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lavoro pubblicato sabato 19 maggio 2007
ultima lettura domenica 21 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Fuga da Naijad

di Ricky. Letto 883 volte. Dallo scaffale Fantasia

Quella notte, una notte buia e senza luna, la grande prateria di Naijad era dominata dal silenzio più assoluto. Pareva che tutta En fosse caduta in un...

Quella notte, una notte buia e senza luna, la grande prateria di Naijad era dominata dal silenzio più assoluto. Pareva che tutta En fosse caduta in un sonno profondo e senza fine. Ogni cosa era coperta da un fitto manto di nebbia candida; l’aria era umida e ricca di forti profumi primaverili. Ad un tratto, il silenzio venne interrotto da un assordante rumore di zoccoli. Un ragazzo, dalle vesti logore, il volto coperto da un cappuccio nero, incitava il suo cavallo al galoppo, che si muoveva rapido, come un’ombra furtiva ai piedi dei monti... «Finalmente, il mio viaggio volge al termine.» Ora, oltre una collina erbosa, si potevano scorgere le prime luci: la cittadina di Naijad, all’apparenza un gruppo di case di legno e paglia, distava solo poche miglia. Il viaggio durò poco più di un’ora, e il ragazzo si trovò di fronte ad un’alta palizzata di legno. «Chi va là?» domandò una voce debole, ma scortese. Aldilà della barricata, qualcuno aveva sguainato una spada. «Sono un forestiero» rispose il ragazzo, sicuro di sé «e cerco una zona tranquilla dove passare la notte; En non è più un luogo sicuro.» Una piccola parte della palizzata si scostò, rivelando una stretta apertura. Poi, dalla porta apparve un vecchio. Indossava un’armatura arrugginita e teneva una vecchia spada tra le dita raggrinzite. Da un elmo vecchio e sudicio, spuntavano due occhi grigi e dei candidi capelli ricci. «Non sembrate malvagio.» osservò questi, gli occhi socchiusi nell’intento di scrutare il volto del giovane. Dall’ombra che nascondeva il viso del ragazzo, spiccavano due occhi azzurri come il ghiaccio. L’uomo prese a camminare lentamente attorno al ragazzo e al suo cavallo nero, quando il pianto di un neonato squarciò il silenzio. Il ragazzo scostò il mantello e alla luce apparve un fagotto candido. «E’ vostro figlio?» domandò il vecchio con un sorriso, avvicinandosi per vedere meglio il bambino. Di colpo, il giovane sguainò una spada, e l’avvicinò alla gola dell’uomo. «Non vi riguarda.» ribatté «Posso andare, ora?» Il vecchio, spaventato, arretrò e fece segno al ragazzo di passare. Questi, varcò la porta, a cavallo, e proseguì la sua strada senza voltarsi indietro. Naijad era un piccolo paesino affacciato sul mare delle coste meridionali di Menedron. Era un villaggio tranquillo, abitato perlopiù da mercanti e da gente allegra, che non vedeva una guerra da più di trecento anni. Le sue casette, basse e dai tetti in paglia, erano disposte disordinatamente, e qua e là erano sparsi piccole rocche, castelli, o alte torri di legno. Il ragazzo si avvicinò ad una delle casette. La osservò per bene, da cima a fondo, con i suoi occhi di ghiaccio. Poi smontò da cavallo e si avvicinò ad essa. «Questa andrà bene.» esclamò a voce bassa. Infine, tirò fuori il fagottino, dove il neonato dormiva sereno, lo depose sulla soglia dell’abitazione e sollevò una mano. Così, mentre bisbigliava antiche parole, nella candida copertina apparvero delle rune... delle indicazioni, un nome. «Non sei ancora pronto per stare con me, per seguire le mie orme. Ma, quando avrai compiuto quindici anni, verrò a riprenderti. Questa è una promessa.» Con queste parole, il giovane montò a cavallo e scrutò per l’ultima volta il bambino Alcuni riccioli neri puntavano già dalla sua testolina.. Ora il cielo era limpido e scuro. «Possano questo cielo e queste stelle proteggerti, Varad, e illuminare il tuo cammino.» … Gli anni passarono in fretta. Il giovane Varad visse sotto le cure di una affabile vecchia, Zera, che era conosciuta in tutto Menedron per la sua bontà e generosità. Il ragazzo crebbe sano e forte, gli occhi verdi e brillanti come le acque di Kёl Theil, il Mare dell’Ovest. Era diventato alto e bello, con lunghi capelli ricci e gambe lunghe e adatte a correre e a giocare. Solo un particolare lo rendeva diverso dai suoi coetanei: le sue orecchie lunghe e appuntite. Fu a causa di quelle orecchie tanto bizzarre che nessun ragazzo voleva essergli amico, e che Varad si abituò alla solitudine e prese a considerare il vento e gli alberi suoi amici. Ogni tanto, poi, si recava alla biblioteca di Naijad, dove passava intere ore a leggere e a esaminare meravigliato i disegni delle creature che abitavano la sua En. … Una notte d’estate, Varad decise di recarsi al pozzo della città, per prendere una boccata d’aria. Il villaggio era illuminato da piccole torce e le ombre si contorcevano lente come serpenti neri. Gnick... Il cigolio della fune del secchio echeggiò nell’aria e Varad ebbe un brivido lungo la schiena. Una volta tornato nella sua stanza, circondato da decine di altri letti, si sdraiò nel suo e chiuse gli occhi. Non era passato molto tempo da quando si era addormentato, che Varad aprì gli occhi nella sua stanza buia. Il ragazzo dovette aspettare alcuni secondi, prima che la sua vista si potesse abituare al buio. Quindi si guardò attorno nella stanza e capì che qualcuno stava prendendo di fretta la sua roba e la scaraventava in una borsa. «Che cosa hai intenzione di fare?» domandò Varad, alzandosi a sedere. Fu allora che capì che davanti a lui vi era una ragazza. Era stata da poco adottata da Zera e il suo passato era oscuro e segreto. Ora, la ragazza guardava ossessivamente la città dalla finestra, e, alla luce argentea della luna, apparvero dei lunghi capelli lisci ed un profilo delicato del viso. «Ho intenzione di scappare da questa trappola e non sarai tu, giovane Elfo, a fermarmi.» ribatté la ragazza, seccata. Detto ciò, la questa prese a vestirsi e Varad, imbarazzato, fu costretto a voltarsi. «Non sopravvivresti un solo giorno, fuori di qui.» disse Varad, con un sorriso beffardo «La vita è dura per coloro che devono guadagnarsi il pane tutti i giorni.» La ragazza non si curò delle parole del ragazzo e proseguì a raggruppare la sua roba. Per alcuni secondi, la camera ripiombò nel silenzio. «Io me la sono sempre cavata. Mio padre e mia madre erano ladri e ho sempre vissuto bene. Poi, quando sono morti nella guerra di Mihil, ho vissuto grazie ai loro preziosi insegnamenti, fino a quando non mi hanno visto nell’intento di rubare una mela e mi hanno portato in questo posto.» Varad si avvicinò alla ragazza e vide che portava un pugnale legato alla cintura. «E poi, tu che cosa ne sai di come si vive fuori da qui? Vivi qui da quando eri solo un pargolo.» Poi, la ragazza si avvicinò al proprio letto e ne strappò le coperte. Dunque, scostò un mucchio di paglia e raccolse una borsa carica di provviste. «E come uscirai da Naijad? Le porte della città sono chiuse e strettamente sorvegliate. Ti fermerebbero subito. Ti riacciufferebbero in poche ore.» Evidentemente, la ragazza aveva già risolto il problema, poiché ora sfoggiava un grosso sorriso beffardo. «E’ da tempo che scavo un tunnel sotto le palizzate di legno. Uscire dalla città non sarà troppo difficile.» La ragazza rimase in silenzio per alcuni secondi. «Perché non mi accompagni?» domandò poi, il viso illuminato dalla luna, i cui raggi filtravano dalla finestra «Ma forse tu vuoi aspettare di venire arruolato nell’esercito come un comune soldato da quattro soldi e donare inutilmente la tua vita per una guerra che non ti appartiene...» Varad non aveva mai pensato che un giorno sarebbe diventato un soldato, e che avrebbe lasciato la sua amata Naijad, per perdere la vita in una terra lontana. Un senso di angoscia si fece strada in lui. «Encolas dista solo un centinaio di miglia da qui. Dovremmo arrivarci in poche settimane di cammino.» La stanza cadde nuovamente nel silenzio, interrotto a tratti dal ronfare di alcuni bambini. Passarono alcuni minuti e Varad rifletté sulla sua vita; su ciò che fosse meglio da fare. Poi l’elfo si alzò con vigore e prese a vestirsi. Quindi, una volta pronto, porse una mano destra alla ragazza: «Sono con te.» disse. «Bene. Io sono Ivil di Mihil, e tu?» «Varad di Naijad.» I due si strinsero le mani e raccolsero la loro roba. Uscirono di soppiatto dalla casetta e si diressero verso la zona nord-orientale della città. «Qui, da qualche parte, ho scavato il tunnel.» Poi, Ivil estrasse una mappa della città, si inginocchiò ai piedi della palizzata che cingeva la città e prese a scavare nella ghiaia, fino a trovare uno strato di rami secchi e foglie. Dopo averli scostati, Varad vide l’entrata del tunnel. Era molto stretta e buia, ma le pareti sembravano solide. «Andrò io per prima.» sussurrò la ragazza. Poi, dalla cintura estrasse il pugnale e saggiò la resistenza del tunnel. Così, ripose il coltello ed entrò nella stretta galleria. Dopo alcuni secondi, Varad udì il segnale: era arrivato il momento. Anche lui gattonò fino all’imboccatura opposta del tunnel, immerso nell’oscurità. I secondi che seguirono trascorsero lentamente e Varad ebbe l’impressione di soffocare, credendo più di una volta di rimanere senza aria. A volte, inoltre, a volte davanti, a volte dietro di lui, sentiva franare le pareti e accelerava. Fu per lui un grande sollievo, quando finalmente vide, come una goccia di colore nel buio più assoluto il cielo. Ora, anche le nuvole più piccole erano svanite, lasciando spazio alla luna piena e alle stelle. «Senti questo profumo?» domandò Ivil, che ora guardava felice il cielo. Varad scosse il capo. «E’ l’odore della libertà, la libertà che ora ci spetta!» I due ragazzi camminarono a lungo, fino a distinguere in lontananza la città di Naijad. Varad volse lo sguardo verso la città che lo aveva accolto con tanta generosità, come per salutarla. Poi, con stupore, vide che due file i cavalieri si avvicinavano ad essa, come un’ombra nera, pronta ad inghiottire l’intero villaggio. Vide con orrore che, quando i cavalieri giunsero alle porte della città, la palizzata scoppiò in mille pezzi, come per magia, in un lampo azzurrino. «Chi sono quelli?» domandò Varad terrorizzato. Ivil era rimasta impassibile, anche se il suo viso era solcato da una goccia di sudore. «Che cosa è successo alle mura della città?» continuò il ragazzo. «Ho già visto un esercito simile.» spiegò Ivil, il viso colmo di ira «Quei cavalieri appartengono a Cairad, il sovrano delle Terre di Tholen. Lo stesso mago che attaccò Mihil, nella battaglia in cui morirono i miei genitori». E mentre Ivil parlava, le fila di cavalieri erano penetrati nella città, distruggendo tutto ciò che incontravano sul loro cammino. «Cosa vogliono da Naijad?» chiese Varad. Ivil scrutò come la città veniva circondata da un anello di fuoco. Naijad era in balìa delle fiamme. «Non ne ho idea. Probabilmente, Cairad considera Naijad un luogo strategico. Conquistati questi territori, espanderà ulteriormente i suoi domini.» Ad un tratto, dalle fiamme, apparvero le fila di cavalieri neri. Uno di essi avanzò verso est, come scrutando la collina, e Ivil si acquattò al suolo. «Cercano qualcuno.» Tuttavia, Varad non fu tanto rapido e il cavaliere nero fece in tempo a vederlo. Fu allora che Ivil sferrò un calcio nelle gambe del ragazzo e questi rovinò a terra. Il sangue dei ragazzi si gelò nelle vene, quando il boato di un corno si levò al cielo. «Cercano noi!» esclamò Ivil. La ragazza si levò e aiutò Varad a fare altrettanto. «Dobbiamo fuggire!» disse Ivil in preda al panico. Oltre la collina, i cavalieri si erano radunati e si dirigevano rapidamente verso di loro. «Non abbiamo scampo! Non abbiamo dove nasconderci.» aggiunse la ragazza. Poi estrasse nuovamente una mappa dalla sua borsa e la studiò per alcuni secondi. «Forse, camminando tutta la notte, potremo rifugiarci nei boschi che circondano le montagne di Encolas.» rifletté Ivil «Se riusciamo a disperdere le nostre tracce, riusciremo a guadagnare tempo e a raggiungere sani e salvi la selva in poco tempo.» Varad diede uno sguardo oltre la collina: i cavalieri li avrebbero raggiunti in una ventina di minuti. Era il caso di tentare. «Ci sto.» disse il ragazzo. I ragazzi si misero in marcia, verso nord-est, lungo la steppa di Naijad, senza fermarsi un attimo. A volte, si voltavano per esaminare il cammino ormai percorso e l’ombra nera dei cavalieri. Solo dopo alcune ore di viaggio, ad est, sorsero il sole. Volgendo lo sguardo verso ovest, i due ragazzi potevano vedere con chiarezza, a migliaia di leghe di distanza, il fiume Ereul, incorniciato dal Bosco Rosso. Ancora più a nord, Varad intravide i lontani monti Berloth, coperti già dalla candida neve. Finalmente, Varad ed Ivil scorsero un lontano boschetto verde, e, non vedendo i cavalieri alle loro spalle, rallentarono con estremo sollievo il passo. «Il bosco di Encolas dista ancora una decina di minuti!» esclamò Ivil felice «Siamo salvi.» Giunti al limitare del bosco, Varad e Ivil scrutarono il paesaggio, a sud. L’ombra nera dell’esercito di Cairad pareva svanita assieme alle tenebre della notte. Così, i due ragazzi decisero di concedersi un meritato riposo, assaporando le delizie che Ivil aveva preparato per il viaggio. Poi, i due nuovi amici stabilirono dei turni di vedetta: Varad, che era il primo, doveva accertarsi che i cavalieri non si avvicinassero al bosco, mentre l’amica poteva chiudere gli occhi e riposare. Tuttavia, il giovane era estremamente assonnato, e, socchiudendo innocentemente gli occhi, fu colto alla sprovvista da un dolce sonno. Quando il ragazzo si risvegliò, vide che Ivil era ancora profondamente addormentata. Così decise di sgranchirsi le gambe, si alzò e guardò le colline erbose che circondavano il bosco. Lì,oltre l’orizzonte, un’ombra nera si espandeva a vista d’occhio, come una macchia nera di inchiostro. Varad, preso dal panico si chinò e strattonò la ragazza che aprì di colpo gli occhi. «Cairad...I cavalieri...» balbettò in preda al panico «Stanno arrivando!» Ivil si alzò e guardò per alcuni secondi i cavalieri, che galoppavano rapidi verso di loro. «Che cosa facciamo?» domandò infine Varad. «Dobbiamo mantenere la calma.» dichiarò Ivil, con ricercata sicurezza «Prendiamo la nostra roba e nascondiamoci nel bosco.» Così fecero. Raccolsero le provviste in una sacca di cuoio scuro e presero i propri averi. Una volta pronti penetrarono silenziosi nella foresta. «Non allontaniamoci dal limitare del bosco. Addentrandosi verso Encolas, il sottobosco scompare e la vegetazione si infittisce. I ragazzi rimasero silenziosi per un po’. Poi udirono un lontano rumore di zoccoli. Quindi, apparve una trentina di cavalieri, coperti in viso da elmi chiodati, in groppa ai loro destrieri. I guerrieri si divisero in due file, e al centro di esse si distinse un uomo. Anche egli indossava un mantello nero, ma indossava la maschera terrificante di un demone cornuto, una spada lucente tra le mani. «Non può essere lontano» esordì l’uomo dalla maschera cornuta. La sua voce era simile a quella di un ragazzo, ma aveva ben poco di umano. «E’ solo un ragazzo.» In quel momento, Varad comprese che i cavalieri stavano cercando lui. Era lui il ragazzo di cui parlavano, e Varad lo sapeva bene. «Trovatelo e portatelo da me.» Un cavaliere si distanziò dalla sua fila, e disse: «Dalle tracce, pare che non sia solo, signore. Che ne facciamo del compagno?» La sua voce fredda era quasi un sussurro, un sibilo. «Non fate prigionieri. Voglio solo il ragazzo.» fu la risposta. Varad guardò Ivil, e si stupì nel vedere che la ragazza era rimasta quasi impassibile. Sfoggiava una smorfia d’ira e teneva il coltello d’argento stretto tra le dita. Varad fece per avvicinarsi il più silenziosamente possibile, ma calpestò un ramo secco e l’uomo mascherato si volto di soprassalto, per poi smontare da cavallo. Varad ebbe il tempo di vedere due occhi azzurri, prima che l’uomo mascherato levasse una mano verso di lui. La barriera di alberi si carbonizzò, diventando cenere e Varad si ritrovò faccia a faccia con l’uomo. Poi, il ragazzo sentì una forza misteriosa opprimergli la gola, e Varad dovette strisciare fino ai piedi dello stregone. «Dunque, tu sei Varad?» L’elfo fu sul punto di soffocare, ma la forza che lo strangolava si dissolse. «Ti ho visto molte volte, nei miei sogni: sei come ti ho sempre immaginato.» Detto ciò, l’uomo sfiorò la sua maschera con l’indice ed essa svanì come un fumo nero. «Riconosci il mio viso?» Varad rimase immobile, esterrefatto. Lo stregone portava lunghi capelli ricci, aveva due orecchie a punta e dei lineamenti sinuosi del viso: in definitiva, era identico a lui, tranne per quegli occhi color ghiaccio e per quella cicatrice lungo la guancia. Varad non era più imprigionato dalla magia, ma non riusciva a muoversi per lo stupore. Sì, era vero, quell’uomo era del tutto uguale a lui, ma il suo volto era carico di disprezzo e di rancore. «Tu sei mio padre?» domandò infine, con un filo di voce. «No.» rispose l’uomo «Io sono Cairad di Naijad, figlio di Malagar di Naijad, il tuo unico fratello. Quando ottenni il potere, a Tholen, uccidendo il sovrano che da tempo governava quelle terre, decisi di allontanarti, perché potessi crescere nella felicità della pace, lontano da una guerra che io stesso ho creato. Quindici anni fa, sono partito da Naijad con il giuramento che sarei tornato a riprenderti, per poi convertirti nel mio servitore più fedele.» Quelle parole paralizzarono Varad dal dolore. Come poteva essere il fratello di un assassino? Come poteva assomigliargli tanto, essendo tuttavia così diverso da lui? «Ma ora dobbiamo andare. Menedron non è un luogo scuro per noi.» Poi, disse ai suoi cavalieri: «Uccidete la ragazza.» Uno di loro si avvicinò a Ivil, che era rimasta immobile fino ad allora e Varad ebbe il coraggio di rialzarsi. «No!» gridò lui, furiosamente. «Non toccatela.» Cairad guardò il fratello con un sorrisetto compiaciuto. Poi, scoppiò in una risata beffarda e costrinse a terra il ragazzo con un incantesimo. Il cavaliere sguainò la sua spada, e fu sul punto di attaccare la ragazza, quando nella mente di Varad affiorò il ricordo di arcane parole. Il ragazzo sciolse l’incantesimo che lo imprigionava e bisbigliò una formula magica. Così, il cavaliere venne pervaso da una fiamma smeraldina e morì gridando atrocemente. «Vedo che buon sangue non mente. La magia scorre nelle tue vene!» osservò Cairad. Nel frattempo, Varad corse verso l’amica e la rassicurò. Poi si chinò e raccolse la spada del cavaliere e camminò a passi lenti, verso il fratello. «Vuoi sfidarmi, giovane mago? Vuoi sfidare lo stregone più potente di tutta En?» domandò beffardo, la spada ormai tra le mani. Alcuni cavalieri si fecero avanti, ma Cairad li bloccò con un solo gesto. Varad si avventò contro Cairad con un urlò di ira, ma questi lo schivò facilmente. Poi raccolse tutte le sue forze e tentò un nuovo attacco, ma anche esso fallì miseramente. «Se questo è tutto ciò che sai fare, forse non sei mio fratello.» esclamò lo stregone. Questi, punto l’indice contro di lui e il giovane venne imprigionato da una miriade di fili d’erba. Allora, Varad, infuriato, gridò un incantesimo e l’erba cadde a terra, carbonizzato. Dunque, il ragazzo si lanciò in una sfrenata serie di attacchi, che Cairad riuscì a schivare con irritante facilità. Questi, infastidito, disarmò l’avversario con un colpo di spada, e Varad cadde in ginocchio. «Potevi avere il potere e la gloria eterna, invece hai scelto una misera morte, lenta e dolorosa.» Così dicendo, lo stregone levò la spada al cielo, ma, quando fu sul punto di sferrare il colpo finale, rimase paralizzato. Dietro di lui, ora, vi era Ivil, che lo aveva trafitto con il suo pugnale. «Non dovevi farlo, ragazzina!» sbottò Cairad, furibondo. L’uomo si volto, il pugnale conficcato nella schiena, ma Varad ebbe il tempo di rialzarsi e trafiggere ulteriormente il fratello. Questi, cadde in ginocchio e una goccia di sangue gli macchiò il mento. «Sono stato stolto.» disse Cairad, con un sorriso tra le labbra «Possano le anime dei nostri padri perdonarmi ed accogliermi nel loro regno.» Detto ciò, l’uomo cadde a terra e i cavalieri mutarono in pietra. Poi, Varad scivolò a terra e rimase in silenzio, ad osservare il cielo. «Mi hai salvato la vita.» disse lui, ancora scosso dal susseguirsi degli avvenimenti. «E tu hai salvato la mia.» rispose Ivil sorridendo allegramente. Con la morte di Cairad, il regno di Tholen cadde e la pace venne ristabilita. A volte, Varad ripensava alla sua avventura, ai piedi di Encolas, e si chiedeva come due ragazzi avessero potuto cambiare le sorti di un mondo. Poi, però, si distendeva nella morbida erba verde e scrutava il cielo e il movimento lento delle nuvole. Ivil, invece, diventò un’apprendista maga e visse il resto dei suoi giorni ad Encolas, a meditare sotto l’ombra di un albero. Anche lei, ogni tanto, ripensava a Varad e all’avventura che avevano vissuto, e si riteneva fortunata di aver avuto l’occasione di vendicare la morte dei suoi genitori. All’estate si alternò la primavera, alla primavera l’autunno. I mesi e gli anni trascorsero rapidi, come sempre è stato, tuttavia, a En, nessuno scordò mai il coraggio dei due giovani, che diventarono per ogni popolo i più grandi eroi della storia. Ci sono tante altre storie che raccontano di En, un mondo lontano pacifico, dove la guerra è rimasta fino ad oggi nei libri di storia, dove l’amore e la magia trovavano ancora dimora. Vi racconterei di popoli allegri e sempre pronti a festeggiare, dei Nani, degli Elfi e delle Ninfe. Tuttavia questa è un’altra storia...


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