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lavoro pubblicato martedì 8 maggio 2007
ultima lettura sabato 16 marzo 2019

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Passaggio ad Atlantide (2)

di angeltoda. Letto 1063 volte. Dallo scaffale Racconti

In questa seconda pubblicazione viene presentato l'altro protagonista della storia, Oscar Wilde (trasformazione americana di Valdi), l'antropologo che aiuterà Rosmary Duval a scoprire gli antichi misteri della razza umana. Wilde è italiano, ma si è trasferito da ragazzo in Texas insieme al padre, il professor Francesco Valdi, astrofisico della Johnson Space Center (Nasa).

Abu el hul

Passaggio ad Atlantide

di Angela Todaro

 

Capitolo I

Il padre del terrore (2)

 

 

 

I tre orango si stavano dondolando pigramente sui copertoni appesi agli alberi che sorgevano nell’area a loro destinata all’interno dell’Hermann Park Zoo. La più anziana fissava con particolare interesse Oscar, seduto al di là del recinto alla solita panchina. Il visetto peloso ogni tanto mutava impercettibilmente espressione, come se cercasse di leggere i pensieri dell’uomo che era seduto di fronte. Oscar adorava stare anche ore a guardare gli occhietti dolci e furbi che esploravano e studiavano il suo essere. Gli orango, e le scimmie in genere, sin da bambino erano gli animali che più gli piacevano. I loro tratti così vicini alla razza umana affascinavano la sua indole di antropologo, ma forse ancor di più lo intenerivano.

Oscar guardò le lancette del Rolex di acciaio che aveva al polso, il dottor Valdi era in ritardo di oltre un quarto d’ora, e non era mai successo prima. Dai tempi in cui Oscar aveva preso a frequentare la facoltà di Antropologia all’Università di Berkeley, tutte le volte che gli era possibile prendersi una pausa dallo studio, volava a Houston a trovare il padre. Il dottor Francesco Valdi era un astrofisico di fama internazionale, e trascorreva gran parte delle giornate a studiare i movimenti del cosmo al Johnson Space Center. Anche Oscar era completamente assorbito dagli studi di antropologia. L’evoluzione umana, in tutte le manifestazioni riusciva a fargli vivere la vita come una continua scoperta, un’avventura verso l’ignoto su cui formulare e dimostrare nuove teorie.

Padre e figlio si riservavano almeno una volta al mese una parentesi tutta loro. Un momento per incontrarsi e raccontarsi. Il luogo era sempre lo stesso, l’Hermann Park, davanti al fossato degli orango. Ormai erano trascorsi diversi anni da quando Oscar aveva terminato gli studi universitari, il Rolex che portava al polso era il regalo che il dottor Valdi gli aveva fatto per la laurea. Ora anche lui aveva raggiunto una certa fama, insegnava antropologia nella stessa università in cui aveva seguito gli studi, ma svolgeva anche ricerche per conto di altri centri universitari, come Boston. Era costantemente concentrato nella ricerca dell’origine del genere umano.

Nonostante il lungo percorso compiuto dal momento in cui si erano trasferiti dall’Italia in Texas, col passare degli anni nulla era cambiato nella sacralità del momento in cui padre e figlio si incontravano. Nello zoo di Houston, solo per loro due, il tempo si fermava. Si davano appuntamento in un giorno prestabilito, ad un orario preciso, davanti al recinto degli orango, e lì se ne stavano per un paio d’ore a chiacchierare, a scambiarsi emozioni ed idee sul rispettivo lavoro, a ridere. Ciascuno aveva tra le mani un sacchetto, uno portava le banane, l’altro le nocciole per "le signore", così avevano soprannominato i due esemplari di pongidi che fino a qualche anno prima avevano abitato il fossato. Erano due femmine.

Gilda era la più grande ed anche la più scontrosa. Oscar si divertiva a conquistarla con il cibo. Era morta cinque anni prima per complicazioni dovute all’età. Era stato come perdere una cara amica. Ma il dolore più grande l’aveva provato Anastasia, l’orango più giovane. Era caduta in depressione dopo che la compagna era deceduta. Per farle compagnia lo zoo aveva introdotto qualche tempo dopo nel recinto una coppia di orango, madre e figlio, trovati da una spedizione di studiosi nelle foreste del Borneo. Erano in cattive condizioni di salute, forse per questo il resto del gruppo di pongidi li aveva lasciati indietro. Gli studiosi li avevano salvati da morte certa. La femmina era di tre anni più anziana di Anastasia, e gli addetti ai lavori dello zoo l’avevano chiamata Beatrice. Il maschio aveva invece pressappoco la stessa età della padrona di casa, e ben presto per tutti era divenuto Ronald o Ronnie per i più assidui frequentatori dello zoo. L’esperimento era riuscito, e Anastasia con i nuovi compagni aveva ritrovato la vitalità di un tempo. Era la più chiassosa, ed era la prima a prendere l’iniziativa per trascinare gli altri due in qualche gioco inventato sul momento.

Quel giorno era intenta a dondolarsi accanto a Ronnie, ogni tanto gli tirava uno scappellotto dietro la testa, perché come al solito non aveva alcuna voglia di annoiarsi, e generava una certa irritazione del maschio, che infastidito le rivoltava in faccia le labbra, atteggiando il viso in un’assurda smorfia. Impegnati nel gioco i due orango non si erano affatto accorti della presenza di Oscar. Solo Beatrice aveva assistito all’arrivo dell’antropologo, ma la sua estrema timidezza le impediva di segnalare, se non con gli occhi, la presenza di Oscar agli altri due, che presi com’erano dal loro sfottò non si rendevano conto di nulla. Beatrice si comportava con Oscar come una languida innamorata. Attendeva la prima mossa di lui per rivolgergli concretamente le sue attenzioni.

Ma quella mattina l’antropologo non si era avvicinato ancora al recinto per tenderle un frutto. Oscar se ne stava seduto alla panchina con il sacchetto delle nocciole stretto tra le mani. Il ritardo di suo padre aveva superato i venti minuti, e questo cominciava seriamente a preoccuparlo. Oscar aprì il sacchetto con i frutti e si alzò in piedi. La manovra generò un fremito in Beatrice. Il pongide restò in quegli attimi in trepidante attesa che il braccio di Oscar si tendesse verso il recinto e lanciasse senza troppa violenza il dono che aveva portato per lei.

- Ei, dottor Wilde! Oscar Wilde, sono qui! - la voce di Francesco si diffuse all’improvviso nell’aria, mentre Oscar era ormai a pochi passi dal recinto.

Il viso dell’antropologo si illuminò, tutti i pensieri negativi che gli stavano attraversando la mente volarono via in un istante, e si voltò nella direzione da cui le parole del padre erano arrivate alle sue orecchie. Il dottor Valdi lo stava raggiungendo, ed aveva un sacchetto di carta tra le mani.

Il cambiamento di rotta di Oscar fece esplodere Beatrice, che mise da parte per un momento la timidezza ed iniziò a protestare caldamente con un susseguirsi di versi striduli, per attirare l’attenzione. Anastasia e Ronald, distolti dal gioco, decisero di darle immediatamente manforte.

- Cominciavo a temere che oggi mi dessi buca - disse Oscar abbracciando il padre.

- Non avrei perso quest’incontro per nulla al mondo, lo sai - poi Valdi fu distratto dal chiasso dei tre orango - Vedo che c’è più di qualcuno che protesta per questo ritardo! -

- Già, ci conviene consegnare immediatamente i nostri regali, prima che ci rompano i timpani - Oscar sorrise divertito mentre insieme al padre si avvicinava al recinto. Nocciole e banane piovvero sul terreno del fossato e i tre chiassosi inquilini si zittirono d’un colpo per gettarsi a capofitto sul bottino.

- Cominciavo ad aver timore che ti fosse successo qualcosa. Non è mai accaduto che arrivassi in ritardo ... - Oscar si sedette nuovamente sulla panchina su cui aveva atteso il padre.

- Dottor Wilde ... - Francesco esordiva così quando stava per parlare al figlio di qualcosa di importante. Wilde era il cognome d’arte che Oscar si portava dietro dai tempi dell’università, immediatamente dopo il trasferimento in America. I suoi compagni texani avevano trasformato Valdi in Wilde. E col tempo, il soprannome che lo faceva apparire l’omonimo del famoso scrittore irlandese aveva finito col piacergli, tanto da adottarlo stabilmente e da stamparlo a chiare lettere sui tomi delle ricerche condotte per conto dell’università. E poi c’era già un dottor Valdi in famiglia, suo padre, e per Oscar bastava.

- Dottor Wilde - ripetè l’astrofisico - ho fatto ritardo perché ho dovuto intrattenermi più del previsto al centro spaziale. E’ successo qualcosa di strano ed è stato necessario tenere sotto controllo i radar -

- Che succede? I marziani vengono a farci visita? - scherzò Oscar.

- Purtroppo no. Credo si tratti di meteoriti. Il cielo da qualche giorno presenta delle anomalie, ed oggi i radar per una ventina di secondi hanno segnalato la presenza di piccoli corpi in movimento. Poco dopo sono scomparsi -

- Esiste pericolo per il pianeta? - questa volta il tono di voce dell’antropologo era serio.

- Nessun pericolo. Se si tratta davvero di meteoriti, sono abbastanza lontani dall’orbita terrestre. Stiamo monitorando costantemente la situazione del cielo per dare una spiegazione alle segnalazioni dei radar. Ma dimmi di te. Come proseguono le tue ricerche invece? -

  • Le mie ricerche? Al momento sono impegnato su più fronti, ma nell’ultimo periodo mi sto concentrando su un convegno che terrò a breve a Washington. E’ un tema di quelli che stuzzicano la fantasia, gli Oopats, oggetti fuori tempo –

  • Interessante. Hai già trovato tutto il materiale che ti occorre? –

  • Quasi tutto. In realtà avevo già completato il mio piano di discussione, ma a Berkley fanno pressioni perché inserisca nell’elenco anche la Sfinge di Giza, ma gli studi a questo riguardo sono troppo controversi. Non posso inserirla al momento tra gli oggetti fuori tempo. Ecco perché vorrei trovare prima una strada che porti sino alla sua reale simbologia. Appurato questo potrei arrivare ai creatori e capire quindi a quale periodo possa davvero essere riferita. Ma temo che sia un lavoro troppo lungo, non riuscirò a portarlo a termine entro la data del convegno, nonostante tutte le insistenze del dipartimento di Antropologia - lo sguardo di Oscar era perso nel vuoto.

- So che ci sono diverse teorie sulla creazione e la simbologia dell’enigmatica signora - mentre pronunciava le parole Francesco cercava nella mente il ricordo preciso di quello che aveva letto qualche anno prima su una rivista.

- Ah bene, vedo che hai preso ad interessarti ai misteri della storia della razza umana ... credevo che la tua testa fosse rimasta tra le stelle - Oscar si divertiva spesso a prendere in giro il padre dipingendolo con le parole come uno svanito che stava sempre con la testa per aria a guardare il cielo.

- Come al solito mi prendi sul serio - il dottor Valdi sorrise nell’usare il tono ironico - Che vuoi, ad avere un antropologo in famiglia si prende il vizio di volare indietro con il pensiero all’origine delle cose. Veramente sulla Sfinge ho letto più di qualcosa perché è stata costruita seguendo un preciso disegno astrologico -

- Ha la forma della costellazione del Leone - intervenne Oscar - Con lo sguardo rivolto verso Est -

- Già! E se come alcuni sostengono è assai più antica di quanto comunemente si crede, secondo i calcoli il 10500 avanti Cristo il Sole sorgeva proprio nella costellazione del Leone, per cui durante l’equinozio di primavera di quell’anno la Sfinge in pratica vide sorgere se stessa dietro il Sole -

- All’improvviso scopro che mio padre è nella schiera degli assertori di un’origine assai remota del monumento egizio - l’espressione di Oscar era piacevolmente sorpresa - Dottor Valdi, tu sai sempre come stupirmi! E scommetto che sei anche convinto che la Sfinge sia opera dei superstiti di Atlantide -

- Beh, ammetterai che è un’ipotesi affascinante -

- Senza dubbio, ma non esistono prove -

- Qualcosa c’è, se proprio vogliamo essere pignoli. L’esame effettuato sulla Sfinge da Robert Schoch, dell’Università di Boston, ha confermato la teoria di John Anthony West, scrittore ed egittologo autodidatta. Il colosso di Giza ed i muri che lo circondano mostrano solchi provocati dall’erosione, profondi circa un metro. Un lavoro così non può averlo fatto certo il vento. Occorre l’acqua, la pioggia. E nel deserto l’ultima grande pioggia è caduta dopo l’ultima era glaciale, cominciata circa dodicimila anni fa –

- Ei, hai per caso deciso di soffiarmi il lavoro? – scherzò ancora una volta Oscar, ma le parole del padre avevano risvegliato la sfrenata fantasia con cui appena diciottenne aveva intrapreso gli studi di antropologia a Berkeley. A quel tempo era convinto che un giorno sarebbe stato in grado di rivelare al mondo almeno la metà dei misteri insoluti sull’origine della specie umana. Col passare degli anni, divenuto uno studioso ed un ricercatore di tutto rispetto, la fantasia aveva lasciato il posto all’empirismo.

Il tono della voce di Oscar divenne più serio – Conosco perfettamente tutti gli studi applicati sulla Sfinge. In quella ricerca è stato coinvolto anche il sismologo di Houston, Thomas Dobecki, che sulla base dell’erosione presente sulla roccia ha potuto calcolare quando fu scolpita. Risultato: la parte anteriore del monumento è più antica di circa 3000 anni rispetto alla parte posteriore –

- E questo non ti dice nulla? – lo stuzzicò Francesco.

- Può voler dire molto, ma può anche non voler dire nulla. Dimostra semplicemente che la Sfinge è stata realizzata in varie fasi –

- Esatto. Le pietre squadrate e scolpite per prime sono state esposte all’erosione della pioggia, le ultime a quelle del vento. Ma ti ricordo che l’ultima pioggia nel Sahara è caduta nel 10500 avanti Cristo –

- Questa data ritorna come un’ossessione. Lo so. Ma non si può basare alcuna teoria convincente solo sullo studio dell’erosione. Ci vogliono altri dati. Fatti. Non ci sono prove che dimostrino che dodicimila anni fa esistesse una civiltà umana in grado di realizzare una simile opera. Non abbiamo nulla … almeno per il momento – le ultime parole l’antropologo le mormorò quasi. Nella sua mente la fantasia di studente e la ragione di scienziato avessero d’un tratto intrapreso una dura lotta.

- E allora questo studio che stai seguendo sulla Sfinge di Giza dove intende approdare? Hai qualche strada sicura ed attendibile da seguire? –

- Lo credevo fino a dieci minuti fa … adesso non ne sono più così sicuro – Oscar corrucciò la fronte ed atteggiò il viso in una strana espressione.

- Smettila di farmi sentire un imbecille! Lo sai che non sopporto di essere continuamente il bersaglio della tua ironia – Francesco ammonì con affetto il figlio.

- Guarda che non sto scherzando, sono assolutamente serio. Le piste da seguire sono così tante che non appena ne imbocchi una che ti sembra la più probabile, ti compare nel bel mezzo della strada un’altra possibilità che possiede tutti gli elementi che sembrano condurre alla verità. E’ un percorso emozionante, ma irto di spine. Ed io non vorrei pungermi troppo. Anche se, tu mi conosci bene, le sfide sono l’essenza del mio lavoro, come del tuo del resto –

- Che gusto ci sarebbe se tutto fosse semplice? Se tutto fosse spiegabile senza difficoltà? – sorrise il dottor Valdi – Un antropologo ed un astrofisico non avrebbero ragione d’esistere altrimenti. Per telefono mi hai anticipato che questa sera prenderai un aereo diretto in Egitto –

- Sì, ho prenotato il primo volo in partenza per il Cairo. Devo incontrare un’archeologa, una certa Rosmary Duval. Ho contattato l’Egyptian Museum la settimana scorsa, e pare che al momento sia lei a seguire gli scavi sull’altipiano di Giza – Oscar si alzò dalla panchina e si stiracchiò un po’.

- Chissà, magari sarà in grado di darti qualche dritta – il dottor Valdi seguì l’esempio del figlio e si mise in piedi anche lui – A proposito di donne … - il tono di Francesco divenne malizioso – Alcune voci dicono che da qualche mese ti si vede in giro con una modella … -

- Come al solito riesci a seguire i miei movimenti a migliaia di chilometri di distanza –

- E allora?! Questa sarebbe una risposta? – Francesco restò in attesa.

- E allora che cosa? - Il dottor Wilde rispose con un’altra domanda.

- Non iniziare il solito giochetto – l’astrofisico sorrise – Sono io che ti ho fatto per primo una domanda, e non ho ancora ricevuto una risposta! –

- Cosa c’è da dire? Sono un uomo, è naturale che esca con delle donne – minimizzò Oscar – Anche se porto il nome di uno scrittore irlandese dichiaratamente gay -

- Va bene, ho capito – si arrese – E’ una delle tante. L’ultima volta che sei riuscito a tenere accanto la stessa donna per un anno intero avevi otto anni … ti eri invaghito della tua compagna di banco –

- Mai dire mai. E poi lo sai che sono impegnato con il mio lavoro. Quanto tempo della mia giornata potrei dedicare ad una donna? Poco, molto poco -

Gli orango avevano soddisfatto il palato e lo stomaco. Dei frutti portati da Oscar e Francesco non c’erano che sparuti resti sul terreno del recinto. Anastasia e Ronnie erano tornati ai loro giochi, mentre Beatrice si dondolava come una sciantosa sul copertone che penzolava dall’albero più grande.

- Che dici? Andiamo a mangiare qualcosa anche noi? – propose Oscar al dottor Valdi – Le nostre amiche hanno lo stomaco pieno, mentre il mio apparato digerente tra un po’ comincerà a brontolare per l’immensa voragine che ospita in questo momento –

- Va bene, va bene – il dottor Valdi parlò con tono rassegnato – Andiamo. Tanto con te è tutto fiato sprecato. Mi rassegnerò a non avere nemmeno un nipote –

Oscar lanciò con la mano un bacio volante a Beatrice che come al solito lo stava fissando languidamente – Ecco, vedi papà, quella è l’unica vera donna della mia vita – Oscar prese Valdi sottobraccio e si incamminarono sul viale sassoso che conduceva verso l’uscita dell’Hermann Park.

 

 

(prima pubblicazione 6/05/07)



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