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lavoro pubblicato giovedì 18 gennaio 2007
ultima lettura giovedì 13 giugno 2019

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Il Confine di Rooney - Cap.1

di Robert Rock. Letto 1039 volte. Dallo scaffale Fantasia

IL CONFINE DI ROONEY 1. LA FUGA In quella zona arida appena a sud ovest della foresta di Cibola nel New Mexico meridionale, Clifford Rooney det...

IL CONFINE DI ROONEY 1. LA FUGA In quella zona arida appena a sud ovest della foresta di Cibola nel New Mexico meridionale, Clifford Rooney detto Ruggine per i suoi capelli dello stesso colore del cancro del ferro, stava cavalcando da più di sedici ore quando finalmente fermò il cavallo ormai sfinito e ricoperto di schiuma. Si tolse il cappello, tergendosi il sudore con la manica della camicia malconcia e sporca, era ormai pomeriggio inoltrato ed era a cavallo dalla notte precedente quando, in tutta fretta, (diciamo pure col fuoco sotto il culo) aveva abbandonato la poco ridente cittadina di Hayers Ridge, poco a sud di Kelly, e un poco a nord di un grande nulla che era il New Mexico sud occidentale tra le Black Range Mountains a sud ovest e il Rio Grande a est. Faceva ancora molto caldo, il sole aveva picchiato duro per tutto il giorno e Ruggine attendeva con impazienza il fresco che sarebbe giunto con la sera, quando avrebbe sentito un piacevole brivido di fresco sulla pelle riarsa, meraviglioso come un sorso d’acqua di sorgente in una gola arida per la sete. Una goccia di sudore sfuggita al lavoro della camicia gli cadde nell’occhio destro, lo chiuse con fastidio sentendone l’inevitabile bruciore, anche il cavallo era stremato e sudato, ma non poteva fermarsi, almeno finché c’era ancora luce e chi lo seguiva poteva continuare ad avvicinarsi. Si girò sulla sella scrutando con una certa apprensione verso nord con un occhio stanco e l’altro stanco e che gli bruciava fastidiosamente. Guardò nella sconfinata distesa di terra riarsa della contea di Socorro, cercando un pennacchio di povere preceduto da piccoli puntini in movimento che, se visti più da vicino, avrebbero avuto l’aspetto di uomini a cavallo sulle sue tracce. Non scorse nulla, ma sapeva che lo stavano seguendo, non si possono ammazzare quattro uomini e sperare che ti permettano andartene tranquillamente, non in questa parte di mondo comunque. Tuttavia pensava di aver preso un discreto vantaggio sugli inseguitori, se l’era data gambe con la velocità di un lampo, senza nemmeno salutare pensò sorridendo tra sé, lasciandosi dietro un bel po’ di confusione e quattro cadaveri. Quattro in una volta sola “niente male” pensò con una punta di autocompiacimento. -Scommetto che nemmeno Wild Bill sarebbe stato capace di tanto- mormorò fra sé soddisfatto. Probabilmente, lo sceriffo Stuckey, così gli pareva si chiamasse il rappresentante della legge di quel cesso di città, aveva perso un paio d’ore a radunare un numero sufficiente di uomini con abbastanza fegato per inseguirlo, poi un’altra ora perché decidessero come muoversi cercando il coraggio di avventurarsi a dare la caccia ad una preda che, diversamente a quelle cui erano soliti a sparare, possedeva una pistola che aveva fatto un quattro buchi aggiuntivi dentro i loro concittadini. Per non parlare del suo Winchester calibro 44. Comunque non riuscì a vedere nulla se non la calma ondulata della prateria illuminata dalla luce dorata del sole di giugno e perennemente spazzata dal vento, ma sapeva che loro erano laggiù da qualche parte, non li vedeva, ma sapeva che c’erano, ansiosi di avere un nuovo trofeo di caccia da appendere, magari, sulla facciata del municipio dove tutti i cittadini lo potessero ammirare. Sorrise. -Chi è quel tizio appeso lì sceriffo Stuckey- avrebbe chiesto qualcuno, magari un ragazzino appena uscito dalla lezione a scuola. -Quello figliolo era Clifford Rooney detto Ruggine, aveva ammazzato quattro bravi cittadini nel ’78, ma io e altri bravi cittadini lo abbiamo inseguito fin quasi in Messico e li, vicino al confine lo abbiamo steso, è stata una sparatoria selvaggia figliolo, ma quando sembrava che stesse per farcela a passare quel dannato confine mi sono gettato fuori dal mio riparo e mentre lui si girava per freddarmi gli ho piazzato un paio di colpi nel cuore, come fa ogni onesto cittadino con delinquenti di quella risma- avrebbe detto lo sceriffo gonfiandosi di orgoglio, infiorando e gonfiando non poco la vicenda. -Accidenti sceriffo, ma perché avete appeso la sua testa sulla parete del municipio?- -Perché eravamo a caccia figliolo e quando abbatti una preda ti tieni la testa da appendere come trofeo, e quel trofeo è messo lì a monito di tutti quelli a cui viene il cattivo pensiero di far fuori dei bravi cittadini- avrebbe risposto alzando il dito indice come un professore che spiega un concetto basilare ad un alunno un po’ tardo. Il cavallo emise un basso nitrito e Ruggine si riscosse da quei pensieri con un sussulto, rimettendo a fuoco la vista che si era persa nei luoghi della sua immaginazione,. Ora gli pareva di veder muoversi qualcosa laggiù in lontananza, non ne era sicuro ma pensò che, in ogni caso, gli conveniva muoversi. Girandosi nuovamente verso la sua via di fuga a sud scorse sulla sua destra la massa scura delle Black Range Mountains. Era giunto il momento di decidere dove andare ad ovest verso le montagne, oppure ad est verso il Rio Grande? “Devo decidere in fretta” pensò cercando di concentrarsi, aveva l’impressione che il caldo gli facesse evaporare tutti i pensieri e gli riusciva difficile riordinare le idee, non che fosse mai stato un genio, ma un tizio in gamba questo si, per Dio! Allora est o ovest? Ovest. Sia a est che direttamente a sud c’erano troppe città e se quei bravi cittadini avevano diramato la notizia della sua performance a Hayers Ridge c’era il rischio che un branco di sceriffi cacciatori di trofei si mettesse sulle sue tracce a sbarrargli la strada, non gli rimaneva quindi che andare ad ovest, era una scelta praticamente obbligata. Avrebbe quindi attraversato le Black Range Mountains e poi verso sud, rimanendo alla larga da Silver City, dritto verso il confine col Messico, oltre il quale sarebbe stato al sicuro, avrebbe fatto calmare le acque e poi sarebbe tornato nei buoni vecchi Stati Uniti, magari sgaiattolando attraverso il confine col Texas. Diede di sprone al cavallo, ma senza forzargli l’andatura, l’animale era stanco aveva galoppato per quasi tutta la notte, passando poi ad un trotto durante le prime ore della mattina, per passare infine al passo per il resto della giornata fino ad arrivare a quella andatura stanca e lenta con cui si muoveva ora, se fossero arrivati in quel momento i suoi inseguitori non avrebbe avuto scampo, levò pertanto una silenziosa preghiera al buon Dio affinché non si verificasse un’eventualità così infausta. -Forza bello, non ci pagano a giornata, ancora qualche miglio- disse al cavallo il quale sbuffò nuovamente, come ad esprimere che qualche miglio forse era troppo, ma si rimise obbediente in marcia. Ruggine odiava quella situazione, sebbene provasse un infantile senso di trionfo pensando a tutto il casino che aveva provocato. La odiava perché era arrivato in quel buco di città pensando di potersi rilassare un po’ prima di decidere come proseguire, sia nel senso della direzione da prendere, sia in senso un po’ più ampio per quanto riguardava la sua vita, ma le cose, purtroppo erano andate a puttane per colpa di tre zotici ubriachi smaniosi di usare le pistole che probabilmente avevano acquistato all’emporio della città il giorno prima, così, tanto per vedere se facevano veramente dei buchi nel corpo di qualcuno, e magari scoprire che sensazione dava nel farlo. Solo che il corpo in questione era il suo e lui non aveva acquistato la sua pistola il giorno prima (a dire il vero non l’aveva mai precisamente acquistata) e per loro sfortuna e anche sua, vista la situazione in cui si trovava ora, la sapeva anche usare benino, tanto per usare un eufemismo. Poco cervello, ma tanto talento avrebbe detto qualcuno, o forse qualcuno glielo aveva detto veramente, forse il Duca, non ricordava, fatto sta che con la pistola in mano era un’ira di Dio, come avrebbero potuto raccontare (se non fossero morti) almeno tre dei quattro bravi cittadini che aveva steso la sera precedente più una discreta quantità di uomini che aveva contribuito a togliere da questa valle di lacrime da quando aveva sedici anni. Ruggine apparteneva a quella categoria di uomini che Dio non aveva fatto completi, non che gli mancasse qualche pezzo di corpo o che fosse particolarmente stupido, Dio semplicemente gli aveva dato un incredibile talento con la pistola (e anche col fucile a voler essere sinceri) solo che non gli aveva dato quella caratteristica, così particolare e preziosa chiamata carisma che avrebbe potuto fare di lui un grande, come Billy The Kid o Wild Bill Hickock, quindi restava in ombra senza grandi imprese che lo potessero elevare al di sopra della massa di desperados che vagavano per l’ancora più o meno selvaggio ovest. Inutile dire che Ruggine aveva comunque un’alta opinione di sé, lui, infatti si riteneva un’ira di Dio. Appunto. Da quando non era più nell’esercito aveva viaggiato (e trafficato) molto tra gli stati del sud ovest e nelle sue peregrinazioni era giunto fino alla città di Kelly dove, per una delle poche volte in vita sua, si era trovato un vero impiego stabile, almeno finché non decise che era troppo stabile, poco remunerato e soprattutto troppo faticoso. Il lavoro era nella miniera di quella città, che come tante altre stava vivendo l’euforia del boom minerario del New Mexico, ancora allo stato embrionale ma con grandi prospettive, aveva così cominciato a lavorare per la Kelly Iron Company, una piccola società mineraria locale gestita dal capitano W.H. Hosking e dalla quale si era separato dopo appena un paio di mesi. Tanto gli ci era voluto per accorgersi che tra la differenza tra il lavoro stabile e i lavoretti che aveva fatto fino ad allora per sopravvivere era che il primo era duro, il secondo più rischioso, ma anche eccitante e meno faticoso, e a Ruggine piaceva emozionarsi, per non parlare che i soldi si facevano più facilmente dall’altro lato della legge, e che grazie a Dio in quei territori era alquanto aleatoria, per non dire quasi assente. Quindi ritirò la sua paga, raccolse le sue cose e si mise nuovamente in sella con destinazione ignota, che tuttavia, prima di diventare nota lo portò nella non particolarmente ridente città di Hayers Ridge. Era arrivato sul far della sera entrando dall’unica e polverosa strada d’accesso che fungeva da strada principale, corso, viale, centro cittadino e quant’altro della città. Al suo ingresso in città sul limitare del centro abitato trovò un cartello di legno la cui funzione era duplice, dare un caloroso benvenuto e segnalare l’ammontare della popolazione locale, la quale era indicata nel numero di seicentocinquanta anime. Tuttavia si accorse che tale numero era stato cancellato e sostituito da un cinquecento novanta a sua volta cancellato e da una serie di altri tre o quattro numeri anch’essi tutti sbarrati finché l’ultimo, ancora intonso, indicava l’ammontare attuale della popolazione in duecentosettantacinque anime. Evidentemente i cittadini di Hayers Ridge non sembravano particolarmente affezionati alla loro città. Il proposito che lo aveva spinto ad entrare nel centro abitato era quello di guardarsi un po’ attorno, conosceva quelle piccole città di frontiera sorte dal nulla sull’euforia della prospettiva di facili guadagni che sarebbero arrivati con la ferrovia e dove la legge veniva rappresentata da personaggi che avevano più interesse a farsi gli affari propri che ad immischiarsi in quelli altrui. Sovente, infatti, gli sceriffi di queste cittadine non avevano nulla da invidiare agli individui che avrebbero dovuto arrestare, ex pistoleri o ladri di bestiame riciclati e un po’ ripuliti a cui un consiglio cittadino timoroso aveva appuntato una piccola stella di latta sulla giacca, e che spesso erano al servizio di qualcuno che contribuiva ad arrotondargli la misera paga governativa. Quindi se non si creavano troppi fastidi e soprattutto non si pestavano i piedi ai loro benefattori, si veniva semplicemente ignorati. Ruggine lo avrebbe ritenuto un ottimo modus vivendi se avesse conosciuto questo termine, lui si limitava a pensare che era cosi che andavano avanti le cose, e tanto gli bastava. Decise così di fermarsi un paio di giorni mentre considerava come proseguire. Riteneva di avere davanti a sé un paio di opzioni che però avrebbe attentamente valutato solo davanti ad un buon bicchiere di whiskey nel saloon della città il quale rappresentava sempre un buon posto per pensare e sentire qualche notizia che avrebbe potuto tornargli utile per le sue imminenti decisioni, ma per prima cosa doveva trovare una sistemazione per la notte. Dopo un centinaio di metri dal confine cittadino vide alla sua destra l’insegna dell’albergo cittadino inchiodata al portico di un edificio così fatiscente da che pareva un miracolo che fosse ancora in piedi. La vernice sulle pareti era quasi completamente sparita, mentre l’insegna stessa richiedeva una vista particolarmente acuta per poter distinguere la parola “hotel” dipinta a mano con una vernice che un paio di secoli prima avrebbe dovuto essere di un rosso acceso, ma che ora aveva assunto una triste tonalità rosa grigiastro. Sul portico la ringhiera era sparita per un paio di metri dove se ne vedevano i tronconi spezzati spuntare dalla sua base, mentre i vetri di un paio di finestre erano in frantumi. Tuttavia sembrava essere l’unica sistemazione possibile quindi dando un leggero tocco alle redini diresse il cavallo verso il palo orizzontale predisposto all’esterno per legare le cavalcature di chi era così audace da entrare nell’edificio. Dopo essere salito su per gli scricchiolanti gradini dell’ingresso entrò nella semi oscurità di un piccolo atrio sul cui pavimento giaceva il cadavere di un vecchio tappeto così logoro e stinto da non aver nulla da invidiare all’insegna esterna. Aspettò un paio di istanti per permettere agli occhi di abituarsi al repentino cambio di luce tra l’esterno e quell’ambiente chiuso nel quale sulle finestre c’era un tale strato di sudiciume che per un istante Ruggine lo scambiò per delle tende grigio scuro. Si guardò intorno e ciò che vide era un ambiente spoglio e fatiscente, alla destra della porta d’ingresso c’era un tavolo con una vecchia lanterna con almeno un pollice di povere e un paio di sedie spaiate, mentre di fronte a lui si trovava il bancone del portiere. Si diresse al bancone dietro il quale, voltando le spalle sia all’ingresso che a Ruggine, stava seduto su di una sedia girevole un anziano e semi addormentato portiere. Pareva stesse leggendo un giornale, evidentemente la clientela doveva essere merce rara da quelle parti dal momento che l’uomo non sembrava aspettarsi nessun avventore, il giornale che stava leggendo appariva ingiallito dal tempo (e quindi perfettamente in stile con tutto il resto) dal che dedusse che l’informazione ad Hayers Ridge arrivava con un discreto ritardo. Sorrise nel rivolgersi all’impiegato. -Buonasera amico- disse con tono cortese all’impiegato che pareva non essersi accorto del suo arrivo. Il portiere, infatti non si mosse continuando a leggere il giornale ed emettendo un lieve borbottio come se stesse leggendo sottovoce le notizie di quel vecchio foglio di carta mentre con la testa pareva fare un lieve un movimento di assenso, movendola su e giù come se stesse dando la propria approvazione alle notizie riportate dal giornalista. Ruggine si guardò intorno nell’atrio non c’era nessuno oltre lui e il portiere, che evidentemente o era sordo o non gliene fregava niente dei clienti al banco. Poi il suo sguardo fu attratto da un oggetto in netto contrasto con l’ambiente circostante e che per questo spiccava come una mosca nel latte, sul bancone che era perfettamente in stile con il resto del mobilio faceva bella mostra di sé una campanella dorata, anche se probabilmente era di semplice ottone, perfettamente lucida e pulita, uno di quei campanellini messi lì apposta per richiamare l’attenzione dell’impiegato nel caso si fosse dovuto assentare. L’impiegato era presente ma ruggine si mise a pestare su quella campanella come un sagrestano con la campana della chiesa la domenica di Pasqua. -Hey amico!- disse a voce alta mentre strapazzava col palmo della mano il campanellino che nonostante i colpi serrati emetteva un suono cristallino e penetrante. L’espediente parve avere effetto penetrando la nebbia di indifferenza dell’uomo il quale posò il giornale e alzandosi dalla sedia si girò finalmente verso di lui, non prima però di aver frugato in un cassetto del bancone estraendone un cornetto acustico e portandoselo all’orecchio destro. -Chi sei? Cosa vuoi?- disse col tono di voce tipico di chi ci sente poco, cioè quasi urlando e strizzando gli occhi che probabilmente erano anch’essi affetti da qualche limitazione, inoltre l’aspetto che aveva suggeriva anche qualche malattia più o meno grave a giudicare suo aspetto mostruosamente emaciato. L’uomo era veramente anziano, anzi vecchio, aveva due occhi azzurri e acquosi leggermente velati dalla cataratta. Un naso pronunciato e aquilino dominava due sottili labbra che si aprivano su di una bocca completamente sdentata che rendeva la sua parlata biascicata e poco chiara, mentre la testa era incoronata da una massa incolta di capelli unti di colore bianco sporco che circondava una vasta pelata sulla sommità del capo, il quale a sua volta sovrastava un viso percorso da una ragnatela di rughe profonde come un canyon, tanto da apparire quasi sfregiato. Il tutto gli conferiva l’aspetto di un matusalemme giunto alla fine dei suoi anni. -Vorrei una stanza- gli rispose Ruggine parlando a voce alta. -Cosa!?- disse il vecchio avvicinando la testa e il cornetto acustico alla faccia di Ruggine che fu assalito da un lezzo sporcizia e sudore stantio tale da fargli fare istintivamente un passo indietro. -Vorrei una stanza!- ripeté ora quasi urlando. -Non ci sono stanze, sono tutte occupate!- dichiarò stizzito il vecchio. Ruggine non poteva credere che quel cesso di albergo fosse pieno né che una cittadina cadente come quella potesse vedere abbastanza persone di passaggio da poter riempire anche solo una latrina. -Come non ci sono stanze?!- chiese incredulo. -Non ce ne sono, vai via!- ora l’ometto si era messo veramente ad urlare. -Mah…- -Vai via sei sordo?! L’albergo è chiuso sparisci!- sbraitò mentre cominciava ad agitarsi muovendosi a scatti, lasciò cadere il cornetto mentre con le mani tremolanti trafficava accanto ad uno dei cassetti del bancone dal quale sembrava tentare di estrarre disperatamente qualcosa che non voleva uscire. Ruggine inorridì quando si accorse che la cosa che stava finalmente uscendo dal cassetto era un piccolo fucile a canne mozze. Fece un balzo all’indietro senza staccare gli occhi dal vecchio che maldestramente cercava ora di aprire una scatola di munizioni. Grazie a Dio il fucile non era carico altrimenti quel vecchio pazzo gli avrebbe già sparato. -Calma nonno- disse Ruggine, cercando di usare un tono conciliante, ma o il tono di voce era troppo basso perché il vecchio lo potesse udire oppure non lo stava nemmeno ad ascoltare. Riuscì infine ad aprire la scatola di munizioni avvicinando lesto una cartuccia ad una delle canne del fucile. -Ti faccio vedere io! Scocciatore! Vagabondo! Qui non li vogliamo quelli come te! Questa è una città per bene non c’è posto per i vagabondi! Feccia!- Lo stupore di Ruggine si infranse quando si accorse che la prima cartuccia era già in canna e che le mani scheletriche del vecchio stavano già afferravano la seconda per finire l’operazione di caricamento. Si girò di scatto e corse verso la porta d’ingresso che con orrore vide che si era chiusa, quasi ci sbatté contro spinto dalla foga di uscire da quella stanza e fu quasi preso dal panico mentre con le mani cercava senza trovarla la maniglia, mentre continuava a sentire alle sue spalle quel vecchio pazzo che armeggiava col fucile, finché nel momento esatto in cui udiva lo scatto di chiusura delle canne riuscì ad aprire la porta, ed un attimo dopo si catapultò all’aperto nella luce ormai soffusa del tramonto. Si precipitò fuori e nell’ impeto della corsa incespicò nei tre o quattro scalini alla fine della veranda perdendo l’equilibrio e ruzzolando malamente in mezzo alla strada polverosa della città. Rimase un attimo a terra stordito dal colpo sul terreno per poi girarsi velocemente verso la porta dell’albergo cercando di estrarre la colt che aveva al fianco e che pareva non volerne sapere di uscire dalla fondina. Si aspettava di veder uscire sul patio quel vecchio infernale con il fucile a canne mozze tra le mani pronto a finirlo, mentre la pistola si ostinava a voler rimanere incastrata nella fondina. Finalmente la Colt Navy lasciò il suo alloggio e Ruggine la puntò veloce come un lampo verso la porta dell’albergo prono a freddare quel pazzo non appena avesse messo il fuori dalla sua sudicia tane. Passò quasi un minuto e fortunatamente non uscì nessuno, decise di rinfoderare la pistola e riprese a respirare più lentamente, mentre un uomo gli si avvicinò allungando premurosamente una mano per aiutarlo a rialzarsi e rivolgendogli contemporaneamente un sorriso bonario e quasi imbarazzato. -Lasciate che vi aiuti- disse lo sconosciuto in tono gioviale -Dovete scusare il vecchio Heisenbach è un po’ vecchio ma innocuo- -Innocuo!? Quello mi voleva ammazzare! Aveva un fucile a canne mozze e lo stava per usare!- protestò Ruggine. -Oh!- ridacchiò il suo soccorritore -Non deve preoccuparsi di quel fucile lo tira fuori praticamente con chiunque gli capiti a tiro, ma già da un pezzo abbiamo provveduto a sostituire la polvere da sparo delle sua cartucce con della sabbia- -Porca miseria, a momenti mi veniva un fottuto colpo, cartucce a salve o no- rispose con un po’ di asprezza afferrando la mano che gli veniva tesa per rialzarsi da terra mentre l’uomo si mise a ridacchiare aiutandolo a rimettersi in piedi. -No è solo un po’ matto, sa… è tedesco- disse come se questa affermazione spiegasse ogni cosa. -Tedesco?- -Si della Baviera… credo, secondo me tutti i tedeschi sono un po’ matti, anche se quando arrivò qui nel ’57 sembrava una persona a posto, ma poi perse il figlio nella battaglia di Valverde nel ’62, si era arruolato sotto il generale Sibley durante la guerra. Poi la figlia e la moglie morirono anche loro portate via dalla febbre però, non dalla guerra, se non ricordo male nel ’70, già la perdita del figlio lo aveva provato profondamente, ma la perdita anche della moglie e della figlia è stata troppo per lui. Povero diavolo, da allora non è più stato lo stesso, continua a leggere vecchi giornali di prima che suo figlio morisse, come se vivesse nel passato. Gliel’ho detto è un po’ svitato, ma innocuo- -Sarà, ma credo dovreste rinchiuderlo o prima o poi farà schiattare qualcuno per un colpo sempre che prima non si faccia ammazzare- L’uomo ridacchiò ancora divertito da quella scenetta alla quale, sospettò Ruggine, doveva aver già assistito più di una volta e che forse, lui e i suoi concittadini si aspettavano di vedere ogni qual volta uno straniero entrava in città. Forse per quello non avevano ancora rinchiuso il vecchio, in fin dei conti in una caccola di città come quella i divertimenti dovevano essere ben rari. -Mi chiamo Stuckey, Samuel Stukey- si presentò tendendo la mano a Ruggine i cui occhi rimanevano incollati alla porta dell’albergo nel timore di vedere quel vecchio pazzo catapultarsi fuori da suo lurido antro fucile in mano a cercare di fare di lui un cadavere. Chi lo sa, magari gli era pure riuscito di trovare qualche cartuccia vera in un sudicio anfratto del suo hotel sfuggito alla ricerca di quei bravi cittadini a cui stava tanto a cuore l’incolumità dei viaggiatori. Per prudenza continuava a tenere la mano destra sul calcio della pistola e la spostò mal volentieri per stringere quella che gli veniva offerta Stuckey. -Clifford Rooney- disse infine riducendo al minimo l’impegno della mano. -Non si deve preoccupare il vecchio Heisenbach non esce mai dal suo hotel- si affrettò a dire notando il suo disagio -Se permettete vi vado a prendere io cavallo così non vi dovrete avvicinare nuovamente alla tana del lupo- disse ammiccando. -Non c’è problema, lo prendo io- rispose Ruggine punto sul vivo del suo orgoglio, aveva già fatto la figura dello stupido e sarebbe morto piuttosto che fare anche quella del vigliacco. Si avviò quindi verso il cavallo mentre un pensiero gli affiorò nella mente, e se gli stavano giocando un altro scherzo? Magari il vecchio sarebbe uscito urlando e la piccola folla che si era fermata davanti all’albergo non aspettava altro per farsi ancora due risate alle sue spalle nel vederlo sobbalzare nuovamente? Mise quindi la mano vicino alla colt, se quel vecchio si fosse anche solo affacciato sulla soglia della porta gli avrebbe sparato dritto in faccia mettendo fine alla sua miserabile esistenza e ricacciando in gola le risate a quegli svitati dei suoi concittadini. -Se si affaccia lo ammazzo- affermò rivolto ad Stuckey mentre con la mano sinistra slegava le redini del cavallo, ma quello continuava ad osservarlo e sorridere come se la minaccia fosse priva di qualsiasi fondamento. Mentre usando sempre solo la mano sinistra slegava goffamente le redini avvolte intorno al palo, pensò che mostrandosi così nervoso e sul chi vive, forniva comunque agli occhi delle persone che lo osservavano dai bordi della strada, uno spettacolo ridicolo che per loro doveva essere già motivo grande di divertimento, si sforzò quindi si allontanare la mano destra dal calcio della pistola e di assumere un atteggiamento disinvolto per proteggere la sua dignità di fronte a quei bifolchi di Hayers Ridge. Fortunatamente non accadde nulla e Ruggine poté tornare da Stuckey tenendo le briglie del suo cavallo senza aver dovuto sparare a nessuno. -Scusateci se ci siamo un po’ divertiti alle vostre spalle mister Rooney, ma da queste parti gli svaghi sono così rari che qualsiasi diversivo va sempre colto al volo- e continuò -Cosa vi porta da queste parti, se posso chiedervelo?- Nel parlare Stuckey aveva messo le mani sui fianchi scostando così i risvolti della giacca e Ruggine poté intravedere la stella da sceriffo appuntata sul panciotto sottostante. Nuovamente Ruggine si mise sul chi vive, anche se cercò di mantenere un’aria disinvolta e rilassata. Non gli piacevano i rappresentanti della legge, un po’ per i suoi trascorsi e soprattutto perché ne aveva conosciuti già parecchi e tutti poco raccomandabili e mai ben disposti con i viaggiatori di passaggio soprattutto se erano dei vagabondi e non proprio stinchi di santo come era lui. Sapeva anche che gli sceriffi tendevano a proteggere il loro territorio, non solo dai fuorilegge, ma da eventuali concorrenti nei loro piccoli affarucci privati. Sia il sorriso e la giovialità di Stuckey erano svaniti lasciando i posto ad un’espressione più attenta e professionale, come se stesse valutando se lo straniero giunto in città potesse rappresentare una minaccia per l’incolumità dei cittadini o creare fastidi di vario genere. Stuckey era alto e ben piantato, folte sopracciglia nere sovrastavano due occhi castani che, come aveva potuto vedere, potevano essere sia gioviali quando rideva, ma che, come ora, potevano anche accendersi di una luce dura e calcolatrice. Lo sceriffo, come notò in quel momento Ruggine, portava addirittura due pistole ai fianchi, mentre come cappello aveva una vecchia bombetta un po’ sgualcita che gli conferiva un aspetto a metà strada tra un dandy di città ed un comune pistolero di frontiera. Inoltre era alto, anche se non quanto Ruggine e probabilmente, notò ancora, fare lo sceriffo di Hayers Ridge consisteva in un incarico più che altro sedentario vista la pancetta che esibiva sopra la cintura e alla quale dava l’impressione di essersi ormai arreso. Ruggine esitò prima di rispondere valutando le possibili implicazioni di ciò che avrebbe potuto dire, essere un vagabondo non faceva mai una buona impressione sui bravi cittadini di qualunque città, quindi si inventò una storia lì per lì per dare l’impressione di essere un semplice viaggiatore costretto a muoversi verso una destinazione ben precisa. -Sono solo di passaggio sceriffo, mi sto recando a Silver City dove mi aspetta mio fratello che vive lì- -Ah bene! E’ una bella città, conosco parecchia gente da quelle parti, Rooney avete detto di chiamarvi, vero? In effetti conosco un Rooney di Silver City, vostro fratello si chiama forse Clinton? Clinton Rooney ed è proprietario di una segheria?- Il cervello di Ruggine si mise a lavorare freneticamente l’affermazione dello sceriffo poteva essere vera e lui asserendo che era fratello di quel Clinton Rooney avrebbe potuto placare qualsiasi sospetto dello sceriffo nei suoi confronti e non avere problemi durante la permanenza in città, tuttavia poteva anche trattarsi di una trappola. Sapeva che doveva rispondere in fretta e in modo disinvolto altrimenti anche solo una piccola esitazione avrebbe potuto compromettere qualunque risposta avesse dato e svelare la menzogna sulla sua destinazione, rivelandosi quindi proprio per quel che era, cioè un vagabondo e finire per essere trattato come tale, tuttavia un parente di un uomo conosciuto dallo sceriffo gli avrebbe dato una facciata di persona rispettabile. -No signore, mi fratello si chiama Thomas- rispose invece preferendo non rischiare troppo. Gli occhi dello sceriffo si riempirono nuovamente di quella luce bonaria e gioviale con la quale lo aveva soccorso e accolto poco prima, e mentre un sorriso sincero gli illuminava il volto Ruggine seppe di aver dato la risposta giusta, evitando probabilmente la trappola postagli per stabilire se stesse mentendo oppure no, tra sé e sé tirò un silenzioso sospiro di sollievo. -Bene, bene mister Rooney- commentò Stuckey apparentemente soddisfatto -E da dove venite? se mi è lecito chiederlo.- -Da Kelly signore ho lavorato per qualche mese alla miniera, finché mio fratello non mi ha chiesto di raggiungerlo a Silver City, dove mi ha trovato un lavoro presso un emporio- -Beh, buon per voi, il lavoro del commesso e certamente meno faticoso e più pulito di quello del minatore- -Si, sono stato fortunato- convenne Ruggine con aria modesta ora che si sentiva su di un terreno più sicuro visto che non aveva bisogno di mentire sulla sua provenienza che era effettivamente pulita e cristallina. -Solo che voi non avete l’aspetto di un commesso, senza offesa mister Rooney, ma apparite più come uno di quei desperados che vagano in questa parte del paese, ma sicuramente mi sbaglio, vero?- si affrettò ad aggiungere. -Beh, come vi ho detto fin’ora ho lavorato in una miniera, sarà la prima volta che lavorerò dietro un bancone, prima ho sempre fatto lavori all’aria aperta- disse senza specificare di che lavori si trattasse e quindi senza mentire troppo. -Già, ma sembrate ben armato anche per essere un minatore- insistette indicando la Colt Navy nella fondina di Ruggine e il winchester calibro 44 infilato nella sua custodia di pelle a fianco alla sella. Ruggine che si era ormai sentito sicuro di aver passato una specie di esame tornò a sentirsi su di un terreno instabile. Il suo passato non era certo cristallino e limpido come acqua di sorgente e se quello era uno sceriffo pignolo avrebbe potuto trattenerlo e fare qualche indagine su di lui e allora sarebbero stati guai seri, quindi cercò ancora di ragionare velocemente cercando una via d’uscita alla piega che aveva la conversazione. -Anche voi siete bene armato sceriffo- disse sapendo di aver fatto un’affermazione stupida, cercando di prendere tempo. -Beh, io sono il tutore della legge e mi devo saper difendere dai malintenzionati- disse mettendo l’accento sull’ultima parola e guardando Ruggine negli occhi. -E io sono un viaggiatore in un territorio ancora parzialmente selvaggio, e anch’io mi devo cautelare da eventuali malintenzionati e da qualche indiano sbandato, non credete?- -Siete un uomo prudente mister Rooney in effetti il territorio non è certo sicuro per un uomo che viaggia da solo- convenne lo sceriffo annuendo soddisfatto della risposta. Rimasero in silenzio per un po’ mentre camminavano lentamente lungo la via principale della città, alla fine fu Ruggine a rompere il silenzio. -Visto che l’unico albergo è chiuso dove posso passare la notte qui in città?- -Quanto avete intenzione di rimanere? Scusate se continuo a farvi domande Mister Rooney, ma mi piace sapere cosa succede nella mia città- disse con un tono che non pareva per nulla dispiaciuto rispondendo alla domanda di Ruggine con un’altra domanda. -Solo stanotte, vorrei raggiungere mio fratello al più presto- -Mmmmmh, mi rincresce ma quello del vecchio Heisenbach è l’unico albergo che abbiamo, o meglio che avevamo, e da quando è… come dire… non più sé stesso nessuno ha più sentito l’esigenza di aprirne un altro, la città sta attraversando un periodo di crisi profonda, sapete? Tuttavia c’é un piccolo spiazzo al confine meridionale della città, dietro le scuderie, dove solitamente si accampano i rari viaggiatori che passano da queste parti, è all’aperto, ma ormai siamo in estate e scommetto che non è la prima volta che siete costretto a dormire con il cielo sopra la testa, vero?- spiegò Stuckey guardandolo ancora con un lampo di malizia nello sguardo. -Certo che no. Se è un posto tranquillo andrà benissimo- si affrettò a confermare senza entrare in dettagli. -Per mangiare invece non c’è problema, la locanda di Collins è ancora aperta e ben frequentata, serve quasi solo stufato di manzo e patate, ma è tranquilla e i prezzi sono onesti- disse indicando il locale a una ventina dimetri avanti a loro sulla sinistra. -E a proposito è quasi ora di cena, quindi vi consiglio di affrettarvi se volete mangiare seduto, Collins non ha molti tavoli e quei pochi si riempiono in fretta, vi saluto per ora mister Rooney, io ceno a casa- si congedò allungando il passo verso una stradina laterale. Ruggine rimasto solo si diresse verso il ristorante chiedendosi con una certa apprensione se anche il proprietario di quell’esercizio fosse pazzo e se l’intera popolazione lo stesse osservando furtivamente per potersi divertire nuovamente alle sue spalle, anzi, si chiese se l’intera popolazione di quel buco di città non fosse completamente pazza. Il ristorante contrariamente ai suoi timori si rivelò un normale esercizio commerciale esattamente come glielo aveva descritto lo sceriffo, pochi tavoli già quasi completamente occupati e menù a base di stufato e patate. Ruggine riuscì a trovare posto ad un tavolo d’angolo insieme ad altre cinque persone del posto, perlopiù piccoli proprietari di attività commerciali in città la cui conversazione era quasi inesistente, sembrava che sulla popolazione per non dire sull’intera città gravasse una pesante cappa di disperazione di chi sa che le cose stanno andando male e non vede nessuna possibilità di miglioramento. Dalle poche e sommesse parole che si scambiavano gli uomini seduti al suo tavolo Ruggine intuì che la città stava attraversando una profonda crisi economica, beh… non erano fatti suoi. Cercò di attaccare bottone con i suoi commensali con l’intenzione di raccogliere qualche notizia che lo aiutasse a decidere dove andare dopo aver lasciato questa città agonizzante, ma non riuscì a cavare un ragno dal buco, in quanto la conversazione ricadeva sempre sullo stesso argomento, la lenta agonia dell’economia locale. Molti imprenditori erano giunti in città un paio di anni prima investendo in attività commerciali, gli spiegò laconicamente un suo commensale, perché erano girate voci che un ramo della linea ferroviaria A.T. & S.F. sarebbe passato da Hayers Ridge, partendo da Kelly per poi raggiungere Silver City e ricongiungersi così all’altro ramo meridionale della ferrovia cioè a sud della foresta di Gila. Congiungendo così Kelly a Silver City avrebbe formato un asse economico basato sulle attività minerarie, l’allevamento e il trasporto di bestiame, perlopiù ovino, tuttavia col tempo quella notizia si rivelò una bufala, una voce senza fondamento messa in giro da qualche speculatore disonesto che comunque si era arricchito con la vendita dei terreni intorno alla città, comprati a poco prezzo e rivenduti al triplo del loro valore. Bufala tuttavia alla quale molti uomini accecati dalla speranza di arricchirsi facilmente in quella che doveva divenire una città con un importante scalo ferroviario, avevano ingenuamente creduto e ora si ritrovavano praticamente rovinati, così mentre molte città nella contea di Socorro cominciavano a conoscere la prosperità dovuta al boom minerario, Hayers Ridge languiva in una lenta agonia che l’avrebbe portata a morire di li a poco, sentenziò l’uomo tenendo la testa bassa e chiudendo la conversazione portandosi alla bocca una cucchiaiata di stufato. Ruggine a cui non fregava assolutamente nulla del destino della città rinunciò a fare altre domande concentrandosi sulla propria cena e pensando che magari avrebbe avuto miglior fortuna al saloon nel quale si sarebbe recato appena finito di mangiare. Magari, sperò, il saloon aveva anche un bordello, anche se dall’idea che si era fatto della situazione locale dubitava che qualcuno avesse ancora abbastanza soldi da potersi permettere una scopata a pagamento, probabilmente tutta la popolazione maschile della città era finita per arrangiasi con le mogli o per proprio conto, ma la speranza è l’ultima a morire pensò con una punta di ottimismo, mentre dopo aver lasciato il ristorante e la sua clientela depressa, legava il cavallo e posava le sue cose nel piccolo spiazzo dietro le scuderie che gli era stato indicato dallo sceriffo. Dopo aver accudito metodicamente l’animale e avergli messo a disposizione un po’ di biada, si assicurò che tutto fosse in ordine e il cavallo ben legato e impastoiato. Soddisfatto del lavoro si incamminò finalmente verso il saloon. Purtroppo chi vive sperando si sa come finisce e il saloon si rivelò privo del genere di conforto che principalmente gli interessava, tutte le puttane se n’erano andate circa sei mesi prima gli spiegò un barista depresso tanto quanto il resto della popolazione, era stato costretto a licenziarle perché gli introiti delle loro prestazioni non erano più nemmeno lontanamente sufficienti anche solo per il loro mantenimento, quindi dopo averle congedate queste erano partite con la prima diligenza disponibile in direzione di Kelly dove il denaro scorreva molto più abbondante, tutto quello che gli poteva offrire erano wishkey, birra e un po’ di conversazione. -Non c’é nemmeno più nessuno che possa permettersi di giocare a carte per soldi, ormai si gioca solo per passatempo- gli confidò tristemente il barista che si presentò come Smitty. -Vada per il wishkey allora- ordinò mettendo una moneta sul bancone che sparì così velocemente che gli parve che Smitty fosse più un prestigiatore che un barista, andava veramente male a quei poveracci. Dopo una decina di minuti, Ruggine stava sorseggiando il suo terzo wishkey, cosa che sembrava inebriare più il barista che lui, considerato che quella mistura che gli versava nel bicchiere sembrava più una sciacquatura di piatti che una bevanda alcolica, rendendolo particolarmente loquace mentre continuava a far sparire monete con movimenti cos’ veloci da essere quasi impercettibili all’occhio umano. Dal buon Smitty riuscì comunque ad ottenere un paio di informazioni che gli potevano essere utili, come il fatto che verso la contea di Lincoln c’erano diversi grossi allevatori che cercavano personale oppure che l’agenzia Pinkerton cercava personale armato per proteggere i trasporti di un certo valore su rotaia, cosa che gli appariva molto più interessante che andare a fare il cowboy mangiando polvere e respirare puzza di vacca, anche se lavorare per la famosa agenzia di investigatori privati dal leggendario motto “We never Sleep” non gli andava particolarmente a genio, soprattutto dopo l’episodio della casa dei James nel ’75. Era assorto in queste profonde considerazioni quando irruppero rumorosamente nel saloon quattro individui spalancando così violentemente la porta da far temere che l’avessero scardinata, barcollarono quindi all’interno del locale con un’andatura e un vociare tali da non far sorgere alcun dubbio che fossero già pesantemente ubriachi. I quattro si diressero vacillando verso il bancone dove era appoggiato Ruggine con all’altro lato dello stesso un barista dal cui volto era scomparso qualsiasi traccia di inebriatura lasciando invece il posto ad un’espressione decisamente preoccupata che indusse Ruggine a mettersi sul chi vive. Il primo dei quattro che riuscì miracolosamente a raggiungere il bancone senza cadere era un tipo massiccio dal naso enorme e due occhietti piccoli e cattivi, puzzava di alcool più di una distilleria clandestina, dalla quale probabilmente arrivava, e nell’appoggiarsi al bancone urtò pesantemente Ruggine spostandolo di lato di un buon metro. -Scusa amico, ma eri nel posto sbagliato- biascicò l’ubriaco e poi divertito dalle proprie parole si mise a ridere sguaiatamente subito imitato dai suoi compari. -Hey Smitty dacci da bere!- urlò un altro dei quattro dopo che l’eccesso di ilarità si fu placato mentre il grosso continuava a fissare Ruggine con il ghigno tipico di un ubriaco che trova buffa qualunque cosa. Evidente ai suoi occhi Ruggine era particolarmente degno di attenzione, situazione potenzialmente pericolosa soprattutto quando si tratta di un ubriaco grosso e, come aveva notato, anche armato. -Mi sembra che abbiate già bevuto abbastanza ragazzi- fu la sorprendente risposta del barista che rinunciava così ad un ulteriore introito serale in un’economia che boccheggiava. -Il povero Smitty si preoccupa per la nostra salute ragazzi!- disse il secondo uomo ricominciando a sbellicarsi dalle risate, era un tipo segalino con una rada barbetta bionda occhi azzurri e la carnagione di chi passa quasi tutto il proprio tempo all’aperto. -Avanti Smitty dacci da bere!- insistette lo smilzo stavolta con un tono aggressivo, mentre il grosso non smetteva di sogghignare e di fissare Ruggine. -Mi dispiace ragazzi ma non vi posso più fare credito avete già venti dollari da pagare, quindi il vostro conto è chiuso finché non salderete il vostro debito- disse il barista probabilmente facendo ricorso a tutte le sue riserve di coraggio perché la voce aveva preso a tremargli leggermente. I quattro rimasero in silenzio per un attimo sbalorditi dall’ardire di quel miserabile oste. Gli altri avventori del saloon si erano visibilmente irrigiditi come se si stessero preparando a scattare verso l’uscita, evidentemente quei quattro erano i prepotenti della città, straccioni di cowboys male in arnese come tutta la città a giudicare dall’aspetto, ma decisi a divertirsi ad ogni costo e con qualunque cosa. Il silenzio si protrasse per qualche secondo finché non fu il grosso a romperlo. -Forse lo straniero qui ci potrebbe pagare un giro, vero amico?- disse senza smettere di sogghignare, la sua voce era impastata e roca, ma molto tranquilla. -Giaaà- chiosò lo smilzo staccandosi dal confronto visivo con Smitty e posando lo sguardo su Ruggine come se fino a quel momento fosse esistito -Sei straniero qui, forse dovresti mostrare un po’ di gratitudine per la nostra calorosa ospitalità, avanti rosso pagaci un giro, forza!- lo incalzò lo smilzo. L’ultima cosa che Ruggine desiderava era infilarsi in una potenziale lite, e normalmente avrebbe pagato il giro a quei quattro stronzi, tuttavia la ferma decisione del barista lo aveva messo in una posizione difficile con il proprio orgoglio, se quell’ometto dietro al bancone non aveva ceduto perché avrebbe dovuto farlo lui; detestava fare la figura del vigliacco. -Credo che Smitty abbia ragione amico, siete già pieni a sufficienza- disse, sperando che la cosa finisse li e non credendoci nemmeno per un istante. I quattro rimasero nuovamente in silenzio, evidentemente venire così fermamente contraddetti era per loro una cosa completamente nuova. Il grosso continuava ad ostentare il suo ghigno sornione su quella faccia stupida e cattiva, era evidente che ormai non sarebbe finita con una amichevole stretta di mano. Alla fine lo smilzo esplose. -Pidocchioso bastardo!- urlò girando attorno al grosso e mettendosi proprio di fronte a Ruggine -Sei un bastardo tirchio di merda! Pagaci da bere o di faccio a pezzi!- -Ragazzi forse è meglio che ve ne andiate- intervenne Smitty tentando una mediazione destinata a fallire in partenza. -Taci Smitty! O ti distruggo il locale! Non sono affari tuoi!- urlò lo smilzo girandosi verso il barista e sputacchiando saliva sul bancone. -E’ una cosa tra me e il rosso qui- disse con un tono più basso e minaccioso tornando a rivolgersi a Ruggine, l’odore di alcool nel suo fiato era insopportabile e Ruggine fece istintivamente un passo indietro, gli altri due cowboys non si erano mossi e osservavano la scena con un’espressione di anticipazione dipinta sul volto, come di chi si aspetta di assistere ad uno spettacolo particolarmente divertente. -Sei irlandese rosso?- insinuò con voce melliflua, mentre Ruggine faceva un altro passo indietro. Evidentemente lo smilzo lo interpretò come un sintomo di paura e vigliaccheria perché girandosi scambiò un sorriso d’intesa con i suoi amici, sulle facce dei quali si evidenziava sempre di più l’aspettativa di qualcosa di veramente divertente, tutti tranne il grosso che non smetteva di sogghignare. Ruggine pensò che se non gli avesse visto un'altra espressione quando era entrato, avrebbe potuto benissimo essere afflitto da una sorta di paresi facciale. -No non sono irlandese- disse con calma cercando di parlare il meno possibile, magari quei coglioni si sarebbero stancati di lui e lo avrebbero lasciato in pace, non che ci sperasse troppo, lui stesso si era trovato più di una volta al loro posto per sperare che avrebbero rinunciato al loro divertimento. Insieme ai suoi soci del momento si era sempre divertito un sacco a molestare qualche fesso, ora tuttavia trovarsi dalla parte opposta non lo divertiva affatto e cominciava a sentire la rabbia montare sorda dentro di lui, non perché pensasse che quello che stavano facendo quei quattro fosse sbagliato, ma perché lo stavano facendo a lui, se si fossero accaniti contro qualche altro avventore anche lui avrebbe assistito divertito alla scena, ma esserne il protagonista non gli andava proprio. L’unico motivo per cui non gli aveva ancora sparato era che non voleva ficcarsi in un grosso guaio per il quale sarebbe dovuto intervenire lo sceriffo con tutte le conseguenze del caso, senza considerare che loro erano in quattro contro uno. -Non sei irlandese?- incalzò lo smilzo -Con quei capelli rossi? Secondo me sei irlandese e pure bugiardo come tutti gli irlandesi papisti e bastardi! Vero ragazzi?- e i ragazzi annuirono prontamente ormai sghignazzando apertamente. -Smettetela, o chiamo lo sceriffo!- tentò ancora di intervenire Smitty che non essendo stupido riusciva a vedere pure lui i guai che sarebbero derivati da quella situazione. Questa volta il grosso si mosse, il ghigno sparì dal suo volto e girandosi di scatto colpì con un devastante manrovescio il povero Smitty dritto in faccia mandandolo a sbattere conto i ripiani dietro il bancone dal quale caddero un paio di bottiglie di quello che spacciava per wishkey. -Non hai sentito mio fratello, Smitty? Ti aveva detto di tacere- disse tornando a posare i suoi occhietti venati di rosso su Ruggine come se Smitty ormai non esistesse più. A quel punto un paio di avventori fecero per alzarsi e andarsene, ma uno dei due che fino al quel momento erano rimasti in disparte si girò verso di loro. -Dove credete di andare?- li minacciò estraendo la pistola e puntandola minaccioso verso i due clienti in fuga -Seduti, e godetevi la serata- disse loro scoppiando poi a ridere insieme all’altro che fino a quel momento era rimasto in silenzio, mentre i due involontari spettatori tornavano a sedersi ai loro posti senza distogliere lo sguardo dall’arma che il cowboy gli stava ancora puntando contro. La situazione stava sfuggendo di mano, le cose stavano prendendo una piega dalla quale, ormai potevano derivare solo guai grossi, Ruggine si irrigidì pronto a scattare, non si sarebbe fatto mettere sotto. -Allora irlandese bastardo e bugiardo, che dici? Paghi un giro a me e ai miei fratelli? In fondo sei ospite qui, non ti sembra giusto ricambiare?- insistette lo smilzo ora che la situazione era tornata sotto controllo. -No- fu la secca risposta di Ruggine. Il sorriso beffardo sulla faccia dello smilzo si sgretolò lasciando apparire un tale disappunto che la faccia gli si contorse in una smorfia feroce dalla quale Ruggine capì che le cose avevano ormai oltrepassato il punto di non ritorno. -Carogna!- urlò lo smilzo, mentre alle sue spalle il grosso aveva silenziosamente estratto la pistola puntandola ora verso i piedi di Ruggine. -Fallo ballare James!- urlò l’altro fratello anche lui con ancora la pistola in mano dopo aver rimesso a sedere i due che volevano svignarsela. Il grosso fissava Ruggine con quei due occhietti piccoli e cattivi al di sopra di quel naso enorme e deformato mentre da un angolo della bocca spalancata in un largo sorriso gli colava un argenteo filo di saliva La pistola era minacciosamente puntata verso i suoi piedi, evidentemente avevano in mente una piccola variazione sul tema del divertimento della serata. Fece in tempo a sparare un solo colpo che si andò a conficcare nelle assi di legno del pavimento a una ventina di centimetri dal piede sinistro di Ruggine prima che questi estrasse la sua colt per porre fine al divertimento, alla serata e alla vita di quei quattro. Il movimento fu così repentino e veloce da risultare quasi invisibile, il suo vecchio talento non lo abbandonava mai, e come gli era accaduto altre volte scivolò in una dimensione nella quale si sentì pervaso da una profonda calma che gli scioglieva i muscoli rendendoli fluidi e perfettamente reattivi ai comandi del suo cervello, mentre l’ambiente circostante assumeva una nitidezza assoluta in cui i suoi occhi potevano cogliere ogni particolare, come il rivolo di sangue che usciva dal naso di Smitty ancora accasciato contro le mensole del bar, oppure lo sgranarsi stupefatto degli occhi dello smilzo le cui iridi azzurre erano ora dilatate dalla consapevolezza della morte imminente. Tutto questo in una frazione di secondo, mentre il palmo della sua mano sinistra armava per quattro volte il cane della pistola e il dito indice della mano destra si contraeva in perfetta sincronia sul grilletto. Un’ira di Dio. Un attimo dopo c’erano tre corpi a terra, lo smilzo, colpito a bruciapelo ma ancora vivo si contorceva tenendosi con le mani ormai completamente rosse il ventre da quale il sangue usciva a fiotti, il grosso era steso supino al suolo con un buco in fronte appena al di sopra dell’occhio sinistro, a fissare con i suoi piccoli occhietti cattivi, ormai spenti, il soffitto del saloon, l’altro che aveva estratto la pistola era a terra con un buco nel petto e il respiro gli usciva rantolando dalla bocca dalla quale colava un copioso rivolo di sangue schiumoso nel quale stava lentamente annegando, chiaro segno di una ferita al polmone. L’ultimo cowboy, invece sembrava illeso ancora appoggiato con la schiena al bancone sembrava non essersi nemmeno reso conto di quanto era accaduto finché con lo sguardo terrorizzato alzò tremando le mani in segno di resa, mentre una macchia scura gli si andava allargando all’altezza del cavallo dei pantaloni. Tremava come una foglia e dalla bocca gli usciva una sorta di miagolio strozzato, forse un’inarticolata invocazione di pietà. Non appena si spense l’eco degli spari Ruggine si guardò intorno il momento magico era passato ed ora gli pareva che i suoi sensi, tornando alla normalità si fossero come opacizzati lasciandolo stordito non meno degli altri uomini intorno a lui. I clienti del saloon erano rimasti come pietrificati, mentre Smitty, se possibile si era ancora più appiattito contro le mensole, fu proprio lui a rompere quel silenzio assordante. -Ha ammazzato i fratelli Patterson!- urlò con voce isterica -Li ha ammazzati!- L’urlo del barista parve finalmente scuotere il quarto fratello rimasto illeso che con uno scatto felino guadagnò l’uscita scomparendo lungo la strada, mentre gli altri cittadini rimasero immobili come ad aspettare la prossima mossa di Ruggine. In fin dei conti aveva ancora la pistola spianata e aveva fatto fuori tre uomini così velocemente che nessuno aveva avuto modo anche solo di capire cosa stava succedendo, avevano istintivamente messo tutti le mani bene in vista, come se si volessero arrendere. A Ruggine di fare prigionieri non passava neppure per l’anticamera del cervello, sapeva che si era messo nei guai, aveva fatto fuori tre uomini, e di sicuro il simpatico sceriffo della città non gli avrebbe dato una medaglia per questo, inoltre se fosse stato arrestato sarebbero sicuramente venuti fuori i suoi trascorsi che non erano proprio un monumento all’onestà e alla rettitudine, e peggio ancora, lo sceriffo avrebbe saputo che gli aveva mentito sul fratello a Silver City. Tutto questo sommato a tre cadaveri di loro concittadini, anche se dannatamente stronzi, poteva portare solo ad una conclusione: una corda saponata intorno al collo. Continuando a tenere la pistola ancora fumante spianata verso il suo involontario pubblico guadagnò, come aveva già fatto il superstite della famiglia Patterson, l’uscita del locale e una volta raggiunta la strada corse a rotta di collo verso lo spiazzo dove in un piccolo recinto annesso alle scuderie della città, aveva legato il cavallo e lasciato le sue poche cose. Arrivato nel punto dove si era preparato un giaciglio rese la sella che era appoggiata alla staccionata e dopo aver steso velocemente una coperta sul dorso del cavallo cominciò ad allacciare il sottopancia, raccolse velocemente i suoi pochi effetti personali, recuperò le bisacce dove teneva un po’ di viveri, le munizioni e un sacchetto di avena per il cavallo. Col cuore in gola ogni pochi secondi si girava per dare un’occhiata alle sue spalle aspettandosi di veder arrivare lo sceriffo o peggio, un manipolo di cittadini infuriati pronti a linciarlo. Sebbene la luna fosse piena l’ombra proiettata dall’edificio delle scuderie lo costringeva a muoversi al buio procedendo quasi esclusivamente col solo ausilio del tatto per allacciare la cinghia del sottopancia. Era certo che lo avrebbero preso grazie a quella dannata sella che non ne voleva saperne di allacciarsi, sentiva i minuti scorrere velocemente, minuti che consentivano ai cittadini infuriati di organizzarsi e venirlo a prendere, tuttavia non udiva ancora nessun vociare di folle inferocite provenire dalla strada principale oltre l’angolo delle scuderie, ma sapeva che di li a poco la città si sarebbe mossa. Gli servivano ancora solo un paio di minuti e sarebbe stato in sella e al galoppo fuori dalla città. Finalmente riuscì ad allacciare la fibbia del sottopancia quando alla sua sinistra udì distintamente dei passi. Un terrore infinito di essere stato preso alle spalle lo colse con un brivido gelato lungo la schiena, mentre istintivamente la sua mano destra aveva già estratto la pistola, ancora prima che la sua mente pensò di farlo, già sentiva il cappio stringere intorno al suo collo. Con gli occhi sgranati dalla paura a cercò di vedere chi si stava avvicinando. Dall’ombra invece di uno sceriffo pronto a mettergli un cappio al collo uscì una figura piccola ed emaciata di un vecchio che trascinava i piedi nella polvere. Heisenbach, uscito dal suo sudicio antro come un miserabile demone emerso da un remoto angolo d’inferno e fortunatamente per lui senza il suo fottuto fucile. Il vecchio si fermò a qualche passo da Ruggine fissandolo con occhi vitrei sprofondati nella loro liquida opacità. L’odore di sporcizia e sudore gli arrivò alle narici facendogli storcere la bocca in una smorfia di disgusto mista, però ad un infinito sollievo, la sensazione della corda intorno al collo svanì immediatamente lasciandogli i muscoli del corpo come liquefatti tanto che le gambe gli cedettero e dovette aggrapparsi al cavallo per non cadere in ginocchio e ringraziare Dio. Fece un paio di profondi respiri per riprendersi e tornare lucido assaporando la meravigliosa aria fresca della notte che profumava così intensamente di libertà, poi ignorando il vecchio rinfoderò la pistola e tornò ai suoi frenetici preparativi per la fuga. Heisenbach si mosse trascinando i piedi in un altro passo verso di lui. -Vattene vecchio!- tagliò corto Ruggine tornando a stringere la cinghia della sella. Ma il vecchio non si mosse. -I guardiani dei morti ti stanno venendo a cercare. Loro non si stancano mai e la loro caccia è spietata, lo sai straniero? Nel mio albergo ora c’è posto, me l’ hanno detto loro, mi hanno detto di venirti a cercare, adesso puoi venire anche tu, adesso c’è una stanza per te, e se non vieni da solo ti ci porteranno loro, arrenditi ora, la tua fuga è inutile, non hai speranza, sei segnato, l’ho capito appena ti ho visto.- borbottò tristemente il vecchio con voce roca, ma subito dopo si lasciò andare ad una risata catarrosa e maligna impregnata di meschina soddisfazione. Il volto rugoso e sudicio emergeva dal buio come se fosse illuminato dalla luce malvagia di quegli occhi acquosi e opachi mentre la bocca sdentata era una nera apertura intorno ad un fetido buco puzzolente ora grottescamente contorto in una smorfia di gioia malsana. Ruggine non poté fare a meno di fermarsi come ipnotizzato a fissare quella visione da incubo perdendo altri secondi preziosi, mentre probabilmente lungo la strada stavano già arrivando lo sceriffo ed una banda inferocita di cittadini non certo animata da buone intenzioni. -Vattene vecchio o ti ammazzo, non ho tempo per le tue stronzate da demente- gli rispose minaccioso riprendendo a sistemare le bisacce della sella, ormai era pronto a partire. Ma il vecchio non desisteva sembrava immerso in una sorta di trance e si avvicinò ancora di più a Ruggine che ora gli voltava le spalle. -Adesso i guardiani dei morti ti cercheranno straniero, lo sai? E quando ti troveranno sari perduto, come me- gli sussurrò in un orecchio il vecchio con la sua voce roca di pazzo. Ruggine sentendo la sua presenza (e la puzza) così vicina si girò di scatto disgustato dandogli un spintone per toglierselo di dosso e poter finire di sistemare quella dannata sella, il vecchio finì sospinto indietro di qualche passo, ma quella creatura sputata da una latrina aveva in serbo una sorpresa, da sotto la giacchetta lisa e sudicia che indossava estrasse il suo fucile a canne mozze puntandoglielo addosso. -Vieni nel mio albergo straniero ora c’è posto, è lì che aspettano per ora, se vieni forse ti lasceranno stare!- lo invitò ancora, la sua voce aveva assunto un tono supplichevole e lagnoso, il ghigno era svanito lasciando lo spazio ad un’espressione infinitamente triste su quel volto ora devastato da un dolore così profondo che pareva avere le proprie radici solo negli abissi più bui dell’inferno. Ruggine che non era minimamente sensibile agli stati d’animo altrui soprattutto se gli puntavano un fucile addosso ignorò questo aspetto concentrandosi sull’arma che il vecchio aveva estratto. Lo sceriffo gli aveva detto che le cartucce erano piene di sabbia, ma come dice il vecchio proverbio la prudenza non è mai troppa e a Ruggine in cui l’adrenalina scorreva ormai in dosi massicce, gli parve quanto mai appropriato alla situazione, finire ammazzato da un vecchio pazzo puzzolente non era tra le sue ambizioni ed estratta la colt per la seconda volta in pochi minuti piantò un colpo dritto in mezzo agli occhi del vecchio scoperchiandogli il cranio. Stranamente il vecchio non stramazzò subito, ma allargò ancora nuovamente la bocca in quella specie di ghigno storto e malato, poi girò su sé stesso mostrando a Ruggine l’enorme buco frastagliato che la pallottola calibro 45 della colt Navy gli aveva provocato nella nuca. Fece un paio di passi mentre sangue e frammenti di cervello gli colavano sulla schiena e finalmente stramazzò al suolo. Ruggine rimase a guardare il cadavere con gli occhi sgranati, non aveva mai visto un uomo colpito in testa comportarsi in quel modo, nemmeno in guerra dove di cose veramente strane riguardanti la morte ne aveva viste parecchie, poi distogliendo gli occhi si riscosse, raccolse finalmente le ultime cose e legatele alla sella vi balzò sopra con un unico fluido movimento piantando gli speroni nei fianchi del cavallo e facendolo partire come un razzo verso l’oscurità della notte e verso il vuoto del deserto lasciandosi velocemente alle spalle la città Hayers Ridge e la sua agonia. Il resto della fuga di quella notte rimase molto confuso nella sua mente ricordava solo un costante e forsennato galoppo verso sud, ma c’era una cosa che gli era rimasta impressa: appena fuori dalla città gli era parso di vedere, illuminato dalla luce argentea della luna, un indiano seduto lungo il bordo della strada coperto da uno di quei costumi pieni di penne e perline colorate che quelli della sua razza indossano durante loro cerimonie di selvaggi. Aveva la faccia dipinta come un teschio (o forse era una maschera) e al suo passaggio si era alzato in piedi mettendosi prima a fissarlo e poi, nei pochi istanti che passarono prima che Ruggine lo oltrepassasse, alzò una mano puntandogli contro un dito come a volerlo indicare a qualcuno che non era riuscito a vedere, sebbene la luna illuminasse perfettamente il terreno. Quella apparizione così strana e inaspettata lo colpì talmente che si girò sulla sella per vedere se non si trattava di un’illusione, ma la velocità era tale che per via delle lacrime che gli riempivano gli occhi, dovute all’aria fredda che gli sferzava il viso, non riuscì distinguere quasi nulla, ma ricordava che un brivido di freddo pungente che non aveva nulla a che fare con l’aria della notte, gli era corso lungo la schiena svanendo non appena si era girato nuovamente sulla sella. Questo era quello che era successo la notte precedente, una notte strana in una città morente del New Mexico, abitata da pazzi disperati senza futuro. Ora al calar del sole era finalmente giunto alle pendici delle montagne e stava diventando troppo buio per affrontarle senza il rischio di rompere una zampa al cavallo, cominciò così ad affrontare lentamente una lieve salita in cerca di un anfratto dove passare la notte e far riposare il cavallo ormai allo stremo. Procedette per circa una mezz’ora finché lungo il sentiero che si inerpicava sulle montagne non trovò un buon posto per accamparsi dietro una grossa roccia a ridosso di una macchia d’alberi che l’avrebbe tenuto al riparo dal vento consentendogli anche di accendere un piccolo fuoco. Dissellò il cavallo legandolo vicino a dei cespugli che il cavallo attaccò immediatamente a mangiare, Ruggine lo lasciò fare mentre da una bisaccia della sella estraeva un sacchetto di tela nel quale teneva l’avena per il cavallo, nutrimento assai più efficace per fargli recuperare l’energia che quei cespugli striminziti bruciati dal sole e dal vento non gli avrebbero certo ridato. Gliene diede un paio di manciate che l’animale mostrò di gradire spazzolandoli in pochi secondi, insieme anche ad un po’ d’acqua che bevve avidamente. Avrebbe preferito lasciargli la sella in modo che in caso di necessità non avrebbe dovuto perdere tempo a rimettergliela, ma era stata una marcia dura e il cavallo si meritava un po’ di riposo confortevole, l’indomani avrebbe potuto essere una giornata altrettanto impegnativa. -Che giornata vero? Vecchio mio- disse rivolto al cavallo, mentre cominciava a strigliarlo. Il quale sbuffò come a confermare l’affermazione del suo padrone poi si rimise a brucare i miseri cespugli e qualche ciuffo d’erba sul terreno. Non si preoccupava per l’acqua anche se non gliene restava più molta e la strada da fare era ancora lunga, forse duecento miglia prima del confine, quella zona era ricca di piccoli torrentelli che andavano ad alimentare il fiume Gila. Pensava di passare nella città di Red Rock ad ovest di Silver City, li conosceva qualcuno che l’avrebbe aiutato, ma anche Red Rock non era certo dietro l’angolo, avrebbe dovuto usare tutta la prudenza di cui era capace nell’attraversare le montagne prima e la foresta poi. Le bande di apache guidate da Victorio scorazzavano proprio in quella zona. Preferiva finire nelle mani dello sceriffo piuttosto che in quelle di quei selvaggi assetati di sangue. Stese la coperta al riparo della roccia che gli avrebbe fornito un buon riparo contro il vento della prateria, che con il calar della sera si era fatto piuttosto fresco, poi inerpicandosi sopra di essa guardò verso la pianura sottostante e vide quello che si aspettava di vedere. In lontananza un piccolo puntino luminoso, un fuoco da campo, brillava nel mezzo della prateria. Lo seguivano ancora allora, ed erano sulle sue tracce. Beh non era molto difficile seguirle su quel terreno ed era ancora troppo presto perché i bravi cittadini si stancassero e cominciassero a sentire la mancanza dei loro letti caldi e morbidi e delle mogli che c’erano dentro. Li avrebbe seminati sulle montagne, presto si sarebbero stancati e sarebbero tornati alle loro faccende quotidiane, un po’ avviliti, certo, per non aver vendicato i loro concittadini, ma accidenti, c’era il negozio da mandare a vanti o la fattoria con le bestie da accudire e i campi da curare, mi dispiace Joe e James e John, si sarebbero giustificati con sé stessi, ma in fin dei conti vi abbiamo fatto un bel funerale e il tizio che inseguivamo magari è morto in un burrone sulle montagne, si insomma non facciamola lunga ok? Abbiamo fatto il nostro dovere e chiudiamola qui. Si, sicuramente sarebbe andata così, l’importante era non mollare e tenerli a debita distanza per un paio di giorni, non era la prima volta che si trovava in situazioni come questa. Ne sarebbe uscito, come le altre volte. Si sedette con la schiena appoggiata alla roccia preparandosi ad una nottata insonne per evitare di essere colto di sorpresa se quei bravi cittadini avessero avuto l’originale idea di sorprenderlo col buio. -Non c’è riposo per i cattivi- disse rivolgendosi al cavallo che stavolta lo ignorò. Si tolse il cinturone con la vecchia e fidata Colt 45 infilata nella fondina, era una vecchia pistola, ma lui la teneva perfettamente in efficienza, in fin dei conti si poteva dire che era il suo ferro del mestiere. Sentendosi un po’ più al sicuro, cominciò a smontarla per poterla pulire e oliare, poi contò le cartucce che aveva a disposizione, ventidue infilate nel cinturone più le sei nel tamburo della Colt, che aveva ricaricato appena gli era stato possibile, aveva anche una dozzina di colpi per il Winchester che aveva nella sella più i quindici nel caricatore del fucile. Cinquantacinque colpi tra la pistola e il fucile, non erano un granché se avesse dovuto sostenere una sparatoria sostenuta con una decina di uomini, ma non erano nemmeno male e comunque meglio di niente, poteva andare peggio, pensò. -Potrebbe piovere- disse invece a voce alta e si mise a sogghignare tra sé e sé per quella piccola battuta, ma quella notte il cielo era limpido e stellato, una splendida e fredda notte di inizio estate sulle mesas del New Mexico, mangiò un po’ di carne secca e poi si predispose a vegliare sulla propria incolumità. Nonostante i suoi buoni propositi di non dormire poco dopo mezzanotte scivolò nel sonno svegliandosi poco prima dell’alba, quando ad est il cielo si stava colorando di un diffuso chiarore rosato che annunciava l’inizio di una nuova giornata di caccia, per i bravi cittadini e di fuga, per lui. Per un attimo soppesò l’idea di fermarsi ed affrontarli, magari tendendogli un’imboscata, proprio li tra le rocce, in fondo non erano professionisti e un po’ di piombo sparato con una giusta dose di cattiveria gli avrebbe tolto un bel po’ di coraggio liquido che si erano messi in corpo e che ormai doveva essere quasi completamente svanito insieme ai bisogni mattutini, si fermò un attimo osservando la pianura sotto di sé, valutandone i pro e i contro, ma poi scartò l’idea. Aveva già fatto fuori quattro persone ammazzarne altre, e soprattutto uno sceriffo, sarebbe stato un guaio più molto più grosso di lui, non sarebbe più potuto rientrare negli Stati Uniti, almeno senza passare la maggior parte della vita a nascondersi e guardarsi le spalle e comunque era troppo pericoloso, non sapeva nemmeno in quanti erano a dargli la caccia, c’era il rischio di finire fregato nella sua stessa trappola. Mise la sella al cavallo, arrotolò la coperta mettendola dietro di essa salì in groppa all’animale e si rimise in viaggio. Il sole era ormai apparso sopra l’orizzonte a est. Trovò un sentiero che si inerpicava sulle montagne, probabilmente tracciato dal continuo passaggio di qualche animale che si discostava da quello principale usato dagli uomini. Ora era circondato da alberi, che avevano preso il posto dei bassi cespugli della prateria, arrivò ad un tratto del sentiero dove questi si aprivano come un sipario su un palcoscenico immenso e soleggiato che era la pianura sottostante, in lontananza lungo il fianco della montagna sulla quale stava salendo poteva scorgere, piccolissima per la distanza, la roccia dietro la quale si era accampato la notte precedente. -Bene ora vediamo quanti siete, bravi cittadini- Senza rendersene conto aveva parlato ancora una volta a voce alta, era un’abitudine che aveva preso da un po’ di tempo, probabilmente per via di tutto il tempo che passava viaggiando da solo tra uno stato e l’altro dell’immenso ovest americano, c’era chi diceva che solo i matti parlano da soli, beh forse un po’ matto lo era, ma aveva deciso da tempo che in fin dei conti non gliene importava nulla, tanto non c’era mica nessuno a starlo a sentire, giusto? Giusto. Lasciò vagare lo sguardo sulla la pianura cercando di vedere i suoi inseguitori, guardò a lungo partendo dal famigliare punto di riferimento della roccia del suo precedente bivacco e risalendo nella prateria in cerca della caratteristica nube di polvere sollevata da un gruppo di cavalli in movimento. Nulla. Non riusciva a vedere nessuno, ma dove accidenti erano quei bastardi? Possibile che si fossero già inoltrati in mezzo agli alberi sulla montagna? Quest’idea lo rese nervoso trasformando l’immagine dei bravi cittadini in quella più sinistra di un branco di lupi sulle tracce di una preda. Dove erano finiti? Non potevano essere già arrivati alle montagne nemmeno galoppando e in quel caso lui avrebbe scorto la grossa nube di polvere ancora sospesa nell’aria che avrebbero, inevitabilmente, dovuto lasciarsi alle spalle, eppure c’erano la sera prima non aveva forse visto il loro fuoco da campo? Avevano forse già lasciato perdere? Improbabile, i bravi cittadini (i bastardi) probabilmente avevano ancora sete di sangue, non sapeva come faceva ad esserne sicuro, ma sentiva di saperlo con certezza quasi come se ne avesse fiutato l’odore. Erano vicini e lo avrebbero fatto a pezzi, non gli avrebbero semplicemente sparato, no signore, non lo avrebbero nemmeno preso vivo per poi impiccarlo come si deve, no neanche questo, lo avrebbero fatto pentire di essere nato, lentamente, percepiva chiaramente la loro sete di sangue come un terribile presagio. Un improvviso senso di urgenza lo colpì come un pugno nello stomaco. Gli alberi attorno a lui gli sembravano diventati come muri che lentamente gli si chiudevano addosso e dietro i quali si nascondevano i suoi inseguitori pronti a balzargli alla gola, il respiro gli si fece affannoso sentì la mente sprofondare in un cupo baratro di puro terrore, sentiva ogni centimetro del suo corpo esposto e vulnerabile. Lo avrebbero preso ne ebbe la certezza, deglutì a vuoto mentre continuava a far ruotare il cavallo su sé stesso per poter guardare in tutte le direzioni finché la vertigine non lo fece quasi cadere, allora affondò gli speroni nei fianchi del cavallo, il quale mandò un lungo nitrito di dolore impennandosi selvaggiamente prima di lanciarsi ad un galoppo suicida lungo il sentiero portando Ruggine verso il crinale delle Black Range come se avesse il diavolo alle calcagna. Aveva gli occhi sbarrati e dilatati che non vedevano nulla di ciò che lo circondava, sentiva vagamente il sudore gli colava lungo la schiena e sotto le ascelle inzuppando ancora di più la camicia che da giorni aveva un disperato bisogno di essere lavata infradiciandola, mentre l’aria che la colpiva raffreddava il sudore di cui era impregnata rendendola fredda e incollandogliela alla pelle. Perse la nozione del tempo mentre l’unico pensiero che gli sfolgorava nella mente era di scappare dagli uomini che lo inseguivano, di mettere quanta più strada possibile tra sé e loro, solo oltrepassando il confine col Messico sarebbe stato al sicuro ed era così lontano da apparire irraggiungibile. Clifford Rooney detto Ruggine perché aveva i capelli del colore del cancro del ferro aveva fatto la conoscenza con un nuovo amico: il signor panico, compagno fedele e implacabile spesso sopito ma dal sonno leggero e dalla veglia selvaggia, infaticabile operaio nella distruzione dell’autocontrollo, quel giorno si presentò a Ruggine in tutto il suo splendore. Quando finalmente il suo nuovo sgradito amico decise che era ora di rimettersi a dormire concedendo a Ruggine di ritrovare il controllo di sé, il sole aveva già imboccato la sua strada discendente verso ovest, era pomeriggio e lui si trovava in cima alle montagne, faceva freddo e la camicia ancora fradicia lo avvolse in abbraccio gelido come la morte. Emise un lungo sospiro sibilante sbattendo gli occhi come quando ci si risveglia da un incubo si guardò intorno cercando di capire dov’era e, soprattutto, come aveva fatto ad arrivarci, non lo ricordava. Aveva una sete terribile ma le mani erano talmente contratte sulle redini che gli ci volle uno sforzo doloroso per raddrizzarne le dita anchilosate e dirigerle ad afferrare la borraccia, cercò di afferrarla saldamente ma il dolore lo assalì con ferocia selvaggia negandogli una presa salda e la borraccia gli cadde a terra. Scese da cavallo lentamente, gli facevano male le gambe e gli sembrava che tutto il suo corpo fosse diventato un unico blocco di legno. Aveva tutti i muscoli del corpo contratti, e quando cercò di scioglierli i crampi lo colpirono come pugnalate roventi, si accasciò a terra emettendo un urlo strozzato e inarticolato di puro dolore che sembrava dovesse durare per sempre, sentiva tutto il corpo venire assalito da fitte lancinanti prodotte dai suoi muscoli che agonizzavano in cerca di ossigeno. Durò un paio di minuti, probamente i più lunghi della sua vita, poi il dolore andò lentamente scemando lasciandolo a terra boccheggiante con le lacrime agli occhi e il respiro affannato, allora, lentamente e con infinita prudenza, allungò un braccio ad afferrare la borraccia dalla quale bevve avidamente un lungo sorso di acqua tiepida. Quando trovò il coraggio di alzarsi lo fece con estrema prudenza riuscendo a rimettersi in piedi senza avvertire altri dolori. Guardandosi intorno vide che si trovava in mezzo ad una radura circondata da alti alberi di pino, ma poi vide il cavallo e per un attimo pensò che gli sarebbero tornati i crampi, ma invece di irrigidirsi le gambe gli si fecero molli e il fiato gli uscì dai polmoni in lento sibilo sfiatato. Il cavallo era completamente coperto di schiuma e ansimava come il mantice di un fabbro, le narici enormemente dilatate, gli occhi spalancati e anch’essi dilatati con le pupille che ruotavano furiosamente nelle orbite; l’aveva sfiancato. -Oh, mio Dio- sussurrò avvicinandosi a passi incerti verso l’animale agonizzante, quasi temendo che un movimento troppo brusco lo avrebbe ucciso. -Non mollare vecchio mio- gli disse in un tono di voce supplichevole e disperato - Non mollare, scusa se ti ho trattato male, perdonami, ma non mollare, non mollare- se il cavallo fosse morto sapeva che non avrebbe avuto scampo. Non si impiccavano senza un motivo valido i ladri di cavalli, in quei vasti territori senza un cavallo il rischio di morire era concreto. Si avvicinò alla povera bestia sussurrandogli parole dolci di conforto come se stesse consolando un bambino spaventato e cominciò ad accarezzargli il collo coperto di schiuma, mentre con una mano prese le briglie facendolo camminare lentamente in cerchio lungo il perimetro della radura continuando a mormorargli di non mollare come un cantilena infantile in grado di allontanare il pericolo. -Non mollare, non mollare, non mollare….- continuava a ripetere come un mantra. Alcune lacrime cominciarono a scendergli dagli occhi bagnandogli le guance scottate dal sole mentre la voce aveva assunto un tono piagnucoloso e implorante, arrivò perfino a pregare Dio di non far morire il cavallo, non perché ci fosse particolarmente affezionato ma perché senza di esso era perduto, quindi non pregava per la vita dell’animale, ma per la propria, non era mai stato, in vita sua, particolarmente altruista. Continuò a far camminare il cavallo, fin quando questo sembrò riprendersi un poco, a quel punto sfinito, ma sollevato lo dissellò legandolo in un punto in ombra all’interno della radura e facendogli bere a piccoli sorsi l’acqua rimasta nella borraccia, dopo di che si sedette sull’erba con la testa china sul petto, il cappello gli teneva in ombra il viso scavato incorniciato da una barba di qualche giorno, gli occhi chiusi, cercò di riflettere su quanto gli era accaduto. Cos’era successo? Non lo sapeva era come se una parte della sua vita fosse andata perduta, nascosta da una nebbia attraverso la quale era incapace di vedere, era spaventato, non sapeva più dove si trovava e cosa gli fosse successo. Sicuramente si trovava ancora sulle Black Range, davanti a se un po’ sulla sinistra vedeva una montagna più alta delle altre, probabilmente il Diamond Peak a conferma della sua supposizione, capì quindi di aver percorso quasi tutta la catena montuosa a nord della contea di Grant ad ovest quindi c’era la foresta di Gila a sud della quale si trovava la città di Alumina e una trentina di miglia più a sud Red Rock, poi ancora circa sessanta miglia, sempre verso sud per il confine col Messico. Comunque un lato positivo in quella vicenda c’era, aveva messo un notevole distanza tra se e i bravi cittadini. “Bene” pensò “Almeno avrò un po’ di respiro” Ormai il sole cominciava ad abbassarsi a ovest tingendo di un rosso acceso le nuvole in lontananza e visto il vantaggio acquisito quella sera avrebbe potuto accendere un piccolo fuoco. Decise che la prima cosa da fare era trovare un po’ d’acqua sia per se che per il cavallo, quindi dopo essersi assicurato che l’animale fosse ben legato ad un ramo basso di uno dei pini che circondavano la radura si incamminò lungo il sentiero con le borracce vuote in mano. Trovò un ruscello qualche centinaio di metri più avanti e prima di riempire la borracce immerse direttamente la testa in quell’acqua limpida e gelida rabbrividendo al contatto, ma ricevendone in cambio un potente effetto rigenerante, sia sulla mente che sul corpo sentendo la stanchezza scivolare via dai muscoli contratti e svanire insieme alla tensione accumulata durante quella strana giornata, lasciandogli le membra finalmente rilassate. E mentre le preoccupazioni se ne andavano insieme all’acqua che scorreva verso valle sentì la propria mente venire ripulita dalle inquietudini venendo piacevolmente pervaso da una profonda sensazione di serena lucidità. Non capiva ancora cos’era successo, ma ormai sentiva di poter guardare agli ultimi avvenimenti con un certo distacco e archiviarli semplicemente come un fatto sicuramente insolito, certo, ma sul quale non valeva la pena soffermarsi troppo, era successo e basta. Riflettere sui fatti della vita non era mai stato il suo forte, certo aveva quasi ammazzato il suo cavallo e quello sarebbe stato un bel guaio a piedi avrebbe avuto poche speranze di sfuggire ai suoi inseguitori e a quella natura ostile, ma non era andata così, quindi perché arrovellarsi su una cosa che già apparteneva al passato? Sebbene l’aria fosse pungente decise di approfittare di quel piacevole momento di serenità per darsi una lavata, concedendo una tregua alla camicia che ormai puzzava più di una coperta da cavallo, dopo di che a torso nudo e con la camicia ancora bagnata, ma pulita in mano raccolse un po’ di legna che una volta tornato al suo bivacco dispose dentro una piccola buca che aveva scavato nel terreno, aveva con sé un po’ di carne e di caffè, stese la coperta e cominciò a prepararsi una cena frugale, come tante volte aveva fatto nel corso della sua vita randagia. Mangiò con gusto guardando il sole tramontare oltre le montagne e sentendosi in quel momento in pace con il mondo, come se gli avvenimenti di quei due giorni non fossero mai avvenuti, anche questo era un suo grande pregio, riusciva a buttarsi alle spalle tutto quello che aveva il potere di turbarlo. Una coscienza molto elastica avrebbe detto qualcuno, ma a lui andava bene così, meglio vivere alla giornata senza stare troppo ad arrovellarsi su cosa ti poteva riservare il futuro, una filosofia di vita semplice ma efficace, che era stata in grado di mantenerlo vivo e a piede libero fino ad allora. Consumata la cena si stese sulla coperta tirando un lembo della stessa per coprirsi, il fuoco scoppiettava ancora allegramente, sconfiggendo, per qualche metro le tenebre e il freddo della sera, e Ruggine, nel giro di qualche istante sprofondò nel sonno del giusto sognando il calore del Messico e un splendida señorita che avrebbe saputo come prendersi cura di lui.


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