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lavoro pubblicato lunedì 5 marzo 2007
ultima lettura giovedì 13 giugno 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Groundzero

di Rossogeranio. Letto 1331 volte. Dallo scaffale Fantasia

Groundzero La notte è illuminata da lividi lucori di un brutto ultimo quarto di luna. Lungo i viali, venati lampioni alogeni sono cerchiati d’aure...

Groundzero La notte è illuminata da lividi lucori di un brutto ultimo quarto di luna. Lungo i viali, venati lampioni alogeni sono cerchiati d’aureole baluginanti. Le finestre della facciata del vecchio grattacielo di periferia, situato nella frangia cannibale della città, sembrano levitare tra molteplici orbite accecanti, in contrasto con il mormorio tremulo dei pozzi di tenebre tentatrici. Questa notte Lei riesce finalmente a salire sino all’ultimo piano, imbroccando i codici d’accesso. Giunta in alto, si abbandona al vento gelido per sbirciare la torre della costruzione lì vicina, punteggiata di barlumi soffusi, dove c’e’ la stanza di Ground. Anche se è troppo lontana, la vista è rassicurante. Le piace questa falce di spazio che li separa. Come innescare tra loro la promiscuità più oscena e la distanza più sicura. Lui è lì dentro, imbottito di chissà che cosa. Ora starà trafficando con skype, per poi disturbarselo furiosamente nel bagno. Ad un tratto si sente toccare. Una mano gelida le sfiora la pelle scoperta sopra la cintura dei jeans e poi scivola veloce sotto il maglioncino di cachemire. Avverte un tintinnare di gingillo metallico che lambisce il ventre e realizza che si tratta di gelido acciaio. Si sente addosso una lama, non più lunga del dito mignolo. Non vede l’arma, ma l’ha intuita dal movimento. Si gira di scatto e lo avvista. E’ un tipo singolare, con un lampo diabolico nello sguardo. Non è quel contatto che la fa trasalire, quanto accorgersi di come il suo corpo sia caldo, sudato, come in una serra, chiuso in una cerniera dentro il vecchio giubbotto di ecopelle auto traspirante, con le cuciture e i gomiti lisi. Realizza di bloccarlo prima che la colpisca con l’aggeggio, ma l’uomo ritrae la mano, fissandola negli occhi. Lei indietreggia barcollando e accenna un sogghigno incerto. “Che cazzo vuoi?” . “Tu devi dirmelo. Io vivo qui”. Anche lui ha un giubbino di pelle sottile, color tabacco, con moschettoni, anelli nelle zip e stelle a cinque punte ricucite. Le fa venire in mente l’odore delle riviste di Country Rock che Ground tiene nella sua stanza. Sono così vecchie che le illustrazioni sono soltanto delle sfumature grigie, proprio come la sua esistenza rappresa e strangolata. Chissà se questo terrorista che ha davanti è un suo simile. Infondo, entrambi abitano perpendicolari tra due oscure appendici, separate da una buia galleria del vento. Lo osserva impavida e riesce a sortire il successo sperato. Lui blocca la lama del coltello premendolo con la coscia e se lo rifila nella tasca del giubbotto. “Non male questo panorama” dice Lei sporgendosi dalla balaustra. “Vieni dentro. Il mio appartamento è qui”. Dal parapetto scruta ancora il complesso adiacente. Alla fine entrano e Lei si butta sul letto enorme. Cuoio, borchie, vilpelle bianca ed hennè lucente. E’ salita lì in cerca di qualsiasi cosa sia in grado di rinverdire il suo bisogno, ma vede intorno solo cupa desolazione, una debolezza d’animo prostrata dai bisogni e dalle contingenze. Lei è sempre più madida e bollente. Quaranta gradi in quell’appartamento. La stanza da letto è 5 metri x 5, con le pareti di compensato, imbiancate da secoli di latte di calce bianca. Si ritrova a pensare al fatto, che l’indice di riflettenza all’interno è maggiore dell’alluminio laminato e di altri profilati. Lui tiene appesi i vestiti in una sorta di carrello di ferro, disposto ad intervalli regolari lunga la parete. I ricordi affiorano come cristalli liquidi. Ultimamente gli capita spesso di sentirsi come uno spazio vuoto, dove i fatti e le persone precipitano senza avere alcuna connessione. Il letto su cui è stesa è coperto da una coltre di pecora ed un lenzuolo spiegazzato. Lui le porta da bere in un bicchiere massiccio. Lei posa lo sguardo sulle mani. Ha un taglio fresco e gonfio sul palmo che ricorda la vulva di una giovane donna, con le piccole labbra pudicamente nascoste dentro le altre. Completamente diverse dalla sua che sente, adesso, incandescente ed intirizzita. Ad un tratto, lui si sfila con foga la maglietta da sopra la testa, poi si toglie i pantaloni e gli slip. Le sue cosce sono tornite e pelose come tronchi con una spessa corteccia, sulle braccia un esteso ematoma. Il respiro è frenetico. Lei finalmente abbassa gli occhi e vede il suo cazzo. Un fascio di luce elettrica e cruda penetra attraverso le tendine. Si avvicina al suo sesso, posandoci la guancia e scandisce una frase sibillina: “Anche se non sarà un idillio, io questo randello me lo prendo”. Poi annusa, sfiora e lo agguanta con la bocca, succhiandolo come una sanguisuga famelica. La sua voragine è un buco orchesco che lievita e si gonfia sino a coronarsi di un rosario di perline traslucide, per farlo accartocciare di piacere. Lei gode a vederlo eiaculare con schizzi di poltiglia rigurgitante. Così proseguono tutta la notte, pastrugnando con i corpi infervorati, mentre le lancette del quadrante alla parete, scandiscono l’incedere devastante del tempo. Non pronunciano nemmeno una parola, sino al momento in cui lui dice: “Perché sei salita quassù?”. “Perché in alto lo scenario è più limpido”. Risponde vestendosi. Furtiva, riscende sulla strada. Con i passi distende il suo potente ventricolo, all’aria di un nuovo mattino decolorato. Un’aorta pulsante di traffico pompa fiumi di automobili in corsa, imperlate di fuliggine. Si guarda attorno scompigliata da raffiche improvvise ed imprevedibili. L’eiezione controllata delle valvole dei semafori convoglia le arterie della circolazione, mentre i primati chiacchierano concitatamente ai bordi delle strade, con gli occhi cerchiati di blu, nella luce strana che affoga l’atmosfera. Lo scorcio oracolare prelude l’infestazione dei vaticinanti bombici. Le calamità passate, presenti e future. Lei è incerta: il suo stato è unica cosa con l’integrità, il magnetismo, e l’ardire. Non è divisibile con questi uomini. Uno così sudicio e squallido. L’altro, nitore ipocrita d’azioni ignobili ed oscene. Si gira indietro. Un’ultima occhiata fulminea in alto, al bieco corvo molle che sibila nel torrione di fianco. Starà maneggiando di nuovo skype, seppellito nelle riviste sgualcite e stinte dei vecchi poeti del Rock. Lei avverte di nuovo un’ondata eccezionale di caldo. Torrido, per essere questa stagione. Come se la caldana di ferro e di fuoco fuso che c’è sopra e sotto la terra, stia per irradiarsi in superficie. Sono già le 8,50. In lontananza il sibilo acuto di una sirena dei pompieri, con la sua lunga informe vocale che si estende lungo il tunnel tra i cartelloni pubblicitari. Ovunque cemento grigio e disilluso, che non può avere un happy ending. E’ solo un quartiere malfamato, lo sanno tutti. Groundzero. </PRE>


Commenti

pubblicato il 02/05/2007 10.03.47
dawoR (k), ha scritto: Filosofia e poesia hanno la stessa comunione d'intenti, ma divergono per i loro procedimenti: circolare, tortuoso, intellettivo - per la prima -, lineare, prezioso, intuitivo - per la seconda. :) dawoR***

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