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lavoro pubblicato lunedì 13 maggio 2002
ultima lettura venerdì 12 ottobre 2018

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La vedova

di LIBERA EVA. Letto 5720 volte. Dallo scaffale Eros

Ci sono dei giorni che non hanno un inizio, come se l’alba non si fosse mai rischiarata e la notte che l’ha p...

Ci sono dei giorni che non hanno un inizio, come se l’alba non si fosse mai rischiarata e la notte che l’ha preceduta fosse rimasta a dormire dall’altra parte del mondo. Ci sono dei giorni che rimangono scompagnati perché non hanno bisogno di ieri o domani, perché soli bastano a giustificare interi anni di giorni che passano anonimi senza sussulto. E spezzano a metà esistenze, come reti da pesca dividono mari, dove il prima s’affoga in un solo ricordo e subito dopo ricominci a contare.

Ci sono dei giorni che ti chiudi la porta alle spalle e ti rendi conto d’essere sola, avvolta da un odore di umido e muffa che sale verdastro sui muri da ogni angolo di casa. Perché oggi è un anno che hai accompagnato tuo marito nell’ultimo viaggio, spinta a forza da una campana che gonfiava le pene e scandiva senza distrarsi gli ultimi passi strascicati sulla ghiaia. E l’hai visto dentro una bara, trasportata a spalla come un quarto di bue, e poi incassata dentro un loculo al quinto piano ripugnante, quanto un qualsiasi cassonetto che raccoglie immondizie. Perché proprio oggi ci sei tornata e la tristezza t’avvolto identica come se un anno non fosse passato, come se quel rumore di ghiaia fosse ancora dentro le orecchie.

Ci sono dei giorni, forse gli stessi di prima, che ad ogni costo non vuoi rimanere da sola, e trascini ed allunghi i tuoi impegni per paura che il tuo cervello svuotato sia costretto a pensare. E tralasci per ogni evenienza un bottone da attaccare, l’elastico di quelle mutande appoggiate da giorni sul bracciolo del divano. Lungo le ore del giorno ti trascini tra facce che non hanno consistenza, tra vuoti che pieni ed inquietanti ti fanno rumore, per poi finire dentro un cinema al riparo di sguardi di maschi che fissano il tuo lutto oltre l’orlo del vestito, oltre lo spacco a malapena cucito per chissà quale rispetto.

Ci sono dei giorni che non vuoi ascoltare nessuno, tranne quella maga che ti legge le carte, sapendo benissimo che ti sta imbrogliando, che il tuo futuro non è scritto in nessuna parte del cielo, o dell’inferno, che se esistesse davvero smetteresti di pregare all’istante. Ma t’affidi e t’attacchi a qualsiasi pensiero incredibile che ti passa involontario, che per un attimo solo diventa reale e ti lava di dentro tutto il dolore che soffri, che ti mangia quel misero pezzetto di fegato che ancora ti resta. Ci sono dei giorni come questo che t’abbandoni sulla poltrona e segui per centinaia di volte il percorso della crepa sul muro che muore ed ogni volta rinasce sopra il pavimento, e sei pronta a giurare che, nel mentre, ha cambiato percorso fino a sdoppiarsi ed ingrandirsi, fino a quando, tra poco, sentirai il frastuono di una casa che crolla. E per puro caso, tra le pareti che cadono a pezzi, ti sembra di sentire parole come dette nell’acqua, rimbombi di suoni incomprensibili che t’illudi che sia un campanello, un qualcuno che stasera ha deciso di venirti a trovare. Ti desti, ma è solo silenzio, ti concentri, ma sono solo gemiti di qualcuno dall’altra parte del muro che si procura piacere. Lungo le ore della notte s’aggrovigliano le tue smanie, le facce di chi in tempi lontani t’ha reso felice, ma che ora sarebbe ridicolo soltanto parlarci, incontrarli per caso dentro una stazione di metro o cercarli con un paio d’occhiali tra i nomi che scendono sotto il tuo dito sull’elenco del telefono. E ti accorgi che ti sei trascurata, che quest’unghia che scorre pare quella di un uomo, che questa mano arida e venosa ha bisogno di crema, che questo seno che cala ha bisogno di voglia. Corri davanti allo specchio e ti rendi conto che un anno di sofferenze ha annientato il tuo uomo come ha sfiancato il tuo bel viso, ora gonfiato da borse e solcato da rughe che sinuose s’allungano senza nessuna discrezione.

Ci sono dei giorni che vorresti reagire ed indossi in segreto un vestito di fiori, che t’illudi che il lutto lo porti comunque di dentro, che lui sopra una nuvola ti vede e t’apprezza per tutto l’amore che gli hai saputo donare. E durante la notte ci parli e t’approva, lo sogni e ti convince che quel letto è troppo grande per rifarlo al mattino, che quel fascio di luna che filtra deciso è troppo incalzante per non rimanerne aggrappata. E allora sì che ti curi e ti vesti e torni a risplendere, sperando che ai tuoi figli non gli salti l’idea di venirti a trovare proprio in questo momento, quando ti rivedi per un attimo bella, per un attimo padrona dei tuoi pensieri che si sfilacciano nelle tante occasioni che hai lasciato cadere. Ma una di quelle t’è rimasta incastrata dentro la tasca della borsa, con tanto di numero che poco prima, tra fiatone e disinvoltura, hai chiamato sfacciata.

Ed ora sul bordo della vasca giace rosa e turchese la tua ribellione di seta, la tua nuova sensibilità che t’attraversa la schiena fino a sfiorarti le gambe, fino ad adagiarsi piena di malizia sul nylon che non hai ancora indossato. E speri che questo momento non abbia una fine, che sia uno di quei giorni che, come reti da pesca dividono i mari, trancino netti un’esistenza, lasciandoti dietro quelli più amari, quelli dove la tua felicità era solo un peccato mortale. Ti guardi e ti vedi bella di nuovo, pronta ad offrirti come quando bambina misuravi la tua bellezza nell’intensità degli sguardi di qualche tuo coetaneo, nell’impaccio delle mani che toccandoti il seno ti facevano dolore. Ti volti e ti rivolti per assomigliarle ancora una volta, per provare ad esserlo nonostante una vita che ha inaridito cuore e pelle, cosce e ragione. E tra il rumore dell’acqua che scorre ascolti le mille incertezze che ti fanno ridicola, come questi fiocchetti oramai inadatti e sconvenienti, oramai distanti da quello che cerchi veramente, da questo rossetto che s’è fermato ad un palmo dalle tue labbra. E lasci cadere la mano proprio mentre segui l’alone incandescente dei tuoi capelli di rame, il contorno dei tuoi seni ravvivati da pizzo e ferretti, e ti vedi indecente come una suora in reggicalze o un prete che ti assolve guardandoti le gambe. Ma ormai è tardi, è maledettamente tardi! Tra poco qualcuno suonerà alla porta e tu non sei ancora pronta! Vorresti che tutto fosse solo un sogno, che l’uomo che aspetta svanisca al mattino, dentro quel letto che ti ritrova soddisfatta e sicuramente da sola. Vorresti sentirti libera di metterti ai piedi un paio di ciabatte, di indossare questa camicia da notte che appesa alla porta odora di casa e ti fa sentire serena. Vorresti che quell’uomo sopra la nuvola ti parlasse, ora nel bagno, fino a convincerti che non è ancora il momento, il giorno, che quell’uomo fuori la porta bussi invano per tutta la notte.

Ma sai che non sarà come credi, che ti lascerai trasportare in un ristorante, come in uno di quei tanti discorsi che non servono a niente, che il fine è tra le tue cosce perché altrimenti chissà per quale altra strana ragione state parlando, state guardandovi negli occhi cercando di non far trasparire l’unico motivo che stasera vi ha fatto incontrare. E sarà luce e sarà buio, momenti dove ti convinci che non stai facendo nulla di male ed altri dove speri che non ti proponga di salire un “minutino su da me”. E poi si lascerà prendere dalla commozione, e tu ti domanderai quanto sia vera, perché di sicuro te lo chiederai, perché di sicuro scivolerai a parlare del tuo povero marito. Ma durerà solo il tempo necessario che tu ti convinca che hai davanti una persona sensibile, perché un momento dopo ti troverai sorpresa ad annusare il vapore delle sue parole che hanno cambiato forma e contenuto. E lo bacerai giurando che per questa sera non si andrà più oltre, proprio nell’instante che la sua mano spartisce i tuoi seni, e ne sceglie uno qualunque per cercarti la voglia. Ti desti e ti fingi di nuovo sorpresa, ma ormai non puoi più illuderti e non cerchi più pretesti quando maledettamente scomoda affondi scomposta sui cuscini del divano. E lui ti preme la voglia fino a trovarti senza barriere dove per mesi hai accolto solo assorbenti e le tue dita insaponate, solo ragioni e mutande di nero di lutto. E ti sembra di impazzire come tutte le volte quando hai pensato che nessuna mai è stata così intensa e mai ce ne sarà un’altra. Lo giureresti davvero! Lo giureresti sicura quando i tuoi gemiti vergognosi diventano urla, quando le visioni degli ultimi anni, quelli oltre la rete nei mari più persi, diventano opache senza più un senso. Perché l’unico senso è questo uomo che suda e ti fotte, quest’uomo che preme e concentra tutto sé stesso nel caldo bollente di queste tue cosce. E ti domandi dove mai troverà tutta questa carica, perché mai s’ostina a cercarti oltre la vertigine di qualsiasi precipizio, quale sarà la ragione che lo muove e lo indurisce, visto che non ha figli, non ha moglie e non ha perso un marito strada facendo. E ti rivolta, sicuro che lo farà, cercandoti ancora, fino a smantellare le ultime remore, quelle più ostiche che s’annidano in alto, oltre le pareti di qualsiasi donna, oltre la mente di qualsiasi femmina. E ti sentirai svuotata, questa volta davvero, quando l’urlo del maschio ti bagna di dentro e di fuori, quando da molto lontano senti cadere una stupida pioggia che pian piano vicina diventa tempesta e poi uragano. E ti sentirai nuova davvero, perché ci sono dei giorni che non hanno bisogno di ieri o domani, come se l’alba non dovesse più venire e questa notte che l’ha preceduta fosse rimasta a dormire dall’altra parte del mondo.



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