu- Fiato sospeso per Daisy.
Pausa.
- E fa il Da vinci?-
- Sì-
- Che cosa, lo scientifico, il linguistico, che?
- Il LINGUISTICO…-  e

BOOOM

qualcosa s’aprì, finalmente, nella mente di Celestino… 
E Celestino rise, porpora. Perché iniziava a divertirsi. Proprio!
Ed anche Daisy rideva, ma fissa su Celestino. Bollente.
Cretini e fatali.
Ma schizzo di luce, finalmente.
- E lo conosco…- Rise ancora Celestino.
- Già…- Labbra a mezzaluna, tese all’insù, di Daisy.
- Ma…e affascinante quanto me, o mezzase…-
Un musone assurdo e peloso spuntò proprio allora dal fogliame dietro i due eroi, alla loro sinistra. E snusò, snusò, a bocca aperta e con la lingua a penzoloni, sbifida, per il caldo.
- Cristo Santo…- Celestino fece un salto, perché se lo ritrovò snusare proprio lì, lo Spinone, unico spazio libero rimastogli da snusare.
Con Daisy che rideva, su di lui, e lo accarezzava anche, il cagnaccio, dicendo
–Bello, bello-

“E che cazzo”

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