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lavoro pubblicato lunedì 13 maggio 2002
ultima lettura domenica 12 agosto 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lettera all'Amore (II parte)

di Vincenzo De Luca. Letto 1950 volte. Dallo scaffale Epistole

Sabato, 24 gennaio Ciao, Amore. Si riaccende la luce. Rieccomi. Mi trovo nella stanza 13 del reparto ortopedico. Sono seduto su una sedia e il...

Sabato, 24 gennaio Ciao, Amore. Si riaccende la luce. Rieccomi. Mi trovo nella stanza 13 del reparto ortopedico. Sono seduto su una sedia e il bloc-notes è poggiato sul letto. Sento il bisogno di continuare a scriverti, anche se ancora non ti ho spedito nulla, in attesa che tu, Amore, mi scriva. Prima o poi. Spero che Bruno non abbia disturbato i tuoi, ma mi sembrava brutale, per quello che ci lega, dirtelo poi per lettera. Oggi è la prima volta che tento di fermare su carta quello che mi è accaduto sette giorni fa. È stato un terribile incidente che ha coinvolto ben sei auto. Io mi trovavo sulla Golf di Claudio. Ero dietro. Con noi c'era Paolo, seduto davanti. Stavamo immettendoci sulla Statale. Percorrevamo una brutta strada fra gli alberi e non si aveva una buona visibilità. Io, da dietro, quando si giunge all’imbocco, vedo arrivare una carovana di auto. La prima fa i fari alla Golf di Claudio. Claudio, non capisco ancora perché, si immette lo stesso. La Golf, svoltando in seconda, non acquisisce molta velocità. Viene presa dalla mia parte. È un attimo. L’auto viene spinta per 18 metri prima di arrestare la sua corsa. Altre auto, intanto, si tamponano. Poi, il silenzio. Iniziano i lamenti. Paolo apre per primo la portiera ed esce; lo segue Claudio che rotola per terra, ancora stordito dalla tremenda realtà. Io mi guardo il braccio sinistro, lo vedo, ma non lo sento più, mi sembra che appartenga a un’altra dimensione. La gamba sinistra inoltre è bloccata dal sedile di Claudio, tutto spinto indietro. Il dolore, l’angoscia, la paura, il freddo, tutto d’un tratto, mi prendono e io inizio a tremare, mentre vedo che tutto intorno vi è un movimento di persone. Pare anche che vi sia una perdita di benzina e che Claudio non riesca a spegnere l’auto. Io resto lì dentro, in attesa che qualcuno mi tiri fuori, ma intorno vi sono altri feriti, forse più gravi di me. Io mi tocco inutilmente il braccio che non risponde e stringo i denti per la gamba incastrata. Al mio fianco, inoltre, mi fa compagnia la targa dell’auto che ci ha presi in pieno, mentre il lecca lecca, che stringevo prima dell’impatto, lo troveranno in mezzo agli alberi. Passa un’eternità prima che i pompieri disattivino la batteria dell’auto e riescano a tirare avanti il sedile che mi blocca. Ma non ce la faccio lo stesso a muovermi. La spina dorsale mi fa male. Poi, finalmente i soccorsi. Mi bloccano il collo, tagliandomi la collana di cuoio con delfino a cui tenevo tanto e aprendomi l’altra collana in argento con una pietra dell’amore, che mi infilano in tasca. Mi immobilizzano il braccio sinistro: allora il dolore si fa insopportabile e maggiormente cresce quando tre infermieri mi trasportano a braccio fuori dall’abitacolo, urlo come mai avevo provato, mi adagiano sulla lettiga. Poi una corsa verso l’ambulanza e il Pronto Soccorso. Mi riscontrano solo la frattura dell’omero sinistro, una brutta frattura, e la rottura di una costola. Per l’omero dovranno operarmi. Mi ricoverano subito, mettendo il braccio sinistro in trazione. Terribile, devono inserirmi il gancio, sento trapanarmi l'osso, non devo urlare, mi mordo le labbra, chiudo gli occhi, mi dico che durerà un attimo… Poi, inizia l’inferno. 18 ore in trazione e mai un momento per riposare, visto il dolore, a cui gli antidolorifici non sembrano dare tregua. Per fortuna, dietro interessamento degli infermieri, viene a vedermi domenica sera il dott. di turno, che, vedendo la trazione deformare la frattura, me ne libera, bendandomi il braccio al petto. Mi opera mercoledì 21 il Primario. Entro in sala operatoria alle 10 del mattino, vigilia del mio compleanno, ed esco alle 14, addormentato. Mi risveglio solo alle 17. Sia prima di addormentarmi che quando mi risveglio un pensiero mi conduce a te, Amore. L’intervento è andato bene, così dicono: mi hanno inserito un chiodo che tenga unita la frattura e che probabilmente, se non mi procurerà fastidi, mi accompagnerà per il resto della vita. Le dita, ancora non riesco a muoverle, specie il pollice, così è sopraggiunto un problema radiale e i medici hanno provveduto a inserirmi una stecca di gesso dal gomito sino alla mano, lasciando libere le dita. È un peso che mi dà fastidio e che sinora non mi ha permesso di dormire tranquillo. Dovrei uscire tra lunedì 26 e martedì 27, poi mi attende un mese di ingessatura, almeno penso, e infine l’inizio della riabilitazione. Io ho una grande volontà di ritornare ai miei interessi e ti prometto che da ora in poi, Amore, stringerò i denti per guarire prima possibile. Sono in uno stato fisico pietoso. Se ora mi descrivessi credo che mi trasfigurerei troppo orrendo. Però a casa dovrei avere qualche foto tessera e spero di mandartela già con questa, così metterò fine alla tua curiosità. Adesso, sento il dolore alla schiena. Smetto. Domani riprenderò a scriverti. Domenica 25 gennaio, ore 16:20 Riprendo la lettera. Sto ascoltando le partite: in questo momento la Juventus, vincendo, sorpassa in classifica l’Inter e vince il campionato di andata. Lo so, probabilmente ti importerà poco, ma per me è un tornare alla normalità. Almeno ci sto provando. Già il fatto che da due sere vado di corpo in bagno è per me una piccola e irrinunciabile conquista. Una settimana che sono racchiuso qua dentro. Uno dei pensieri, che non mi ha abbandonato sin dalla botta e per tutta quella domenica, è stata la perdita del lavoro. Non soffrivo per il dolore fisico ma per quello morale che questa perdita avrebbe comportato per me. Ormai è passato. Per quanto si vuole, indietro non si torna e bisogna così accettare quello che mi è accaduto. Qui le infermiere sono proprio simpatiche e carine. Non posso lamentarmi e devo confessarti, Amore, che sono stato subito coccolato. Ieri ho conosciuto Alessandra che proviene da Palermo e che ha vinto il concorso qua. Denuncia un po’ di disagio, visto che in provincia è più diffuso il dialetto rispetto alla metropoli. Talvolta lei resta a bocca aperta non capendo un’acca di quello che le viene detto. Però ha una mano poco delicata e il mio sedere ne sa qualcosa, visto l’ultima iniezione antinfiammatoria che mi ha fatto più di un’ora e mezza fa. Se penso alla prossima di stasera, più quella allo stomaco, beh, è meglio non pensarci… L’altra infermiera, con splendidi capelli neri a riccioli, madre pugliese, padre Veneto, chiamata Desirée - in onore dell’amante di Napoleone -, invece ha mani delicate e le sue iniezioni sono leggerissime penetrazioni. Amore, se penso che adesso si allungheranno i tempi prima di poterci incontrare, a causa della mia riabilitazione, prima morale poi fisica, soffro. Avevo già progettato dove poterci incontrare, a metà strada da te. Adesso va tutto in aria e non voglio affatto che tu venga da me, specie in auto… L’incontro è solo rimandato, mettiamola così. Comunque, ti invierò una foto, così se dove si cambiare idea, io la rispetterò perché è un tuo diritto scegliere il meglio per te e, ora non penso proprio di esserlo. Sono le 17:05. Stamattina qui ha nevicato abbondantemente. Adesso dalla finestra si scorge u paesaggio imbiancato da brividi. Però che noia qui. Se non ci fosse il walkman che i miei fratelli mi hanno regalato, penso che il tempo sarebbe eterno, noiosamente impassibile. Già, tre giorni fa ho compiuto 30 anni. Che modo di festeggiarlo. A parte il regalo dei medici, quel chiodo nel braccio sinistro, ho ricevuto dai miei fratelli il walkman (quello che possedevo è andato distrutto durante l'impatto… lo avevo nella tasca del giubbotto), e due medagliette: una d’argento a forma di gatto, e una d’oro a forma di delfino. Luca e Bruno mi hanno regalato una penna Aurora, per potermi esercitare fin quando non tornerò a digitare sul personal, cosa che però proverò già a fare appena rientro a casa, spero già da domani. Paolo - che porta il collare dopo l’impatto - mi ha regalato un portasigarette in argento con 10 sigarette Merit; peccato che io fumi Philip Morris SuperLight. Adesso smetto. Sono le 17:19. Mi faccio un giro per il corridoio, poi o mi metterò a leggere un fumetto, oppure tornerò a letto per ascoltare altra musica, in attesa della cena, tra un’ora: minestra, prosciutto, insalata e budino. Notte, Amore, stella che continui a splendere nel mio cuore, desiderio e speranza di amore. Anche se poco, infinitesimale. Lunedì, 26 gennaio, ore 14:45 Rieccomi a casa. Mi sembra ancora un sogno. La micia mi sta facendo le feste a modo suo. Ora chiudo e vedrò di inviarti celermente questa lettera. A presto. Il Tuo Tesoro Venerdì 20 marzo, ore 19:50 Ciao. Sono ormai trascorsi due mesi dall’incidente e la ripresa, per quanto lenta, comincia il suo corso. Il 24 marzo tornerò all’Ospedale per una nuova lastra di controllo, mentre il 1° aprile inizierò la fisioterapia passiva per l’arto e l’elettrostimolazione per il polso e le dita. Il nervo radiale, che presiede ai movimenti del polso e delle dita, continua a restare sofferente, impedendo soprattutto il movimento in fuori del pollice, ma sia il dottor che mi ha in cura, sia il fisiatra mi garantiscono il ripristino dell’uso della mano. Solo che occorre pazienza e parecchio tempo: tra i sei mesi e un anno. Continuo a portare di giorno la stecca di gesso per mantenere rettilineo il polso, in modo che si consolidi, mentre la notte devo proteggere il braccio sotto una maglietta, in modo da evitare che, durante il sonno, strane torsioni allo stesso arto. Per il resto che altro raccontarti? Beh, sto tornando alla normalità: esco, ho ripreso a portare avanti i miei studi, leggo, ascolto musica, giocherello con la mia micia e dormo parecchio. Il lavoro… beh, per ora è meglio che non ci pensi. Per ora devo riabilitare la funzione del braccio, specie del gomito attualmente bloccato e che dovrà stendersi… Gli amici mi sono stati abbastanza vicini e più volte mi hanno trasmesso grinta per riprendere gli interessi che coltivavo prima di quella tragica notte. Confesso che mi manca hypernet e tutte quelle persone che avevano intrecciato amicizia con me e che ormai mi avranno dato per scomparso. Mi manchi pure te ma devo rispettare il tuo silenzio. La voce di mia madre mi dice che la cena è pronta. Beh, allora ti saluto e ti assicuro che continuerò a stringere i denti pur di riconquistare l’aspirata normalità nell’uso dell’arto e soprattutto della mano. Io


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