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lavoro pubblicato domenica 26 agosto 2007
ultima lettura giovedì 18 aprile 2019

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Il pacchetto di cicche

di ilbarlengo. Letto 2518 volte. Dallo scaffale Racconti

Era proprio strano vedere sua madre che faceva i pop corn, insieme a Chiara. Parlottavano e sghignazzavano di qualcosa, donne. Forse di lui? O di vest...

Era proprio strano vedere sua madre che faceva i pop corn, insieme a Chiara. Parlottavano e sghignazzavano di qualcosa, donne. Forse di lui? O di vestiti?
A dire il vero, Daniel non sapeva proprio di cosa parlavano le donne fra loro. Ma ridevano, sua madre e Chiara. E questo era l’importante.
Intanto, il divano di fronte alla tivvù  era già tutto occupato. Da est a ovest, c’era Armando con davanti un’intera confezione di Kinder brioss che si strafogava contento. Gino che sbuffando giochicchiava con un mini pikaciu-portachiavi. E Mimmo e Giangi, bardati di bandiera e trombette ovunque, in pieno clima pre-partita.
Ma Daniel era troppo curioso. Voleva sapere cosa si stavano dicendo, Chiara e sua madre. 
Così prese la scusa che doveva prendere la birra, e il the, e il vino, e andò in cucina.
Ma in entrambi i passaggi, prima con le birre in mano, poi con il vino e la caraffa di the, sua madre e Chiara si zittirono al suo passaggio e, con fare circospetto, lo guardavano come dire “Sono cose da donne. E tu non c’entri!”.
Provò una terza volta Daniel, cocciuto come un mulo, con la scusa dei fazzolettini di carta, dei piattini e dei bicchieri di plastica. Ma niente. Ebbe di nuovo davanti al naso un muro ostinato d’intesa silente, di Donne, e niente più.

“Non è giusto. E’ mia madre, dopotutto”

Agli inni fu tutto un fuggi fuggi, corri e arraffa.
Sua madre portò il ciotolone di pop corn, e in tre secondi si vide una frotta di mani arraffare bicchieri, e tovagliolini, e piattini, veloci come fulmini, e occhi crudeli guardarsi le spalle per non perdersi il posto, o per fregarlo.
Ma non tutti ce la fecero.
Armando conservò il posto più a sinistra con un tuffo d’angelo alla cieca e a bocca piena.
Ma Mimmo e Giangi lo persero.
A scapito di una tagliata Chiara che aveva sfruttato la gran confusione, gettandosi letteralmente sul divano anche lei.
E Gino che non aveva preso nulla, come Chiara, rimanendo al suo posto.
L’ultimo posto disponibile era stato accaparrato con l’autorità conferitagli da Dio da papà Manu che, con un sonoro “Ue guagliò…alzati e cammina”, fregò un Giangi disperato.
E i Poveri Mimmo e Giangi, per l’appunto, relegati nelle due sedie in fondo, proprio davanti la finestra, si strofegavano la sconfitta, e meditavano vendetta. Revenge.
In tutto questo, mamma Enrica si era cambiata, mettendosi una bizzarra maglietta “vieni qui, sfiga”, color blu – Francia.

L’inno francese stava per finire e Daniel, orripilato, si accorse che il santino di Santa Caterina sulla tele era caduto. In un balzo fu proprio davanti il bel faccione di Desailly, cornutaccio di un giocatore francese, e in due mosse ormai esperte rimise il santino a posto, proprio in mezzo a pulcinella e il cornetto rosso di Spacca Napoli.
Infine, lisciò ben bene la bandiera che sosteneva il tutto, stranamente patriottico. 

“Fratelli d’Italia, Italia se desta…”.
Tutti in piedi, mano destra sul cuore (ma con la sinistra ben bene posizionata sul posto faticosamente raggiunto, pronta a uccidere se c’era bisogno), come tutti gli italiani davanti al teleschermo, l’allegra combriccola alquanto composita cantò l’inno di Mameli a squarciagola.
E al segnale “Siam pronti alla morte, l’Italia chiamo. Sìììììììììììììììì”, un urlo immondo scosse dalle fondamenta tutto il Divin Stivale italico.
In quel preciso istante, al fischio d’inizio di Italia-Francia, finale degli europei di calcio.
E fu lì, come sempre peraltro, che tutti gli italiani furono orgogliosi di esserlo, patriottici fino al midollo.
A fanculo le tasse, le guerre, le donne, Berlusconi e Tangentopoli.
Cascasse il mondo, nessuno si sarebbe perso quella partita. La Partita.
Nessuno.
Perché… “Uè, siamo italiani no?”.
E tutto il resto è noia… ?
Beh, forse in quel momento sì.
O forse no?

 Finalmente, forse, ce l’avevamo fatta. Italia 1, Francia 0.

ZERO.

L’emozione era allo spasmo. Giangi e Mimmo già strombazzavano fuori al balcone, cantando “Francesi merda…francesi colera…”. Babbo Manu aveva i lucciconi agli occhi, pregustandosi emozioni che dal lontano ’82 non aveva più vissuto. Con Daniel che continuava frenetico  
-Altro che Zidane. Noi abbiamo “el Pupone nazionale”. Vai Totti, fluidifica. Fluidifica, cazzo!-
Certo, questo estasiante momento di orgoglio nazionale non toccava tutti.
Armando, incurante del mondo che lo circondava, aveva fatto fuori la seconda confezione di Kinder Brioss e due cartoni di latte.
Mamma Enrica, seduta davanti alla cucina, sorniona gufava con la maglietta blu Francia, divertendosi un mondo. 
E continuando
- Uh, guarda, adesso fanno goal – 
Ma nessuno la ascoltava più. Per evitare un eventuale omicidio plurimo. Non si sa mai.
Gino e Chiara, infine, mangiavano biscotti, e ridevano.
E questo a Daniel dava un po’ fastidio. Perché Gino faceva un po’ troppo il viscidello per i suoi gusti.
Ma chissà come, chissà perché, Chiara se ne accorse forse di questo, perchè schioccò a Daniel uno sguardo liquido, immenso, solo per lui. Mordendosi leggera il labbro, lieve sorriso. 
E Daniel tornò a guardarsi la partita felice col mondo e con se stesso.
Perché quel miracolo di vita vera era per lui, solo per lui. 

 Si era iniziato a intuire  del disastro già col goal infinito, immenso, mangiato da quel Del Piero lì. Chissà quante ostiate dietro si sarà tirato dietro da tutta l’Italia e dintorni, il povero Delpi. Fatto sta che quello fu il preludio, o per meglio dire l’antipasto, del cataclisma che avvenne all’esatto minuto ottantanovesimo e trentatre secondi spaccati. Tutti saltavano e zampettavano, urlando fieri “Italia Italia”. Anche mamma Enrica non si arrischiava a gufare.
Tutti, ebri di felicità, stavano iniziando un sontuoso trenino brasilero di felicità intorno al tavolo del soggiorno…
E a ogni tavolo di ogni soggiorno d’Italia probabilmente.
Giangi e Mimmo, intanto, stavano svegliando tutto il quartiere con quelle trombette e i loro coracci da stadio “Chi non salta un francese è…”.
E tutti, tutti, saltavano. Felici, invincibili. Dei novelli Achille Piè Veloce sparsi per tutto lo Stivale.
Poi, quel Wiltord lì, bastardo alquanto, che non aveva fatto nulla quell’anno, nulla…
Beh, proprio lì, fra Nesta e Cannavaro, si mette pure a far goal.
L’unico di tutta quella sua stagione merdosa, peraltro. “Che ingrato!”.
E Daniel se l’ era immaginò proprio allora a Wiltord, in mezzo alla fottuta area di rigore italiana, bofonchiare fra sé gallett “Adesso li fotto. Adesso li fotto”.
E non c’è che dire.

Li fottè.

Perchè la morte scese plumbea fra i vivi, fulmine a ciel sereno, proprio con quel goal.
E ciò che seguì fu solo silenzio. Silenzio.
Schhhh.

Fu là che tutti, ma proprio tutti, in quel soggiorno e in ogni soggiorno d’Italia, si resero conto che si era perso anche stavolta a un passo dalla meta. Come sempre.
- Beh, almeno non abbiamo perso ai rigori- Disse mamma Enrica subito dopo il goal tutta ridente, con tutto intorno a sé facce grigie d’apatia e virulente di delusione.
E mamma Enrica deve ringraziare solamente il buon Dio che ha guardato giù proprio lì, in quel momento, se non è stata lapidata viva proprio allora, dopo la sua uscita poco felice, dal resto dell’affranta combriccola.
Seppe dire solo “Oops”, appena dopo il fattaccio, rendendosi conto del pericolo appena scampato. 
Ma ormai la frittata era fatta. Eh già…
E il goal di Trezeguet del definitivo due a uno per la Francia, che sarebbe venuto di lì a poco in pieni supplementari, ne era semplicemente il triste epilogo.
Anzi, il dessert indigesto.
Almeno, per noi.

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