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lavoro pubblicato venerdì 24 maggio 2002
ultima lettura venerdì 15 dicembre 2017

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Musa

di Francesco Ristori. Letto 844 volte. Dallo scaffale Generico

Valente aveva sempre sognato di diventare uno scrittore quantomeno discreto, ma da un po’ di tempo non ci sperava più: in...

Valente aveva sempre sognato di diventare uno scrittore quantomeno discreto, ma da un po’ di tempo non ci sperava più: in otto anni aveva scritto solo una demenziale poesiola che era degna di nota solo per essere stata apprezzata nella scuola elementare del borgo in cui viveva.
Ma la vita, si sa, riserva sempre sorprese e non bisogna mai precludersi una strada. Da grande appassionato di gite qual’era, questo giovane, si avventurava spesso e volentieri su vari sentieri per una passeggiata più o meno facile, ma sempre molto interessante e divertente. Quante splendide giornate nei boschi e quante magnifiche storie poteva raccontare, ma ce n’era una che non perdeva mai occasione di citare: quella, a suo dire, che gli ha permesso di coronare il suo sogno di scrittore.
Nessuno ha mai creduto ad una storia così fantasiosa, eppure nessuno poteva esimersi dal pensare che del vero ci fosse e nessuno poteva fare a meno di ricordarsi ogni singola parola del suo racconto a causa soprattutto della forza ed energia espressiva che impiegava nella narrazione. Poco tempo prima di morire a causa della fatica in una delle sue gite ne parlò anche a me raccontandomela, più o meno, con queste parole.
“Quella che iniziava per me nella mia piccola casetta di montagna si preannunciava una giornata come tante altre, una giornata in cui avrei passeggiato incessantemente e disperatamente in cerca di una qualche ispirazione che non sarebbe mai arrivata. Per essere ormai metà ottobre l’aria era piuttosto calda ed il cielo fin troppo soleggiato, per cui decisi di arrischiarmi fino al laghetto al di là del bosco, in cima all’irta salita che si diparte dalla strada a qualche chilometro da casa mia. C’ero già stato, e conoscendo la difficoltà del percorso lo facevo solo in giorni splendidi.
La strada fu lunga e difficile come e più di quanto mi ricordassi: tronchi d’albero erano caduti sul sentiero ed erano palesi alcune frane ed un terreno piuttosto friabile, ma , quella volta, la mia fatica fu ampiamente ripagata.
L’acqua luccicava come mai prima di allora ebbi modo di vederla brillare e mi pareva quasi che il sole riflettesse il suo splendore su un cristallo sopra al quale erano sparse migliaia di preziosissime pietre. Quando ebbi il coraggio di alzare lo sguardo dal terminare del sentiero che avevo iniziato a fissare per non restare abbagliato da cotanta luce, lo spettacolo ch’ebbi modo di vedere addirittura incredibile e centinaia di volte più fantastico: una figura femminea si faceva avanti a grandi bracciate avvolta da quel riflesso di luce che sembrava tutto confluire verso di lei. I capelli color del tronco di quercia inondato di sole, occhi color del cielo sereno, un piccolo legaccio rosso, color d’amore, sui capelli,e un abito bianco candido come la neve.
Lei iniziò ad uscire dall’acqua a pochi passi da me e io mi feci incontro a lei e l’aiutai ad alzarsi. Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono ma subito entrambi si volsero da un'altra parte non riuscendo a sostenere l’uno lo sguardo dell’altra. L’imbarazzo si sciolse ed iniziammo a parlare, parlammo per tutta la giornata: non era una fanciulla umana, era una di quelle ninfe a cui credevano i greci e che noi ormai ritenevamo solo essere mitologiche e mi promise eterna ispirazione.
E’ spiritualmente sempre con me e io spesso riesco ad avvertirne la presenza e mi metto a comporre nuovi brani sia in prosa che in poesia”
Non saprei in verità, se la narrazione di Valente sia attendibile: io son troppo timoroso per avventurarmi su questi sentieri e non lo verificherò mai, ma personalmente mi piace pensare che sia vero ed immaginarmi questa creatura splendida come anche vicina a me e come fonte della mia ispirazione.



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