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lavoro pubblicato mercoledì 25 luglio 2007
ultima lettura lunedì 10 giugno 2019

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L'homelette di Le Corbusier

di filippo aurelio bacigalupi . Letto 1202 volte. Dallo scaffale Fantasia

Silenzio. La notte era calma pervasa dal più placido silenzio, e la mia mente, già preparata ad assaporare le gioie del sonno, ansimava nel febbricit...

Silenzio. La notte era calma pervasa dal più placido silenzio, e la mia mente, già preparata ad assaporare le gioie del sonno, ansimava nel febbricitante spasmo degli ultimi pensieri razionali. Le campane battevano le due, che già i rintocchi erano quattro, e tra i due un sonno che avrei voluto più profondo. Fruscio di tede di una impercettibile brezza, che forse, non c’era e già, ancora, stormir di foglie d’alberi. Lontani. Ecco. Sono sveglio. Nulla, ormai, potrà ricondurmi a pensieri perfetti e alla lucide teorie che si hanno durante il sonno, nei sogni. Quando, ancor perso tra il mondo del reale e il reale mondo dei miei pensieri, mi accorgo che la sagoma d’ombra disegnata sul muro non è quella dei vestiti buttati la sera prima sulla spalliera della poltrona, ma sembra, non anzi, è, una persona. Placidamente seduta, mi contempla con fare beato. “Bon jour mon ami”. Trasecolo. Ora sono decisamente sveglio, incredulo e attonito. Charles Edouard Jeanneret, detto Le Corbusier, stava seduto ai piedi del mio letto paludato in uno dei suoi completi da camera con ai piedi delle ciabatte di pelo ruffo, uno di quei completi che usualmente usava nello studio di pittura insieme a Legerer, adorno dei suoi inconfondibili occhiali. “Bon jour mon ami”, “buon giorno amico mio” disse in un impeccabile italiano con un vago sentore di francese. “buon giorno maestro” Alle soglie dell’alba le domande sul perché di tutto ciò incominciavano a volteggiare silenziose nella testa provocandomi un senso di stordimento che esternavo in un espressione vuota e ebete. Stordito, ubriaco di sensazioni e sentimenti, continuavo a guardare quel monumento ai piedi del mio letto. “Ogni nostra azione, ogni cosa che facciamo, ognuno di noi ha un fine, un perchè, mai nulla succede per caso e anche noi, ognuno di noi pur insignificante che possa sembrare ha un perché nell’essere e nell’agire in un modo e vivere in un posto. Vedi, mon cher, non ti illudere, non ti parlerò di tesori nascosti a Ronchamp, di come il modulor nacque nella mia testa dopo una serata in compagnia di un alchimista filosofo svizzero, non ti rivelerò segreti nascosti nel Punjab, ti chiederò…” Ormai tutto era luce, e la camera era avvolta da una rassicurante atmosfera ambrata. I primi raggi dell’alba si insinuavano tra le lame della persiana. “…ti chiederò tre uova.” Il sole si fermò tra le lame di legno. Era iniziata stranamente la mia giornata, sospeso nel tempo irreale del sogno, ma ora la meraviglia per quella irragionevole richiesta era superiore alla ragione del credere che tutto ciò fosse reale. Eppure Le Corbusier era lì, davanti a me, ammantato dalla sua più bella vestaglia da camera che mi sorrideva sornione e sicuro di un sorriso quasi icastico, più che reale. “ti chiedo tre uova, di Gallina Bianca Valdarnese, una manciata di cumino, un po’ di pepe nero in grani grossi, sale, olio della Camargue e zenzero.” “vedi mon cher, tutti abbiamo grandi ricordi, glorie ostentate e virtù di cui andiamo fieri, eppure, è nella nostra piccola vita di tutti i giorni, nella quotidianità del lavoro, del vivere, del agire per chi ci sta vicino che si è grandi uomini, è con questa ricetta che ho conquistato l’amore di Yvonne, piegata fredda in una baghett che sfamò me Gropius nelle lunghe giornate che precedettero la diaspora razionalista, ed era ancora lei ciò che aspettavano tutti, nelle pause tra una sessione e l’altra durante le estenuanti riunioni del ciam, ed era ancor lei che mi ritemprava, accompagnata da un bicchiere di Pernoud nelle mie vacanze a Roquebrune.” “Ma Maestro…” un sussurro di voce, più stremato che dubbioso, uscì dalla mia bocca. “Taci!” E’ ora di lavorare. Fu un attimo il disappunto per le uova che non erano di Valdernadese, e l’olio non della Camargue, ma poi, superato l’attimo di stizza, di nuovo il Maestro incomincio la lezione. “prendi due scodelle, e rompici in una il solo albume con sale e cumino, mentre nell’altra i tuorli lo zenzero. Pesta nel mortaio il pepe, e quando è ben polverizzato uniscilo al tuorlo.” “Sei lento, mon cher, della lentezza che hanno i neofiti e i vecchi.” L’affermazione non mi turbava, la ricetta un po’ di più. L’alba si era come fermata. Il sole sembrava congelato in un cielo ancora troppo cristallino per essere giorno e non più cobalto per essere notte. “via!, veloce!, alez alez, unisci il tuorlo all’albume e ora, energia!, amalgama tutto, frusta bene e finche il tutto non si è omogenizzato non smettere”. Passarono cinque interminabili minuti. “Bene! Prendi quella bella padella che hai, farà al caso, ungila, ma poco riscaldata e ….ora!” Con decisione e uno scatto che mai avrei creduto, il maestro, nella sua vestaglia portata quasi fosse un manto regale, versa tra mille clamori dell’olio e della padella, il composto. Non passò più di un istante, o il tempo necessario, che con due secchi e decisi colpi di polso, il roteare del disco d’oro catalizzò la nostra attenzione, e con un soffice rumore, attutito e ovattato, ricadde tra le braccia roventi della padella, così che noi, ancora, potemmo godere e dei profumi e dei gentili suoni di quella graziosa opera. Fu poi un attimo, che da sotto la vestaglia il Maestro estrasse una fiaschetta e porgendomela disse: “Bicchieri!” “Non si può apprezzarla al meglio se non accompagnata da un sorso di Pernoud.” E così l’alba finì per diventare giorno, il cielo si riempi dei vapori del primo caldo e una canicola si adagiò sull’orizzonte, mentre io, col piatto malinconicamente accompagnato dall’ultima fetta di homelette, contemplavo il mio breve sorso di Pernoud che ancora nascondeva il fondo del bicchiere. Mi destai allora dal torpore di una forte emicrania che mi aveva preso seduto al tavolo della cucina. In mano stringevo ancora il bicchiere, ma era quello con cui la sera prima avevo preso la medicina per l’insonnia. Sul tavolo, ancora intonso, il sacchetto della spesa: zenzero, uova, cumino, pernoud… …in camera, però, sul divano la vestaglia, non mia, mi atterrì. La guardai a lungo, seduto sul letto intonso, prima di decidere se credere o far finta di nulla. Alla fine,piegato più dalla curiosità che dalla certezza, frugai nelle ampie tasche e da una ne estrassi un biglietto, sgualcito. Recava la data del 27 agosto 1965 e sotto la ricetta di una homelette alla moda di Cap Martin. L’ultimo pasto.


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