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Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 21 marzo 2007
ultima lettura venerdì 18 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

The fallen (cap.5-10)

di miss Piggy. Letto 1307 volte. Dallo scaffale Pulp

con i personaggi di Japan Gothic, racconto pink-pulp diviso in tracce audio, ispirato da una compilation mp3.

Traccia 5 - Il ballo di san Vito - Era un bel casino di merda. Era uscito la mattina che era solo uno straniero a corto di soldi abbastanza grosso e bastardo da arrotondare facendo il picchiatore per conto del suo capo, e ora rincasava che era uno straniero a corto di soldi, sempre grosso e bastardo ma con l’aggiunta di un fucile e un ingaggio da una banda di teste di cazzo. Grazie a Dio non gli avevano cavato di bocca proprio tutto, avevano solo capito che aveva una certa dimestichezza con le armi, una fedina penale non proprio immacolata, una propensione a comportamenti vagamente sadici e qualche grana che l’aveva costretto all’espatrio, ma era abbastanza per loro, evidentemente. Il suo ego si sentiva in un certo senso sminuito, lui era uno di quelli che Jason definiva “aristocratici del crimine”, nel senso che lavorava da solo, su ingaggio, senza rendere conto a nessuno se non al cliente e solo per la durata del lavoro, guadagnava una barca di soldi esentasse e non doveva sciropparsi tutti i problemi che genera una banda o una famiglia, gente che litiga, favori non ricambiati, gerarchie da rispettare, offese lavate nel sangue e cose simili, che invece rendevano la vita dei criminali di mezza tacca un inferno. Però non era esattamente una cosa salutare andarsi a vantare con quei tre, aveva pensato, doveva continuare la commediola e cercare di sganciarsi. Magari non subito, disse una voce nella sua testa, giusto il tempo di alzare un po’ di grana, pensava, per prendere una macchina e qualche altra cosa di cui lui e Scilla potevano avere bisogno. Chi voleva prendere in giro; non erano i soldi il vero problema. Attraversò la porta di casa riflettendo ancora su tutte queste cose; non poteva credere di aver veramente accettato. “Ehi, sei a casa, finalmente” sembrava che ci fosse solo Jason. In cucina, intento a preparare del pane tostato. “Sì…dov’è Scilla?” “Dai vicini. Sta parlando con la signora che abita qui accanto, quella che ha quella bambinetta con i capelli rossi. Piuttosto, com’è andata la caccia? Preso niente?” disse masticando. Paul si sedette sul tavolo della cucina, poggiando in terra la valigetta con il fucile smontato e lasciandosi sfuggire un gemito. Nonostante i suoi reiterati tentativi di sabotarli ne avevano preso uno. Non aveva mai visto una essere umano spegnersi così, con tanta dignità, senza implorare, cagarsi addosso, sputare insulti e maledizioni. Neanche un cazzo di lamento. L’animaletto era rimasto lì a terra, i grossi e lucidi occhioni neri che perdevano gli umori e diventavano via via più opachi, il corto pelo soffice che perdeva la consistenza della vita per trasformarsi in una stopposa cosa morta. Aveva sempre pensato che per quelli che facevano del male agli animali avrebbe dovuto esserci un girone dell’inferno a parte. E lui aveva accettato di lavorare con loro. “Io no, ma gli altri hanno fatto centro. Forse avresti dovuto augurarmi buona caccia” “Come no, poi tua moglie…o cazzo, scusa, lapsus freudiano o come maledizione si dice! Ormai sono convinto che siete sposati. Insomma, mica volevi rincasare con qualcosa di morto in spalla?” e rise, immaginandosi la scena. Lo prendeva sempre in giro, per la sua fronte da neandertaliano, con una bestia morta in spalla sarebbe stato spassoso. “Non è quello il punto. Vedi, pare che augurare buona caccia porti sfortuna, e così uno non prende niente” disse, nel suo tono didascalico. “Non si finisce mai di imparare cazzate” commentò Jason “Già” chiuse laconico Paul “Piuttosto, ti sei fatto tutti questi chilometri per venirmi a cercare e da quando sei qui non abbiamo avuto ancora l’occasione di stare un po’ insieme” “Sì, ma…ti trovo piuttosto bene, mi sono scomodato perché pensavo ti trovarti tutto solo e sconsolato in qualche buco di merda a strafarti, ma vedo che te la passi bene. Sono dieci giorni che giravo tutti i quartieri malfamati di Brisbane alla tua ricerca, come potevo pensare che avevi preso dimora nel quartiere di Barbie? Ho avuto una spaventosa botta di culo a veder scendere la tua pellaccia lattiginosa dall’autobus, sul lungomare. Pensa che c’ero andato perché avevo sentito che giù alla spiaggia c’è un certo giro di roba, così pensavo…” “Grazie della fiducia” “Ehi, su, t’ho detto che ti pensavo solo ed infelice, preoccupato per tua mamma e Jocelyn, che ne sapevo che ti eri accasato così bene, e con un angioletto del genere? A proposito, ho visto che porta il tuo anello. Dev’essere stata una scenetta dannatamente romantica” gli disse con un sorrisone ammiccante. “Non m’entrava più, e così…” cercò di schermirsi e minimizzare, giocherellando con l’accendino. “Dai, non fare il duro con me, ti conosco” disse. “Come sta Jocelyn?” “Come vuoi che stia. Senza di te non è la stessa, lo sai. Non mi ha parlato per settimane, dà a me la colpa di quello che è successo. Non ha neanche tutti i torti” “Non ci pensare. Sono…contento di vederti, non puoi sapere quanto…non riesco neanche a dirti quanto…” disse Paul, quasi bisbigliando, facendo un immane sforzo per esprimere all’amico quanto gli volesse bene. Jason lo vedeva molto preoccupato. “Hai la faccia di uno che ha bisogno di sputare qualcosa, che t’è successo?” Paul alzò gli occhi, fissando l’amico, cercando di capire la sua disposizione d’animo, restando per qualche secondo senza dire nulla. “Secondo te faccio bene a rimettermi in affari?” “Cazzo. A Scilla verrà un colpo” Guardò in aria, passandosi una mano sulla testa rasata. Quella ragazzina aveva già abbastanza cose per la testa, secondo Jason, ora che era incinta, senza che ci si mettesse anche lui. “Lascia stare lei. Tu che dici?” “Che ti devo dire. Pensavo che dopo l’ultima volta avessi capito. Qui non siamo in Inghilterra, bello, non conti niente. Non hai una famiglia alle spalle. Se ti beccano ti fai qualche decina d’anni di galera e…” avrebbe voluto dire ‘e tuo figlio lo vedrai giusto prima che parta per il militare’ ma si interruppe appena in tempo. Paul però interpretò quel vuoto nel discorso in altro modo. Gliel’aveva sempre detto, che in galera non ci sarebbe più tornato, che se l’avessero beccato si sarebbe sparato in testa, piuttosto. Per la maggior parte della gente la parola prigione veniva associata ad un’idea di isolamento e solitudine. Per lui voleva dire convivenza forzata con centinaia di altre persone con cui non voleva avere niente a che fare. “Sì, ma se uno inizia una cosa con l’idea che andrà male…” cosa che lui faceva sempre, oltretutto. “Cosa che tu fai sempre, oltretutto, la persona più paranoica del mondo, come se non ti conoscessi. Pensa bene a quello che fai. Ne vale davvero la pena? Insomma, da edile non si guadagna male, anche se ti spacchi il culo. Hai una bella ragazza, una casa…” “Non è per i soldi, lo sai” “Lo so” la verità era che gli piaceva, che era una valvola di sfogo “In ogni caso ne dovresti parlare con lei, lo deve sapere, se ti ficchi nei guai”. “Glielo dirò, capirà. Lo faceva anche lei, sai?” ma lei non ci provava alcun piacere, era solo un lavoro come un altro. “Cosa confabulate voi due?” disse Scilla, entrando silenziosa in cucina con un sorriso e due buste della spesa in mano. I due ragazzi saltarono letteralmente sulle sedie e si alzarono subito per andargliele a prendere e aiutarla a sistemare. “Niente” “Si parlava dei vecchi tempi” risposero quasi all’unisono, con l’aria colpevole di due ragazzini sorpresi a leggere riviste porno. “Paul, ti devo dire una cosa…e ti devo chiedere scusa per ieri sera” “E di cosa? Un momento di scazzo capita a tutti. Tu che dovresti dire, allora, quando sono io a fare così? Ma…che mi dovevi dire?” Jason pensò che era venuto il momento e si allontanò alla chetichella, meglio lasciarli soli. “Ecco, so che non volevi ma…ho trovato un lavoretto, niente di che, guardo la bambina dei vicini, gli Abbott, sai. Solo qualche ora il pomeriggio, la prendo a scuola e le tengo compagnia finché non rincasa la madre, e al limite qualche sera, se i genitori vogliono andare a spasso. Non devo neanche uscire dall’isolato…” “È tutto ok, tesoro, mi dispiace di averti dato l’impressione di dovermi chiedere il permesso per ogni cosa. Solo, non volevo che ti sentissi obbligata a portare dei soldi a casa. Se vuoi fare la babysitter per me va bene!” le disse, sorridendo e accarezzandole i capelli. “E poi potrebbe…bè…essere un’esperienza utile…” disse lei. Paul la guardava cercando di capire che cosa avesse di strano. Sembrava più bella. Forse perché la vedeva sorridere dopo la serataccia precedente, in cui aveva temuto di averla persa. Sarebbe bastato davvero nulla, e adesso non sarebbero stati così, pensava. Sarebbe bastato che quella fatidica sera lui avesse deciso di non uscire, o che il tizio che lei stava aspettando nel locale, per pestarlo, fosse arrivato prima, e lui non l’avesse trovata. O che lei avesse deciso di andarsene a letto presto, invece di impiegare la serata a pedinarlo e raggiungerlo in albergo. Sarebbe bastato così poco. “Non so come hai fatto a scoprirlo, perché anch’io non lo sapevo fino a cinque giorni fa. Se sono un po’ strana è anche per quello. Sono giorni che non bevo caffé e mi sento sempre sul punto di cascare per terra dal sonno” “Eh?” Paul continuava a non capire. Jason, che aveva sentito tutto, dall’altra stanza, si affacciò con aria scocciata. “Maledizione, Paul, ci potresti anche arrivare! Un piccolo sforzo!” esclamò Jason, allargando le braccia. “Ma io…pensavo che…i tuoi amici hanno detto…” disse lei, perplessa. “Oh cazzo…” mormorò Paul, al quale finalmente era tutto chiaro. Quando si dice mettere molte verità in una bugia. Più di quelle che pensava “Non ci posso…ma come…” “Cos’è, ti deve fare un disegno, pezzo d’idiota?” gli disse, abbracciandolo, mentre lui era ancora immobile ed allibito. “Non vi volevo disturbare ma se era per te domattina stavate ancora qui! Paparino! Cazzo, non ci posso credere!” Poi gli sussurrò all’orecchio “Lo vedi? Ne vale davvero la pena?” facendolo tornare immediatamente in sé, con in mente il quadro ben preciso dei casini che lo aspettavano. Bel momento, aveva scelto, per rimettersi in affari. “Che bello, pensavo che avreste coccolato me invece di abbracciarvi tra di voi…che razza di tipi…” disse lei ironica “E tu, Paul, non ti offendere, ma ti conviene prepararti psicologicamente alle caterve di insulti che ti lancerò. Anzi, meglio che tu non ti faccia proprio vedere, in sala parto, potrei tirarti qualcosa!” “Figuriamoci! Dovrai mettere un plotone di marines, all’ingresso, per tenermi fuori!” le disse, prendendola in braccio, cercando di non far trasparire la sua preoccupazione. “E tu…bell’amico hai, amore. Lo sai che questo bruto stamattina, siccome mi ha visto che mi mettevo il busto, è arrivato come un matto e me lo ha strappato di dosso, lanciandolo fuori dalla finestra? Mi ha fatto prendere un colpo!” “Te lo ripago, bellezza!” rise Jason, che solo ora vedeva il lato comico della vicenda. Non capiva come una persona sana di mente potesse farsi deliberatamente del male costringendosi in uno strumento di tortura, soprattutto visto che era incinta. Ma lei non l’aveva fatto apposta, era un gesto quotidiano. Dio li fa e poi li accoppia, aveva pensato, autolesionisti del cavolo. “Come sarebbe a dire strappato di dosso?” disse Paul, guardando con aria comicamente gelosa l’amico. “E quindi…tu lo sapevi!” “No, non lo sapevo affatto, volevo sedurla mentre non c’eri! Dai, l’ho scoperto per caso. Vi va di andare a festeggiare? Ho scovato un posticino fantastico, qui vicino, con buona musica e birra decente. Vabbè che lo conoscerete, state qui da mesi” Paul e Scilla si scambiarono un’occhiata complice. In effetti non conoscevano nulla di quello che avevano attorno, non è che uscissero moltissimo, un po’ perché non lo ritenevano troppo prudente, un po’ perché non amavano particolarmente stare in mezzo agli altri. “Ok, ho capito, non mettete mai il becco fuori di casa. Vi stuferete, prima o poi, di farlo tutto il giorno, e che cavolo!” disse ridendo Jason “Non voglio sentire storie, stasera si esce! Andiamo” “Quindi ieri…facevi così perché avevi paura che ti facessi male” le disse lui, mentre si tenevano abbracciati, a letto, con il lenzuolo tirato sulle teste come una capanna, ad isolarli da tutto. Paul si ricordava sempre di quando lo faceva con Jocelyn, da bambini, nel lettone della nonna. Creavano questa specie di capanna e inventavano mille storie che la trasformavano di volta in volta in un igloo degli eschimesi, un tepee indiano, un rifugio alpino, il covo di un pirata. Mai un castello, in effetti, quello ce l’avevano. “Sì, scusami, è stata una cosa stupida” “Non è stupido. È bello. Vuol dire che vuoi proteggerlo. O proteggerla” lui lo sapeva, che anche se lei non l’avrebbe mai ammesso, anche perché probabilmente non se ne rendeva conto, aveva un forte istinto materno. Lo vedeva da come si era sempre comportata con lui, dal suo atteggiamento sempre così protettivo, nei suoi confronti, da come le piaceva prendersi cura di lui, di alleviare le sue preoccupazioni, di ascoltarlo quelle rare volte che le confidava le sue pene. Sarebbe stata una madre meravigliosa. Soprattutto perché, al contrario di lui, sembrava aver definitivamente voltato pagina. Con la fuga dal suo ambiente se n’era andata anche ogni traccia del comportamento criminale, a parte l’istinto che la faceva svegliare e sobbalzare al minimo rumore e che le faceva individuare un tipo sospetto a chilometri di distanza. E di tanto in tanto le usciva dalla bocca qualcosa di non propriamente oxfordiano. Ma in genere imprecava in giapponese o, quando era proprio al limite, in italiano, quindi non la capiva. La lingua in cui si impreca è la propria lingua madre. “Sì, ma…è stupido. Stavo lì, completamente immobile, aspettando solo che ti sbrigassi a finire. È stata una sensazione orribile” “Me lo dovevi dire” ora si vergognava un po’ di non aver capito e non essersi fermato. Animale del cazzo, si disse, vergogna dell’aristocrazia britannica. “Perché hai aspettato a dirmelo? Pensavi che non sarei stato felice?” le sussurrò, sfiorandole l’orecchio con le labbra. Paul fu trafitto da un pensiero angoscioso. Lei sapeva la sua storia. In effetti il mondo gliene sarebbe stato grato, se avesse fatto in modo che la sua stirpe si estinguesse insieme a lui, che il sangue di quel mostro fosse infine del tutto versato il giorno in cui lui fosse stato ammazzato. Dio ti prego, non un maschio. Non l’ennesimo clone. Non un altro me stesso in giro per il mondo, a fare danni. Ma Scilla non pensava assolutamente queste cose, il defunto sir Cedric McKellen, che si decomponeva compostamente nella cappella di famiglia, con il viso spappolato da pallottole di grosso calibro, sotto la pietra, da più di tredici anni, non era in cima alla lista dei suoi pensieri, al momento. “Pensi che…insomma…non ho mai visto i miei genitori così, come stiamo noi adesso” “Bè, sarebbe stato imbarazzante” rise lui “Dico sul serio. Cioè, i miei si sono sposati giovani, per amore, ma non li ho mai visti nemmeno darsi un bacio. Vorrà dire qualcosa” “Sì, che lo facevano quando non li vedevi” disse ridacchiando lui, appoggiandole una mano sulla pancia, come per coprire gli occhi del loro bambino, e baciandola sulle labbra. “Quanto sei scemo…” lo strinse forte, pensando che era la ragazza più fortunata della Terra. No, non l’avrebbe mai messo da parte. Ma Paul aveva anche altri pensieri. Non posso farla preoccupare proprio adesso. È incinta, dopotutto. Sarei un mostro a darle una preoccupazione simile in questo momento. Si, ma sarà incinta per i prossimi nove mesi. No, mi sto giustificando per ritardare il momento in cui dovrò farlo. E se mi accade qualcosa e lei non ne sa niente? Glielo devo dire. Mi ama, mi appoggerà, come sempre. “Tesoro…sai oggi, quando sono uscito…” la prese alla lontana. “Non ne voglio sapere nulla. Non voglio sapere se hai sparato a qualche bestiolina indifesa” “No, non l’ho fatto, ho fatto sempre finta di mancare il bersaglio” “Ti sarà costato molto” disse lei, accarezzandolo. Pensava alla sua mira incredibile e si disse che doveva essere stata una gran mortificazione, per il suo ego, povero piccolo. “E starnutivo quando sparavano gli altri” rise Paul. Non era il caso di dirle che c’era un wallaby in meno, sulla terra, e tre coglioni in più che se ne sarebbero vantati. “Sei un tesoro” “Senti…uno dei ragazzi, Cameron, mi ha offerto di…bè…lavorare con lui e i suoi amici” “Davvero? E che farai?” “Stanno mettendo su una piccola organizzazione, niente di che, ovviamente, non mi sembrano queste grandi menti criminali. Ma qui non c’è mafia, non ci sono famiglie che controllano la città, solo cani sciolti, quindi c’è una certa libertà d’azione, per chi ha un minimo di spirito d’iniziativa” “L’avevo notato, infatti” “Per ora controllano il giro delle scommesse” “Bene” “Non hai da dirmi altro?” disse, indispettito dal suo tono imperturbabile, mentre lui si era angosciato tanto al pensiero di doverglielo dire. “Chi devi ammazzare?” “Santo cielo…intendevo…non sei arrabbiata? Insomma, t’avevo promesso che avrei provato a cambiare vita, ma pare che…” “Ci hai provato, infatti. Che farai, lascerai il cantiere?” disse, molto serena. “Per il momento no, pensavo di lavorare per loro saltuariamente, solo se hanno qualcosa da farmi fare. Non voglio entrare nell’organizzazione, lo sai, odio far parte di qualcosa” “Lo so” Scilla pensò che lo aveva tenuto addomesticato anche troppo a lungo, era fatto così, una vita normale non era fatta per lui. Lo aveva visto, come stava fino a pochi giorni prima, stanco, svuotato. Non poteva star fermo. Una specie di tarantolato, o uno che avesse la malaria e al quale si ripresentassero le febbri ad intervalli regolari, agitandogli le notti e impedendogli di pensare a qualsiasi altra cosa al di fuori di quanto stesse male. Questo è il morbo che mi porto da trent’anni addosso, fermo non so stare in nessun posto… Già con l’arrivo di Jason si era sentito meglio, e Jason era praticamente la personificazione della sua vita passata. Le nocche si consumano, ecco, iniziano i tremori della taranta… “Anche Jason lavorerà con te?” “No. Non vuole combinare cazzate, credo che abbia intenzione di tornare a breve in Inghilterra. E poi…credo che voglia chiedere a mia sorella di sposarlo, è meglio se si da una ripulita. Soprattutto perché non potrò essere là a toglierlo dai guai” ma sarebbe stato vero anche il contrario. Non dobbiamo separarci mai. Se lavoravano insieme facevano solo danni, è vero, ma se ognuno faceva gli affari propri tenendo un occhio al compagno per controllare che non si mettesse nei pasticci era perfetto, funzionava benissimo. Quanto avrebbe voluto farlo restare. Jocelyn avrebbe potuto raggiungerli, al limite. No, era rischioso. Tutta quella gente legata a lui che improvvisamente si trasferiva in Australia mentre la fatwa pattuita prevedeva che se ne stesse in esilio in Giappone. Ora doveva preoccuparsi anche di Scilla e del bambino, non poteva mettersi a creare il suo mondo perfetto da sotto il lenzuolo immaginando la scena felice della sua famiglia riunita attorno a lui. “Che bello, così diventate anche parenti. Vi volete davvero bene, si vede” “So a cosa pensi, e la risposta è no. Chissà perché diamo quest’idea…a me non me ne frega niente, che la gente lo pensi, ma lui si incazza sempre” “Io non ho detto niente…” rise lei. Traccia 6 - Ava Adore- Altalena. Quant’era che non ci saliva. La trovò molto più piccola e molto più bassa di come la ricordava, il sedile toccava quasi terra, non riusciva a dondolare ed aveva paura che le si vedesse sotto la vaporosa gonna nera del completino da istitutrice inglese dell’ottocento, che si era confezionata per il suo nuovo lavoro. Meno male che non fa più tanto caldo e ho potuto mettere le sottogonne e i calzoncini, pensò. Le piaceva trattare con i bambini, e lei piaceva a loro, generalmente, almeno a quelli intelligenti, quelli che non amano essere trattati da idioti con ganascini, caramelle, vocine e cose simili. Era stata una bambina molto precoce e molto presuntuosa, che si riteneva, anche se spesso a ragione, più intelligente della maggior parte degli adulti che la circondavano; sapeva quindi che era qualcosa di estremamente offensivo trattarli da decerebrati. Julia Abbott inoltre era una bambina davvero deliziosa, era un piacere badare a lei. Sei anni, folti capelli rossi ondulati, occhioni verdi, svelte gambette a stecchino che sbucavano dalla gonnellina a righe. Un po’ magrolina, pensava Scilla, la cui idea di bellezza dei bambini derivava direttamente dalla prospettiva italiana post-bellica di sua nonna, ovvero talmente pieni di cibo da poter affrontare lunghi periodi di carestia o razionamento. I tempi sono cambiati, pensò, sentendosi improvvisamente una vecchia ciabatta, ora le mamme stanno attente alla linea delle loro bimbe già nella culla. Sennò come fanno a fare le sceme in televisione avverando i loro sogni e le loro aspirazioni frustrate di madri precocemente invecchiate? Chissà come dovrò comportarmi io, pensò. Un maschio sarebbe di certo meno impegnativo, da questo punto di vista, anche se da giorni riusciva a pensare solo a nomi femminili e l’aveva preso come un presagio. Julia ciondolava accanto a lei, mostrandole le sue evoluzioni sull’altalena con orgoglio e prendendola un po’ in giro perché lei non ci riusciva. Come faceva lei con sua madre, vedendola ciondolare immobile con le gambe unite tenendosi giù la gonna mentre lei, in piedi sul sedile, si slanciava sempre più in alto ridendo e facendo un sacco di baccano. “Non ti scalmanare troppo…dai” le disse sorridendo, ma un po’ triste. Non ci poteva credere, che fosse passato così tanto tempo. “Senti Shilly, tu ce li hai, i bambini?” chiese all’improvviso, come leggendo nei suoi pensieri. “Scilla, mi chiamo Scilla!” disse “Ma se preferisci chiamami così…no, non ce li ho ancora. Perchè me lo chiedi?” “Così. Perché guardi i bambini degli altri?” “Perché così imparo per quando li avrò, tu che dici” “E perché ti vesti così?” “Perché sono la tua ‘istitutrice’. Domani pomeriggio ti porto la cassetta di Mary Poppins, così la guardiamo insieme e capisci” “Ma…” “E tu? Fai tutte queste domande e non dici nulla di te, signorina? Ce l’hai un fidanzato?” sapeva quanto poteva essere antipatica, come domanda. “Mhhhh…ma no…” disse arrossendo, con un’espressione un po’ arrabbiata. Meno male, pensava Scilla, non una delle solite ninfette in erba che millantano avventure amorose fin dalle elementari. “E com’è il tuo, di fidanzato?” chiese a bruciapelo la bambina. Se l’era andata a cercare. “E’…come ti posso spiegare…te le leggono le fiabe, i tuoi genitori?” a lei le leggevano ancora, ma doveva ammettere che i tempi erano davvero cambiati, chissà, magari non si usava più. E poi gli Abbott erano una giovane coppia molto impegnata, entrambi in carriera, sempre di corsa. Era più probabile che la mettessero a letto con un audiolibro. “Si…quando ero piccola” affermò, leggermente offesa dal fatto che pensasse che ancora avesse bisogno delle fiabe, per dormire. “E’ un principe azzurro. Sai com’è un principe azzurro, no?” “Ha il cavallo bianco?” “A parte il cavallo, intendo. Anzi, no, diciamo che il cavallo non ce l’ha ma è bianco lui” Julia rise all’idea di un principe tutto bianco e senza cavallo, chiedendosi come potesse essere fatto. “E ti ha salvata da un castello?” le chiese, con gli occhioni sbarrati, in attesa di una storia che si preannunciava interessante. “In un certo senso sì” Scilla sorrise di nuovo, chiedendosi chi delle due era la bambina e ricordando che, dopotutto, era stata lei a salvarlo. Ma era meglio non disilludere troppo presto quella piccolina sul potere soteriologico dell’uomo, ogni tanto bisogna potersi cullare nella speranza di essere salvata, pensò. Poi sentì qualcosa di strano, una sensazione di freddo dietro la schiena, un senso di oppressione ed angoscia. Qualcosa di strano. Si sentiva osservata. Julia la guardava con la testa inclinata, aspettando il racconto che non arrivava. “Ehi…ho qualcosa in faccia? Guarda un po’” le disse, indicandosi le guance. “No, non mi pare…ma dimmi…” Tirò fuori il minuscolo specchietto foderato di velluto nero dalla tasca interna della sottogonna e fece per guardarsi. In realtà doveva controllarsi alle spalle. Un uomo. “Vieni, basta altalena. Sediamoci su quella panchina, al sole. Sto cominciando a sentire freddo” si alzò tranquillamente, conducendola per il braccio senza strattonarla e senza fretta ma con fermezza. Guardava inequivocabilmente loro due, alzandosi l’aveva visto con la coda dell’occhio cambiare posizione per seguirle con lo sguardo. Tirò quasi un sospiro di sollievo, mossa imprudente e poco professionale. Non era certo uno del loro ambiente, forse un semplice svitato. In ogni caso non è da prendere sottogamba, pensò. “Allora? Non mi vuoi raccontare?” “Non è una storia molto affascinante. Magari un'altra volta. Ecco, te lo faccio vedere, ho una foto sul telefono” l’unica che era riuscita a fargli. Era venuto molto bene, però. L’aria un po’ scocciata, appena sveglio, pallido pallido con una maglietta bianca, rendeva bene l’idea. L’aveva beccato un attimo prima che si coprisse la faccia con le mani, non appena l’aveva vista prendere in mano il cellulare con cattive intenzioni. “E ce ne sono altri, di questi principi?” traduzione: ho qualche possibilità di rimediare uno così anch’io, quando sarò grande, senza doverlo per forza portare via a te? Scilla rise, anche a lei gli uomini erano cominciati a piacere molto presto. Ma non riusciva ad essere del tutto tranquilla, con quella presenza sgradevole che le spiava. Doveva scoprirne di più. “Si, ce ne sono tanti, non ti preoccupare. Ah, eccone un altro, per esempio! Jason!” aveva visto Jason che passava davanti al parco giochi, passeggiando con aria svagata, le mani in tasca, gli occhiali scuri sulla testa rapata e la sigaretta in bocca. Lui la notò e si avvicinò, scavalcando la piccola siepe divisoria. “Ah, siete qui! Piccola, che stai inculcando nella testolina di questa bimba?” disse, buttando lontano la sigaretta senza spegnerla. “Le insegno ad aspettare e riconoscere il principe azzurro e a non accontentarsi del primo venuto. Educativo, no?” “Come no. Se tutte facessero così il mondo sarebbe finito. E noi poveracci lì a bussare alle vostre porte e ad implorarvi” disse, sedendosi accanto a loro sulla minuscola panchina a misura di bambino, che sembrò per un attimo sbilanciarsi e scaraventarli tutti in terra. “Io ti avevo incluso nella categoria, veramente, ma se non ti senti in grado...Julia, tu che dici? Lui ti sembra un principe azzurro?” “Bè…ecco…” balbettò, guardandosi i piedi, imbarazzata. “Dai, la metti in imbarazzo. Lascia stare, tesoruccio, non mi offendo” disse scompigliandole i capelli. “Julia, perché non vai a fare lo scivolo?” “Ma ho la gonna!” Protestò Julia. Scilla si ricordava sempre la sgradevolissima sensazione di fare lo scivolo con le gambe scoperte, con la pelle che faceva attrito con il metallo impedendole di scivolare agevolmente e creando dietro di lei una piccola coda di ragazzini sbuffanti in attesa del loro turno. “Allora vai a giocare nel quadrato di sabbia, solo un attimo. Devo parlare con Jason” “Va beeeeene!” disse rassegnata. “Che c’è?” “Avvicinati, non posso urlare. Fa’ finta di abbracciarmi, che ne so” Jason la guardò dubbioso, poi le cinse le spalle in modo poco convinto e si avvicinò con la testa. Grazie al cielo Paul era al lavoro, pensò, sennò sai che risate. “Va bene così? Mi vuoi dire che c’è?” “Non so. Forse sono paranoica. Ma in genere su queste cose non mi sbaglio. C’è un tale che ci osserva da un po’. Cioè, io penso…osserva la bambina. Non ti girare!” esclamò, vedendolo che accennava a voltarsi. “Cosa te lo fa pensare?” “Non lo so. Ha un’aria strana. I tizi di questo tipo li conosco bene” Era stata una bambina molto bella, socievole e chiacchierona, con i boccoli biondi alla Shirley Temple e le fossette sulle guance. E si era accorta abbastanza presto di essere oggetto di strane attenzioni da parte di alcuni adulti. Paradossalmente non in Giappone, dove secondo Paul una certa dose di pedofilia era quasi socialmente accettata e incoraggiata, ma in Italia, dove i genitori la portavano in estate. Aveva imparato ad avvertire quegli sguardi diversi dagli altri, quei complimenti che sembravano artificiosi, quei sorrisi un po’ sgradevoli da parte di uomini che non conosceva. Persone che, lei non capiva bene perché, ma non le sembravano del tutto sincere nei comportamenti, le lasciavano addosso un senso di fastidio e disagio, e un’inspiegabile voglia di piangere. Una questione di vibrazioni, pensava ora, avevo capito tutto, anche se non sapevo ancora spiegarlo. Non che le fosse mai accaduto nulla di spiacevole, alla fine. Ma poteva anche essere, magari se sua madre fosse stata solo un po’ meno ossessivamente presente come era sempre stata. Il bello era che, esattamente come aveva visto accadere a Tokio ormai grandicella, tutti sospettavano se non addirittura conoscevano per certo la situazione di quegli uomini, e nessuno diceva nulla, nessuno pensava neanche lontanamente ad isolarli socialmente, a dimostrare una seppur minima disapprovazione morale al loro comportamento e alle loro inclinazioni. Avrebbe tanto voluto rivederli, ora che aveva gli strumenti per fargliela pagare. Jason la guardò, fraintendendo le sue parole e pensando subito al peggio. Stavolta se la strinse al petto con maggiore convinzione, pensando che il mondo faceva più schifo di quanto non pensasse già. “Andiamo a casa, è meglio. Se non sei tranquilla resto io, con te e la piccola, finché non arrivano i genitori” sembrava che per lui fossero entrambe “piccola” allo stesso modo. Scilla pensò che probabilmente era l’appellativo che usava per tutto il genere femminile. “Non sono preoccupata, sono in grado di difendermi. Però…sì, andiamo a casa” “Poi com’è andata, ieri sera?” le chiese, quando furono arrivati a casa e la piccola Julia si fu immersa del tutto nelle gesta protonovecentesche della giovane Julie Andrews. “In che senso, scusa?” gli disse, cercando di non ridere e non arrossire. “Maledizione, non volevo sapere le vostre cose!” disse imbarazzatissimo, quando si rese conto di ciò che aveva detto “Intendevo, della notizia del bambino” “Ah, quello! È molto contento, come avevi detto tu. Non fa i salti di gioia solo perché si auto-colpevolizza dell’estremo tempismo che avuto per accettare l’offerta di quella banda di cretini” “Tipico. Fa sempre così. Non lo fa apposta, ovviamente, ma che io mi ricordi ogni volta che ai mondiali l’Inghilterra arrivava ad un punto importante lui aveva qualcuno da ammazzare il giorno stesso della partita decisiva” “Però penso che ci sia anche altro…non so. Ha borbottato qualcosa su suo padre, stanotte, mentre dormiva” “Sì, è ossessionato da quella storia. Bè, tutti lo sarebbero, se avessero vissuto una cosa del genere, immagino. Gliel’ho detto mille volte che lui con suo padre non ha nulla a che vedere, insomma, non è detto che uno debba per forza ereditare tutto dai genitori, no? Guarda me: mio padre è un onesto lavoratore, ha fatto il minatore per trent’anni ed ha saputo accontentarsi di una vita modesta. Ha preso un sacco di batoste, è stato licenziato, si è tirato su le maniche ed ha ricominciato da capo, ma nonostante tutto continua a condurre una vita semplice e irreprensibile. Neanche accetta i miei soldi, figurati, dice che non vuole denaro mal guadagnato” disse, con una punta di amarezza nella voce. “E…lo è? Mal guadagnato, intendo” “Paul che ti ha detto di me?” “Non molto, lo sai meglio di me com’è fatto. Ti occupi di boxe, no?” “Bè…ho fatto anche altro” “Non ti devi mica giustificare” disse lei, sorridendo. “Tornando al discorso di prima, Paul secondo me si angoscia troppo. Suo padre sarà stato quello che era, ma lui è un…” stava per dire bravo ragazzo, ma si interruppe. Non era esattamente la definizione più adatta, almeno che non lo intendesse al modo di Scorsese. Non per uno che aveva visto infierire su un uomo già morto con uno di quegli infernali aggeggi elettrificati. Non quella stessa persona che aveva ucciso a sangue freddo l’uomo con cui lavorava fino al giorno prima solo perché glielo avevano ordinato. Neanche quello che aveva scaraventato giù dalla finestra uno dei suoi coinquilini, per una banale lite per questioni di roba. Jason non si considerava uno stinco di santo, ma doveva ammettere che in Paul c’era una vena di cattiveria, anzi, non di cattiveria, di assoluta mancanza di empatia, che poteva essere anche peggio. E non sempre poteva riuscire a giustificarlo dicendosi che era strafatto, o che dopotutto ne aveva passate così tante, che era solo un ragazzo traumatizzato in cerca di una figura paterna o qualcosa di simile, anzi, quando era in quello stato di annichilimento era estremamente tranquillo e rilassato, quasi amabile. Le cazzate più grosse le aveva sempre fatte da lucido. Ma era un amico, il suo migliore amico, la prima persona alla quale avrebbe pensato in punto di morte. E sapeva che per lui era la stessa cosa. A ripensarci Paul sarebbe dovuta essere l’ultima persona alla quale si sarebbe dovuto affezionare, avrebbe dovuto odiarlo, uno così. Paul a questo proposito avrebbe sicuramente detto che era stata la prigione, a unirli così tanto, ma la verità era che il loro rapporto era iniziato prima, la prigione l’aveva solo reso più stretto, gli aveva dato quell’alone mistico da patto di sangue. L’aveva notato, in giro per la scuola, il classico rampollo dell’aristocrazia britannica, buttato in un angolo, da solo, a fumare con un libro sulle ginocchia, con l’aria sfatta da poeta maledetto, oziando e annegando la noia nelle droghe pesanti mentre lui già lavorava, sorbendosi giornalmente gli sfottò e le angherie di ricchi e annoiati ragazzini come lui, ai quali non pareva vero avere un dipendente della scuola quasi loro coetaneo da umiliare. Gli aveva dato l’idea di un intellettuale, anzi sembrava più giovane degli altri, e lui aveva pensato che poteva essere passato avanti di qualche classe, quindi anche un maledetto secchione. E invece un giorno se lo era trovato a picchiare sul sacco, quando era andato a chiudere le palestre, picchiava come un dannato, senza guantoni, ma ci sapeva fare. Jason se ne intendeva, avrebbe tanto voluto diventare un professionista. Qualche mese dopo il biondo ragazzone sarebbe diventato così magro e debole da non riuscire ad incassare un solo cazzotto restando in piedi. “Ehi, ragazzino, devo chiudere” nessuna risposta. “Dico a te” “Levati dalle palle” Non poteva sbatterlo fuori. Calma. L’avrebbe detto ai genitori e lui avrebbe perso il posto. Respirò profondamente e cercò di essere gentile. “Se fai così ti spacchi le mani e basta. Prendi dei guantoni, almeno” “Non mi servono” La solita testa di cazzo ribelle, in lotta con il mondo. Gli fece una gran rabbia. Gli bloccò il sacco, costringendolo a fermarsi. “Senti, pivello, troppo comodo scazzottare un sacco inerte. Torna domani, facciamo un incontro, così vediamo che sai fare” Paul lo guardò con un certo stupore e malcelato disprezzo, squadrandolo dalla testa ai piedi con un sorrisetto, le converse sdrucite, i jeans a buon mercato, la camicia di flanella a quadri da boscaiolo. Come per dire che non si abbassava a tanto. Una delle sue frasi celebri, qualche anno dopo, sarebbe stata ‘Quando uno è elegante, è elegante anche coperto di sangue’. Lord Brummel della mala, che tipo, il giovane sir McKellen. “Non mi interessano, gli incontri” “Ah, no? Ancora più comodo. Allora perché lo fai, per tenerti in forma, signorino?” domanda del cazzo. È chiaro che gli serve per sfogarsi, pensò. Chissà chi era, quel sacco. “Lasciami in pace” disse, appoggiandosi al sacco e rivolgendogli uno sguardo glaciale. Non era il classico bamboccio viziato che si atteggiava a ribelle, quel ragazzo aveva qualcosa di strano e doloroso, dentro. Smise di essere incazzato e gli si avvicinò. “Come fai ad imparare, se non ti confronti mai con qualcuno?” “Non mi serve imparare. E ora, lasciami da solo, per cortesia” “Bè…per difesa personale, ad esempio” anche se era piuttosto grosso, in effetti. “Grazie tante, ma i pugni non mi sembrano la più efficace delle armi” disse, sollevando un angolo della bocca in una specie di ghigno sardonico. “Fai male a pensarla così. I pugni sono l’unica cosa che non ti può togliere nessuno, l’ultima spiaggia quando sei nella merda più totale, quello che può fare la differenza tra la vita e la morte, bello, pensaci bene!” “Amen. Finita la predica?” “Sì, vai in pace, così posso finalmente chiudere questo cazzo di posto. Che fai allora, domani? Vieni? Ad occhio direi che siamo anche della stessa categoria di peso” “…Ok, ma senza pubblico. Vengo dopo che hai chiuso” “Fa’ come credi. Mi trovi qui” Guidava verso casa, sull’automobile che gli aveva procurato Cameron, il volante a sinistra cui non si era mai del tutto abituato, trovandosi spesso a cercare con la mano sbagliata la leva del cambio e sbattere invece contro lo sportello. Assicurazione a nome di chissà chi, patente falsa. Sperava quanto meno che la macchina non fosse rubata. Non era abituato a lavorare così, in questa maniera naif, senza un’organizzazione pianificata a tavolino, in ogni minimo dettaglio, per essere sicuri di cavarsela di fronte a qualsiasi imprevisto. Inoltre lo infastidivano i favori di Cameron, era troppo disponibile nei suoi confronti, non era del tutto convinto che fosse un bene essere troppo in debito con lui. E poi non amava particolarmente sentirsi legato a qualcuno, con le dovute eccezioni, naturalmente. Se solo Scilla gliel’avesse chiesto si sarebbe fatto marchiare a fuoco il suo nome in faccia, anche in ideogrammi, se preferiva. Ma lei non faceva testo, non riusciva neanche più a considerarla come qualcosa di distinto da se stesso. Osservazione molto romantica, pensò, ma con i necessari risvolti negativi. Se solo qualche mese prima l’avessero beccato, che so, all’uscita di un pub, e lo avessero ammazzato lasciandolo steso sull’asfalto in un lago di sangue, come aveva fatto lui tante volte, sarebbe stato solo leggermente seccato di non poter portare a termine l’incarico del giorno dopo, e al limite si sarebbe impensierito immaginando il dolore di sua madre e sua sorella, quando l’avessero saputo. E l’ultimo pensiero sarebbe sicuramente volato all’amico, al suo probabilissimo “Te l’avevo detto, deficiente”. Prima era molto più rilassato, quando era “in servizio”, perché non aveva alcuna paura di morire, questa era la verità. Gli sembrava la naturale conclusione della vita di un gangster, come amava definirsi. Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. Il problema non era la disorganizzazione della banda di Cameron, era cambiato lui. Si sentiva come se avesse aperto una filiale. Era sconvolto dall’idea di uscire, una mattina, e non rientrare più, dal pensiero di lei che lo aspettava inutilmente, lanciando di tanto in tanto uno sguardo all’orologio a parete, finché non le fosse stato chiaro che qualcosa era andato storto. Lei che usciva, alla fine, non sapendo neanche dove poterlo andare a cercare. Lei che magari non avrebbe avuto neanche il conforto di rivederlo su un tavolo d’obitorio per il riconoscimento, e di seppellirlo cristianamente. Di rado quelli come lui venivano ritrovati, l’avrebbero fatto a pezzi e fatto sparire chissà dove, conosceva bene il modus operandi, l’aveva fatto lui stesso mille volte. Il corpo umano si presta ad essere smembrato in sei parti. Rivide davanti a sé la sequenza degli arnesi che si usavano in quel caso, e ricordò improvvisamente di averli riposti nella cassapanca ai piedi del suo letto, a Manchester, in una borsa di pelle marrone. Ancora là a prendere polvere. Che avrebbe fatto? Se ne sarebbe tornata a Tokio, incinta, si sarebbe inventata qualche balla e avrebbe chiesto nuovamente asilo alla sua famiglia? Chissà. Probabilmente no. Doveva dire a Jason al più presto cosa avrebbe dovuto fare, nel caso. Doveva occuparsi di lei, riportarsela in Inghilterra, e lui e Jocelyn l’avrebbero aiutata col bambino. Si, avrebbe fatto così, era la cosa migliore. Avrebbe dovuto anche buttare giù due righe in cui specificava che tutto ciò che possedeva andava a lei: il castello di Inverness, la tenuta, le proprietà nello Yorkshire, l’appartamento di Manchester…problemi finanziari non ne avrebbero mai avuti, quantomeno. Manteneva un’andatura tranquilla, ci mancava solo di essere fermati dalla polizia, l’autoradio che suonava piano, in sottofondo. “You’ll be the lover in my bed and a gun to my head…we must never be apart…” Si illudeva che se avesse predisposto tutto, se anche in questo frangente non avesse lasciato nulla al caso, avrebbe potuto recuperare un po’ della tranquillità necessaria a svolgere il suo lavoro. Ma morire tranquillo era una magra consolazione per chi non voleva morire. Immaginava che l’ascesa di una nuova organizzazione abbisognasse di una certa dose di lavoro sporco, non si era affatto stupito che gli commissionassero un lavoro dopo soli cinque giorni che si era detto favorevole ad una eventuale, futura ed imprecisata collaborazione. Invece avevano già una lunga lista di gente da tenere sotto controllo, che al minimo sgarro sarebbero stati suoi “clienti”. In una città di meno di un milione di abitanti. E se fossero stati a Manhattan? E lui, proprio lui, si era trovato a tenere quella specie di lista di proscrizione in mano (non poteva credere che l’avessero davvero messa per iscritto!), a chiedere conto di ognuno, a cercare di convincerli dell’inutilità di togliere alcune di quelle vite, persone che mai avrebbero saputo quanto gli dovevano, anzi, era altamente probabile che prima o poi si sarebbe dovuto pentire di averli risparmiati, che se li sarebbe ritrovati davanti. Alla fine restavano comunque tre-quattro persone la cui fine era questione di accesa discussione tra i membri dell’organizzazione, e per il più indifendibile di questi era solo questione di un paio di giorni. Il tempo di rimediare un silenziatore, un giubbotto antiproiettile e di rimettere insieme un po’ d’attrezzatura. Fu riportato alla realtà da un rapido guizzo sulla strada, di fronte a lui, che aveva tagliato la carreggiata da sinistra a destra, velocissimo. Immaginando che si trattasse di un animaletto selvatico sterzò bruscamente, sbandando e finendo fuori strada. Rimase immobile per un attimo, respirando piano. Poi poggiò la testa sul volante. Che stava facendo? C’era cascato di nuovo. D’altronde, la vita che aveva fatto negli ultimi mesi l’avrebbe ricondotto per mano all’eroina prima della fine dell’anno, di questo ne era sicuro. Ne cominciava ad avvertire i sintomi: insonnia, irritabilità, tendenza sempre più forte al mutismo, impossibilità ad inghiottire qualsiasi cosa vagamente simile a cibo solido, desideri autolesionisti. O magari era tutta una scusa per giustificare il semplice fatto che era un criminale, che semplicemente non era abituato ad una vita in cui doveva realmente faticare, per ottenere qualcosa. “You’ll be the mother of my child and a child to my heart…we must never be apart…” Aveva resistito soltanto per lei. Gli procurava una gioia indescrivibile tornare a casa e trovarla lì, che lo aspettava, la sua parte buona. Adorabile ragazza, sei la bellezza nel mio mondo. Senza di te non ci sono motivi per vivere. Aveva cercato di essere una persona migliore solo per lei. Guardò il telefonino, appoggiato tra le gambe. Aveva davvero bisogno di sentire la sua voce, ma era quasi arrivato a casa, l’avrebbe solo fatta preoccupare inutilmente. Traccia 7 - Bohemian Rhapsody - “Jason, perché non arriva ancora? Aveva detto che alle cinque sarebbe rincasato!”, disse Scilla, dopo essersi tenuta per cinque-sei minuti, prima di esprimere le sue paranoie. Per mesi aveva taciuto e si era consumata interiormente, ma ora che aveva qualcuno con cui parlare non poteva fare a meno di esternare la propria ansia. “Sta’ tranquilla, sono solo pochi minuti di ritardo, vedrai che arriva presto” “Ma tu sai dov’è andato? Ti ha detto nulla?” disse, continuando a girare attorno al tavolo con lo strofinaccio con cui stava asciugando le posate. “Veramente no, ma oggi non doveva fare nulla di rischioso, non ti angosciare. E poi, il ragazzo è in gamba” “Lo so, è il migliore. Ma devi fartelo dire, dove và. Se…se gli succedesse qualcosa…” “Non pensare a queste cose, dai. Perché non esci in giardino con la piccola? Ti distrai un po’, finisco io qui in cucina” Quando Paul arrivò, la vide seduta per terra, sui gradini dell’ingresso, intenta a legare un mazzolino di fiori nei capelli rossi di una bimbetta. Mai sarebbe riuscito a creare nella sua mente un’immagine tanto rasserenante. Attraversò il vialetto con passi lenti e incerti, poi la bambina lo notò e alzò lo sguardo, indicandolo a Scilla; ridevano e bisbigliavano qualcosa, praticamente due bambine, non una sola. Sembravano così serene e spensierate che quasi gli dispiaceva, di essere arrivato e aver spezzato l’incanto. Scilla si alzò e gli andò incontro, stringendolo e cercando subito le sue labbra. Lui la baciò, sfiorandole delicatamente la lingua e godendo nel sentirla sciogliersi tra le sue braccia. Il mio tesssssoro. “Sei stata in pensiero?” le sussurrò, tenendola sempre stretta. “No…sono solo pochi minuti…” disse lei, guardando in terra, tutta rossa. Si sentiva sempre tutta scombussolata quando la baciava così, l’aveva avvolta in una specie di alone che aveva eliminato tutto ciò che li circondava. “Scusami. Ho guidato piano, sai, con il volante a sinistra ho sempre qualche problema” “Come, hai guidato?” “Si, Cameron mi ha rimediato una macchina” disse, indicando con poca convinzione l’automobile parcheggiata poco distante da casa. Lui, che aveva avuto una Porsche, ridotto ad una berlina di fabbricazione giapponese. Ma non era un appassionato di automobili, non se ne crucciava più di tanto. Non quanto per i vestiti, sicuramente. “Sai, il killer in autobus fa un po’ ridere” Julia si avvicinò, un po’ gelosa che il principe alla fine fosse arrivato e le avesse sottratto l’attenzione della sua amichetta. Paul le sorrise e si rannicchiò sulle ginocchia per essere alla sua altezza. “E chi è questa bellissima bambina?” le parlò con la stessa voce bassa ed affascinante che usava con Scilla, e lei si risentì un po’. Ma vide Jason che se la rideva, sulla porta, lo conosceva bene, gli veniva spontaneo, lui gli aveva sempre invidiato quel naturale ed inconsapevole carisma che lo portava a far sì che tutti si ricordassero di lui, che quando entravano in un locale le ragazze iniziassero a bisbigliare tra loro e a sgranare gli occhi neanche fosse entrato Sting, che i ragazzi più giovani ne parlassero come di un supereroe e gli anziani della banda lo avessero subito accolto come uno di loro. E tutto ciò mentre lui, in genere, non solo non aveva fatto nulla per provocare tutto quello scompiglio ma era stato seduto da qualche parte in silenzio a fumare, accigliato, sperando che nessuno gli andasse a rompere le scatole e chiedendosi che diavolo avessero tutti quanti da guardarlo. Aveva il dono, totalmente sprecato, di piacere a tutti. Era un vero peccato che lui invece odiasse il genere umano. “…io…” balbettò Julia, tirando per la gonna lunga Scilla. “Si chiama Julia, è la bambina di cui mi sto occupando” “Ciao Julia. Che bella acconciatura con i fiorellini!” La bimba sorrise, arrossendo, e Scilla pensò che c’era davvero differenza, tra un complimento innocente e quelli schifosi che aveva ricevuto da bambina, e non solo perché a farli in questo caso era un uomo che lei considerava bellissimo. C’era qualcosa nel tono della voce, non sapeva spiegare cosa. Dette da un’altra persona, le stesse parole sarebbero potute risuonare melliflue, viscide, fastidiose. “Che bella bambina” quante volte se l’era sentito dire, e in quanti toni diversi. “Ehi, scusate se mi impiccio, ma credo siano arrivati i genitori di Julia. Gliela riporto io, così voi…bè, insomma” disse Jason, vedendo un’altra automobile attraversare la loro via e andandosi a fermare due case più in là. “Ok, io e Scilla dobbiamo parlare” disse Paul, tirandosi in piedi con gli occhi fissi in quelli di Scilla, che si sentiva quasi imbarazzata per come la stava guardando. La prese per mano e la condusse in casa, sempre senza staccare lo sguardo da lei, che invece teneva gli occhi bassi, tutta rossa. La portò sul divano e si sedette accanto a lei, prendendole le mani. “Non vorrei deluderti, ma ti devo parlare davvero, non era una scusa” Scilla si sistemò mettendosi sulle sue ginocchia, di traverso, appoggiandogli la testa sul petto, con gli occhi chiusi. Sapeva che lui adorava tenerla così. “Ma allora eri in pensiero…” le disse, prendendola un po’ in giro. “Certo che ero in pensiero. Quando mai non lo sono?” “E’ di questo che volevo parlarti. Io…non lo so neanche…ecco…sei felice?” disse, scuotendo la testa, non trovando le parole adatte. “Sicuro che sono felice, che domande” “Della vita che facciamo, intendo. Preferiresti che lasciassi perdere, che smettessi di…bè…” “Se devi smettere solo per farmi stare tranquilla, no” “Ma io…non lo so, che voglio fare. La vita che abbiamo fatto fino a qualche tempo fa…a te andava bene, mi pare, e sembrava anche a me…però…non ti so spiegare. E non è per il lavoro duro, anzi, mi aiuta, non sai quanto. È impossibile pensare, quando si fatica, rimuginare su cose tristi. È…è…” Come l’eroina, ecco com’è. “Paul, non posso prenderla io, questa decisione” disse lei, prendendogli le mani a sua volta. “Tu ci sei riuscita. Perché io no?” disse, con un grosso sospiro “Mi faccio mille domande, non me le ero mai poste prima. Non sono più lo stesso, non riesco più a fare niente. Dovrei lasciare, ma l’alternativa mi spaventa ancora di più…che devo fare?” “Tu che vuoi fare?” “Non uscire mai più da questa stanza” disse, scoraggiato. “Non è che…tutte queste domande…ti stai creando dei problemi per me? Perché pensi che io disapprovi? Perché stiamo per avere un bambino?” “No, non è per quello, o almeno non direttamente. Io…non ho mai avuto paura di niente, in vita mia…” Scilla capì quello che voleva dire, anche se non uscì mai dalla sua bocca, e gli scostò i capelli dal viso per baciarlo. Aveva paura di non tornare più da lei. “Io…morirei, se ti accadesse qualcosa” gli disse. Forse non era la cosa adatta da dire, in quel momento, suonava un po’ come un ricatto. Ma era vero, solo a pensare di perderlo gli si erano riempiti gli occhi di lacrime. Gli accarezzò il petto, attraverso la camicia leggera, sembrava così solido, indistruttibile, e invece era fragile, come tutte le cose vive, che proprio perché tali tendono maledettamente a trasformarsi in cose morte. Gli sembrò di vederlo davvero per la prima volta. Epidermide, muscoli striati, cartilagini, ossa, e sangue caldo e palpitante che irrorava il tutto. Non era un principe idealizzato, era un uomo fatto di carne e sangue, e non lo aveva mai amato tanto come ora, che aveva realizzato che non era Achille e che le pallottole non gli sarebbero rimbalzate addosso. “Questo mette fine ad ogni discussione. Faccio quello che devo fare e poi lascio, dirò ai ragazzi…non so cosa gli dirò, qualcosa mi verrà in mente, non importa” “No, perdonami, non volevo dire così” “No, hai ragione. Tu non puoi vivere con l’idea che io finisca ammazzato da qualche parte, e io non posso vivere sapendo che tu vivi con quest’idea…io vorrei solo che tu stessi bene, nient’altro” “Io sto bene…dev’essere la gravidanza che mi rende piagnucolosa” disse, strofinandosi gli occhi per asciugarli prima che le lacrime venissero a giorno. “Ci proverò di nuovo. E poi…forse è questione di tempo e potremo tornare in Inghilterra, anzi, ti porterò in Scozia, ti ricordi, t’ho parlato del castello di mio nonno. Ti piacerà da matti, tu ami i romanzi gotici…già ti vedo, a curiosare tra quelle anticaglie polverose come un topolino curioso” Scilla non fu molto rassicurata da queste parole, le sembrò come se le stesse raccontando una favola, qualcosa di assolutamente irrealizzabile solo per farla stare tranquilla, sul tipo “domani andiamo alle giostre”. Jason entrò, scostando lentamente la porta per essere sicuro di non interrompere niente. Gli faceva piacere stare insieme a loro ma si rendeva conto che ogni tanto avevano bisogno della loro privacy. Era una sensazione strana; non era abituato a vedere il suo amico alle prese con le donne, nonostante avesse sempre avuto un innegabile ascendente su di esse. Ma probabilmente non se ne era mai accorto, impegnato com’era a compiangersi. Gli faceva molta tenerezza, così grande e grosso, sembrava un ragazzino alla prima cotta. Meglio così, magari aveva trovato la risoluzione a tutti i suoi problemi, era stato più facile del previsto, dopotutto. Ora che si era assicurato che tutto andava abbastanza bene e che Paul se la sarebbe cavata agevolmente da solo poteva tornare a casa a dare una sistemata alla sua, di vita. Quando era uscito di casa, Scilla l’aveva guardato in modo strano, senza dirgli nulla. Sarebbe mai più riuscito ad uscire di casa senza pensare che poteva essere l’ultima volta che la vedeva? Perché improvvisamente pensava così spesso a cose come questa? Paul non era per niente tranquillo, tanto per cambiare. Proprio perché era il più indifendibile della lista di proscrizione del console Cameron il censore, quello se l’aspettava, che si tramava qualcosa contro di lui, e s’era premunito con un paio di gorilla a seguirlo dappertutto, anche al cesso, maledizione. L’unica altra persona in grado di mettere i bastoni tra le ruote alla nascente macchina del crimine di Brisbane, abbastanza intrallazzato con polizia e sindacato da avere le spalle coperte, più di loro, sicuramente, che avevano dalla loro solo una necessaria dose di faccia tosta e arroganza da bulli di quartiere, pensava Paul. In strada, sotto il palazzo dove Gene Dawson viveva, il gomito appoggiato alla macchina, la sigaretta ancora spenta in bocca. La rassicurante sensazione del gonfiore della fondina sotto la giacca, la pistola appena presa. Niente volgari operazioni di cecchinaggio, stavolta, niente fucili di precisione, niente autocompiacimento per l’ottima mira. Cameron pretendeva la certezza assoluta che nessuno stronzo di medico avrebbe mai potuto riportare alla vita quel bastardo. Alzò lo sguardo, finestra del quarto piano, luci ancora accese. Sarebbe già dovuto scendere. Iniziava a preoccuparsi. Gettò la sigaretta spenta. Sono solo un povero ragazzo e nessuno mi ama. Neanche al suo primo lavoro era stato così nervoso e titubante. Paranoico, quello sì, passando in rassegna mille volte l’attrezzatura, controllando diecimila volte l’orologio. Ripassando mentalmente ogni dettaglio dell’azione, come prima di un esame. Non volevo farti piangere. Se non torno domani a quest’ora continua, continua come se non fosse successo niente. Gli sarebbe andato incontro, aspettandolo nel androne del palazzo. Sarebbe stato meglio in strada, però. Buio, non un’anima in giro. Nello spazio chiuso di un edificio qualcuno avrebbe potuto sentire. Al diavolo. Entrò nel portone, la pistola in pugno, i caricatori di riserva che gli sbattevano contro i fianchi ad ogni passo, attraverso il tessuto della tasca dell’impermeabile. Avrebbe voluto ammazzare solo lui, voleva evitare morti inutili. Non che fosse improvvisamente diventato un buon samaritano, lo infastidiva sempre dover fare una strage di guardie del corpo per mandare al creatore un unico bastardo. Magari c’entrava qualcosa il fatto che l’aveva fatta anche lui, la scorta. Rumore di passi al piano superiore, tre persone che scendevano le scale. Un altro secondo e avrebbero voltato l’angolo. Maledizione, avessero usato l’ascensore li avrebbe beccati all’apertura delle porte, anche se avrebbe dovuto ammazzarli tutti, pensava, mentre si appiattiva lungo il corrimano della scala dalla quale sarebbero comparsi, dopo un attimo. Ma tanto…nessuna possibilità di ripararsi dietro a nulla. Nessuna possibilità di sparare un colpo e rinfilare il portone di corsa senza essere crivellato di pallottole dai gorilla. Tre colpi in tre teste, unica possibilità. E fattore sorpresa. I due bestioni scendevano, un passo avanti a Dawson, il rumore dei loro passi sgraziati che riecheggiava nell’atrio vuoto e semibuio. Easy come easy go...will you let me go? L’hai fatto mille volte, che cazzo ti prende, pensava, trattenendo il respiro, cercando quasi di impedire al cuore di battere, per non far rumore. Sì, ma quante altre volte sei stato tu, quello che scendeva, un passo avanti al capo? Che percepiva la presenza di qualcuno, acquattato nell’ombra, che si credeva non visto? Ormai non faccio in tempo ad uscire, me la devo giocare. Creiamo un diversivo. -zip- colpo silenzioso che fende l’aria e la corda che sosteneva la fioca luce ambrata, il lampadario dell’ingresso. Sfracello di vetri, esplosione di piccoli frammenti trasparenti a metri di distanza, attimo di indecisione, i due arretrano, l’espressione confusa. Dilettanti, in questi casi si spara subito a qualsiasi cosa si muova, pensò in un millesimo di secondo, lanciandosi a sinistra, fronteggiando la scala buia. Due pistole avrebbero fatto tanto John Woo o Lara Croft ma sarebbero state utili. Due colpi, con un’unica pistola, era il massimo che potesse aspirare ad esplodere, prima della loro reazione, ne restava uno. Incrociamo le dita che almeno lui sia disarmato, o che non sia abbastanza veloce. Che cazzo di modo di lavorare, m’hanno contagiato. Altri due silenziosi –zip- nell’aria, il rumore dell’impatto con la pelle e le ossa e l’interno della faccia. Quando si colpisce alla testa, il silenziatore serve a poco, pensò. Si trovò a faccia a faccia con il suo uomo, che spiccava nella penombra, lungo e solo, privo dei suoi birilli laterali che si erano afflosciati in terra. Nessuna subitanea reazione di recuperare un’arma. Solo terrore. Ci aveva visto giusto. Put a gun against his head, pull my trigger and now it’s dead… Facile a dirsi, se non hai motivazione per farlo. Avrebbe dovuto farsi fare un corso accelerato da Scilla. Uccidere con il coltello, il sangue arterioso rosso chiaro che ti schizza addosso, in bocca, dentro gli occhi, che magari ti entra in circolo. Quello scuro e venoso che cola a terra, allargandosi in una pozza nerastra e appiccicosa. Sicario. Sicario è una parola che deriva da Sica, un tipo di coltello, dopotutto. Lei era un sicario. Lui era un…artigliere? Un tiratore scelto? Un killer? Mah. La tentazione di mettersi a fare Samuel Jackson, con la pistola puntata alla faccia di quel tale, di fare un discorsetto filosofico pre-sparo, magari sull’etimologia del termine Sicario di cui sopra, era forte, ma seppe trattenersi, doveva fare in fretta. L’ultima cosa che ci voleva era che qualcuno si affacciasse nell’atrio per vedere cos’erano quei rumori. Già aveva ammazzato abbastanza persone. E non erano ancora le sette di sera. “Da parte di Cameron Troy” si limitò ad osservare, prima di premere il grilletto, pensando che lui avrebbe voluto saperlo, nella stessa situazione, chi doveva ringraziare. Traccia 8 - Pennyroyal tea - Serata al night, necessario corollario di una vita nel crimine. Quello che meno poteva sopportare dell’essere un gangster. Mentre si vestiva pensava a tutte le volte che era stato costretto a presenziare ad una di queste serate; buio, lagnosa lounge music, gente volgare vestita a festa illudendosi di sembrare gran signori, vistose donne di malaffare neanche della miglior qualità frammiste a mogli altrettanto vistose che fingevano di non accorgersi delle attività dei mariti. Mio marito? Mio marito è nel ramo dell’edilizia. Nessuna possibilità di starsene in pace per proprio conto senza essere seccato da qualcuno, senza essere trascinato in qualche stupida ed inutile conversazione. “I’m on…my time…with everyone…” E altissima probabilità di essere coinvolto in qualcosa di spiacevole; certo, era quasi inevitabile, se si riunivano in una sala tanti “bravi ragazzi”, che a qualcuno girasse male. Aveva visto litigi furibondi scoppiare per i motivi più futili ed arrivare in modo del tutto inaspettato alle conclusioni più drammatiche. Uno sguardo alla donna sbagliata. Una battuta di spirito fraintesa. Un saluto non ricambiato. Una bottiglia di champagne offerta e non accettata. Divergenze musicali, politiche, calcistiche. E una volta arrivati agli insulti per quel tipo di uomini era difficile tirarsi indietro e non passare alle vie di fatto. E, se lui era presente, nonostante se ne stesse generalmente appartato nel suo angoletto, con bicchiere, sigaretta ed espressione accigliata d’ordinanza, era abbastanza normale che i suoi si aspettassero la sua partecipazione all’evento, che giustificasse la sua presenza sul libro paga come killer. Questo, generalmente, voleva dire concorrere in un omicidio sotto gli occhi di molta gente, e a lui non piaceva mettersi in situazioni come queste e trovarsi, magari dieci anni dopo, con qualcuno che improvvisamente ricordava di averlo visto infilare un coltello nella pancia a Tizio, o tenere fermo Caio mentre Sempronio gli tagliava le dita della mano sinistra. Come vedeva che la situazione cominciava a precipitare vuotava d’un colpo il suo bicchiere, si spalmava sul tavolino coprendosi la testa con le mani per un attimo e poi si tirava su con l’aria più scocciata che riusciva ad assumere. “I have…very…bad posture…” Si facevano uscire le donne, si chiudeva momentaneamente il locale, i dipendenti si spostavano nel retro con la medesima faccia di Paul, che affermava silenziosamente “Ancora? E basta!”, assuefatti anche loro a scene come quella. La musica s’interrompeva, e quella poteva anche essere una cosa positiva. Vestito rovinato, scarpe sporche di sangue e qualcosa da far sparire, metallo o carne. Dopo un paio di anni aveva semplicemente smesso di andarci, erano davvero molto gentili ad invitarlo ma no, aveva da fare. Sapeva che non era molto ben visto l’essere asociale, in un ambiente come quello, poteva essere interpretato come qualcuno che avesse qualcosa da nascondere, ma si era davvero rotto le palle di quelle situazioni, meglio passare delle tranquille e solitarie serate casalinghe. Sedendo e bevendo tè Pennyroyal. Si chiedeva se era il caso, di portare anche lei. Anche se serate come quelle nascevano allo scopo precipuo di impressionare favorevolmente mogli e amanti con esibizioni di lusso, potere, rispetto (degli altri) e dimostrazioni di dubbio machismo. Lui doveva andarci per forza, Cameron non voleva sentire storie, erano anni che voleva acquistare un locale e ora che l’aveva fatto voleva tutti i suoi attorno, per pavoneggiarsi come un grande capo nel suo nuovo quartier generale. “Mi odierò per avertelo detto, perché mi risuona come una cosa già sentita più volte, detta da mia nonna a mio nonno, ma…sono chiusa in casa da settimane, voglio uscire!” esclamò, battendo i piedi da bimba viziata quale era. “Ma se odi uscire di sera” rispose lui, al quale sotto sotto non dispiaceva l’idea di un po’ di supporto morale da parte sua, quella sera, dopo la dura giornata che aveva passato. “Infatti, giusto per fare qualcosa di diverso. E poi…non ho nessuna intenzione di mandarti da solo… così!” gli disse ridendo, squadrandolo dalla testa ai piedi. Se non altro aveva l’occasione di vestirsi decentemente, dopo tanto tempo. Completo italiano fatto su misura, scarpe di pelle nera, camicia nuova, cravatta di seta, ora poteva anche uscire, si cominciava a ragionare. “Figurati, non farò in tempo a voltare l’angolo che tutte le donne del quartiere mi salteranno addosso. Dai, se vieni sbrigati” Lei si stava truccando, ancora in sottana e pantofole, con gli straccetti nei capelli come in un’illustrazione anni ’50. I suoi presunti amici l’avevano già vista, ma non era del tutto tranquillo a portarsela dietro, era davvero carina, non le avrebbe mai tolto gli occhi di dosso. “Il rossetto no, ti prego” “Che palle! Ma chi sei, il mio make-up artist?” rise lei, restando con lo stick a mezz’aria. “Sei deliziosa con il rossetto, ma finisco sempre per ritrovarmelo tutto in faccia” Lei lo guardava, tutto elegante, come quando l’aveva conosciuto. Era dimagrito, nell’ultimo periodo, stava riacquistando il suo slanciato aspetto aristocratico, non mangiava più molto, diceva sempre che aveva lo stomaco chiuso. Iniziò a togliersi gli straccetti, sistemandosi i boccoli con le mani davanti allo specchio, con lui dietro che cercava di guardarsi attraverso quella massa di capelli biondi per aggiustarsi il nodo della cravatta. “Mi piace, questa cosa carina che ci facciamo belli insieme, prima di uscire” disse, passandosi il tappo del profumo sui polsi e dietro le orecchie, mentre lui si era fissato per un attimo, bevendosi quei gesti assolutamente femminili. “Già” disse, quando si fu ripreso “Non vorrei fartelo notare ma ti sei vestita senza cacciarmi dalla stanza. Come lo devo interpretare?” le disse, sorridendo ironico. Paul non l’aveva praticamente mai vista vestita da “adulta”, senza i suoi codini e tutte le sue scemenze da damina ottocentesca, corsetti, giarrettiere, sottogonne, mary-janes da bambina. Era adorabile, ma così era tutta un’altra cosa. Si guardava allo specchio, poco convinta, l’abito da sera di taffettà azzurro che le fasciava i fianchi pieni e la vita sottile, mettendola un po’ a disagio. ‘Dobbiamo proprio uscire?’ pensava lui. Eh, si, maledizione. Devo approfittare dell’occasione di convivialità per annunciare che mi chiamo fuori. “Aspettami un secondo, devo parlare con Jason, prima che usciamo” “Lui non viene con noi?” “No. Non gli piacciono queste cose. Jason, scusa, vieni un attimo” disse, chiamandolo. Anche Jason restò piuttosto colpito dalla mise di Scilla, restando un attimo interdetto mentre lei si imbarazzava ancora di più e cercava di coprirsi con la stola, guardando in terra. Jason e Paul si scambiarono una rapida successione di sguardi senza parlare, in uno dei loro discorsi al limite della telepatia. Questo era quello che si dissero: “Accidenti! Oh, scusa amico, non volevo mancare di rispetto” “Figurati. Temo che tutti gli uomini che incroceremo stasera avranno la stessa reazione” “E tu la fai uscire così?” “Che devo fare? Ormai le ho detto che la portavo! E quando ho visto il vestito sulla stampella tutto potevo pensare tranne che facesse quest’effetto, su di lei” “Gliel’hai comprato tu????” “Non mi ci far pensare” “Mi fate davvero incazzare quando fate così! Ditela, qualche parola, ogni tanto! Non li capisco i vostri sguardi!” disse lei, ad un certo punto. “Amore, intanto sali in macchina, arrivo subito” “Che è successo?” chiese infine Jason. “Ho visto il biglietto. Quindi tra una settimana torni a casa” “Sì, qui è tutto sotto controllo, è tempo che ritorni” “Perché non resti ancora un po’? Non potremo vederci per molto tempo, dopo che te ne sarai andato, non potrai tornare. Sarebbe troppo rischioso” “Lo sai…mi preoccupo per te, ma Jocelyn…tu non ci sei, se non torno neanche io…è una situazione difficile, non sta bene, non posso lasciarla da sola” “Resta. Ti prego” “E dai, lo sai che non dipende da me…” “Non mi dire che devi tornare per i tuoi affari, per cortesia!” “E certo! I miei affari! Gli affari di un delinquente da quattro soldi, cosa contano di fronte alla brillante carriera di Lord McKellen? Io posso sempre lasciare quello che sto facendo per correre da te, naturalmente. Mai successo il contrario, però!” sbottò lui. Non era invidioso, non era mai stato invidioso di lui. Era solo disperatamente combattuto, e non trovava modo migliore di reagire che incazzarsi con lui, che non gli rendeva facile la scelta. “Perdonami, non volevo dire questo. Io…io ho sempre pensato che contavamo l’uno per l’altro molto più dei nostri affari. Senza di te non sarei qui, non avrei neanche conosciuto Scilla, sarei morto di overdose in qualche squallido posto…” non era da lui. Jason si sentì molto intenerito. Aveva capito da tempo, ormai, che nonostante fosse maggiore di lui di soli tre anni, lo vedeva come una specie di padre, l’unica persona su cui potesse contare. L’unico a cui poter raccontare determinate cose. L’unico che non l’avrebbe mai giudicato, qualunque cazzata avesse fatto. Che si sarebbe seduto con lui dicendo “Ok, vediamo come ne possiamo uscire” senza scomodare Dio, l’inferno, il peccato e compagnia bella. “Paul…scusa, non volevo. Resterei molto volentieri, ma…” “Ok, ne parliamo dopo, quando torno” disse infine, scuotendo la testa e uscendo. Il locale era meglio di come aveva pensato, doveva essere un posto aperto da poco, tirato a lucido. Tutto, in Australia, gli sembrava avere un aspetto nuovo. Gli mancavano quei fumosi club, arredamento in legno scuro, pesanti tappezzerie impregnate da secoli di esalazioni alcoliche. Insegne che riportavano cose come “Aperto fin dal 1340” o “Qui Oliver Cromwell si fermò a bere una pinta etc.”. Un paese giovanissimo, creato dai galeotti dell’impero britannico, come voleva il luogo comune, una sorta di enorme galera a cielo aperto. Il posto adatto a lui, in fondo, pensava. Il problema era la gente, come sempre. Gli vennero incontro i ragazzi della banda, in testa Shane, i capelli cortissimi e stopposi, aveva avuto il buon gusto di tagliarsi quei vermoni da giamaicano ossigenato. Purtroppo anche il migliore dei vestiti nulla poteva fare per evitare che sembrasse un muratore con un bel vestito, probabilmente anche su misura, altrimenti quel collo mostruoso non ci sarebbe mai entrato. Così come la maggior parte degli altri, del resto. Solo Cameron sembrava a suo agio, completo nero e camicia bianca, ultimo bottone aperto, senza cravatta, capelli neri tirati indietro a scoprire la fronte color cacao su cui spiccavano folte sopracciglia scure. Un po’ mafioso portoricano, a giudizio di Paul, ma almeno aveva un suo stile. E poi aveva sempre invidiato le persone provviste di sopracciglia, trovava che dessero un aspetto più serio e rispettabile, ad un viso maschile. Avanzò verso di lui, tenendosi strettamente al fianco Scilla, tanto per mettere le cose in chiaro, come aveva sempre visto fare ai malavitosi italiani; le altre ragazze in sala non erano controllate a vista, ovviamente non erano fidanzate né tantomeno mogli dei presenti. Lei le guardava una ad una, mentre Cameron li accompagnava attraverso la sala in penombra a raggiungere i tavolini predisposti per loro, vicino alla zona-musica, in prima fila. Nero e strass, brillantini sui capelli, sulle scarpe, glitter sulla pelle cotta e tirata da bagnine, profonde scollature pneumatiche, chilometriche o tozze gambe senza calze, impraticabili tacchi che sfidavano ogni legge di gravità. Niente in loro era lasciato al caso, dannazione; Scilla notava addirittura lunghe e innaturali unghie spessissime ed adunche. Le avessi io, Paul non avrebbe più un centimetro di pelle integra, sulla schiena, pensò. Si sarebbe rigirata e sarebbe andata via, se lui non l’avesse tenuta così stretta, cingendola per la vita. “Sono troppo elegante. Avrei dovuto mettere qualcos’altro” gli bisbigliò, cercando di nascondersi dietro di lui. “Non dire sciocchezze. Sei una fata, queste sono delle troie, non ti puoi neanche mettere a paragone” Scilla pensò che il suo lavoro principale, a Tokio, era stato quello di proteggere le ragazze che si prostituivano, e avrebbe dovuto saperne qualcosa. Ma nessuna delle ragazze che conosceva si sarebbe mai vestita così. In un modo tanto aggressivo. Anche un po’ degradante, pensò. Contenitori di visceri glitterati. Si sedettero, dopo un rapido giro di presentazioni durante il quale lo sguardo di alcuni aveva indugiato un po’ troppo su di lei, facendolo innervosire. Accavallò le gambe agitandone una nervosamente, sotto il tavolino, finché lei non gliela bloccò, poggiandoci una mano sopra e accarezzandolo, per calmarlo, come fosse un cavallo imbizzarrito. Lo guardò con aria furbetta, armeggiando con la piccola borsa, quando le luci si spensero del tutto per concentrare l’attenzione sullo spettacolo musicale; un luccichio di carta argentata di chewingum, il solito specchietto, lo swarowsky sfaccettato appeso al cellulare e il display illuminato del lettore mp3. Lei gli porse con circospezione uno degli auricolari, accostandosi a lui con la testa. Nirvana, unplugged in NY…fantastico, pensò. Se aveva ancora bisogno di conferme sul fatto che era la sua anima gemella, era questa. Le passò una mano sopra le spalle, ora più bendisposto verso il mondo. Due ragazzi in un locale buio, abbracciati, che ascoltavano una musica diversa da tutti quelli che li circondavano. Gli venne l’illuminazione. Chissà da quanto tempo glielo stava preparando, l’indovinello. “Dimmi il film…” gli sussurrò, ma a lui veniva troppo da ridere. Come avrebbe fatto senza di lei. “Give me…a Leonard…Cohen afterworld…so I…can sigh…eternally…” le canticchiò, nell’orecchio libero dall’auricolare. Ma improvvisamente la vide un po’ irrigidita, si guardava intorno con una certa apprensione. “Paul…sai chi è quell’uomo? Non è per caso uno dei vostri?” disse, accennando con la testa ad un ometto sgradevole, semicalvo e dal grosso naso lucido, che stava in piedi, al bancone, a parlare con il nero Jake, illuminati di sbieco da una luce rossa che disegnava i loro lineamenti, come nel famoso ritratto di Che Guevara. “Non lo conosco. Perché me lo chiedi?” “L’ho già visto…al parco, qualche giorno fa” “Ti ha dato fastidio?” disse, tornando immediatamente serio. “Non è quello…puoi chiedere ai tuoi chi è, per favore?” “Che stai macchinando?” le chiese, riconoscendo l’espressione, anche se non gliela vedeva da mesi. “Diciamo che non è il tipo che vorrei vedere andarsene liberamente a spasso tra le giostre dei bambini, ecco tutto” “Me ne occupo io. Resta qua” disse, capendo al volo la situazione e scattando in piedi prima che lei potesse dire qualcosa per fermarlo. Arrivò al bancone, facendo lo slalom tra tavolini e camerieri, che il brutto tipo si era già allontanato per tornare a sedersi, da solo. Ma aveva notato che aveva passato qualcosa sottobanco all’aborigeno. “Chi era quello?” “Oh, niente, amico. Un piccolo commercio. Cameron è al corrente” “Non t’ho chiesto se Cameron è al corrente. T’ho chiesto chi era” “Non ti scaldare. È un nostro fornitore. È un campo proficuo, si fanno ottimi affari” “Fornitore di che?” “Bè, filmini, cose così. Dai, le sai, queste cose” Lo guardò pieno di disgusto, accorgendosi improvvisamente della presenza della fondina, sotto la giacca, e provando una gran voglia di tirare fuori la pistola, nuova di zecca. Non seppe mai cosa lo trattenne, ma si limitò a prenderlo per il bavero e sbatterlo contro il bancone, facendo precipitare in mille pezzi bottiglie e bicchieri con fragore, mentre quello lo guardava allibito. La musica si ferma, i capi si alzano in piedi minacciosi, le donne glitterate e spaventate cominciano a gridare, il personale dopo un attimo di indecisione inizia ad uscire. Solita scena, solo vista da una prospettiva diversa, in soggettiva. “Che cazzo fai? Ti ha dato di volta il cervello?” urlò Cameron, strattonandolo per impedirgli di spaccargli la faccia. “Che cazzo fate voi! Vi siete immischiati in questo schifoso traffico…” disse lui, gelido ma non per questo meno furioso. “Che cazzo ci vieni a fare, la predica? Non ne hai alcun diritto, non vuoi far parte della banda, quindi starai zitto e farai quello che ti dico io!” Cameron era piuttosto incazzato con lui per vari motivi. Perché aveva rifiutato la sua generosa offerta di diventare il suo braccio destro. Perché si ostinava a non voler mai partecipare alle loro operazioni e a fare l’asociale. Perché, con la scusa del bambino in arrivo, gli aveva appena detto che non avrebbe accettato incarichi per un po’, e lui aveva in mente un sacco di gente, per cui aveva bisogno dei suoi servigi, e nessuno altrettanto bravo cui affidarli. E soprattutto perché, quando era entrato nel locale, era stato chiaro chi dei due era il più autorevole. La maggior parte delle persone non del tutto addentro alla banda credeva che il boss fosse lui, non Cameron, e si erano affollate attorno a lui per salutarlo e presentarsi. Ma Paul si era allontanato senza una parola, al braccio della sua donna, indicando distrattamente lui, alle sue spalle, come quello cui si dovevano rivolgere. “E ho fatto bene, a non entrarci. Mi fate solo schifo” L’ometto capì infine che c’entrava anche lui, nella discussione, e si avvicinò con passo incerto. “Voglio quell’uomo fuori di qui” sibilò a Cameron. Nel suo vecchio giro non ci sarebbe stato neanche bisogno di parlare, gli uomini della sua famiglia si sarebbero lanciati su quel tale al primo cenno, da parte di un affiliato. Ma questi avevano bisogno che le cose gli venissero dette, a quanto pareva. “Sta bene. Resterai, se te lo tolgo di mezzo?” Aveva trovato il modo di incastrarlo, il signorino, pensò. “E se vi tirate fuori da questo orrore” disse, facendo piazza pulita di tutti i buoni propositi del giorno prima. La salvezza della sua anima non valeva un pedofilo a piede libero per la città. “Ok, neanche a me piaceva molto l’idea. Porta via la tua signora, e tu, Shane, fa uscire tutti” Era stato solo l’istinto di sopravvivenza, che aveva fatto fare al piccoletto due rapidi conti. Aveva riconosciuto la ragazza bionda. Al parco, con la bambina che seguiva da qualche giorno. E s’era accorto che lei lo guardava. Che aveva detto qualcosa all’energumeno seduto accanto a lei. Che quello si era subito alzato, diretto verso di lui. Che ora tutta la banda era in piedi, al centro della sala, a complottare qualcosa. Sapeva che quella mezza specie di ispanico che guidava la banda non vedeva di buon occhio il traffico che lui e Jake avevano messo su. E il biondino sembrava uno piuttosto influente, all’interno del gruppo, lo stavano tutti ad ascoltare, aveva l’aspetto del boss. C’era abbastanza da iniziare a preoccuparsi. Sapeva come finivano queste cose. Non sarebbe rimasto ad aspettare che decidessero per lui. Paul si avviò rapidamente verso il tavolo di Scilla, unica donna rimasta in sala, seduta e imperturbabile, per accompagnarla fuori prima di dare inizio alle danze. Se mi vede dar sfogo alla mia crudeltà la perdo per sempre, pensava, per la prima volta autocritico, in vita sua. Sa che cosa faccio, ma non mi ha mai visto uccidere qualcuno. Le farò così paura che non oserà più star sola con me. Mentre avanzava a grandi falcate sentiva dietro di lui le voci concitate dei suoi soci e quella stridula del porco, ma non prestò attenzione a quello che blaterava, dicendosi con un acido compiacimento ‘bravo stronzo, grida, hai capito quello che ti aspetta’ Bang! E un fulmineo sibilo di pallottola ad un paio di metri dalla sua spalla destra. Si voltò di scatto, e nel frattempo Bang! Altro colpo, partito dalla mano tremolante di quel lurido individuo e andatosi a conficcare nella parete accanto a lui, sbriciolando l’intonaco e proiettandolo a metri di distanza in una lieve polverina bianca, mentre gli altri gli erano già addosso e tentavano di strappargli l’arma, che evidentemente non sapeva granché usare, di mano. Bang! Sussultò, incredulo. Non può essere. Non ora. Smise per un attimo di respirare. Poi, la sensazione di fatica a prendere fiato, il sangue che gli invadeva il torace, la gola e fuoriusciva dalla bocca. Al polmone, cazzo. Il buco fumante sulla giacca. Prima di perdere i sensi la cercò con lo sguardo, ma non riuscì a vederla, non era più al tavolo. Traccia 9 - Today is the greatest day I’ve ever known– L’armeria clandestina dove Paul era andato per prendere una pistola nuova, in occasione del suo primo incarico per la banda, era in uno scantinato umido di una casetta dall’apparenza rispettabile, nella zona della spiaggia, vicino ad un noleggio di attrezzature per le immersioni. Il proprietario, una persona fidata di Cameron, dall’aspetto sfatto di un ex-hippie di mezza età con radi e lunghi capelli castani e folte basette ai lati del viso smunto, aveva una spaventosa massa di armi accatastate alla rinfusa, come se fosse una ferramenta, e armi di tutti i tipi, oltretutto. Dalle scacciacani alle mitragliatrici militari, dalle munizioni per bazooka alle bombe a mano. Un arsenale del cazzo, messo in modo da non capirci nulla, soprattutto se uno entrava senza una ben precisa idea di che cosa gli servisse. Soppesò un paio di carabine di precisione, quelle in dotazione all’esercito americano. Si sentiva a disagio al pensiero che al mondo c’era qualcuno autorizzato ad usare quegli affari. Che non fossero costruite appositamente per delinquere e per essere usate in clandestinità. “Che ti serve, amico? Una semiautomatica?”disse, la voce impastata. Praticamente la caricatura di un fattone alla Drugo Lebowsky, completamente svaporato. Se l’erba riduceva così era contento, di aver saltato la gavetta. Testa da ero, inadatto a qualsiasi altra droga. Aveva usato le anfetamine solo per studiare. “Avevo una Desert Eagle, un tempo. Mi ci trovavo bene” disse, continuando ad analizzare il sistema di puntamento della carabina che teneva in mano. “Ok, allora aquila sia. Ce ne ho una, da qualche parte” auguri, pensò Paul. Poteva metterci anche un mese, a trovare qualcosa in quel casino, e con quella flemma. Quando il tizio fu sparito nei meandri del suo magazzino, ne approfittò per curiosare nella sezione “armi bianche”, che gli sembrava l’unica piuttosto ordinata, con le spade e i pugnali appesi ad una rastrelliera alla parete. Anche una katana. Quanti ricordi. Il proprietario rientrò con il prezioso involto, strascicando i piedi in ciabatte, e lo vide intento a fissare la spada. “Di’, la vendi, questa?” “Certo. Ma che te ne fai?” “Affari miei. Credi che si potrebbe accorciare leggermente?” “Prendi un pugnale, allora, ti pare che uno prende una katana originale giapponese per tagliarla?” “E’ un regalo. Per la mia ragazza” “Ok, capito. Vedo di fartela accorciare e te la faccio recapitare in settimana. Anzi, aspetta! Mi pare di avercene una più piccola, te la cerco” Aveva subito chiamato Jason, quando aveva visto i primi accenni di problemi. Quando il rumore dei bicchieri caduti in frantumi e della testa dell’aborigeno sbattuta sul bancone erano arrivati alle sue orecchie. Calma. Non è la prima volta che assisti ad una cosa del genere. Almeno fino a quando erano esplosi quei tre colpi. Fanculo la calma. Allora si era alzata, una parte di lei che voleva correre da lui, l’altra che aveva già in mano la piccola katana, avvolta nella stola coordinata al vestito. Inutile dire che aveva vinto la seconda. Quei quattro deficienti se lo sarebbero fatto scappare. Bravo, tesoro, sul fianco. Per non soffocare, con il sangue che invade la trachea e occlude la faringe. E che si allarga in un alone rosso scarlatto sulla camicia. E che cola in densi rivoli dalle sue labbra. Sono diventate bianche bianche, le sue belle labbra violacee. Non aveva mai visto sangue così rosso. Le labbra rosse come il sangue, la pelle bianca come la neve. Per questo doveva sembrarle così rosso. Non lo guardare. Non lo puoi guardare, ora. Sennò piangi. E se piangi quello scappa. E se scappa, sarà stato tutto inutile, pensava. Correva verso quell’individuo, che era riuscito a divincolarsi dalla presa del tizio col collo taurino e di un altro paio di scagnozzi. Erano riusciti a disarmarlo, almeno. Poteva evitare di essere prudente. E non riusciva a fare a meno di pensare alla marmellata di ciliegie. Anzi, alla confettura di ciliegie. Domenica mattina, luce che penetrava dalle fessure delle tapparelle. Idilliaco cinguettare di passerotti, o qualunque tipo di uccellino fosse il più comune nell’emisfero australe e cinguettasse di mattina nei quartieri residenziali, svegliando la gente che dorme. E nel cui utero cominciava ad esserci qualcosa di strano. Allora non lo sapeva, si era solo alzata dal letto molto allegra, con una gran fame e tanta voglia di preparare una buona colazione al suo tesoro, per fare qualcosa di bello per lui, che l’aveva fatta stare così bene per tutta la notte. “Buongiorno, amore. Vuoi qualcosa di speciale, per colazione?” “Hmm?” aveva bofonchiato, ancora intorpidito, chiedendosi come facessero le donne a riprendersi tanto rapidamente, mentre lui sarebbe sicuramente andato in giro come uno zombi tutto il giorno. “Colazione, sai, quella cosa che si fa di mattina, mangiando” “Ah, sì, colazione. Quella cosa che io non faccio mai” disse, gli occhi ancora chiusi e un sorriso esausto stampato in faccia. In effetti però aveva un certo appetito, e aveva capito la sua palese intenzione di continuare a coccolarlo attraverso qualche manicaretto. Fai già tanto per me, amore, e neanche te ne rendi conto, aveva pensato. “Non fa bene, saltare la colazione, lo sai” “Ok, tesoro. Solo un po’ di pane tostato, allora. Da spalmarci la marmellata” disse, tirandosi leggermente a sedere. “Quale preferisci?” “Fai tu, amore mio” del tutto equivalente ad un chissenefrega ma di grande effetto. Sorrise, abbandonandosi di nuovo sul cuscino, gli occhi chiusi, le labbra semiaperte, ripensando alla notte appena trascorsa tra le braccia e le gambe della sua morbida e dolcissima principessa. Valeva la pena faticare tutta la settimana, il naso otturato dalla polvere e le orecchie devastate dal rozzo accento dei suoi colleghi. Le sue piccole timidezze, la luce spenta, lo spogliarsi sotto le coperte e mai completamente, i gemiti soffocati…e quando gli si stringeva forte, graffiandogli involontariamente la schiena e strappandogli gemiti di dolore e piacere insieme. Tenerla tra le braccia, scossa da tremiti e sussulti, mentre lei si stringeva con le gambe perchè la penetrasse più a fondo, muovendosi piano, in accordo con lui. Guardò meccanicamente i segni rossi sulle sue grosse mani. Gliele aveva date da mordere, per non gridare e per non rovinarsi le sue belle manine. “Allora…marmellata di ciliegie” aveva mormorato con un sorrisetto, avviandosi in cucina e aspettando il solito rimbrotto da professorino d’inglese sul fatto che “la vera marmellata è quella d’arance, le altre sono confetture”. Lo pensò, ma era troppo stordito e felice per controbattere. Non era il momento di mettersi a fare il puntiglioso, magari avrebbe pensato che glielo diceva perché voleva quella d’arancia, e se poi non ce l’avevano ci sarebbe rimasta male. “Ma perché proprio ciliegia?” non aveva potuto evitare di chiederlo, alla fine. “Oh no, lascia stare, è una cretinata” rise lei, guardando in terra, imbarazzata. “Dai…” “Penserai che sono proprio scema…va bene, vedi, la mar…la confettura di ciliegie macchia, e quando la mangi ti restano le labbra rosse rosse per un po’…” aveva detto, con la più dolce delle espressioni che lui avesse mai visto. “Oh, Cristo, e magari ci vado anche al cantiere!” rise lui, coprendosi il viso con le mani. “No, in genere ci penso io, a togliertela…” gli disse, sedendosi accanto a lui, prendendogli il viso tra le mani e cominciando a baciarlo sulle labbra. Avevano giocato per un po’ ad intingere le dita nel barattolo e a passarsi la confettura sulla bocca, lentamente, come un lucidalabbra, baciandosi e impiastricciandosi come bambini, finché i baci non avevano ricominciato a farsi impegnativi. “Ti secca essere il mio giocattolo?” gli aveva chiesto con aria sarcastica dopo un po’, staccandosi un attimo da lui. “Ci sono destini peggiori” disse, in tono ironicamente rassegnato. E lei…quanto lo voleva. Non riusciva a pensare ad altro che alla notte appena trascorsa, chiedendosi se fosse una cosa tanto normale. Era stato così dolce…Scilla pensava ai suoi baci, alle sue braccia calde che la stringevano, all’indescrivibile sensazione di accoglierlo dentro di sé… “Paul…io…quanto vorrei che tu…stessi dentro di me…sempre” gli aveva sussurrato, tutta rossa, stringendolo forte. Una delle solite sciocchezze che non poteva evitare di dirgli, ogni tanto, aveva pensato. Lui aveva abbassato lo sguardo sorridendo, tutto imbarazzato, poi la aveva guardata innamoratissimo, e le aveva sussurrato “Ma io ci sono già, dentro di te, sempre”. Non pensare al sangue. Non è sangue. Marmellata di ciliegie. Confettura di ciliegie. Non è quella cosa calda e schifosa che esce dagli altri uomini, che non si toglie dai vestiti e si vede col luminol anche se ci vernici sopra, pensava, sgattaiolando sotto i tavolini verso l’uscita di sicurezza, senza scarpe, il lungo vestito arrotolato sui fianchi. Lo prese alle spalle, ignaro, quando ormai credeva di aver raggiunto la salvezza. Un leggero quanto improvviso fendente dietro la caviglia destra, i legamenti tranciati di netto, rumore di un elastico in trazione improvvisamente tagliato. Stramazzò al suolo, attonito, cercando convulsamente di rialzarsi ma slittando sul pavimento insanguinato, troppo spaventato anche per gridare e rendersi conto del dolore. Lo tirò su per il colletto, tremante ed incredulo. Non sapeva di avere tanta forza nelle braccia. Lo vide sbiancare e implorare alla vista della pur piccola lama ricurva e affilatissima, che brillava nella penombra. “No…ti prego non…” il volto deformato in una smorfia di terrore. Lo osservò con gelido distacco, lo sguardo che si muoveva alternativamente dal viso mostruoso di quel vigliacco al filo della sua lama. Troppo perfetta per essere sprecata usandola di punta. Massì. Tanto questo vestito neanche mi piace granché. “Sayonara, stronzo” disse, con assoluta indifferenza, premendo la fredda e inverosimilmente sottile lama contro la gola, muovendola di scatto come per arricciare un nastro da regalo con le forbici. Il getto di sangue, caldo e denso, che la colpì, lasciò impressa la sua sagoma in negativo sulla parete dietro di lei, come un macabro stencil. Le persone, dal collo in giù, non sono altro che enormi e semoventi otri di pelle ripiene di sangue, sapeva dal suo primo omicidio. Non si stupiva più, come le prime volte, di quanto ne riuscissero a contenere. Paul è davvero dentro di me. Sono come lui, pensava, mentre il sangue viscido e maleodorante le colava dalle labbra, le impiastrava i capelli e si allargava sul suo vestito. Fu solo la voce di Jason a scuoterla da quello stato di semi-trance, il sadico compiacimento nell’osservare gli ultimi spasmi delle membra di quel mostro, i terrificanti gorgoglii del sangue nella trachea mozza. Era come se non sentisse più nulla; vedeva i ragazzi che si agitavano, che erano subito corsi da lei e si erano affollati attorno all’uomo coperto di sangue, vedeva il bruno Cameron con le mani nei capelli e mille pensieri turbinanti nella testa, vedeva il grosso Jason inginocchiato vicino a Paul, che digitava freneticamente dei numeri sul telefono. Vedeva tutte queste cose, mentre si avvicinava a loro due, ma sembrava tutto avvolto nell’ovatta. Raccolse da terra la pistola di Paul, soffermandosi per qualche istante a guardarla, scorrendo le dita sull’impugnatura come per accarezzarla. Dovrò buttarti via, mi dispiace. Come la sua piccola spada, era davvero un peccato. “Scilla! Che diavolo fai? Va’ via!” le urlò Jason “Devo sbarazzarmi delle armi” E all’improvviso – pop - qualcuno scoppiò con un dito la bolla di sapone dentro cui si trovava. La consapevolezza della propria esistenza iniziò a pervaderlo nuovamente. Non riusciva ad aprire gli occhi, le palpebre pesantissime, ma ricominciava a rendersi conto di possedere un corpo. Due gambe lontanissime e inerti. Braccia così pesanti cui solo la presenza dello scomodo materasso impediva di precipitare verso il centro della terra. Un lieve peso sull’addome. Aprì con fatica un occhio, e vide una testa di capelli biondi, ciocche appiccicaticce di materia rossa e vischiosa, adagiata sul suo stomaco. “Si sta svegliando! Scilla, si sta svegliando!” la voce di Jason, agitata. Lo scuotimento di quella testa addormentata trasmesso al suo corpo immobile. Non era morto. Ma era in ospedale. “Oddio…amore mio…” mormorò, restando poi in silenzio, con un sorriso stentato che tradiva un’angoscia difficile da descrivere, e che non era il caso di comunicargli. Gli prese delicatamente la mano, raddrizzandosi a sedere sulla piccola sedia accanto al suo letto, mettendosela in grembo ed accarezzandola piano. “Ma…cosa…” cercò di parlare, ma non si sentiva affatto bene, la familiare sensazione di sonno artificiale indotta dalla morfina. La vide come attraverso uno specchio d’acqua, il vestito da sera sporco di sangue, una giacca scura da uomo sulle spalle nude, due lunghe righe di trucco nero colato che le attraversavano verticalmente le guance pallide. “Va tutto bene. Il proiettile era di piccolo calibro. È entrato e uscito senza grossi danni. Ti rimetterai presto” Jason. È sempre qui, quando ho bisogno di lui, pensò. D’improvviso si ricordò tutto. “Stai…stai bene?” le chiese, facendo una gran fatica a parlare. “Tu chiedi a me se sto bene?” disse lei, incredula ma quasi commossa “Io…sì, ora che ti sei svegliato sto bene” in realtà era stata una notte terribile. Quando le era passato quello stato di semi incoscienza. Dopo aver buttato in un tombino la stola azzurra contenente le loro armi, la pistola splendente e precisa, la spada piccola ma micidiale. Quando i ragazzi avevano portato il cadavere nel retro ed erano comparsi gli strumenti per smembrarlo e farlo sparire. Quando Jason infine l’aveva portata via perché non assistesse, trascinandola con la forza. La corsa in ambulanza. L’attesa sfibrante fuori dalla sala operatoria. I passi di Jason che rimbombavano nello spoglio corridoio. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Non ora. Non ora, ti prego. Fra cinquant’anni, quando saremo vecchissimi, nel suo letto, nella nostra casa, attorniati da decine di nipoti e bisnipoti. Dopo che avrò perso il sonno e la salute almeno per un paio d’anni per occuparmi della sua malattia. Dopo che i medici avranno sentenziato che non c’è più nulla da fare. Signora, abbiamo fatto il possibile. Can't wait for tomorrow…I might not have that long…potrei non avere tutto quel tempo…Non ora, maledizione. Cazzo, non portarmelo via proprio ora. Aveva perso lei stessa i sensi più volte, durante la notte, faticando a rinvenire, per il desiderio di non venire a conoscenza di brutte notizie. Se non ce l’ha fatta, non voglio svegliarmi. Aveva paura che fosse stato troppo anche per lei, di aver perso il bambino. Ma aveva avuto ancora più paura di perdere lui. Appena starà meglio andrò a farmi visitare, pensava. “So che non avresti voluto…ma non saremmo stati qui a parlarne, se non ti avessimo portato in ospedale” disse Jason. Perché ospedale voleva dire prigione. Ferita d’arma da fuoco, avrebbero fatto domande. O, nel migliore dei casi, indagini e relativo rimpatrio, che non era ugualmente una cosa da ridere, nel suo caso. “Jas…la flebo…” “Come?” disse Scilla. “Vuole che gliela stacchi. Paul, non è il caso. Il dolore sarà terribile, senza morfina. Non è il momento di fare il virtuoso” “Toglimela” disse con decisione, iniziando a riacquistare un po’ di forze. “Ok, contento tu” disse, sfilando con estrema delicatezza lo spesso ago dalla vena verdastra che serpeggiava sul braccio di Paul, mentre Scilla accarezzava la sua guancia come per far ritornare un po’ di colorito su quel viso color burro. “Vado…vado a prendere un po’ d’aria. Torno subito” disse lei, ad un certo punto, sentendo il naso pizzicare e gli occhi riempirsi di nuovo di lacrime. Stava per scoppiare, non voleva farlo lì. Paul la seguì con lo sguardo fino a fuori dalla porta, mentre Jason lo aiutava a tirarsi a sedere, aggiungendo un altro cuscino e notando i segni rossi dei graffi sulla robusta schiena dell’amico. Non riuscì a fare a meno di pensare a delle ali strappate. “My angel wings were bruised and restrained…” di pensare a quell’uomo infernale che, pur non avendo conosciuto, odiava più di chiunque altro al mondo, quell’essere orripilante che con un colpo solo aveva distrutto la vita di entrambi i suoi figli, il cosiddetto frutto dei suoi lombi. E lui poteva soltanto spalmare del balsamo sulle ferite di entrambi, ma non guarirle del tutto. “Paul…non preoccuparti, non andrai in prigione. Ho parlato con quel Cameron, era qui, fino a poco fa, sai? Era molto dispiaciuto per quello che è successo, pensa che avrebbe dovuto far perquisire la gente che entrava. Non si è dato pace, finché non ha saputo che stavi meglio” il fluido magico del giovane McKellen aveva colpito ancora, pensò ironicamente. Tutti si preoccupavano sempre per lui. Non era il caso di dirgli che era stata lei, a togliere di mezzo quel bastardo. “E…ho deciso di prolungare per un po’ il mio soggiorno, almeno finché non sarai fuori di qui, per dare il cambio a Scilla e permetterle di andare a casa a riposare, ogni tanto. Non deve stancarsi troppo, lo sai” Come no, avrebbe dovuto chiamare un commando armato per trascinarla lontano da lui, aveva pensato. Lei che in quel momento dava finalmente libero sfogo all’angoscia della nottata, rannicchiata sul pavimento del bagno delle donne, piangendo disperatamente, con la testa tra le ginocchia. Perché lui avrebbe potuto non esserci più. Perché aveva ucciso per la prima volta per vendetta, e non per affari. Perché aveva ventun anni, era incinta ed era lontana da casa. Perché sapeva che dopo di questo l’avrebbe sempre perdonato, qualsiasi cosa avesse potuto fare. L’avrebbe rivisto a terra, tutto imbrattato di sangue, e ogni altra cosa sarebbe passata in secondo piano. Magari Jocelyn fosse stata così, pensava Jason. Affettuosa. Premurosa. Paul poteva parlare con lei di tutto, non doveva tenerle nascosta la sua vita, raccontarle balle come facevano gli altri criminali con le loro donne. Come faceva anche lui. Ma l’affetto di quella ragazza si manifestava sottoforma di lunghi silenzi e sguardi dalle molteplici interpretazioni. Come quello di Paul, del resto, prima che Scilla lo spolverasse della sua scintillante polvere fatata, trasformandolo in qualcosa di abbastanza simile ad un essere umano. “Grazie di essere rimasto…” Infatti. Mai l’avrebbe detto, solo qualche mese prima. “Ma ti pare. Comunque, dicevo, gli sbirri hanno fatto qualche domanda, ma del tizio non sentiremo più parlare, sarai semplicemente uno che si è beccato una pistolettata in un locale da ignoti. Non hanno niente in mano, per incriminarti di qualcosa. Gli unici problemi potresti averli per il lavoro e i documenti, non conviene aspettare che decidano per il rimpatrio…” “Inghilterra. Giappone. Ora Australia. Mi sono sputtanato in tre continenti, quindi prima che mi proponi di fuggire in Sud America ti dico subito che non ho la minima intenzione di continuare a scappare” disse lui. “Che vuoi fare? Tornare a casa?” “Resto qui” “Ma t’ho detto che…” “Non hai capito. Non ho intenzione di restare da bravo cittadino rispettoso delle leggi, che si fa rispedire a casa col foglio di via, come un negro qualsiasi. Ci tornerò, a casa, ma quando lo farò nessuno si sognerà mai di mettersi contro di me” affermò, lo sguardo gelido e implacabile rivolto ad un invisibile nemico davanti a sé. Basta cazzate, era tempo di fare sul serio. Una banda è come un feudo, dopotutto. Altro che pacche sulle spalle, ognuno ha i suoi metodi. Questo cazzo di posto ha bisogno di qualcuno che lo guidi come si deve, pensava. “Chiama Cameron, digli di correre qui con la banda. E telefona alla mamma e a Jocelyn, che ci raggiungano al più presto. Domenica io e Scilla ci sposiamo” disse poi. La vita era troppo breve per non provarci nemmeno, a realizzare la sua vita ideale. L’unico modo per garantire sicurezza a tutta la sua famiglia. Quando fosse diventato un boss, nessuno avrebbe interferito nei suoi piani. Jason lo guardò, non si era lasciato abbattere, nemmeno stavolta. Qualsiasi altra persona, dopo essersi beccato una pallottola in un polmone, avrebbe iniziato a riconsiderare la sua vita da un altro punto di vista, si sarebbe abbattuto, si sarebbe impaurito, si sarebbe rivolto a Dio o chissà che cazzo altro, pensava. Non lui. La sfida, era quello che lo teneva in piedi. Che fosse l’accettare di battersi col custode della scuola, più grande, più esperto e più bravo ad incassare. Oppure abbordare una strana ragazza in un bar, nonostante la chiara percezione che si stava ficcando in un guaio senza precedenti. Aveva sempre pensato che prima o poi si sarebbe deciso. Ne aveva la stoffa, lui l’aveva sempre detto. Magari non era il momento più adatto. Ma perché continuare a girarci intorno? Era nato per questo. Traccia 10 - The Fallen (Epilogo) - Aprì un occhio, svegliato dal brusio della casa, animata dalle tante persone che si affaccendavano, come un alveare. La confortante sensazione di svegliarsi quando tutti sono già all’opera, come quando era bambino, il rumore di cucchiaini contro le pareti di porcellana delle tazzine, piedi che salgono e scendono le scale, il rumore attutito dai tappeti fermati ad ogni gradino da stecchette d’ottone, chiacchiericcio in lontananza, qualcuno che spolverava un lampadario in qualche stanza, il ticchettio dei cristalli che sbattevano l’uno contro l’altro. E, finalmente, l’inverno, il fresco sulla pelle, potersi rannicchiare sotto il piumino nel grosso letto matrimoniale, odore di cenere di legna, vetri appannati. Allungò un braccio e la sentì, dall’altro lato del letto, di schiena, e avvicinandosi, le passò le braccia attorno all’addome rotondo, accarezzandolo dolcemente attraverso la canottierina con cui dormiva. Manca poco, ormai, pensava, stringendosi contro di lei, anzi, contro di loro. Pareva che fosse destinato ad essere circondato sempre da donne, ma non gli dispiaceva affatto, non era ancora pronto per un figlio maschio, probabilmente non lo sarebbe mai stato. Cercava di svegliarla, baciandole le spalle nude. Sua moglie. Non ci poteva ancora credere, dopo mesi e mesi. “Mmmmhh…amore…” mugugnò, ancora addormentata, girandosi verso di lui e ricadendo immediatamente nel mondo dei sogni, il viso sprofondato nel suo petto. Un leggero sussultò all’altezza del suo ombelico la svegliò, facendo sussultare anche lui, che le teneva le mani appoggiate sulla pancia. “Hai sentito?” le disse lui, portandosi una mano alla bocca, incredulo. “Tu che dici?” rise lei, abbracciandolo e cominciando a baciarlo dolcemente sul petto, vicino ai segni della pallottola. “Dimmelo, ti prego” le disse, ansimando, abbandonato sul cuscino. Lei gli stringeva e gli carezzava la mano nel modo che avevano stabilito come segnale, quando uno dei due voleva fare l’amore. “Che ti devo dire?” rise lei. “Dai…ho capito, ma…almeno una volta…dimmelo” “Naaaaa…sei cattivo, sono una donna col pancione, non mi far imbarazzare” “Bè, mi pare di non essere del tutto estraneo ai fatti, se non sbaglio” “No, dai, veramente. Sono un po’ troppo…incinta” mormorò, un po’ addolorata, sfiorandogli le labbra con le dita. “Uffa, prima mi illudi e poi ritratti…sei crudele…che devo fare, chiamare i ragazzi e dirgli di tenerti ferma?” disse, forse in tono un po’ troppo serio. Lei impallidì, sgranando gli occhi e ritirando la mano. “Stavo scherzando! Dio santo, scherzavo!” disse, lui, sconcertato della sua reazione. Se uno non ce l’ha, il dono di essere spiritoso, è meglio che tenga la bocca chiusa, si disse. Battuta del cazzo. “Sì…certo. Certo che scherzavi, lo so” disse, evitando i suoi occhi “Scusa…vado a vestirmi, tra poco devo andare in biblioteca con Jocelyn. Ci vediamo dopo” disse, tirandosi rapidamente in piedi e avviandosi verso la stanza guardaroba. “Ma…” che deficiente, pensò, coprendosi gli occhi con un braccio e sospirando. Non le era dispiaciuto, quando le aveva detto quello che aveva in mente, anche se aveva preso la decisione senza consultarla minimamente, per la prima volta. Aveva capito le sue ragioni. Se volevano vivere tranquilli era l’unico modo. Gli aveva detto che, in effetti, anche se fosse rimasta in Giappone, nel suo ambiente, le probabilità di finire con lo sposare un boss sarebbero state comunque molto alte. Tanto valeva che fosse bello, alto e biondo con gli occhi celesti, se proprio doveva, gli disse ridendo. L’aveva presa bene, dopotutto. Ma talvolta, soprattutto quando lo vedeva parlare con i suoi uomini…quando lui credeva che lei non vedesse…era cambiato, era innegabile. E lei sembrava avere un po’ paura, di quello che era diventato, anche se cercava di non darlo a vedere. Aprì la porta della camera da letto, affacciandosi e rivolgendosi seccato ai due uomini seduti ai lati, che parlottavano sommessamente. “Si può sapere che cazzo avete da raccontarvi? Si sente tutto, in camera” poteva anche essere vero, ma aveva bisogno di incazzarsi con qualcuno. “Scusa, capo, pensavamo che dormissi ancora” disse uno dei due. “Eh, era quella l’idea…vabbè, Scilla e mia sorella vanno fuori, vedete di far preparare l’automobile”. Era stato amore a prima vista, tra quelle due. Gli era sembrato di rivedere lui e Scilla i primi tempi, lei che la riempiva di complimenti per i bei capelli, le belle ciglia, i bei vestiti e tutto quello che le passava per la mente mentre Jocelyn la guardava con aria smarrita e interdetta, chiedendosi se c’era un secondo fine per tutte quelle smancerie. Non erano esattamente abituati a grandi manifestazioni d’affetto. Ora però erano diventate grandi amiche, era inevitabile. Lui ne era davvero compiaciuto, anche se avrebbe voluto che lei e Jason si trasferissero a vivere con loro, visto che lo spazio non mancava, nella nuova casa. Ma…forse era meglio così, non era sicuro che sarebbe riuscito a sopportare di vederli scambiarsi effusioni, ancora non si era abituato del tutto all’idea di loro due che stavano insieme. “Vuoi che mandiamo qualcuno con loro?” Figurarsi. Già era incazzata, farla seguire non era una buona idea. E poi, sapeva badare a se stessa. “No, solo l’autista. Oggi non esco” La trovò nell’enorme guardaroba, seduta su un pouf, a fissare la marea dei suoi vestiti multicolori, con aria assente. “Non mi dire che non hai niente da metterti” rise lui, abbracciandola da dietro e facendola sobbalzare. “No, figurati, ho l’imbarazzo della scelta. Peccato non mi entri più nulla…” non era scesa a patti con gli abiti premaman, aveva solo aumentato la taglia di quelli normali. Ma ora anche quelli iniziavano a tirare da tutte le parti. “Ho una cosina per te…vediamo se ti torna il sorriso” e tirò fuori dalla tasca una scintillante collana di brillanti, sembrava un gioiello antico, chiuso da un importante cammeo. Ma ad un attento osservatore non sarebbe sfuggito che il profilo in questione era quello di Hello Kitty. “Ohhhh…è meravigliosa! Grazie tesoro…” disse, con gli occhi brillanti, dimenticando la tristezza per i vestiti stretti. Era stato indeciso se dargliela in quel momento o no, non voleva che pensasse che comprava il suo amore e il suo perdono con regali costosi, come un genitore assente. Ma adorava farle dei regali, viziarla e darle tutto ciò che voleva, prima ancora che lo chiedesse. E ora che poteva farlo senza problemi non riusciva a trattenersi. “Io…ti darò sempre tutto quello che desideri…tutto…non devi neanche dirmelo…” in effetti gli era bastato che lei guardasse di sfuggita, dall’automobile in corsa, la vetrina che esponeva quella costosissima collana-giocattolo. “Ma io non voglio niente…” voglio solo te, deficiente, gli avrebbe detto. Ti vorrei tutto per me. Vorrei che tu fossi sempre come sei quando stai con me, pensava. Anche se con il delicato cammeo era stato un colpo di fulmine, a dire il vero. Immaginarsi la scena della grossa macchina nera con i vetri oscurati che si fermava davanti alla gioielleria di Tarina Tarantino, del suo gigante che si aggirava minaccioso tra quelle delicate opere d’arte color pastello gettando nello scompiglio le commesse per ritrovare ciò che lei voleva e che lui aveva probabilmente solo intravisto, glielo rendeva ancora più prezioso. “Tu…lo sai, no…basta una sola parola…una sola parola da parte tua…e io lascio tutto” le disse, ma lei non rispose nulla. L’aveva fatto anche per lei, anche se non era lei il motivo principale. Per farla vivere bene, tranquilla, protetta, non doversi più guardare le spalle o svegliarsi in piena notte ad ogni rumore sospetto. E lui…lui era da quando era bambino, che non dormiva così pacifico. Niente più incubi. Niente più fantasmi. Non era del tutto vero che odiasse far parte di qualcosa. Quello che realmente odiava era essere sottoposto a qualcuno. Dipendere dal capriccio di qualcun altro. Comandare, invece, quello ce l’aveva nel sangue. Adesso lo mandava pure a chiamare. Aveva accettato di buon grado che prendesse lui, le redini di tutto, solo lo infastidivano talvolta questi suoi atteggiamenti da “padrino”. Ma poi lo rivedeva davanti a sé, quel giorno. Dire che era rimasto colpito era un eufemismo, quando era passato in ospedale a vedere come stava, dopo l’operazione, insieme agli altri ragazzi. Anzi, no, in realtà l’aveva mandato a chiamare anche allora, ma era giustificato, era inchiodato a letto. Praticamente uno spettro, più pallido del lenzuolo che lo copriva, incapace di tirarsi a sedere, i muscoli contratti come a tenere a bada il dolore. Aveva rifiutato anche gli antidolorifici, quel pazzo scatenato, e parlando combatteva visibilmente con le fitte al torace, che gli facevano stringere i denti e gli occhi e tirare le corde del collo. Eppure si era messo subito a dare ordini, ad organizzare, a pianificare le azioni future, tenuto su da…che cosa? I nervi? Il demonio? L’incazzatura di essere stato beccato, e da uno stronzo qualsiasi? Non avrebbe saputo dirlo. Fatto sta che erano rimasti tutti ad ascoltarlo, pendendo dalle sue labbra, in attesa religiosa, quando il dolore gli impediva per qualche secondo di parlare. Era stato allora, che aveva capito. Che, quando lo vedeva ciondolare per le strade, durante le pause al cantiere, tirando avidamente dalla sigaretta come un ragazzino nell’intervallo tra un’ora di lezione e la successiva, con aria assente, assente non era affatto. Che aveva notato tutto quello che accadeva attorno a loro. Chi spacciava cosa, e dove. Chi aveva case da gioco clandestine, e chi le frequentava, e quanto fruttavano. Chi portava le donne lungo una certa strada, e ogni quanto. Quali poliziotti erano marci, e fino a che punto. Quali esercizi commerciali subivano estorsioni, e da chi. In quante zone si poteva dividere la città per controllarla meglio. Che la cosa migliore era che assumesse lui il comando di tutto, appena si fosse rimesso in piedi. Aveva messo da parte l’orgoglio, con abile calcolo, conveniva a tutti. E ora erano i silenziosi padroni della città. Oggi, incontro con quelli di Sydney. E pensare che sette mesi fa eravamo un gruppo di muratori, si disse, parcheggiando la cadillac nell’ampio cortile della villa di Paul, alzando gli occhi alla grande finestra della sua stanza. Lo vide, di schiena, ancora con i calzoni del pigiama, le braccia della giovane moglie che lo stringevano. Stavano sempre a tubare, quei due. “Ancora così stai? I Corcoran saranno qui a momenti!” gli gridò, gesticolando per farsi vedere e ricevendo in risposta una smorfia scocciata e un “Entra, che mi vesto” mimato a gesti. Che tipo. Sembra quasi una persona normale, pensava. “Cameron è già qui, mi devo preparare” “Che ti metti?” “Non so. Dammi un consiglio” disse, scorrendo le stampelle con i vestiti, nel suo lato del guardaroba. “Bè, dipende. Che devi fare?” “Ah-ah, bel tentativo. Niente domande, lo sai. Non è una questione maschilista, come penserai di certo. Meno sai, più convincente sarai se e quando dovrai dire di non sapere nulla” disse, in tono molto serio ed apprensivo, appoggiandole le mani sulle spalle e fissandola negli occhi. “Senti, io non voglio essere la moglie del Michael Corleone della situazione. Non voglio che mi dici bugie per farmi stare serena e non farmi preoccupare, illudendomi che facciamo una vita normale. Ci siamo sempre detti tutto…bè, con un po’ di fatica da parte mia a cavarti le cose di bocca ma…insomma vorrei che me ne parlassi” “Non è solo quello…ho…temo che se sapessi…” disse, abbassando lo sguardo. Se sapessi solo un decimo di tutto quello che ho fatto nella mia vita. Se potessi guardare dentro di me…se vedessi che a parte l’amore per te non c’è molto altro… “…avrei paura di te? Ti giudicherei? No, non potrei mai…io e te siamo così simili…e poi, che problema c’è?” gli disse, con tutta la naturalezza del mondo. “Non pensi che io sia…come dire…un sociopatico devastato da gravi turbe psichiche e tendenze autodistruttrici con un’enorme smania di potere?” disse, ironico, sollevato dalle sue parole, mentre terminava di abbottonarsi la giacca, aiutato da lei a sistemarsi la cravatta e i capelli sulla fronte. “Hai dimenticato ‘fissato con le scarpe e i vestiti italiani’…sì, lo sei, chi vogliamo prendere in giro. Anzi, no, sei il MIO sociopatico, devastato da turbe psichiche eccetera” rise, abbracciandolo ancora più forte nei limiti consentiti dal grosso pancione. Per quanto le riguardava, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa gli passasse in quel testone biondo bacato, lei non sarebbe mai più stata in grado di tenergli il broncio per più di dieci minuti. Non è lui. Siamo tutti e due. Siamo noi. E poi era una sensazione strana, sapere che l’uomo che tutti temevano (e sul cui conto iniziavano a circolare voci terrificanti) era la stessa persona con la quale dormiva abbracciata tutte le notti. Il suo bambolotto. Mah. “Riunione con quelli di Sydney” disse, lapidario, uscendo dalla stanza. “Li togliete di mezzo?” chiese lei, seguendolo. “Prima proveremo a trovare un accordo. Ci vediamo a pranzo” disse, schioccandogli un rapido bacio sulle scale, prima di scendere da Cameron. Al lavoro. Finalmente. So they say you're troubled, boy Just because you like to destroy All the things that makes idiot joy Well, what's wrong with a little destruction?


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