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Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 21 marzo 2007
ultima lettura lunedì 18 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

The fallen (cap.1-4)

di miss Piggy. Letto 1429 volte. Dallo scaffale Pulp

con i personaggi di Japan Gothic, racconto pink-pulp diviso in tracce audio, ispirato da una compilation mp3.

Traccia 1 -Shiny shiny- “Shiny shiny, shiny boots of leather…” La voce di Lou Reed su sottofondo psichedelico, proveniente dall’altra stanza, lo ripescò da un sonno profondissimo, da cui però non aveva tratto alcun giovamento. Pareti rosse e soffitto bianco, la faccia incollata su quella lurida moquette marrone, la bocca spalancata da cui fuoriusciva un rivolo di saliva vischiosa, ulteriore contributo alla sporcizia intrinseca della stanza; gli arti, pesantissimi, come inchiodati al suolo, lì per lì solo le palpebre decisero di rispondere ai suoi comandi. S’era addormentato, o meglio, era crollato per terra ed ora era tutto un acciacco, come se i dolori della rota non fossero già abbastanza fastidiosi da sopportare. Ma la roba era lì, affianco a lui, tutto pronto, doveva solo riuscire a tirarsi su. Aveva ancora il laccio attaccato dall’ultima volta. “I am tired, I am weary. I could sleep for a thousand years…” Era stato pessimista: dopo essersi tirato su di scatto con un colpo di reni, un po’ Dracula che risorge dalla bara, riuscì persino a trascinarsi in bagno per bere un po’ d’acqua, evitando di guardare il proprio riflesso nello specchio con consumata abilità. Tornando nella sua stanza notò con leggera sorpresa una figura femminile spalmata sul pavimento a faccia in giù, vicino a dove era coricato lui poco prima; si chiese se c’entrasse qualcosa, lui, con la presenza di quella donna. Nel caso doveva essere proprio strafatto: radi capelli neri untuosi, ossuta e malvestita. No, era sicuramente uno dei rifiuti tossici raccattati da quel balordo dell’altra stanza. Oddio, altra stanza. A dividerle c’era solo un muro sfondato e rimasugli di carta da parati pendenti dal soffitto. Anche di gusto discutibile. Quella sottospecie di casa la dividevano in sei, più visitatori occasionali, ma quel giorno non c’era nessun altro. Pensò che quella ragazza doveva essersi resa conto anche lei di quanto molesta fosse la compagnia di quel tipo e aveva preferito imboscarsi a dormire con uno sconosciuto (che tanto era nella più totale incoscienza, e chissà da quanto tempo). E la roba era tutta lì per terra, tra di loro. No, un attimo, c’erano altre tre dosi, prima. E ora ne restava una sola. Su altre cose poteva sbagliarsi, si poteva dimenticare, ma su quello no, non dopo quello che aveva passato per procurarsele. Quel bastardo doveva aver fatto un bel festino con quella puttana a sue spese. Stavolta aveva esagerato. Si affacciò dalla voragine nel muro divisorio, ma non c’era nessuno, lo stereo che suonava senza ascoltatori. Attraversò a grandi passi il lungo e stretto corridoio che portava in cucina. “Taste the whip, in love not given lightly…” Altra orrida tappezzeria, altra moquette da quattro soldi schizzata di sangue e porcherie varie, piccoli accumuli di mozziconi negli angoli, vicino al battiscopa. Corridoio. Porta a destra chiusa. Porta a sinistra chiusa. Altra porta a destra. Aperta. Cucina. Un insulso tappo giallognolo, seduto al tavolo coperto da incerata segnata da innumerevoli buchi da spegnimento di sigaretta, pescava a grandi cucchiaiate da un barattolo di yogurt con cereali. “Come cazzo ti è saltato in mente, pidocchioso bastardo?” cominciò ad urlare, il mento incrostato di saliva rappresa, gli occhi chiarissimi dalle pupille dilatate diventati completamente rossi. L’altro si sbrigò ad inghiottire quello che aveva in bocca, quasi rovesciando il barattolo. “Come? Ah, sì…ehi amico, non ti preoccupare” “Tu devi preoccuparti, pezzo di merda! Questa è l’ultima che mi fai!” era davvero incazzato. L’altro si tranquillizzò un pochino. Da quel poco che aveva imparato a conoscerlo, era più innocuo quando urlava che quando era silenzioso e glaciale. “E dai, comprendimi. Ho rimorchiato quella ragazzina, volevo offrirle qualcosa…non avevo un cazzo! Consideralo un prestito, fra una settimana mi arriva il sussidio, ti ripago, mica volevo fregarti” disse, pur sapendo che contare sulla solidarietà maschile con quel tipo non era esattamente una buona mossa. “Sarebbe la prima volta che quel cazzo di sussidio raggiungerebbe questa casa! In genere te lo spari per strada appena preso, il cazzo di sussidio! Non dirmi stronzate!” “Ok…allora fai una cosa…prenditi la ragazza. È una di quelle che la dà anche, per la roba. Le fai pagare la sua parte, poi io in qualche modo ti restituirò…” L’idea di quel tipo viscido e insignificante che si parava dietro ad una ragazza disperata offrendo il suo corpo senza permesso gli fece salire un misto di rabbia e disgusto che gli offuscò quel poco di ragione che gli restava. Lo afferrò per il collo sbattendolo contro la parete piastrellata e fredda; aveva raggiunto il suo minimo storico di peso dalla maggiore età in poi, 78 chili, 15 meno del suo “peso forma”, ma aveva ancora una discreta forza nelle braccia e un vantaggio di quasi trenta centimetri. Continuò a sbatterlo e ad inveire contro di lui. “Non solo sei un’inutile figlio di puttana, sei anche un lurido verme e un bastardo sfruttatore…mi fai così schifo che mi viene da vomitare a starti vicino” la sua voce era quasi un sibilo serpentesco. “Ehi…senti, volevo avvertirti, ma t’ho visto che dormivi, e allora ho pensato…” “Non devi pensare. Mi hai rotto le palle, fuori di qui. Prendi la tua merda e vattene, non ti voglio più vedere” doveva calmarsi. Altrimenti avrebbe potuto sbatterlo al muro fino a spaccargli la testa. Al diavolo la roba, se non fosse sparito al più presto l’avrebbe fatto fuori. Sentiva il sangue pulsargli nelle tempie, nelle vene del collo, e non era mai un buon segno. L’altro si stupì di queste parole. Le cose non erano andate poi così male: s’era fatto una scopata e una dose, tutto gratuitamente, dopotutto se l’era cavata con poco. “E certo, il signorino dà lo schiaffo morale, lui può permetterselo. Che ti frega a te dei soldi? Figlio di papà del cazzo, ecco cosa sei!” disse, sentendosi il diritto di levarsi l’ultimo sassolino dalla scarpa prima di sloggiare, mentre lui si stava allontanando per tornare in camera sua. “Sta’ zitto…” disse voltandosi di nuovo, cercando di stare calmo. “Tu e i tuoi alti principi morali del cazzo. Sai qual è la novità? Sei un tossico come gli altri, guardati allo specchio! Chi ti credi di essere, Superman? King Kong del cazzo? Non sei migliore di me, e fra qualche tempo venderai anche tua sorella per un buco, te lo dico io!” disse, aprendo la porta-finestra del piccolo balconcino attiguo alla cucina con aria teatrale. Paul gli fu addosso in un secondo e, afferratolo nuovamente per la collottola, lo scaraventò giù dal balcone, godendo nel sentire le sue urla e il botto sulla strada. Si affacciò a guardare la pozza di sangue con un’intima soddisfazione. “T’avevo detto di tacere, stronzo! Sei contento ora? Ci vuole poco ora ad essere migliore di te, uno schifoso e putrido pezzo di carne!” Paul spalancò gli occhi, il respiro affannato, impossibilitato a muoversi o ad emettere un fiato. Si svegliò in un bagno di sudore, il lenzuolo sottile totalmente incollato al torace e alle gambe nude, i capelli zuppi dietro la nuca, l’odore di un animale nella tana. Era solo un sogno. Magari lo fosse stato, non erano passati che cinque anni. E un volo di cinque piani. Sicuramente avevano dato la colpa alla ragazza, o era passato per un suicidio. Fatto sta che era andato via da Londra leggero come l’aria, con tutta la sua roba in uno zaino. “Kiss the shiny, the shiny shiny leather…” “Tutto bene?” Scilla era sulla porta, vicino al letto, con la sua camicetta da notte estiva a quadretti rossi, i capelli biondi sparsi sul petto e una pila di biscottini rotondi sul palmo di una mano, mentre con l’altra ne teneva uno da sgranocchiare, facendo attenzione a non rovinare lo smalto nero ancora fresco. Aveva un’aria molto preoccupata, anche se cercava di mascherarla con finta disinvoltura. “Puoi…puoi spegnere la radio, per favore?” disse lui, strofinandosi gli occhi, appena fu in grado di parlare. “Certo. Pensavo ti piacessero i Velvet Underground” Scilla si appuntò mentalmente di far sparire quella cassetta. Era molto turbato, aveva paura di chiedergli cosa c’era che non andava. Si sedette sul letto porgendogli i biscotti, ma lui sembrava non riuscire a muoversi. “Amore…vuoi restare a casa oggi? Ti senti poco bene?” gli disse, scostandogli i capelli e sentendogli la fronte con il dorso della mano. Un gesto tenero che gli strappò un sorriso, diradando le immagini della sua vita precedente. Anche lei doveva avere immagini simili, ma non sembrava esserne tormentata. Forse perché aveva ucciso solo su commissione, per lavoro, mentre lui aveva anche qualche morto “privato” sulla coscienza. E non tutti se lo erano propriamente meritato. “No, scusami, ho lo stomaco chiuso” disse, scansando i biscottini “Che ore sono?” “E’ un po’ tardino. Sicuro che non vuoi nulla da mangiare?” “No, maledizione, ho giusto il tempo di farmi una doccia, ne ho davvero bisogno” disse, tirandosi su con il medesimo scatto di reni alla Dracula di 20 chili e passa fa. Aveva messo su peso da quando si erano trasferiti in Australia, e il suo nuovo lavoro da manovale lo aveva trasformato in un armadio, anche se il primo mese la sera non riusciva a dormire per la fatica, cui non era affatto abituato, e il dolore ai muscoli. Nonostante la laurea a Cambridge, senza documenti non c’erano molti lavori che potesse fare, ed era meglio non sventolare troppo in giro quelli che aveva sottratto al prete, il cui cadavere era stato il lasciapassare per la sua libertà, in Giappone. Il capomastro e gli altri, al cantiere, inizialmente lo avevano guardato con sospetto, con la sua aria da piccolo lord e i pantaloni con la piega (quelli con cui era scappato); una sera aveva chiesto a Scilla se secondo lei fosse il caso di farsi rompere il naso per avere un’aria più “proletaria”, come diceva lui, e farsi prendere più sul serio, come aveva fatto Marlon Brando all’inizio della carriera. Lei l’aveva guardato con la testa inclinata da un lato, immaginandoselo col naso rotto, e aveva sentenziato che era più indolore farsi crescere un po’ di barba. Dopo una decina di giorni, però, l’aveva costretto a tagliarla perché le dava fastidio, le irritava la pelle delle guance quando lo baciava. Ora però era abbastanza grosso da non sembrare più tanto un collegiale inglese ma un vero manovale australiano, a parte la faccia; con qualche anno in meno avrebbe potuto darsi al wrestling, o al rugby, pensava ridacchiando. Ovviamente a Scilla non dispiaceva affatto che fosse più in carne. Paul ripensò a quando si era messo davanti allo specchio del bagno scrutando con odio, come quando doveva minacciare qualcuno, la ciccia accumulatasi sull’addome; lei era entrata per prendere la spazzola per capelli e era scoppiata a ridere, con la mano davanti alla bocca. “Scusami…è troppo divertente la tua faccia, in questo momento, dovresti vederti! Sei proprio…vanitoso!” e l’aveva abbracciato “Mi piaci tanto, così cicciottino. E poi sei così alto che 100 chili non sono niente, dovresti arrivare almeno a 200 per essere grasso. Inoltre vuol dire che sono una buona cuoca!” “Mmmmh, o forse che il lavoro duro mi fa arrivare a casa così affamato che mangerei qualsiasi cosa…” si divertì a prenderla in giro, ma in effetti doveva ammettere che se la cavava bene. Ora però non sarebbe riuscito a mandar giù neanche un bicchiere d’acqua. Scendendo dal letto, si ricordò che non avevano una doccia. Lei aveva insistito per la vasca. Sospirò e si avviò verso il bagno bofonchiando, ancora mezzo addormentato. “Farei la doccia…se avessimo la doccia. Ma la signorina non ama lavarsi in piedi…tanto tu mica hai fretta, te la prendi comoda” “Sempre con questa storia. La puoi fare anche nella vasca” disse, con la bocca piena di biscotto, contenta che si fosse scrollato di dosso il brutto sogno che probabilmente aveva fatto. “Allago tutto il bagno” “E poi, caro mio, tu puoi fare la doccia nella vasca, mentre io non posso fare il bagno nella cabina della doccia. È ovvio che, mettendoci d’accordo, dovevamo per forza prendere la vasca” “Hai ragione, come sempre” tornò indietro per darle un bacetto in testa “Perché discutiamo sempre per queste cazzate?” “Non so. Forse per fare pace?” gli rispose, con un largo sorriso da stregatto. “Non direi, io e te non facciamo mai pace. Ci limitiamo a cambiare discorso, in genere” disse con tono ironico, entrando in bagno. Lei lo guardò allontanarsi, trovava che fosse proprio bello, altro che carino. Quei chili in più gli donavano molto, gli avevano dato un’aria più in salute, aveva preso addirittura un po’ di colore, lavorando all’aria aperta, sempre sui toni del bianco marmo, certo, ma con leggere sfumature rosate. Di tanto in tanto si ipnotizzava a guardare il gioco dei suoi muscoli che si muovevano sotto quella pelle chiarissima spruzzata di lentiggini o premevano contro la stoffa della camicia, quando sollevava qualcosa o faceva qualche sforzo. Soprattutto le braccia. Da sempre era innamorata delle sue braccia. Lui, in quei casi, la guardava sempre con aria interrogativa e colpevole, come se avesse i capelli in disordine o qualcosa che gli pendeva dal naso. Lo seguì in bagno e si mise allo specchio per truccarsi, mentre lui cercava di lavarsi senza schizzare troppo in giro. Sa che poi devo riordinare io. Che tesoro, pensava. “Senti, stavo pensando…non mi piace stare qui a casa a far niente mentre tu ti spacchi la schiena per tutti e due. Io non ho problemi di documenti, potrei trovarmi un lavoretto, magari la mattina, quando tu non ci sei…che mi tenga occupata giusto qualche ora” “Ne abbiamo già parlato, mi pare. Se non fosse stato per me saresti ancora a Tokio, negli agi, servita e riverita. Mi sembra il minimo. E poi lo sai come la penso…” “Non ti facevo così retrogrado. Cioè, ti ci facevo, ma non fino a questo punto. La donna a casa. Santo cielo…” “Non è questione di donna e uomo. In una famiglia ci deve essere chi provvede al sostentamento e chi all’andamento della casa. Fare entrambi tutte e due le cose vuol dire fare male l’una e l’altra” disse, uscendo dalla vasca, asciugandosi i capelli con un telo. “Ti darei ragione, se avessimo dei figli, ma così io non ho nulla da fare…piuttosto, mi sono svegliata tardi anch’io e non ti ho preparato il pranzo. Te lo vengo a portare al cantiere più tardi” “No. T’ho detto che non voglio che vieni al cantiere. Lo sai che gente c’è” “Peggio di noi due?” aveva colpito nel segno. Paul si lasciò sfuggire un sorrisetto. In effetti quei bestioni dei suoi colleghi avranno avuto al massimo qualche multa per ubriachezza molesta. “Non fare la spiritosa. Sai che se ti presenti con uno dei tuoi soliti vestitini da bambolina e qualcuno fa qualche commento sarò costretto a spaccargli la testa. Vuoi che spacchi la testa a qualcuno?” le disse, prendendola un po’ in giro. Eccome, se l’avrebbe fatto. “Per carità! Peggio per te, allora il pranzo te lo compri da qualche parte! Piuttosto, mi servono alcune cosette, posso darti una lista e me le prendi quando torni?” Paul diede una rapida occhiata al foglietto che gli porse, che si chiudeva con una sfilza di cuoricini e un “Graaaaaazie tessssoro” scritto con letterine arrotondate cui aveva disegnato l’ombreggiatura. Quasi tutti articoli per il cucito; visto che dovevano fare economia si era rimboccata le maniche e si stava confezionando tutta una serie di abitini, sottogonne vaporose, camicette piene di merletti e cuffiette per capelli, del tutto simili a quelli, costosissimi, che aveva dovuto lasciare nel suo appartamento a Shibuya. Ed era anche brava. Si era rivelata molto più economa di quanto non gli fosse sembrata, a Tokio. Le donne erano piene di risorse, ne era sempre più convinto. “Per nulla al mondo andrò in merceria a prenderti dei gancetti per il busto. Mi vergogno!” “E dai…lo immagineranno, che non sono per te! Digli che hai una vecchia mamma che porta la panciera…” lo supplicò con la sua aria da bambina viziata, mentre lo aiutava ad abbottonarsi la camicia. Le piaceva aiutarlo a prepararsi. “Vabbè, se capita ci passerò…ci vediamo stasera” disse, rassegnato. Riuscivano a vedersi così poco, non gli andava di darle dispiaceri. Quando rincasava era così stanco che crollava sul divano come il peggiore dei bifolchi, davanti alla tv, aspettando la cena in tavola. Si rese conto che era molto facile giudicare gli altri quando si era vestiti di tutto punto e l’unico movimento che si faceva era quello per montare un fucile di precisione. “Stasera…” non si sarebbe mai abituata al fatto di non vederlo per tante ore. La prima volta che Paul era uscito per andare a lavorare, dopo le prime settimane in cui si erano sistemati, avevano cercato casa, comprato i mobili e tutto il resto, stando sempre insieme giorno e notte, aveva avuto un attacco di panico. Era seduta sul divano, che si metteva lo smalto alle unghie dei piedi, e all’improvviso si era sentita soffocare. Si era anche preoccupata di avere un malore vero, perché non gli era mai successo, ed era rimasta per un’ora con il telefono in grembo e la cornetta in mano chiedendosi se fosse il caso di chiamarlo o no, o se l’avrebbe soltanto fatto preoccupare inutilmente. Calma. Usciamo in giardino. A prendere un po’ d’aria. Concentrati sul tuo respiro. Come aveva imparato in Giappone dalla sua “mamma” adottiva, la moglie del boss della yakuza per cui lavorava da sempre. Le diceva sempre che era utile anche durante il parto, per distrarsi dal dolore. Inspira. Trattieni. Espira. Segui il diaframma che si alza e si abbassa. Riempi la pancia d’aria, non i polmoni. Si era sentita sola, e non come già le era capitato in passato, come capita a tutti di sentirsi soli, nella vita. Sola in assoluto, con tutte le persone che conosceva a migliaia di chilometri di distanza, fuori portata nel caso le fosse servito qualcosa, in un posto che non conosceva, di cui non sapeva i nomi delle strade né dove comprare ciò che le occorreva, dove non conosceva nessuno e non poteva parlare con nessuno. E dove non contava niente. Quando alla fine Paul era tornato, distrutto dalla fatica e dall’accumulo di acido lattico, lei aveva cercato di tenersi su, ma poi era scoppiata a piangere e lo aveva abbracciato fino a quasi a stritolarlo, mentre lui la guardava senza nemmeno la forza di chiederle cos’era successo. Erano proprio una bella coppia di squilibrati, aveva pensato lei in quel momento. Inoltre dovevano fare economia, la pur ingente quantità di soldi con cui erano scappati, frutto delle loro ultime malefatte, se ne era in gran parte andata per la casa e i mobili. Erano abituati troppo bene, con vestiti su misura, scarpe costose, telefoni, computer, televisore ultimo modello, dovevano ridimensionarsi un po’. Anche se Paul quando l’aveva vista la prima volta lavare i piatti aveva avuto una stretta al cuore. Dovessi lavorare giorno e notte, mi dovessi ammazzare di fatica per il resto della mia vita, avrai di nuovo la tua vita facile e agiata, tesoro, si diceva. Nessuna donna nella sua famiglia aveva mai fatto le faccende domestiche, gli sembrava una cosa così strana che dopo cena lei non si potesse rilassare ed accoccolarsi vicino a lui sul divano, ma che ci fossero sempre quei maledetti piatti da lavare. Qualche giorno dopo si era presentato a casa con una confezione da 300 piatti e bicchieri di carta. Altri dieci giorni dopo con una piccola lavastoviglie “adatta ad una piccola famiglia” aveva detto lui. Che carino che si riferisse a loro due in termini di famiglia, pensava Scilla; le aveva anche chiesto di sposarlo, ma con i documenti falsi era un rischio, e lei decise che non valeva la pena, che tanto era la stessa cosa. “Dove credi di andare? Se mi lasci vado dalla polizia, è meglio di un normale matrimonio, no? Ho il potere di ricattarti!” aveva cercato di tirarlo su, c’era rimasto male di non poterla sposare, almeno per il momento. Avrebbe dovuto procurarsi un documento falso migliore, di qualcuno che non fosse stato dichiarato morto, per lo meno. Il capomastro, Finley, era un omone tarchiato, con un grosso testone e un ridicolo e minuscolo naso a patata rosso e lucido, piccoli occhi incavati verdastri e fitti ricci brizzolati che arrivavano quasi alle sopracciglia. Quando si dice che l’ampiezza della fronte determina l’intelligenza, aveva pensato Paul. Ma dopotutto lui, con quella piazza d’armi che aveva come fronte, non aveva combinato granché, nella vita, e nonostante avesse i titoli per insegnare letteratura inglese, se non all’università, quanto meno alla scuola superiore, gli toccava fare il manovale. Oltretutto sotto il comando di quello scimmione. Quando lo vide avvicinarsi con aria grave (apparteneva a quella categoria di persone incapaci di mascherare uno stato d’animo), Paul e la sua coda di paglia elaborarono insieme mille scenari catastrofici in cui, in decine di varianti, scoprivano che aveva avuto “guai con la legge”, per usare un eufemismo, e veniva licenziato o ricattato o costretto ad accettare una paga inferiore ed ogni genere di soprusi. O peggio, rispedito in Inghilterra prima di sera. “Ragazzo…vieni un attimo, ti devo parlare” Quando aveva sentito “ragazzo” si era automaticamente voltato per vedere se ce l’aveva con qualcuno dietro di lui. Erano quasi tutti più giovani. Ragazzini che avevano mollato la scuola. Senza titoli di studio. Pochi oltre i trent’anni. Ma a quanto pare lui dava più l’idea del ragazzo di quanto la dessero loro. In verità aveva un’aria più distesa e riposata, nonostante tutto, come se da qualche parte avesse tenuto nascosto un ritratto che si alterasse al posto suo. “C’è qualcosa che non va, signore?” il “signore”, come lo chiamava per educazione, rimaneva sempre un po’ sorpreso a sentirsi apostrofare in quel modo. Paul si pulì le mani in uno straccio e si asciugò il sudore dal viso, seguendolo nel piccolo prefabbricato che fungeva da ufficio. Durante il breve tragitto tra fango e macerie elaborò anche una scenetta piuttosto tragica in cui veniva intrappolato in una colata di cemento di uno dei piloni del fabbricato che stavano tirando su ormai da tre mesi. Quando si dice essere affezionati al proprio posto di lavoro, pensò. Si sedette, davanti al tavolo di lavoro che faceva le veci di una vera scrivania, accavallando le gambe e unendo le punte delle dita come era sua abitudine. Sì, come no, il mio nome è Bond, James Bond, pensò, vedendosi dall’esterno. Cerchiamo di sembrare un cazzo di straccione bianco, dannazione. Si passò una mano nei capelli scompigliandoli e si mise un po’ più sbracato, in attesa del verdetto, guardando il capo di sottecchi, nel suo tipico atteggiamento. Gli occhi, quelli erano i suoi, non li poteva mimetizzare. “Ecco, è un po’ di tempo che mi chiedevo…come mai uno come te decide di fare il manovale, ragazzo? Parli bene e non hai l’aria di uno che…” “Signore” altro sussulto dell’omone “Io…” “Hai bisogno di denaro, immagino” Ecco. Aveva capito che era nei guai. Ora avrebbe avanzato qualche pretesa. Farlo lavorare di più, magari con paga inalterata. “Signore” gli sembrava di parlare con suo padre. Fissato dei film sul Vietnam. Signore sarà la prima e l’ultima parola che deve uscirti dalla bocca, figliolo. Figuriamoci. “Signore…in effetti è così. Vede…sono fidanzato con una ragazza” nella sua mente iniziava a prendere corpo la portentosa balla che avrebbe raccontato. Era sempre stato un ottimo bugiardo, anche piuttosto convincente e rapido nell’inventare. Probabilmente perché ci metteva molte verità. “Lo immaginavo” disse con aria paterna il capomastro. “Ecco, in un certo senso siamo scappati, la sua famiglia non approvava la cosa, e così ora devo provvedere a lei. Non avevo mai lavorato, prima” e fin qui tutto vero. “Avrai lasciato l’università, immagino” come no, a trent’anni ancora all’università. La conoscenza di quell’uomo del sistema scolastico era più limitata dal previsto. “Bè, sì. E ora lei è…aspetta un bambino, quindi…finché non trovo di meglio…” da attore consumato “rubò” l’espressione un po’ rassegnata, un po’ orgogliosa che aveva visto assumere a uno dei suoi vicini, un giovane padre più o meno della sua età, che un paio di giorni prima aveva incrociato in giardino, mentre la figlia di due-tre anni gli tirava la giacca per farsi dare ascolto. Era rimasto un attimo a guardarli, e l’uomo aveva ricambiato lo sguardo sospirando “Figli!” con sottotesto “Beato te che te ne puoi andare liberamente a spasso, amico”. Al contempo però sembrava totalmente rapito da quello scricciolo che batteva i piedini a terra con atteggiamento viziato. A Paul ricordava qualcuno. Aveva fatto un gran sorriso a quella simpatica coppietta, non gli sarebbe affatto dispiaciuto diventare padre, anche se forse non era il momento più propizio. Non riusciva a capire quelli che si tenevano lontani dal crearsi una famiglia come se fosse una piaga da evitare. Dopotutto anche al drugo Alex, alla fine del libro, viene voglia di famiglia. “Già, ora avrai bisogno di tante cose” “Sì…poi lei viene da una famiglia piuttosto benestante, non voglio farla vivere male” “Fai bene, ragazzo. E io voglio aiutarti. Ho un lavoretto per te, la settimana prossima. Mi sembri la persona adatta” accidenti, altro lavoro. A casa non ci stava quasi mai già adesso, figurarsi con un altro lavoro. “Veramente…non vorrei stare lontano da casa altre ore, signore” “No, è una cosa di un solo giorno, non verrai al cantiere. E ben pagata, cosa importante” “Di cosa si tratta?” chiese, cominciando ad incuriosirsi. L’aveva detto con lo stesso tono freddo e distaccato che usava quando gli proponevano un “lavoro”. Uno di quelli che faceva prima. Uno di quelli veri. Riaccavallò inconsciamente le gambe, sporgendosi verso il suo interlocutore nella sua posizione “bondiana”. “Hai visto, due settimane fa, lo sciopero. I lavori sono stati fermi un sacco di tempo, e non ce lo possiamo permettere. E pare che la settimana prossima ne organizzeranno un altro, roba da matti!” Paul lo ricordava bene. Lui era andato a lavorare lo stesso, non aveva una grande coscienza di classe. Soprattutto perché non si riteneva appartenente alla medesima classe sociale degli scioperanti. Si era beccato fischi ed insulti, ma aveva portato a casa la paga, come al solito. “Un altro?” disse con aria incredula. Il capomastro aveva visto giusto, era il suo uomo. “Esatto. Il direttore dell’impresa pensa che dobbiamo fare qualcosa, che quegli inutili sindacalisti che eccitano gli animi vadano calmati” ovviamente ripeteva la frase del direttore. Il primo congiuntivo che usciva dalla sua bocca, pensò Paul, trattenendo un applauso. “E come?” lui un’idea ce l’aveva. Perché non si facevano i cazzi loro? Era già d’accordo prima che il suo capo dicesse esattamente quello che avrebbe dovuto fare. Traccia 2 - Sean Sean- “Ooo wii ooo, I look just like Buddy Holly…oh oh, and you’re Mary Tyler Moore, I don’t care what they say about us anyway. I don’t care ‘bout that!” Scilla canticchiava muovendo la testa a destra e sinistra per sentirsi sbattere i codini contro il collo, mentre scolava l’acqua della pasta nel lavandino della cucina. Tra una cosa e l’altra s’era fatto tardi e non era riuscita ad andare in spiaggia, così aveva pensato di avvantaggiarsi sulla cena. ”Don’t you ever fear, I’m always near, I know that you need help…your tongue is twisted, your eyes are slit, you need a guardian…” rumore di passi nel vialetto, pesanti passi che salivano i due gradini dell’ingresso. Tintinnio di chiavi. Scilla guardò l’orologio della cucina, era molto presto, neanche le sei. Che fosse stato licenziato? Ci mancava solo quello. E non aveva avuto neanche il tempo di darsi una sistemata. “Sono io, non ti allarmare!” gridò appena entrato, immaginando che anche lei aveva una coda di paglia notevole, e le sarebbe venuto un colpo, sentendo arrivare qualcuno ad un’ora insolita. Scilla gli andò incontro cercando nervosamente di slacciarsi il grembiulino che aveva indossato per cucinare, ma sembrava che i nodi si stringessero sempre di più, invece di sciogliersi, e così arrivò da lui ancora in quella mise casalinga. Lui la strinse e la baciò, sussurrandole all’orecchio di non toglierselo. Paul aveva sempre avuto quella fantasia, forse perché le cameriere della sua infanzia erano state tutte vecchie e arcigne. La prese in braccio e la portò sul divano. “Mmmmh…oggi non sei affatto stanco o sbaglio?” In effetti non aveva faticato granché, era stato quasi tutto il pomeriggio nell’ufficio di Finley a discutere i dettagli del piano e il compenso. Sarebbero stati a posto per un po’, con quei soldi. Avrebbe potuto comprare un’automobile, magari, per andare a lavorare più comodamente e portare in spiaggia Scilla più spesso. Si chiedeva se avrebbe dovuto parlargliene oppure no. Magari dopo, ora voleva approfittare delle energie residue. Sapeva che per farla capitolare bastava poco, perciò la strinse forte e la baciò per qualche minuto sul collo e dietro le orecchie, accarezzandole i fianchi e mettendosi sopra di lei dopo averla sdraiata sul divano. Scilla era piacevolmente sorpresa. Ultimamente era sempre troppo stanco, lei non se la sentiva di insistere più di tanto. “Accidenti. Ho dimenticato di prenderti i gancetti in merceria” bisbigliò lui, con un sorrisetto ironico. “Che vuoi che mi importi?” rise, accarezzandogli la guancia, poi lo baciò molto dolcemente, mordicchiandogli il labbro superiore. “Sicura che non vuoi che esca ora a comprarteli?” che spiritosone, ora si faceva pure desiderare. Aveva voglia di giocare, stasera, pensava Scilla. Chissà come mai era così di buon umore. Dopo essersi sfogati per un’ora abbondante, completamente vestiti, giacevano ora abbracciati sul tappeto. Scilla gli strofinava il naso contro il petto, facendo le fusa come un gattino, un gattino particolarmente sazio e appagato. Ora però era meglio vuotare il sacco, pensava Paul. Non era del tutto convinto di aver fatto un affare ad accettare l’incarico. Sapeva bene che era molto più facile passarla liscia facendo una strage o frodando il fisco per miliardi di dollari, che per reati da quattro soldi. “I miserabili” era il libro che meglio aveva espresso questo concetto, secondo lui. E aveva anche una discreta esperienza personale in materia. Le sue uniche due visite alle patrie galere erano state per reati di poco conto. Gli omicidi, quelli erano tutti rimasti impuniti. Qualche giornata per possesso di stupefacenti, a vent’anni. Poco più di due mesi per una rissa allo stadio, in cui c’era quasi scappato il morto, a ventitre. Aveva voluto fare il duro e non aveva dato retta alla madre, rifiutando il costoso avvocato di famiglia che già lo aveva tolto dai guai varie volte. E non avrebbe mai smesso di ripetersi quanto era stato coglione. I due mesi peggiori della sua vita. Non ne aveva mai parlato con nessuno. Piuttosto che tornare in galera si sarebbe fatto saltare la testa. Non aveva considerato la cosa da questo punto di vista, cominciava a non sembrargli più tanto una buona idea. “A che devo tutto questo?” gli chiese lei, continuando a fare le fusa. “Tutto cosa?” “Sei rincasato presto…non sei stanco…che è successo?” gli sussurrò all’orecchio, mordicchiandogli poi il lobo, trovando piuttosto difficile staccare le labbra da lui. “Non sono stato licenziato, se è a questo che pensavi” “Allora?” “Ho ricevuto un incarico” lo disse utilizzando nuovamente il tono “professionale”da sicario. Scilla sentì un brivido lungo la schiena, la spaventava sempre, quando usava quel tono, si rendeva conto di non conoscerlo affatto, dopotutto. Non sapeva quasi niente del suo passato, e le poche cose che sapeva...aveva ucciso suo padre, da ragazzino, quando aveva scoperto che abusava della sorella. Era stato un tossicodipendente e uno spacciatore. Aveva organizzato incontri di boxe clandestina, insieme al suo amico fraterno, Jason. Che erano stati il viatico per una vita di fughe forzate. Era anche vero che non l’avrebbe mai conosciuto, se non fosse stato per quel casino del match truccato. Anche se lei l’aveva idealizzato come un eroe romantico restava sempre un criminale, non si era mai illusa troppo sul fatto di riuscire entrambi a condurre una vita normale ed onesta. Anche lei. La violenza ce l’avevano nel DNA, c’erano cresciuti insieme. Si girò, mettendosi supina, appoggiandosi con i gomiti per ascoltare il suo racconto. Era molto curiosa, dal punto di vista professionale. “Ci sono problemi sindacali. Bisogna farli tacere, tutto qua, niente di trascendentale” come sempre aveva il dono della sintesi. “Fammi capire, tu lavori là. Perché boicotti lo sciopero? Lo fanno per il bene di tutti, anche il tuo!” sapeva che farlo ragionare su questi temi era come voler cavare sangue da una rapa, ma non si era ancora data per vinta. Prima o poi l’avrebbe convertito alla lotta di classe. Sì, come no. “Per favore, non ricominciare, sai come la penso” la prima volta che l’aveva sentita parlare di diritti dei lavoratori era rimasto allibito, la sua piccola comunista. Lei, che a Tokio spendeva l’equivalente di uno stipendio normale in un pomeriggio in accessori per capelli e manicure. Ma la sua famiglia era piuttosto modesta, prima di collaborare con la yakuza, ovviamente era molto sensibile ai problemi della classe media. Lui invece era passato da un estremo all’altro, dall’aristocrazia allo stato di outsider, senza sfiorare minimamente la middle-class, e quindi certe cose probabilmente non le poteva capire. “La pensi male! Credevo che lavorando duramente ti saresti un po’ sensibilizzato, su queste questioni!” “Sentimi bene” disse, avvicinandosi con il volto a lei, cercando di spiegarle senza arrabbiarsi “Che ha fatto quella gente per noi? Nulla. Non me ne frega niente di loro. Il mio paese, la mia classe, è la mia famiglia, cioè tu. Questo incarico porterà benefici a noi, questo importa, nient’altro” “Sì, ma quella gente non ci ha neanche fatto nulla di male. Tirano avanti a fatica, l’hai visto anche tu, sulla tua pelle. Hanno una famiglia da mantenere, magari figli piccoli…chiedono solo condizioni di lavoro migliori” “Fatti loro, io devo pensare a noi due. E poi anche tu non è che facessi un lavoro da paladina dei più deboli. È la legge di natura, sopravvive il più forte” il suo pensiero in proposito era più complesso, in verità, ma non gli sembrava il momento di lanciarsi in una discussione filosofica. Soprattutto perché sapeva che a lei sarebbe entrato da un orecchio e uscito dall’altro. Non era facile a cambiare opinione. “Non temere. Non devo ammazzare nessuno, solo mettergli un po’ di paura” sorrise, tornando il Paul che lei conosceva. Le accarezzò i capelli scompigliati e si alzò da terra. “Dai, ti aiuto a preparare la cena” “Veramente l’avevo già fatta, ma ora sarà tutto da buttare. Ordiniamo una pizza?” “Ok. Io vado a prendere un film. Che vuoi vedere?” “Non so…prendi quello di Danny Boyle, come si chiama…” “Perché non possiamo vedere uno di quei polpettoni sentimentaloidi come tutte le altre coppie del mondo, seduti a sbaciucchiarci? Perché ci dobbiamo autoinfliggere storie di drogati, a cena?” disse, ironicamente sconsolato. “Via di mezzo? Sergio Leone?” “Ok, ma non C’era una Volta in America, ti prego. È troppo lungo” “Giù la testa, allora. Almeno si parla di rivoluzione, crumiro del cavolo che non sei altro!” Sul divano, Scilla sulle ginocchia di Paul con il cartone della pizza, immersi nelle immagini del film, nel buio più totale per avere un po’ di refrigerio. Quando Mallory sparò all’amico Sean, nel pub, lei gli prese la mano, sempre senza smettere di guardare. La faceva sempre piangere, quel punto. Si ricordava di aver visto per la prima volta quel film a nove anni, e si era perdutamente innamorata di James Coburn. La madre le aveva cancellato gli ultimi minuti della videocassetta per non farle vedere che alla fine si faceva saltare con la dinamite. Ma così si era persa anche il riferimento all’allegro terzetto, alla ragazza condivisa dai due amici. Ma forse era meglio, nove anni erano pochi, in effetti. Alla fine del film andarono a letto. Faceva davvero molto caldo, anche se era autunno. Erano arrivati a metà gennaio e si erano trovati in piena estate tropicale. Tre giorni in albergo, con la pressione sotto le scarpe, prima di abituarsi alla calura soffocante di quello che sarebbe dovuto essere probabilmente luglio. Quindi Agosto, settembre, ottobre. Dovevano essere all’equivalente boreale di metà ottobre, ma la temperatura era saldamente ancorata sui 32 gradi, con un’umidità pazzesca, scendendo solo un po’ con il buio. Paul non avrebbe potuto adottare il suo stile impeccabile neanche volendo, e Scilla aveva dovuto rinunciare a vari strati di sottovesti, e alle sue calze colorate di cotone spesso. Quando si misero sotto le coperte Scilla aveva ancora qualche lacrimone che le scorreva lungo le guance, lacrimoni che prontamente Paul le succhiò via con le labbra. “Ehi, non piangere…è solo un film. Potrei ingelosirmi poi, che piangi per un altro uomo!” “Non essere stupido, anche volendo James Coburn è morto” “Che vuol dire anche volendo?” “Lascia stare. Sei malato” disse lei ridacchiando. Aveva sempre guardato come delle pazze le sue amiche, contente di avere fidanzati gelosi. In realtà si provava un sottile piacere, aveva capito col tempo. Oltretutto lei non lo amava, lo idolatrava come un dio pagano, non poteva neanche immaginare di tradirlo o soltanto di guardare un altro uomo. Si avvinghiarono nuovamente, nonostante il caldo, baciandosi con passione, staccandosi solo quando erano al limite del soffocamento per poi incollarsi di nuovo come due sedicenni al cinema, resi ancora più smaniosi da quell’istante di pur necessaria separazione. Mentre la baciava, Paul la accarezzava delicatamente tra le gambe, scostandole le mutandine di tulle. Si ricordava la prima volta che aveva provato a farlo, di come lei si era tirata indietro e voltata dall’altra parte, serrando le gambe, e lui c’era rimasto come un idiota e si era sentito una specie di maniaco sessuale. Poi l’aveva abbracciata, le aveva preso la mano, le aveva schioccato piccoli baci sul viso e sulla fronte, proprio come faceva lei per tranquillizzarlo durante le sue crisi, e le aveva sussurrato all’orecchio le parole di una canzone molto dolce, che aveva avuto il potere di distenderla, come un incantesimo, e dopo una mezz’ora di tenerezza allo stato puro alla fine aveva accettato le sue carezze. “Amore, sai, quella canzone…aah…” Scilla si lasciò scappare un gemito, perché sia i baci sia le carezze si stavano facendo più profondi. Gli conficcò le unghie nella schiena, stringendolo a sé più forte. Sì, amore, fammi male, pensò istintivamente lui, baciandola con foga sul collo per lasciarle il segno. “Quale canzone?” “Lo sai benissimo, quale canzone. È la cosa più dolce e rilassante che abbia mai sentito. Non mi hai mai detto il titolo…vorrei procurarmela” “E’ un po’ difficile. L’ho scritta io” “Nooooo! Mi prendi in giro! Cioè, tu cantavi?” esclamò con gli occhi che brillavano, in completa adorazione. Subito se lo immaginò, chitarra a tracolla, occhiali scuri, strafighissimo, attorniato da ragazzine in preda ad una crisi isterica. E lei dietro le quinte con un enorme martello per tenerle lontane, ovviamente. “Più che altro scrivevo” e se lei lo avesse visto, in che condizioni era quando scriveva, sicuramente non l’avrebbe trovato così affascinante. “Oddio, che bello…perché non canti mai per me?” “Perché non me lo chiedi” ribatté lui in tono ironico, poi decise di accontentarla e le sussurrò nel suo modo lento e strascicato le parole di un’altra canzone, sfoderando tutto il suo charme e cercando di non ridere vedendola letteralmente gongolare come una bambina tra i dolciumi. “Piacerebbe anche a me avere una canzone per tranquillizzarti, quando serve…” in realtà con lui funzionava meglio il contatto fisico. Se ne accorgeva di notte, quando lo sentiva agitarsi nel letto e chissà cosa sognava. L’unico modo per calmarlo era stringerlo forte e accarezzarlo, come per fargli sentire che non era solo, neanche da addormentato. Un altro si sarebbe sentito soffocare, pensava spesso lei; era il suo bambolotto, lo aiutava a vestirsi, gli portava la colazione a letto, ogni tanto si divertiva ad imboccarlo, gli dava dei sonori pizzicotti per farlo arrabbiare e fargli comparire un po’ di colore sul viso. Lui però doveva ammettere che gli piaceva, gli risvegliava i ricordi del principino viziato che era stato. Non che pensasse che un simile trattamento gli fosse dovuto, anzi, però gli faceva molto piacere che lei lo vezzeggiasse un po’. Probabilmente un bambino l’avrebbe resa un po’ più adulta, nei comportamenti. Non avevano mai usato precauzioni, ma ancora non succedeva nulla. Ok, si conoscevano solo da quattro mesi, anche se a pensarci gli sembrava impossibile che stessero insieme da così poco tempo. Non ne avrebbe fatto un dramma, non si sarebbe fissato su questa cosa mandandola a fare analisi e altre schifezze. Anche perché nel caso le analisi se le sarebbe fatte lui, se c’era qualche problema era certamente in lui, con la sua vita passata non proprio da salutista convinto. Se ci ripensava poteva solamente ringraziare il cielo ogni mattina, appena sveglio, di esserci ancora. Aveva dribblato l’AIDS come neanche Beckham, nella sua compagnia ad un certo punto si erano scoperte malate un sacco di persone. Ma lui sembrava che fosse il bastardo più fortunato della terra, nonostante tutto. Pensò a quella che avrebbe potuto definire unica “storia” della sua vita prima di questa. Si chiamava Mabel e l’aveva conosciuta in una maniera piuttosto singolare. Ci era andato saltuariamente a letto per un paio di mesi, e quando si erano lasciati lei aveva scoperto di essere sieropositiva. Era vissuta solo un altro anno. Era agli esordi della sua carriera di spacciatore, ancora convinto di poter tenere a bada la dipendenza e di farsi solo per divertimento nei fine settimana, quando era libero dagli impegni scolastici di ventunenne. Un elegante ed annoiato bastardo di buona famiglia, non ancora prostrato fisicamente dall’eroina, che si tirava su la manica della giacca blu con lo stemma della scuola per stringersi il laccio emostatico. Ancora in divisa, in viaggio per tornare a casa da scuola, era entrato in uno dei bagni della stazione per farsi in santa pace ed essere in grado di sopportare la settimana di vita casalinga che lo aspettava. E si era trovato davanti questi due che scopavano contro la parete piastrellata e lurida del bagno degli uomini, due mucchi d’ossa devastati che sbattevano l’uno contro l’altro. Poteva quasi sentire il rumore delle ossa pelviche che urtavano, tant’erano scarni. Fece per girarsi e togliere il disturbo, molto imbarazzato, quando notò che l’uomo teneva un coltello puntato sull’addome della ragazza per farla star ferma. E lì il cavaliere dalla fulgida armatura che era in lui prese il sopravvento, buttando da un lato il tossico in erba e il cinico spacciatore intra-scolastico, che costituivano le altre sue personalità del momento. Finse di volersi lavare le mani, oltrepassando la coppietta, dirigendosi ai lavandini. Con uno scatto, afferrò il braccio dell’uomo che teneva il coltello e lo girò all’indietro, facendolo urlare e permettendo alla ragazza di divincolarsi. Non contento, piegò quel braccio finché non sentì un sordo ‘crac’, proprio come nei fumetti, e non vide l’uomo diventare improvvisamente bianco e afflosciarsi come un pallone sgonfio, senza un lamento. Lo scaraventò con rabbia in uno dei cubicoli, mandandolo a sbattere violentemente contro la tazza, sperando che si spezzasse e lo tagliasse a metà, ma quella rimase integra. Il tizio non si muoveva più, disteso scompostamente nella sporcizia del pavimento del bagno, ma non doveva essere morto. Era solo svenuto per il gran dolore. E lei era ancora appoggiata alla parete, guardando la scena con sguardo vacuo. Non si era neanche curata di ritirarsi su i pantaloni della tuta, dentro i quali sembrava caduta come in un sacco. Avrà avuto quattordici anni. Paul si sentì attanagliato dallo schifo, non sapeva cosa dirle, pensava che fosse sotto shock. Pensò di offrirle la colazione, sembrava affamata, così la portò in un bar e si fece servire due tazze di caffelatte e una grossa scatola di ciambelle glassate americane, che lei mangiò con molta voracità, imbrattandosi il viso di zucchero mentre lui la scrutava con curiosità. Scoprì che era una vagabonda, era scappata di casa ed era diventata eroinomane, così per pagarsi la dose si prostituiva alla stazione. La piccola Mabel F. dello zoo di Berlino, pensò lui. Era incappata nel classico cliente che non vuole pagare, come disse con estrema naturalezza. Paul le propose di aiutarla a tornare a casa, ma lei sembrava irremovibile. Ora quella era la sua vita, disse, con aria rassegnata e teatrale da diva del cinema muto, così lui si limitò a metterle in mano il coltellaccio a serramanico che aveva sottratto al bastardo di prima raccomandandole di essere più prudente, in futuro. L’aveva rincontrata quasi quattro anni dopo, nelle vesti di nuova fidanzata del tipo per cui lavorava a Londra, un gallese altissimo, magrissimo, rosso di capelli e con i denti marci, che si chiamava Mickey, e che gli forniva le dosi da spacciare al dettaglio. E del quale voleva prendere il posto dal primo giorno che li avevano presentati. Lo invidiava, in un certo senso, nonostante la giovane età aveva raggiunto un certo grado di rispettabilità, nella mala londinese, aveva numerosi uomini ai suoi ordini e gestiva tutta una serie di locali, dalle case da gioco ai night club. Ed era anche un tipo piuttosto affabile malgrado l’aspetto un po’ sgradevole. Tutti lo amavano (o almeno fingevano bene) e nel suo gruppo aveva creato un apparente affiatamento di squadra che li contraddistingueva da tutti gli altri cani sciolti della città, dando ai suoi sottoposti una specie di spirito d’appartenenza e di orgoglio clanico, una virile fratellanza di guerrieri, come nelle eterìe greche, pensava lui, anche se probabilmente non avrebbe capito il paragone storico. Inutile dire che Paul là era un pesce fuor d’acqua, quell’aria da finta famigliola felice gli dava ai nervi, e quando Mickey usciva fuori con la sua classica battuta “E dai, facci un sorriso! Possibile che non dici mai niente? Non ci pensare!” accompagnata dalla solita pacca sulle spalle e da quel sorriso bacato, riusciva solamente ad alzare un angolo della bocca in un mezzo ghigno di cortesia, svuotando d’un fiato il bicchiere e sperando che si sbrigasse a dargli gli ordini per la giornata, così avrebbe potuto andarsene da quel teatrino. Quando un giorno s’era presentato al club al braccio di una minuscola ragazzina castana, che aveva premurosamente presentato a tutta la compagnia, in principio lui non l’aveva riconosciuta, poi notò lo sguardo vuoto di lei e le tornò in mente quella scena. Il rumore solo immaginato delle ossa che sbattevano, prima. Quello reale dell’osso spezzato, poi. E l’odoraccio di quel bagno, le pareti coperte da graffiti scoloriti, le porte di compensato sfondate. Ora le dosi ce le aveva assicurate, bella mossa baby, pensò. E di schifoso repellente te ne dovrai scopare solo uno. Aveva iniziato a frequentarla solo per il gusto di farla sotto il naso a Mickey, e di farlo incazzare quando l’avesse scoperto. Perché voleva assolutamente farsi scoprire e farlo incazzare. Voleva incrinare quell’ipocrita commediola del “vogliamoci tutti bene anche se siamo dei criminali”, voleva che gli facesse una piazzata davanti a tutti gli altri e si facessero una bella scazzottata liberatoria. E se avesse reagito violentemente avrebbe avuto il pretesto per fargli saltare quella faccia di merda. E quei dentacci schifosi che gli facevano venire il voltastomaco, ogni volta che era costretto a stargli di fronte. Uno così dovrebbe avere il buon gusto di non sorridere tanto, pensava. In verità era invidioso guasto di lui, di come riusciva a fare “spogliatoio”, si sarebbe detto nel calcio, e odiava se stesso per essere condannato a fare il lupo solitario, per il suo caratteraccio taciturno, per la sua incapacità di vivere con gli altri, di far finta di essere interessato alle cazzate che gli dicevano. Insomma, di avere una vita normale, senza anestetizzarsi prima artificialmente. Avrebbe sempre vissuto così? Se lo chiedeva spesso. Se solo gli fosse comparso Mefistofele in quel momento, sapeva cosa chiedergli. “Ti prego, fammi essere come lui” Lei neanche gli piaceva tanto, anche se si era fatta più grande e meno ossuta restava sempre un po’ giallastra e poco curata, i vestiti costosi che Mickey gli comprava che sembravano spegnersi su di lei e diventare non dissimili dalla tuta grigia e sformata che portava quando l’aveva conosciuta. Quando si incontravano nella squat che Paul occupava con altri ragazzi, la maggior parte del tempo la passavano a farsi o a bere, la scopava solo di tanto in tanto e solo per dispetto, per immaginarsi la faccia di Mickey e il suo sorriso ebete spegnersi in una smorfia di incredulità quando l’avrebbe saputo. Lei semplicemente lo lasciava fare, non le importava niente né di lui né del suo cosiddetto fidanzato, solo della roba, unico suo argomento di conversazione. Dialogo tipo tra i due: “Carini, quegli orecchini. Sono nuovi?” cercando di farle un complimento, tanto per parlare d’altro. “Ci farei due dosi, ma sono un regalo di Mickey. Immagino che dovrò aspettare un po’, prima di venderli” Era scivolato sempre di più nel tunnel, insieme a lei, aiutato anche dai sensi di colpa. Dopotutto la stava usando, anche se in modo più subdolo del tipo col coltello. Poi aveva semplicemente perduto interesse; una mattina s’era svegliato nella solita misera e sporca stanzetta e in un raro momento di lucidità aveva deciso che Mickey Jones poteva anche andare a farsi fottere, che non poteva andare avanti così e che se ne sarebbe tornato un po’ in Scozia dai suoi per rimettersi in sesto. Arrivato a ventiquattro anni riteneva di doversi accettare così com’era, ormai non sarebbe cambiato, era inutile agognare una vita da patriarca simpaticone quando si era un sociopatico che aveva passato le ultime due notti ad ascoltare Nick Cave e a ripensare ai mesi trascorsi in prigione, con una gran voglia di farla finita. Se mai gli fosse capitato nella vita di dirigerla lui, una banda, sarebbe stato uno di quei capi glaciali e temuti di cui tutti avrebbero sussurrato in segreto le atrocità commesse, che sarebbero diventate sempre più grandi di bocca in bocca. Come di quel tale che dava da mangiare i suoi nemici ai coccodrilli che aveva in giardino, un boss di Manchester di cui si narravano le storie più incredibili. Altro che pacche sulla spalla. Ognuno ha i suoi metodi, si disse. Due mesi dopo, al castello della sua famiglia ad Inverness, lo raggiunse la notizia: Mabel era sieropositiva. Non l’aveva chiamato lei, ma Mickey, in lacrime. Non sapeva che andavano a letto insieme, ma sapeva che si bucavano insieme, e aveva creduto opportuno avvertirlo perché facesse un controllo. Fu colpito dalle parole e dal tono del suo ex-capo come da una tonnellata di piombo in faccia; era disperato, piangeva come un bambino, era davvero innamorato perso. E nonostante tutto il dolore, il fatto che tutto potessero definirsi tranne amici, e che lui l’avesse mollato di punto in bianco per tornare a fare il piccolo principe della situazione, si era preso la briga di cercarlo e chiamarlo, preoccupato per lui. Non si era mai sentito così male in tutta la sua vita. Quell’uomo era fantastico e lui era uno stronzo. E anche lei era una stronza. Una coppia di bastardi che si meritavano di morire lentamente di una morte orrenda. Ma lui era a posto. Doveva essersi infettata dopo che lui era sparito. O meglio, lui aveva sempre usato il preservativo, con lei. E per qualche serie di miracoli non avevano mai usato la stessa siringa. Corse a perdifiato per la galleria del castello, il certificato medico in mano, fino alla cappella con l’immagine della Madonna fatta edificare da suo nonno, tutta in pietra grezza, con croci e decorazioni celtiche, come piaceva a lui, importante studioso degli antichi popoli che avevano abitato la regione. Aveva abiurato il cattolicesimo da quando era ragazzino e non entrava in una chiesa da anni, non si era mai nemmeno confessato in vita sua, ma pianse ai piedi della Madonna di legno dai capelli rossi, con le mani davanti al viso. Pianse perché erano dieci anni che le cose sembravano andargli tutte male e non aveva passato un solo giorno senza lamentarsi e compiangersi per la sua situazione, per aver capito di suo padre e sua sorella troppo tardi, per tutta una serie di cose che lo avevano portato a diventare quello che era invece di fare il gentiluomo di campagna come era destino che fosse. E invece era tutto così stupido e senza importanza. Era vivo. “Perdonami…perdonami ti prego!” non lo diceva, tra i singhiozzi, alla vergine Maria, né a quelli di cui s’era preso la vita o ai quali aveva fatto del male, che aveva rovinato vendendogli droga, o che aveva pestato allo stadio. Non lo diceva a Mabel, la cui vita finiva prima dei diciott’anni perché non s’era saputo imporre e non l’aveva ricondotta a casa sua con la forza anni prima. Non lo diceva neanche a Mickey, che aveva odiato così tanto da cagionargli il più grosso dolore della sua vita come se gli avesse lanciato il malocchio, mentre lui lo aveva sempre ritenuto un amico, un po’ silenzioso e scontroso magari, ma un amico. In quel momento era direttamente con suo nonno Sean che ce l’aveva, perché aveva disperatamente voluto essere come lui per tutta la vita, ritrovandosi sempre e comunque ad essere il clone di suo padre, e perché ora che lui non c’era più era condannato a restare così per sempre, e avrebbe dovuto imparare a conviverci. Traccia 3 - Let's go surfin' now, everybody's learning how - Scilla spesso si trovava a pensare che erano sì in Australia, ma potevano essere da qualsiasi altra parte del mondo. Non sapeva se dipendesse dalla globalizzazione o dal fatto che non uscivano quasi mai dallo zuccheroso quartiere residenziale per giovani coppie con bimbi piccoli dove avevano preso dimora, case color pastello con giardinetti di prato inglese di forma e dimensioni standard antistante, praticamente il quartiere di Edward mani di forbice, che avrebbe potuto trovarsi benissimo in California o nel Connecticut o in qualsiasi altra parte del mondo cosiddetto “occidentale”, anche se non potevano essere più ad est di così. Avrebbe voluto tanto fare delle gite, vedere le spiagge, la barriera corallina e tutte le cose che si vedevano nei documentari, ma Paul non c’era quasi mai e i soldi erano pochi, non avevano neanche un’automobile. Aveva provato a convincerlo a prendersi almeno un motorino, magari una bella vespa, così sarebbe salita in sella dietro a lui seduta alla femminile, tenendosi stretta per non cadere, anche se con lei di Audrey Hepburn ce ne avrebbero potute fare due e lui era quanto di più dissimile potesse esistere da Cary Grant. Ma aveva scoperto che non lo sapeva portare, il motorino, che delusione, totalmente incapace di restare in equilibrio su qualsiasi cosa che avesse meno di quattro ruote. Per cui si limitava a posizionarsi sul balcone, armata di binocolo, per intercettare i meravigliosi e variopinti uccelli tropicali che passavano di tanto in tanto per poi cercarne i nomi sull’enciclopedia, e andare alla spiaggia cittadina in autobus per passare una mattinata all’aria aperta e farsi una bella nuotata, anche se doveva restare all’ombra per non guastarsi la carnagione candida (tanto erano radicati in lei gli insegnamenti della sua madrina giapponese!). Ma non le piaceva fare tutte queste cose da sola. “Paul…” sussurrò col suo tono più suadente. Early in the morning we’ll be startin’out…dai amore, svegliati, canticchiava tra sé. “Mmmmmh?” grugnì, la faccia sprofondata nel cuscino. “Andiamo al mare oggi?” “Fammi dormire, un giorno che non lavoro…” disse girandosi dall’altra parte e premendosi il cuscino sulla testa. “Dai, solo la mattina. A ora di pranzo torniamo a casa, così puoi dormire” “No” “Ma puoi dormicchiare in spiaggia, come fanno tutti!” “Come no, appena messo piede sulla sabbia comincerai a fare la solita storia ‘quando facciamo il bagno? Quando facciamo il bagno?’ come i bambini piccoli e non mi lascerai in pace un istante finché non ti accontenterò, poi mi tiri la sabbia, poi vuoi che ti vada a prendere il giornale, poi vuoi passeggiare per cercare conchiglie…” in realtà la adorava quando faceva così. L’ultima volta che lo aveva trascinato in spiaggia aveva fatto il burbero per un po’, poi si era fatto convincere a fare il bagno e dopo una nuotata al largo, fermatisi per riprendere fiato prima di tornare a riva (lei era davvero una scheggia; nonostante le sue lunghe leve faticava a starle dietro) l’aveva presa tra le braccia, tutta bagnata e accaldata per lo sforzo, e si erano scambiati un lungo bacio appassionato in acqua, come nei film. Molto romantico, ogni tanto gli veniva naturale. Ma ora era proprio stanco, un po’ il caldo, un po’ un’altra notte agitata…voleva solo dormire. “Prometto che sarò buona…dai…sono gli ultimi giorni di bel tempo, poi avremo davanti un lungo autunno piovoso, dicono…” “Mettiamola così” disse, tirandosi a sedere sul letto “Che devo dire o fare per convincerti a non andare in spiaggia, stamattina?” “Le profferte sessuali non valgono, ti avverto. Quello lo possiamo fare anche se piove, anzi, potremo fare solo quello, sempre chiusi in casa…il bagno nell’oceano invece no! Vabbè, se proprio non ti va vado da sola…” sapeva che l’idea di lei, in costume da bagno, da sola, magari attorniata da surfisti muscolosi (era poco probabile, ma lui l’avrebbe sicuramente visualizzata così, la scena) l’avrebbe fatto imbestialire. “…che palle…lo sai che se dici così…già per lavoro mi impiastro di schermo solare tutti i momenti come un neonato albino, anche durante le ferie…” in ogni caso se ne sarebbe stato sul lettino sotto l’ombra più nera con un libro in faccia a dormire, avrebbe potuto anche implorarlo, sarebbe stato irremovibile. Arrivati in spiaggia armati di ombrellone, teli e tutto l’armamentario necessario, Paul si sistemò in posizione di combattimento, sdraiato supino sul telo di spugna, rigorosamente all’ombra, con l’intenzione di non muoversi più, mentre Scilla scaraventava i suoi vestiti qua e là e lanciava occhiate vogliose all’acqua salata e azzurrina dell’oceano. Era il suo elemento, era innegabile. Aperto l’ombrellino parasole e indossato il vestitino sbracciato rosa sul costume (con somma soddisfazione da parte di Paul, che aveva aggrottato la fronte quando aveva visto il pur castigato bikini nero vintage), come faceva sua nonna negli anni ’60 sulle spiagge italiane, con grandi occhiali scuri da diva, si avviò camminando con difficoltà sulla sabbia in direzione dei gabbiani che sembravano passeggiare distrattamente sull’arenile. “Dove vai…oh, dannazione” non fece in tempo a pensare che non si sarebbe mai alzato che era già in piedi e la seguiva sugli scogli, in calzoncini corti verde militare non impermeabili e camicia azzurra aperta, portandosi dietro il famoso libro che avrebbe dovuto mettersi in faccia per dormire. Il vento faceva sventolare i lembi della sua camicia e gli mandava i capelli sugli occhi, era fresco, tra qualche giorno il tempo sarebbe sicuramente cambiato, Scilla aveva ragione. “Guarda che belli!” “Sì, sono belli, ma non potevamo guardarli da lontano? Sono senza protezione solare, tra dieci secondi mi dovrai portare in ospedale! In autobus, oltretutto” “Pensavo…non ce l’abbiamo più, un’arma?” “Eh?” non vedeva la connessione tra i due fatti, ma aveva imparato a non stupirsi dei suoi cambi di discorso repentini. “E’ pericoloso…se hai intenzione di prendere altri incarichi dobbiamo comperare qualche arma” “Non è così facile, ci ho pensato. Alcuni dei ragazzi che lavorano con me vanno a caccia, pensavo di chiedere a loro come fare per procurarmi un fucile” aveva sempre rimuginato sui suoi piani da solo, senza poterne parlare con nessuno. Era bello poterle parlare di queste cose, come fosse un’altra parte di lui con cui confrontarsi. La sua coscienza, in un certo senso. Un delizioso grillo parlante. “Non vorrai mica andare a caccia per davvero?” “Magari una volta, così, per entrare in argomento…se qualcuno facesse domande direi che è per la caccia, qui è piuttosto diffusa” “Paul Cedric McKellen, se ti azzardi a sparare anche solo alla coda di una lucertola per uno stupido rito di fratellanza virile non ti rivolgerò mai più la parola!” “Io, riti di fratellanza virile? Li ho sempre evitati come la peste. E poi sono contrario, ho firmato tutte le petizioni contro la caccia alla volpe. E sono un tory, dopotutto!” cercava di fare lo spiritoso, ma quando lo chiamava col nome completo si infastidiva sempre, lei l’aveva capito e lo usava a suo vantaggio. Quello che non sapeva era quanto lo faceva star male, perché automaticamente pronunciava anche quello di suo padre. “Promettilo!” “Lo prometto. Ora fai una bella cosa. Tanto per fare una cosa diversa oggi sarò io a schiavizzarti, perché non vai a prendere due gelati? Muoio dal caldo!” “Ok” e si avviò trotterellando verso il bar della spiaggia, ripescando un piccolo borsellino di paillettes colorate dal taschino del prendisole. Quando una pettoruta ragazza mora la scavalcò nella fila per il gelato, con estrema nonchalance, come se non avesse proprio avuto cognizione della sua esistenza, sulle prime rimase allibita, poi si guardò intorno con l’aria di chi aspettasse l’intervento di una squadra di ragazzine in divisa scolastica armate fino ai denti che vendicassero l’affronto subito. Come se non bastasse, tornando verso il suo lettino la fatalona in microbikini lanciò anche un’occhiatina da sotto le lenti scure al suo biondo e pallido gigante, che cercava di sistemarsi sul piccolo telo da mare cercando di decidere se era meglio far sporgere sulla sabbia bollente i piedi, e ustionarseli, o la testa, e riempirsi i capelli di sabbia. Era troppo. Passandogli davanti, senza fermarsi e senza guardarlo, mise i gelati in mano a Paul e proseguì verso la postazione della malcapitata. Se mi volevi fare incazzare, hai trovato il modo giusto, bellezza, pensava. Appostatasi ad una certa distanza, la vide avvicinarsi ad uno strano tipo, completamente vestito, dall’aria poco raccomandabile, e sussurrargli delle cose, come se riferisse qualcosa. Il tizio le allungò quelle che sembravano alcune banconote e la congedò rapidamente con una discreta pacca sul sedere. Jeans leggeri, giacca chiara aperta su camicia bianca sbottonata, scarpe di tela. Pelle bianchiccia chiazzata di rosso che gridava “Inghilterra” da tutti i pori come se fosse vestito di una bandiera Union Jack, e Scilla aveva imparato che Inghilterra per loro due voleva dire solo guai; così abbigliato non sarebbe riuscita a capire se fosse armato o no. Si voltò a guardare Paul, piuttosto distante, che mangiava il gelato sdraiato all’ombra, ignaro di tutto, e si infilò meccanicamente la mano nel punto dove in genere teneva fissata la piccola spadina che portava sotto la giacca scolastica, quando era in servizio a Tokio, ma incontrò solo la bretellina del costume da bagno. Cazzo, era indifesa. E anche lui. Quel bestione si stava dirigendo proprio verso di lui, ce l’avrebbe fatta ad arrivare per prima? Non poteva mettersi improvvisamente a correre, l’avrebbe notato. Cercò quindi di affrettare il passo, maledicendo l’esistenza della sabbia e di tutte le forze di erosione che la producevano esclusivamente per intralciarla. In acqua sarebbe già arrivata. Quello avanzava con passo deciso e circospetto; non poteva essere davvero finita, non era possibile che l’avessero rintracciato qui, e per cosa poi? Per una scommessa persa? Un maledetto pugile che non era andato al tappeto? Quando gliel’aveva raccontata non ci voleva credere. Furbo, il tipo, faceva il giro largo passando sul bagnasciuga, dove la sabbia compattata dall’acqua non rallentava i movimenti, e perciò procedeva più spedito di lei, che era senza scarpe ma procedeva in linea retta affondando mezzo metro ad ogni passo. No, doveva rischiare. Sollevò il vestito e si mise a correre a perdifiato, inciampando e rischiando più volte di cadere a faccia avanti e di spaccarsi gli occhiali e il naso sottostante. Lui allora la notò, ma non sembrò accelerare il passo a sua volta. Guardò di nuovo Paul, ormai a portata di voce. Si era alzato in piedi, si era accorto che qualcosa non andava, alla buonora, pensò lei; gli occhiali scuri sollevati sulla fronte, la bocca aperta e il naso arricciato in una smorfia di concentrazione per vedere controluce. “Paul scappa!” urlò con tutto il fiato che aveva. Ma lui non si muoveva, sembrava impietrito. E quello ormai era arrivato. I due uomini si guardarono in silenzio, uno di fronte all’altro, per qualche secondo che a Scilla sembrò interminabile, mentre lei li raggiungeva, il respiro mozzato, il cuore che batteva all’impazzata per la corsa e la paura. Si gettò nella sabbia in ginocchio, per riprendere fiato e capire che diavolo stava succedendo. “Che io sia…” Paul lo guardava come se avesse visto un fantasma, incredulo. “Paulie, eccoti, finalmente” il bestione fece un grosso sorriso, asciugandosi il sudore dalla testa rapata con la mano. Si afferrarono reciprocamente gli avambracci in una sorta di abbraccio da legionari romani, Scilla pensò che era un gesto che dovevano aver fatto spesso. Paul lo guardava, scuotendo la testa come incantato, scorrendo lo sguardo sull’amico come per assicurarsi che fosse reale e che fosse tutto intero, con la bocca aperta ma incapace di dire nulla, sopraffatto dall’emozione. “Jason…oh, porca puttana…” Paul lasciò da parte ogni ritegno maschile e gli gettò le braccia al collo, con alcune lacrime che non era riuscito a trattenere che gli scorrevano lungo le guance. “Lui è…Jason?” gliene aveva parlato molto, cioè gliene aveva accennato, ma data la quantità di parole minima che usciva generalmente dalla sua bocca era già tanto, ma non glielo aveva mai descritto, il suo grande amico, non poteva immaginare che fosse lui. Era una scena molto tenera, due tizi di due metri abbracciati su una spiaggia (meno male che c’era poca gente, pensavano entrambi in quel momento), anche se Scilla si sentiva un po’ esclusa. “Ehi, bello, che hai? Piangi?” rise Jason. “Che cazzo pretendi, pezzo di stronzo!” cercava di ridarsi un tono, asciugandosi gli occhi e rimettendosi gli occhiali scuri, ma le lacrime gli scorrevano giù, fino al mento. Era vivo. Era venuto a cercarlo, mentre lui lo immaginava morto o, nel migliore dei casi, da qualche parte a rimuginare su come vendicarsi di lui, che l’aveva lasciato nei guai scappandosene in Giappone. “Sei ingrassato, sai? Sembri quasi un uomo!” “Vaffanculo! Ma come hai fatto a…” “I tuoi ti mandano i loro saluti. Erano un po’ preoccupati che non ti facevi sentire ma gli ho spiegato che ancora per qualche anno devi startene buono buono. E lei…Cristo, non mi dire che è la tua ragazza?” finalmente si rendono conto della mia esistenza, pensava lei, tirandosi in piedi e riparandosi dietro a Paul come una bambina presentata ad un amico del padre dall’aspetto minaccioso. “Sì, perché?” lei rispose con tono inquisitorio. “Cazzo, non ci posso credere che hai una ragazza! Tu! Ops, scusami cara, io e il signorino non parliamo molto pulito, in genere!” “Bè, neanche lei, in verità!” rise Paul, non riuscendo a distogliere lo sguardo dall’amico. Era così indescrivibilmente contento di vederlo, tutto intero, non incazzato con lui, con la solita aria scanzonata che conosceva bene e che lo riportava di buon umore nei suoi momenti di depressione acuta. Anche Scilla lo guardava, erano molto simili, anche se Jason aveva un aspetto più “roccioso”; da quello che sapeva era uno che si era dovuto spaccare la schiena di fatica tutta la vita, non aveva avuto una vita facile e si era fatto un sacco di galera, come si notava dai tatuaggi color jeans che sporgevano dai polsini della camicia e dal colletto aperto e che dovevano ricoprirgli tutte le braccia, ma non sembrava predisposto ai tormenti interiori e all’autolesionismo come Paul. Le brutte esperienze sembravano essergli scivolate addosso come acqua fresca. Il classico tipo che liquidava anche le situazioni più drammatiche con un sonoro “ecchissenefrega” e una bella bevuta, pensò lei. Presentandosi, le diede la grossa mano ruvida e un bacetto sulla guancia, pizzicandola con la barba un po’ ricresciuta ma invisibile perché biondissima, come quella di Paul. Era sicuramente più espansivo del suo amico fraterno. Durante il viaggio in autobus verso casa, Paul venne a sapere che Jason si era mobilitato per cercarlo e creare le condizioni per rendere possibile il suo rientro dal primo giorno in cui era partito per Tokio. Purtroppo aveva perso le sue tracce quando lui e Scilla avevano inscenato la sua finta morte per sottrarlo alle ritorsioni del boss per cui lei lavorava, cui aveva rapito la figlia. Non c’era stata una vera dichiarazione di morte, il “suo” cadavere doveva essere stato fatto sparire in fretta e furia, contando sul fatto che nessuno lo conosceva e nessuno lo avrebbe più cercato. Così Jason si era incagliato nelle sue ricerche, aveva anche pensato, ad un certo punto, che fosse davvero morto, finché aveva avuto un colpo di fortuna. Una sciocchezza, a pensarci. Assolutamente negato per l’elettronica, Paul aveva dato a Jason la password per accedere alla sua posta elettronica (che Jason stesso lo aveva convinto ad aprire, dicendo che era l’unico al mondo a non averla), perché di tanto in tanto controllasse se era arrivato qualche messaggio importante, visto che lui rifiutava anche solo di capire come fare a farla funzionare. Jason era entrato nella casella di posta così, senza pensarci, un giorno che si annoiava davanti al computer, nella sua stanza d’albergo a Tokio. Ultimo accesso: ieri, ore 12:30. Scilla gli aveva detto di riaprirla, o avrebbero cancellato l’account. E dentro, spam. Ma spam piuttosto interessante. Lo spam arriva a seconda dei siti che visiti. Siamo controllati, anche se nessuno lo ammette. Siti australiani. Informazioni su documenti, permessi di soggiorno. Muoversi a Brisbane: mappa delle piste ciclabili. Bingo. Viva la tecnologia. La brutta notizia era che di ritorno ancora non se ne poteva parlare per un bel po’, così aveva pensato di raggiungerlo. Non era affatto arrabbiato per la sua fuga, lo conosceva bene, sapeva che doveva pensare soprattutto alla sicurezza della sua famiglia, e oltretutto anche lui aveva le sue colpe, per il casino in cui si erano cacciati. Lui non sarebbe stato così stupido da mettersi nei guai con la mafia, teneva sempre tutto sotto controllo, curava ogni minimo dettaglio, con la sua tipica paranoia da primo della classe. Il pugile l’aveva scelto Jason, dopotutto. Le dieci notti passate in bianco, pieno di tumefazioni, non sapendo come appoggiarsi senza urlare di dolore, dopo essere stato riempito di calci, pugni e sprangate in uno degli sgabuzzini di quella famosa palestra…aveva creduto di non uscirne più, da quel cazzo di posto. Ma alla fine se l’era cavata con poco. Poi aveva dovuto occuparsi della sicurezza della famiglia di Paul, avevano promesso di lasciarli in pace se non si fosse fatto vedere mai più sul suolo inglese, ma la prudenza non era mai troppa e non se lo sarebbe mai perdonato, se fosse successo loro qualcosa mentre lui era lontano. “Vieni a stare da noi! Ci sono un sacco di cose che mi devi raccontare!” “Figurati! Siete fidanzatini novelli, non ho nessuna voglia di fare il terzo incomodo. Non c’è niente di peggio che dover stare attenti a quale porta si apre per non assistere a scene compromettenti!” “Piuttosto, spero che tu, grosso bastardo, abbia tenuto le mani a posto, in mia assenza! Ti spezzo le gambe se hai continuato a vedere mia sorella!” “Eh, ma sono passati quattro mesi, non sono mica di pietra!” e giù a ridere e darsi botte e gomitate nelle costole. Uomini, pensava Scilla. Per dimostrarsi quanto erano contenti di vedersi non sapevano fare di meglio che menarsi per finta e fare allusioni del cazzo. Però erano proprio carini, finora non le era mai successo di vedere Paul alle prese con qualcuno che amava che non fosse lei, la rassicurava saperlo capace di provare sentimenti per qualcuno, allontanava dalla sua mente quell’uomo gelido e spietato che l’aveva inizialmente affascinata ma con il quale non si era mai davvero trovata a suo agio, e che talvolta la spaventava. Chissà perché ma pensava che non avesse molti amici, che fosse fondamentalmente un solitario, amava chiudersi nel suo piccolo mondo insieme a lei. Probabilmente prima faceva lo stesso con Jason, pensò. Le si dipinse un’immagine difficile da togliersi dalla testa. Dopotutto si erano fatti la galera insieme, non ci sarebbe stato niente di male. “E così ti sei dato all’edilizia. Tu che fatichi! Roba dell’altro mondo, cazzo. Grazie tesoro!” Si erano messi in tavola e Scilla serviva grosse porzioni di pasta al forno per i suoi grossi uomini, che aveva preparato la sera prima con l’idea di avere qualcosa di rapido da scaldare il giorno dopo, aveva fatto bene ad essere previdente, e a tenersi abbondante con le porzioni. Gli piaceva da matti guardarli, si sedette a tavola senza mangiare, le mani sotto il mento, a godersi la scena con un refrigerante bicchierone di menta, giocherellando con la cannuccia. “Non mi ci far pensare. Piuttosto, devo rimettere in riga il sindacato, domani. Che fai, mi dai una mano?” “In faccia, te la do! Che cazzo fai?” disse Jason, cambiando improvvisamente espressione. “Bene, vedo che ho trovato un alleato!” esclamò Scilla sorridendo soddisfatta. “A questo figlio di puttana i titoli nobiliari gli hanno bacato il cervello. Proprio a me chiedi di aiutarti! Lo sai che mio padre lavorava a Sheffield, negli anni ’80!” “Ah, sì, la storia di Full Monty…me ne ero scordato” “Non ci posso credere…cioè, tu sai della più importante porcheria dell’era Thatcher solo da uno stupido film di quattro cretini mezze checche che si spogliano a tempo di musica?” “Bè, senza quel cazzo di film non avrei neanche saputo di che cazzo parlavi, scusami tanto!” Scilla doveva ammettere che le piaceva tantissimo quando parlava così, da duro, quasi come quando le sussurrava canzoni d’amore con quella sua voce bassa e un po’ roca, che trovava così sexy. “E poi…io e te è meglio se non lavoriamo insieme, lo sai. Ogni volta che l’abbiamo fatto sono uscite rogne da tutte le parti. A ciascuno il suo mestiere” In effetti ogni volta che facevano qualcosa insieme finiva inevitabilmente in uno sfacelo, da quando avevano organizzato quella trasferta a Liverpool che era stata il battesimo della loro neonata amicizia, nata ai bordi del ring qualche mese prima. Per i disordini di quel giorno iellato si erano beccati due mesi di galera; Paul avrebbe potuto facilmente cavarsela con un rimprovero e un buffetto, date le conoscenze della sua famiglia, ma non aveva voluto lasciarlo al suo destino approfittandosi dei suoi privilegi e lo aveva letteralmente seguito all’inferno. Il giudice aveva dovuto ad ogni modo fargli pesare la differenza sociale. Lui era uscito una settimana prima in modo assolutamente ingiustificato. E ovviamente Jason aveva perso il suo lavoro di custode delle palestre a Cambridge. E gli scalini della prigione li aveva percorsi altre volte, negli anni seguenti, mentre lui era sempre riuscito a passarla liscia. “Ok, come non detto” squillò il telefono, e Paul si alzò per andare a rispondere, dirigendosi verso l’ingresso con aria delusa. Gli sarebbe piaciuto un po’ di sostegno morale, almeno dal suo migliore amico, almeno in quel giorno, dopo tanto tempo che non si vedevano. “Ah, bene” gli sentirono dire “Domani? No, domani non posso. Venerdì? Perfetto. Come? Ti ringrazio, ma vorrei comprarne uno, non posso usare il tuo, metti che accade un incidente…va bene, ne parliamo dopodomani allora. Ciao” Tornò in cucina con aria trionfante, aprendo il frigorifero e tirandone fuori due lattine di birra scura. “Uno dei ragazzi del cantiere ha detto che forse può procurarmi un fucile da caccia, e sono stato invitato, venerdì, vanno non so dove a sparare a qualche povera bestiola” “Gran bella mossa” disse rassegnata Scilla. Si svegliò con la vaga impressione che ci fosse qualcosa di anomalo. Ricordava che erano stati tutta la notte sdraiati sul tappeto a chiacchierare e bere Guinness, che a lei piaceva tanto perché lasciava la schiumetta sulla bocca come il cappuccino. In effetti era tutta ammaccata, era ancora sul tappeto, si era addormentata lì, evidentemente, anche se non si ubriacava mai in genere le veniva un gran sonno, dopo aver bevuto. Accarezzò il testone alla sua destra, ancora con gli occhi chiusi, per assicurarsi della sua identità prima di abbracciarlo, e sentì scorrere sotto le dita dei rassicuranti e ispidi capelli di media lunghezza, ancora un po’ scricchiolanti di sabbia. La loro mattinata di mare era stata più movimentata del previsto, anche se non si poteva dire che fosse andata sprecata del tutto. Però le sarebbe piaciuto sdraiarsi un po’ vicino a lui, all’ombra, col rumore della risacca e il vento che li accarezzava. Sperava in almeno un’altra giornata di sole prima del brutto tempo. Per controprova tastò il cranio alla sua sinistra e riconobbe la corta peluria quasi sottopelle, capelli cui veniva impedito di venire alla luce. Il pensiero di questo gruppetto unito contro tutti, in terra straniera, era molto piacevole. Jason gli era risultato da subito simpatico. Strinse Paul e gli diede il buongiorno, stampandogli un bacetto sulla spalla nuda e lentigginosa. Il sole del giorno prima aveva sortito i suoi effetti. “Buongiorno amore…dormito bene?” chiese con aria ironica. “Io no, e tu?” anche lui era mezzo indolenzito e anche un po’ sbronzo, le orbite cerchiate di viola, incapace di aprire del tutto gli occhi e sopportare il chiarore che penetrava dalle tapparelle semi alzate. Attenzione gente, il principe delle tenebre è tra noi, pensava lei ridacchiando tra sé. Ucciso dalla luce del sole, domani su tutti i giornali. “Il mio vampiro. Andiamo a fare colazione? Ho una fame…” “Come fai a mangiare…mi sento uno schifo. Non avrei dovuto bere” in effetti ok festeggiare, ma aveva del lavoro da fare e non era stata affatto una buona idea, ubriacarsi la sera prima. Ma almeno non aveva mal di testa, era solo fortemente nauseato. “Reggo bene. Allora?” Quando Jason si alzò, camminando scalzo fino alla cucina per cercare qualcosa da mangiare (il suo stomaco accusava esattamente come quello di Scilla, ovvero per niente), li trovò che si baciavano teneramente, lei seduta sul ripiano della cucina, lui in piedi, le gambe di lei strette attorno ai fianchi, bocca a bocca, come se non dovessero staccarsi più. Erano così presi che non fecero nessun caso a lui. Non poté fare a meno di restare a guardarli, per qualche istante, erano così dolci, roba da diabete, pensava. Lei era proprio un angioletto, cioè, era una ragazza alta e robusta, che vicino a qualsiasi altro ragazzo sarebbe sembrata un corazziere, ma tra le sue braccia spariva come uno scricciolo. Sembrava un’illustrazione di un romanzo cavalleresco, la dama e il cavaliere che si danno l’ultimo struggente bacio prima che lui vada ad affrontare il drago. Sorrise ed uscì dalla cucina, scuotendo la testa. Era molto contento per lui, un po’ orgoglioso, anche. Una volta tanto non annegava i suoi dispiaceri in qualcosa di estremamente nocivo. Tornò in salotto e accese la tv, per fare un po’ di confusione e dare loro un minimo di privacy, visto che sentiva in lontananza i gemiti soffocati di Scilla, segno che la cosa stava andando oltre. La casa era piuttosto grande e spaziosa, considerato che ci vivevano solo in due, ma era la tipica villetta tutta in legno, dove se qualcuno si grattava la testa in una stanza si sentiva tale e quale all’altro capo della casa; la privacy era un concetto nato tra le possenti mura di pietra o mattoni inglesi. Dopotutto lui andava a commettere un reato, aveva bisogno di un po’ di carica, che cazzo, pensava ironicamente. Dopo un po’ riemersero, abbracciati stretti e rossi in viso. Rivolsero a Jason un sorriso ed entrarono in camera da letto, dove Paul si vestì rapidamente mentre lei lo guardava, seduta sul comodino accanto all’armadio. Quando ebbe finito, Scilla si alzò per allacciargli gli ultimi bottoni della camicia, come faceva tutte le mattine, ma stavolta indugiò un pochino sul piccolo gruppetto di lentiggini che gli erano comparse attorno al pomo d’adamo, baciandole con molto trasporto come faceva spesso lui con i suoi nei. Il suo piccolo uovo di quaglia. Non sarebbe mai riuscita a trovargli un difetto. “Amore mio…non vado in guerra” rise lui, ringraziando mentalmente il cielo per la sua pellaccia chiazzata. “Hai ancora della sabbia sui capelli” mormorò lei, accarezzandoli. “Lavoro in mezzo alla polvere e al fango, non ci farà caso nessuno” anche se in effetti quel giorno al cantiere non ci sarebbe andato. Una lavata se la sarebbe potuta anche dare. “Sei tutto lentigginoso. Sei proprio carino…quando torni stasera?” “Non so. Perché?” “Ecco…” gli sussurrò all’orecchio la sua ferma intenzione di averlo a disposizione per un oretta per baciare una ad una tutte quelle minuscole macchioline rossicce. Lui capì di essere diventato rosso bordeaux dalla botta di calore che gli salì improvvisamente alle gote e dall’aria divertita di lei, che gli accarezzava la guancia. Non si era guardato allo specchio ma si augurava che gliene fossero uscite davvero tante, omogeneamente distribuite su tutto il corpo. Jason aveva notato, in cucina, una magnifica macchinetta per il caffé che troneggiava su uno dei ripiani, ed aspettava pazientemente che Scilla gliene offrisse uno. Doveva essere lei la forte bevitrice, visto che sapeva che l’odio che Paul provava per la scura bevanda era qualcosa di tanto irrazionale ed inspiegabile quanto irreversibile, neanche quell’angioletto sarebbe riuscito a fargli cambiare idea. Ma lei preparava dei sandwich senza degnare di uno sguardo quella meraviglia di ingegneria al servizio dei poveri assonnati. E lui non aveva idea di come funzionasse. “Ecco qua, spero ti piaccia il prosciutto” gli disse con un sorrisone, sedendosi accanto a lui sul divano con l’intenzione di analizzare tutti quei tatuaggi che si accavallavano uno sull’altro senza soluzione di continuità, e di farseli spiegare, porgendogli un piatto con un paio di grossi panini. “Grazie tesoro, non c’era bisogno. Non sono abituato ad essere servito, non sono come Paul!” disse, ricambiando il sorriso. Mentre mangiava pensò di buttare lì una sua impressione. “Non è che…sei incinta, per caso?” gli sembrava la spiegazione più logica per una ragazza italiana che iniziava la mattinata senza caffé e che aveva un aspetto tanto luminoso. Dalla faccia che fece lei, ci aveva indovinato. Ma non sembrava tanto contenta. “Tienilo per te, per cortesia. Almeno per un po’” l’aveva scoperto da poco e cercava di non pensarci troppo, come se il non pensarci lo rendesse in qualche modo meno reale. “Non lo sa ancora?” domanda stupida e oziosa. Se l’avesse saputo, a parte che non l’avrebbe più mollata un solo istante, ma poi sarebbe stato in giro canticchiando e ballando come un cretino, immerso in mille progetti, pensando a tutti i nomi da bambino e bambina che ricordava, aggirandosi per la casa come un matto per decidere quale muro buttare giù per far spazio alla cameretta. Se c’era una persona totalmente pazza per i bambini era Paul, figurarsi un figlio suo. Era tanto freddo e distaccato con gli esseri umani adulti quanto capace di fare il buffone se era in compagnia di animali e bambini. La prima volta che lo aveva accompagnato a casa e lo aveva visto giocare con il grosso gattone bianco e rosso della nonna era morto dalle risate, gli faceva mille vocette, imitando il suo buffo modo di miagolare, e lo inseguiva sotto i mobili rotolandosi per terra insieme a lui. “No” “Se hai paura di come la prenderebbe ti posso tranquillizzare subito. È completamente folle per i bambini” “Non è quello, lo so che gli piacciono, me l’ha detto” “Allora cosa?” Santo cielo. Magari non era il padre. Ma no, non lo sarebbe certo venuta a dire a lui. “Non so. Mi pare presto…uffa, so che sono un mostro, ma lo volevo tutto per me ancora per un po’…” disse imbronciata, guardandosi i piedi per evitare il suo sguardo. Ma Jason sorrise, era solo una ragazzina innamorata, era normale che fosse un po’ perplessa, altro che mostro. Le mise un braccio attorno alle spalle. “E’ naturale. Quanti anni hai? Diciannove? Venti?” “Ventuno” “E magari è il tuo primo ragazzo” non gli dava l’idea di una mangiauomini. Jason era sicuramente più esperto di donne di Paul, che inizialmente l’aveva scambiata addirittura per una prostituta. “No, ma è come se lo fosse. È…l’unico” si ricordò che una volta lui l’aveva definita così. Sei l’unica. Lapidario come sempre. Il suo piccolo guerriero spartano. Jason si chiese per un attimo come potesse essere l’unico se non era stato il primo, ma pensò che doveva essere di certo qualcosa che il suo ragionamento maschile non poteva cogliere, e lasciò stare. “Vuoi che glielo accenni io? O non sei ancora sicura di…” non ci voleva neanche pensare. Sapeva bene che Paul era uno di quegli sconsiderati moralisti che ritenevano che i bambini si dovessero far nascere a tutti i costi e poi si vedrà. Ma lui che ne sapeva. La faceva facile, lui, era cresciuto sempre nella bambagia, dove se una ragazza restava incinta si mandava in viaggio in qualche posto lussuoso e poi a partorire in una clinica svizzera, mentre le famiglie organizzavano un fastoso matrimonio riparatore. Non c’era mica lui, a diciassette anni, fuori da quella clinica. “No! Quello mai!” si strinse l’addome con fare protettivo, profondamente scossa dal pensiero “Ho solo paura che…mi chiuderebbe in una teca o qualcosa del genere, fino al parto” Jason rise. Era un pensiero abbastanza vicino alla realtà, pensava. L’espressione “chiusa in una teca” era quello che si addiceva meglio a sua sorella Jocelyn, che stava in quella teca da quando aveva tredici anni e che probabilmente ne sarebbe uscita solo con l’anello al dito, appena Jason fosse riuscito a trovarsi un lavoro onesto per mantenerla. Era pazzo di lei, anche se lo aveva negato anche a se stesso per anni, pensando che se Paul l’avesse saputo sarebbe andato su tutte le furie e la loro amicizia sarebbe stata rovinata per sempre. Alla fine, dopo essersi esercitato davanti allo specchio per un mese per decidere come avrebbe affrontato l’argomento, aveva preso il coraggio a due mani e gli aveva chiesto il permesso di uscire con lei, secco, chiaro, senza troppi giri di parole. “Ehi…pensavo di portare fuori Jocelyn, una di queste sere” “Eh?” “Insomma…se a te va bene” Ed era rimasto piuttosto stupito; non solo non lo aveva riempito di botte e non gli aveva sparato sull’uscio di casa come Al Pacino in Scarface, anzi sotto quella scorza di fratello maggiore geloso all’inverosimile si vedeva che era quasi contento, non l’avrebbe affidata a nessun altro, dopotutto. Era una ragazza timida e problematica, come suo fratello. E lui li sapeva trattare entrambi. Traccia 4 - Can’t take my eyes off of you - Paul si augurava che le occasioni di socialità fossero da quel momento in poi bandite o ridotte al minimo indispensabile: odiava le situazioni di machismo esibito, e in macchina con quei tre imbecilli dei suoi cosiddetti colleghi ringraziò il cielo di aver avuto il tempo di scolarsi un paio di bicchieri per sopportare la giornata. Ci manca solo di rimettermi a bere e sono a posto, pensava; non aveva mai avuto davvero il vizio, ma era sempre stato un forte bevitore, nei periodi in cui non lavorava, e tra una cosa e l’altra erano tre giorni che girava semiubriaco. Già aveva ripreso a fumare, tenendolo rigorosamente nascosto a Scilla neanche avesse dodici anni e facendolo solo al cantiere, durante la pausa, girovagando con le mani in tasca per il quartiere e guardandosi intorno. Christopher Walken nel “Cacciatore” era il suo idolo, ma se qualcuno avesse cominciato a litigare per degli stivali o avesse inzuppato dolci nella mostarda avrebbe chiesto di farlo scendere e se ne sarebbe tornato a casa a piedi, a tutto c’è un limite, cazzo. Rannicchiato nel sedile posteriore di quella macchina scassata, vestito come un idiota con la tenuta da caccia prestatagli dai ragazzi, tutto coperto a dispetto della temperatura torrida, che insieme all’alcol in corpo lo stava facendo morire di caldo. D’altronde se non si fosse coperto del tutto in mezzo alla vegetazione si sarebbe visto solo lui, come un orso polare. Finalmente l’auto si fermò, inchiodando sul fango e facendo sbattere qua e là i tre coglioni, senza cintura di sicurezza. I ciarlieri compagni di caccia sciamarono rapidamente fuori dall’automobile, pescando dal portabagagli tutto l’armamentario con la scioltezza data dalla consuetudine. Tra una chiacchiera e l’altra Paul aveva sentito che andavano a caccia quasi tutte le settimane, e ognuno aveva la sua bella attrezzatura pronta all’occorrenza, vestiti portafortuna e altre stronzate simili. Rito del cazzo. Li avrebbe voluti vedere senza fucili, se sarebbero stati tanto spavaldi. Si sarebbero fatti spaventare anche da un’iguana, razza di stronzi assassini. “Ah, Paul, ecco, questo è per te! Il ragazzo qui non aveva un fucile! Ci pensate?” risata generale. Dio, dammi la forza di arrivare a stasera senza perdere la calma, si disse un po’ teatralmente. Però, non male, pensava peggio. Un Remington, con qualche modifica se ne sarebbe potuto fare qualcosa di utile, magari poteva trovarci un silenziatore adatto. Certo non era l’arma ideale da tenere in casa per difesa personale, andava smontato e oliato dopo ogni utilizzo e faceva un rumore infernale. E questi qui ci andavano a caccia. L’idea di Paul di un fucile da caccia erano polverosi e antichi fucili appesi incrociati sul caminetto dello studio di suo nonno, appartenuti a qualche bis-bis-bisavolo che li aveva gloriosamente usati in chissà quale battuta di caccia grossa in India e ai quali generalmente era più pericoloso star dietro che davanti, vista l’innata tendenza ad esploderti in mano. Più per bellezza che non per altro, per riandare con la memoria ai tempi delle colonie e altre cazzate simili, erano secoli che nessuno sparava un colpo, nella sua famiglia. Ci aveva pensato lui a rifarsi. “Uhm…” lo prese in mano, soppesandolo con aria esperta, e con un solo gesto lo caricò e tolse la sicura, mettendoselo in spalla e aspettando che gli altri fossero pronti. Quelli lo guardarono perplessi, si era tradito. Voce di Scilla nelle orecchie “Sai cosa sembri adesso? Un fottuto killer, ecco cosa!” e poi avrebbe aggiunto sicuramente qualcosa tipo “Ma sei uno schianto, vestito così” sorrise e fece finta di farsi scivolare il pezzo d’artiglieria dalle mani. Ma che diavolo cacciavano con questi cannoni? “Te la cavi, amico!” esclamò Shane, sottili dreadlock biondastri, collo spropositatamente grosso, fisico tozzo color mattone “Che prendete dalle vostre parti?” Bella domanda. A saperlo. Non dire volpe. Non dire volpe per favore. “Ehm…volpe” tutti si rotolarono dalle risate. Che cazzo di animali pensate di prendere se fate tutto questo casino, pensò. “Anche fagiani, cose così, selvaggina…” e non chiedetemi quale selvaggina che non lo so, porca troia, disse tra sé, passandosi una mano tra i capelli zuppi di sudore. Da ragazzino era anche un discreto tiratore al piattello, ma era meglio tenerselo per sé, probabilmente non sarebbe stata considerata una cosa troppo da macho, un esile ragazzino di quattordici anni nel cortile della sua tenuta, con il maggiordomo che faceva partire i piattelli al suo ordine. “Vorrei sapere che cazzo vi ridete. Che prendete voi invece, coccodrilli?” “Non oggi, non è questa l’attrezzatura giusta. Oggi si va per Wallaby” no, maledizione, non quella deliziosa creaturina saltellante, pensava, profondamente addolorato. Scilla mi caccerà di casa. Mi toccherà sparare in alto, dannazione. “Praticamente sarebbe una specie di grossa lepre che…” “So cos’è un Wallaby, grazie” rispose stizzito. Lo volevano insegnare a lui. Lepre, come no. Dorcopsis veterum. E già quando lui era bambino era in pericolo di estinzione, schifosi bastardi. “E che ci fate quando l’avete preso? Noi almeno i fagiani li mangiamo” “La pelle, amico” trofeo, ovvio. Guardate come sono bravo, l’ho ucciso io. Avevo solo un fottutissimo cannone a darmi una mano, e lui era così minaccioso…datene uno anche al wallaby, insegnategli ad usarlo e poi vediamo, pensava. Si stava incazzando troppo, meglio cambiare discorso, dopotutto non era andato là per cacciare. “Piuttosto…hai avuto grane per procurarmelo, il fucile? Sono straniero, lavoro in nero, come puoi immaginare non è la cosa più facile del mondo, ottenere un porto d’armi” “Perché, credi che qualcuno di noi ce l’abbia? L’avete sentito?” Cameron, quello che lo aveva invitato e con il quale era più “in confidenza”, se mai Paul poteva dire di essere mai stato in confidenza con qualcuno, in vita sua, a parte le due persone che lo aspettavano a casa. Era meno forzuto degli altri, sembrava meno un armadio senza cervello. Una certa aria da latin lover, capelli neri, pizzetto, abbronzato (e chi non lo era? Non aveva ancora visto una persona un po’ pallida in tre mesi). Il giorno prima, quando era andato a trovare il primo dei quattro sindacalisti che doveva far tacere, se lo era trovato davanti e aveva cercato di partorire all’istante una balla per giustificare la sua presenza lì, ma poi aveva scoperto che non solo sapeva tutto, ma era lì per aiutarlo, contattato anche lui dal direttore tramite Finley. Avevano fatto un buon lavoro, insieme. Non aveva capito la citazione cinematografica del balletto con il rasoio in mano, ma dopotutto ci aveva messo degli anni, prima che Jason stesso riuscisse ad indovinare uno dei film che gli accennava, invece di stare a guardarlo con gli occhi stretti e la fronte corrugata, gesticolando come se ce l’avesse sempre sulla punta della lingua, mentre non aveva la più pallida idea di che cosa fosse. “Porca troia, Cameron! Le Iene! Ma che cazzo di film vedete, da queste parti?” “Senti bello, facciamo quello che dobbiamo fare senza giochetti, ok?” pensò di darsi una calmata, chi non lo conosceva poteva anche pensare che fosse uno psicopatico, e in effetti Cameron lo guardava con un’espressione piuttosto perplessa e diffidente. In verità lo faceva per allentare la tensione, non è mica facile torturare qualcuno, maledizione. E ultimamente gli sembrava di non riuscire più ad essere tanto freddo e impassibile come un tempo, calarsi semplicemente nella parte del cattivo non era più sufficiente. Sempre più spesso si trovava a pensare “Che cazzo sto facendo?” e di conseguenza doveva riempirsi di alcol, ma ne andava della qualità del suo lavoro. “Quindi cacciate di frodo” “Sentitelo, il santarello! Io e lui ci siamo fatti la galera, quindi non è facile neanche per noi avere il porto d’armi e la licenza!” fu Jake a parlare, indicando col pollice Cameron, alle sue spalle. Jake era un mezzo aborigeno, pelle scura, capelli marroncino-rossicci, grosse mani nodose e gambe storte. Voi non vi siete ancora estinti, brutti stronzi, e volete estinguere queste povere bestie, pensò. Tornatevene in quel cazzo di mondo del sogno da dove siete venuti e lasciateli campare in pace. “Neanche lui è tanto pulito, non fatevi ingannare dall’aspetto da damerino” disse con un sorrisetto Cameron, ammiccando agli altri. Non gli aveva detto nulla, di lui, ma sicuramente aveva capito che non era esattamente uno studioso di botanica ed entomologia. “Già, amico, ci sei stato anche tu, dentro” Paul era curioso di sapere dove volessero andare a parare. “Si vede…da alcune cose” altra risata generale. Fece un profondo respiro e cercò di stare calmo. Calmo, bello, pensa ad altro, gli avrebbe detto Jason. Pensa che state in una foresta del cazzo e che non sai come tornare a casa, se li ammazzi tutti. Jason era estremamente concreto, di solito, avrebbe detto sicuramente così. “Sì, ci sono stato. Da che lo avete capito?” disse, stringendo il pugno e conficcandosi le unghie nel palmo della mano. Al secondo tizio erano bastati un paio di calci al fegato per farlo implorare piangendo come un moccioso e per fargli promettere sulla testa della moglie di essere bravo ed ubbidiente. Se i lavoratori del mondo che dovevano unirsi avessero dovuto affidarsi a tipi simili stavano freschi, aveva pensato, non gli aveva neanche dato modo di divertirsi un po’. Aveva un lussuoso appartamento del cazzo. Tv al plasma. Radiolona vintage anni ’30 in bella vista, di quelle che costavano un patrimonio. Era accesa, quando fecero irruzione in casa, e Paul pensò di alzare il volume per coprire le urla, anche se alla fine non ce ne sarebbe stato quasi bisogno, la verità è che voleva avvicinarsi per guardarla senza passare per una specie di appassionato di antiquariato con il suo compare. Arredamento di un certo livello. E tutto alle spalle dei lavoratori, ovviamente. Non s’era potuto trattenere, a lavoro finito quella radio la doveva per forza gettare dalla finestra, a costo di attirare l’attenzione in strada ed essere costretti entrambi ad una fuga precipitosa, come poi era stato, con Cameron che l’avrebbe voluto ammazzare. “Diciamo che hai un modo singolare di fare la doccia, al cantiere, girato dall’altro lato, non contro il muro, come per avere il controllo della situazione. Pensavamo, o è un esibizionista o è stato in galera” disse Jake. “Io dicevo esibizionista” rise Shane. In effetti era un’abitudine che non si era riuscito a togliere, anche se in verità in carcere c’era stato davvero poco tempo. Anche Scilla lo guardava dubbiosa, quando lo faceva. Due ragazzi di ventitre e ventisei anni, neanche troppo brutti, se non si fossero spalleggiati a vicenda sarebbe potuta finire male. Le aveva sentite, quelle storie sul carcere, prima, ma aveva pensato che se ci fosse finito sarebbe stata come sempre, anche a scuola. I bulli non lo infastidivano, perché era grosso e tutti sapevano che non ci stava tanto con la testa. Gli bastava una delle sue occhiatacce da matto, a levarsi d’impiccio. In prigione non era stato così. Due ragazzi, soli, senza protezione. Non facevano ancora parte di nessuna banda. Dopo aver personalmente assistito ad una di quelle scene, la prima settimana di detenzione, erano rientrati in cella e si erano guardati a lungo negli occhi, senza parlare. Non a noi, si stavano dicendo in quel momento, assolutamente no. Non si conoscevano ancora molto bene, allora, ma Paul sentiva di potersi fidare. Avvicinò la testa alla sua sussurrando “Non ci dobbiamo separare mai. Ce la possiamo fare” fingendo un ottimismo che non gli apparteneva. Da quel momento in poi non si persero mai un attimo di vista; mentre uno faceva la doccia l’altro stava alla porta; se uno dormiva l’altro era sveglio. Che li prendessero pure per una coppia di froci, l’importante era uscire da lì sani e salvi. Alla fine non era successo niente, ma quel senso di angoscia lo aveva segnato per sempre. Occhio a come guardi la gente. Occhio a chi devi salutare per forza. Occhio a far finta di non vedere al momento giusto. Occhio a non capitare in mezzo ai piedi nei momenti sbagliati. “Non farci caso, bello. Ti guardano tutti così perché sono invidiosi di come riesci a risultare elegante anche con la divisa carceraria!” aveva sdrammatizzato Jason. Che soggetto. “Mi sono fatto qualche mese per una rissa allo stadio” verità più assoluta. “Sì, come no!” “Ragazzi, abbiamo un hooligan tra noi!” Il terzo e il quarto della lista li avevano beccati insieme, all’uscita di una delle loro riunioni sobillatrici. Erano i pezzi grossi, quelli importanti. Cameron aveva proposto di dividerseli, ma non era una buona idea. Paul iniziava a non connettere più tanto, se fosse andato da solo non poteva garantire che le cose sarebbero andate a dovere. Era stanco e disgustato, voleva solo tornare a casa e sdraiarsi sul letto, immobile, a farsi baciare da Scilla, come promesso. “Se non vuoi dividerli ho un’idea migliore, questi sono più convinti degli altri, useremo metodi più persuasivi” “Ovvero cosa?” disse lui, con il gomito appoggiato fuori dal finestrino dell’auto in cui erano appostati, la sigaretta accesa e una mano sulla fronte. Non ce la faceva davvero più. Si era anche messo a piovere, addio giornate di sole e mare, pensava. “Andiamo a casa di questi due stronzi, dalle famiglie” “No, lo facciamo qui e ora, discorso chiuso” si era girato di scatto e gli aveva piantato in faccia il suo sguardo gelido da serpente, le labbra serrate. Grazie al cielo i due tornavano in macchina insieme. Li seguirono, e quando giunsero su una strada poco trafficata andarono ad urtare con la loro automobile, facendola andare fuoristrada e sbattere non troppo rovinosamente contro un lampione. I due uomini di mezza età, frastornati, non ebbero la prontezza di riflessi di uscire subito dall’abitacolo, così Paul e Cameron furono subito su di loro. Cameron dovette fermarlo, ad un certo punto, per evitare che Paul ammazzasse il suo a pugni. Alla fine del lavoro era tornato a casa, tutto imbrattato di sangue. Jason era uscito, gli aveva lasciato un biglietto in cui diceva che era andato a fare un tour dei locali della zona, con un poscritto con una faccina sorridente che diceva “divertitevi!” Scilla era appiccicata alla tv, con i suoi codini, una maglietta e la gonnellina scozzese che si era appena confezionata. Le aveva comprato lui la stoffa, la settimana prima. Rannicchiata sul divano, in grembo un’insalatiera piena di pop-corn. “Amore…ho preso un dvd” disse, senza staccare gli occhi dallo schermo. Lo faceva anche lui, ma in quel momento avrebbe avuto bisogno che lei gli andasse quantomeno incontro. “Fanculo il dvd. Potresti venire qui, per favore?” lo disse con un’aria talmente addolorata che lei non poté fare a meno di girarsi, e vedendolo ridotto in quel modo si portò una mano alla bocca, poi scattò in piedi e corse ad abbracciarlo. “Oddio…stai bene? Amore mio, scusami, sei sconvolto! Vieni a sederti…levati questi stracci” “E’ tutto ok, non è il mio sangue” disse, tirando su col naso. Tutto lo sconforto della giornata sembrò riemergere nello stesso istante, come un bambino con un ginocchio sbucciato che trattiene le lacrime finché non arriva a casa dai genitori, e poi scoppia. “Non ho fatto altro che pensare a te tutto il giorno” le sussurrò. Avrebbe tanto voluto essere come lei lo vedeva, una specie di antico e valoroso cavaliere. Come era suo nonno. Invece era solo un sadico bastardo. Scilla era rimasta molto colpita da questa inattesa esternazione di sentimenti. Lo aiutò a spogliarsi, mettendolo a sedere accanto a lei, poi prese dal cassetto del bagno le sue salviette struccanti per pulirgli il sangue dal viso e dalle mani, con lenti gesti simili a carezze. “Non chiedermi niente” disse, guardando per terra. “Lo so, non c’è bisogno che tu me lo dica. Hai ragione tu, sai? Non m’importa niente delle ingiustizie sociali, della lotta di classe e delle altre cazzate, solo di te. Sono stata in pensiero tutto il giorno, e non per le famiglie degli operai a cui non bastano i soldi, ma per te” Vedeva che anche lei stava per piangere. Strano, l’aveva vista perdere il controllo pochissime volte e sempre in casi più che giustificati. Ad esempio quando gli aveva detto che il suo boss le aveva dato ordine di portargli la sua testa. “Andiamo a letto, ti prego. È stata una giornataccia” le disse, stringendosela al petto. Era così stravolto che se lei avesse cominciato a piangere le sarebbe andato dietro. Trovava che lei fosse un po’ strana. Ad esempio, s’era dimenticata di quella cosa dolcissima delle lentiggini, che per lui era stato l’unico motivo per tirare avanti durante tutta quella dura ed interminabile giornata, glielo aveva dovuto ricordare, un po’ imbarazzato. E più tardi, mentre facevano l’amore, sembrava distante. Ha visto che non sono cambiato affatto, pensò. Le faccio paura. Ho rovinato tutto, come sempre. “Ahi…amore, mi stai facendo male…” gli mormorò mentre era sotto di lui; in effetti la voleva così tanto, l’aveva desiderata in modo così forte per tutta la giornata che la stava praticamente aggredendo. Anche tu mi fai male, tesoro. Dove cazzo sei, con la testa, dove, dannazione? Cercò di respirare piano e calmarsi. Pensa a qualcos’altro. Tutta la stramaledetta vita a pensare a qualcos’altro. Magari ci fosse riuscita lei, a pensare ad altro. Parlarne con Jason l’aveva fatto diventare maledettamente reale. Sono incinta. Sono incinta, cazzo. Non è possibile. Sono troppo piccola per avere un bambino. Sono io una bambina, porca puttana. No, non è vero, non lo sono. Ho le mestruazioni da dieci anni, dopotutto. E non ho una briciola di istinto materno, sono troppo egoista. Non mi verrà mai, in soli nove mesi. Ahia, amore quanto pesi, mi schiacci la pancia. Della linea non mi importa…ma…è un casino! E se mi vomita su uno dei miei vestitini? Sarò una di quelle madri che ammazzano a coltellate i figli, lo so. O una pazza asfissiante come la mamma. Agh, cazzo, mi fai male! Una pessima madre. Non c’è nessuno che mi aiuti, né la mamma, né Akane, nessuno. Non saprò da dove cominciare. Ahia! Ma che cavolo hai, oggi? E in famiglia ci sono gemelli da tutte le parti, povera me. Tu te ne andrai in giro ad ammazzare la gente o a sbronzarti con il tuo amico e io starò sola in casa con due bambini, neanche uno solo. “Ehi…” le toccò il viso e lei si riscosse dai suoi pensieri. Non l’aveva mai vista così, come se lui non ci fosse nemmeno. Era abituato ad essere coccolato e riempito di attenzioni, da lei. “Scusami. Non ci sto con la testa” non ce la faceva neanche ad inventare una scusa. “Mi odi?” “Come?” “Lo sapevi, quello che sono. Lo sapevi e sei scappata con me ugualmente. Però devo saperlo. Hai cambiato idea?” “Ma che stai dicendo?” “Dimmi che hai. A che stai pensando?” pensò a tutte le volte in cui lei gli aveva rivolto la stessa domanda. Raramente aveva ricevuto risposta. Se anche lei gli avesse risposto “niente” o “non ho voglia di parlarne” non avrebbe potuto biasimarla. Ma una parte di lui avrebbe voluto afferrarla per le spalle e scuoterla finché non l’avesse fatta parlare. Finché non avesse saputo cos’era che la turbava, e cosa avrebbe potuto fare per farla stare meglio. “Paul…io…scusa, non sto tanto bene. Mi dispiace se hai pensato queste cose, sono solo un po’ stranita. Non è per quello che hai fatto oggi, non ti preoccupare” Prima o poi avrebbe dovuto dirglielo. Perché aspettava? “Ragazzi, sono io, non prendete le pistole!” Jason era rientrato. Scilla si tirò a sedere sul letto, voltandosi per asciugarsi rapidamente una lacrima senza che lui la vedesse. Paul rimase sdraiato, a guardare il soffitto. Le immagini terribili, non solo di quello che aveva fatto in quel giorno, ma di tutta una vita iniziarono a riaffollarglisi nella mente. Urla. Il sordo rumore di pugni. Quattro colpi di pistola in sequenza. La sensazione dell’ago nella vena. La voce in lacrime di Mickey Jones. Senza di lei non ce la poteva fare, sarebbe impazzito. “Domani…domani vado a caccia con quelli del cantiere” disse, per spezzare il silenzio. Si rese conto di quanto fosse fastidioso, avere a che fare con qualcuno che covava qualcosa e non voleva parlarne. Lei era una santa, a sopportarlo. “Ah” “Va bene, ho capito. Non dico più niente. Solo, ti prego, fa’ finta. Sdraiati qui vicina a me, anche se sei altrove. Ne ho…bisogno, stasera” lo disse con un’aria così rassegnata e addolorata che Scilla ritornò in lei e lo abbracciò, sprofondando il viso nel suo petto e singhiozzando. “Ti amo tanto. Non dubitarne mai” gli aveva sfiorato le labbra con le dita, poi si era accoccolata accanto a lui e si era addormentata. La mattina dopo, quando Shane, Jake e Cameron lo erano passati a prendere per portarlo a caccia, lei aveva aperto la porta, invitandoli a prendere un caffé in casa come le avrebbe suggerito sua madre per essere una buona padrona di casa, ma quelli dissero che non potevano fermarsi, solo il tempo di caricare Paul, che uscì dalla stanza da letto con un maglioncino a collo alto verde scuro, pantaloni marroni e scarponcini, il tascapane con il pranzo a tracolla. I ragazzi la salutarono gentilmente, facendole i complimenti. Avevano saputo che aspettava un bambino, perciò… Lei strabuzzò gli occhi, cercando lo sguardo di Paul, che la guardava con aria colpevole. Si girò verso di lei e mosse le labbra dicendo “Dopo ti spiego”.


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