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lavoro pubblicato giovedì 18 gennaio 2007
ultima lettura sabato 10 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il consacrato - cap 01

di Leonardo Colombi. Letto 1188 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il primo capitolo di una saga fantasy che sto ancora scrivendo. Si ispira molto alla saga del Cavaliere del Verbo di T. Brooks e a I Guardiani della Notte di S. Luk'janenko. Buona lettura!

Capitolo 01 - Serata Etilica La donna aveva le mani in alto, i polsi legati alla parete di uno dei palazzi del vicolo da magiche catene di metallo freddo. Con una mano, l’uomo cercava di tapparle la bocca in modo che non urlasse attirando l’attenzione di eventuali passanti; con l’altra invece le reggeva la gamba destra mentre la penetrava sempre con maggio foga e intensità. L’aveva conosciuta poco prima all’interno del pub, non ricordava nemmeno come si chiamasse…era troppo ubriaco per far caso a simili particolari…l’aveva convinta ad uscire e una volta nel vicolo si erano avvinghiati l’uno all’altra fino a che lui aveva deciso che era tempo di farsela. Non era del tutto lucido, anzi, proprio per niente. E lo sapeva. Gli istinti, solo quelli, lo guidavano in quel momento. Eppure, malgrado lo stato in cui versava, inconsciamente, ricorrendo alla poca magia che ancora gli restava aveva creato quelle catene di metallo e luce per bloccarla ed evitare ogni sua possibile ribellione. In un certo senso sapeva che non era giusto… che le sue azioni non gli appartenevano...e nemmeno erano proprie di un guerriero della luce… In ogni caso, che si trattasse di violenza o meno, lei assecondava le sue spinte gemendo di piacere. Aveva bevuto anch’ella più del dovuto e molto probabilmente non avrebbe nemmeno urlato o chiesto aiuto per quanto stava accadendo. Anzi, se era uscita nel vicolo con lui voleva dire che in fondo ci stava. Ma di certo quelle catene spuntate fuori dal nulla e leggermente illuminate d’azzurro la preoccupavano un poco anche se non era così lucida per prestare un’eccessiva attenzione alla cosa. Erano entrambi ubriachi e in balia dei propri corpi ansanti incapaci di pensare ad altro o di chiedersi se ciò che stavano facendo avrebbe potuto avere delle conseguenze… Ma ogni pensiero, ogni ragionamento era così alieno e distante. C’erano solo i loro corpi mentre le spinte dell’uomo si facevano sempre più urgenti fino a ché venne. Soddisfatto e confuso, incerto sulle gambe, dopo averla guardata come se la vedesse per la prima volta solo in quel momento, si allontanò dalla donna. Cosa stava facendo? La sua coscienza evidentemente si stava riprendendo a poco a poco. Come se quanto appena vissuto non lo riguardasse minimamente, si riallacciò i pantaloni e si incamminò per andarsene. Aveva la testa che gli pulsava e si sentiva esausto, sfinito ma appagato. Si appoggiò ad una delle pareti del vicolo e solo allora si ricordò della donna: aveva i polsi ancora incatenati alla parete su cui se l’era scopata poco prima. Tra l’altro lo stava chiamando, imprecando e urlandogli dietro sin da quando aveva preso ad allontanarsi da lei, lasciandola mezza nuda e con le braccia ancora bloccate alla parete. Ma nonostante le sue grida, l’uomo sembrava non essersene accorto se non allora e con un pensiero sciolse l’incantesimo che poco prima le aveva lanciato. Non capiva più nulla… Chi era quella donna? Perché si trovava lì? Cosa diamine stava facendo? Prese a camminare in una direzione a caso, barcollando. Poi sembrò comprendere, una lampadina per un attimo baluginò nel buio della sua confusione mentale. L’aveva quasi violentata! Come gli era venuta in mente una simile idiozia? Cosa cazzo sperava di combinare! Si maledisse e si diede dell’idiota ma non tornò indietro. Era troppo confuso. E, sebbene ancora non se ne rendesse conto, doveva ringraziare il fatto che pure lei non fosse del tutto lucida altrimenti di certo avrebbe passato dei guai! La lucidità pareva essere tornata ad abitare nel suo cranio anche se non era solo della razionalità che aveva bisogno in quel momento. Aveva bisogno di riposare e di riprendersi… Di fare ordine… Ecco, questo sì! Doveva tornare all’auto: il pensiero si fece largo nella sua mente offuscata dall’alcol e lo spinse con maggior decisione verso la fine del vicolo, in direzione della strada. Dopo aver sputato a terra, resistendo al senso di nausea che solo ora iniziava ad avvertire a causa del troppo alcol bevuto, cercò di individuare la propria auto parcheggiata chissà dove. A fatica, situata in un mondo confuso e dai contorni incerti, in cui i colori lentamente divenivano chiazze che si allungavano e si accorciavano a seconda di strane leggi fisiche, riuscì ad individuare la sua auto grigia metallizzata. Non era normale… No…non era normale affatto… Di certo aveva bevuto molto ma… Un veicolo di passaggio attirò la sua attenzione e disperse i suoi dubbi e le sue momentanee preoccupazioni. Tornò ad osservare il proprio veicolo: nei paraggi dell’auto grigio metallizzato non c’era nessuno e questo lo tranquillizzò. Qualunque cosa gli stesse accadendo non gli importava: ora voleva solo tornare a casa. E sperava di riuscirci andandosene senza di lui che, in base ai propri vaghi ricordi, era ancora all’interno del pub nel quale aveva rimorchiato la tipa che, dall’altra parte del vicolo, adesso si stava rivestendo. “Chissà…magari le è anche piaciuto” pensò “o forse invece si starà domandando come ha potuto finire così in basso, a scopare in un vicolo con uno sfigato come lui…” Per quanto fosse misera come constatazione lui pensava che almeno se lo stesse chiedendo… In ogni caso, barcollando, cercò di raggiungere l’auto e dopo qualche metro di cammino incerto riuscì a raggiungerla. Armeggiò per un poco con le chiavi osservandole da una distanza remota, quasi le sue braccia si fossero allungate mentre stava con la bionda del pub. No, decisamente non era normale…tutto era al di là degli effetti dell’alcol…si sentiva abbastanza lucido, ma solo a tratti… ma questo fu solo una fugace constatazione nel caos dei suoi pensieri ad intermittenza. Alla fine riuscì ad infilarle nella serratura della portiera e, dopo averla aperta, si lasciò cadere, sfinito, sul sedile. Subito non accese l’auto: per quanto strano era comunque consapevole di non essere in grado di guidare…ci pensò su osservando il cruscotto con una serietà estrema. Nell’arco di interminabili silenzi di vuoto giunse alla conclusione che voleva andarsene. Subito. Voleva spegnere tutto e dimenticarsi di quanto era accaduto. Soprattutto voleva stare solo senza quell’invadente presenza che da giorni… “Ehi bello, non vorrai mica andartene senza di me?” Balrog se ne stava vicino a lui, sorridente, con un braccio appoggiato alla portiera semi aperta dell’auto. Quando era arrivato? Lui proprio non l’aveva percepito avvicinarsi… Accanto al veicolo lo osservava sorridente. Vestiva un lungo impermeabile di pelle nera sopra un completo perfettamente bianco su cui spiccava una cravatta a righe di colore scuro. Un paio di scarpe italiane in pelle nera e degli eleganti guanti dello stesso materiale e colore completavano l’abbigliamento dell’uomo. Aveva capelli castani pettinati all’indietro, una faccia pulita e degli occhi di un azzurro intenso. Malgrado fosse di bell’aspetto, per sua natura, la sua presenza sfuggiva ai più e diveniva solo una fugace comparsa nei ricordi delle persone che avevano la sfortuna di incontrarlo. Il demone guardava l’uomo sorridendo e al contempo, mentre lo sollevava di peso dal posto del guidatore, si offriva di riaccompagnarlo a casa. Che, a dire il vero, da qualche tempo era anche la sua casa. Helge cercò di controbattere ma le sue forze e la sua volontà sopraffatte dall’alcol e dalla stanchezza non gli permisero di organizzare una qualche forma di difesa a quello strano atteggiamento di altruismo da parte del demone. “Non vorrai mica metterti al volante in queste condizioni? Dai, lascia guidare me…” Gli prese quindi un braccio e lo portò fino al lato del passeggero: quindi lo adagiò sul sedile e chiuse la portiera incurante delle lamentele bofonchiate dal guerriero della luce. L’auto venne avviata e partì in direzione della casa di Helge, l’ubriaco dai capelli castani che sedeva, sonnecchiando, sul sedile accanto a quello del guidatore. Il demone mantenne una velocità costante e appena al di sopra dal limite consentito dalla legge. Sintonizzò l’autoradio e con le mani cominciò a tenere il tempo tamburellando le dita sul volante, sincronizzate con le note della canzone dei The Cure che trasmettevano a quell’ora. Stavano percorrendo una strada secondaria e ad un tratto qualcosa attirò l’attenzione del demone che smise di rimproverare l’amico per l’eccessivo uso di alcol. Aveva esagerato, davvero. D’altronde, un po’ lo capiva e soprattutto non poteva negare che in quel locale, a bere, ce l’aveva portato lui. Certo, lui pure l’aveva spinto e lasciato fare ma questo era un altro par di maniche. D’altronde, pure Balrog se l’era spassata ma, come suo solito, aveva evitato l’uso di alcolici: ci teneva alla salute e non sopportava di ingerire sostanze che potessero nuocere al proprio fisico, sia che si trattasse di birra o di vodka sia che si trattasse di quelle patate oleose e salate oltremodo che aveva visto ingurgitare dal suo compagno d’avventure adagiato lì a fianco. Chissà se l’aveva ascoltato mentre parlava e gli rammentava che non serviva a niente lasciarsi andare così e cercare risposte nell’alcol. Comportamenti del genere sono tipici degli infimi umani e non sono certo degni di esseri superiori come un demone o un guerriero della luce. In ogni caso Balrog riteneva che mangiare qualcosa avrebbe giovato all’amico e gli chiese, senza tuttavia ottenere risposta, se gli andava un panino. Poi, osservando Helge, gli venne un’idea e sorrise in un modo che poteva suggerire ingenuo divertimento o astuzia crudele. L’auto si fermò a qualche metro dal chioschetto bianco situato a margine della strada e, dopo aver verificato le condizioni dell’altro, praticamente in dormiveglia e capace solo di esprimersi attraverso monosillabi, Balrog scese e si diresse misterioso e serio verso l’ambulante. Al banco vi erano altri due tipi, due giovani vestiti in modo trasandato che si gustavano il proprio hamburger con ketchup, peperoni e cipolle. Quando lo videro, abbigliato di tutto punto come un manager rampante si scambiarono un’occhiata di intesa. L’uomo si avvicinò al bancone ed estrasse il portafoglio mettendo in bella mostra le banconote che esso conteneva e parlò con i presenti. Il suo sguardo era gelido ed il tono della voce deciso e categorico: non avrebbero potuto rifiutare un favore ad uno come lui. In fondo, era uno di loro, un volto noto che avevano assimilato a quello di un amico o di un fratello. Qualche istante dopo, i due ragazzi e il padrone del chiosco erano diretti verso l’auto di color grigio metallizzato parcheggiata poco distante. Helge, dal suo stato semi-comatoso, percepì la portiera dell’auto che si apriva e due mani che lo afferravano e lo estraevano a forza dal veicolo. Rinvenne all’istante ma ogni cosa gli appariva confusa per cui subì quasi senza vederlo il pugno che gli arrivò dritto al volto. Tre uomini presero a picchiarlo con violenza mentre, poco distante, Balrog assisteva alla scena sorseggiando un the alla pesca.


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