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lavoro pubblicato mercoledì 17 gennaio 2007
ultima lettura venerdì 21 giugno 2019

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Angeli Neri

di K Van Der Philip. Letto 3723 volte. Dallo scaffale Fantasia

CAPITOLO IX Santandrea se l’era proprio goduta. Quasi una gita fuori porta, con il sole, il paesaggio giusto, la musica in macchina, il telefon...

CAPITOLO IX Santandrea se l’era proprio goduta. Quasi una gita fuori porta, con il sole, il paesaggio giusto, la musica in macchina, il telefono silenzioso. Una piccola grazia lucente nella foschia tenebrosa del cuore. A cose terminate avrebbe chiesto il trasferimento. Da sei anni stava con la squadra di Vivacqua, ma non si era mai realmente inserito. Del resto, per un uomo con le sue qualità, era impossibile conquistare una posizione di leadership: non con un capo come Vivacqua, letteralmente adorato dai suoi uomini. Vivacqua era l’Agente che ha fatto carriera partendo dalle volanti, un immigrato, uno che si era fatto da solo studiando di sera con mille sacrifici. Aveva una conoscenza del territorio ed una memoria dei fatti e delle persone che nemmeno un computer … gli uomini lo adoravano perché incarnava il sogno di ogni poliziotto. E poi era in gamba. Impossibile per chiunque fare il “vice” di un personaggio così. Tanto meno per lui, uomo da ricerche, preparato su tutto il moderno compendio della criminologia ma poco portato per l’azione; doveva riconoscerlo, gli mancavano quelle doti naturali che fanno la differenza. Per questo avrebbe fatto le valigie con piacere. Gli sarebbe piaciuto lavorare nei “servizi”, in quegli ambienti certe sue qualità sarebbero state più considerate … ma … Aveva commesso un errore: un errore molto grave! Non avrebbe dovuto tradire la fiducia di Vivacqua. Era stato un momento di debolezza, quasi inspiegabile a ripensarci adesso, a mente fredda. Come aveva potuto abboccare … Santandrea scosse la testa. Ancora gli pareva impossibile. Ad ogni modo non c’era rimedio, il danno era fatto. Si era lasciato incantare da quell’investigatore dei servizi in cambio di una promessa sciocca come il canto delle sirene. “Stupido!” sbottò stizzito tra sé. “… e codardo!” Adesso era costretto a muoversi come un burattino, sotto la minaccia di una ritorsione che, solo a pensarci, lo faceva sentire come l’ultimo dei poliziotti. Si trovava sotto scacco: se si fosse auto-denunciato a Vivacqua, avrebbe subito la vergogna di un gesto inspiegabile. Se si fosse tirato indietro … non voleva pensarci. Non aveva scelta, poteva solo proseguire … con la speranza di concludere in fretta … sperando che il gioco non gli scoppiasse tra le mani. Con questi pensieri Santandrea stava sul traghetto, appoggiato al bordo a guardare in basso senza vedere l’acqua del lago bagnare la poppa, dondolato suo malgrado dalle onde piccole della rotta del rientro, Isola Madre – Stresa. La prima tappa, all’Istituto della Provvidenza di Borgomanero dov’era passato di buon mattino, si era dimostrata una perdita di tempo. Gli incartamenti relativi al trasferimento dell’orfanotrofio da Stresa a Borgomanero non erano disponibili; tutta la documentazione era stata trasferita prima al tribunale dei minori e successivamente, per competenza, ai diversi enti ministeriali. Il direttore dell’Istituto, un uomo di mezza età molto formale, era stato gentile ma categorico: per consultarli si doveva fare richiesta al ministero, a Roma, e ottenere autorizzazioni specifiche anche dall’ente religioso competente a quei tempi. In confidenza aveva riconosciuto che presso i loro uffici erano state trattenute poche carte: solo quelle dei giovani che, dopo tortuosi girovagare, giunti dall’orfanotrofio Bambin Gesù di Isola Madre, si erano fermati a Borgomanero in attesa di nuova sistemazione o di adozione. Forse una mezza dozzina di soggetti. Santandrea aveva fatto il nome Diotallevi per vedere se in quei pochi nomi ci fosse anche Rodolfo, ma non ottenne alcuna reazione. Tutte le altre domande caddero, come la precedente, nel vuoto dei “non so, è trascorso troppo tempo … da quegli anni sono passati quattro direttori e non c’è più nessun collaboratore, tra gli educatori, che sia ancora in servizio. Spiacente …” Giro a vuoto … ma non del tutto infruttifero. Per quel che serviva, portava con se una conferma: l’incartamento di Rodolfo Roncati, alias Diotallevi, era falso. E in questo stava una parte considerevole del problema da risolvere. I servizi segreti volevano qualcosa da lui … avevano un credito da incassare … o … “Oppure che cosa …” si domandò. “Perché Roncati è così importante?” Scosse la testa, “No, ha ragione Vivacqua … è così semplice che sembra troppo ovvio per esser vero. Non è Roncati alias Diotallevi il bersaglio dell’indagine. Tutto questo movimento nasconde altri interessi … ed è meglio che mi dia da fare a trovarli, se voglio uscirne a testa alta”. Santandrea buttò l’occhio all’orologio: quasi le dieci e trenta. Voleva sbrigarsi. La seconda tappa era stata più fruttuosa; la visita all’Isola Madre lo aveva incoraggiato a non mandare tutto a quel paese. Aveva in mano una traccia, una pista delicata come un filo di cotone, ed ora fremeva di scendere dal traghetto per correre a Belgirate, a casa di Maria Donzelli, un tempo donna delle pulizie di quell’edificio misterioso, orfanotrofio sradicato da un incendio … con due morti … un lutto del quale si parlò poco quando avvenne, coperto dal riserbo dei religiosi, dalla Chiesa e da qualcosa di più impalpabile, dal gusto amaro … come un insabbiamento! Alle sue spalle l’Isola Madre, la più grande delle tre Borromee, si allontanava sfumando. Non era stato facile trovare qualcosa di utile. Si era aggregato al gruppo di turisti che come lui avevano preso il primo battello. Con loro una guida descriveva le meraviglie del Lago Maggiore, le glorie della nobiltà Borromeo e lui stava in disparte, con i suoi pensieri e le immagini tristi dell’orfanotrofio di Borgomanero incollate ai vestiti. Era entrato nel grande palazzo del sedicesimo secolo e aveva cominciato a far domande allo sportello d’ingresso, senza qualificarsi, come farebbe un turista qualsiasi. Le risposte erano state disarmanti. “Questo è un museo signore … Abbiamo una collezione molto rara di bambole, porcellane, teatrini. Pensi che esponiamo anche …” “Sì, ma il palazzo è sempre stato un museo?” interruppe Santandrea. “Che io sappia dal millenovecentosettantotto sì!” Santandrea ebbe un fremito. La data era compatibile. “E prima?” insisté. “Che ne so! Lo vuole il biglietto o no?” “No. Senta, mi hanno commissionato una ricerca importante vorrei parlare con qualcuno dei responsabili, con chi …” “Qui non c’è nessuno. Deve tornare a Stresa e tentare con i responsabili del turismo …” “Non c’è un sovrintendente?” “Sì: a Torino … vuole l’indirizzo?” Santandrea si era già voltato e superato la porta d’ingresso. La giornata era spettacolare e la comitiva con la quale aveva viaggiato era all’esterno, con la guida … “L'Isola Madre è particolarmente famosa, grazie alla singolare composizione del terreno a al microclima, per la fioritura di azalee, rododendri, camelie, ma anche per i pergolati di glicini antichissimi, l'esemplare più grande d'Europa di Cipresso del Cashmir che vanta la venerabile età di oltre duecento anni; le spalliere di cedri e limoni, la collezione di ibiscus, il Ginkgo Biloba. In quella direzione …” la guida indicò il lato destro. “… lo vedremo meglio all’uscita … adesso vi propongo solo un assaggio: troviamo il giardino di piante rare e fiori esotici nel quale vivono in piena libertà pavoni, pappagalli e fagiani d'ogni varietà …” la guida si avviò verso le terrazze fiorite “… creando il fascino unico di questa Isola … quasi un fazzoletto di terra tropicale in mezzo all’acqua tra Piemonte, Lombardia e … Svizzera”. Santandrea si era aggregato con la speranza di sentire qualcosa a proposito della storia dell’edificio. La guida si voltò e indicò il Palazzo. “Fonti storiche indicano che nella metà dell’XI secolo sull'Isola era presente un oratorio o addirittura un monastero dedicato a San Vittore e un piccolo uliveto. Nel XVI secolo, Lancellotto Borromeo trasforma l'isola in un frutteto e ordina la costruzione di una dimora gentilizia, che viene successivamente ampliata in forma rinascimentale nel 1583 da Renato Borromeo. Negli stessi anni barche e chiatte trasportano dai boschi piemontesi e lombardi grandissime quantità di terra fertile per creare le bellissime terrazze destinate a sfruttare meglio gli spazi e dare vita sia al giardino all'italiana che alla coltivazione di agrumi. Nel XIX secolo infine, una larga parte dell'isola viene convertita a giardino romantico all'inglese, forma che ancora conserva … come potete vedere. Adesso …” “Ma è vero che ci fu un incendio furibondo?” azzardò Santandrea. “In che epoca?” domandò la guida seccata dal disturbo. “In tempi recenti … fine degli anni settanta” “Nno …” rispose pensieroso “… non mi risulta e per altro, come può osservare … se fosse stato un grave incendio si vedrebbero segni nel Palazzo stesso …”. Il gruppo di turisti osservava il dibattito fuori programma alternando lo sguardo ora sulla guida, visibilmente infastidita, ora sul turista clandestino, l’unico che indossava una giacca. “Ma qualcuno parlava di un fatto increscioso … oltre che disgraziato per un orfanotrofio, non le pare?” provò ad insistere. “Di quale orfanotrofio parla? A me non risulta …” La guida si voltò come per liberarsi del seccatore. “Sì, l’orfanotrofio Bambin Gesù …” proseguì Santandrea. “Sa cosa penso?” replicò la guida, “Che lei abbia sbagliato gruppo. Controlli, vedrà che i suoi amici la stanno aspettando a Montefeltro … è da quella parte a circa … quattrocento chilometri … Ha sbagliato Pullman …”. Il gruppo guardò Santandrea e dopo una breve incertezza esplose in una fragorosa risata. La guida non accettò altre provocazioni, si voltò ed il gruppo appresso. Santandrea restò solo, a guardarsi intorno e quasi sobbalzò quando il vecchio giardiniere gli toccò la spalla. “Ha ragione lei … c’è stato davvero un incendio tanti anni fa ... quello è giovane, non è del posto … ma io sono nato qua e i miei genitori e prima ancora i nonni e ancora prima. Siamo qui da generazioni …” Santandrea inspirò a fondo. Non voleva pensare al colpo di fortuna, almeno per scaramanzia. Si voltò e incrociò con lo sguardo quel volto rugoso, la barba ispida punteggiata di bianco. “Lei si ricorda?” domandò delicato, come se dare importanza alla domanda mettesse in pericolo la risposta. “Certo. Una disgrazia … morirono due persone. Per fortuna nessun ragazzo, ma me lo ricordo bene” “Ragazzi dell’orfanotrofio?” “Ah, non mi chieda. C’era una scuola, penso. Non so se fosse un orfanotrofio, qui non ci poteva venire nessuno a quei tempi, solo il personale autorizzato, i dipendenti e cose del genere …” “Quando successe lei lo ricorda?” “Sicuro, mia sorella ha lavorato qui per un po’. Maria, la più vecchia delle sorelle, sa, noi eravamo una famiglia numerosa. Maria era la più grande. Qui faceva le pulizie, la pagavano bene, un posto di lavoro così non l’ha più trovato. Poi … mi pare a gennaio … successe quel che è successo … e via, tutti a casa”. Santandrea registrava tutto, come un computer. “Si ricorda in che anno successe?” “Il settantasette o l’anno dopo, era d’inverno, faceva freddo …” “E sua sorella era qui?” “Noooo! Era notte, nessuno stava qui oltre l’orario di lavoro. Solo quelli della scuola. Quando venne il giorno dopo per prendere servizio, le dissero di prendersi un mese di ferie retribuite e di tornare dopo … ma prima che tornasse arrivò la lettera: licenziata perché chiudevano! Ah, ma furono gentili, liquidazione, stipendio, premio … tutto come si deve: niente da dire su quel punto”. L’uomo tolse il cappello e si asciugò il sudore. “Mai più visto nessuno sull’Isola” “Si vedeva qualcuno della scuola in città, a Stresa?” “Ogni tanto. Ma non parlavano con nessuno, erano stranieri, parlavano poco in italiano. Poi avevano le loro cose, la barca, le auto … si vedevano quasi mai!” “Non c’erano italiani?” “E chi lo sa! Dovrebbe chiederlo a mia sorella, lei un po’ li conosceva”. Santandrea mandò giù un groppo. “Sua sorella è viva? Voglio dire … si potrebbero fare due chiacchiere?” “Ah, viva è viva! Due chiacchiere non gliele consiglio se non ha l’antidoto” rise sdentato “… è sempre stata una vipera. Adesso è in pensione, non fa niente, sta meglio di me!” “Dove … dove potrei trovarla?” aveva la bocca secca. “A Belgirate … è qui vicino, da quella parte … si chiama Donzelli, come me … non si è mai sposata. Forse è per quello, che è rimasta …” l’uomo fece una smorfia eloquente. Adesso sul traghetto, nel ricordare la scena … Santandrea rimetteva in ordine i pezzi, e l’impressione di torbido rinforzava. Il telefono squillò imperioso nell’abitazione del Venerabile. “Una tua chiamata a quest’ora ha il sapore di guai. E me la aspettavo. Mi sbaglio?” sibilò il Maestro. “Credo sia opportuno un intervento cautelativo …!” disse il senatore Pagani senza preamboli. Il Maestro trattenne un ringhio. “Cos’è, un giro di parole? Spiegati” “Ho brutte notizie …” una breve esitazione sottolineò l’imbarazzo. “Qualcuno sta manovrando per portare alla luce il nostro progetto …” “Ha, ha, dov’è la novità? Ma adesso è tardi. Siamo cresciuti e il nostro è un boccone troppo grosso e indigesto per chiunque. Poi, cosa stai biascicando, tra poco ci saranno le elezioni, le vincerai e tutto tornerà nelle giuste prospettive!” replicò il Maestro. “Gli americani hanno tirato le somme: l’attacco è diretto al sottoscritto, vogliono danneggiarmi tirando fuori quella storia, sperano di recuperare consensi. E loro non vogliono essere coinvolti nello scandalo. Vogliono la mia testa, non si fidano …” “Siamo a questo punto? Allora è una cosa seria …” sentenziò con tono grave. “Ad ogni modo hanno scelto una tattica idiota: se la storia viene fuori … saranno coinvolti comunque. Da quanto tempo sei al corrente? Perché mi hai tenuto all’oscuro?” “Sono stato informato ieri. Gli americani si sono fatti vivi a sorpresa per comunicarmi che … non trovo le parole per dirtelo … Sono preoccupati di quel che può venir fuori …” “E …?” “Hanno messo le loro condizioni. O sparisce tutto entro quarantott’ore, o si tireranno indietro …” “Perché me lo dici solo adesso?” “Non sono un bambino da inseguire con il fazzoletto. Certe cose le so fare da me …” “Infatti ... adesso non sai più come risolvere il problema …” calcò il Venerabile. “… ed hai perso un giorno! Mi domando se tu sia davvero cosciente della situazione e dei pericoli … Hai considerato cosa può venire a galla?” “Non parlare come se fosse una mia responsabilità. E soprattutto non dimenticare che se gli Angeli oggi sono così forti … una parte sostanziale dei meriti mi riguarda da vicino. Il progetto con il quale mi ricattano è lo stesso che ha dato vita alla chiesa. Io sono il primo danneggiato …” alzò la voce in un falsetto isterico. “Questa è la fine della mia carriera: lo capisci?” “La tua carriera … Sei ridicolo. Abbiamo un compito altissimo e mi annoi con i tuoi interessi personali. Spiegami i dettagli …” aggiunse sferzante. “Tanto per cominciare perché non me lo hai detto prima?” ripeté glaciale … “Sono intervenuto personalmente. Non c’era un vero problema …” farfugliò il senatore. “Però adesso il problema c’è … Quindi hai commesso qualche errore di valutazione, vero?” Pausa. “Sai cosa potrebbe succedere?” “Non mi minacciare” Il Maestro socchiuse gli occhi, stava per perdere il controllo. “Spiegami i fatti!” Il senatore raccontò iniziando dalla visita di Peter Sullivan, spiegò l’intervento sul colonnello De Sanctis e le successive rassicurazioni, ma … “Ho troppa esperienza in queste cose per non aver capito. Mi stanno scaricando” “Quanto tempo abbiamo?” “Poco. Metti in allarme subito uno dei nostri idoneo al caso …” “Hai aspettato troppo tempo. Dovevi informarmi subito!” “Posso ottenere ancora un rinvio dagli americani … Voglio provare a fargli capire l’inconsistenza delle loro scelte …” disse il senatore. Non aveva mai sentito quel tono di voce nel Maestro e adesso era spaventato, stava sudando. “Ottieni il rinvio e mantieniti reperibile!” “Mi metto in moto immediatamente” “Chi c’è dietro questa storia?” “Ho passato la notte in bianco a pensarci. Le persone a conoscenza di Stargate sono pochissime. Se escludiamo i morti, non sono più di una decina, circa la metà è uscita dal mondo politico ed i restanti hanno molto da perdere da una fuga di notizie. Quella storia è maledetta! …” “Fuori dalla cerchia dei nomi importanti, hai considerato quelli che un tempo erano in secondo piano?” “Sono arrivato alla stessa conclusione …” “Chi è …” “L’onorevole Giuseppe Maestri!” “Dovrò parlarne al Consiglio dei Fratelli Superiori …” “Vorrei evitarlo … non puoi farne a meno?” “No! È troppo in alto” “Maestri questa sera sarà a Milano per un comizio … potrebbe essere un’occasione d’oro …” “Devo sentire i Fratelli Superiori” Gik aspettava. Ad occhi socchiusi. Per la prima volta dopo molto tempo le risposte erano maggiori delle domande. Aveva smesso di ragionare come se le tante questioni fossero frammenti di un unico quadro. Era una complicazione inutile. Le nebbie si sarebbero diradate al momento opportuno per lasciare allo scoperto la verità: era questione di tempo e di volontà. Non gli mancavano né l’uno … né l’altra. Salutava con piacere le visioni della contessa. Da due giorni non sentiva il richiamo malinconico e vendicativo di quella voce strappata alla vita senza pietà. Un ultimo sforzo e il sipario sarebbe calato su tutta la storia. Bastava portare alla luce l’ultimo tassello, ma anche per quel particolare … era solo questione di tempo. Un paio d’ore, non di più. Restavano in sospeso poche questioni. In quel momento, a pensarci, apparivano inattaccabili come un monolite di ghiaccio millenario. Le ripeté mentalmente come un mantra: Aggressore, Giorgio Dassault, Barbara … incendio. Rispetto alla vicenda della contessa, verso la quale sentiva il rimorso di essere stato inutile, le altre rivestivano una sfera più vicina ed intima. Addirittura primitiva. L’incendio in particolare. Brandelli del passato riaffioravano con sempre maggiore consistenza, il muro difensivo si sgretolava: tra lui ed il passato si aprivano squarci inquietanti e … in certi momenti, sentiva mancare le forze per avanzare ... La porta della stanzetta degli interrogatori si aprì e la triade inquirente tornò a prendere le posizioni di prima. Loy, il vice Gabrielli, il Commissario Vivacqua si accomodarono e il balletto riprese. “Signor Ferro …” esordì Vivacqua, “… che cosa propone?” disse senza preamboli. “Nulla di così spaventoso per il vostro lavoro, anzi, sarà un aiuto decisivo. Chiedo di essere accompagnato in un luogo … a Torino, ove sono certo di trovare le prove definitive della colpevolezza di Ugo Martini e della sua complice” “E se non le troverà?” pungolò nervoso Loy. Angelo restò per un secondo sulla domanda. “Ognuno farà ciò che deve fare. Io mi rivolgerò ad un avvocato per ottenere la libertà … voi farete la vostra parte”. “Non mi è chiaro, signor Ferro, su cosa è fondata la sua sicurezza; per quale ragione non dice cosa pensa di trovare e dove?” provò ad insistere Vivacqua. “A me invece non è chiaro di cosa avete paura. Mi sembra una proposta conveniente: mi portate a Torino, vi indico la strada, troviamo la prova e ognuno torna alle proprie occupazioni …” “Se non sarà più chiaro, sarà molto difficile aver fiducia in lei e di conseguenza accettare la proposta …” rincarò Loy. Vivacqua lanciò un’occhiataccia. Era evidente che Loy aveva preso in antipatia la situazione e non voleva cedere. “Allora siamo al punto di prima …” Angelo sorrise disarmante. “Perché siete tornati?” Vivacqua stava perdendo la pazienza. Erano in stallo e Ferro si prendeva gioco di loro. “Ferro, non tiri troppo la corda. È meglio per tutti se dice che cosa dobbiamo cercare, lascia fare a noi che siamo del mestiere e aspetta qui, con la santa pazienza. Nessuno si farà male ed i regolamenti di Polizia saranno rispettati per buona pace di tutti” Angelo restò imperterrito. Di solito non aveva nulla contro la Polizia … ma detestava le brutte maniere. D’altra parte la situazione in generale lo contrariava e di fare la parte del reticente non gli andava giù. Sentiva la disponibilità di Vivacqua e allo stesso tempo percepiva l’ostilità dell’altro. Non aveva alternative, doveva restare sulle posizioni prese, avrebbero ceduto … e c’era dell’altro: Simona. Angelo si alzò dalla poltroncina con molta calma. “Vedo che siete confusi. E io non posso aiutare chi non lo desidera. Chiedo di essere riaccompagnato in cella e, a questo punto, vorrei parlare con un avvocato!” Vivacqua strozzò una parolaccia. Replicò con calma. “Si segga per favore. Tra un attimo la situazione sarà sbrogliata … vero Commissario Loy?” Loy era paonazzo. Il collega lo richiamava al ruolo: doveva decidere cosa fare. Era il padrone di casa, spettava a lui prendere posizione, del resto Vivacqua si stava tirando fuori, era in disaccordo, e questo poteva significare solo una cosa: da lì in avanti Vivacqua avrebbe camminato da solo, nei meriti e nei pericoli. Ma a Loy seccava cedere i meriti. La stanzetta restò avvolta da un imbarazzante silenzio. Gabrielli sembrava il più a disagio, guardava alternativamente i tre soggetti e tossicchiava. Angelo era in piedi. Vivacqua scoprì il polsino e guardò l’orologio. Silenzio. Loy, in quell’atmosfera rarefatta ebbe un gesto di stizza, sbatté il blocco degli appunti sul tavolo e sbottò: “La Polizia sotto ricatto! Questa situazione sta diventando …” Il telefono della stanza squillò e coprì per un attimo il soliloquio furioso del Commissario Loy. Gabrielli impugnò la cornetta, ascoltò senza cambiare espressione, fece un certo numero di piccoli sì, nel frattempo Loy continuava a sgranare il rosario dell’impotenza. Quando per un attimo tornò il silenzio, Gabrielli distese il braccio e trasferì il telefono a Loy. Questi si esibì in un’acrobazia contorta di presa del telefono con una mano, e di accensione della sigaretta con l’altra. Sbuffò una nuvola di marlboro e … sentì … “Abbiamo la conferma formale” disse la voce dall’altro capo, “… un passeggero registrato al nome di Angelo Ferro si è imbarcato il quattro gennaio di quest’anno, sul volo Alitalia da Torino verso Roma delle dieci e quindici e da questo scalo verso New York. Per le verifiche riguardanti il soggiorno negli Stati Uniti occorrono altri particolari …” “Resta in linea e ripeti tutto tra un attimo …” Loy passò la cornetta a Vivacqua che … per un motivo sconosciuto, immaginava il contenuto della conversazione. Ascoltò quasi compiaciuto, ringraziò e chiuse. Non c’era alcun motivo di perdere altro tempo. Gli unici ostacoli tra le richieste di Angelo Ferro e il rilascio sotto condizione, diventavano sempre più un fatto squisitamente burocratico. Alzò lo sguardo verso Loy con l’espressione di chi ha i secondi contati. “Bene … direi che gli approfondimenti li possiamo rimandare ad un altro momento, Gabrielli prepara le carte, lasciamo il signor Angelo Ferro alle cure ad alla responsabilità del collega …” “Cosa ne facciamo del giovane …” “Quello può aspettare, deve raccontare come ha avuto i gioielli, cosa ci faceva nella villa … il furto dei mobili e tante altre cose. Lascialo dove si trova!” Vivacqua uscì dalla stanzetta con il peperoncino nel sedere, gli occhi saettavano in tutte le direzioni alla ricerca di Patanè, e ci volle una frazione di secondo per incrociarlo con lo sguardo. L’Agente capì all’istante si voltò e uscì per accelerare il rientro. Nel giro di quindici minuti sulla Croma blu il quartetto al completo si riunì per sciogliersi dopo un attimo; Gik voleva la sua Panda e Patanè fu delegato all’incarico. Non era la soluzione più brillante e in termini di regolamento era probabilmente la peggiore, ma Simona Bellei non voleva allontanarsi da Angelo Ferro e Vivacqua in quel momento voleva chiudere la storia: c’erano a portata di mano tutte le carte per mettere la parola fine sia sulla vicenda della contessa sia … magari, sulla scomparsa di Barbara Pandolfi. I tentacoli speculativi del sincretismo tornavano ad avvolgere i ragionamenti di Vivacqua: i collegamenti c’erano, si trattava di metterli allo scoperto. Nella testa una ragnatela di contatti lampeggiava come sinapsi sollecitate da stimoli chimici … ma una zona restava in ombra. Il Baphomet, la magia, la setta degli Angeli Neri con i caproni maledetti. Da dove erano spuntate quelle bestie. Cosa diavolo volevano? Se davvero si trattava di un gruppo pericoloso, potente … fino a che punto erano arrivati? Il cellulare di Vivacqua riprese a squillare un secondo dopo l’accensione. Era Santandrea. “Dimmi Sergio …” “Sono sul Lago Maggiore” “Bene, io mi trovo a Sanremo … a Torino i casini non finiscono mai, siamo tutt’e due fuori, i giornalisti non mollano ci mancherebbe solo … lasciamo perdere. Che cosa hai trovato?” “Poco per ora. A Borgomanero ho perso tempo; per un’indagine seria bisogna mettere sottosopra l’Italia. Se non trovo nulla a Isola Madre rientro e insieme vedremo se è opportuno proseguire. Tu che ci fai a Sanremo?” “Ti racconterò … sto rientrando, abbiamo fatto qualche progresso sul caso della contessa, quindi spero nelle tue ricerche, sbrigati e rientra!” “Totò … per curiosità … qualcuno di nostra conoscenza ha una Volvo chiara?” Vivacqua sollevò le orecchie come un cane lupo. “Ce l’hai addosso?” “Mmm … direi di sì …” “Hai visto quanti sono?” “Solo il guidatore mi pare … è prudente, non scende mai sotto i cinquanta metri …” “Tieni gli occhi aperti. D’ora in avanti niente aggiornamenti riservati via radio o cellulare generico …” “I servizi?” “Ci sentiamo!” chiuse Vivacqua. Un’altra telefonata era pronta per servita, in attesa sulla linea. “Dimmi Migliorino …” “Dove si trova capo?” “Che vuoi Migliorì” “È meglio se si mette in contatto con il Questore, dice che non riesce a parlare e …” “Vabbè. Io sto rientrando, con me ho Simona Bellei e qualche sorpresa, tieniti a disposizione” “La Bellei? E dove l’ha beccata?” “Io mica dormo …” fece Vivacqua sfottente. “Su cosa stai lavorando?” “Sto appresso a Mario Federici, si muove in un modo che … magari lo fermo e facciamo due chiacchiere …” “Mi raccomando non l’insospettire, con dolcezza … fammi sapere. Ci vediamo tra poco” Il telefono squillò ancora. “Dimmi Carbone …” “Sta storia non mi piace, capo. Io la fermerei …” “Ragazzi, se ve la fate sotto quando le cose non vi piacciono avete sbagliato mestiere. Che c’è?” “Corre molto … c’è mancato niente che la perdessimo …” Vivacqua alzò gli occhi e imprecò. “Si comporta in modo anomalo. Ha già fatto due commissioni e si sta dirigendo verso Torino … tra poco ci sarà un caos della madonna, capo. È rischioso …” “L’altra pattuglia dov’è?” “Tutti impegnati” “Allora non mi ascoltate. Quando rientro vi licenzio tutti. Questa storia ha la priorità. Chiama Migliorino e digli di aggregarsi. Piras dov’è?” “Starà dormendo … ha fatto la notte …” “Non me ne frega niente. Chiamalo e mettilo nella squadra supplementare. Voglio tre squadre, chiaro? E non facciamo cazzate. Io sto arrivando, datevi da fare” Santandrea si era fermato tre volte per chiedere la strada dell’abitazione di Maria Donzelli e alla fine ce l’aveva fatta. Era una casa solare, vecchia, di quelle fatte di sasso come si usava una volta, con lo sviluppo un po’ disarmonico dell’architettura contadina dei primi del novecento: alta, lunga, stretta, finestre piccole, con la facciata a ringhiera rivolta verso il cortile. Santandrea stava nel cortile, pieno di vasi multicolore con mille piantine. Era seduto su una vecchia poltroncina di ghisa smaltata, sotto il pergolato di edera. Si era tolto la giacca, e aspettava di veder tornare la signora Maria, zoppicante, con la limonata che aveva voluto fare a tutti i costi. Le presentazioni erano state ruvide, ma quando si annunciò formalmente come Vice Commissario della Polizia di Torino, la vipera si era trasformata in un’accogliente vecchietta … Quando tornò, sembrò molto soddisfatta. Passò la limonata, mise le mani callose in grembo e aspettò. “Signora Donzelli …” “Maria. Nessuno mi chiama signora, e poi sarei signorina …” puntualizzò con civetteria. “Va bene Maria. Ho conosciuto per caso suo fratello, all’Isola Madre. Sto facendo una ricerca molto delicata. Mi capisce?” Maria fece sì con la testa, era curiosa; voleva sentire il resto. “Una ricerca molto importante e lei può essermi d’aiuto. La questione riguarda l’incendio all’orfanotrofio di Isola Madre. Lei lavorava lì, che cosa ricorda di quel lavoro?” “Poco e molto, è passato tanto tempo. Dipende” disse movendo le mani. “Io ho preso quel lavoro per caso. Ci lavorava mia cugina, fin dai primi tempi, nel settanta … se non sbaglio. Poi rimase incinta, rischiava di perderlo e il marito, buonanima, non volle farla continuare. Presi io il suo posto a tempo pieno alla fine del settantacinque; per la verità io lavoravo all’Opera già da due anni, ma solo un giorno la settimana e quando avevano bisogno per le grandi pulizie. Pagavano bene. Tutto in regola, contributi, ferie, stipendio … orario. Un buon lavoro, poi però bruciò e … niente … non riaprirono” “Che cosa facevano nell’orfanotrofio?” “Non saprei. Le cose normali, penso: scuola, insegnanti, c’erano dei medici, molti medici, stranieri soprattutto”. “Come fa a sapere che erano medici?” Maria rise imbarazzata. “Li chiamavano dottore, dottoressa. Ma non tutti avevano il camice bianco come Caterina” “Chi era Caterina?” “Ah, io la chiamavo così, ma non era il nome giusto. Era straniera anche lei; era il capo dei dottori. Comandava lei nel laboratorio. Una bella donna bionda, alta, abbastanza giovane, si vedeva che non era italiana anche se lo parlava bene …” “Mi racconti qualcosa …” “Oh, c’è poco da dire. I ragazzi stavano nelle aule. E noi facevamo pulizia solo quando erano vuote. Avevano una disciplina molto rigida, sa? Nessuno poteva entrare nelle stanze se c’era dentro qualcuno. E non si poteva parlare con i ragazzi … o con altri che lavoravano lì …” rise ancora. “Tanto nessuno ci capiva niente. Erano quasi tutti stranieri lì dentro … meno il cuoco e qualcun altro …” “Anche i ragazzi?” “Sì” “E quanti ce n’erano?” “Eh, è difficile dire, perché noi operaie non li vedevamo quasi mai. Quando studiavano erano chiusi nelle aule o nella cappella, oppure nella biblioteca … e noi entravamo quando non c’era più nessuno. Ci capitava di vederli quando stavano fuori in giardino, nella bella stagione. Saranno stati trenta, massimo quaranta, però non li abbiamo mai visti tutti insieme: uscivano a gruppi; quando finiva un gruppo usciva l’altro oppure occupava un altro lato del parco. Neppure al refettorio stavano tutti insieme. Ce n’erano di diverse età … qualcuno anzi, era abbastanza grande. Tre o quattro sono cresciuti nell’Istituto dell’Opera. Li abbiamo visti piccoli piccoli e poi …” “Qualcuno lo avete conosciuto? Lei non ha mai scambiato due parole? Neppure sentito qualche nome?” “Sì, qualche nome, sentito dai sorveglianti … Francis, Mark, Gabriel, per qualche tempo c’è stata una bambina di colore di nome Ester … ma noi non potevamo parlare con loro, gliel’ho detto, era vietato. Erano molto riservati e pretendevano il silenzio … questa, per esempio, era una delle cose strane …” “Ce n’erano molte di stranezze?” “Oh, lavorando in tante case ho scoperto che di gente strana ce n’è dappertutto, anche troppa. Lì, all’Opera … pensi che stranezza, erano fissati con la carta: nessuno poteva toccare fogli o cestini. In tutto il tempo che ho lavorato … non ho mai svuotato un cestino: ci pensavano loro. Guai a toccare la carta. C’era un signore, un dottore di quelli senza il camice che ci pensava lui …” “Che altro di strano …” “All’entrata e all’uscita eravamo controllate: una per una” disse con gli occhi spalancati. “In che senso …” “Controllavano! Nessuno poteva portare sul lavoro oggetti non permessi, o peggio ancora che si portasse fuori qualcosa … sembravano ossessionati dai furti, secondo me, era esagerato!” “Quali oggetti non erano permessi?” “Pensi, nello spogliatoio era appesa la lista con tanto di regolamento, e ognuna … eravamo tutte donne, doveva conoscerlo bene. Non si potevano portare macchine fotografiche o fare disegni del posto, nessun quaderno o notes, nessun medicinale se non dopo l’autorizzazione di Caterina, nessun cibo, chi aveva bisogno di mangiare per ragioni personali doveva rivolgersi alla cucina dell’Istituto, non si potevano fare regali ai ragazzi, come vestiti o altro … uh …” soffiò, “Una pagina piena … persino i libri o i quotidiani, non erano consentiti, non c’erano neanche i televisori!” “Chi era il capo? Quella Caterina?” “La dottoressa Cossovich, mi pare si chiamasse così, comandava tra i camici bianchi, ma i capi veri erano altri due. Uno era straniero, noi lo chiamavamo l’americano; smilzo, alto, sempre vestito di scuro, sembrava un corvo e lo chiamavano Mister Smith. Ma si vedeva poco, quasi mai. Poi ce n’era un altro, italiano, distinto, un bell’uomo, vestito elegante. Questo c’era quasi sempre”. “Come si chiamava?” “Ah, non me lo chieda. Aveva un nome così strano … non lo ricordo proprio. Però mia cugina una volta o due ci ha parlato, lei lo ha conosciuto. Il capo, quando non c’era l’americano era lui. Ed era molto benvoluto anche da Caterina” “Sua cugina si ricorderà quel nome?” “Oh, basta telefonarle e chiedere … aspetti, proviamo a sentire” Maria si alzò con fatica, prese il bastone e s’indirizzò verso casa. “… perché siete interessati a questa storia dopo tutto questo tempo? Si può dire o è un segreto?” disse con malizia come si aspettasse una risposta da film giallo. “È un piccolo segreto!” ammise Santandrea con espressione fintamente grave. “… Ma a lei lo posso dire: stiamo cercando una persona, ormai adulta, che deve essere passata da quell’Istituto e … siamo capitati in un piccolo mistero …” “Ah …” aggiunse con fatalismo, “All’Istituto c’era la fabbrica dei misteri!” proseguì entrando in casa. “Dice davvero?” incoraggiò Santandrea. “Per esempio, i ragazzi facevano visite mediche tutti i giorni. Io spesso mi sono domandata quali malattie avessero; molti perdevano sangue dal naso, o dalle orecchie ... Davanti al laboratorio di Caterina c’era sempre qualche ragazzo in coda. Poi, era pieno di gente che non faceva niente, non erano né educatori, né sorveglianti. Sempre vestiti uguali, con il vestito scuro … una volta ho visto uno di questi che sotto la giacca portava la pistola: non capivano bene l’italiano e quando c’erano loro davanti ad una porta non ci si poteva avvicinare. Erano come delle guardie. Non parlavano mai. Mettevano anche paura. Poi …” Maria prese la cornetta e compilò il numero della cugina, restò un attimo ad aspettare poi riattaccò. Guardò l’orologio e scosse la testa. “Sarà uscita un attimo … Dicevo delle stranezze. Certe stanze restavano sigillate e le pulizie le facevano le solite addette. Non cambiavano mai. A me è capitato di sostituire Luisa una settimana che era malata e sono entrata in una di queste. La guardia sempre vicina per tutto il tempo. Tutte le porte venivano aperte con la chiave e subito richiuse non appena avevo finito …” “Un orfanotrofio molto controllato … direi anche troppo …” considerò Santandrea. “Sì, poi facevano tenerezza quei ragazzi, non tutti … alcuni avevano uno sguardo che non le dico … facevano venire la pelle d’oca. Quando ti guardavano … non lo so … era come se ti rivoltassero da dentro. Io ad un certo punto ho pensato che quei bambini non fossero normali … mettevano a disagio, anche gli insegnanti erano strani. Però io, a differenza di mia cugina, mi ci trovavo bene. Lei no! Ma mia cugina Chiara è sempre stata un po’ …” fece un segno girando il dito intorno alla tempia. “In che senso?” insisté Santandrea. “Io entravo e facevo il mio lavoro, non m’interessava altro. Chiara invece diceva di sentirsi a disagio, troppo controllata … e quei bambini la mettevano in imbarazzo. Una volta, uno degli ultimi giorni di lavoro, non è stata bene, era incinta e … beh, insomma, si sentiva svenire, e con tutti i medici che c’erano non uno si era interessato: solo Caterina. Però, per farla entrare nell’ambulatorio hanno discusso molto. E Chiara vomitava. Uno dei medici non voleva che si utilizzasse il laboratorio e si rifiutava … però non sono proprio sicura, perché non parlavano la nostra lingua. Poi Caterina ha avuto la meglio e ha fatto entrare mia cugina …” “E le è sembrato strano?” “Insomma: un medico è un medico, no? Mica deve fare discussioni per occuparsi di un malato! Poi, Chiara dice di aver capito per quale motivo i due non erano d’accordo …!” “Mi ha incuriosito …” “Quando è entrata non era sola … c’era un ragazzo; avrà avuto undici anni. Era steso su un lettino quasi nascosto da un separé, era attaccato ad una macchina piena di fili, anche alla testa, e stava lì, si lamentava. Vicino a lui c’era un altro medico che scriveva su un quaderno. Mia cugina si è stesa su un lettino, ormai stava meglio, si sentiva un’intrusa e voleva uscire. A quel punto il ragazzo ha cominciato a gridare e a saltare sul lettino come un indemoniato … la dottoressa Caterina si è lanciata verso il lettino e … il ragazzo è caduto, non riuscivano a tenerlo … si agitava, tremava … e anche mia cugina è accorsa per aiutare …” “Si sarà spaventata …” commentò Santandrea, impressionato a sua volta. “Un po’, ma neanche troppo. Chiara sapeva di cosa si trattava perché lei stessa soffriva di quel male da piccola: era epilessia. Mia cugina disse che non aveva mai visto un laboratorio medico con tanti macchinari strani, neanche in ospedale … e con tanti farmaci, pensi c’era un armadio lungo tutta la parete della stanza, pieno di medicine. In conclusione, secondo Chiara, non volevano farla entrare perché non vedesse che cosa c’era dentro l’ambulatorio. Secondo me si sbagliava perché una collega entrava lì tutti i giorni per le pulizie …” “Mi dica qualcosa dell’incendio …” “È bruciato. Che cosa posso dire?” rispose asciutta. “Quando, come è successo, che cosa avvenne in seguito …” “Era gennaio, mi pare. Verso la metà più o meno. Successe una notte, io abitavo qui, da questa posizione non si vede l’Isola Madre. Ad ogni modo io la notte dormo, non mi sono accorta di nulla. Al mattino sono andata al lavoro come sempre, ma il battello dell’Opera non è venuto a prenderci. Si è presentato alle dieci per farci sapere che c’erano stati dei problemi e ognuna di noi …” “Quante eravate?” Maria prese a contare, socchiuse gli occhi e dopo un po’ rispose: “… A quel tempo eravamo cinque più un paio di rinforzo per le cose straordinarie. Facevamo tutte mezza giornata, dalle otto e trenta alle tredici. Il battello se ne andò dicendo che ci avrebbero telefonato per riprendere il servizio. Invece, dopo un mese dissero che l’orfanotrofio avrebbe chiuso. Furono generosi, pagarono tutte per altri tre mesi, ma non ci furono più contatti con nessuno” “Come scoppiò l’incendio?” “E chi lo sa!” “Suo fratello dice che ci furono dei morti …” “Mio fratello è un chiacchierone … lui mica c’era quando successe. A Stresa parlarono di due morti e diversi feriti, alcuni molto gravi; altri dissero che erano morte più persone. Però la verità non si è mai saputa. Solo parole. Del resto, l’Istituto aveva fatto l’impossibile per non stringere rapporti con la gente del posto, nessuno si era affezionato all’Istituto. Solo noi dipendenti sentimmo la mancanza del posto di lavoro, non certo dell’ambiente” “L’incendio fu spento dai Vigili del Fuoco?” “Boh … non mi sono mai interessata …” Maria rifece il numero della cugina e finalmente la trovò. Conversarono per un po’ e Maria spiegò la ragione della chiamata. L’altra era in disaccordo, sembrava volesse restar fuori dalla questione. Santandrea giocò la carta dell’Autorità, lo aveva imparato da Vivacqua ed era disposto a servirsene, se fosse stato minimamente utile. Chiese la cornetta e Maria si allontanò di un passo. “Sono il Vice Commissario Santandrea, buongiorno signora. È disponibile a fare una breve conversazione informale o vengo a prenderla con la volante e parliamo in Commissariato …” disse con il tono di chi non ammette repliche. Maria restò molto impressionata, spalancò gli occhi e posò una mano sulla bocca. “… la informo che negare informazioni pertinenti un’indagine di Polizia configura il reato di reticenza che può essere sanzionato con la reclusione …”. Maria sentì le gambe molli e dovette sedersi. “No, non voglio negarmi, ma … ricordo con fastidio quegli anni all’Istituto, avrei preferito non parlarne più. Che cosa vuole sapere da me?” “Intanto il perché. Che cosa le da tanto fastidio” “Quel posto. Come trattavano i bambini. I bambini stessi. Quei metodi così militareschi: quello non era un orfanotrofio …” “No? E cos’era?” “Un campo di concentramento, un lager! Non ho mai visto i bambini giocare, sorridere, erano sempre tristi, stralunati, alle volte, quando potevo, li guardavo. Sembravano assenti, malati, drogati. Alcuni sembravano disturbati, aggressivi, altri erano autistici …” “Come dice?” “Autistici. Sono individui con difficoltà di socializzazione, chiusi …” “So che cos’è l’autismo, mi domando come lei lo conosca” “Mio figlio è stato autistico …” “Suo figlio?” insisté Santandrea. Maria nascose il viso tra le mani e prese a singhiozzare. “Si chiamava Matteo. È morto all’età di nove anni per sindrome regressiva di Landau-Kleffner. E nessuno mi toglierà mai dalla testa di avergli trasmesso quella malattia per contagio … a causa di un virus contratto in quel maledetto Istituto”. La voce era diventata rabbiosa, carica di un’energia funesta capace di distruggere chiunque. Santandrea restò colpito. “Capisco …” replicò incerto. “No, se non ha visto suo figlio morire non può capire”. Ci fu una breve pausa, poi Chiara riprese. “Ad ogni modo, quello era un posto strano. Dopo tanto pensare ho capito perché per le pulizie prendevano persone come noi. Preferivano donne come me, come Luisa o mia cugina: povere, bisognose, senza istruzione, meglio se non sposate e senza figli. Persone che non capissero cosa succedeva lì dentro, così ignoranti e timorose di perdere il posto da non fare mai domande. Pagavano molto, potevano avere il personale più qualificato dei dintorni, magari anche capace di parlare la loro lingua …”. “Che cosa succedeva secondo lei?” “Facevano esperimenti sui bambini. Provavano farmaci, non era una scuola o un orfanotrofio! Era una copertura …” “Come fa a dirlo?” “Sono una mamma! E una madre capisce tante cose. Quei bambini erano malati o anormali. Non so quali problemi avessero, ma … erano strani, con quegli occhi sbarrati e fissi. Quelle ferite sotto il naso … Qualcuno era anche pericoloso, come se avesse qualità diverse … sembrava ti leggesse dentro. Un altro, il più piccolo del gruppo era molto bello e il peggiore di tutti … era … un demonio … Ho sempre pensato che avesse delle capacità particolari …” “Sarebbe?” “Non lo so. Mi guardava da lontano e … non so come dire: sembrava comunicasse con il pensiero. Immagini oscene, grida tremende … si divertiva a spaventarmi. E poi sapeva trovarmi. Se io facevo le pulizie fuori dall’aula dove stava lui … mi trovava. E mi faceva piangere: mi aggrediva con una tristezza insostenibile, non lo dimenticherò mai. Si chiamava Rodolfo!” Santandrea sentì un mancamento, quasi gli cadde la cornetta di mano. “Signora … è sicura di quel che dice?” farfugliò Santandrea. Dall’altra parte un singhiozzare sommesso. “Come si chiamava il capo, lo ricorda? Saprebbe dirmi il nome?” Santandrea era in pieno orgasmo investigativo, la preda nel mirino: avrebbe dato un anno di stipendio per chiudere la caccia. “No, non lo ricordo …” rispose tra le lacrime. “… e adesso mi lasci in pace. Ho sofferto anche troppo”. “Solo un’ultima cosa, scriva il mio numero per favore. Se ricorda qualche particolare, anche piccole cose che a lei possono sembrare di nessun conto, mi telefoni, è molto importante …” Santandrea dettò, concluse la conversazione, salutò Maria, ringraziò per la limonata e tornò in macchina. Voleva sbrigarsi a prendere appunti. Pescò la penna dal parasole e … dallo specchietto vide, appena dietro l’angolo, spuntare il cofano di una Volvo chiara … Simona stava sdraiata sui sedili posteriori della Croma; entrava ed usciva da un sonno leggero. Un sogno ripetitivo e sconclusionato dondolava nell’anticamera del cervello: fuggiva da qualcuno che non riusciva a vedere. Finalmente si metteva in salvo, affannata, sudata e non appena la minaccia sembrava risolta di nuovo fuggiva … Il sogno ricominciava ma, ogni volta c’era un particolare in più ed un po’ di paura in meno, come se la parte sveglia avesse preso le misure e raffreddato le emozioni. Davanti, nell’auto, il Commissario Vivacqua e Gik. Simona si sentiva distrutta, era orgogliosa di essere intervenuta e in qualche modo sentiva il merito di aver fatto uscire Gik. Non si erano parlati, non c’era stato il tempo: solo un abbraccio intenso ed un lungo sguardo. Il telefono del Commissario aveva smesso la litania delle chiamate, ed ora parlava con Gik. “Dove andiamo signor Ferro?” “Andiamo a risolvere questa brutta storia. Ho un impegno da mantenere e questa volta non ci saranno ostacoli …” “Questa volta?” “Sì, la prima ho fallito” disse Gik. “E adesso perché è così sicuro di riuscire?” “Perché la caccia è finita. So esattamente come sono accaduti i fatti e manca solo un dettaglio. Lei mi condurrà lì …” Vivacqua lo guardò per un momento, aspettava di sentire il resto ma non voleva sollecitarlo. “Sta bene. Le credo. Non proverò a chiedere spiegazioni poiché mi pare d’aver capito … appartengono ad un mondo troppo lontano dal mio. Ma alla mia età, ed in certe situazioni, si è disponibili ad accettare un aiuto, da qualsiasi parte arrivi …” “Vorrei che mi portasse in una concessionaria di automobili …” “Mi lasci indovinare …” disse con un sorriso, “… vuole vedere quell’Audi. È così?” Fu il turno di Angelo sorridere “Sì, l’auto del Martini, quella targata BC419ZF” “Se, come ha raccontato, la contessa e la figlia sono state caricate su quell’auto, le prove le troveremo … Mi tolga una curiosità, con le sue doti … e con le ricerche condotte, quando ha capito che il colpevole era Martini, perché non ha chiesto aiuto alla Polizia, sarebbe stato tutto più semplice …” “Troppo lungo da spiegare, ad ogni modo non ne ho avuto il tempo. Quando ho capito mi trovavo nella villa di Bordighera, sono stato assalito da quel giovane che per poco non mi spezza la schiena e … il resto lo conosce. L’arresto e il seguito …” “Mi dica qualcosa di sé … signor Ferro” Angelo raccontò l’infanzia da bambino delicato, il ricordo labile e discontinuo dei genitori in eterno disaccordo, spesso assenti per lunghi periodi; la confusione anche sui loro visi, con altri volti, le cure di Guelfa che poteva definire genitore adottivo, per quanto si era dedicato a quel piccolo sfortunato. La dote della veggenza, combinata ad una salute vacillante … poi gli studi … e una vita quasi normale, vissuta accettando i limiti imposti da piccoli e grandi problemi irrisolti. “Che genere di problemi?” “Diciamo che certi doni sembrano trovare un proprio spazio come compensazione a deficit altrettanto grandi. Io per esempio soffro di lacune nel sistema di archiviazione …” disse scherzando, “… non ho il ricordo di un lungo tratto della mia vita …” Vivacqua lo guardò perplesso. “Cioè?” “Nulla fino agli otto, nove anni, poco fino a circa dodici anni, poi dipende … alcune cose le ricordo bene … altre no. Oppure sono confuse e sovrapposte ad altre, come il ricordo di mia madre …” “E suo fratello?” Un’esplosione devastante rimbombò nella testa di Gik. Corto circuito del sistema nervoso centrale per un secondo. Lo stomaco si contrasse tanto da lasciarlo a bocca aperta, senza fiato. “Signor Ferro … si sente bene?” Simona scattò a sedere. “Gik? Che ti prende?”. Si allungò con il braccio, lo avvolse e restò ferma. Angelo sentì un fischio acuto e prolungato nel cervello. La domanda di Vivacqua, tradotta in impulsi elettrochimici, sbatteva contro un muro, come una mosca contro il vetro. Corteccia cerebrale in blocco; tutte le capacità speculative in stallo. Angelo chiuse gli occhi, sbatté le palpebre e sentì l’eco della domanda girare alla ricerca di un punto dove depositarsi. Cervello in modalità provvisoria. “Un fratello … un fratello … un fratello …” Immagini casuali in avanzamento rapido, tre fotogrammi al secondo. Fotografie in ordine sparso provenienti da ricordi recenti e lontani. Lui in pantaloncini e giacca, come una divisa scolastica, cinque o sei anni: provenienza sconosciuta. Partita di rugby, cerotto sullo zigomo, sedici anni. Costume da bagno e vasca olimpionica, terzo posto al campionato regionale, tredici anni. Cortile di notte, luogo sconosciuto, fiamme e fumo, età? Provenienza? Letto d’ospedale, fili dappertutto, elettroencefalogramma, età? Provenienza? Fratello? Fratello? Fratello? Angelo sentì le funzioni riprendere il controllo dell’organismo; sbatté le palpebre con rapidità. Nessun fratello! Come era venuta in mente al Commissario una domanda così … così … “Gik … sei qui?” domandò Simona con dolcezza. Angelo accennò un sì con il capo. Vivacqua rallentò, prese un fazzoletto e lo sporse di lato. “Prenda questo … sta perdendo sangue … dal naso” Vivacqua lanciò un’occhiata al retrovisore interno e incrociò lo sguardo preoccupato di Simona. “Non è nulla. Solo un … un … mancamento. Ho dormito poco, è la stanchezza”. Gik si liberò dell’abbraccio di Simona e guardò con attenzione Vivacqua … “Di quale fratello parla? Io non ho fratelli!” Vivacqua non distolse lo sguardo dalla guida. Tossicchiò e riprese. “Ne è certo?” “Che diavolo di domanda è?” “Per quanto bislacca è una domanda sensata, glielo assicuro” “Perché sta pensando a Roncati?” domandò aspro. “Io … non pensavo a niente, glielo giuro …” farfugliò Vivacqua. Angelo lo osservò con quella speciale attenzione che perforò le difese del Commissario. “Mi risponda, per favore, sappiamo entrambi che cosa ha pensato. Lo dica!” Vivacqua deglutì. “Lei conosce il signor Roncati?” “So chi è, ho visto le fotografie sul giornale a proposito della morte della moglie, la contessina Delia … prosegua per favore …” “Avete le stesse impronte digitali!” Un’altra esplosione nelle orecchie. Una bomba atomica, due, un milione! Angelo restò ancora una volta senza fiato. Sapeva bene che cosa significava. Il cellulare di Vivacqua squillò. “Dimmi …” “Capo sta succedendo un casino, la Gatti sta tentando di seminarci … è in allontanamento veloce seguita da un’altra auto …” “Cazzo …” Annarita aveva gli occhi lucidi, fiammeggiavano di una determinazione quasi esplosiva. Per tutta la notte aveva lavorato sul piano, lo aveva corretto e migliorato vivendo in anteprima i luoghi e le posizioni di ogni singola fase. Non si era più domandata che cosa stava combinando; non c’erano stati ripensamenti. Anche a proposito del denaro aveva smesso di torturarsi sulla cifra “miserevole” che sarebbe passata di mano. Un milione di euro! Non sarebbero bastati a costruire il futuro di cui vagheggiava con Ugo. Forse, se avesse saputo amministrare il gruzzolo, poteva sperare in un avvenire da benestante, non avrebbe dovuto lavorare come cassiera in un bar e sopportare le battute dei clienti bavosi. Dio, quanto sentiva la mancanza di Ugo! Adesso era tempo di tirare le somme, tanto per cominciare quel bastardo doveva scucire il denaro … poi di corsa all’aeroporto, avrebbe fatto un giro per far perdere le tracce: prima tappa Ginevra, quindi Beirut e infine, destinazione provvisoria, Cipro, almeno per qualche tempo. Non poteva commettere errori, lo sapeva, ma … non era così ovvio come aveva immaginato. Alle dieci era corsa in un negozio di telefonini e ne aveva acquistati tre, di quelli economici che funzionano con la scheda prepagata. Le schede gliele aveva lasciate Ugo ed erano merce preziosa. Per buffa combinazione la vera provenienza era quella di Rodolfo Roncati, le aveva fornite lui ai tempi degli accordi, provenivano dal Lussemburgo ed erano quasi a prova d’intercettazione. Alle undici in punto aveva chiamato Roncati e lo aveva istruito. Pochissime battute: “Ha preparato il materiale? Lo ha messo in una busta? Allora si muova: vada in Piazza Castello, alla cabina telefonica sull’angolo con Via Po. Ha venti minuti di tempo. Se tenta di avvicinarsi o di fermare qualcuno di noi, l’operazione va a monte: non ci saranno altri preavvisi. Porti con se il telefono mobile”. Non gli aveva lasciato il tempo per fare domande. Istruzioni secche, prive di commenti, perentorie. Tutta l’operazione doveva concludersi entro un’ora. A modo suo Annarita non aveva fatto economia, aveva chiesto assistenza ed aveva promesso diecimila euro ad ogni aiutante, perlopiù amici del fratello. Amici delle Vallette, gente che per quella somma viene con te in capo al mondo; salvo Laura, lei non era proprio un amica di quelle a prova di bomba, ma non aveva trovato di meglio in quella fretta. Lei aveva preso posizione in un punto lontano dal primo appuntamento, si trovava in un supermercato all’ingrosso, di quelli che forniscono i commercianti. Forse non era il posto migliore per quel genere di affari, però lo conosceva bene, ed aveva una disposizione delle superfici adatta alle necessità. Mancavano cinque minuti alle undici e venti. “Tony … dammi notizie …” disse laconica al telefono cellulare. Il rumore del motore d’auto la raggiunse immediatamente. “È solo. Ce l’ho due macchine davanti a me. Sta su una Range Rover color beige. C’è molto traffico e qui sta per arrivare un temporale. Non ce la farà ad essere puntuale … ci vorranno altri dieci minuti!” “Tienimi aggiornata, specialmente se vedi qualcun altro”. Annarita chiuse la conversazione e chiamò un altro numero. “Laura, ascolta … forse ci vorrà qualche minuto di più, non ti muovere di lì neanche se casca il mondo. Hai capito? Se si libera un posteggio più vicino all’uscita, io lo occupo e tu prendi il mio …” “Mi fai venire l’agitazione Nery … perché non lasciamo perdere sta cosa? Dai, andiamocene …” “Io non lascio in sospeso certi conti …” “Sì, ma non mi sembra un buon piano il tuo, perché non ci ripensi con calma? Ho un brutto presentimento …” Annarita sarebbe scesa dall’auto e l’avrebbe presa per i capelli; invece socchiuse gli occhi e addolcì la voce: “Ci ho pensato a sufficienza. Devi solo stare tranquilla. Ti ricordi tutto? È semplice …” “Sì, mi ricordo, però non sono tranquilla, sei sicura che non ci sono rischi?” “Rilassati, stai con gli occhi aperti e vedrai … non c’è nessun rischio” Annarita alzò gli occhi al cielo e sospirò, quella donna aveva il carattere di un invertebrato. Nella progettazione dell’incontro si era ispirata ad un film, dove due dilettanti la fanno in barba ad un pericoloso gangster, riescono a farsi consegnare una somma altissima e poi se la danno a gambe. In un primo momento, e dopo qualche tentativo, aveva confezionato un’idea più semplice, poi ragionando l’aveva perfezionata e arricchita di dettagli. Non era sicura che certe cautele fossero indispensabili, però gli erano piaciute, sembravano comportamenti da gente che sa cosa fa ... Manovrò con l’auto nel parcheggio del supermercato quando vide un tale uscire da una posizione migliore e dietro, la sua amica Laura sulla Nissan Micra, occupò di conseguenza il suo posto. Adesso si trovava perfettamente di fronte all’uscita, la posizione migliore per squagliarsela in un lampo. Nell’auto, il clima del condizionatore nascondeva i trentadue gradi esterni ma, a giudicare dalle raffiche di vento e dall’orizzonte nuvoloso, tra poco sarebbe arrivato il temporale. Annarita pensò che fosse perfetto: molto traffico, tempo minaccioso, confusione … non poteva sperare di più. Al finestrino un bussare sommesso la fece sobbalzare. Era Laura. Annarita abbassò il vetro e mostrò un’espressione disponibile, il rombo del tuono in avvicinamento entrò nell’abitacolo. “Senti …” disse Laura agitata, “… io ho una fifa blu, non mi piace questa cosa … io volevo darti una mano, ma sento delle cose brutte, non lo so, mi è venuta paura …” Annarita sfoderò un sorriso della serie “ti capisco, ma ci sono io, puoi fidarti” e rispose affabile: “È questione di un attimo, davvero! Ancora due minuti di pazienza” e concluse con uno sguardo incoraggiante prima di alzare il finestrino. Il cellulare squillò. Annarita aprì la comunicazione. “Sì, Tony …” disse senza emozione. “Adesso!” Annarita pigiò un numero e partì la chiamata. “Signor Roncati, affianchi la cabina del telefono sull’angolo di via Po. Lasci l’auto accesa, prenda il denaro, ed entri nella cabina. Non riattacchi …”. Dall’altra parte l’uomo rispose mugugnando. “Sono nella cabina, come forse può vedere …” azzardò Roncati. “Quel che vedo non la interessa! Una Mini Minor bianca ha posteggiato dietro la sua auto. Il guidatore adesso prenderà la sua automobile e la posteggerà in un luogo sicuro. Lei salga sulla Mini, troverà un cellulare sul sedile. Adesso esegua rispettando le istruzioni alla lettera … a partire da questo momento. Chiuda il telefono e lo lasci nella cabina”. Annarita chiuse la comunicazione, compilò il numero di Tony e aspettò quei pochi secondi apparentemente interminabili. Parlare con Roncati la metteva in uno stato di soggezione inspiegabile. Lei lo sentiva, quell’uomo non aveva affatto paura, era tranquillo … e questo non le piaceva: era innaturale e le trasmetteva insicurezza. “Tony? …” “Sì, è salito sulla Mini … non si è visto nessun altro … prova a chiamarlo sul cellulare: io prendo la Rover e il telefono nella cabina …” Annarita digitò un numero nella memoria del portatile e attese … “Roncati, si diriga verso la periferia, direzione Stupinigi, non corra e non perda tempo” chiuse senza attendere risposta. La Dodge color antracite e targa extracomunitaria stava a distanza di sicurezza, si muoveva con la disinvoltura compatibile con la mole. Il guidatore, parzialmente coperto dai vetri scuri, aveva assistito allo scambio d’auto e non perdeva di vista l’uomo con gli occhiali da sole ed il vestito grigio. Ora si sentiva più tranquillo, il controllo di Polizia lo aveva innervosito, specialmente quell’Agente, così puntiglioso … Ma in fondo succedeva spesso quando usava quell’auto; ogni pattuglia si sentiva autorizzata a fermarlo, spesso solo per guardare da vicino quel mostro di lamiera verniciata, pesante più di due tonnellate. O per contestare i vetri, le frecce, e avanti di questo passo, passando dal codice della strada fino alla curiosità infantile. Ma era stato solo un banale controllo. Meglio non pensarci più. La ricetrasmittente era sulla posizione silenziosa, come da accordi. Aspettava una chiamata e per il momento si limitava ad osservare da lontano, per quanto possibile nel traffico del centro. La faccenda era strana e, non fosse che con Rodolfo non si poteva discutere, avrebbe chiesto spiegazioni. Di certo il Maestro non avrebbe approvato. Mario era piuttosto orgoglioso di se. Il suo lavoro era stato apprezzato, la serata con lo stato maggiore era andata benissimo, tutti si erano divertiti e anche lui … aveva fatto il pieno di sesso, coca, ed emozioni forti. Gli piaceva stare con quella gente, i fratelli, gli Angeli, le sacerdotesse. Sentiva la forza di quell’energia spaventosa riempirgli le vene e avrebbe dato qualsiasi somma per imparare le arti di Rodolfo … ma lui era un essere superiore, un predestinato. Se solo si fosse reso conto di … Il cellulare vibrò per un istante quindi si spense. Mario manovrò sulla tastiera del portatile e aprì il messaggio. Il mittente era sconosciuto, il testo diceva: “Il Signore da’ e il Signore toglie. Giobbe” Mario sussultò. Per un attimo fu colto dal panico. Non gli era mai successo prima, sapeva di cosa si trattava: era un segnale in codice. Un allarme. Il Maestro! Doveva essere rivolto a Rodolfo di sicuro, ma per quale ragione era arrivato sul suo … La trasmittente gracchiò. “Dove sei?” ringhiò Rodolfo. “Qui … hmm … ho appena passato lo stadio, sono quasi al circolo del Tennis, lo Sporting …” “C’è qualcuno dietro?” “Nnno, mi pare di no!” “Che cazzo significa: mi pare?” “No, non ho visto nessuno, ma c’è casino, sono distante …” la radio gracchiò. “… Provo ad avvicinarmi, rallenta, magari ti supero, poi mi superi tu, vediamo se qualcuno si muove dalla coda …” “Sbrigati” “Ascolta … ho ricevuto un messaggio proprio adesso …” “E chi se ne fotte!” “È firmato Giobbe” “Merda. Cosa dice?” “Il Signore da’, il Signore toglie …” Rodolfo imprecò: “… proprio adesso!” Sulla Mini bianca squillò il cellulare, Rodolfo d’istinto lo aprì. “Signor Roncati le devo mandare un taxi? Si è perso … o semplicemente ha dimenticato cosa deve fare?” “Aspetto …” un fischio, innescato dalla ricetrasmittente partì rilasciando un riverbero anomalo. “Cos’era?” domandò all’istante Annarita sospettosa. “Non lo so …. Forse questi telefonini economici …” “Signor Roncati, facciamo ancora in tempo a cambiare idea …” “Sarebbe un peccato rinunciare ad un milione di euro a questo punto, non le pare?” “Si muova in direzione del Castello di Stupinigi, sulla statale troverà le indicazioni per il Supermercato all’ingrosso. Segua quelle indicazioni e posteggi nel Supermercato”. Fine della conversazione. Annarita sentì le gambe sciogliersi. Posò il telefono sul sedile del passeggero e con le mani tremanti si coprì il viso. “Viscido bastardo …” uggiolò. Tentò di ricomporsi, ormai era questione di minuti, ancora un piccolo sforzo, un ultimo slancio di coraggio; controllò l’orologio e sospirò, strinse i pugni quando il tuono si mescolò al rumore dell’aereo sulla testa. Alzò lo sguardo sul retrovisore, appena in tempo per vedere la Micra di Laura sterzare e muoversi. Vivacqua stava concludendo le ultime raccomandazioni al telefono. “Non intervenite per il momento, aspettate che succeda qualcosa. Non può stare chiusa in auto nel posteggio di un supermercato per il gusto di prendere il caldo. Se c’è anche una sola probabilità su un milione che arrivi il Martini vale la pena pazientare. Poi non serve a nulla adesso. La arrestiamo per cosa? Divieto di sosta? State buoni, aspettate i rinforzi e se la situazione precipita mi avvertite” Vivacqua sbuffò. Simona stava tranquilla sul sedile posteriore, Angelo sembrava assente, era un buon momento per approfondire certi argomenti. “Signor Ferro, lei ha detto di essere l’assistente della professoressa Guelfa Lombardi, dunque è un esperto di?” “Storia antica e pensiero teologico …” rispose Gik senza trasporto. Vivacqua fece sì con la testa. “Un pensatore. Uno studioso” considerò pacato. “… Ha mai scritto libri su questi argomenti?” “Per adesso, no. Collaboro con Guelfa Lombardi, faccio le ricerche, gli approfondimenti per le sue opere. Speravo di mettere insieme abbastanza materiale per una pubblicazione con un paio di casi che hanno pertinenza con … oh, lasciamo stare …” “No, prosegua, m’interessa …” “Facciamo prima se mi dice che cosa vuole sapere …” Simona rise. Vivacqua la osservò dallo specchietto, sul volto un’espressione smarrita. “Non rido di lei Commissario, è che non è facile parlare con Gik, me ne sono accorta anche io. Mi permette un suggerimento amichevole?” “Provi!” “Lasci stare i giri di parole. Chieda quello che le interessa, con sincerità …” “Ho capito” scosse la testa e ricominciò. “Credo che alcune vicende criminali delle quali mi sto occupando non si possano risolvere con il sapere convenzionale … forse bisogna uscire dagli schemi. Forse occorrono riferimenti più vicini al pensiero esoterico …” disse Vivacqua alternando l’attenzione dalla guida al volto inespressivo di Angelo. “Mi trovo con questi indizi, in ordine sparso. In un agguato inspiegabile viene aggredita una coppia, al ragazzo è stata amputata la testa. La ragazza, di nome Barbara Pandolfi, scompare; questa porta un tatuaggio sinistro di provenienza misteriosa, pare riconducibile ad una famigerata setta segreta. La qui presente signorina Bellei …” fece un gesto per indicare Simona. “… dice che avete provato a cercarla ma non avete avuto successo … Una zingara del vicino accampamento nomade assiste alle indagini, da fuori di matto e disegna un volto misterioso indicandolo come il colpevole. Secondo la professoressa Lombardi si tratta di un antico demone chiamato Baphomet”. Vivacqua fece una pausa per controllare di non aver perso per strada gli ascoltatori. “Un prete è morto, in apparenza si tratta di suicidio; dalla Chiesa risultano scomparse le ostie benedette e forse dei paramenti liturgici. In un incendio troviamo tracce di un rito con sacrificio umano e segni satanici che, con un po’ di sforzo conducono ad una setta. Questa setta potrebbe essere quella degli Angeli Neri …” Vivacqua prese fiato. “Di costoro non si sa nulla … salvo il simbolo con il quale si identificano, ovvero tre caproni rampanti, che tra parentesi sono raffigurati nel tatuaggio della ragazza scomparsa: Barbara Pandolfi. Quindi, tanti fatti apparentemente lontani hanno un legame, magari un po’ surreale, che porta al mondo fumoso delle religioni oscure”. Guardò prima Angelo poi Simona. “… che cosa sta succedendo? Com’è possibile … nel terzo millennio una setta che sembra emergere dal nulla, della quale si parla quasi con timore reverenziale … come può essere così spregiudicata e feroce, che cosa vogliono?” Angelo restò perplesso. Non aveva ascoltato con attenzione. La storia del fratello continuava a ronzare nel processo mentale, specie per il modo con il quale si era materializzata: stesse impronte del Roncati. Poteva significare solo una verità inattaccabile: erano fratelli gemelli! Monozigoti. E, per quanto inspiegabile, doveva riconoscere che nel suo intimo, nelle sue percezioni, la notizia non era del tutto straordinaria. L’emisfero buio della sua coscienza aveva percepito… da qualche parte nel passato c’erano fili sospesi, nascosti, ansiosi di essere collegati. Aveva un fratello gemello! Questo spiegava tante cose. I collegamenti telepatici, le visioni, quel senso di incompletezza e allo stesso tempo di dualismo, i ricordi dissociati che, a questo punto, poteva considerare non propri, ma appartenenti ad un altro soggetto del tutto uguale a lui. Segnali ricevuti dal gemello: Rodolfo Roncati. Segnali che avrebbe potuto tradurre da solo … se avesse voluto. Ma c’era quel maledetto muro doloroso, invalicabile, a guardia di un segreto che doveva durare per sempre. Certo che, come la presenza di un gemello spiegava molte cose, dall’altro lato apriva incognite altrettanto oscure: avevano gli stesi genitori, tanto per cominciare! Quindi … chi erano in realtà i suoi genitori? Quelli che nell’infanzia apparivano a tratti per scomparire e lasciare il posto a Guelfa … o, oppure … chi altri? Quella dottoressa apparsa nel sogno, Kate Kossowichtz … per esempio, chi era? Da dove era saltata fuori … Anche questo aspetto non era così folle da accettare, in fondo, nel cuore, lo spazio doloroso dell’assenza di un passato e di figure affettive autentiche aveva aperto mille domande. Solo che … a questo punto, sembrava tutta una grande commedia, un reality cretino del quale si scopriva protagonista. Incredibile, tutto franava intorno a lui. Le poche certezze erano false, e in due giorni, tutto quello che era resistito una vita … si accartocciava su se stesso. “Signor Ferro? Sollecitò Vivacqua. “È chiara la mia osservazione?” Angelo guardò Simona, si erano reciprocamente promessi di non dare spiegazioni sulla morte di Barbara, ma era ancora valido l’impegno o potevano liberarsi di quel fardello? Simona lo guardò quasi impaurita. Non voleva. “Se vuole una risposta … non ce l’ho. Però ho una domanda: perché le sembra così strana l’ipotesi di una setta potente? Se guarda al recente passato, un'altra setta sconosciuta era giunta ad un passo dal controllo dello Stato. Lo ha dimenticato?” “Parla della P2?” considerò Vivacqua. “Sì. Quella degli Angeli Neri, ammesso che siano davvero loro i protagonisti delle sue indagini, e non imitatori fantasiosi, ha origini simili: antiche, ambiziose, potenti, radicate in un mondo nel quale i segreti veri o presunti sono più numerosi del poco conosciuto. Dunque perché le sembra così strano?” “Non lo so. Tanto per cominciare trovo poco credibile la sopravvivenza di un gruppo di squilibrati vecchi di duemila anni … e poi non ne capisco le ragioni …” “Certe culture durano lo spazio d’un mattino, altre non muoiono mai del tutto. I Templari, l’ordine dal quale gli Angeli Neri traggono le maggiori ispirazioni, non sono mai veramente morti. Durante il processo del 1309 uno dei cavalieri confessò, sotto tortura, che l’ordine custodiva un segreto che nessuno di loro era disposto a rivelare e per difenderlo erano pronti a qualsiasi sacrificio, anche ad uccidere il re di Francia, se questi ne fosse venuto a conoscenza. Molti studiosi della storia dei Templari sono concordi nell’affermare che, nonostante l’ordine fosse stato sciolto con la forza e individuati i Gran Maestri, altri erano i capi effettivi, membri di una società segretissima, detentori del vero potere e delle ramificazioni utili a sopravvivere e a tramandarsi. Su questa società segretissima gli studiosi non hanno le stesse opinioni, alcuni affermano che il vertice fosse il Priorato di Sion, tuttora operante, e se vuole questo potrebbe rappresentare il filo visibile che collega passato e presente. Altri studiosi, molto accreditati, sostengono che il vertice fosse la setta del Tempio Nero. Anche in questo caso la continuità mostra un filo visibile: il nome completo degli Angeli Neri, secondo alcuni studiosi non è altro che: Angeli del Tempio Nero”. Vivacqua ascoltava con attenzione, guidava, pensava, ma non riusciva a cogliere il significato essenziale di quelle parole, il risvolto pratico. “E qual’ è il segreto, il Graal?” disse per citare un luogo comune. “Forse, o l’alchimia, o testi di Gesù Cristo rimasti occulti. O ancora rivelazioni del Cristo che indicherebbero la strada per la vera salvezza. Non si sa … il segreto è rimasto tale. Oppure non c’è nulla di vero e il mito del segreto si è alimentato nel passaparola dei secoli. Scelga lei Commissario”. “E che cosa vuole una setta segreta?” “Quello che vogliono tutti: il potere!” Angelo fece una pausa. “La leggenda parla di un nuovo ordine sociale” “Cioè?” “Una teocrazia, una dittatura di religiosi ultra ortodossi. Oggi, a duemila anni di distanza sarebbe molto diversa da quella concepita alle origini, ma per farsi un’idea può immaginare l’Islam più radicale … o un regime con a capo dei fanatici, ancora una volta scelga lei”. “… e c’è gente disposta ad ammazzare per questo? Incredibile!” Vivacqua tossicchiò. “Dove guarderebbe se dovesse fare una ricerca?” Il telefono squillò. “Dimmi Carbone” “Commissario sarebbe meglio che lei o il dottor Santandrea faceste un giro da questa parti” “Perché?” “Sono dell’idea che la Gatti sta preparando qualcosa di grosso” “Cioè?” “La storia non è chiara. Secondo me sta preparando un incontro, magari con il Martini” “Sarebbe un regalo migliore di una vacanza a Taormina. Non ti posso aiutare e mi fido del tuo sesto senso. Sbrigatela con Migliorino, io non mi posso distrarre. Tienimi aggiornato, piuttosto … sono arrivati i rinforzi?” “Sono per strada” “Mi aggiorni tra mezz’ora” Il cartello segnaletico di Fossano sfrecciò accompagnato da nuvole buie e goccioloni sul vetro della Croma. Vivacqua si voltò verso Angelo Ferro, era in attesa di una risposta. “Stavamo dicendo?” Il cellulare squillò ancora, era Santandrea. “Che c’è Sergio …” “Sto rientrando. Il Lago non ha portato le notizie che speravo” “Giro a vuoto?” “Qualcosa c’è. Te ne parlo di persona. L’idea è che qui deve essere successo qualcosa di molto particolare. L’orfanotrofio forse non era così innocente come si vorrebbe, ma non voglio dire di più. Solo una cosa … non dovrebbe essere così difficile trovare il bandolo della matassa e, l’istinto dice che ne vale la pena …” “Mi racconti tutto più tardi, c’è bisogno d’aiuto, sbrigati! Ah … la Volvo?” “È alle spalle, qualche cento metri più indietro!” “Stai sveglio!” Vivacqua chiuse la comunicazione con un’espressione perplessa, si voltò ancora una volta e riprese. “Domandavo dove poserebbe gli occhi se volesse fare una ricerca su questi Angeli Neri?” “Non saprei …” rispose Angelo. “Forse comincerei nella zona dove erano stati segnalati negli anni sessanta …” “Ovvero?” “A Stresa, sul Lago Maggiore” Annarita guardò incredula la Micra uscire dal posteggio, manovrare e avvicinarsi. Che cosa diavolo stava succedendo, si domandò. Laura si affiancò, fece segno all’amica di abbassare il finestrino e, senza una parola, scaraventò un fagottino nella Mercedes, accelerò e sparì. Annarita non trovò la prontezza di una reazione adeguata, era troppo sorpresa per immaginare un abbandono su due piedi. Sollevò il finestrino e per un momento restò in compagnia di un sacchetto e del vuoto totale. Sentì lo stomaco spingere verso l’alto e un magone afferrare la gola. D’istinto prese il cellulare, lo aprì e si fermò un attimo prima di premere il comando per chiamare Laura, voleva dirle che era una troia senza palle, una biscia di campagna, una … una lumaca bavosa, che aveva la spina dorsale di un insetto. Invece non fece nulla, chinò il capo e accese il motore. Partita persa. Forse era destino, disse a se stessa. Gli occhi, allagati di lacrime silenziose, la costrinsero ad aspettare. Tirò su con il naso, ringhiò di rabbia e, lemme lemme, si avviò per uscire dal posteggio. “Maledizione: ancora dieci minuti ed il gioco era fatto. E maledetta fretta!” Se non fosse stata così ansiosa di terminare l’operazione, non sarebbe stata costretta a reclutare una cacasotto come Laura, ma non aveva nessun’altra sottomano. Si era spaventata per niente. Era così semplice che ce l’avrebbe fatta da sola … lei doveva solo … “Vaffanculo …” disse svoltando sul percorso che conduceva all’uscita del parcheggio, “… ce la faccio da sola, come avevo pensato all’inizio …” Annarita diede gas e la Mercedes saltò in avanti sgommando. Superò un indeciso, infilò l’altra corsia in contromano e sterzò per tornare al punto di partenza … Adesso il temporale giocava da padrone, la pioggia tambureggiava sulle auto e sul fuggi fuggi di persone in cerca di riparo. La grossa Dodge affrontava il traffico sotto il diluvio come un motoscafo. Mario Federici superò un paio di macchine con uno zigzag nervoso per lasciarsi alle spalle la Mini Minor bianca, aspettò di essere superato da Rodolfo e ripeté il sorpasso con gli occhi al retrovisore. Il walky talky gracchiò nel grosso fuoristrada. “Mi seguono?” ringhiò Rodolfo. “Direi di no. Nessuno è uscito dalla coda. Mi pare proprio di no”. “Hmm, vorrei che fossi meno approssimativo, non sto facendo una gita in campagna!” “Chi dovrebbe seguirti?” “Non sono affari tuoi. Piuttosto, è meglio che tu sappia l’indispensabile …” aggiunse Rodolfo ad alta voce per coprire il rumore della pioggia e del tergicristallo, “… mi devi guardare le spalle. Devi stare attento, hai capito?” la radio soffiò. “Che cosa devo fare?” “Resta davanti e quando te lo dico parti. Devi continuare dritto in direzione di Stupinigi … qualche chilometro prima dovresti trovare i segnali di un supermercato sulla sinistra …” “Lo conosco. È un ingrosso per commercianti, me ne servo anche io” “Bene. Lascia la macchina nel parcheggio, entra e scegliti una posizione adatta a tener d’occhio l’esterno. Com’è fatto all’interno?” “C’è l’ingresso con la zona dei carrelli, più avanti c’è un piccolo bar e subito dopo l’area commerciale. È molto grande … l’uscita confina con l’ingresso, ma per arrivarci una volta entrato devi fare tutto il giro …” “Hmm, …” brontolò Rodolfo. “... devo lasciare un pacco ad una persona che voglio assolutamente beccare. Non mi deve sfuggire e tu mi aiuterai. Chiaro? Deve essere fermata con qualsiasi mezzo! Voglio prenderla viva … se possibile” “Come funziona la cosa? Dove devi lasciare il pacco” “Lo saprò tra poco” “Che tipo è il destinatario?” “È una donna! Lo sento, giovane … sarà lei a fare il corriere … Porta con te la radio, adesso vai e tieni gli occhi aperti, cerca di individuare una donna con l’aria guardinga” “Commissario Santandrea?” Domandò con delicatezza la voce di donna. “Sono Chiara, la cugina di Maria … ci siamo parlati al telefono prima, si ricorda?” La rabbia era dissolta, sostituita da una disponibilità nuova fiammante. Santandrea rallentò, le orecchie tese come un cane lupo. “Certo che mi ricordo” “Volevo scusarmi, mi sono comportata male con lei. Poi volevo dire che ho pensato alle sue domande e …” “Sì …” incoraggiò Santandrea. “Mi domandavo se è ancora qui, dalle mie parti, Maria dice che è andato via …” “Perché me lo chiede?” “Ho … qualcosa per lei. Ho ricordato dei nomi e, tra le cose del passato, ho recuperato qualche informazione che potrebbe esserle utile …” Santandrea mise la freccia e accostò nella piazzola di sosta dell’autostrada. “Che genere di documentazione?” domandò. “Delle buste paga e alcuni fogli presi all’Istituto …” “Fogli dell’Istituto? Vuol dire dell’Orfanotrofio?” “Sì, non so cosa c’è scritto, sono in inglese, credo …” “Come li ha avuti?” “Oh, è una storia lunga. Vuole che glieli spedisca?” Santandrea buttò l’occhio all’orologio: le undici e quaranta. Non c’era il tempo per tornare indietro. “Sarebbe una grande gentilezza” rispose, “Quanti fogli sono?” “Una decina …” “Mi dica qualcosa dei nomi …” “La persona che ho conosciuto meglio era il responsabile del personale, si chiamava William Grant, un uomo tarchiato, di colore, di mezza età, era lui che assumeva, assegnava gli incarichi e pagava gli stipendi. Subito dopo la dottoressa del laboratorio medico, era bionda, avrà avuto meno di quarant’anni, si chiamava Kate Kossowiz, o qualcosa del genere, non so come si scrive, comunque tutti la chiamavano Kate. Quello della sicurezza, il più anziano, lo chiamavano …” Santandrea prendeva appunti, consapevole che indicazioni così vaghe non erano di alcuna utilità, però, per una forma di precisione quasi genetica, trascriveva ogni particolare. “C’era anche un italiano tra i capi, vestito bene, alto, imponente, parlava sempre in inglese, ma le poche volte che si rivolgeva a qualcuna di noi si sentiva che era dei nostri. Lo chiamavano con un nomignolo buffo, o qualcosa del genere …” “Portava il camice? Era un medico?” “Non so se fosse un dottore, talvolta portava il camice bianco quando stava nell’ambulatorio di Kate, ma di solito nei corridoi stava con la giacca e la cravatta …” “Come fa a dire che era il capo?” “Mah, si rivolgevano tutti a lui, aveva l’ufficio più bello e gli altri prima di entrare bussavano e chiedevano permesso, cose così … per esempio quando veniva Mister Smith, si chiudeva per giorni in ufficio con lui … poi si vedeva … dal portamento …” “Era vecchio?” “Avrei detto più di quaranta … meno di cinquanta … un bell’uomo” “Torniamo a quei fogli, sua cugina mi ha spiegato che non era consentito prendere nulla, neppure dai cestini. Come li ha avuti?” “Per gioco, anzi per scommessa. L’ambiente all’Istituto non era un paradiso. Specie i primi tempi. Eravamo controllate, guardate, in certi uffici c’erano perfino le telecamere, non potevamo parlare con nessuno. Poi un po’ per volta, almeno tra colleghe, si è creato un clima di complicità, e si scherzava su quelle incomprensibili manie. All’inizio si è fatta amicizia con il personale della cucina, erano italiani come noi, ma loro vivevano sull’isola, avevano le loro camere e tutto il resto. Loro, per scherzo e per dimostrare che erano capaci di mettere nel sacco gli addetti alla sicurezza, ci regalavano del cibo: piccole cose, della frutta, qualche vasetto di marmellata, l’olio. Stupidaggini, insomma. Poi, il più giovane del gruppo, un ragazzo napoletano molto attraente, iniziò una relazione con la responsabile dell’infermeria, una donna canadese che aveva perso la testa per lui e gli faceva regali. Soprattutto farmaci, introvabili in Italia, quasi tutti per malattie del cuore e per la tiroide, e altre cose che non ricordo. Lui regalava quei flaconi di grande valore, e una collega sapeva a chi venderli, ma c’era il problema di portarli via. Così, quasi per scherzo, abbiamo iniziato a fare delle prove. Abbiamo cominciato a portar fuori della frutta, matite, penne … tutto quello che trovavamo a portata di mano. Finché la sfida è arrivata al più pericoloso degli oggetti: la carta. Loro custodivano in un magazzino tutta la carta usata negli uffici e, una volta alla settimana, la distruggevano passandola in una macchina. A turno ognuna di noi ha provato a prenderla, e Luisa ci è riuscita. Prima di uscire, un momento prima del controllo l’ha passata a me che ero stata controllata ma ero rimasta nello spogliatoio, ed io sono riuscita a nascondere un intero plico di fogli nel vestito. È stato un gioco, avevamo paura come se stessimo rubando in chiesa, ma era divertente e poi, non facevamo niente di male … era una trasgressione infantile. Però imparammo il sistema e qualche flacone di medicine riuscimmo a portarlo fuori” “Quindi a lei sono rimasti quei fogli …” “Sì. Un sabato di primavera, per festeggiare la riuscita del colpo, tutte noi colleghe facemmo un picnic e usammo i fogli come una tovaglia, per ridere … Quello che si è salvato ce l’ho qui … glielo spedisco ... Spero che serva a qualcosa, per la memoria del mio piccolo Matteo e per quei ragazzi sfortunati dell’orfanotrofio …” Santandrea esitò. Considerò che se fosse tornato indietro avrebbe perso un’ora, ma … “Ci ho ripensato. Torno indietro … vengo a prenderli adesso …” Annarita controllò l’orologio; secondo i suoi calcoli ormai si trattava di minuti. Sollèvò lo sguardo al retrovisore per vedere cascate d’acqua scorrere sul finestrino. Ripassò mentalmente i pochi punti del piano e respirò. “Ancora poco e volerò via, con un milione di euro in più e una grande vendetta compiuta. Vieni con me Ugo …” sussurrò malinconica. Poi chiuse gli occhi, un ultimo rigurgito di perplessità affiorò dal profondo. Lo scacciò con determinazione. Sarebbe andato tutto liscio, nessun ripensamento. Aprì lo sportello, si coprì la testa come poteva con il sacchetto di Laura e corse verso il supermercato. Sulla Fiat Tipo color amaranto l’Agente Carbone sbirciava da una fessura di due dita del finestrino. La luce era quella di un pomeriggio d’inverno, era quasi impossibile distinguere un’auto da un flipper. Gargiulo, seduto accanto, fumava ininterrottamente; dalla sua visuale copriva il lato dell’uscita parcheggio fino in fondo verso lo svincolo dal quale si accedeva alla rotonda. Anche da quel lato il fiume d’acqua deformava tutto in un gioco di riflessi, specchi e fari oblunghi sull’asfalto lucido. Non diedero importanza alla grossa Dodge che, a passo d’uomo, svoltava in direzione dell’ingresso. Annarita non esitò oltre. Avanzò fino all’ingresso ed entrò trafelata e gocciolante. Conosceva bene il luogo: era lì che con Ugo faceva la spesa per il Bar, tutte le settimane. Attraversò l’atrio, superò i carrelli, buttò uno sguardo fugace al bancone del bar per notare con disappunto la presenza di troppa gente. Avanzò fino alla porta dei servizi, superò l’antibagno ed entrò nella toilette femminile. Senza compiere un gesto più del dovuto, con la rapidità di un felino. Carbone sussultò, quando nello spazio tra uno scroscio e l’altro, inquadrò la Mercedes Classe A. Vuota! Mario Federici completò il percorso e fermò in doppia fila, chiuse i contatti, prese la chiave, impugnò il walky talky chiamò Rodolfo e disse: “Ci sono. Entro!” Non ricevette risposta, si tuffò nel temporale e prese la direzione dell’ingresso. Non aveva idea di cosa fare; forse avrebbe aspettato nei dintorni dell’ingresso, o dell’uscita, un punto qualsiasi dal quale poteva tener d’occhio l’esterno. Carbone fece slittare le gomme imprecando. Gargiulo stava alla radio di servizio e sbraitava … “L’abbiamo persa, l’abbiamo persa! Migliorino, Piras, dove siete?” “Che cazzo state combinando deficienti?” “L’abbiamo persa!” “Come avete fatto a perderla?” “Non lo so. Qui non si vede nulla. Voi piuttosto, dove siete?” “Dove l’avete persa?” “La macchina è posteggiata … ma lei non c’è, deve essere uscita …” “Si è affiancato qualcuno?” “Sì, ma prima …” “Siete due coglioni” urlò Migliorino. “Due emeriti … sto arrivando, vi tolgo la pelle a tutt’e due. Entrate nel supermercato …” “Ma …” “Ma, un cazzo! Gargiulo all’uscita con vista sull’auto. Carbone tu entra e fai un giro di controllo all’interno, poi torni al punto di partenza. Di corsa!” Annarita uscì dal bagno con un paio di minuti di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Aveva imprecato a denti stretti contro quella troia buona a nulla di Laura. Se ci fosse stata lei sarebbe stato uno scherzo. Invece le era toccato fare le acrobazie. Si voltò verso il gabinetto, lo aveva imbrattato e sporcato come un vandalo di periferia. Tutta la carta igienica srotolata, sparsa dappertutto e infilata nel cesso, l’acqua debordante, una scritta oscena sulla parete … Chi avrebbe usato un servizio conciato in quel modo? Non sarebbe stato necessario … se quella troia … Gargiulo si affacciò di volata nel bagno degli uomini, fece due passi indietro e ripeté il controllo in quello delle donne, si trattenne un secondo e tornò indietro. Accelerò e prese la direzione del centro commerciale, bagnato, stravolto, pallido. Annarita uscì dai servizi, prese un’espressione adeguata e tornò verso il bar. Si arrestò quasi all’improvviso e finse di voltarsi per fare una cosa qualsiasi quando vide un tale, grosso, alto, con gli occhi saettanti in tutte le direzioni camminare verso di lei. Lo aveva già visto quel tipo, al Bar di Via Garibaldi, parlare con Ugo … Un essere viscido, lei non lo avrebbe toccato neanche con un bastone. Ugo le aveva detto che era uno straricco, farmacista, interessato a comprare il suo bar. Annarita impugnò il telefono e finse di parlare, girata di spalle rispetto a quel tipo che non voleva incrociare. Lo lasciò sfilare e riprese il cammino verso il bancone, si accomodò sullo sgabello, sistemò la gonna sulle gambe tornite e, come niente fosse, si voltò in direzione del parcheggio. Le tremavano le gambe. Dovette appoggiare i piedi per terra perché non si vedesse che moriva di paura. E il cuore le si fermò, quando vide la Mini bianca a passo d’uomo nel parcheggio: era tempo di chiudere la questione. Le mani sudate e la bocca asciutta, un secondo di panico, che cosa doveva fare? Con gli occhi spersi prese il cellulare e lo guardò senza vederlo. Che cosa doveva fare? Annarita scosse la testa per scrollare quello stato di sbigottimento. La Mini bianca stava sfilando via sotto il naso quando, come un automa, aprì il telefono mobile e pigiò un numero. “Questa è la tua ultima possibilità per restare ricco e libero, non sprecarla …” disse con una determinazione che lei stessa non riconobbe. “Sono qui apposta …” replicò Rodolfo quasi scanzonato. “… Prendi la busta con il denaro, entra nel supermercato, supera i carrelli, alla tua destra prima del bar c’è la parete con le cassette per custodire le borse …” Annarita prese fiato, quasi le battevano i denti, una paura improvvisa e glaciale la tagliava in due dalla spina dorsale. Si voltò sullo sgabello disturbata da una sensazione di fastidio, incrociò gli occhi anonimi e sconosciuti dell’agente Carbone quindi tornò nella posizione precedente. “… Apri la cassetta numero ventidue … lascia la busta, chiudi a chiave e vai al banco bar …” stava procedendo bene, si sentì rassicurata, “… lascia la chiave alla ragazza con la gonna bianca e la camicia scura. Ti volti, esci e te ne vai sulla Mini bianca. Noi controlliamo le posizioni. Al primo errore l’accordo salta”. Annarita chiuse il cellulare con uno scatto, serrò gli occhi e respirò, un nuovo un tremito la attraversò da capo a piedi. Rodolfo prese il walky talky e chiamò Mario che nel frattempo era entrato nell’area commerciale. “Vai al banco del bar. Tieni d’occhio la donna con la camicia scura e la gonna. Mettiti in un posto dal quale puoi vedere le cassette all’ingresso …” “Quali cassette?” “Le cassette per depositare le borse, svegliati stupido! Devono essere all’ingresso, vicino al bar. Tieni d’occhio la numero ventidue e chiunque prenderà il contenuto. Sbrigati”. Rodolfo chiuse i contatti. Non sentì la voce di Mario chiedere “… e poi che cosa faccio?” Carbone aveva trovato Annarita Gatti e la circolazione sanguigna aveva ripreso a fluire quasi regolare. L’idea che la preda avesse preso il volo proprio davanti agli occhi era un pugno nello stomaco. Chi l’avrebbe sentito Vivacqua … Con gli occhi cercò Gargiulo: non potevano restare entrambi bloccati nel supermercato, almeno fino a quando non fosse arrivato Migliorino, uno dei due doveva tornare alla macchina. Arretrò di qualche passo, si voltò in direzione del centro commerciale e ispezionò al volo tra le teste … Le porte scorrevoli dell’ingresso si misero in movimento e Rodolfo entrò, scapigliato, con una busta di nylon gonfia impigliata tra le dita. Annarita lo vide con la coda dell’occhio e lo riconobbe subito; pizzetto, capelli scuri pettinati all’indietro sulla faccia rotonda … un po’ ingrassato rispetto alle fotografie, ma vederlo adesso, di persona, così vicino … le metteva i brividi. Rodolfo si guardò intorno, lo scanner era in funzione. Un rilascio di onde quantiche si allargò nell’atrio come cerchi nell’acqua. Con la mente incontrò Mario a ore undici, trenta metri di distanza, facile da riconoscere con la sua aura debole e violetta. Poi una serie di segnali fiacchi, quasi inconsistenti. Rodolfo prese energia dal plesso solare, respirò piano e la individuò, a ore due, vibrante come ali di farfalla. Era spaventata, carica d’energia, pronta a scattare al primo segnale. Un sorriso salì spontaneo nel ricordare la frase della telefonata: “… sono il tuo peggiore incubo!” Rodolfo prese la concentrazione adeguata e lanciò un segnale, dritto alla corteccia cerebrale, non attese di vedere la reazione, con calma si orientò nell’ambiente e s’indirizzò verso la bacheca delle cassette. Annarita quasi si accasciò quando l’immagine di un caprone con sembianze umane le attraversò il cervello. Un essere abominevole, enorme, con il fallo penzoloni e dondolante correva eretto sulle zampe posteriori verso di lei, minaccioso e sardonico. Impugnava una falce che faceva roteare come uno sbandieratore. Fu un attimo, un lampo di potenza sconcertante. Annarita in quel momento raggiunse la consapevolezza della gravità delle sue scelte. Mario vide Rodolfo e tornò nei dintorni del bancone, aveva già individuato la donna seduta sullo sgabello, con la gonna bianca. Si domandava dove l’avesse vista e come poteva aver dimenticato un pezzo di femmina come quella. Cercò una posizione idonea per tener d’occhio l’atrio e si posizionò a pochi metri da un tale, anonimo, dall’apparenza sfaccendata. Prese il telefono e fece finta di essere impegnato in una chiamata quando un SMS pigolò tra le mani. Carbone era agitato come certi bambini iperattivi. Un tale grosso come un albero gli si era affiancato e copriva la visuale, Gargiulo non si vedeva e la Gatti continuava a comportarsi in modo sospetto, stava aspettando qualcuno, era evidente. Dovette fare un passo di lato quando vide un tale, grassottello, vestito di scuro con un’aria ambigua camminare in direzione della Gatti. Carbone impugnò il cellulare e fece un numero. “Migliorino?” disse coprendo la bocca. “Sono qui, l’avete persa?” “No. Ce l’ho davanti agli occhi. Dove siete?” “Questione di un attimo, stiamo per entrare nel parcheggio …” “Muovetevi …” Fuori il temporale stava imponendo le sue regole. Mancava poco a mezzogiorno e sembravano le cinque del pomeriggio a novembre. La temperatura era scesa di dieci gradi in pochi minuti. Dappertutto rivoli d’acqua mista a fango galoppavano schiumando per discese e pendii. All’aeroporto di Torino Caselle avevano sospeso l’attività in attesa di una tregua. Annarita controllò l’orologio. Le undici e quaranta. Era in ritardo, doveva già essere per strada verso l’aeroporto. Aveva ancora il tempo per il check-in e per prendere fiato, ma doveva sbrigarsi, il volo per Ginevra delle tredici non avrebbe certo aspettato i suoi comodi ... adesso doveva filare tutto liscio. L’immagine del caprone tornò per un attimo nei pensieri e un tremito la scosse. Si voltò in modo impercettibile per tener d’occhio Rodolfo e con fastidio lo vide. Sembrava indifferente, sicuro, spavaldo, aveva lo stesso atteggiamento di uno che guarda le vetrine dei negozi in centro. Quando per un secondo incrociò quegli occhi e un magnetismo acido bucò lo stomaco, la sicurezza precipitò. “Mio Dio …” pensò, “… fa che non vinca quel demonio”. Rodolfo si avvicinò con una lentezza quasi esasperante, Annarita indossò degli stupidi occhiali da sole e guardò dritto davanti a sé, poteva vederlo con la coda dell’occhio, ma non voleva guardarlo in faccia. Non voleva che capisse quanto era terrorizzata, cercava di controllarsi ma aveva il fiatone. Rodolfo sorrise, consapevole di essere visto, allungò la mano, lasciò la chiave a pochi centimetri dalla mano destra di Annarita, esitò per un momento … sembrò lunghissimo, accennò un dietro front e … veloce ma delicato afferrò il polso della donna, per un secondo … e lo strinse, senza forza, non era necessaria per comunicare un concetto semplicissimo: “Ti ho presa!”. Annarita s’irrigidì, bloccò un gridolino, la schiena si raddrizzò di scatto, si voltò d’istinto e lo guardò in viso. Lui sorrideva, con quegli occhi lampeggianti e nella sua espressione un messaggio di morte. Avrebbe urlato, se la presa fosse durata un battito di ciglia in più. Aveva commesso un errore gravissimo, lo capì all’istante: non avrebbe mai dovuto lasciarlo avvicinare in quel modo … maledetta Laura, era sua la responsabilità … era stata costretta a cambiare programma ed aveva commesso un errore irrimediabile. Annarita si era creduta forte del fatto di conoscerlo … e non viceversa; questo piccolo vantaggio le aveva permesso una certa libertà e soprattutto di sostenere il bluff: aveva fatto credere di essere un gruppo, di non essere influenzata dalla vicenda di Ugo, di essere inattaccabile e finché l’avesse tenuto lontano probabilmente il gioco sarebbe stato in piedi. Era stata un’ingenuità. Gli aveva dato la possibilità di comunicare la sua forza e contemporaneamente di trasmettere la propria debolezza. Inoltre, era come se Rodolfo con quel contatto l’avesse marchiata con un colore fluorescente: l’avrebbe individuata ovunque, anche al buio. Annarita cercò di controllare il capogiro e restò a guardare la schiena di Rodolfo allontanarsi. Cominciò a ragionare per obiettivi minimi. A questo punto salvarsi dalle grinfie di quell’uomo era il solo vero obiettivo: da cacciatore a preda i traguardi possono trasformarsi in modo paradossale! Doveva prendere il denaro, era merce di scambio tanto quanto le fotografie, e poi non era mai detta l’ultima parola. Annarita prese le chiavi, non attese di vederlo allontanare sulla Mini. Non c’era più il tempo per seguire il programma alla lettera, adesso gli sforzi erano diretti a salvare il salvabile. Mario era occupato a leggere il messaggio sul cellulare; era lo stesso di un’ora prima, con la stessa firma: “Giobbe”. Quando alzò lo sguardo Annarita non era più al bancone, si spostò di lato e quasi urtò il tipo anonimo, anche lui occupato con il cellulare. Annarita aprì la cassetta ventidue, prese il contenuto e si diresse verso la toilette a passo di carica. Il walky talky di Mario crepitò e dovette spostarsi in una zona meno trafficata prima di rispondere. Quando si sentì tranquillo lo premette e la voce di Rodolfo, lo raggiunse come un brontolio feroce. “Dov’è?” “Credo stia andando ai servizi. Forse se l’è fatta addosso …” “Esci subito, sali sull’auto e aspettami con il motore acceso cinquanta metri più avanti, verso l’uscita del parcheggio …” Carbone si era ricongiunto con Gargiulo, entrambi videro Annarita sfilare rapida ed entrare nella toilette. Carbone mandò Gargiulo all’auto e restò lì, fermo, in attesa che la donna uscisse. Martini non si era visto, e ormai dubitava che lo scopo di quegli strani valzer avesse l’obiettivo di incontrare il convivente. A questo punto era meglio tirare una linea e fermare il conteggio. Era meglio arrestarla. Prese il cellulare e chiamò … Annarita trovò spalancata la porta del bagno che aveva messo sottosopra; era stata fortunata, nessuna delle inservienti era intervenuta. Entrò e iniziò. Prese il sacchetto dalla vaschetta dell’acqua di scarico, sfilò la gonna, infilò dei blue jeans pieni di tagli, mise un giubbotto di tipo maschile, alzò la zip fino al collo e … l’ultimo tocco. Arrotolò i capelli, li chiuse in una coda e indossò una parrucca, di taglio corto, sfilacciato, con la pettinatura punk moderna di color biondo e spruzzi d’azzurro, infine il berretto da baseball con visiera lunga. Carbone chiamò Vivacqua, non ce la faceva più ad aspettare. Era evidente che la Gatti avesse un piano e non c’erano le condizioni per immaginare cosa stesse preparando, anzi, c’erano tutte le concause per avere un effetto indesiderato. La fuga. “Dottore, non ci sono più i requisiti per aspettare …” “Che succede?” “Non posso dilungarmi. Martini non si è visto. C’è stato un contatto con un tale, tra l’altro un volto che mi dice qualcosa … ha preso un pacco da una cassetta di sicurezza e adesso direi che sta per andarsene …” “Migliorino dov’è?” “Dovrebbe essere qui intorno” “Arrestatela!” Annarita pescò le chiavi dell’auto, prese dalla busta di nylon lo zainetto, lo riempì con il riscatto di Rodolfo, ritirò la gonna, allargò le bretelle e appese lo zaino dietro la schiena. Era pronta. Meno di tre minuti. Risultato quasi spettacolare, sembrava un’adolescente come ce n’erano mille in città. Quando uscì si portò verso lo specchio e affiancò una signora, avanti con gli anni, e la imitò, armata di rossetto color turchese. Carbone entrò in quel momento, di corsa, affannato. Aprì la porta del primo bagno, poi la seconda, si guardò intorno finché l’anziana protestò. Annarita non restò a seguire la scena, aggiustò il berretto ed uscì. Aveva i minuti contati, inoltre, il tipo di corsa nel bagno aveva tutta l’aria del poliziotto. Ed era una maledetta complicazione. La stavano cercando? Si domandò. Annarita fece un passo verso il centro commerciale, doveva percorrere tutta la teoria di scaffali per centinaia di metri e alla fine uscire. Poi all’improvviso si arrestò. Tornò sui suoi passi e avanzò verso le porte scorrevoli dell’entrata. Sapeva bene che le fotocellule funzionavano solo nel senso opposto, ma bastava un pizzico di fortuna e sarebbe saltata fuori quando fosse entrato un cliente qualsiasi. Dietro, alle spalle, il poliziotto con un tale della sicurezza stava controllando tutti i presenti nella zona del bar. Quanto ci avrebbero messo a capire il trucco del travestimento? L’uomo della sicurezza la affiancò per un attimo, la guardò e lei fece una smorfia dal significato eloquente. Questi indietreggiò e rapidamente tornò verso i servizi. Annarita sentì il soffio delle porte scorrevoli e, con indifferenza, senza correre, uscì sotto il diluvio. Le gambe non la sorreggevano più. La Mercedes era proprio di fronte, parcheggiata sull’angolo dell’incrocio di due percorsi interni, si trattava di attraversare la strada e scappare all’aeroporto, veloce come uno schioppo. Mario stava sulla Dodge con gli occhi incollati al retrovisore, non perdeva di vista la Mini Minor bianca, il walky talky acceso non mandava segnali. La pioggia copriva quasi completamente la visuale, ma non abbastanza da nascondere il tettuccio delle due auto in arrivo, con i lampeggiatori accesi. “La Polizia …” commentò sottovoce. Impugnò la radio e disse: “Hai visto?” Nessuna risposta. “Hei … occhio a sinistra. Due auto … una dietro l’altra …” aggiunse Mario. Silenzio e scariche magnetiche. Rodolfo era fermo davanti alle porte d’uscita del supermercato, con il motore acceso, i fari spenti; aspettava. Era questione di poco. Continuava a ripetere la stessa frase, come un disco rotto. … ancora un attimo … … ancora un attimo … Ma la donna non si vedeva. Non sentì il messaggio di Mario. Era concentrato sulla gamma di vibrazioni attive nel suo spazio elettromagnetico quantico. L’aveva individuata, era a pochi metri, vicinissima … per quale motivo non riusciva a vederla. All’improvviso il segnale diventò fortissimo. Era all’aperto! Guardò davanti a sé e non la vide. Non era passata da quel lato. Rodolfo si domandò se il supermercato avesse altre uscite, in quel caso sarebbe stato fottuto. Preso in braccio come un bambinetto. Ringhiò, ma un attimo dopo il segnale fischiò ancora, acuto come una sirena. Era alle spalle. In una frazione di secondo tutto il sistema mentale agì contemporaneamente. Vide una figura indistinta nel retrovisore. Non sembrava la donna di prima. Il radar quantico diceva che quello era il target. Bersaglio acquisito. Calcolò il tempo del proprio spostamento. Il tempo di attraversamento. Calcolò la traiettoria. Inserì la retromarcia. Tutta manetta e via la frizione. L’auto pattinò sul bagnato schizzando all’indietro in una serpentina isterica. Annarita sentì il ruggito del motore e le gomme arrancare sull’asfalto. Guardò alla sua destra e intravide il piccolo mostro chiaro scaraventarsi contro di lei: una palla di fucile. Lei era impietrita, si rese conto immediatamente dell’ineluttabilità degli avvenimenti: non c’era scampo. Quasi le sembrò di vedere la scena al rallentatore, poteva fare il conto alla rovescia lì, in mezzo alla strada, con le gambe molli, sotto un inferno d’acqua, bloccata dalla consapevolezza che non c’era il tempo per sfuggire … meno tre … due … uno … Il rumore fu assordante. “Migliorì … vedete di concludere in fretta questa storia. Io vado con Angelo Ferro e Simona Bellei da un concessionario d’auto in Corso Moncalieri, per una verifica, Patanè mi segue con un’altra auto … poi …” “Commissario, qui sta a venir fuori un casino” “Cioè?” “La Gatti è di nuovo uscita dal controllo …” “Ragazzi, se scappa, mando su Internet la notizia. Vi faccio fare la figura di merda che meritate. Come sarebbe a dire, è uscita dal controllo?” “Ma che ne so, capo. Carbone dice che la donna è entrata nei servizi, non l’hanno vista uscire e non la trovano. Si è volatili… hei, ma che cazzo fa quello … Piras … Il frastuono delle lamiere si confuse con le imprecazioni e le urla di dolore. “Migliorino che succede? Piras? …” la radio gracchiò per lasciare dieci anni d’impeccabile servizio con il silenzio più eloquente. Un secondo urto non fece la differenza, non tanto per la minor violenza, quanto per il danno complessivo … Santandrea meditava. Guidava e meditava. Aveva riempito pagine del notes con osservazioni, sottolineature, nomi! Però, nonostante fosse ormai evidente la particolarità del caso … non gli riusciva di capire quali fossero i veri interessi dell’indagine. E poteva anche essere un mago delle ricerche … ma senza una visuale completa non sapeva da che parte orientare gli sforzi. Vivacqua diceva sempre che bisogna trovare il tessuto organizzativo per ricostruire un avvenimento … per entrare nella meccanica … A lui non dispiaceva il concetto, ma restava fedele alla teoria della motivazione: l’insieme dei motivi che ci spingono ad agire. In questa indagine troppi elementi restavano ignoti e, comunque si volesse guardare, non si trovava traccia del tessuto organizzativo, di uno scenario o di una motivazione. Buio pesto. Santandrea provò a tirare le fila di quanto aveva ricostruito e tentò una conclusione: Rodolfo Diotallevi alias Roncati era figlio di un esperimento. L’istituto era un finto orfanotrofio, una copertura dietro la quale si nascondeva un centro di ricerca non autorizzato, o una multinazionale del farmaco! Interessante, ma non era certo una teoria universale. Per esempio non spiegava l’interesse dei servizi segreti … tanto per dirne una. Anche la faccenda dei veri o presunti orfani era molto fumosa. E poi, la presenza di personale straniero, la struttura pseudo religiosa, quella sede così nascosta e allo stesso tempo visibile … no. L’idea di un centro di ricerca illecito era poco plausibile. Qualsiasi conclusione era prematura. Mancavano informazioni fondamentali. Santandrea prese il cellulare e compose un numero, il segnale di linea lo trovò pronto. “La caccia al tesoro procede secondo le sue regole, la gita sul Lago si è conclusa e credo di poter rientrare … ho terminato il compitino” concluse sarcastico. “È sempre così indisponente?” Rispose l’uomo. “Non mi sorprende che la sua vita sia poco gratificante!” Ci fu un attimo di silenzio. “Che cosa porta a casa?” Santandrea si preparò a riassumere e, con grande sorpresa, quasi senza accorgersene, saltò fuori una versione nascosta, inconscia. “Un finto orfanotrofio in mano a stranieri. Un laboratorio per la sperimentazione sull’autismo o malattie che riguardano la sfera sociale, relazionale e della comunicazione. Rodolfo Roncati è passato da quel lager, comandato da un non meglio identificato Smith, spalleggiato da una donna di nome Kate e da un italiano, il signor Dosso, o qualcosa del genere. Contento?” L’uomo ebbe un fremito di soddisfazione, trattenne un sorriso e replicò: “Niente male, davvero niente male!” “Smettiamola con questi giochini …” interruppe Santandrea sgarbato. “Comincio ad essere stufo di tutto questo …” “Mi costringe a ripetermi. Non sono io che l’ho trascinata nella partita. Porti a termine la ricerca e potrà tornare alle liti condominiali …” “Che cosa dovrei terminare? L’incendio c’è stato, ci sono le testimonianze. Probabilmente ci hanno lasciato la pelle un paio di persone, anche queste non identificate. In qualche modo il vertice della struttura è riuscito, magari con la copertura dell’ente religioso, ad insabbiare tutto … nell’Italia di quegli anni si è fatto di molto peggio” Commentò caustico. “Non capisco per quale ragione abbiano fatto le valigie; un incendio in definitiva si può sempre superare se ci sono in gioco interessi abbastanza alti, come sembra. Altrimenti non si spiega tutta la fatica di inventare una copertura complicata come un orfanotrofio, farlo vivere con le spese, il personale, i rischi e tutto il casino che si tira dietro ...” “A meno che non fosse strettamente funzionale ad un progetto …” intervenne l’uomo. “… Ci ha pensato?” No. Santandrea non ci aveva pensato. E come avrebbe potuto? “Non facciamo prima se saltiamo tutta questa parte del chi piscia più lontano e andiamo al dunque?” Sbottò il poliziotto. “Bella battuta. È dai tempi del cortile che non la sentivo. Vada avanti” “Anche se l’orfanotrofio fosse funzionale ad un progetto, le strade da esplorare non sono molte: una riguarda il mondo degli affari … ovvero un’immaginaria multinazionale farmaceutica con esperimenti inconfessabili … L’altra, porta verso l’Istituto religioso, e questo rivolo si annuncia balordo, come sempre quando c’è di mezzo un ente confessionale. Infine, i Servizi segreti italiani. O stranieri. O un miscuglio dei due. Ma su questo fronte dovreste essere più attrezzati voi a fare le ricerche …” concluse acido. “Resta il fatto che siamo ai saluti, signor zerozerosette. La collaborazione finisce qui!” “Non credo possa stabilire i tempi di entrata ed uscita dal gioco dottor Santandrea …” rispose l’uomo tutt’altro che intimorito. “Oh, sì, invece. Nessuno dei percorsi porta in zone di nostro interesse. La caccia al tesoro è finita …” sentenziò asciutto. “Vivacqua non autorizzerà mai un’indagine che ha tutta l’aria di un regolamento di conti in famiglia, interno ai Servizi. Inoltre, nella gara a chi alza di più la voce … la sua fazione, caro signore, è in svantaggio: la visita del capitano Sarti al Questore, affinché si sospendessero i lavori, ha avuto qualche risultato. Pertanto … in assenza d’informazioni pertinenti il Roncati, o di altro di pari valore … torno a salutare!” concluse ironico. Santandrea si sentì molto soddisfatto, e per la seconda volta un po’ stupito. In quale angolo del subconscio teneva nascoste quelle considerazioni? Dall’altro capo del telefono ci fu un’esitazione inaspettata. Santandrea la interpretò come conferma del proprio punto di vista. “Bene, riconosco una certa logica nelle sue osservazioni, ma devo insistere e poi … non sia miope. La strada adesso è in discesa, quello che state per portare alla luce ha un valore eccezionale e … troverà molto di più di quanto si aspetta” “Non comando io …” disse con involontario rammarico. In fondo, faceva fatica ad ammetterlo, avrebbe voluto portare a termine l’incarico, ma non sotto ricatto. “Non ho elementi per proseguire”. “Credevo avesse raccolto dei documenti! Materiale da esaminare con cura ...” Quella frase fu un colpo basso. “Ha! I sistemi del nostro impeccabile Servizio …” commentò aspro. “Avete ascoltato la telefonata o il suo compare con la Volvo bianca ha manovrato tutto fin dall’inizio. Come stanno le cose, dica la verità” “La verità è un’astrazione poetica …” Ci fu un breve silenzio. “… e io sono una persona pratica … inoltre, non è così importante chi manovra cosa: nessuno ha il controllo assoluto, alla lunga c’è sempre un altro giocatore con carte migliori …” “Lasci stare la retorica da bisca clandestina … avete ascoltato o cosa? I documenti li avete fatti filtrare voi? Quella donna, Chiara … è un vostro agente?” “Quante domande. Legga i documenti. I collegamenti per proseguire l’indagine non sono così oscuri. E la smetta di fare i capricci”. “Come faccio a sapere che sono autentici?” “Glielo dico io!” L’uomo chiuse la comunicazione e tornò a trafficare con il computer portatile, sul volto il sorriso instabile sparì quando portò alla bocca il bicchiere di Ferrari. Tracannò una robusta sorsata e salvò nel file dell’operazione la conversazione telefonica. Ormai la passeggiata nel Dossier Stargate, per la parte riguardante la CIA, era alle ultime battute. Il concetto non aveva bisogno di altri particolari: la follia di Stargate si commentava da sola. Il materiale non era completo. Secondo la sua opinione, negli Usa c’era la parte operativa, ovvero i laboratori che avevano partecipato alla fase esecutiva, cioè alla realizzazione sul campo. Anche la parte riguardante l’esportazione del progetto verso Paesi alleati non figurava nel materiale copiato. In realtà un allegato, dall’apparenza anonima, citava riunioni avvenute a partire dal 1959, alle quali parteciparono singolarmente quasi tutti i Paesi della NATO più Israele; dunque era ragionevole supporre che diversi Paesi avessero considerato l’ipotesi di partecipare agli esperimenti. Di certo l’Italia accettò … in segreto, appoggiata dai Servizi Segreti Militari, dal Ministero della Difesa dal Ministero degli Interni e da complicità trasversali, superiori alla politica, superiori ai Partiti. Superiori agli interessi delle singole Nazioni … Con tutta probabilità, queste forze devianti, erano il vero motore che aveva reso possibile l’intervento internazionale. L’uomo pensò alla più potente, occulta e intoccabile delle organizzazioni. Aveva cercato nella parte americana del Dossier l’elemento comune a tutti i progetti: l’obiettivo, gli scopi … la ragione; ed era rimasto sorpreso quando la rintracciò in poche righe striminzite e palesemente incomplete. Stargate aveva lo scopo di fabbricare “Unità di Supporto ad Altissimo Potenziale”. La definizione più generica e cretina mai vista per iscritto. Che cosa voleva significare? Il documento non lo diceva in modo esplicito, si limitava ad indicare una serie di possibili occupazioni. I veggenti, inseriti in apposite squadre di lavoro, potevano servire a mille cose diverse, in funzione delle capacità del singolo: per individuare un rapito; leggere il pensiero di un negoziatore durante una trattativa; influenzare il comportamento altrui; danneggiare un avversario … infiltrarsi in altre organizzazioni ... E via di questo passo. Tuttavia quelle poche righe, volutamente generiche, lasciavano intravedere impieghi ben più sinistri … se i soggetti così fabbricati fossero stati impiegati nelle sfere più alte delle leve del potere. Erano spie formidabili, killer, persuasori occulti, manipolatori … negoziatori, consiglieri … Politici! In altri termini superuomini. L’uomo non poté fare a meno di domandarsi chi … avrebbe disinnescato una squadra di cento veggenti, se si fossero alleati tra loro, o se un brutto giorno avessero deciso di “mettersi in proprio”. Da qualsiasi lato guardasse, il progetto era una pazzia. E lui voleva partecipare alla distruzione di quella pazzia. In Italia c’era più di un soggetto in circolazione, pericoloso come un highlander. Era tempo di disattivarli. L’uomo riguardò i sette fogli che, estratti da diverse parti, componevano il plico consegnato a Santandrea e si domandò se l’idea avrebbe funzionato … e soprattutto se avrebbero saputo trovare il Dossier nascosto. Non mancava molto, ma talvolta anche una misura così piccola da essere invisibile può fare la differenza tra un caso risolto e un mistero inviolabile: basta un niente … Annarita era saltata via come un coniglio impazzito dalla paura. Il cofano dell’Alfa 145 era volato qualche centimetro sopra la testa roteando come una sciabola; una pioggia di frammenti di vetro l’aveva investita e sentiva il formicolio di mille piccoli tagli dappertutto. Quell’auto, uscita dalla curva all’improvviso, le aveva salvato la vita. Erano poliziotti, e forse erano lì per lei, ma … erano stati provvidenziali. La Mini bianca aveva urtato con tale violenza che le due macchine si erano fuse in un unico blocco fumante. Lei non era stata a guardare; era scappata infilandosi tra le auto parcheggiate ed era sgattaiolata fino alla sua Mercedes. Sul punto dell’incidente si era radunato un gruppo di coraggiosi, armati di ombrelli e buona volontà. Dal motore dell’Alfa Romeo usciva un fumo bianco ed acre così denso da coprire tutto intorno alla zona dell’incidente. I poliziotti sembravano bloccati, una seconda auto con le insegne della Polizia aveva tamponato la prima e … di Rodolfo Roncati, non le riusciva di intravedere la sagoma. Doveva approfittare del momento, forse non avrebbe più avuto un’occasione tanto favorevole. Con le mani tremanti entrò nell’auto, quasi sussultò nel vedersi nello specchietto così diversa, con la parrucca biondo-azzurra, il rossetto turchese … e quei piccoli forellini sanguinanti sul viso. Con le dita sfilò un granello di vetro conficcato nella pelle e accese il motore. Alla chetichella, nel pieno di una confusione da luna park, accese il motore e si avviò … Quel figlio di puttana aveva tentato di ucciderla! “Schifoso bastardo” sibilò tra i denti. Erano le dodici in punto. Doveva sbrigarsi; c’era molta strada da fare per raggiungere l’aeroporto. Aveva il denaro … era scampata al tentativo d’investimento … era il suo giorno fortunato. Ma la Polizia? Annarita manovrò con dolcezza per uscire dal parcheggio del supermercato, i tergicristalli andavano svelti e i lampi continuavano a serpeggiare nel cielo basso, quando lo vide, a destra: camminava a piedi, indifferente alla pioggia. Per un attimo si guardarono. Rodolfo rise mostrando un ghigno inquietante, con quegli occhi demoniaci; lei non mosse un muscolo, da principio restò paralizzata, poi accelerò. Il cuore faceva mille battiti al minuto: quell’uomo era spaventoso. Improvvisamente avvertì un’ombra calare su di lei e una tristezza struggente sovrastarla come una forza nemica. Annarita sentì con sorpresa le lacrime scendere sul viso, mescolarsi ai piccoli tagli e cadere copiose sulle gambe. Una malinconia penosa la svuotava di ogni energia. Iniziò a singhiozzare. Avrebbe dovuto fermarsi, aveva gli occhi velati, la macchina dondolava da un lato all’altro della corsia, un’altra auto dal senso opposto la sfiorò strombazzando sotto il diluvio. Rallentò, strisciò la fiancata destra contro il muretto che segnava il limite della proprietà del supermercato e, quando fu ferma, il senso d’angoscia crebbe, diventò insostenibile. Annarita sentì che quel pianto le toglieva il respiro, era in affanno, aveva bisogno d’aria, cominciò a tossire, a respirare con la bocca, rauca come un tricheco, stava scivolando nell’asfissia. Le venne il panico, i polmoni non si aprivano, schiacciati come spugne asfittiche nella gabbia toracica. Gli occhi rotearono. Il primo capogiro le fece ciondolare la testa che sbatté contro il montante dell’auto; in un attimo di lucidità riprese il controllo, premette il pulsante ed abbassò il finestrino: la pioggia pungente fu come una frustata, e un angolo del cervello capì … Era lui il responsabile … e doveva essere vicino, molto vicino. Annarita abbassò tutti i finestrini, accelerò, il motore salì di giri … Carbone lasciò l’auto a Gargiulo nel tentativo disperato di improvvisare un posto di blocco per fermare la fuga di Annarita Gatti. L’auto non era più al suo posto e il tentativo sapeva di stalla chiusa a buoi fuggiti. Non avevano azzeccato una mossa, neanche per caso, fin dall’inizio. Vivacqua li sfotteva chiamandoli armata Brancaleone e in quel momento la definizione sembrò appiccicarsi alla maglia fradicia di pioggia. Correva Carbone, veloce quanto poteva. Andava a vedere l’incidente nel posteggio, cinquanta metri a sinistra, forse meno, lì dove una nuvola di fumo si alzava dal groviglio di lamiere. La Mini aveva centrato l’Alfa tra gomma anteriore e portiera e l’aveva piegata a ferro di cavallo. Dietro, la Subaru familiare con le insegne ufficiali, aveva tamponato l’Alfa e uno dei pneumatici era esploso. La Mini era ancora in moto, con la portiera del guidatore spalancata; intorno al groviglio un capannello di curiosi assisteva alle manovre dei poliziotti per uscire dalle lamiere. Era stata una gran botta. Migliorino era il più malconcio, nonostante fosse sul sedile del passeggero, mentre Piras, sul lato guidatore, aveva preso in pieno l’urto dello scontro ma non sembrava ferito. Ci volle un attimo a riordinare le idee e a capire cosa fosse successo. Un secondo più tardi fu chiaro un altro punto: il conducente della Mini si era defilato, approfittando del casino. Carbone sentì distintamente il cattivo odore di un guaio farsi spazio tra le narici e salire d’infilata verso il cervello. La Gatti era sparita, due auto di servizio coinvolte in un incidente nel tentativo di portare rinforzo in un’azione di sostegno. Un elemento esterno, sicuramente complice della Gatti, dileguato. Migliorino sembrava fuori combattimento e fu Carbone a prendersi la rogna di dare l’allarme e cercare Vivacqua. L’architetto Aschieri sudava copiosamente nella saletta degli interrogatori del Commissariato di Polizia a Sanremo. Le cose si mettevano male per lui. L’accusa di ricettazione lo colpiva come un ceffone per la seconda volta in cinque anni, ma adesso si trovava nel bel mezzo di una storia torbida, famosa, con due morti ammazzati: la contessa Afdera Dassault Villalta di Solero e la figlia Delia. Lo aveva incastrato proprio il venditore, quel giovane con l’aria sveglia e gli occhi di chi la fame la conosce da vicino: Luca Gabitti. Aschieri pensava alle conseguenze e non si dava pace: la Squadra Mobile l’aveva arrestato un’ora prima, in pieno giorno, con sirene, manette e tutto il resto. Una pubblicità che non sarebbe mai riuscito a cancellare. Ma … c’era di più: la Polizia stava inventariando i pezzi esposti nello show room di Alassio e certamente avrebbero trovato non solo la merce proveniente dalla villa di Bordighera … ma anche il resto. Era rovinato. L’architetto sbottonò la camicia, si sentiva soffocare. Non aveva vie d’uscita. Ripensò agli oggetti della contessa e scosse il capo. Lui aveva capito fin dall’inizio: il Gabitti aveva trovato una miniera, le fotografie parlavano chiaro; era merce di primissima scelta, mobili e oggetti d’autore non semplice antiquariato, non potevano capitare per caso nelle mani di un incompetente, ma a lui andava bene così. Anzi, meglio! C’era da fare un sacco di soldi con quella merce. Certo non immaginava la provenienza rovente. In un primo momento aveva considerato la possibilità di tenere tutto per sé, come aveva fatto con i primi arrivi. Mobili del tardo settecento francese con intarsi deliziosi. Visto il mercato asfittico era meglio tenerli dieci, quindi anni, e poi tirarli fuori in momenti più redditizi. Tanto per quel che li pagava! Una prova che il venditore era un rozzo dilettante; li aveva quotati come pezzi qualsiasi, non si era accorto del pregio delle finiture, della lavorazione, della meravigliosa proporzione del disegno. Uno sprovveduto. Chiunque del mestiere li avrebbe capiti al volo. Adesso erano nel suo appartamento di Cervo, avrebbe voluto fare da se i piccoli restauri, coccolandoli come un violino di Stradivari. Quando la porta si aprì, l’architetto prima sussultò, poi pregò che la storia finisse con le formalità più sbrigative, una tirata d’orecchi e via a casa. In tribunale, durante il processo, avrebbe patteggiato o si sarebbe rimesso alla clemenza del verdetto, ma in quel momento si sentiva la testa scoppiare, la febbre addosso, voleva solo andare a casa. Nella stanza accanto, Luca recitava per la quarta volta la sua versione della verità. Il Commissario Loy era stato presente ai primi due interrogatori, poi, quando il quadro si era fatto sufficientemente chiaro, aveva alzato i tacchi per andare a casa. Un paio d’ore di sonno, una bella doccia e un minimo di pausa per i polmoni, sovraccarichi da troppe ore tirate e molte marlboro. Luca era lucido, affranto, piegato dai primi solleciti del carico. Trasportava un peso del quale non era consapevole, se non in piccola parte. Una zavorra nuova di pacca! La famiglia. Lui, che una famiglia non sapeva cosa fosse. Sapere Marcella fuori, indifesa, senza un soldo, incinta … gli spaccava la testa. Il senso di colpa, il rimorso, il ricordo delle frasi scambiate con lei “… nessuna fortuna sulle disgrazie altrui …” lo avevano scaraventato nel presente. Non c’erano più case da comprare, fiori e vista sul mare. E non c’era neppure un futuro da mercante d’antiquariato. Tutto bruciato in un falò di paglia. Restava da solo, con molte spiegazioni da fornire e, quelli che aveva di fronte, non erano i poliziotti che compilano il verbale del furtarello, che hanno fretta di tornare a casa … che in mezz’ora sbrigano le formalità. Lui ci aveva provato a fornire una versione di comodo, ma era inciampato quasi subito. “Sono andato alla villa con un po’ d’anticipo e …” “A che ora?” “Non ricordo … le tre, forse le quattro …” “Da solo?” “Sì, e con chi ci andavo, con mia sorella?” “Per il lavoro di?” “Giardiniere!” “E lei sa fare il giardiniere?” “Beh, non proprio, però …” Loy si era alzato quasi di scatto. Aveva dato una manata al notes, lo aveva guardato in un modo che non aveva bisogno di spiegazioni. Poi si era rivolto al collaboratore e tutti e due stavano per uscire. Avevano confabulato un attimo, poi il vice, con calma aveva ripreso: “Gabitti, se non dice la verità saremo inflessibili. Si rende conto del significato? Lei rischia una sanzione esemplare e non ha attenuanti. Ci pensi bene …” Gli seccava mollare come un bambino al primo giorno di scuola, voleva fare il grande … con le persone sbagliate, nel posto sbagliato. Era come dimostrare agli amici di non aver paura di fare a botte con uno più forte. Ma lì non c’erano gli amici e i tempi delle zuffe in cortile erano passati da molto. “… sto dicendo la verità …” aveva risposto impacciato. Loy lo guardò truce. Prese dei fogli, li scartabellò e poi, a muso duro lo aveva affrontato. “Questa è la testimonianza dei custodi che stavano lasciando il posto di lavoro nella villa, gente a piombo, attendibile. Dice che la contessa cercava due persone, non un giardiniere: un uomo e una donna. Cercava due custodi!” Avrebbe voluto tenere fuori Marcella e … ci stava riuscendo: lei fuori, e lui dentro. Magari per sei o sette anni. “Vede, signor Gabitti, ora si tratta di dimostrare che è una persona intelligente. Prima poteva ragionare da ladro. Poi, quando l’abbiamo portata qui, doveva ragionare da innocente per l’accusa di duplice omicidio e un’altra dozzina di reati, roba da ergastolo. Capisce? Ora l’accusa di omicidio è provvisoriamente accantonata. Ci pensi. Se collabora viene fuori il suo vero ruolo, se invece lo scopriamo noi, con i possibili errori e omissioni, inevitabili nelle indagini … lei non avrà alcun beneficio. Ci pensi: le conviene?” Chiaro. Chiarissimo. Pensò al bambino che doveva nascere e alla stupida ripetitività della storia. Lui era un figlio di nessuno, cresciuto per strada, ignorante, senza prospettive. E lo sapeva: chi frequenta certi ambienti non ha chance. Lui era cresciuto alla scuola del “si salvi chi può”, i risultati erano sotto gli occhi. Pensò alla vigliaccheria che avrebbe dovuto avere per condannare suo figlio allo stesso futuro. Pensò a Marcella, e il peso che non sapeva di trasportare divenne schiacciante. Era crollato. Tirò fuori tutto: la scena vista per caso dei due davanti all’Audi con i tappeti ed i cadaveri. Il furto. I gioielli. La vendita dei mobili. L’idea del ricatto a quel Martini. Tutto. Quando gli chiesero se era sicuro che le donne fossero morte, si morse il labbro. Gli domandarono perché non aveva detto quel che aveva visto … Luca voleva rispondere che a uno come lui non avrebbero creduto, che si sarebbe messo nei guai … ma lui per primo sapeva che non erano le vere ragioni. Di questo era colpevole: di analfabetismo sociale, di fame, di voglia di vivere, di rivalsa contro un passato maledetto … e quella era sembrata l’occasione della vita. Il traffico sulla tangenziale era spaventoso. Il nubifragio aveva lasciato segni pesanti. Pozze d’acqua grandi come laghetti. Auto ferme. Mezzi della manutenzione con i lampeggianti accesi, fiaccole a terra per deviare il traffico. Un serpente di metallo ondeggiava irregolare, imbottigliato in singole corsie dove ce n’erano quattro, per distendersi poco più avanti in un allargamento pronto a restringersi ancora, in un movimento sincopato di code impazzite e clacson. Annarita ci provava. Alle dodici e quindici l’idea di prendere l’aereo per Ginevra scricchiolava, ma non aveva un piano d’emergenza e neppure un percorso alternativo. Aveva paura e l’unica preoccupazione era: allontanarsi in fretta. Le tossine del pensiero acido di Rodolfo giravano nella testa. Annarita poteva sentire quella tristezza inferma affiorare nei pensieri come una malattia mentale. Quell’uomo era in grado di causare la pazzia. Guidava sorpassando ad ogni minima occasione. Suonava il clacson, lampeggiava, i guidatori la mandavano a quel paese, ma lei non ci badava. Percepiva la vicinanza di Rodolfo e, anche se non riusciva a vederlo, lo sentiva, dietro, non lontano, poche decine di metri. Respirava con la bocca aperta e sudava, Annarita. Non portava più il berretto né la parrucca. Con il polso aveva tirato via il rossetto turchese; sembrava un clown pieno di LSD, con gli occhi sbarrati, le mani irrequiete, le labbra tremanti. La caricatura di se stessa. Accese la radio, come se potesse riportarla al mondo conosciuto e lasciò che la musica riempisse l’abitacolo. Sobbalzò, quando sentì le scariche passare negli altoparlanti. Le sembrarono un respiro, un sussurro sinistro; cambiò canale e si fermò su un’altra stazione, per un attimo, il tempo di sentire un altro disturbo: avrebbe giurato di sentir la voce di Rodolfo invocare il suo nome. Imprecò. Prese a pugni il volante. Stava diventando matta, e ne era consapevole! Una contraddizione bell’e buona. “Calma …” si disse, “… Calma Nery. È solo suggestione …” Infine, cacciò un urlo, quando il telefono squillò. Afferrò il cellulare e restò quasi ipnotizzata a tormentarsi se rispondere o ignorarlo. Non riusciva a vedere i tasti. Un’improvvisa amnesia le fece dimenticare come funzionavano quei duecento grammi d’elettronica moderna. Aprì lo scatto, portò il cellulare all’orecchio e ascoltò” “Ciao …” disse una voce suadente. “… ti ho chiamato per dirti che tu meriti di più …” ci fu un attimo di silenzio. “Tu morirai soddisfatta. Avrai l’orgasmo che Ugo non poteva darti. Per questo l’ho bruciato … capisci? Era un uomo povero … incapace … doveva morire. Come te! … ma io ti farò urlare di piacere … Aspettami, sto arrivando da te … ti posso veder…” Annarita abbassò il finestrino e gettò il telefono. Con il dorso del polso asciugò le lacrime e lasciò che i singhiozzi la scuotessero. Alle sue spalle un’ambulanza chiedeva strada. Accostò, la lasciò sfilare e la seguì per qualche chilometro, incollata come un francobollo, finché i segni del disastro cominciarono ad alleggerirsi, per gradi a scomparire e il traffico tornò quasi regolare. Annarita superò l’ambulanza, mise il pedale dell’acceleratore a fondo e imboccò la deviazione per l’aeroporto. Quindici minuti, venti … se non avesse trovato contrattempi. Poteva farcela, doveva crederci. Si vedeva seduta, sul lato del finestrino, quando l’aereo s’impenna, si stacca dal suolo e all’improvviso il cambio di pressione mette euforia … ciao ciao a tutti. Schiacciò ancora, per rubare l’ultimo residuo di potenza dal motore ed il contachilometri attraversò la tacca dei duecentodieci … Vivacqua stava parcheggiando la Croma nel piazzale del concessionario di Corso Moncalieri. Patanè, con la Panda, era rimasto indietro, sarebbe arrivato a cose fatte, giusto in tempo per tornare all’operatività bruciante. Il Commissario guardò l’orologio e sospirò: metà giornata se n’era andata, aveva dormicchiato due, tre ore, e si sentiva sballottato dalla stanchezza e dal dualismo. Euforico, per la prospettiva di risolvere il caso della contessa, e magari sbattere in galera Rodolfo Roncati, Ugo Martini e Annarita Gatti. Senza escludere la deriva del caso di Paola Terreni, ex moglie del Martini. Ombroso, dall’altro lato, per la grandinata di guai provenienti dai collaboratori: la Gatti in fuga, due auto infognate in un pasticcio nel parcheggio di un supermercato, una setta di vecchi cretini che, invece di pensare alla prostata, perdeva tempo a giocare con il fuoco dell’inferno. Idioti! Dulcis in fundo, il lampeggio del cellulare annunciava l’arrivo di un altro mal di pancia: era il Questore. Vivacqua fece scendere i due passeggeri, scese a sua volta, scelse un posto riparato dagli ultimi goccioloni di temporale e rispose, con gli occhi fissi su Angelo Ferro che da un paio di minuti aveva cambiato comportamento. “Buongiorno dottore Renier, che cosa posso fare per lei?” “Tanto per cominciare potrebbe dirmi quando ha intenzione di tornare nei panni del Commissario e di smettere quelli del poliziotto. Lei non se lo vuole mettere in testa che non può fare il poliziotto di quartiere?” “Lo terrò presente …” sospirò Vivacqua “Spero di non tornare sull’argomento, Totò, questa è la seconda volta in due giorni. Il Prefetto è incazzato nero per la sua richiesta di silenzio stampa sulla vicenda del rapimento Pandolfi. L’Ordine dei Giornalisti ha formalmente protestato, sostenendo che in questa circostanza, il silenzio invocato dalle forze inquirenti, e non dalla famiglia della donna rapita, ha l’aspetto di un bavaglio messo all’informazione e al diritto di cronaca …” “Minchiate dottore …” “Per favore non m’interrompa. Il Prefetto ha chiesto aggiornamenti urgenti, pertanto questo pomeriggio è convocata l’unità di crisi in riunione per le ore quindici …” “Non ci sarò. Presenti la mia addolorata partecipazione. Sarò presente con il pensiero” “Commissario non si permetta. Ho pronto un provvedimento disciplinare!” sbottò Renier. “Lo sa che non me ne frega niente” “Insomma, Vivacqua che le prende?” “Ho la preda davanti al naso. Non ho tempo per la politica e per la vetrina. Io sono un dipendente dello Stato, non degli elettori. Non devo mendicare consensi. Ho la Squadra sottosopra, sono giorni che nessuno di noi dorme, siamo ad un passo da soluzioni importanti e sempre ad un passo dal vederle sfumare, quindi non posso fare il Commissario dietro ad una scrivania, come volete voi, devo stare con i miei uomini. Ho un lavoro da terminare …” “Mi dica su cosa state lavorando … almeno” disse rassegnato. “Su tutto. In questo momento siamo vicini ad incastrare l’assassino della contessa Villalta, e guarda caso c’è di mezzo Rodolfo Roncati. La complice, Annarita Gatti è in fuga e la telefonata con lei m’impedisce di ordinare i posti di blocco, perché forse non è chiaro, ma abbiamo i minuti contati …” alzò la voce. “Infine ci sono novità anche sul fronte del rapimento Pandolfi, con me c’è l’amica, la signora Bellei … adesso se non le dispiace …” “Il padre di Barbara Pandolfi ha comunicato tramite l’avvocato Cortemille che sta rientrando in Italia …” “Complimenti, lo sapevo che era un buon padre di famiglia …” concluse sarcastico. “Ci sentiamo più avanti”. Vivacqua chiuse la telefonata ma una nuova chiamata era pronta per essere servita. Era Migliorino. “Che casino avete combinato tu e i tuoi degni compari?” “Davvero un casino Commissario. Io sto andando a farmi dare un’occhiata in ospedale …” “Che ti sei fatto?” “L’urto mi ha fatto sbattere un fianco, devo avere qualcosa alle costole, e poi il collo …” “Il collo? Se battevi con la testa non ti facevi niente Migliorì. Per cosa m’hai chiamato?” “… Abbiamo appena lanciato l’allarme per la Gatti con segnalazione all’Arma; loro si occupano delle strade, noi di stazioni, ferrovie, aeroporto, autostrade eccetera …” “Per come stanno procedendo gli sviluppi, Martini, Gatti e Roncati sono al centro di tutte le accuse, anzi, prima di sparire dalla circolazione provvedi ad impostare la sorveglianza su Roncati senza escludere una visita al domicilio, e non mollate con la Gatti, io ne ho ancora per un po’ … poi voglio proprio sapere come vi ha messo il sale sulla coda …” Vivacqua chiuse il cellulare e per un attimo restò immobile a considerare la situazione ma, il comportamento di Angelo Ferro, che non aveva perso di vista neppure un secondo, lo distraeva. Stava fermo, a circa dieci metri di distanza, voltato verso un punto preciso del parcheggio e sembrava trasformato, carico di un’energia misteriosa. Vivacqua prese la mira e cercò di identificare il punto verso il quale Angelo rivolgeva lo sguardo. Dalla concessionaria si avvicinò un funzionario e il Commissario lo bloccò. Confabularono per un attimo, l’altro sparì, poi tornò: nelle mani le chiavi dell’Audi familiare grigia. Il trio si compattò e Angelo davanti, faceva strada. Sapeva dove andare, sapeva dov’era parcheggiata l’auto. Non pioveva più, restava solo il rombo di tuoni sempre più lontani sopra le loro teste, ma nessuno sembrava sentirli. Angelo svoltò un paio di volte tra le fila, con passo svelto si avvicinava all’obiettivo, alle sue spalle Simona arrancava in silenzio e subito appresso Vivacqua. Angelo rallentò davanti alla fila di furgoni, si fermò. Sollevo e abbassò il capo, espirò piano, quindi svoltò e si trovò di fronte la targa BC419ZF. Caccia conclusa. Si voltò verso il Commissario e lo guardò. “Qui ci sono le prove …” “Non la tocchi … non la sfiori neppure …” intimò Vivacqua. “Si allontani per favore. Se quest’auto è stata usata per il trasporto delle due donne forse troveremo ancora delle tracce utilizzabili” Vivacqua fece fare un passo indietro ai due, prese il telefono e iniziò a comporre un numero. Angelo gli poggiò una mano sul polso, lo fermò. I due si guardarono negli occhi e Vivacqua sentì un profondo benessere in quel contatto. “Per trovare l’auto bastava dare l’indirizzo. Non le pare?” “Che cosa vuole fare? Se tocca l’auto non potrò convalidare nulla …” “Di cosa ha paura? Di un gioco di prestigio?” “Non tocchi l’auto. Non mi costringa ad esercitare le mie funzioni in modo sgradevole. Si allontani” “Apra l’auto, Commissario”. Vivacqua lo guardò in tralice. “Si allontani!” Angelo obbedì e anche Simona fece un passo indietro. “Apra il baule, per favore. Non toccherò nulla. Esegua le mie istruzioni. La prego …” “Perché?” “Lì dentro c’è la prova che Martini è l’assassino della contessa Afdera …” Vivacqua sbatté le palpebre. Restò un attimo in silenzio, quindi premette il pulsante di sblocco delle portiere. Controllò la posizione di Angelo e fece il giro dell’auto, aprì il portabagagli e guardò all’interno. L’auto era stata lavata e pulita, odorava di carrozzeria. “Che cosa devo fare?” domandò. “Entri nel bagagliaio …” Vivacqua sospirò. Ormai era in ballo. “No. Con la testa nell’altro senso … la contessa era distesa al contrario” istruì Angelo ad occhi chiusi. Ci fu un attimo di totale silenzio. Tutto intorno sembrò che il tempo si fermasse. All’improvviso un refolo di vento si sollevò e li avvolse, Angelo vibrò in modo visibile, alzò gli occhi e disse: “Allunghi la mano destra … più in alto, controlli quel punto …” “Non … non c’è nulla …” “Controlli ancora … in quella piega … dove la tappezzeria si chiude in un risvolto …” Vivacqua si sentiva goffo ed imbarazzato. Provò ad eseguire ancora … finché non incontrò una lieve imperfezione. “C’è … un … non lo so … sembra un pallino …” “Lo prenda” Vivacqua chiuse pollice ed indice, pinzò il punto invisibile e tirò … “Che diavolo è?” Domandò quando l’ebbe sfilato. “È una spilla fermacapelli. La portava la contessa. Io l’ho vista …” Vivacqua osservò, maneggiando con cautela l’oggetto, il pallino della spilla, una piccola perla e la punta …otto centimetri di metallo appuntito, sporco … “Con quello, la contessa ha colpito il Martini. E lo ha sfregiato. Lo faccia controllare …” Vivacqua lo guardò. Sapeva che se c’era stato contatto ed era uscito del sangue i laboratori dell’ERT lo avrebbero trovato. Quella era una prova vera. Terrena, concreta … niente a che vedere con le visioni. Il caso, per la parte investigativa, era risolto. Ora più che mai serviva beccare quei tre. CAPITOLO X Mario guidava il potente fuoristrada concentrato sulle indicazioni di Rodolfo, seduto sul sedile accanto, appena proteso in avanti come un predatore spietato. Lui doveva solo eseguire e tenere gli occhi bene aperti. Rodolfo era stato categorico, voleva la donna sulla Mercedes, a qualsiasi costo. Viva! Per diversi tratti l’avevano avuta a tiro, poche macchine davanti a loro. Poi all’improvviso la donna, approfittando di un’ambulanza e della maggiore velocità, si era scatenata; era riuscita a scomparire dalla visuale. Ad un certo punto Rodolfo aveva indicato la deviazione per l’aeroporto e lui aveva obbedito. “Ascolta …” disse Mario rompendo quel silenzio ipnotico, “… mentre ero al supermercato è arrivato un altro messaggio sul mio telefono. Era firmato Giobbe, come il precedente, credo sia un sollecito per te, dalle alte sfere … Forse è meglio se ti metti in contatto, cosa ne dici?” “Ogni cosa a suo tempo. Adesso sono occupato. E poi le alte sfere sono io!” “Forse qualcuno ha bisogno di te …” “Questo mi pare evidente. Ma io non ho bisogno di nessuno”. Rispose ruvido. “… credo sia il Gran Maestro …” aggiunse Mario con delicatezza. “Ti ho già detto che tu non devi né pensare, né credere. Tu devi solo obbedire …” concluse Rodolfo con un’occhiata da brivido. Era molto preoccupato Mario. Per se stesso, ma non solo. Rodolfo sembrava aver smarrito il senso delle cose. Non era certo la prima volta che lo vedeva perso nel suo mondo; accadeva spesso, specie durante le funzioni spirituali … ma questa non era una follia liturgica. Non era nelle vesti del sacerdote degli Angeli. Sembrava precipitato in un accanimento compulsivo nel quale tutto il resto del mondo scivolava su un binario abbandonato, lontano … c’era solo lui e … chissà che altro. Sarebbe stato ridicolo sostenere che per la prima volta vedeva in Rodolfo i segni della pazzia. Ma prima gli sembravano quasi un normale contrappeso alla genialità, alla straordinaria magia che trasudava dai pori. Adesso in lui non vedeva alcuna grandezza. Rodolfo era un fenomeno … Pazzo! Questa degenerazione stava diventando preoccupante, oltre che ricorrente. Solo tre giorni prima aveva preteso la morte di un perfetto sconosciuto, Ugo Martini, e lo aveva immolato con il fuoco sull’altare dei sacrifici. Un tale insignificante, anonimo … Mario si era domandato la ragione di quella scelta. Perché un uomo? Tanto per cominciare. E perché in modo tanto ossessionante proprio quello? Anche in quell’occasione Rodolfo era perso nei circuiti misteriosi delle sue fissazioni. Ugo, non era un obiettivo degli Angeli, non vestiva alcun interesse per la chiesa. Barbara aveva un senso … ma quell’uomo? Mario era stato coinvolto in prima persona con quell’Ugo Martini. Del resto lui, per guadagnare una posizione di fiducia, si era sempre proposto come braccio destro e quindi i lavori sporchi, quelli dove il rischio personale può essere molto alto, li aveva sempre accettati, quasi chiesti. Il suo peso nell’organizzazione non era certo cresciuto per le capacità spirituali: il caso del Martini era solo l’ennesima conferma. Si era messo in contatto, lo aveva incontrato al Bar Risorgimento di Via Garibaldi … e … Mario ebbe uno scatto. La donna … quella sventola di femmina che stavano seguendo, all’improvviso ricordò … stava nel Bar, alla cassa. In un lampo collegò le cose: quella era la moglie del Martini! Mario comprese: era una specie di regolamento di conti nella sfera privata. Fatti personali. Però stava correndo troppi rischi … anche a scapito degli Angeli. E questo lo preoccupava molto. Lui sentiva un legame mentale con il gruppo e non riusciva ad immaginare la propria vita, il futuro, se non all’interno del gruppo. La propria realizzazione era in simbiosi con la chiesa e con la missione sociale, politica e religiosa dell’organizzazione. Se la salute del gruppo fosse stata minacciata, anche la sua stessa esistenza sarebbe stata in pericolo. “Rodolfo …” Nessuna risposta. Il Sacerdote se ne stava lì, inespressivo, concentrato, con gli occhi socchiusi a tirare il filo che lo teneva legato a quella donna. “Rodolfo … quella tipa, quella della Mercedes, io l’ho già vista …” “Dove?” “Era nel Bar di Ugo Martini, lavorava come cassiera …” Rodolfo sembrò tornare sul pianeta terra per una frazione di secondo: sogghignò. In fondo lo scambio di persona era stato quasi irrilevante, pensò. Quella era la donna di Ugo, stabilì; l’amichetta per la quale aveva perso la testa e … a causa della quale non voleva più tra i piedi quella puttana della moglie, Paola Terreni. Come lui non aveva più bisogno di avere tra le palle Delia e quella medium da strapazzo della madre: la contessa. Sempre pronta ad impicciarsi … a criticare … Anche Mario era soprapensiero. Stava considerando molte cose contemporaneamente. La crescita degli Angeli, le nuove ipotesi di accordo internazionale, il rinforzo in Italia … presto avrebbero avuto bisogno di un uomo con le sue qualità. Sarebbe diventato indispensabile; forse non lo avrebbero fatto diventare ministro, o presidente di banca, però a lui non interessavano gli incarichi esterni: era molto più stimolante vivere negli alti comandi. Ma adesso le prospettive erano compromesse dalle preoccupazioni: il Maestro si era messo in contatto con due messaggi d’allarme … perché Rodolfo perdeva tempo con quest’inseguimento idiota, oltre che pieno di rischi? Avrebbe dovuto mollare tutto e rientrare nei ranghi. Senza considerare tutto il casino già combinato. Non aveva più né il proprio cellulare, né l’auto … in che mani erano finiti? E poi … da quando esisteva qualcuno in grado di obbligare Rodolfo a seguire delle istruzioni? C’era qualcosa di grosso … come … una vendetta, o qualcosa del genere. Mario restò sorpreso dalle sue stesse conclusioni. “Se fosse un ricatto? Stavano ricattando Rodolfo?” Quella donna sapeva qualcosa d’importante, così pericoloso che … “Maledizione” considerò, “… aveva tentato di ucciderla con quella Mini ma era venuto fuori un disastro: un incidente con due auto della Polizia … L’auto abbandonata e … dentro c’erano le sue impronte. Non avrebbe dovuto lasciare l’auto. Inoltre, le impronte di Rodolfo erano schedate a causa delle indagini sulla morte della moglie e della suocera. Lo sapeva bene Mario. In qualsiasi modo fosse venuto fuori … le conseguenze sarebbero state una catastrofe: Rodolfo non aveva più futuro. La Polizia lo avrebbe cercato ovunque! Già, la Polizia … Rodolfo fece segno di rallentare, erano a pochi metri dall’imbocco dell’aeroporto di Caselle. Mario completò il ragionamento e sentì il pessimismo materializzarsi in consapevolezza. “Che cosa ci facevano due auto della Polizia nel parcheggio del supermercato? Perché, quel mattino, un’auto in borghese con il solo lampeggiante sul tettuccio lo aveva fermato per un controllo? E quel Poliziotto, così fintamente gentile e sospettoso al contempo … sapeva di stonato” Sentì un brivido. “Non era un caso!” “Rodolfo …” accennò Mario, “… c’è qualcosa che non mi convince” “Ne parliamo in un altro momento …” sibilò seccato. “Che ore sono?” “Mancano quindici, venti minuti all’una! Però …” “Stai zitto!” Rodolfo sembrò fiutare l’aria. “Che cosa c’è laggiù …” indicò il lato sinistro del grande piazzale antistante l’aeroporto. “C’è il parcheggio coperto …” Il comandante della stazione celata del Sismi, “Interworld”, avrebbe dovuto essere altrove. La pausa di mezzogiorno era iniziata da diversi minuti ma era indeciso. Il lavoro arretrato stava prendendo proporzioni che avrebbero preteso un altro week end in ufficio. Difficile da gestire. C’era maretta in famiglia, proprio a causa di orari troppo estesi per conservare un buon clima domestico. Inoltre c’era un programma già discusso e approvato dal comitato familiare, ovvero dai tre figli. Sabato dai nonni a Ostia. Domenica tutti a Fregene. Non era il massimo, considerò con uno sbadiglio. Ma i ragazzi volevano la loro dose di fine dell’anno scolastico e inizio delle vacanze. Poco da discutere! Dunque l’indecisione consisteva se saltare il pranzo o mangiare qualcosa per strada, magari un panino, a piedi, sulla strada verso il Ministero. Doveva sbrigare certe formalità che, per la verità, avrebbe potuto delegare ad Enrica. Così sarebbe rimasto in ufficio a smaltire informazioni che non potevano restare ferme. Era di cattivo umore. La faccenda di Maestri stava gonfiando oltre le previsioni ed era stata una seccatura enorme chiedere altro denaro. I rischi stavano diventando molto alti per un’operazione che, nelle intenzioni, doveva restare super segreta e tutto sommato semplice. Invece un casino dietro l’altro fin dall’inizio, a cominciare dai ricatti di quel fulminato del maresciallo Bertalli. Poi la reazione imprevista del senatore Pagani, l’ingresso nella partita di un alto esponente della CIA, Peter Sullivan, e per finire le rassicurazioni mal riuscite sull’uomo a Torino. In gamba, ma troppo vecchio per questo genere di missioni. Il comandante chiuse un file e aprì una successiva directory, digitò la password e restò in attesa di vedere la schermata con le stringhe colorate. Tutte comunicazioni intercettate provenienti dai punti caldi sotto la propria diretta responsabilità. Un ascolto mirato, selezionato, fraudolento! Lasciò al computer il tempo di scaricare la documentazione e iniziò. Il lavoro più utile e noioso delle competenze personali. Buttò un occhio sul download e contò tre pagine fresche fresche. Poteva andare peggio, sospirò. Ogni stringa iniziava con una frase breve, cioè la parola o il contesto che aveva fatto partire la registrazione automatica della conversazione, e il colore della stringa rappresentava il nome o la provenienza della conversazione. In quel momento era molto interessato alle chiamate del senatore Pagani, sfumate con un azzurro tenue e a quelle dell’uomo su Torino, il “fornitore”, di color verde. Poi ce n’erano una certa quantità prive di colore, raccolte dal sistema a causa di un termine, una parola, una frase considerata allarmante dal software. Il comandante cambiò posizione, avvicinò il monitor e iniziò il controllo dai parametri base: data, orario dell’ultima conversazione registrata, durata, luogo di partenza e, dov’era possibile, nominativo dei soggetti collegati. L’ultima registrazione smistata risaliva a quasi un’ora prima: era tutto materiale freschissimo. Erano le dodici e quaranta, se avesse controllato tutto il materiale parola per parola ci sarebbe voluta più di un’ora, a giudicare dal contaminuti visibile a lato delle conversazioni. Digitò una serie di comandi e istruì il sistema per il download in tempo reale; in quel modo durante la lettura avrebbe ricevuto qualsiasi nuovo messaggio, con uno scarto non superiore a trenta minuti dal momento della registrazione. Iniziò a scorrere la lista per individuare le chiamate di Pagani e restò indifferente nell’osservare la totale assenza di registrazioni. Del resto l’amico possedeva un sistema di protezione quasi invalicabile, solo una falla: lo studio del proprio appartamento a Roma. Ma non c’era nulla e dovette rassegnarsi. Stessa storia per l’altro, il “fornitore” di Torino, anche lui troppo furbo e troppo esperto per farsi pizzicare a chiappe scoperte. Si stiracchiò e prese il telefono per dar luogo all’opzione numero tre: ordinare qualcosa da mettere sotto i denti in ufficio. Con un po’ di buona volontà avrebbe terminato il controllo sui punti più caldi in quaranta minuti, più o meno … gli altri potevano aspettare. Selezionò la prima stringa e restò in attesa di ascoltare la conversazione, nel frattempo la schermata sussultò: una nuova registrazione si aggiunse in coda alla lista; non gli dette peso … “Posso farti un regalo sei hai il fegato di accettarlo” “Hei, Peter, ti da di volta il cervello?” “Devi solo dare il benestare e fornire un minimo di appoggio …” “Di cosa stai parlando?” domandò il senatore Pagani sulla difensiva. “Abbiamo trovato la falla e siamo in grado di chiuderla provvisoriamente. Noi facciamo una parte del lavoro, l’altra te la sbrighi tu” “Ah. Dimmi qualcosa di più, non sono certo di aver capito. Quale falla? Quale aiuto …” “Il Dossier “S” è a Torino. Il bersaglio è nel mirino, serve un appoggio ed una decisione immediata. Se lasci cadere l’offerta non potrò fare più nulla per te e … conosci le conseguenze” “Chi tira le fila?” “Maestri!” “Viscido bastardo schifoso! Ok. Che cosa devo fare?” “Per la prima fase, manda un paio d’uomini in appoggio …” “Dove?” “A Torino. Hotel Principi di Piemonte. Stanza 329” “Quanto tempo ho?” “Non ne hai. Entro un’ora devono essere lì …” “Che cosa devono fare?” “Nulla. Solo appoggio per coprire gli imprevisti” “Un’ora è terribilmente poco …” “Non mi posso trattenere, e non posso aggiungere altro …” “La seconda fase?” “Riguarda la soluzione totale: te la devi sbrigare da te …” “Vuoi dire Maestri?” “In bocca al lupo!” “Peter … perché lo fai?” “Adesso mi devi un favore grosso. Molto grosso” L’aeroporto di Torino Caselle sembrava quello che era: un groviglio di esseri umani alienati, vittime sacrificali dell’era digitale. Il nubifragio era stato un catalizzatore di fastidi e, come formiche impazzite, tutta l’area brulicava d’anime in movimento a caccia di un rimedio per i ritardi, i voli cancellati, i taxi insufficienti. Annarita entrò nell’area con il fiatone, mancava poco all’una. Doveva sperare in un miracolo per prendere l’aereo diretto a Ginevra. Infilò l’edificio del parcheggio coperto a velocità sostenuta, ritirò il ticket e trafficò per lasciare l’auto. La fortuna la baciò in fronte. Trovò posteggio nella prima rampa in una posizione chiusa tra due furgoni. Andava benone. Lanciò un’occhiata allo specchietto per andare a sbattere contro due occhi terrorizzati, baffi di rossetto turchese sulle labbra, sulle guance, sul polso destro, la fronte imperlata di sudore, le mani tremanti … Non aveva tempo per compiangersi. Recuperò lo zainetto dal sedile passeggero, uscì dall’auto, prese i due borsoni dal baule e rientrò per l’ultima fase della preparazione. Doveva seguire il programma: noleggiare una cassetta, lasciare il malloppo, e ridurre il bagaglio per evitare storie al check-in. Voleva tutto sotto controllo. Aprì lo zainetto e recuperò la busta di nylon … Un auto si fermò alle spalle e la fece sobbalzare quando capì di essere immobilizzata. D’istinto bloccò le portiere. Doveva sbrigarsi ed evitare di chiudersi in un angolo. Ci voleva la gente, il traffico, il movimento … solo così poteva evitare un aggressione. Il guidatore alle spalle strombazzò: voleva il posteggio. Annarita lo mandò a quel paese. Non appena lo sentì muovere tornò alla busta di Rodolfo. Voleva dare un‘occhiata. Con le chiavi dell’auto incise il pacco e con le unghie grattò fino ad aprire una fessura … Spalancò gli occhi, stupita e senza fiato. Non c’era un biglietto con gli auguri per una felice vacanza … e non c’era neppure il denaro! Solo giornali … carta straccia … Annarita si accasciò sul sedile. Era stata battuta. Roncati non aveva mai avuto intenzione di pagare il riscatto, così come lei non gliela avrebbe fatta passare liscia. Un sostanziale amarissimo pareggio. Con una piccola differenza: Roncati era a caccia, non era soddisfatto: la voleva morta! Annarita sentì l’acido della paura mordere la carne. Uscì dall’auto, prese i due borsoni e iniziò a correre. Guardò l’orologio ma non vide nulla, ogni pensiero, ogni frammento d’energia era concentrato sulla fuga. L’aereo per Ginevra: doveva prenderlo a tutti i costi. In fondo qualche soldo ce l’aveva e, se fosse stata costretta, l’avrebbe speso tutto in cambio della salvezza. Salì la rampa per avvicinarsi all’uscita e corse come poteva, scomposta, con le borse traballanti, il sudore in caduta libera dalla fronte, la frenesia del cuore a mille battiti. All’uscita del silo, la navetta di collegamento stava in attesa a cento metri di distanza, di fronte ad un’altra stazione di raccolta. Annarita si avviò al piccolo trotto quando sentì il soffio delle porte scorrevoli dello shuttle chiudersi, le luci di posizione accendersi e vide il veicolo manovrare. Stava partendo. Per raggiungere il terminal le toccava percorrere un chilometro a piedi e non aveva tempo. Gridò, lasciò cadere i borsoni e si sbracciò per attirare l’attenzione. Infine imprecò. Sembrava un segno del destino: se avesse preso la navetta le porte del paradiso si sarebbero spalancate e un condono totale l’avrebbe portata al cospetto di Dio, dove avrebbe chiesto perdono in ginocchio. Invece … i cancelli si chiusero, come una condanna. Le lacrime scesero sul volto per confondersi con il dolore di mille pensieri malati. Annarita si abbassò per chinarsi sulle cosce. Le gambe non la sostenevano più. La navetta percorse una decina di metri, quindi accese gli stop e si arrestò, poi, dopo un attimo di esitazione suonò il clacson e a lei sembrò la tromba di un angelo. Corse, e quando fu a bordo si appartò in un angolo, pescò un paio di fazzoletti da viaggio e sistemò il viso. Indossò un paio di enormi occhiali da sole e provò a respirare. Sentiva lo stomaco rovesciato ed un’angoscia triste stringere la gola. Lo spostamento con il bus sembrò interminabile. Annarita teneva i denti serrati, gli occhi saettavano isterici dall’orologio in tutte le direzioni, alla ricerca di un pericolo, una minaccia, o un qualsiasi segnale di tregua. Le porte della stazione finalmente si spalancarono davanti al gruppetto sceso dal pulmino e Annarita entrò trafelata, mancavano cinque minuti al decollo del volo per Ginevra. C’era bisogno dell’ennesimo miracolo, il quarto, o il quinto nella stessa mattina. Una speranza statisticamente irragionevole. Corse ancora verso il banco accettazione dell’Alitalia, non degnò di uno sguardo la fila in coda e sporse il voucher di prenotazione acquistato su Internet. L’hostess allo sportello la guardò irritata. Sbrigò la pratica del viaggiatore di fronte, quindi la apostrofò: “Signorina deve fare la coda …” disse rifiutando il biglietto. “Per favore, ho il volo in partenza, è questione di un secondo …” “Quale volo?” “Ginevra” “Ma Ginevra … deve essere partito …” “No, non può, non è ancora l’orario” rispose strozzata. La donna controllò il monitor, premette un paio di comandi e restò a guardare. Annarita non respirava. Ci volle meno di un minuto, lungo come certe notti d’inverno. “No. Il volo non è partito” disse senza alzare gli occhi dallo schermo. “… è stato cancellato come molti altri …” “Come cancellato? E quando ci sarà il prossimo?” “Oh … difficile a dirsi. Qui risulta in riprogrammazione tutto il traffico internazionale in partenza. Non saprei dire quando. Ci vorranno un’ora o due per conoscere i nuovi orari. Tenga d’occhio i display elettronici e ascolti le comunicazioni dall’altoparlante …” concluse restituendo il biglietto. La statistica era passata all’incasso: il miracolo non era avvenuto. Annarita indietreggiò, riprese i borsoni e s’incamminò mesta, verso un punto indefinito della stazione. Non ci voleva questo inconveniente … proprio non ci voleva. Era necessario riflettere. Si accomodò in una zona piena di movimento e provò a calmarsi. Restò diversi minuti quasi paralizzata, incapace di prendere il filo del ragionamento, quando un rumore catturò la sua attenzione. Il tabellone elettronico cominciò a sventolare le tessere e velocemente il quadro si riempì d’informazioni. Lei guardò ansiosa ma non c’era niente d’interessante, a parte la scritta ricorrente “cancellato” accanto alla destinazione del volo. Avrebbe voluto un caffè ed una sigaretta Annarita, sola, spersa, coperta dei calcinacci del suo sogno maledetto, sbriciolato come un biscotto stantio. Si guardò intorno e considerò che, malgrado tutto, lì era al sicuro. Chi avrebbe osato aggredirla in un aeroporto? Poi il flash della Mini bianca in retromarcia la schiaffeggiò per riportarla nel mondo delle incertezze. Anche in quel supermercato si era sentita intoccabile. Era viva e non sapeva neppure come … “Grazie a quelle due auto della Polizia”. Considerò. E una lampadina si accese. Che cosa ci facevano due auto della Polizia al supermercato … proprio in quel momento? Lei c’era stata mille volte e non ne aveva mai vista una! Forse con la coscienza pulita avrebbe concluso per “il caso”. Una combinazione fortuita: ne capitano tante ... Ma Annarita da troppo tempo non aveva più coscienza, ben sostituita con un anestetico di propria fabbricazione, privo di nome e di ricetta, ma funzionante e parente alla lontana di un Machiavelli di convenienza. Forse la Polizia era lì per lei? Non arrivò neppure a formalizzare l’ipotesi. Si alzò, prese gli inseparabili borsoni e con lo sguardo cercò il Bar e la Toilette. Ragionamenti rimandati di un paio d’ore. Infilò gli occhialoni e si mosse. Si accodò per fare lo scontrino sospirando. Per un attimo pensò a quando faceva la cassiera nel bar di Ugo. Adesso, a ripensarci, li considerò bei momenti; in fondo non le mancava nulla. Fece un passo avanti … Il cuore si fermò. Si voltò di scatto per non incrociare gli occhi di quell’uomo. Lo stesso bisonte che aveva riconosciuto al supermercato. Che cosa ci faceva lì? Ancora una combinazione? L’uomo camminava senza una meta, si guardava intorno, curiosava. Era evidente: cercava qualcuno. Annarita sentì le gambe sciogliersi: quello stava con Roncati, cercava lei! Un tuffo al cuore più forte: Roncati era lì! Si voltò di scatto per cercarlo tra la gente. Non riusciva a inquadrarlo. Approfittò di un movimento della coda e cambiò posizione per nascondersi dietro ad un tale grosso come un armadio. Se si fosse allontanata, l’altro l’avrebbe vista; non gli sarebbe sfuggito lo spostamento; meglio non dare nell’occhio, pensò. L’uomo si avvicinò alla coda, la osservò nel complesso, restò fermo per un attimo, quindi riprese a camminare avvicinandosi ancora. L’avrebbe individuata di sicuro. Anche il respiro si arrestò. Dieci metri. Nove … otto. Annarita si sentì paralizzata. Quattro metri, l’uomo lanciò un’occhiata verso il fondo, lei restò voltata. Tre metri … All’improvviso un rumore alle spalle cambiò lo scenario. L’uomo fece un dietrofront rapido e incurante si allontanò. Alle spalle di Annarita un Agente di Polizia chiese i documenti ad una donna poco distante. Più a destra un altro Agente cercava una preda. E anche a sinistra, stessa situazione … Annarita alzò gli occhi e si trovò di fonte alla cassa. Farfugliò qualcosa con la voce impastata, pagò e, con l’indifferenza di una suora, innocente per definizione, si allontanò verso il banco del bar. L’aeroporto brulicava di divise. Erano dappertutto. Fece un’inversione delicata e cambiò traiettoria: direzione toilette. Prima lentamente, poi quando pensò di non esser vista accelerò. Fino all’ingresso dei servizi. Si arrestò, posò i borsoni e con la coda dell’occhio vide la donna in divisa ispezionare la stanza. Si voltò e ancora una volta si allontanò. Erano dappertutto. Non poteva restare ferma ad aspettare che un Agente la arrestasse e non poteva attendere il volo per Ginevra. Ormai la segnalazione della sua presenza doveva essersi diffusa ovunque: non appena si fosse presentata ad uno sportello con il biglietto l’avrebbero beccata. Doveva prendere l’iniziativa e muoversi. Alla svelta. Annarita socchiuse gli occhi e analizzò la situazione. La concentrazione massima di divise azzurre era intorno a lei ed ai check-in. Ma più a nord, verso gli arrivi, era tranquillo … per il momento. Era quasi accerchiata. Aspettò che un Agente nei paraggi trovasse qualcuno da controllare e si mosse, quasi a zigzag, circospetta e forse non ce l’avrebbe fatta, se un gruppo di turisti non fosse entrato in quel momento da una delle porte d’ingresso. Un poliziotto radunò qualche collega e fermò la comitiva. Annarita si mosse come un gatto, approfittò dello sbandamento, prese la via più breve, attraversò il salone e uscì dalla stazione, pochi metri alle spalle dal tipo di poco prima. Se non avesse avuto il sistema d’allarme tarato alla sensibilità massima, avrebbe finito con lo sbatterci contro. Si voltò con delicatezza e fece qualche passo nella direzione opposta, verso i taxi. Valutò la possibilità di prenderne uno e tornare a Torino, poi con calma avrebbe fatto un nuovo programma per sparire dalla circolazione. Ma c’era troppo da aspettare e l’idea della Polizia addosso la faceva sentire braccata … poi c’era Roncati … un dettaglio difficile da dimenticare. Voleva mettere la distanza maggiore possibile tra loro … e doveva muoversi velocemente. Annarita fece il punto all’istante: aveva lasciato il complice di Rodolfo alle spalle, molti metri più indietro, i mezzi della Polizia erano fermi sul piazzale esattamente sulla linea per tornare al parcheggio dove aveva lasciato la Mercedes … inspirò e decise. Sarebbe andata in Svizzera con la sua auto, o magari a Montecarlo. In quel momento il luogo non contava granché, rispetto all’idea generale. Iniziò a muoversi compiendo un giro largo, in mezzo alle macchine posteggiate; era una faticaccia, avrebbe allungato la strada, ma la faceva sentire meno esposta. Il tempo stava nuovamente girando verso il bello. I nuvoloni si erano frammentati e un sole timido ma caldissimo rotolava in stracci di vapore sull’asfalto. Annarita si sentì come una scampata alla tempesta di vento nel deserto. Era distrutta dalla stanchezza, frastornata e, soprattutto, spaventata, ma camminava spedita, cominciava a crederci, lo sentiva: sarebbe venuta fuori da quel casino, il suo destino era diverso. Quando arrivò al parcheggio pagò il ticket e all’improvviso sentì calare sulle spalle il peso di chi ha compiuto un’impresa estrema. Poteva quasi rilassarsi. Ancora un po’ di concentrazione ed era fatta. Arrivò davanti alla Mercedes, fece scattare le portiere e aprì il baule, posò i borsoni ed entrò nell’auto. Aveva il fiatone Annarita, ma l’adrenalina la teneva vigile. Inserì la chiave nel cruscotto e … Imprecò, quando un altro guidatore si fermò alle spalle con un grosso fuoristrada. Si voltò e con la mano … Urtò qualcosa che non doveva essere lì. La ritrasse all’istante. Un contatto fortuito e inequivocabile: un corpo. Annarita mise a fuoco e non riuscì neppure ad aprire la bocca. “Cucù …” disse Rodolfo dal sedile posteriore. Quindi allungò un braccio e affondò l’immobilizzatore sul collo della donna. La scarica sfrigolò pochi secondi lasciando nell’aria un odore buffo di zampe di pollo bruciacchiate. Annarita reclinò il capo, svenuta. L’auto sobbalzò e si spense. Mario scese dal fuoristrada, prese le borse, le caricò, quindi aiutò Rodolfo a trasportare il corpo di Annarita. Appena tutti furono saliti sulla Dodge, Mario si sistemò, prelevò una siringa, armeggiò con un flacone, fece schizzare il liquido dalla siringa e iniettò il contenuto nel braccio della donna. Il senatore Pagani teneva tra le dita la terza sigaretta accesa in dieci minuti, ovvero dalla chiusura della comunicazione con Peter Sullivan. Lo sguardo apparentemente perso nel vuoto non rifletteva la folla di informazioni in movimento veloce nella scatola cranica. Mosse e contromosse, analisi del rischio, valutazione delle conseguenze, riflessione sui benefici … tutto in esame alla velocità massima che un politico con quarant’anni di mestiere può permettersi. La decisione era stata presa d’istinto e si era messo in moto quasi senza riflettere. Ora aspettava la chiamata del colonnello De Sanctis con la conferma sull’effettiva praticabilità della prima fase. Le valutazioni erano state fin dall’inizio positive: Peter avrebbe eliminato con i suoi mezzi il problema più urgente. Poi sarebbe toccata a lui. Perché il Venerabile non lo aveva ancora chiamato? Era un punto sostanziale della soluzione. Avrebbe voluto avere la certezza che entro la serata un uomo idoneo alla situazione si sarebbe mosso, per sistemare le pendenze con quell’infame di Giuseppe Maestri. Sorrideva sotto i baffi il senatore, percorrendo in libertà i luoghi comuni della vendetta: “chi la fa, l’aspetti!” era la più adeguata, concluse. Si sentiva ancora un osso duro, uno di quelli che non si lascia passare la mosca sotto il naso. Quando il telefono dello studio squillò era pronto e trepidante come un bambino. “Sì?” “Una squadra è in azione … ma …” “Ma, cosa?” soffiò sibillino. “Non posso autorizzarli ad una copertura armata, lei capisce …” “No, non capisco. L’azione è a supporto di un Paese alleato …” “Mi creda senatore, è meglio se ci teniamo fuori …” “Mandi la squadra e dica loro di intervenire solo se strettamente necessario …” “Vedrò cosa si può fare” “Tra quanto?” “Sono in movimento …” “Mi faccia sapere …” Santandrea se ne stava nel suo ufficio con il dizionario Italiano-Inglese aperto sulla scrivania. Lavorava sulle fotocopie dei documenti ricevuti da Chiara, la donna delle pulizie del presunto Orfanotrofio. L’originale era stato spedito al centro traduzioni della Polizia. Naturalmente non aveva nessuna intenzione di aspettare con le mani in mano e si era messo al lavoro personalmente; conosceva bene l’inglese e di certo non gli sarebbe sfuggito il senso del testo. Erano sette fogli, ovvero quattordici facciate non numerate, non consecutive e, almeno all’apparenza, provenienti dallo stesso fascicolo, a giudicare dalla battuta della macchina per scrivere. Santandrea non era un esperto e non si era neppure domandato se il materiale fosse originale, una banale riproduzione o, peggio ancora, un falso bell’e buono. A quello avrebbero provveduto i tecnici dell’ERT. Ciò che contava non era se il documento fosse un autentico d’epoca … quanto, molto più, se quei fogli fossero realmente appartenuti all’orfanotrofio e se contenevano informazioni utili all’indagine! Santandrea restò concentrato per un’ora, deciso a trascrivere solo i concetti elementari, ovvero il significato, di quei fogli. Quando ebbe finito si trovò con un riassunto scarno, dal quale emergevano notizie complesse, e inattese. All’inizio il dubbio di una corretta interpretazione dominò su tutte le sensazioni, poi l’esitazione restò confinata al foglio con le definizioni mediche e farmacologiche. Termini che non conosceva e sui quali era necessario il parere di un addetto ai lavori. Maneggiò i fogli riassuntivi e tentò di raccapezzarsi. Sul foglio da lui stesso siglato con il numero uno, lesse in sintesi. “… la sperimentazione condotta lascia pochi margini alla fantasia. I soggetti testati rispondono positivamente alle sollecitazioni con risultati a dir poco sorprendenti. Tali risultati evidenziano performance da quattro a cinque volte superiori gli individui standard. Per Standard s’intendono i soggetti normodotati, come classificati nel codice alfa dei test analitici del protocollo Keller - Adams … … L’opinione del nostro laboratorio, visto il risultato dei test condotti presso [omissis] è fortemente orientata all’impiego di Psico-Stimolatori, attraverso i quali si presume un ulteriore sviluppo delle capacità di Percezione Extra Sensoriale superiore del trenta per cento … … Il Centro di Sperimentazione Federale dell’Arizona, nella persona del [omissis], possiede una ricca documentazione di laboratorio dalla quale emergono, senza possibilità di errori, tracciati che confermano l’innalzamento dei valori Elettromagnetici Quantici su soggetti affetti da Autismo anche con dosaggi minimi di stimolatori quali … … Il nostro parere, basato sulla sperimentazione condotta nei primi quattordici mesi di esperienza, resta pertanto molto positivo. Il Progetto Stargate nella fase avanzata dovrà tuttavia prevedere sostanziali modifiche circa la selezione e l’impiego dei soggetti sottoposti a trattamento. Per queste variazioni fanno fede gli allegati già a vostre mani circa la composizione del panel …” Santandrea allontanò il foglio e restò a guardare perplesso, sembrava una relazione o un promemoria. Poi si soffermò su un punto: “Progetto Stargate?” Sottolineò con la matita. Il Vice Commissario proseguì nella lettura. Il foglio successivo sembrava una lunga lettera della quale maneggiava la parte conclusiva. “… A tal proposito, come già deliberato nella riunione tenutasi presso questa unità sperimentale di Isola Madre, con mister [omissis] Chief of Station, mister [omissis] Delegate Stargate Project for Europe, mister [omissis] Case Officier, Directorate of Operations, (documentazione agli atti) la sottoscritta conferma la propria totale disponibilità ad eseguire su se stessa la sperimentazione per la filiazione di due gemelli monozigoti da avviare ai test. Per quanto attiene gli aspetti clinici dell’inseminazione e delle successive disposizioni medico-tecniche, rimando alla mia prossima missione presso Langley, la definizione operativa. In quella sede ritengo necessario avviare le fasi definitive del progetto” Santandrea osservò la firma. Chief Medical Operator, Deputy Assistant of Italian Stargate Operations. Kate Kossowichtz. Sollevò lo sguardo al soffitto, rifletté per un attimo, quindi sottolineò il nome: Kate, in italiano sarebbe stata Catia, o Caterina! Cioè la stessa “Caterina” di cui parlava Maria. Tornò indietro nella lettura e si soffermò su un particolare: Langley. La CIA! Lasciò svolazzare il foglio sulla scrivania e appoggiò la schiena alla poltroncina. Sussurrò una parolaccia. “Guarda guarda che bel casino!”. Si stropicciò il volto. “Un’operazione dei Servizi americani … su territorio italiano. E che operazione!” All’improvviso Santandrea sentì bruciare la faccia. Aveva messo le mani su una bomba. Anzi, qualcuno gli aveva messo tra le mani una bomba … pronta ad esplodere, quasi sentiva il ticchettio ... Stava facendo il corriere! Considerò amaro. Asciugò un rivolo di sudore. Riprese il riassunto. “… Test cod. Stargate. Protocollo 00921; Lab. 2; Ricevente soggetto: BK1Double (vedasi scheda), Trasmittente dottor [omissis]. Prova di trasmissione dati (esercitazione conforme al protocollo tecnico in assenza di stimolanti, approvato dalla commissione [test uni standard cod. B022/55]). Punteggio ricevente: 88/100. Il soggetto ha totalizzato il risultato più alto mai registrato in laboratorio. Tutte le prove fallite riguardano la trasmissione di codici colore complessi con alternanza di …” Santandrea provò a rileggere interrogandosi sul significato di quelle frasi, ma era impossibile districarsi tra simboli e informazioni tecniche in assenza di un aiuto specializzato. “…BK1Double ha terminato il test nel tempo record di 25’. Nelle successive analisi mediche il soggetto è risultato in condizioni di salute accettabili e l’uscita dal Trip è considerabile nella norma. Agli esami di laboratorio infatti sono stati riscontrati lievi aumenti del battito cardiaco, lieve ipertermia. Emorragia localizzata, stato di eccitazione nella norma ...” Santandrea non riusciva a capire il senso delle frasi. “… Scheda di sintesi. Test cod. Stargate. Protocollo 00975; Lab. 5; Soggetto attivo: BK1Double (vedasi scheda), Soggetto passivo YC (vedasi scheda). Prova di Bilocazione e controllo mentale (esercitazione conforme al protocollo Gottlieb con ausilio di psicostimolanti [Dietilammide dell'acido Lisergico; Triptamina ad alto concentrato]. Prova Tattile e psicometrica. BK1Double ha ricevuto e decodificato le immagini correttamente. Il soggetto attivo ha ricostruito con esattezza lo spostamento degli oggetti al semplice sfioramento. Punteggio 100/100 Prova di Controllo Mentale. Il soggetto attivo ha condotto il ricevente a seguire le istruzioni di percorso … Prova Criptoscopica … Rivoltò il foglio come un tic nervoso, sapeva bene che il testo della fotocopia era su una singola facciata. Un angolo del cervello lavorava rincorrendo un’idea, il resto sembrava impallato, alla ricerca di frasi più convincenti, di affermazioni esplicite. Anche se non gli era sfuggito il contenuto degli “psicostimolanti”; erano allucinogeni. Nella testa di Santandrea troppi pensieri affollavano i circuiti contemporaneamente. Due su tutti latravano in modo insopportabile. Il primo riguardava l’orfanotrofio. Se quei fogli appartenevano all’Istituto, cosa tutta da dimostrare, era chiara la falsità degli scopi. Quello era un manicomio capovolto: i pazzi avevano preso il sopravvento. Non era di certo un’opera pia. Era piuttosto una copertura stesa su esperimenti dei quali non era certo di aver compreso la portata … ma si era fatto un’idea. L’altro cruccio riguardava il valore pratico di quel materiale, nell’ambito delle indagini su Rodolfo Roncati. Da quel poco che aveva letto non c’era nulla di concreto. Anzi! A ragionare da idealisti il quadro scagionava l’indagato. Cioè … se Rodolfo era stato cresciuto ed educato lì dentro aveva un milione di attenuanti. Era stato un figlio illegittimo del positivismo, dei Servizi Segreti, e di chissà quale altra disgrazia moderna. Una vittima, un mostro fabbricato in laboratorio. Santandrea riprese a leggere il proprio riassunto. “… della normativa di bonifica in caso di necessità. Il manuale di riferimento è quello risultante dal Protocollo di Sicurezza e Controllo delle Strutture dell’impianto … I soggetti della sperimentazione hanno la priorità su tutto il materiale della Stazione. Questi devono essere immediatamente prelevati, isolati e resi inattivi. Il rigoroso rispetto della procedura è fondamentale per la difesa del progetto e del patrimonio sviluppato … Procedura di isolamento. In caso di pericolo per la sopravvivenza della Stazione i soggetti di sperimentazione devono essere tenuti rigorosamente separati. Il kit di messa in sicurezza dei soggetti è collocato nel magazzino di sorveglianza e prevede l’uso obbligatorio di: 1) tappi auricolari; 2) benda e cappuccio; 3) camicia restrittiva; 4) limitatore del passo; 5) fiala anestetica … I soggetti devono essere trasportati in zona di sicurezza con priorità 1 e adeguatamente sostenuti da un sorvegliante ogni due soggetti. I Sorveglianti … “Un lager” commentò sdegnato Santandrea lasciando il foglio sulla pila davanti a sé. Impugnò il cellulare e restò in attesa. “Che cos’è Stargate?” sparò a bruciapelo. Il colonnello stiracchiò le braccia e un’infilata di scricchiolii fece da eco a partire dal collo per scendere alle spalle e a cascata lungo le braccia ed i polsi. Il lavoro di controllo era quasi finito, non c’era nulla di interessante e, con il senno di poi, poteva anche prendersela comoda. Un nuovo tremito sul monitor accompagnato da un beep segnalò l’arrivo di una nuova registrazione. Il comandante osservò l’orologio e si dispose ad affrontare le due chiamate conclusive. Fece scorrere le pagine ed aprì gli ultimi avvisi. Ebbe un sussulto nel vedere le stringhe sfumate con un azzurro tenue. Le intercettazioni provenivano dallo studio del senatore Pagani. “Interessante”, pensò. Controllò il lato destro della segnalazione e una goccia di sudore scappò fulminea. La frase che aveva messo in allarme il sistema era piuttosto eloquente: “Il bersaglio è nel mirino”. Sussurrò una scarica di maledizioni, indossò la cuffia e lanciò il comando di ascolto. Socchiuse gli occhi, la matita in mano pronta a trascrivere, tutti i sensi al massimo dell’attenzione, la registrazione partì. “Posso farti un regalo sei hai il fegato di accettarlo” “Hei, Peter, ti da di volta il cervello?” Il comandante era teso come un atleta sulla partenza dei cento metri. Restò concentrato e lasciò proseguire la conversazione. Il profumo di un gran casino aleggiava pronto a rilasciare il vapore dell’irreparabile. “Il Dossier “S” è a Torino. Il bersaglio è nel mirino, serve un appoggio ed una decisione immediata. Se lasci cadere l’offerta non potrò fare più nulla per te e … conosci le conseguenze” Lanciò gli occhi al telefono, pronto a lanciare l’allarme. “A Torino. Hotel Principi di Piemonte. Stanza 329” Impugnò la cornetta e premette il tasto della segretaria. “Enrica?” pronunciò asciutto. “Ci sono …” “Procedura d’emergenza. Priorità assoluta. Bersaglio allo scoperto. Serve un intervento su Torino, trovami subito un paio dei nostri. Dammi la situazione appena possibile. Esegui!” Tornò alla cuffia in tempo per sentire le conclusioni. “… ne hai. Entro un’ora devono essere lì …” “Che cosa devono fare?” “Nulla. Solo appoggio per coprire gli imprevisti” “Un’ora è terribilmente poco …” Controllò l’ora di registrazione e si maledì: 12,45. Se lo avesse almeno guardato … Selezionò la stringa successiva, osservò la frase chiave: “copertura armata” e sbattè il pugno sul tavolo. Erano pronti. Lanciò il comando di ascolto e contemporaneamente premette il pulsante dell’interfono, la cuffia sull’orecchio sinistro, la cornetta nell’altro. “Enrica: la situazione, cazzo!” “Comandante, non trovo appoggio …” “Continua, non smettere …” Non ho mai perso un uomo in missione. Aveva pronunciato quella frase poche ore prima. Gli sovvenne come un dispetto della memoria. “Una squadra è in azione … ma …” “Ma cosa?” “Non posso autorizzarli ad una copertura armata, lei capisce …” “No, non capisco. L’azione è a supporto di un Paese alleato …” “Mi creda senatore, è meglio se ci teniamo fuori …” “Mandi la squadra e dica loro di intervenire solo se strettamente necessario …” Uno era il senatore Pagani, l’altro quasi certamente De Sanctis. “Enrica?” Urlò. Dall’altra stanza un silenzio mortificante. Si alzò di scatto e attraversò l’ufficio. Aprì la porta e la vide, con le mani saettanti sulla tastiera. Enrica scosse la testa. “Non c’è nessuno sottomano …” “Maledette elezioni!” ringhiò. Corse indietro alla propria postazione. Digitò la sequenza e selezionò il nome del “fornitore” a Torino. Pigiò il comando di chiamata e aspettò … “Cos’è Stargate?” ridacchiò. “Il motivo per il quale c’è bisogno del suo aiuto …” rispose l’uomo in tono beffardo. “Cioè? Vi serve un capro espiatorio, un colpevole … che cosa vi serve in nome di Dio?” “Niente di così trascendentale. Diciamo che ogni tanto fare pulizia delle porcherie del passato è fondamentale per gettare le basi del futuro. Lei dottor Santandrea può essere lo strumento. Tutto sommato un nobile impiego, non le pare?” “La sua ironia è vomitevole. Glielo domando ancora: che cos’è il Progetto Stargate?” “Lei mi delude Santandrea. Devo presumere che abbia letto il contenuto dei fogli … è così?” Il monitor del computer lampeggiò: una chiamata era in attesa di essere scaricata sul sistema. “Sì, ho letto. Ciononostante le informazioni sono troppo generiche, non hanno alcun risvolto pratico per le nostre indagini. Questo è un filone esterno, anzi, è il vostro filone. Ora direi che è tutto chiaro, a noi interessa beccare Roncati, a voi occorre tutt’altro, non è vero? Voi volete solo un coglione che accenda la miccia su questo Stargate, perché siete così vergognosamente vigliacchi che non sapete farlo da voi …” “Io non appartengo più a quella banda. Non usi il plurale!” Il computer lanciò una serie di avvisi acustici. L’uomo si voltò, premette un tasto e rifiutò la telefonata. “Per il resto sono d’accordo: occorre qualcuno che tolga il coperchio a quella pentola. Posso chiedere un generoso premio per lei … anche in termini di carriera”. Ci fu una breve pausa e il computer riprese la litania di segnali solitari. Qualcuno insisteva con una telefonata in un momento vitale per l’operazione. L’uomo premette un tasto, rifiutò la comunicazione stizzito e riprese. “Adesso vorrebbe rinunciare, magari mandarmi al diavolo … ci pensi bene, non lo faccia. Lei può fare molto, ha l’aria della persona a posto, se avesse una posizione di comando potrebbe fare di più … e …” “Che cos’è Stargate. Non glielo domanderò una terza volta e non ascolterò più nulla …” Ci fu ancora un breve silenzio, poi un sospiro. Santandrea sentì il rumore di un campanello e la voce dell’uomo rispondere qualcosa, subito dopo riprese la conversazione. “Mi conceda un secondo …” L’uomo coprì il telefono e per un secondo restò basito. La filippina del servizio in camera sfilava indolente con un carrello e una serie di coperchi chiusi. Il computer mandò un beep di nuova tonalità. Pigiò un tasto e l’immagine di una busta roteò sul monitor per sistemarsi al centro dello schermo. Una e-mail priva di firma. La filippina si voltò per un sorriso che ricambiò sospettoso. Aveva chiesto il pranzo in camera? Si domandò perplesso. La donna iniziò a scaricare le sue merci dal carrello. L’uomo riprese il telefono e iniziò: “Stargate è …” la busta riprese a volteggiare sullo schermo. D’istinto premette un pulsante e la busta si aprì. “… Dicevo, mi scusi ma sono occupato su più fronti. Dicevo che Stargate è … un’operazione …” il messaggio si rappresentò a tutto schermo. “Killer” Non alzò lo sguardo. Restò impassibile. Si voltò appena, quanto basta per impugnare la Glock sotto il cuscino, con rapidità fece scivolare la mano coperta dal lenzuolo. Alzò il capo e contemporaneamente fece fuoco per riempire la stanza di un rumore incredibile. Tanto forte da non sentire i tre proiettili conficcarsi nella carne. “Tiro rapido …”, fece in tempo a pensare, “… Berretta special calibro 39, con silenziatore, corpi speciali … troia d’una filippina!” E chiuse gli occhi. In un lampo passarono per la testa un miliardo di immagini e sorrise, quando inquadrò la cartolina di Acapulco, Tatiana in topless sulla spiaggia, un paio di biglietti d’aereo … profumo di avana … il fascicolo di Stargate … La Somala, con quel viso terribile e gli occhi in una fessura, la vide e risentì la profezia “morirai nel bianco, tra le lenzuola” vide la mano nell’imitazione di una pistola … L’eco dell’esplosione rintronò Santandrea “Pronto?” domandò, “Pronto?” La linea cadde lasciando all’altro capo del telefono il compito di trarre le conclusioni. Santandrea restò con il cellulare a mezz’aria. Se avesse avuto buon fiuto avrebbe sentito il profumo ambiguo della cordite allargarsi nella stanza. Per il momento sentì la paura fargli tremare le mani. Migliorino bussò alla porta in quel momento. “Sergio, riunione tra dieci minuti …” disse in un misto d’euforia e cameratismo. Lo scatto del pulsante lo aveva fatto trasalire. Il Revox a bobine si era avviato con un impercettibile ronzio di motori. Lui stava armeggiando con le fibbie dei sandaletti, avrebbe voluto toglierli; gli esercizi riuscivano meglio senza scarpe. Intorno, due persone armeggiavano con i soliti fili e ventose: Marilyn aveva terminato di appiccicare le ventose, e adesso strofinava il braccio con il cotone umido di alcol. La parte peggiore del gioco. Non gli piacevano le punture … proprio per niente, però l’effetto, quello sì. Iniziava come un formicolio leggero, poi diventava tepore, infine un breve stordimento anticipava l’arcobaleno di colori sgargianti, di luci come fuochi d’artificio. Era un autentico volo. Bellissimo ... nei momenti migliori percepiva una leggerezza impossibile: come sentirsi privi di peso, pronti a volar via come una piuma, veleggiare silenziosi senza il più piccolo movimento del corpo. L’ultima volta si era sentito un falco: due battiti d’ala e si era alzato nel giardino, poi ancora qualche colpo rapido e il suolo si era allontanato sotto di sé, veloce, sfuggente. E poi il vento sibilante tra le orecchie, le correnti d’aria carezzevoli ed avvolgenti, quella sensazione di spazio infinito ... Vedeva tutto dall’alto e un euforia speciale prometteva di durare in eterno. Andreas, il dottore, armeggiava con il microfono, provava i livelli, le posizioni e recitava ad alta voce ogni azione prevista dalla procedura. “Adesso sentiamo il cuore del nostro giovanotto …” disse con l’italiano aperto di un Texano. Scoprì il torace e poggiò lo stetoscopio. Restò qualche secondo all’ascolto e riprese, “Molto bene. Siamo in forma smagliante: il cuore di un atleta”. Poi prese lo sfigmomanometro, allacciò la guaina al braccio, premette la pompetta, lasciò sfiatare, pompò di nuovo e dettò i valori nel microfono, trascrisse su un notes due appunti e fece un cenno a Marilyn che aspettava l’ordine. Lei fece zampillare uno schizzo e, con delicatezza, bucò il braccio, iniettò, quindi sfregò veloce con il tampone d’alcol. Lui strizzò gli occhi, fece una smorfia e aspettò di sentire quelle calde vibrazioni entrare in circolo. Sentì la voce di Andreas come proveniente da un mondo parallelo. “Elettrocardiogramma in funzione, elettroencefalogramma attivato … bene, possiamo cominciare … Sette aprile millenovecentosettantotto, ora locale 8.45 a.m. Laboratorio 3; Responsabile somministrazione test: il sottoscritto dottor Andreas Hogan; assistente di laboratorio Marilyn Donnert; Soggetto in esame BK1Double. Scheda agli atti. Sovradosaggi di Metilen-diossi-metamfetamina combinata con Chetamina-Dopamina … Protocollo Stargate Σ type 0077189”. Il dottore fece una pausa, prese il blocco degli appunti e controllò, quindi dettò i valori di pressione e battito cardiaco appena rilevati. “Test di verifica, prova di bilocazione eterica e controllo mentale … Molto bene campione, che cosa ne dici di iniziare. Adesso il nostro BK1Double ci darà prova …” Angelo sussultò nel letto. Era passato dal riposo ad uno stato di trance profonda e veleggiava senza controllo in una dimensione che conosceva bene. BK1Double … BK1Double … BK1Double … Quello era il suo nome in codice. La sigla usata quando era bambino. Nessuno lo chiamava con il vero nome. Solo la dottoressa Kate e quell’uomo distinto lo usavano qualche volta. Angelo si rigirò, il battito del cuore iniziò ad accelerare, un vortice viola lo rapì in una scivolata verso il centro. Era una caduta inarrestabile verso un punto scuro, in fondo … tutto girava mescolando rumori ovattati a segnali striduli, poi la rotazione rallentò, e l’ambiente prese le forme di una stanza, i fischi si trasformarono in cigolii, poi in parole … e sentì la propria voce. “YC è … è … in biblioteca. È … no. Ha un libro della biblioteca ...” “Hmm, dove si trova?” domandò una voce fuori dal campo visivo. “In … biblioteca” rispose incerto. “Sei sicuro? Io non credo si trovi da quelle parti. Guarda bene intorno …” Un lungo momento di pausa. “Non vedo. È buio ...” “Non usare gli occhi, te l’ho detto mille volte! Ti prenderei a sberle. Lascia scorrere l’energia … carica il centro magnetico ed esplora l’ambiente … Dai un’occhiata al Laboratorio 2 …” BK1Double iniziò a dondolare e Angelo nel suo letto lo imitò per simbiosi. “… YC non è nel Laboratorio 2. Il dottor Sylvester è con lui. YC si è nascosto, tiene in mano un libro …” “BK1Double oggi sei terribilmente pigro. L’amico Sylvester si trova nel Laboratorio, con YC, vuoi che ti ci porti per le orecchie? Concentrati. Dai istruzioni a YC …” “Ho detto che Sylvester e YC sono in biblioteca …” rispose rabbioso. “Obbedisci senza fare storie. Dai istruzioni a YC: deve aprire il libro a pagina venti. Hai capito? Se non obbedisci sarai punito … lo sai che non scherzo” BK1Double sentì le vene delle tempie gonfiarsi di collera. Inspirò lentamente, sollevò la schiena dalla sedia e adagio espirò. Restò immobile finché distese le braccia con i palmi verso l’alto e riprese a dondolare. Nel Laboratorio 3 non successe nulla per qualche minuto. Andreas controllò l’orologio, quindi si alzò dalla sedia incuriosito dall’improvviso graffiare dei sistemi di scrittura. L’EEG pattinava impazzito mentre l’ECM continuava a segnare una calma quasi innaturale. Andreas era innervosito. “Ti do un minuto, dopodiché dovrò chiudere l’esercitazione con il punteggio peggiore di quest’anno; la pigrizia ti costerà una punizione esemplare …” All’improvviso un refolo d’aria agitò la stanza. Andreas si voltò verso le finestre e restò sorpreso di vederle chiuse. Si voltò di scatto, sapeva che era un segnale pericoloso, ma non riusciva a credere che il soggetto potesse liberare tanta potenza. Nel corridoio un forte scalpiccio e grida disperate presero il centro dell’attenzione. Andreas non sapeva cosa fare, il vortice aumentava d’intensità, sarebbe stato meglio fermare il test. Il soggetto doveva aver perso il controllo del flusso e l’energia si accumulava all’interno del soggetto stesso, come una pressione in continua crescita all’interno di un buco nero. C’era il rischio di un collasso e della caduta in coma. I fogli iniziarono a volare, Andreas fece un passo verso BK1Double, ma nonostante lo sforzo non riusciva ad avvicinarsi. Andreas gridò, ma non servì a nulla, BK1Double avvicinò le braccia con fatica, come se sfidasse una forza opposta, finché vinse la resistenza e chiuse le mani in una stretta. Il vento precipitò e per un secondo fu silenzio totale: un buco di energia nella tempesta quantica. Andreas non riusciva a chiudere le mascelle, era sbigottito. All’improvviso fece un passo indietro, un violento impatto contro l’ingresso del laboratorio lo fece trasalire, vide la maniglia girare e dopo un attimo la porta si spalancò con fragore e due soggetti caddero in terra urlanti. Fu il dottor Sylvester a parlare per primo, implorante, con le mani sulle orecchie e due larghi fiotti di sangue sul volto. “Fermalo Andreas. Fermalo ti scongiuro … riportalo indietro, ci ammazza … fermalo …”. Sylvester stramazzò a terra e il giovane YC accanto, era steso tremante, nell’anticamera di una crisi epilettica. Andreas urlò, provò ad avvicinarsi ma non riusciva a muovere un passo. A terra i due rantolavano. Dal corridoio rumore di passi e grida. Poi BK1Double liberò le mani dalla stretta e la stanza si placò. Angelo non ebbe il tempo di riflettere su ciò che aveva visto; una nuova vertigine lo trasportava su un tappeto volante in un altro tempo. Sollevato come un fuscello. Il muro che aveva retto tutta la vita cadeva di schianto, visioni e ricordi si mescolavano senza sosta. Aldilà della barriera un mondo sconosciuto si apriva carico di speranze e di interrogativi scomodi, ma Angelo era in viaggio e nulla poteva arginare quel desiderio di verità tanto attesa e forse, tanto amara da accettare. Il vortice si quietò e un’altra rappresentazione era pronta ad entrare in scena. Buio. Nel corridoio il freddo umido penetrava nelle ossa. Il sorvegliante, appisolato sulla sedia, russava con la testa rovesciata all’indietro, contro la parete, masticava l’aria come cibo per alimentare il sonno. Bill, somigliava ad un vecchio tricheco, per via di quei baffi spioventi sulle guance gonfie; non era sveglio di giorno, figuriamoci di notte. Angelo guardava la scena, incuriosito come lo spettatore di un film ma trasalì, quando vide una figura muoversi nella semioscurità. Portava una specie di pigiama, come un grembiule, calzava scarpette di gomma slacciate e si aggirava silenzioso, guardingo. All’improvviso Angelo sentì il senso di fastidio innalzarsi in verticale senza motivo apparente, almeno fino a quando non gli parve di riconoscere se stesso, ovvero il piccolo BK1Double. O almeno, le sembianze erano quelle. Ma qualcosa non tornava. Non c’era in quel ragazzino il suo stesso respiro: erano uguali a vedersi, ma non erano la stessa persona. Angelo approfondì la sensibilità finché concluse che non c’era coscienza di sé, non s’identificava e, per quanto assurdo, in quelle apparenze riconoscibili viveva uno spirito sconosciuto. Era come vedersi allo specchio e non trovare la propria anima nel riflesso. Una visione inquietante ma non più misteriosa; Angelo sentì i brividi attraversare la schiena. Ormai sapeva. Quello era Rodolfo. Per un momento sentì il cuore cambiare passo. Era emozionato: quello era il suo fratello gemello. Un fratello, pensò; era forse quella la parte sconosciuta di qui sentiva la presenza e contemporaneamente la mancanza. Inoltre, considerò con stupore, erano stati vicini, forse addirittura cresciuti nello stesso luogo. Come poteva aver perso del tutto un ricordo così importante? La mente tornò sul corridoio silenzioso e appena illuminato da una debole luce azzurra. Rodolfo si avvicinò al sorvegliante, si voltò e sorrise quando inquadrò il bagliore al fondo della camerata. Il falò saliva crepitando dalle tende e si arrampicava sulle travi, sulla boiserie, sulle pareti. Rodolfo si chinò, con delicatezza slacciò le scarpe del sorvegliante e legò le stringhe una all’altra, poi prese l’asciugamano che portava intorno al collo e lo arrotolò alla sedia per farne una miccia. Controllò il risultato e rise in silenzio, quindi si allontanò di un passo, sfregò il fiammifero sulla scatola e appiccò il fuoco all’asciugamano. Corse via e scese le scale a godere del lavoretto compiuto. Ovunque, i segni del precedente passaggio di Rodolfo erano evidenti. Il fuoco si alzava sfrigolando maestoso. Angelo guardò atterrito. L’incendio! Quante volte aveva visto frammenti di quella scena? Quante volte si era domandato la provenienza di quel ricordo. Adesso si sentiva avvolto dalle fiamme come una vittima, bruciata dal capriccio di un bambino mostruoso. Il ricordo non era suo. Lo aveva ricevuto in forma di trasmissione spuria dal suo aggressore: da Rodolfo. Anche il gemello possedeva poteri strabilianti, come lui: una coppia di mostri. Concluse amaro. Due creature da laboratorio. Cavie. Topolini in una gabbia, ammaestrati per divertire una scienza drogata e maligna. Perché Rodolfo lo aggrediva, si domandò. Forse vedeva in lui un nemico! E soprattutto … sapeva che erano fratelli gemelli? Era frastornato. La visione riprese implacabile. Rodolfo saltava, faceva capriole, danzava piroettando felice tra lingue di fuoco e scintille. Era in preda ad una esaltazione criminale: la grande casa bruciava e nessuno sembrava accorgersene. Angelo sentì il cuore stretto in una morsa. Sarebbero arsi vivi … tutti! Un massacro. Provò a gridare, dissociato. Avrebbe voluto dare l’allarme, portare in salvo quella gente … spegnere le fiamme. Rodolfo correva in lungo e in largo; rideva indemoniato. Il tempo passava e le fiamme si alzavano. Angelo guardava senza respirare, in uno stato di costernazione impotente. Una finestra esplose dal calore, quasi contemporaneamente dal lato opposto un grido, poi un altro, infine un coro di urla, passi, corse disperate tra nuvole di fumo nero e lampi di nuovi focolai. Si accesero le luci e il cortile s’illuminò. Dall’alto piovevano frammenti di vetro, brandelli di tende in rotazione come fuochi fatui. Rodolfo stava nel cortile, saltellava nel coro di grida, pianti, richieste d’aiuto, implorazioni. Una figura indescrivibile uscì correndo come una torcia umana, percorse un tratto poi cadde e restò a terra. Da una finestra del secondo piano una donna chiedeva soccorso, aveva i capelli incendiati e gli occhi sbarrati, si poteva vedere il bianco degli occhi esplodere dal terrore. Le fiamme salirono in uno sbuffo livido e l’avvolsero … lei si lasciò cadere per precipitare di sotto. Nel cortile un uomo correva disperato, entrava nella casa in fiamme e subito usciva portando in braccio due ragazzi alla volta. I capelli fumavano e la camicia era annerita dalle bruciature e dalla fuliggine. Angelo lo guardò con attenzione. Tentò di fermare l’immagine, ma si scontrò con una nuova resistenza interiore. Quell’uomo … s’interrogò. Perché mi sembra conosciuto, non riesco a vederlo. Chi è? Il cortile brulicava di persone impaurite, tremanti, bruciate, infreddolite. Qualcuno iniziò a fare una catena per prendere l’acqua dal Lago e poco per volta iniziarono le operazioni di soccorso. Dall’interno furono trasportati a braccia i corpi di chi non era riuscito a fuggire con i propri mezzi. Alcuni erano svenuti, altri venivano coperti da lenzuola. Nel cortile il buio della notte cominciò ad aprirsi ad un nuovo giorno e le sagome coperte ormai erano nove. Per ultimo Angelo vide trasportare il corpo dell’uomo con la camicia bianca, non riuscì a vederlo in volto, ma le vibrazioni non mentivano. L’uomo fu lasciato sull’acciottolato, non capiva se vivo o morto. Angelo provò ad aumentare le percezioni ma ancora una volta dovette desistere. Un sibilo bucò il cervello e si rintanò in un dolore insopportabile. Rodolfo non era più lì. Non c’erano più ragazzi, solo adulti, sorveglianti, medici, prostrazione … Un decimo lenzuolo venne steso sul corpo dell’uomo con la camicia bianca. Dieci vittime … una strage. Angelo tentò di aprire gli occhi. Era tempo di fermarsi, di riflettere e stendere un primo bilancio, il mosaico stava per essere completato; la maggior parte delle tessere aveva trovato la propria sistemazione. Si domandò se valeva la pena insistere con quelle torture. Il passato era morto, non avrebbe trovato alcuna verità capace di restituirgli l’infanzia, una famiglia. Che senso aveva trascorrere la vita a cercare il passato? Era forse un modo per non vivere? Allungò un braccio per cercare il contatto con Simona, ad occhi chiusi e sentì la presenza di un corpo. Si voltò e una nuvola di capelli bianchi sfoderò un sorriso macabro. “Grazie Angelo” Una scarica elettrica attraversò Gik da capo a piedi. Il volto della contessa era disteso, sereno. Forse non l’aveva mai visto così umano, addirittura materno. “Ho portato giustizia, come mi era stato chiesto …” Rispose. “… Adesso sono libero?” “Non sei mai stato prigioniero, se non di te stesso e dei tuoi sentimenti. Il tuo aiuto, per quanto desiderato, riguarda una giustizia astratta; non ripara le malvagità subite, non cancella il dolore … e soprattutto non restituisce ciò che è perduto” “Non ho il potere per una giustizia diversa” rispose Gik. “È vero” sospirò la contessa. “E non ho il potere di impedire che avvenga. C’è di mezzo il destino, la storia, l’ineluttabile … forse era scritto così!” “Adesso che cosa farai?” “Quello che so fare. A volte mi sembra così poco, ma posso farlo meglio e forse mi aiuterà” “Vuoi ancora trovare le tue origini? Camminare a ritroso alla ricerca del passato?” “Non lo so. In questo momento il presente lascia poco spazio al passato. Davvero non lo so …” “Ad ogni modo ti sono debitrice. A me potrai chiedere aiuto, se vorrai …” “Se ti chiedessi del passato potresti aiutarmi?” Un buffo sorriso fece sussultare l’anziana donna. “Che cosa vorresti sapere?” domandò la contessa. “Chi sono i miei genitori?” “Forse sarebbe meglio non saperlo, ci hai mai pensato?” “Sì. Ma sono abbastanza cresciuto da accettare i fatti per quello che sono, i genitori non li puoi scegliere. Che cosa puoi dirmi di loro?” “Non posso risponderti” “Perché?” “Perché non mi è concesso” “Che cosa significa?” “Significa quel che ho detto. Tu dovresti capire, conosci le ragioni” “Mio padre?” “Non posso” “Mia madre?” “Perdi tempo. Non mi è concesso!” “Sapevi che Rodolfo, il marito di tua figlia, è mio fratello gemello?” “Ti prego, non nominare quell’essere. Che sia dannato per il resto dei secoli! Comunque no. Non lo sapevo … anche se …” un’esitazione nella voce lasciò in sospeso la frase. “Se …?” incalzò Angelo. “Nulla. La vita è uno strano giocattolo. Talvolta conduce in zone oscure e basterebbe poco per fare luce, ma il fascino del buio può farti dimenticare il senso del vero … così finisci per mentire a te stesso …” “Non ti capisco!” “Se Dio vorrà, se sarai fortunato, non capirai” “Dimmi qualcosa di tuo marito. Lo abbiamo cercato insieme, Ricordi?” La contessa fece un lungo sospiro. Abbassò il capo in modo teatrale e rispose “Non posso rispondere!” “Quando dicevi che posso chiederti aiuto a cosa ti riferivi?” domandò con una punta d’ironia. “Alle tante situazioni nelle quali potresti sentire la necessità di una voce amica. Ti sembra poco?” “No …” Angelo restò per un attimo in silenzio a considerare le ultime parole, quindi riprese. “Allora questo è un addio?” “Io non credo negli addii. Tutto torna, c’incontreremo ancora. Presto se vorrai, tu sai come trovarmi. Ma da adesso in avanti non verrò più da te …” sorrise. “… Non troverai più i quadri sottosopra, e non sentirai la mia presenza … se non di rado, magari per dare un’occhiata alla tua vita, ti dispiace?” La voce era diventata un sussurro. “No, vieni quando vuoi. Apprezzo la decisione di lasciare in pace i quadri” “Un’ultima cosa ...” Angelo dovette tendere le orecchie per sentire quel sospiro. “… Ti troverai ad un bivio. Se il tuo cuore sceglierà di intervenire, dovrai combattere per la tua stessa vita …” Ci fu una breve pausa. “… Guarda verso il basso ma resta in alto. In alto …”. “Come?” Angelo sentì l’eco delle sue parole rimbalzare nel vuoto. “Che cosa significa? Contessa Afdera questo è … Contessa?” “Perché mi guardi così?” domandò Simona. “Mi ha svegliato qualcosa, come delle voci … con chi parlavi?” Gik realizzò all’istante quanto sarebbe stato complicato dare una risposta e glissò. “Sognavi …”. Lei fece una smorfia. Non l’aveva bevuta. La avvicinò e la strinse con tenerezza. “Dormi, ne hai bisogno …” “E Tu? Non dormi?” “Devo chiedere una cosa importante a Guelfa … Questione di pochi minuti. Tu non ti muovere … ci metto un minuto. Chiudi gli occhi”. Gik la baciò e si alzò, determinato a fare ciò che un attimo prima aveva deciso di abbandonare. Vivacqua percorse il corridoio in direzione del proprio ufficio di gran carriera. Le notizie sugli ultimi sviluppi delle indagini avevano fatto il giro del reparto e tutti gli Agenti in quel momento presenti si alzarono in piedi, chi fischiando, chi salutando con gioia l’arrivo del capo con i trofei di caccia. Qualcuno non sorrideva, per esempio, Carbone, Gargiulo, Piras, lo stesso Migliorino, ammaccato e costretto dal collare. A tutti il Commissario dedicò uno sguardo rapace prima di abbandonarsi sulla poltroncina. “Ragazzi miei sono distrutto …” esordì sbuffando. “E mi devo complimentare con voi. Sono contento di vedere che in mia assenza ne combinate una dietro l’altra …” disse con ironia. Qualcuno tossicchiò, Migliorino slacciò il collare in un fastidioso crepitio di velcro, e fece scricchiolare le ossa del collo. “Che minchia …” il telefono interruppe il cazziatone. “Dimmi veloce …” “Sanremo in linea che faccio?” “Passamelo” Vivacqua scartò una caramella, sistemò la cornetta tra spalla ed orecchio e attese. “Ciao Loy, ti avrei chiamato tra un minuto, giusto il tempo di uccidere tutto il reparto investigativo dell’esercito di Franceschiello. Hai novità? Ti dispiace se ti metto in vivavoce?” “Niente in contrario” rispose Loy. Vivacqua premette un pulsante ed un ronzio si allargò nell’ufficio. “Nessuna novità di rilievo. Abbiamo arrestato l’antiquario complice del Gabitti per la ricettazione del furto nella villa Dassault-Villalta di Solero, non credo servirà a molto, ma per adesso è nostro ospite. Il ragazzo si è chiuso in un silenzio sul quale dovremo lavorare per qualche tempo, per il resto credo non ci vorrà molto a ricostruire gli avvenimenti” “Anche io sono del parere che ormai siamo alla svolta finale” “Mi farebbe comodo una fotografia della donna, la vera o presunta complice del Martini, avete qualcosa?” Vivacqua fece un gesto con il mento verso Migliorino che rispose con un silenzioso assenso, “Abbiamo qualcosa sulla convivente del Martini, si chiama Annarita Gatti. Noi siamo del parere che la complice è proprio lei, attualmente è ricercata. Ti mandiamo la fotografia a stretto giro. Pensi di mostrarla al Gabitti?” “L’idea è quella. Tu cosa hai combinato nel frattempo?” “Con l’aiuto di Ferro …” Vivacqua frugò nella tasca interna della giacca finché pescò la bustina con il reperto. “… abbiamo recuperato un oggetto, nascosto all’interno dell’Audi targata BC419ZF …” “Quella del Martini!” “Esatto” “E come l’avete scovata?” “Ci ha guidati Ferro. Ha fatto tutto lui. E non mi chiedere come: perché sono nelle stesse condizioni tue con la cassetta video, registrata e poi misteriosamente cancellata; siamo nel campo dell’indimostrabile, non mi fare domande troppo complicate per adesso. Nei prossimi interrogatori faremo un tentativo per chiarire questi punti. Ti basti sapere che nel bagagliaio dell’auto dov’è stata sistemata la contessa per il trasferimento dalla villa, dopo l’aggressione, ho personalmente recuperato un oggetto … uno spillone, un fermacapelli appartenuto alla contessa che, per quanto in fin di vita, è riuscita a nasconderlo nell’auto. Era conficcato in un punto molto nascosto. Sullo spillone ci sono tracce di liquidi organici. Vediamo se l’ERT ne cava fuori quel che spero ...” “Ora come pensi di muoverti?” “Stiamo per procedere ad un aggiornamento … anzi, se non ti dispiace ci possiamo sentire più tardi …” cercò di tagliare Vivacqua. “E per le informazioni sulla nostra collaborazione?” Vivacqua lanciò uno sguardo smarrito di fronte a sé per incrociare il vuoto negli occhi dei collaboratori. Lasciò girare la domanda nella testa un paio di volte ma il risultato non cambiò. “Non ho capito …” “Sì … hmm …” tossicchiò, “… Con i giornalisti, con i vertici … cosa intendi fare per comunicare l’esito della collaborazione tra le nostre Squadre?” “Ah, scusami ma non ci ho ancora pensato …” Il Commissario rise a denti stretti, ecco dove voleva andare a sbattere, considerò, era l’ora della spartizione dei resti. “ … ci metteremo d’accordo per comunicare insieme i risultati. Per te va bene?” “Sì, direi che insieme mi sta bene!” La telefonata si concluse e Vivacqua scosse la testa. “Allora, aggiornatemi sulla situazione” riprese baldanzoso. Il telefono squillò ancora e contemporaneamente i cellulari di Migliorino e Piras. Il primo ad intervenire fu Gargiulo. “A proposito del Navali, per ora non ci sono avvisi né segnalazioni sul reperto mancante, sono stati allertati tutti coloro potenzialmente utili, dalla Raccolta Rifiuti alla Nettezza Urbana, ma per ora non ci sono novità. Certo che se l’hanno gettato in un fosso, probabilità di ritrovamento ce ne sono mica tante …” Vivacqua mugugnò. “All’Opera Pia Don Luigi, a Santo Stefano Belbo, dove il giovane era stato in cura per la disintossicazione non è emersa alcuna inimicizia che lasci pensare ad una vendetta maturata nell’ambiente dei tossici pentiti, inoltre padre …” Vivacqua aprì e chiuse la mano rapidamente: tempo scaduto! “Credo che la questione della vendetta e dell’ambiente della droga non abbia influenze primarie nella ricerca del movente. Che altro hai?” domandò il Commissario che nel frattempo aveva messo mano ai propri appunti. “A proposito del presunto suicidio di don Filippo i Carabinieri non hanno novità. Pare stiano cercando un’automobile sportiva. Mi sentirò con loro questa sera”. Migliorino chiese di intervenire, dall’altro capo della stanza. In un attimo di silenzio totale Carbone bestemmiò rubando l’attenzione di tutti. Non disse altro ed uscì trafelato sotto lo sguardo sbigottito dei presenti. Santandrea che fino a quel momento non aveva aperto bocca lo imitò ed uscì. “Poco fa, era Pinto al telefono, il collega del servizio …” “Migliorino lo sappiamo tutti chi è Pinto …” interruppe il Commissario. “Che cosa vuole?” “Due segnalazioni sulla Gatti. La prima è di qualche minuto fa. Una testimone sostiene di averla riconosciuta alla Stazione ferroviaria di Porta Nuova. Era in attesa sul binario dodici. Su quel binario il treno ha destinazione Bardonecchia … cioè il confine con la Francia …” “E la seconda?” “Dall’aeroporto di Caselle. La cassiera del Bar dice di averla vista. Era in coda più o meno verso l’una e quindici …” “Come stiamo procedendo?” “Beh … Pinto ha messo in allarme la Polfer, la Stazione di Bardonecchia e tutte le fermate previste, inoltre a Susa salirà una squadra di controllo. Per l’aeroporto stanno procedendo a verifiche su tutte le compagnie per accertare se risulta imbarcata, prenotata, o addirittura partita. Intanto la distribuzione delle fotografie della Gatti è avviata, così come modello e targa dell’automobile. Speriamo in avvistamenti più tempestivi!” “E per forza … ormai con il casino che avete combinato, possiamo contare solo su una botta di culo o su un miracolo: magari si consegna lei stessa, così è la volta buona che la becchiamo … Vorrei proprio sapere come avete fatto a farvela scappare!” sbatté una mano sulla coscia. Migliorino raccontò gli avvenimenti ad un interlocutore sempre più sbigottito. “Quindi vi siete fatti fottere da un travestimento da carnevale. Possibile che non sia venuto in mente a nessuno? Una donna … ritira un pacco sospetto da un tipo sconosciuto altrettanto sospetto, fugge in una toilette … che cosa vi viene in mente? Che corre perché se la sta facendo addosso? Siete dei fenomeni! Mi domando se per il calcolo delle probabilità prima o poi ne azzeccate una!” Tutti abbassarono lo sguardo in silenzio. “Migliorino: comunica a Pinto di non abbassare la guardia con la Gatti. Massima sorveglianza su tutti i punti sensibili fino alle ventiquattro. Della Mini che vi ha tamponato e mezzi ammazzati cosa ne sappiamo?” “Risulta rubata. L’abbiamo messa sotto sequestro, magari dalla Scientifica salta fuori qualcosa di utile …” replicò Migliorino. “Ditegli che voglio il loro parere al più presto, … e niente storie con orari e balle del genere, anzi … ” Vivacqua trascrisse il nome del Concessionario dove stava in deposito l’Audi del Martini. “… stesso lavoretto per quest’auto e per lo spillone della contessa. Un esamino con i fiocchi. Mi fai chiamare e racconto personalmente dove ho recuperato la spilla”. Santandrea tornò e riprese posto. “Sergio: non è che entri ed esci come un ospite, qui la storia riguarda anche te! Dimmi qualcosa di buono … mi accontento di poco” “In coda, se non ti dispiace …” Vivacqua lo guardò perplesso, di sottecchi. Era strano quel comportamento, anomalo, inoltre era bianco come un cencio. “Vabbè. Concludiamo il resoconto sulla Gatti. Voglio un controllo su tutti i posti ove è sostata, con particolare riferimento alla villetta nel golf, poi mi portate il fioraio, abbiamo da fare due chiacchiere anche con lui. Piras te ne occupi tu. Inoltre …” Vivacqua si alzò dalla poltroncina e si avvicinò a Migliorino, “Sono curioso di sapere che idea vi siete fatta di questa storia. Questi due: Annarita, cassiera in un Bar del centro, bella, furbetta, piaciona, e il suo convivente Ugo Martini, padrone del Bar, vedovo da pochi mesi, qualche proprietà al sole … Perché all’improvviso spariscono, che cosa c’è dietro?” “Secondo me … sono due strani” disse Piras. “A parte che non sappiamo che cosa hanno a che spartire con quegli altri matti della magia nera, mi viene da pensare a qualcosa di losco, tipo rapimenti, truffe, o magari qualcosa nel giro della droga” “Che c’entrano le truffe e la droga, sono mondi troppo distanti, come ti viene in mente?” sollecitò il Commissario. “Perché certe sparizioni misteriose, gira che ti rigira, finiscono sempre a buttarsi nella truffa. Questo Martini è un bottegaio, magari per arrotondare si è messo con qualcuno in faccende di ricatti, o traffici pericolosi. Per la droga invece, la questione mi viene in mente perché il Navali, la stessa Barbara, i riti magici … insomma quel genere di ambiente ne usa di continuo e un fornitore di fiducia devono pure averlo: chi meglio di un barista del centro?” “Non mi convince. Inoltre questa ipotesi non spiega nulla: dalla sparizione del Martini alla fuga della Gatti, per concludere con questo strano incontro in un supermercato nel quale riceve un pacco e scappa ancora. Non sta in piedi Piras” “Anche secondo me …” si aggiunse Migliorino. “Magari la droga ed il suo giro losco possono avere qualche fondamento, ma non credo sia il centro della storia …” “E qual è il centro?” insisté Vivacqua. “Vado per logica. Primo: non è detto che Martini sia per forza implicato con quei matti degli Angeli Neri o come cavolo si chiamano. In fondo abbiamo trovato solo il cellulare del Martini in quell’incendio. Non sta scritto da nessuna parte né che fosse presente, né che fosse un componente della banda e, per certi aspetti, non possiamo neppure escludere che sia la vittima. Anzi, per quanto ne sappiamo, questa è una strada buona come le altre. Secondo: non credo alla storia della truffa o del ricatto o di qualche commercio clandestino … per il semplice fatto che a casa sua non c’era nulla che lasciasse pensare ad una vita parallela a quella del Bar. Tengo a precisare che abbiamo perquisito l’appartamento da cima a fondo poche ore dopo l’incendio di Chieri e che la presunta complice, la Gatti, era certamente lì quando siamo arrivati. In banca questo signore non pare avere miliardi. In casa non cera un grammo di stupefacenti …” “Potrebbe averli portati via la Gatti!” suggerì Gargiulo. “Potrebbe, è vero, ma non credo che sarebbe stata capace di sottrarre le prove in un attimo, ovvero il tempo di avvistarci e buttare quattro stupidaggini in due borsoni. Terzo punto … vado per esclusione, quindi per ragionamento personale: io penso che il Martini non c’entri nulla con la magia nera. Cioè, come dice il Commissario, quei matti hanno il veleno nel sangue, se fosse stato un appassionato di certe pratiche, come per esempio la Barbara Pandolfi, avrebbe avuto la casa piena di cazzate di stregoneria, libri, riviste, amuleti, simboli e compagnia bella. Non credo che il cellulare fosse in quel fienile per caso. Quindi, per come la vedo io, c’era il Martini lì dentro e … secondo me, è la vittima del festino. La Gatti scappa perché ha paura, punto e basta”. “Bravo Migliorino …” Vivacqua fece un applauso di circostanza. “Non puoi provare un accidenti ma la storia non è male. Di cosa ha paura la Gatti? Non sarebbe meglio se parlasse con la Polizia invece di fuggire in modo così avventato? E per quale ragione il Martini si trova invischiato in un caso di magia del quale è addirittura vittima mortale?” “Panico, Commissario! La Gatti è costretta a fuggire. È terrorizzata, non si fida della Polizia perché non crede di ricevere sufficiente protezione. O perché magari, sotto sotto, qualcosa da nascondere ce l’ha pure lei. Mentre per il Martini … non lo so. Onestamente come sia arrivato a salire sul patibolo non mi viene una spiegazione. Ma potrebbe anche essere un caso, dopotutto nell’assurdità anche il caso ha una sua logica!”. “Mhhh …” bofonchiò Vivacqua. “Chi altri vuole provare a prendere il pesciolino alla giostra? Santandrea che opinione hai?” “Non è male l’idea di Migliorino, mi piace. Se aggiungiamo che il collegamento del Martini con il paranormale per certi aspetti ci sarebbe, adesso che sappiamo qualcosa di più del passato …” Gli occhi di tutti i presenti concentrarono la sorpresa sul vice. “Mi riferisco all’amicizia di vecchia data con il Roncati …” “Questa è una novità” esclamò Migliorino. “È di ieri sera …” precisò Santandrea. “… dicevo dell’amicizia tra il Martini e Roncati che, più oltre vedrete come si collega con l’esoterismo e il paranormale; bene, questi due hanno un collegamento, e la spiegazione circa la presenza del Martini ad un festino macabro potrebbe spiegarsi così. Se si accetta quest’ipotesi, si può presumere che Roncati abbia fatto la festa al vecchio amico per ragioni attualmente sconosciute, mentre la convivente, la Gatti, è fuggita terrorizzata perché testimone dei fatti, quindi potenziale bersaglio del Roncati. Anche se … riconosco la mancanza di qualcosa. Anzi manca moltissimo per sbrogliare la matassa. Mancano altri tasselli e nessuno mi toglie dalla testa che il nostro capo …” fece un gesto verso la scrivania, “… li tiene al caldo, nascosti da qualche parte … non è vero monsieur Poirot?” Tutti sorrisero, Vivacqua incluso. “Sarebbe ora di sentire che cosa è successo a Sanremo capo!” esclamò Piras. “E magari anche qualcosa su quegli assatanati della setta …” aggiunse Gargiulo. “Va bene. Concludiamo il ciclo informativo e poi vi racconto il mio punto di vista. Che cosa sappiamo dello scozzese?” “Niente più di ieri. La ricerca negli hotel della provincia è andata buca. Nessuno lo ha visto in albergo e, per quanto sappiamo, in un ristorante. Ma la ricerca è partita da poco, direi che bisogna aspettare altre dodici, ventiquattro ore, prima di chiudere la questione. La visione delle cassette registrate dal sistema di vigilanza del supermercato non ha dato esito positivo. Quindi siamo al punto di partenza”. Disse Santandrea. “A proposito della Pandolfi?” “Niente. Il centralino per la raccolta delle chiamate è muto dalla nascita. Neppure un mitomane. Nessuno che abbia chiesto un centesimo per la liberazione. L’avvocato Cortemille sostiene che non stiamo dando alla faccenda l’importanza che merita. Il padre dovrebbe arrivare in giornata dagli Stati Uniti, è già deciso un incontro per fare il punto della situazione”. “Il controllo dei nomi presenti nella rubrica?” “Stiamo procedendo. Per ora è stato tempo perso. A naso … non mi aspetto niente di buono! Forse vale la pena dare un giro di vite all’unico nome sul quale abbiamo un riscontro, ovvero quel farmacista, Mario Federici” concluse Santandrea “Migliorino, tu lo hai fermato per un controllo, come ti è sembrato quel Federici” domandò Vivacqua. “Niente da segnalare. Uno come tanti a vederlo così. Non posso dire nulla. Però una strizzatina possiamo dargliela proprio a partire dal numero di telefono rintracciato sui tabulati. Io procederei …” “Allora te ne occupi tu”. Vivacqua buttò l’occhio all’orologio: mancavano pochi minuti alle tre e lo stomaco gorgogliava. “Piras fai salire qualcosa per tutti, offrono Carbone e Gargiulo per farsi perdonare dei casini combinati …” “Commissario però adesso ci racconta. È da stamattina che ci tiene sulle spine …” Vivacqua iniziò dalla telefonata di Simona Bellei alle tre del mattino e tirò dritto senza pausa fino all’enigma delle impronte digitali, momento nel quale si poteva ancora immaginare che i due arrestati: Angelo Ferro e Luca Gabitti, fossero i colpevoli del duplice omicidio. “E com’è possibile due impronte identiche Commissario?” domandò Patanè che si era appena aggiunto al gruppo. “Si spiega nell’unico modo possibile: due persone con lo stesso patrimonio genetico! In natura questo fenomeno è noto da molto tempo e riguarda i gemelli monozigoti, o identici, ovvero due fratelli nati da una singola cellula uovo …” i presenti ascoltavano senza fiatare, le chiamate sui cellulari furono bloccate per seguire il racconto del capo. “… sono sempre dello stesso sesso, sono molto somiglianti e hanno, tra l’altro, impronte digitali, gruppo sanguigno e DNA uguali …” “E il Commissario Loy non lo sapeva!” fece Piras sfottente. “Quindi … questo Ferro è il fratello gemello di?” domandò Santandrea. “… di Rodolfo Roncati!”. Santandrea strabuzzò gli occhi. “Miseria ladra!” esclamò Migliorino. “Sta a venir fuori un papocchio nero. Allora, per ricapitolare, questo Ferro è innocente … il colpevole è Martini, con la Gatti … è così?” “Sì. È così! Quindi una parte della tua ricostruzione sulla Gatti è corretta: scappa perché ha molto da nascondere!” “… e siamo arrivati a queste conclusioni grazie a sto Angelo Ferro che ha avuto la visione …” Vivacqua assentì. “… incredibile!” concluse Migliorino. “Un veggente!” sbottò ancora. “Ma … scusi, Commissario, che cacchio gli è venuto in testa a quel Martini di ammazzare proprio la suocera e la moglie del Roncati?” “Quando fai queste domande ti ammazzerei Migliorì, alla peggio dopo due mesi sono fuori …” “Non mi torna la storia dell’auto …” disse Gargiulo. “Io il dossier l’ho letto. C’è scritto che il Martini ha denunciato il furto della propria auto il due di gennaio, mi pare. E questo escluderebbe che fosse lui a condurre … a meno che …” “A meno che?” insisté Vivacqua. “… La denuncia di furto fosse falsa. Un modo ingenuo per tirarsi fuori dai guai, nel caso che un cazzuto testimone avesse notato l’auto a Bordighera. Lui avrebbe sempre potuto sostenere di non essere in possesso della vettura … gli era stata rubata!” “Direi che deve essere andata proprio così” “Sì, ma a costo di fare lo scemo fino in fondo …” aggiunse Piras, “… mi aggrego a Migliorino. Perché Martini e la Gatti partono da Torino, vanno fino a Bordighera e combinano un massacro deficiente? Per soldi, mi viene da pensare. Allora si tratta di un rapimento andato male. In questo modo Roncati, che pensavamo coinvolto fin sopra la testa, diventa parte lesa, una vittima, dato che sarà lui a pagare il riscatto …”. “Ma come fate a fare i poliziotti, mi domando io!” Il Commissario girò intorno alla scrivania, prese il fascicolo di Paola Terreni e lo lasciò ricadere con fragore sulla scrivania. “… chi è il Martini non se lo è chiesto nessuno?” domandò due ottave più in alto. Silenzio. “È un tale ben sposato … che a fine novembre resta vedovo mentre in corso c’è una pratica di divorzio dalla quale ha tutto da perdere!” Sospirò Santandrea. “Questo succede circa trenta, quaranta giorni prima che diventi vedovo l’amico Roncati, per l’esattezza!” Tutti i presenti si guardarono in faccia. Partì un brusio sommesso. “Si sono scambiati le parti!” esclamò con trasporto Piras. “Quando viene commesso l’omicidio, l’altro, l’interessato, ha un alibi inespugnabile …” Carbone entrò come una saetta. “Madonna santa Commissario, Madonna santissima!” “Cosa ti succede Carbone … è arrivato il conto del Bar?” domandò Patanè. Tutti risero. “È questo, l’uomo che ha passato il pacco alla Gatti in quel supermercato …”. Posò un ritaglio di giornale con fotografia sulla scrivania del Commissario, e tutti si precipitarono a guardare. “Stai scherzando Carbone? Ti faccio trasferire a Perdas de Fogu se dici cazzate. Sai chi è questo?” “Sì, ma di persona è diverso, non … non mi è venuto in mente sul momento, eravamo in affanno … poi non è mica un ricercato, insomma, io non ho mai seguito quel caso, non conosco quel tipo …” “Questo è Rodolfo Roncati. Che minchia ci faceva con la Gatti questa mattina?” “Non saprei, capo … però sono sicuro, è lui!” Il cellulare di Migliorino squillò per l’ennesima volta e finalmente rispose. Restò in silenzio ad ascoltare, fece alcuni sì con la testa accompagnati da brevi mugugni, quindi chiuse la comunicazione. “Dall’aeroporto di Caselle informano che la Gatti aveva una prenotazione per il volo Alitalia delle tredici diretto a Ginevra. Non è partita perché è stato cancellato” disse rivolgendosi a nessuno in particolare. “Chiamo Pinto, lo avviso della novità. Direi che l’avvistamento alla Stazione ferroviaria perde credibilità, mentre sarebbe meglio rinforzare i controlli a Caselle”. Vivacqua acconsentì; restò con il ritaglio di giornale tra le dita, perplesso, quasi assente. Proprio quando la ricostruzione degli avvenimenti sembrava solidificare la struttura deduttiva … il castello franava di nuovo. Altro giro, altra corsa. Il Luna Park dell’omicidio cambiava scenario. Santandrea si avvicinò nel silenzio surreale. “Devo parlarti. Da solo!” Vivacqua alzò lo sguardo e non fece a tempo ad aggiungere una parola, interrotto dallo squillo del telefono. Prese la cornetta e l’appoggiò alla spalla. “Sì?” “C’è stata una sparatoria all’Hotel Principi di Piemonte, pare ci sia un morto. Abbiamo una pattuglia sul posto. È necessario il supporto investigativo e della Scientifica …” Il Commissario sbuffò e passò il telefono a Migliorino. “Veditela tu Migliorì, non mi tirare in mezzo se non è strettamente necessario”. Cambiò posizione sulla poltroncina, fece segno a Santandrea di accomodarsi e riprese. “Facciamo un’ora di pausa poi riprendiamo, tutti fuori dai piedi. Migliorì, cerca di essere qui per tempo, mi servi da queste parti. Piras senti il Magistrato, scusami con lui, digli che sono nei guai fino al collo e appena posso lo cerco io, anticipagli i fatti e chiedi le autorizzazioni per un mandato di arresto a nome Rodolfo Roncati con relativa perquisizione dell’abitazione, e annessa intrusione forzata. Sbrigati” Vivacqua lasciò che l’ufficio si liberasse, sfregò le mani sulla faccia, aspettò che Santandrea si mettesse comodo, aprì il grande foglio con gli appunti dell’indagine e si voltò: “Dimmi Sergio …” “Hmm, chi era al telefono? Ti serve una mano?” “Routine, una sparatoria … Dimmi tu piuttosto” “Ho fatto i controlli di cui ti avevo detto ieri sera e, non ho trovato questa meraviglia che mi aspettavo …” “Allora perché mi hai voluto parlare a quattr’occhi?” “Beh …” esitò. Dentro, nel cuore, un tormento pronto ad esplodere. Un misto di senso di colpa, paura e vergogna. “Ci sono i nostri Servizi di mezzo, ma ci sono anche altri Servizi … in questa storia, mi è sembrato meglio tenere la faccenda ristretta, almeno per il momento” Vivacqua si scurì. “Quali altri Servizi?” “La CIA!” “E figuriamoci …” allargò le braccia. “… se non c’erano pure loro di mezzo a sto puttanaio. Quando la puzza di marcio supera il livello … questi ci sono sempre!” disse quasi rassegnato. “Che cosa hai trovato?” “In due parole, molto poco per il caso sul quale stiamo lavorando. E invece parecchio per questioni che potrei dire vecchie e per certi aspetti, parallele al caso …” “Non ho capito un’acca! Se fai una gara a spiegarti poco, devi ricordarti questa frase: vinci di sicuro. Che significa?” sbottò. “Rodolfo Roncati, come avevamo immaginato, è figlio di un mistero. È cresciuto in un istituto che usava come copertura l’immagine di un orfanotrofio, ma era tutt’altro. Non ho capito esattamente cosa, ma facevano esperimenti sui ragazzi. Ho rintracciato più di un testimone ed ho recuperato delle carte sulle quali si può lavorare …” “Ma non c’entrano niente con il caso della contessa e con le sette sataniche. È così?” “Sì. Quindi se ritieni opportuno … buttiamo tutta questa roba in un cassetto e la lasciamo al fresco finché non capita un giorno di noia! Naturalmente ti faccio un rapporto scritto …” “Facciamo finta che questo sia un giorno così. Dimmi qualcosa di più. Che cosa ti aspetteresti di trovare lavorandoci sopra?” “Innanzitutto cercherei qualcosa che ha come titolo …” “Da dove salta fuori questo nome?” “L’ho trovato in certa documentazione. Dopo se vuoi ti spiego. Questo Stargate è un luogo o il nome di un’idea o …” Santandrea ricordò l’ultima parola sentita al telefono pochi minuti prima, “… o un’operazione segreta per la conduzione di esperimenti e per la fabbricazione di soggetti con caratteristiche un po’ speciali. Dove si fanno esperimenti, anche su gemelli monozigoti, autistici …” “E guarda caso noi ne abbiamo due, di questi soggetti un po’ speciali: Rodolfo Roncati e Angelo Ferro. Quest’ultimo non sapeva di avere un fratello gemello e, ancora un caso, non ricorda nulla dei suoi primi otto, dieci anni di vita. Cosa ne dici?” “Dico che vedo il legame, ma per adesso non capisco” Vivacqua assunse un’aria pensierosa, e riprese: “Tu sei troppo giovane per ricordartelo, ma un caso del genere è già successo” “Cioè?” “Accadde negli anni cinquanta. La storia durò, nella massima segretezza, per oltre un decennio. Poi molti anni più tardi esplose uno scandalo gigantesco che coinvolse la CIA e il governo americano: è noto come Dossier Mk Ultra!” “E cosa sarebbe?” “Una brutta storia. Il Progetto è del 53, deliberato dall’allora capo della CIA, Allen Dulles. Questi autorizzò un’operazione per lo sviluppo di tecniche sul cosiddetto controllo mentale. L’idea era di fabbricare killer inconsapevoli. Soggetti condizionati o capaci di condizionare altri soggetti. Più tardi, il progetto cambiò obiettivo e prese il nome di MK Search. Quest’ultimo sarebbe servito a sperimentare tecniche per la produzione del siero della verità. Fu uno scandalo di proporzioni planetarie. Il materiale segreto non fu mai scoperto del tutto …” Santandrea considerò la similitudine. Il Progetto Stargate, per quello che aveva intuito, aveva a che fare in piccola parte con il condizionamento e molto di più con la Percezione Extra Sensoriale. “Nel Progetto Stargate è come se … Come se MK Ultra e MK Search avessero subito una deriva. Da un lato la CIA chiede scusa per la scorrettezza di alcune operazioni e con la coda tra le gambe chiude i laboratori … Dall’altra, in segreto, li riapre e tiene a battesimo un nuovo progetto; questa volta l’obiettivo è …” Santandrea alzò il capo, come se un laser divino l’avesse perforato dall’alto tagliandolo in due sulla verticale. “Madonna santa … era così ovvio …” Vivacqua sentì le spine sotto il sedere. “Cosa, era così ovvio, per la miseria … che cosa?” “Stargate, o come accidenti si chiama … serve per … per fabbricare soggetti con poteri paranormali straordinari … poteri extra sensoriali … medium … veggenti!” “Minchia!” “Roncati e Ferro arrivano da lì …” “Io ho visto Ferro in azione … ti assicuro che fa venire i brividi!” “Ecco perché gli hanno dato identità false e li hanno riciclati a modo loro. Non avevano alternative … condizionarli, oppure … eliminarli” “Un momento. Perché avrebbero dovuto eliminarli?” Domandò Vivacqua. “Devono essere costati una montagna di denaro, hanno corso rischi pazzeschi, manipolato e corrotto chissà quanti apparati … perché ucciderli, come ti viene in mente?” “Non lo so …” disse Santandrea assorto. “… però le informazioni che ho trovato puntano dritte sparate verso un punto. Nel settantotto, a Isola Madre, quasi di fronte a Stresa, sul Lago Maggiore, il locale orfanotrofio, condotto da una non meglio precisata organizzazione religiosa, a seguito di un incendio … chiude i battenti. Su questa storia è stato gettato un riserbo quasi maniacale. Ho trovato con fatica poche informazioni piuttosto frammentate. Bene …” continuò Santandrea nel soliloquio. “Un incendio è un fatto grave, specie se, come sembra, ci sono state due vittime, ma questa è la versione riportata, le vittime potrebbero essere da nessuna a mille. Bisognerebbe fare altre indagini” “Beh, adesso non esageriamo. Un incendio con dei morti mica si può cancellare come una macchia d’inchiostro sul registro della scuola!” “Capisco cosa vuoi dire, ma ti assicuro che le cose non sono come sembrano; non dimenticare che ci sono di mezzo esperti di depistaggio tutt’altro che sprovveduti nell’arte della sparizione, vedi alle pagine Sismi e CIA. Però, pensa quanto è strano: scoppia un incendio, sull’isola sono così autonomi da sbrigarsela da soli almeno per il grosso dei lavori, per un mese tengono tutto chiuso, trascorso questo periodo licenziano i dipendenti, li liquidano … e tanti saluti!” “In un mese, se vuoi, fai sparire tutto il Lago Maggiore …” rifletté Vivacqua. “Non ti pare strano? Perché sprangano tutto e si dileguano?” “E lo chiedi a me?” Il Commissario si sporse in avanti come se la domanda pronta per essere scoccata meritasse una risposta speciale. “Certo è molto strano. Potrebbe essere successo qualcosa che ha pregiudicato in modo grave il progetto?” “Non ne so abbastanza. Non so risponderti Salvatore” “Vabbè, però manca un pezzo … parlavi delle identità false e … di eliminarli!” “Sì. Aiutami nel ragionamento. In questo luogo si fanno esperimenti non autorizzati o segreti. I soggetti sono molto giovani, di età e nazionalità diverse … all’improvviso, come dici tu, un fatto grave compromette la sopravvivenza dell’operazione …” “Si sono trovati con un gruppo di giovani del quale non sapevano cosa fare … è questo il punto?” “Esatto. Che cosa potevano fare del parco ragazzini cresciuti nel lager? Non ci sono molte strade: puoi metterli su un treno e spedirli da un’altra parte … ammesso che si possa fare. Oppure li elimini, ma ci vuole uno stomaco che non ti dico, e neppure loro hanno avuto il coraggio … “Hai un’idea di quanti fossero?” “Giusto un’idea: da venti a trenta. Infine, terza opzione, prendi i giovanotti e li ricicli … li dai ad un altro orfanotrofio o in affidamento! Vedi un’altra soluzione?” “Ognuna delle strade offre più di una variante. Ma, devo dire che la tua ricostruzione mi fa sudare freddo. Non stiamo parlando di topolini bianchi, infettati con la varicella. Questi sono esseri umani; te ne rendi conto? Bambini, picciotti!” “È proprio per questa ragione che è tutto super segreto …” continuò Santandrea. “Inoltre … l’idea del riciclaggio potrebbe stare in piedi se accetti una piccola forzatura …” “A questo punto qualsiasi schifezza diventa plausibile. Vai avanti ...” “Devono aver avuto un certo numero di problemi da risolvere. I primi che mi vengono in mente sono: come fai a mettere in circolazione dei giovani che, in qualche caso, sono cresciuti in un istituto peggiore di un carcere. Non è mica una cosa semplice. Secondo: e se qualcuno dei ragazzi racconta cosa succedeva in quel manicomio? Terzo: credo di poter provare che nel corso degli esperimenti siano stati usati stupefacenti …” “Sergio, se stai cazzeggiando devo dirti che hai passato il segno” esclamò Vivacqua. “Aspetta. Lasciami finire. Quindi, problema balordo da risolvere: mica puoi mettere in circolazione ragazzi ai quali è stata somministrata della droga. Il rischio di farsi beccare è altissimo. Allora resta una sola soluzione: prima di essere messi in circolazione … i ragazzi devono essere ripuliti. E così si spiega una parte complessa di questo casino …” “Temo di essermi perso. Quale parte?” “Prendo come esempio il caso di Roncati: prima di essere dato in adozione è passato un anno! Capisci? Hanno avuto bisogno di tempo per dargli un’identità insospettabile, disintossicarli, magari condizionarli in qualche modo o, peggio ancora, lavorare sui ricordi. Devono aver fatto qualcosa sul loro sistema mentale perché non ricordassero nulla!” “Guarda caso uno dei nostri soggetti, Angelo Ferro, non ricorda i suoi primi anni di vita …” Santandrea tirò fuori le fotocopie del materiale recuperato e le sventolò sotto il naso del superiore. “Magari ti pare che scherzo … ma qui sopra, sta scritto!” sbattè i fogli sul tavolo in malo modo. Vivacqua sobbalzò. Non erano da Sergio Santandrea certi modi. “Sei nervoso per qualche motivo? Che cosa c’è … devi dirmi qualcosa?” Era un buon momento per buttare fuori il veleno che lo uccideva da dentro. Magari non sarebbe più capitata un occasione da soli, a quattr’occhi, per dire che non voleva più stare nel suo reparto. Per dire che avrebbe chiesto il trasferimento urgente. Per dire che si vergognava del suo stesso comportamento … che aveva tradito la fiducia, che si era venduto per un sogno volgare come una bestemmia in piazza San Pietro … “Nulla. Sono indignato e, sì, forse sono un po’ alterato. Scusami …” “Ti capisco, siamo stanchi. Non ci pensare. Hai fatto un lavoro eccezionale. Sei stato in gamba come sempre. Devo farti i miei complimenti ancora una volta. Adesso, prima di sospendere, dimmi brevemente cosa hai raccolto e come sono andate le cose sul Lago Maggiore che, tra l’altro, sta diventando un luogo ricorrente nelle indagini” Santandrea si sentì morire. Piuttosto che un complimento avrebbe preferito un ceffone. Raccontò l’escursione sul Lago fino al ritrovamento delle carte. Vivacqua ascoltava senza perdere una parola. Un filo di perplessità si disegnò sul volto e Santandrea sentì ancora una volta la coscienza avvampare. “… mi stai dicendo che i documenti li teneva questa Chiara Donzelli come souvenir. Ho capito bene? Poi tu li hai letti e tradotti …” domandò dubbioso. “Sì, perché?” “Così … direi che suona strano. O singolare, se vuoi …” “Che cosa?” “Ci hai pensato di certo anche tu. Ti sembra normale una donna che ha seppellito un figlio, ritiene il posto di lavoro responsabile della morte, immagina che strazio, e conserva certi fogli, proprio di quel posto di lavoro, vecchi di trent’anni, usati per scherzo durante un picnic? … Vabbè che ormai un po’ a tutti manca una rotella, ma a me pare strano. Tutta la faccenda sembra poco solida … Non sta in piedi. A meno che …” “Qual è il dubbio?” “Forse sto esagerando, ma sento puzza di Sismi. È come quando si parla di prurito e dopo un po’ tutti cominciano a grattarsi. A me, solo a nominarli, viene l’orticaria. Non è che ci stanno facendo trovare quello che vogliono … e noi come dei merli becchiamo le loro briciole …”. Santandrea deglutì. Migliorino entrò come un fulmine, pallido, con gli occhi spalancati, e si bloccò quando vide Santandrea seduto di fronte a Vivacqua. Nella mano destra un foglietto, nella sinistra il telefono cellulare gracchiante. “Pronto?” disse “Pronto onorevole?” “Sì, non mi aspettavo una sua chiamata. Spero sia per buone notizie. Mi trovo a Milano e non sono nella condizione di essere loquace. Per cosa ha chiamato?” “C’è un emergenza. Sarebbe meglio cambiare programma e rientrare subito a Roma. È più sicuro” disse asciutto il comandante dell’Interword. “Come come?” “È un suggerimento di cautela …” “Da dove salta fuori?” domandò con voce inclinata. “C’è qualche pericolo?” “Sì. Per la verità è così …” “Ma … hmm …” tossicchiò, “Che cosa è successo?” L’onorevole si guardò intorno, come se la confusione della quale era circondato fosse diventata all’improvviso una minaccia. “Voglio dire, che genere di pericolo?” “Non è accertato, ma abbiamo buoni motivi per innalzare le precauzioni” rispose vago. “Ho la scorta … ritiene non sia sufficiente?” “Direi di no. È meglio se rientra” L’onorevole sibilò una bestemmia. “Non mi va di mollare il programma. Siamo indietro nei sondaggi, queste manifestazioni sono troppo importanti. Mi dica perché. Cosa sta succedendo …” “C’è stata una reazione dalla parte avversaria. Molto grave, temo” “In che senso?” “Abbiamo perso i collegamenti con il fornitore a Torino” “Perso il collegamento o …?” “La seconda” aggiunse con gravità. L’onorevole chiuse gli occhi, abbassò il capo e restò per un attimo a riflettere. “È certo di quel che dice?” “Ho la ragionevole certezza” “Vuol dire che quel figlio di puttana ha mandato qualcuno a …” gli mancarono le parole. Sembrava un enormità a pensarlo, ma a dirlo era ancora più difficile. Quasi senza accorgersene materializzò le conseguenze della nuova situazione. Tutto a monte! Pensò. “… a questo punto dobbiamo considerare abortito il progetto?” “Forse è meglio procedere un passo alla volta. La priorità adesso è un’altra … credo sia d’accordo, non è vero?” “Non credo possano torcermi un capello … non oseranno” “Ne è certo? Lei in questo momento è l’unico ad avere la disponibilità di un documento tanto delicato da mettere in agitazione molte persone … anche all’estero. Ci ha pensato?” “No, in questo momento no … ad ogni modo resto qui. Se qualcuno osa, il documento verrà fuori per altre vie. Ci penserà lei …” “Come dice?” “Se mi succede qualcosa lei farà avere il Dossier alla stampa. Non ho altro da aggiungere. È deciso!” Gik suonò il campanello dell’appartamento di Guelfa Lombardi, girò la maniglia e spinse la porta per trovarla, come sempre quando la professoressa era in casa, aperta. “Ciao prof … si può?” domandò Gik, un paio d’ottave più alte per farsi sentire. Avanzò lungo il corridoio e proseguì immaginando di trovarla nello studio, affaccendata tra tomi, appunti e computer. Non l’aveva sentita rispondere, ma non si preoccupò, nove volte su dieci succedeva così. In effetti, c’era un’anomalia: il silenzio assoluto! Mancava la musica. Gik svoltò al fondo del corridoio, imboccò lo studio, fece per aprir bocca, sennonché restò stupito. Non c’era nessuno. Lo smarrimento durò il tempo di vedere un movimento oltre la tenda, in direzione del balcone. La professoressa Guelfa Lombardi entrò, sovrappensiero, impugnava il telefono cellulare e sembrava completamente assorbita dall’apparecchio. Finalmente alzò gli occhi e, con uno sguardo misto di confusione e sorpresa, tornò alla realtà quotidiana. “Sai dirmi, tu che sei giovane, perché uno si compra un telefono mobile e poi resta irreperibile per giornate?” disse distrattamente. “No, non lo so. Se vuoi m’informo …” rispose. “Ai miei tempi c’era solo quello fisso. Se chiamavi e non rispondevano te ne facevi una ragione: la persona non c’era e basta. Adesso risponde una voce femminile e ti stordisce con una cantilena … L’utente chiamato non è raggiungibile, eccetera eccetera. Come stai?” concluse accomodandosi alla scrivania. “Non dovrei neppure chiederlo … fai schifo! Guarda come sei ridotto. Tu e il tuo tunnel. Mi sa che quando troverai l’uscita scoprirai di essere sceso alla fermata sbagliata e non ricorderai più che cavolo stavi cercando …” scosse la testa. “Perché mi guardi con quella faccia? Non sono io quella che bisticcia con i buchi neri!” “Prof, adesso che sono cresciuto potresti dirmi la verità …” esordì. Guelfa restò impassibile. “Ti risulta diversamente?” “Mi risultano informazioni che devono essere chiarite … e tu sei l’unica persona che ha una possibilità …” “Cos’è, una specie di lotteria? Ho vinto la possibilità di dare spiegazioni!! Potrei non ritirare il premio?” rispose ironica. “Non esiste l’opzione rifiuto …” Gik la guardò con insistenza. Sapeva che l’ironia era l’ultimo strumento dialettico quando non aveva più luoghi ove rifugiarsi … “Niente rifiuto … l’utente non è raggiungibile”. Prese a riordinare la scrivania come un tic nervoso. Una pila più in qua … due matite più in là … “Quali informazioni, giovane irrequieto conduttore televisivo?” “Ho un fratello gemello!” “Complimenti. Sono contenta per te, ma sono tropo vecchia per una seconda adozione virtuale. Finalmente hai qualcuno con cui quale parlare d’esoterismo, sedute spiritiche finite male e stranezze” disse d’un fiato. Gik restò in silenzio. Lasciò sfumare il sarcasmo e restò in attesa d’una vera risposta; invece arrivò una domanda. “E da dove salta fuori?” “Tu non lo sai?” “La formulazione della domanda non è chiara: non lo sai del gemello; da dove salta fuori? o, per esempio, chi è costui? … Potrei formulare altre questioni, ma per cominciare … tre direi che bastano. Quale di queste?” “Smettila di fare la ragioniera. Scegline una e cominciamo da lì” “Okay. La risposta è no; non sapevo che avessi dei fratelli, figuriamoci un gemello! E mi pare una scoperta interessante alla tua rispettabile età. Di solito queste cose si sanno dalla nascita! Ripeto la domanda: da dove salta fuori?” “Niente da fare. Questa volta, scelgo io la domanda: chi è questo gemello? Risposta: Rodolfo Roncati!” “Bravo: domanda e risposta in un colpo solo. Parli del Roncati marito di Delia Villalta di Solero?” “Proprio lui!” Guelfa tentò di sostenere lo sguardo di Angelo per coprire una forma d’ingenuo imbarazzo. “Gran bella sorpresa. Niente da dire …”. Riprese a trafficare con gli oggetti sulla scrivania, una matita a sinistra nella fila delle penne, il righello parallelo ad un libro. “Come … hmm, come salta fuori una notizia così … diciamo delicata. Voglio dire, ne sei certo?” “Prof, io ti voglio bene, per me non c’è nessuno come te. Sono debitore e lo sarò per sempre. Sono cresciuto in questa casa, non ti ringrazierò mai abbastanza …” “Ma?” sospirò Guelfa. “Non ci sono dei ma, dei condizionali o delle sospensioni. Ti domando perché … perché non mi dici la verità, maledizione. Chi sono i miei veri genitori?” si scaldò Gik. Guelfa restò a fare i conti con il proprio imbarazzo, finché non sentì la misura tracimare e ruzzolare in una risposta ormai irrimandabile. “Noi lo volevamo un figlio, due, cinque. Una squadra …” disse con trasporto. “Ma Livio, pace all’anima sua, ed io … non ci siamo riusciti. Un bel giorno sei comparso tu, come un sogno troppo bello per avverarsi, si è accesa una luce, la casa è tornata a vivere. Quando sono venuti ad abitare quei due, i tuoi genitori, secondo quel che dicevano, noi non abbiamo fatto domande. Ad un certo punto hanno chiesto se potevano lasciarti qui qualche ora, perché dovevano lavorare e non avevano tempo … Livio era spaventato. Temeva di affezionarsi, di non sapere cosa fare, di … lo sai com’era mia marito. Tu eri un cucciolo, smarrito, malato, magro, facevi una tale tenerezza che a noi è venuto naturale occuparci di te. I primi due anni, forse non lo ricordi neppure tu, era un continuo correre dai medici, cercarne di più in gamba. Si risolveva un problema, si trovava una medicina e spuntavano effetti collaterali peggiori del male. Passava il mal di testa e vomitavi anche l’acqua. Si risolveva quel problema e veniva fuori l’insonnia, o un’emorragia. Te lo ricordi?” Gik fece un sì con il capo ed un mezzo sorriso obliquo. “Non tutto, solo qualcosa …” “Una volta, avrai avuto undici anni, ti sei svegliato di notte urlando. Sono corso nella tua cameretta, e ti ho trovato in un lago di sangue. Non si capiva da dove fosse uscito. Era colpa di un sogno. Le emorragie non ti capitavano quasi mai di notte. Ma quella volta ci siamo così spaventati …” Sorrise la professoressa. “Al Pronto Soccorso ci conoscevano tutti, bastava che mi vedessero e correvano con una barella. Eri proprio una carretta malandata. Un’altra volta, era la sera di Natale, sono corsi come dei matti … io ero andata da sola, con una bottiglia ed il panettone per fare gli auguri …” “Hei prof, non fare la sentimentale …” “Sì, vengo al dunque e lo dirò magari male, ma non ho un altro modo, non ero preparata a questo esame ... non ho studiato” sorrise, “Quando i tuoi genitori sono definitivamente spariti, dopo va e vieni frequentissimi e assenze sempre più lunghe … io e Livio non abbiamo fatto nulla. A noi andava bene così. Loro non erano in grado di seguirti e … e noi stavamo bene con te in giro per la casa. Li abbiamo cercati per un po’. Avevamo un indirizzo del Belgio, per un certo periodo abbiamo continuato a scrivere loro, a mandare le tue fotografie … ma le risposte erano sempre in forte ritardo, finché non sono più arrivate del tutto. Le loro lettere le hai, non so che fine gli hai fatto fare, ma … non c’è mistero” “Queste cose le sapevo … però manca qualcosa. Ti rendi conto che ho appena scoperto di avere un gemello? Monozigote … dovremmo essere molto somiglianti, quasi identici … Come è possibile?” “In termini scientifici credo tu sappia come funziona. In pratica, per quel che ti riguarda, non ho idea: non lo so. Livio ed io avevamo una nostra teoria. Noi pensavamo che quei due … non fossero i tuoi veri genitori. Non c’era una gran somiglianza, ma questo talvolta succede; comunque c’erano troppe domande senza risposte, anomalie, particolarità inspiegabili, secondo noi si trattava di gente … non so come dire. Avevano modi particolari, bruschi, austeri, come fossero militari, o … mi dispiace dirlo, gente con problemi con la giustizia. Oppure cercavano un modo per disfarsi di te. In tanti anni le abbiamo pensate tutte, ragioni di denaro, di traffici inconfessabili, persino la follia … alla fine ci siamo rassegnati a prendere le cose come venivano … senza troppe storie” “Non avete considerato la possibilità dell’orfanotrofio?” Guelfa inspirò pensierosa. “Sì, anche … forse è quella meno probabile, ma non si può escludere. Te l’ho detto, a parte la curiosità e il bisogno di sapere di più, soprattutto per capire da dove venissero tutti quei problemi di salute, a noi stava bene così …” Fu il turno di Gik adombrarsi. “Il mio gemello è Rodolfo Roncati. Abbiamo gli stesi genitori e due vite vicine ma separate. Lui ha le mie stesse caratteristiche, anche lui sente le cose, le vede, ed ha molto potere …” “Come fai a dirlo?” “Perché lo sento! Lui forse non sa che sono il suo gemello, ma di certo mi conosce …” Gik fece una pausa. “È lui il misterioso aggressore dell’altro giorno …” “Mi sembra incredibile, perché dovrebbe comportarsi così?” “Non ne ho idea. E sai un’altra cosa? Comincio a ricordare. Il blocco con il quale mi scontro da sempre, ha cominciato a cedere. Si aprono delle fessure ed io vedo dall’altra parte” “Che cosa hai visto?” “Molte cose. Un laboratorio. Esperimenti, medici. Un incendio in un istituto, un ospedale, un collegio … non so dire cosa fosse. Però ero bambino e c’era Rodolfo, l’ho visto appiccare il fuoco e il rogo divampare … e … vittime” “È terribile! Dove eravate, lo ricordi?” “No. Quella parte è confusa. C’era l’acqua, molta acqua …” “Non ho capito come hai avuto notizia di questo gemello. Sei sicuro? Potrebbe esserci un errore …” “Nessun errore. Abbiamo le stesse impronte digitali: è documentato. La Polizia ha fatto due volte il controllo, non ci sono possibilità d’errore!” “Cosa c’entri tu con la Polizia, con le impronte digitali, la coincidenza delle tue impronte con quelle di Roncati, davvero non riesco a capire …” “È lungo da spiegare, riguarda l’omicidio della contessa e della figlia. Ti racconterò in un altro momento” Guelfa scosse la testa, sembrava dire “te lo avevo detto … era meglio lasciar stare”. Si limitò a sospirare, sul viso i segni della preoccupazione erano calati come un invecchiamento straordinario e irreversibile. “Adesso cosa farai?” domandò con un filo di voce. “Cosa farò? Devo riflettere …” Migliorino fece qualche piccolo sì e replicò nel microfono: “Direi che possiamo fare come dici tu, ne parlo con il capo e ti richiamo” Vivacqua e Santandrea erano rimasti in provvisoria sospensione, infastiditi, silenziosi, nell’attesa di sapere le ragioni dell’intrusione. “Dall’aeroporto dicono di aver trovato l’auto della Gatti. È nel parcheggio custodito …” “E allora?” fece Vivacqua. “Beh, la Gatti non si trova e, se non è una falsa traccia, direi che è passata da lì, ha posteggiato l’auto … anche se … non capisco per quale motivo l’ha lasciata aperta e con le chiavi nel cruscotto” “Hmm …” grugnì Vivacqua, “Ne parliamo tra qualche minuto. “Hai portato altre rogne?” “Sì, e belle grosse. Potremo parlare un secondo a quattr’occhi?” Santandrea s’irrigidì. Vivacqua fece una smorfia di disappunto. “Migliorì, non ti sei per caso dimenticato che Santandrea è un tuo superiore?” “No, ce l’ho ben presente …” si grattò il mento pescò un notes dalla tasca e riprese. “Ok. Ho effettuato il sopralluogo e …” Santandrea fece per alzarsi e andarsene. Vivacqua lo fermò con un gesto e un’occhiataccia. “… la chiamata riguarda la sparatoria all’hotel Principi di Piemonte …” Migliorino sbirciò di lato verso Santandrea. “C’è scappato un morto. Al nome di Vittorio Salemi, sessant’anni, nativo di Palermo; ho recuperato il portafoglio con i documenti e qualche cosa di più …” un’incertezza, l’ennesima, fece innervosire Vivacqua. “Ti sei incantato? Andiamo Migliorì, forza …” “Passiamo ad una ricostruzione sommaria partendo dalla scena del delitto. La vittima è stata ritrovata a terra, uccisa da tre colpi di pistola; non è morto all’istante ed ha avuto il tempo di scrivere una bozza di messaggio sulla moquette … con il proprio sangue. Si è difeso o ha aggredito, non è del tutto chiaro: ha sparato e dalle evidenze risulta aver colpito l’altro, anzi, l’altra … si tratta di una donna. Ha esploso un unico colpo. La camera è la 329 ed è stata trovata sottosopra. L’assassina, per ora la chiamo così, prima di fuggire, ha badato a raccogliere il computer ed il telefono cellulare della vittima. Evidentemente non ha ritenuto di approfondire la ricerca o è stata disturbata, o più probabilmente si è preoccupata della ferita. Tant’è che il portafogli è rimasto nei pantaloni della vittima. Passerei a descrivere il resto, e forse è meglio partire da … questo …” Migliorino allungò un biglietto e lo passò al Commissario. “… proviene, insieme ad altro materiale interessante, dal portafogli di questo Vittorio Salemi …” Vivacqua guardò negli occhi il collaboratore con la diffidenza di chi sente troppe note stonate tutte insieme. Prese il biglietto e nella stanza un silenzio colloso, carico di cattivi presagi si adagiò tra loro. Il Commissario guardò il biglietto, lo rigirò tra le dita si concentrò e, dopo averlo letto troppe volte, si abbandonò sullo schienale della poltroncina, sfilò gli occhiali e sospirò. “Migliorì … togliti dalle palle!” L’Agente fece un muto dietro front e uscì. Santandrea restò fermo a guardarsi le scarpe finché Vivacqua non ricominciò. Prese il biglietto e lo allungò. “Sai darmi una spiegazione?” Santandrea respirava in affanno. Iniziò a leggere quindi, rassegnato, spiegò: “Cosa vuoi sapere? Sono informazioni che conosci anche troppo bene: il primo è il mio numero di cellulare, l’indirizzo successivo è quello di mia sorella, in Corso Francia … e lo sai, l’ultimo forse non lo conosci. È l’indirizzo della scuola di mio nipote Maurizio. Ora … se vuoi le mie dimissioni … lasciami qualche minuto e te le porto!” Vivacqua lo guardò sbalordito. “Gesù … vivo in un mondo di pazzi!” batté le mani sulle cosce. “… ma che minchia vai dicendo?” Silenzio. “Sergio… ascoltami, sono stanco, siamo tutti stanchi, stanno venendo fuori più guai di quanti ne possiamo affrontare, abbiamo fretta, bisogna chiudere la rete prima che sia troppo tardi, non ti ci mettere pure tu. Dimmi perché quell’uomo teneva queste informazioni. Innanzi tutto chi era?” “Conoscevo solo il nome: Salemi. Credo fosse un incaricato del Sismi, non so dirti se in via ufficiale o che altro … e conosco da molti anni un suo collaboratore, un ex carabiniere ormai in congedo, ma non avevo avuto rapporti di nessun genere fino a … due giorni fa …” “Dimmi solo una cosa … Tu, loro, insieme, non so come dire … avete inquinato le informazioni, o manipolato documenti?” Santandrea restò per un momento soprapensiero. “Se c’è stato inquinamento non ho alcuna responsabilità … non ho partecipato in alcun modo a manomettere le indagini …” Vivacqua lasciò un sospiro di sollievo. Santandrea Sembrava sull’orlo del pianto. “Cos’era? Un ricatto?” “Forse è meglio se ti dico tutto dall’inizio …” “Non ora. Mi fido di te …” Santandrea nascose il volto tra le mani e pianse. Disperato, in lutto con il mondo e con l’anima. “Mi spiegherai tutto quando sta minchia di storia sarà finita. Fino a quel momento non voglio più sentirti parlare di dimissioni e fesserie del genere. Adesso ricomponiti. Abbiamo un lavoro da finire …” Si voltò verso il telefono, premette il numero di Migliorino e sbraitò: “Tutti da me, immediatamente!” Santandrea andò alla finestra, cercò di tornare in sé e quasi non si accorse dell’ingresso di Migliorino. Vivacqua lo guardò entrare e i due si scambiarono un invisibile segnale, carico di mille significati: tutto bene, occhi aperti, andiamo avanti, acqua in bocca con tutti! Migliorino si limitò ad un silenzioso assenso e prese la solita posizione a sinistra, vicino al telefono. Il Commissario prese il foglio delle indagini e cercò di raccapezzarsi nel dedalo d’intrecci. Prese una matita e, nell’angolo, disegnò un riquadro. Cominciò a scrivere la sequenza di nomi implicati nelle indagini in modo più o meno diretto e contò dieci o undici soggetti, inclusi Sismi e CIA. Si grattò la testa e quasi all’improvviso gli sovvenne che aveva dormito forse quattro ore, aveva mangiato un miserevole panino e non c’erano più caramelle. La stanza di Vivacqua si riempì e quando sollevò la testa incrociò lo sguardo dei collaboratori, pronti a dimostrare che avrebbero saputo rimediare agli errori. “Bene. In mezz’ora voglio l’avanzamento dei lavori al completo e un programma operativo per l’immediato, cominciamo dai vostri aggiornamenti, chi parte?” “Io …” disse Gargiulo. “Nessuna novità sulla testa mozzata, il patologo ha spostato di una giornata l’emissione del referto e … niente anche per il Martini, idem sulle indagini riguardanti il prete suicida: Don Filippo” Vivacqua spostò lo sguardo su Piras. “Noi siamo in avanzamento con le visite ai nominativi sulla rubrica di Barbara Pandolfi, e per ora non c’è niente da osservare. Direi che con domani potremo finire il lavoro. Le ricerche su Internet a proposito di follie e magie non danno esito. Nessuno ha rivendicato o fatto cenno ai fatti recenti … Abbiamo preso contatti con il fioraio presso il quale la Gatti ha trovato ospitalità e si è detto disponibile, di sua spontanea volontà, a consentire l’accesso al negozio al furgone e alla villa dei Roveri per le perquisizioni del caso. Credo che l’amico si stia mangiando le mani per i favori resi alla signorina dagli occhi dolci. Comunque stiamo provvedendo e questo pomeriggio dovrebbe venire con il proprio avvocato per una deposizione …” Fu il turno di Carbone. “A proposito ancora della Gatti, ormai le foto sono state ampiamente distribuite, i controlli per rintracciarla proseguono e direi che ormai è assodato il transito dall’aeroporto di Caselle. La Gatti aveva una sola prenotazione, quella sul volo diretto a Ginevra, non risultano altre prenotazioni presso altre Compagnie e, poiché l’aereo non è partito a causa del nubifragio, possiamo escludere sia partita con un volo rimediato all’ultimo minuto, proprio perché l’aeroporto ha fermato le attività di decollo per quasi due ore … Stesso discorso per il convivente: abbiamo fatto un controllo e non risultano prenotazioni a nome Ugo Martini …” “E dov’è finita?” sbottò Vivacqua. “L’auto è nel parcheggio, le chiavi sono nel cruscotto … vorrei sapere dove è finita sta fimmina!” “Potrebbe esserci di mezzo il Martini?” commentò Carbone. “Forse avevano appuntamento, dovevano partire entrambi, ma sono stati costretti a cambiare programma …” “Quindi il convivente avrebbe prenotato il biglietto con un altro nome? Con documenti falsi?” Il Commissario fece una smorfia. “Non lo vedo il titolare di un bar capace di procurarsi un passaporto taroccato … è molto più semplice scegliere altre strade … ad ogni modo: fatti dare la lista di tutti i nominativi prenotati sul volo per Ginevra. Diamo un’occhiata, almeno per scrupolo …” Vivacqua si voltò per sentire altre informazioni, ma il giro era terminato. “Allora …” riprese. “Sono lieto di farvi sapere che le nostre indagini fanno faticosamente un progresso … e due passi indietro con regolarità preoccupante … Se fossi il Questore avrei già tolto l’incarico a tutti. Invece, dato che per ora nessuno si è accorto di quanto siamo scarsi e uno stipendio a fine mese ce lo danno … vediamo di combinare qualcosa. In attesa dell’autorizzazione per fare una visitina al domicilio del Roncati, cominciamo dagli ultimi avvenimenti, cioè la fuga della Gatti. Chi comincia?” Carbone si grattò la testa, era seccante tornare su quella storia. “Beh, il più l’ho già detto …” “Infatti non volevo risentire la canzoncina, piuttosto il significato degli avvenimenti …” sottolineò Vivacqua. “Ah, beh, niente … la Gatti ha ritirato un pacco. Cioè, quel tale, il Roncati, ha depositato una busta in una cassetta di quelle che usano i supermercati per il deposito delle borse. Poi le ha consegnato le chiavi della cassetta e se n’è andato. Tutto qui …” “Non capisco … Perché Roncati non le ha dato direttamente il pacco?” Vivacqua osservò la truppa per verificare le impressioni, ma nessuno disse una parola. “Vabbè; poi?” “Niente …” balbettò Carbone. “L’abbiamo persa di vista. Cioè, prima è andata alle cassette per ritirare la busta, quindi alle toilette poi … io credo di aver capito …” “Ma dai! Che bella sorpresa!” disse sfottente Vivacqua. “Noi tenevamo d’occhio l’uscita, da dove non è passata. L’unica alternativa possibile è che sia uscita dall’entrata. Deve essere per forza così” “Furbetta, la nostra amica” “Alla fine è successo un casino, il tamponamento causato da quella Mini, la fuga, e … basta. Non c’è altro” Vivacqua osservò pensieroso un punto nel vuoto, quindi riprese. “Direi che le domande cui rispondere sono piuttosto circoscritte. Per esempio: che cosa ha consegnato Roncati alla misteriosa femmina?” “Soldi?” disse Piras, “… o documenti, magari droga?” “E perché?” domandò Vivacqua. “Io partirei da un altro punto …” intervenne Santandrea, “Se prendiamo per buona l’ipotesi del capo, siamo di fronte a due tipi che si scambiano un omicidio di convenienza: Roncati liquida la moglie dell’amico, cioè Paola Terreni, poi tocca al Martini fare la sua parte. Ma qui i conti non tornano, perché Roncati sarà ricco e libero solo se resta erede in modo pieno … e allora bisogna seccare pure la madre. Quindi non può essere un regolamento alla pari: ci vuole un compenso! Poiché negli accertamenti compiuti sul Roncati non si è scoperto un passaggio di denaro tale da sostenere l’ipotesi di un sicario prezzolato, le ipotesi sono due: la prima è la meno probabile, ovvero ha pagato con lungo anticipo. La seconda è che non aveva ancora pagato! La Gatti oggi ha ritirato la parte che le spettava. Quindi nel pacco c’erano soldi!” “Così si spiegherebbero diversi aspetti anomali …” aggiunse Vivacqua. “A cominciare dal luogo, per non parlare delle modalità. I due si sono dati appuntamento in un supermercato, cioè un posto che si presume affollato, per di più … all’ora di punta. Uno dei due non si fida, direi la Gatti. In oltre, la prossimità con l’autostrada fa pensare ad un’ulteriore astuzia per facilitare gli spostamenti. Infatti, la donna ha un volo prenotato, quindi non vede l’ora di acchiappare i piccioli … e fuire. Inoltre il metodo: sembra il pagamento di un riscatto malamente pensato, goffo e senza senso …” “Ma perché la questione non la sbriga da uomo il convivente, il Martini, e manda avanti la donna?” domandò Migliorino. “Forse perché il Martini si trova già al sicuro?” aggiunse Carbone. “C’è un'altra domanda: il guidatore della Mini rubata, quello che ha provocato l’incidente nel posteggio, chi è? Non era lì per caso, e non ci sono molte possibilità: è complice di Roncati, oppure della Gatti! Perché mi pare chiaro … l’incidente è voluto” completò Santandrea. “Vedremo se dalle impronte digitali salta fuori qualcosa” commentò Vivacqua pensieroso. “Però … c’è qualcosa che non torna …” “Che fine ha fatto Annarita Gatti!” disse Migliorino. “Direi anche di più: ma secondo voi, uno come Roncati, senza scrupoli, ricco … si mette paura di una femminella come la Gatti?” “Magari della Gatti no, ma potrebbe essere in difficoltà con il Martini” “Che è pure ex pugile, oltre che manesco!” concluse Vivacqua. “Mi sa che se non salta fuori la Gatti … sta storia non la sbrogliamo. Qui non ci sono cazzi, dobbiamo trovare sta femmina. Intensifichiamo le ricerche. Deve saltare fuori. Può essere che all’aeroporto teneva un complice, un amico … non so chi, ma qualcuno l’ha aiutata a sparire. Non si spiega il significato dell’auto abbandonata nel parcheggio con le chiavi inserite. Piras, sta minchia d’autorizzazione arriva o facciamo notte? Sentiti con il Magistrato, fammi il favore … digli che è ur gen tis si mo! Cambiamo argomento, Migliorino per favore, contaci del sopralluogo con le dovute parole … e mi raccomando …” aprì e chiuse le dita, “conciso” “Direi che la matassa si è ulteriormente attorcigliata …” “Quale matassa, ce ne sono tante!” commentò Gargiulo. “È vero, ma per certi aspetti sembra un unico intreccio” “Spiegati Migliorì, ci stai facendo venire il mal di testa” esclamò Vivacqua. “La cosa sembra semplice, ma vedrete che non lo è. In attesa che la Scientifica presenti un rapporto dettagliato sulle risultanze vi propongo una ricostruzione provvisoria. All’hotel Principi di Piemonte, intorno alle tredici avviene una sparatoria e rimane ucciso un non meglio identificato Vittorio Salemi, cioè l’occupante della stanza 329. Costui viene fatto secco da tre colpi che lo hanno raggiunto al volto in modo non significativo, e al busto, uno di questi è mortale. Sappiamo chi ha sparato, ma non siamo certi della vera identità. Pare si tratti della cameriera al piano, una Filippina che la direzione dell’hotel dichiara di aver assunto in prova tre giorni addietro. I documenti della donna sono intestati a Consuelo Rosa Martynez di anni 47, residente in Torino. La donna è stata ferita a sua volta, in modo probabilmente non grave dalla vittima, che ha sparato un unico colpo. L’arma è stata ritrovata sul posto …” Migliorino alzò la testa dagli appunti per controllare se il religioso silenzio fosse tutto per lui. “Tra l’altro, questo Salemi, proprio un angioletto non doveva essere. Abbiamo recuperato una valigetta con attrezzatura professionale provvista di pistola in ceramica, caricatori, proiettili speciali, silenziatore e altri gingilli tipici degli utilizzatori di mestiere. Dicevo della donna: è stata ferita … ma in modo non così grave da trascurare di portar via ciò che ha potuto, ovvero computer portatile e cellulare. Abbiamo trovato nella stanza i cavi di collegamento … e adesso cominciamo con le stranezze. La donna è fuggita uscendo da una porta secondaria dove un’auto l’ha caricata e trasportata chissà dove. Dalle telecamere dell’albergo non si legge la targa dell’auto, un’Alfa Romeo con due persone a bordo. Quindi, per come si presenta, la faccenda pare un’esecuzione bell’e buona, e la donnetta, che ci descrivono insipida, bassina e silenziosa, ha tutta l’aria di essere una professionista di questo genere di lavoretti. Dato che, per quanto riferito dai testimoni, deve aver impiegato un silenziatore, poiché nessuno ha sentito i tre spari, inoltre ha eliminato un soggetto che, forse in quel momento era distratto, ma non così imprudente da dimenticare la cautela di una pistola a portata di mano. Direi che è ovvio confermare l’ipotesi di un killer. L’omicidio era programmato, altrimenti non si spiega la presenza di ben due autisti pronti a scarrozzare questa specie di tarantola. Mi pare significativo il fatto che dalla stanza mancano computer, cellulare, e non possiamo escludere materiale cartaceo, come se, chi ha commesso il delitto o il mandante, fosse interessato a qualcosa così delicato da dover essere asportato, anche a costo della vita …” Migliorino alzò gli occhi ancora una volta. Tutti attenti. “Però vi dicevo della matassa e delle stranezze … La Martynez dopo l’uccisione, ha rimediato una ferita, ha smontato ciò che serviva e, forse preoccupata dal rumore, da un disturbo imprevisto, o dalla normale fretta di sparire, non ha avuto il tempo, o non aveva interesse a fare pulizia, ed ha lasciato nella tasca dei pantaloni della vittima, il portafogli … con informazioni molto interessanti” Migliorino lanciò un’occhiata al Commissario. “… tra queste la Ricevuta Fiscale di un ristorante di Bordighera risalente a … vediamo … venticinque giorni fa. Un’altra ricevuta, del ristorante De Gustibus di Oleggio Castello, che è una località a metà strada tra Borgomanero e Arona, ad uno sputo dal Lago Maggiore, di ventisette giorni fa …” Vivacqua e Santandrea si sporsero in avanti, gli altri sembravano aver perso i riferimenti, “… e, per finire, nello stesso giorno uno scontrino della Compagnia di Navigazione del Lago Maggiore per la tratta Stresa, Isola Madre e ritorno …” “Vedi che casino sta venendo fuori …” sacramentò Vivacqua sbattendo le mani. “Questi biglietti portano sul retro diverse annotazioni che dovranno essere esaminate, anche se, a prima vista, sembrano scritte in modo da non farsi capire …” Tutti scambiarono occhiate smarrite come un gioco di laser incrociati. “Per chi ha perso la strada di casa, tra poco dirò quanto è grande il guaio di queste belle novità. Che altro hai Migliorì?” esclamò Vivacqua. “Forse la parte più interessante …” esitò in attesa di avere il silenzio. “Andiamo giovanotti …” spronò il Commissario nervosamente. “Il Salemi non è morto sul colpo. Deve aver fatto un tentativo per chiedere aiuto, forse voleva prendere il telefono, è scivolato dal letto e … ha tentato di scrivere qualcosa sulla moquette, usando il proprio sangue …” “E che dice?” domandò ansioso Santandrea. “SCRITT” “Cosa?” fu il turno di Vivacqua. “Così come l’ho detto: SCRITT” Santandrea si spostò verso gli scaffali della libreria. “Chissà che minchia voleva dire quest’altro?” “Il vocabolario porta quindici termini che iniziano per SCRITT. Tra questi … Scritturalismo … Scrittura … Scrittore … ma obiettivamente non vedo il nesso … Migliorino, non c’è per caso la possibilità di un equivoco di lettura?” commentò Santandrea. “La scritta è stentata, ma leggibile” Vivacqua sembrava guardarsi i piedi, completamente rapito dal nuovo cruciverba. “Questo è passato prima di noi da Borgomanero, Stresa, Bordighera, e si trovava a Torino. Guarda caso i punti cardinali delle nostre indagini … ci stanno manovrando come dei pupi!” Alzò lo sguardo su Santandrea. “In che senso Commissario?” chiese Gargiulo. “Nel senso che ho detto! Tutto riguarda in qualche modo il Roncati: Borgomanero e Stresa sono le origini, il punto di partenza o meglio, i luoghi dell’orfanotrofio, ammesso che si possa ancora definirlo tale; Bordighera i fatti successivi, legati alla morte della contessa, e ovviamente Torino: capoluogo del mistero, crocevia esoterico e nuova base dei Templari. Dio li abbia in gloria! Migliorino per favore segui personalmente la questione dell’hotel e procurami quanto prima il rapporto della Scientifica …” Il Commissario si voltò, senza aggiungere una parola prese un biglietto, compilò un numero sulla tastiera del telefono e restò in attesa; Santandrea lanciò un’espressione interrogativa, per trovarsi di fronte una mano distesa. Silenzio. Infine Vivacqua chiuse il collegamento. “Volevo sentire il parere di una signora che su queste cose ne sa più di noi … La professoressa Lombardi, ma non c’è … Mi sarebbe piaciuto sapere da lei se, putacaso, alle volte, non ci fosse una coincidenza a Stresa, tra questo girone infernale dell’orfanotrofio e quei deficienti degli Angeli Neri” Il telefono cellulare di Carbone squillò, tutti lo guardarono ammiccare, brontolare qualcosa, prendere una penna, trascrivere un appunto e un sorriso aperto spalancarsi sul volto. Infine, con troppe ottave sopra il normale urlò: “Siiiiiiiì!” “Carbone se è una fesseria delle tue, stavolta paghi caffè per tutti fino a Natale” esclamò Migliorino. “Il primo rapporto della Scientifica sulla Mini bianca dell’incidente di stamattina. L’auto era piena d’impronte, se lasciavano la carta d’identità sul sedile era uguale. Due sono i gruppi più consistenti: uno appartiene a Pino Di Cosimo, un delinquentello delle Vallette, uno specialista in furti d’auto, anche se di solito va a buscare Mercedes e Porsche. L’altro …” fece una pausa ad occhi socchiusi “… è di Rodolfo Roncati”. Nessun mosse un muscolo. “Roncati …” ripeté deluso. “Commissario, ha sentito? Era proprio lui!” “E ti sembra una bella notizia? Tutta la ricostruzione va a farsi fottere. Lo capisci? Non solo. Si capovolgono tutte le prospettive … in pratica, non abbiamo capito una cippa! E abbiamo di fronte un pazzo scatenato. Questo ha messo la retromarcia e si è andato a catafottere a tutta velocità contro le nostre auto per quale ragione, Dio santissimo?” Piras entrò come una furia. “Abbiamo il mandato …” “Forza, andiamo a far visita al nostro Roncati, vediamo se qualche giorno nei nostri alberghi aiuta il signorino a ritrovare la memoria. Santandrea tu resti qui, il coordinamento è nelle tue mani; stiamo aspettando il fioraio con l’avvocato, e il padre della Pandolfi, tienili d’occhio come puoi; lo stesso per la Gatti, segui gli sviluppi delle ricerche, se ci sono aggiornamenti di valore chiama. Priorità assoluta a supporto della squadra. Gargiulo tu vai al Principi di Piemonte e affianchi la Scientifica. CAPITOLO XI Il senatore Pagani pareva la sfinge. La punta delle dita posate sul tavolo come artigli, le braccia aderenti ai fianchi, la schiena eretta … composto come il secchione del primo banco, seduto al posto d’onore della riunione di vertice nella coalizione di minoranza. Stava zitto. Ogni tanto alzava lo sguardo sulla parete opposta per controllare l’ora. Aspettava. Quasi assente. Ascoltava il vociferare dei colleghi come un secondo canale acceso in sottofondo, presente, ma non abbastanza da godere del bene dell’attenzione. I pensieri si avvicendavano come palline in un flipper alla ricerca di nuovi alveoli ove depositarsi. La pallina selezionò Peter: si era dato da fare con un favore troppo grande per non impensierirlo, ma di questo si sarebbe preoccupato a tempo debito, al momento della restituzione. Per adesso era sufficiente che avesse tolto la spina dal culo. Non aveva ricevuto notizie da Torino, da quella Stanza per lui insignificante all’hotel Principi di Piemonte, ma non era per forza un cattivo segnale. Non quanto l’assenza di notizie dal Gran Maestro, doveva essere in azione per provvedere alla seconda e, sperava ultima, parte del programma: la sistemazione di Maestri. Quel piccolo pezzettino di merda si era montato la testa … era ora di smontargliela! Maestri era stato il suo portaborse, e non era neppure particolarmente in gamba. Uno zero assoluto come storico e come politico. Però possedeva l’arte dell’intrallazzo. Ai tempi nei quali era il più giovane ministro del Parlamento, poco più che quarantenne, il nanerottolo raccomandato Giuseppe Maestri aveva ancora le pezze al sedere e la puzza di miseria a fior di pelle. Era stato merito suo quel poco di crescita che aveva saputo fare … e lui … si era approfittato. Aveva tradito. Ora, a trent’anni di distanza presentava un nuovo conto, quel miserabile, con una seconda pugnalata alle spalle. Sbatté le palpebre al pensiero che non si è mai prudenti a sufficienza: di certo oggi, con una vita di esperienza sulle spalle quegli errori non li avrebbe più commessi ma, come si suol dire: del senno di poi … Quello che non gli era chiaro riguardava il come. Il cosa invece era chiarissimo. Cosa voleva Maestri, non aveva bisogno di spiegazioni. Piuttosto come pensava di usare il Dossier Stargate non gli riusciva di metterlo a fuoco. Lo avrebbe consegnato ai giornalisti probabilmente, oppure in modo molto più banale pensava di ricattarlo? E allora, le istruzioni di Peter? Che significato avevano? La corsa in quell’hotel … per … come si era espresso? “… abbiamo trovato la falla …”, poi aveva aggiunto “Il bersaglio è nel mirino” avevano l’aria di un’azione definitiva: un’esecuzione. Prese il notes e appuntò un pro memoria: “Sentire De Sanctis per chiarimenti”. Il flipper mandò uno scampanellio, la pallina saltò in avanti per rannicchiarsi in un altro alveolo. Pensieri positivi in circolazione libera. Si vide in Campidoglio con i giornalisti schierati, le telecamere e la cerimonia di giuramento per l’attribuzione dell’incarico di Primo Ministro … Sussultò, Pagani, quando il cellulare iniziò a vibrare nel taschino. Aprì lo sportello del telefono con la speranza di sentire quanto mancava alla realizzazione di un sogno … questione di qualche ora, entro la sera al più tardi … La Croma blu di Vivacqua chiudeva il corteo rombante di cinque automobili della Polizia. A sirene spiegate, nel centro della città, come uno sciame impazzito di rabbia all’assalto del pericolo pubblico numero uno: Rodolfo Roncati, alias Diotallevi. I giornalisti fuori del Commissariato quasi si erano tuffati sul cofano della vettura di Vivacqua per strappare una improbabile dichiarazione. Alla guida Migliorino faceva del suo meglio per ridurre i salti e le inclinazioni, lagnandosi ad ogni curva veloce per il dolore al collo. Il Commissario, sul sedile accanto, stava per i fatti suoi, con il grande foglio delle indagini aperto sulle gambe … e rimuginava. Il coinvolgimento di Sergio Santandrea in quella storia con il morto ammazzato all’hotel Principi di Piemonte, l’aveva sorpreso e forse irritato, anche se non lo ammetteva neppure con se stesso. Per Vivacqua la concessione della fiducia era un fatto naturale, ma non ovvio e tantomeno automatico; lo stesso valeva per il percorso inverso: Santandrea non era in discussione. Quasi per partito preso. Lo aveva lasciato in Centrale perché lì poteva essere più utile che dieci uomini della Squadra messi insieme. “Mmm …” mugugnò solitario. Scosse la testa. Non era del tutto vero. Lo aveva lasciato in stand by anche per una forma di precauzione. Tutta la vicenda, a partire da quell’uomo con la puzza di Servizi Segreti deviati, pace all’anima sua, trascinava come un peso morto una scia di sospetti puzzolenti. Quel tizio era stato nei punti chiave dell’indagine quasi un mese prima che tutta la storia esplodesse. Come se avesse pilotato nell’ombra le indagini. Quell’uomo li aveva manovrati a suo gusto, passo a passo. Per guidarli dove? Per esempio che diavolo era andato a fare a Bordighera? Non solo: che cosa c’entrava Bordighera, cioè il luogo del duplice, omicidio con … Borgomanero e Stresa? Il comune denominatore era Roncati, su questo non c’era da sfogliar verze, per usare un termine caro a Santandrea, ma poteva anche essere Angelo Ferro a pensarci bene. Il quadro generale sembrava abbastanza attorcigliato, non c’erano prove su alcuni passaggi, ma in compenso l’abbondanza di indizi compensava il lato probatorio … “Capo …” esclamò Migliorino, “Se chiedessimo l’appoggio dell’elicottero?” Vivacqua lo degnò controvoglia di un’occhiata obliqua. “… dico davvero … se quello prende il volo sono cazzi amarissimi. Forse siamo ancora in tempo …” “Migliorì, non diciamo fesserie. Se c’è, lo ammanettiamo e ce lo portiamo, sennò perquisiamo e … piuttosto, fammi sentire Santandrea se alle volte venisse una botta di culo” Il Commissario armeggiò con la radio, infine, quando il collegamento fu agganciato domandò: “Sergio?” “Dimmi Totò” “Se non troviamo questo paraculo a casa sua, dove altro potrebbe trovarsi, ci hai pensato?” “Per la verità no! Però posso provarci adesso, potrebbe non essere una cosa veloce, oltretutto, con il casino che ha combinato, chissà dove si è cacciato” “Aspetto comunicazioni …” concluse asciutto il Commissario. “Ci mancherebbe che pure questo ci scappasse di mano …” bofonchiò. “Così avremmo proprio una bella situazione di merda: sparito Ugo Martini, sparita la Gatti, idem Roncati, stesso discorso per Barbara Pandolfi e per il capo mozzato del Navali … qui mi gioco la faccia e il posto di lavoro! E tengo moglie e due figli da mantenere …” Vivacqua impugnò la radio e chiamò la centrale operativa. “Sergio? Scusami, ma già che ci siamo, dai istruzioni per una caccia fatta come si deve. Lancia la ricerca su Roncati, controlla le auto immatricolate a suo nome e disponi per controlli sulle strade, ai confini, eccetera. Sentiti con l’Arma … Sai come fare! Stessa cosa per aeroporti, ferrovie, porti di mare, mulattiere e tutto il resto … inclusi i tratturi di campagna!” “Che ti succede? Ti bruciano le chiappe Totò?” “Diciamo che ho fatto l’appello delle persone mancanti per un verso o per l’altro, e siamo a cinque, senza contare i morti ammazzati, i generali scozzesi, i preti e le perpetue. Ce n’è abbastanza da ricevere una lettera di trasferimento immediato …”. Fece una pausa. “… Già che ci sei aggiungi la richiesta d’intercettazione sul telefono mobile di Roncati e … se ti viene bene, mettici dentro quel Federici. Il farmacista. Auto e telefono anche per lui. Non è che per caso sono arrivate novità sulla Gatti?” “Niente. Ti avrei chiamato subito …” “Fanculo!” La processione delle volanti proseguì rombante fino ai piedi della collina. Restavano quattro, cinque chilometri di salita in mezzo a curve e strade sempre meno idonee alla corsa. Dalla volante di testa Piras lanciò l’ordine di chiudere sirene e lampeggianti e avvisò gli uomini di prepararsi come da procedura. Giubbotti, sistema di comunicazione radio a lato del bavero, controllo del volume in cuffia, controllo microfoni, mitragliette e compagnia bella. Migliorino non parlava, con le labbra strette soffriva in silenzio e pregava che non ci fossero sorprese. Non gli piaceva Roncati, la situazione, le storie di magia, tutto, per farla breve e soprattutto si sentiva a disagio per un motivo incomprensibile. Come un presagio, lui, che di questi argomenti se n’era sempre fatto un baffo. Le auto svoltarono dalla strada principale verso destra, in una stradina privata, per costeggiare un lungo muro di cinta che dava su un grande cancello e, poco più a lato, su un ingresso di piccole dimensioni. I poliziotti scesero e si disposero nella formazione idonea. Le auto posizionate agli estremi della via e Piras, Gargiulo e Carbone pronti con i propri Agenti per eseguire. Vivacqua scansò Migliorino in malo modo per la seconda volta. “Migliorì, se mi serviva una guardia del corpo te lo dicevo. Mi stai facendo venire caldo: togliti di mezzo dai cosiddetti. Entriamo e la facciamo finita”. Piras s’incaricò di suonare il campanello e restò ad aspettare di fronte alla targa in bronzo con la scritta “Villa Magnolia”. Nient’altro, nomi, indicazioni, nulla. Suonò dopo un paio di minuti per la seconda volta. Non successe nulla. Restò fermo a guardare le telecamere dell’ingresso e si voltò verso Vivacqua. A quel punto si profilava la necessità di un ingresso acrobatico ma, con sorpresa di tutti, fu sufficiente suonare un secondo campanello al portoncino secondario che uno scatto fece aprire l’ingresso. L’accesso della residenza la diceva lunga sul tenore di vita dei proprietari. Un lungo viale alberato chiudeva la vista ad ogni cosa. Tutto curato, pulito e profumato, salvo un’atmosfera opprimente, quasi palpabile. Metteva disagio. Sembrava triste, di un avvilimento inspiegabile. Gli uomini avanzavano sulla ghiaia in fila indiana, rasenti il filare d’alberi, quando finalmente a destra si aprì un parco al centro del quale la villa dominava imponente, dall’alto dei suoi tre piani. Bellissima e quasi superiore agli avvenimenti stava lì, immersa nel verde, con la facciata ocra in piena luce, parzialmente coperta d’edera, proprio di fronte all’immensa piscina. I poliziotti si affrettarono al piccolo trotto per coprire i cento metri che li separavano dal portone della casa e si arrestarono, un po’ stupiti, un po’ imbarazzati quando inquadrarono Daniela uscire dall’acqua. Qualcuno sorrise, qualcun altro avrebbe fischiato di ammirazione. La creola scrollò i capelli e nuda, in punta di piedi, sensuale e voluttuosa si defilò veloce verso uno degli ingressi in prossimità del patio. Migliorino gettò uno sguardo allusivo verso Vivacqua che scosse la testa. Il drappello tergiversò per prendere le precauzioni minime dopodiché Carbone entrò con quattro uomini. La casa era in penombra. Piena di corridoi, stanze, ambienti spaziosi sviluppati in un labirinto di porte ed ingressi. Un refolo di musica usciva da altoparlanti invisibili. Tutto sembrava in ordine, salvo il particolare anomalo dell’assenza di vita e il completo silenzio di voci. Con le Beretta in pugno iniziarono una prima perlustrazione veloce al piano terra. Sembrava disabitato. Gli Agenti in formazione aprivano porte, entravano, perlustravano, scambiavano tra loro istruzioni veloci nei microfoni e di corsa alla porta successiva. Pochi minuti e il giro fu completato. Non c’era nessuno. Carbone mandò istruzioni nella radio, un paio di poliziotti entrarono e si sistemarono come piantoni al piano terra, il grosso del gruppo ricevette l’ordine di proseguire. Salirono la gradinata di marmo per accedere al piano superiore e ripresero. Di sotto, Migliorino anticipò Vivacqua nell’atrio ombroso. Si guardarono perplessi. La sensazione che la vicenda non si sarebbe conclusa lì, in quel momento, che la cattura di Roncati fosse ancora da guadagnare prese lo stomaco di entrambi. Dal piano di sopra arrivarono rumori confusi ed entrambi salirono trafelati. In una delle camere Carbone stava in piedi, rigido come un rotweiler, con la pistola puntata verso terra e la donna ai suoi piedi. Rovesciata di lato, con un filo di sangue in caduta dal naso. Vivacqua entrò e la donna scattò in piedi. Carbone mancò la presa e questa tentò di sgusciare finché incontrò Migliorino, soffiò come una tigre e lasciò partire una zampata micidiale che l’Agente scansò scartando di lato e, sfruttando la velocità del braccio nella manata a vuoto, afferrò il polso, lo accompagnò con una presa ed un calcio che la fece volare a terra qualche metro più avanti. Carbone disse un paio di parolacce e quando si voltò lasciò allo scoperto i segni del passaggio del felino. Tre strisce parallele scendevano dallo zigomo verso il labbro; tre solchi di una zampata feroce andata a bersaglio. Migliorino sorrise a Carbone e l’altro aprì le braccia … “Ho dovuto colpirla … quasi quasi mi cava un occhio. È fuori di testa, non capisce … Deve essere straniera. Le ho ordinato di lasciare il telefono e di vestirsi … mi sono avvicinato e … guarda che cosa mi ha combinato. Cose da pazzi!” “Carbò … tu non ci sai fare con le donne, non hai buone maniere. Te l’ho sempre detto” Dall’auricolare Carbone sentì i messaggi concitati del gruppo in avanscoperta e tornò nel corridoio. Un Agente era fermo all’ingresso di una porta poco più avanti e faceva segno di avvicinarsi. “Ispettore …” disse emozionato, “… dia un’occhiata” spalancò la porta, Carbone entrò e rimase esterrefatto. “Dio santissimo …” esclamò. La stanza era scura, anche con le luci accese restava buia, tetra, forse per l’effetto combinato del legno e delle pareti color aragosta. E quelle immagini … Carbone chiamò Vivacqua e il terzetto si ricompose nella grande camera da letto del padrone di casa. Tutti a bocca aperta ad ammirare l’ennesimo tassello incastrarsi nel quadro delle indagini. Lì, dove fino a quel momento c’era stato il vuoto, l’assenza di collegamenti e, per molti aspetti, l’assenza di sospetti, finalmente una luce. Tutti e tre guardarono l’immagine del Baphomet inscritto nel pentacolo rovesciato. Il quadro stava alle spalle del letto, in alto, così somigliante all’immagine del disegno della vecchia zingara da pensare ad una copia, macabro, compreso tra due giganteschi caproni di cartapesta. Per un lungo momento i tre restarono ammutoliti, stupefatti, turbati. Adesso il senso d’oppressione era quasi tangibile. Come una presa alla gola. “Quando dicevo che nell’appartamento del Martini mancava qualcosa … capite a cosa mi riferivo?” sussurrò Vivacqua indicando con il braccio la scena. “Ora non manca più niente direi. Il caos ha superato l’apice e sta collassando. Abbiamo tutto, mi pare …” Migliorino e Carbone si guardarono, indecisi se pensare ad un’uscita sarcastica, o se anche al Commissario cominciavano a saltare le rotelle. “In che senso Commissario?” domandò Migliorino. “Nell’unico possibile, testa di rapa. Il cerchio si chiude: mancavano all’appello gli Angeli Neri, autori delle messe nere e di un imprecisato numero di malefatte, tra le quali l’incendio di Chieri, l’uccisione del Navali, la sparizione di Barbara Pandolfi, e magari anche del Martini, non è vero?” “Sì, ma …” esitò. “Lascia stare Migliorì, quando non ci arrivi non ci arrivi. Roncati è coinvolto nella setta, e qua, davanti agli occhi, abbiamo le prove …” “Allora se troviamo questo pazzo, magari mettiamo le mani su tutta la banda di deficienti …” enfatizzò Carbone. “Non lo so. Non ne sarei così sicuro. Questa è la punta dell’iceberg. Se dietro st’invasati c’è davvero una setta di potenti, come dice quella professoressa, non sarà facile” considerò pensieroso. “Una cosa è certa. Questa è gente maledetta, talmente pericolosa da mettere i brividi. Il fatto di non aver pizzicato il Roncati è preoccupante. Se ha preso la strada di un rifugio all’estero … non sarà facile beccarlo”. Carbone terminò il primo giro d’ispezione della villa e si predispose per il secondo e più profondo controllo. Vivacqua girò i tacchi e si avviò verso l’uscita. Saltò fuori all’aria aperta come se avesse bisogno urgente di prendere fiato. “Migliorì, chiama la Scientifica, digli che c’è lavoro pesante per loro. Io e te possiamo rientrare, qui non abbiamo nulla da fare”. “Che ne facciamo di quel Federici? Direi che per come si stanno mettendo le cose sarebbe meglio fare due chiacchiere con questo strano farmacista, cosa ne dice capo?” Vivacqua annuì silenzioso. Si stirò e s’indirizzò verso l’auto di servizio. La stanchezza di un mese di lavori forzati si abbatté sulle spalle tutta insieme. “Anzi …” riconsiderò il Commissario, “È meglio seguirlo per vedere cosa combina. Vediamo se almeno lui ci fa un regalo …” disse mesto. Si accomodò sul sedile e chiamò la Centrale. “Sergio … il nostro pregiatissimo non da segni di se. Hai qualcosa per noi?” “Non lo avete beccato?” “No. Non è nella villa” “Giro a vuoto!” “Non direi, abbiamo pescato tracce molto interessanti e forse la spiegazione su un pezzo di storia balorda: quella degli Angeli Neri. Tu hai un’indicazione per beccarlo?” “Non ancora …” “Neanche un’idea?” “Sto controllando il fascicolo di Roncati, ormai è diventato spesso come l’elenco telefonico di Torino. I dati presi durante i lavori di gennaio non dicono molto … andrebbero aggiornati …” “A cosa ti riferisci?” “Sto pensando a dove mi nasconderei se avessi la Polizia addosso” “Tieni presente che questo sta dando fuori di matto, te ne sarai accorto, si sta incasinando da solo … quasi all’improvviso. Non credo che dopo i guai di questa mattina al supermercato abbia messo in piedi un gran programma … starà scappando a testa bassa. A questo punto dovrebbe fare una cazzata!” “Da qualche parte bisogna pur cominciare con le ricerche. Non abbiamo idea se può nascondersi da un amico o altrove. Sto dando un’occhiata alle proprietà immobiliari …” “Vabbè, io e Migliorino rientriamo …” La campagna era smagliante, il nubifragio di poche ore prima aveva soltanto sfiorato la zona a nord est della capitale sabauda. I campi seminati a grano assorbivano il ritornato calore con avidità quasi innaturale. Nel cielo il blu pennarello di un quadro infantile contrastava con le striature di nuvole in allontanamento rapido. Sulla verticale della grande cascina, le strisce di un aereo si dissolvevano in baffi di vapore come stracci sfilacciati. Il boschetto sul lato nord ondeggiava nel vento e la voce secolare dei castagni copriva ogni altro suono. Sembrava un paesaggio surreale; solo in lontananza il rumore di un trattore a margine delle vigne di Dolcetto scoppiettava indifferente arrampicandosi sulla collina. La cascina stava immobile sotto il sole di giugno, priva di attività, solitaria nel fischiare del vento incanalato nelle feritoie del fienile o dei lamenti delle lamiere dei magazzini dismessi mille anni prima. Un paesaggio onirico, come frammento di un abbandono assurdo: tutto era a posto e allo stesso momento fuori contesto, senza tempo. Mulinelli di polvere e trecce di paglia vorticavano nei giochi d’aria e nei controluce del cortile di pietra. Tutto circondato dal silenzio malinconico di una malattia mentale appiccicosa, invadente e sfortunata. La grossa Dodge era posteggiata nel capanno dove un tempo c’erano le stalle, quasi nascosta dai box dei cavalli. Nei sotterranei Annarita stava con il capo reclinato sulla spalla e lo sguardo vitreo della follia. Quasi un sorriso su un lato della bocca incorniciava l’ultima frase compresa prima di perdere il senso di sé: “sono il tuo peggior incubo …” così aveva detto Rodolfo. Annarita aveva aperto gli occhi con un senso di fastidio e di confusione. Una puzza ripugnante le aveva preso la bocca dello stomaco; un misto nauseabondo di vapori dolci e putridi. Poi aveva urlato. Roca, stridula, fino a strapparsi le corde vocali, quando aveva inquadrato quel capo mozzato, gli occhi smorti e obliqui persi nel vuoto, quell’incarnato giallo e blu … i capelli come stoppa incollati al viso e incrostati di sangue. “Cu cu!” il volto beffardo di Rodolfo era apparso scansando il capo mozzato. Un altro urlo, prima di perdere i sensi e restare quasi stupita, quando le forze se n’andarono, di non scivolare a terra. Non sentì il riso sguaiato e folle di Rodolfo. Mario invece non rideva affatto. Indossava l’abito delle cerimonie, come prescritto dagli obblighi per chiunque restasse nella sala del tempio, e completava lo scenario di un nuovo sacrificio incomprensibile. Sbuffava di fatica issando sulle spalle il corpo di Barbara. Lo legò alle assi, inchiodate come una croce di Sant’Andrea, proprio di fronte all’altra croce alla quale era legata Annarita. I bracieri fumavano nella penombra, Rodolfo era inginocchiato, seminudo, indossava solo uno straccio ricamato di pizzi lungo fino a metà coscia, preso a don Filippo, e sussurrava una litania solitaria, lo sguardo agghiacciante ed un sorriso incancellabile sulle labbra. Mario adesso era spaventato. Quell’uomo davanti agli occhi era irriconoscibile. Carico di un’energia mai vista prima, invasato e perso al tempo stesso. Quando finì la preparazione, Rodolfo si alzò e si avvicinò ad Annarita, la spruzzò con l’aspersorio fino a svegliarla. Sfoderò un coltello affilato e accarezzò la donna che sussultava ad ogni passaggio della lama. Tagliò i vestiti, li strappò, accompagnato dai gemiti straziati di Annarita. Ad ogni lamento Rodolfo sentiva il piacere esplodere e l’inguine mordere di desiderio incontenibile. Quando la donna fu completamente nuda si beò della vista di quella scultura di bellezza e sofferenza. Mario tentò di allontanarsi dal palco ma Rodolfo si voltò come un mostro, lo raggelò: “Prendi il cuore di Barbara …” ordinò, “… voglio tenerlo tra noi, palpitante, caldo …” Mario strabuzzò gli occhi. “Maestro, non è possibile …” Rodolfo si voltò di scatto, fece partire un violento ceffone di rovescio che spaccò le labbra di Mario. “Esegui i miei ordini” tuonò con una voce soprannaturale. Mario rabbrividì e s’inchinò sottomesso. Annarita vide l’uomo armeggiare con il coltello verso il torace dell’altra donna, roteò gli occhi e svenne. Il festino privato di Rodolfo durò quasi un’ora. Chissà quanto era durata l’agonia mentale di Annarita prima di scollegarsi da una realtà insostenibile. Chissà se aveva avuto il tempo di sentire Rodolfo recitare le sue preghiere mentre la violentava, e se aveva sentito la lama solcarle il corpo decine di volte per aprire piccoli tagli sanguinanti. Di certo lo aveva sentito dire “… ti brucerò, come ho fatto con Ugo … te lo ricordi Ugo? Ma prima manterrò … quel che ho promesso … e Rodolfo mantiene sempre le promesse …”. Annarita aveva sputato, offesa, oltraggiata, quasi pudica come una Maria Goretti di fantasia. Chissà se si era vergognata Annarita di aver urlato di piacere un momento più tardi, di averlo implorato di non smettere, di aver sbavato come una cagna quando lui si era ritirato … dispettoso e sorridente, per mostrarle il pene eretto, e si era vergognata forse, quando lui era rientrato nel ventre con la furia di un caprone e l’aveva sbattuta come uno straccio? E lei era giunta al limite del massimo piacere provato nella vita. O forse non era piacere, era repulsione e aveva urlato quando la punta della lama le spiccò l’occhio, e fu in quel momento che la sua mente tornò a capire l’impossibilità di accettare tanta mostruosità. Mario piangeva disperato, impaurito, tremante. Il contatto con la follia lo aveva scosso dall’interno. Aveva assistito alle violenze del suo maestro e non si dava pace. Non c’era nulla di liturgico, di sacro, di trascendente in ciò che aveva visto. Non c’era adorazione; una stupida rappresentazione di violenza inutile. Rodolfo ai piedi del Baphomet ormai parlava da solo, cantava una nenia scomposta, con gli occhi fuori delle orbite, le mani sozze; vagheggiava di potere assoluto, di un nuovo ordine delle cose, di una nuova guida, di un mondo di sudditi pronti a venerarlo. Lui era il nuovo profeta. Aveva traslocato in un mondo parallelo e terribile. Era un mostro impazzito. Iniziò a gemere, Mario, finché spalancò gli occhi quando sentì un rumore … Angelo guidava l’auto nel traffico del pomeriggio disturbato da un vago sentimento di rimorso. Con una mossa era riuscito a mancar di parola a due promesse. A Simona, e al Commissario Vivacqua, al quale aveva garantito di restare a casa buono e tranquillo almeno fino al mattino successivo, quando si sarebbero incontrati per una deposizione formale. Era più dispiaciuto per Simona, ma non se l’era proprio sentita di coinvolgerla. Voleva trovare Barbara e … incontrare suo fratello Rodolfo. Non necessariamente in quell’ordine e in quel pomeriggio. Rodolfo sapeva dove trovarlo. Era lassù, in collina, in una grande casa nella quale era già stato con la mente. La memoria quantica conservava inalterato il ricordo. Ogni sensazione era registrata e non aveva di certo dimenticato il sapore di quella malinconia angosciante che lo aveva attanagliato, in contrasto ad un’altra forza ... opposta ma non altrettanto forte: quella della contessa Afdera. A quel tempo non sapeva … o non aveva voluto capire. Oppure, più semplicemente, era troppo frastornato per afferrare il senso della moltitudine di messaggi. Soprattutto non capiva le ragioni di tutta quell’energia maligna, così accanita nei suoi confronti, così aggressiva, ostile; ancora adesso non se ne capacitava. Rodolfo lo aggrediva sistematicamente come se lui fosse un nemico da sconfiggere. Perché? Gik sentì un coro di clacson alle spalle e per un attimo tornò alla guida. Si trovava in Piazza Gran Madre di Dio, proprio di fronte alla chiesa che soltanto due giorni prima aveva descritto a Simona con tanta passione. Le due grandi statue erano sempre lì, gravi e pagane al contempo. Sentì ancora una punta di rimorso nell’essere uscito di casa come un ladro. Svoltò su Corso Casale e proseguì in direzione di Superga, per tornare ai fatti suoi. La contessa in quell’incontro disse che una verità crudele poteva esserle risparmiata. Adesso era chiaro il riferimento, lei sapeva di Rodolfo e conosceva il segreto della loro origine comune. Come poteva conoscerlo? Si domandò. La questione girò per la testa senza trovare appigli e, come un moscone, ronzò invano alla ricerca di collegamenti, associazioni, legami pertinenti, con il solo risultato di risvegliare altri problemi confinanti. Tornarono in superficie, come un mantra, i ricordi freschi e penosi del percorso per uscire dal tunnel: Mare, Spilla, Targa, Aggressore, Giorgio Dassault ... Barbara, BC 419 ZF, Incendio. Tutto risolto. O quasi. Mancava all’appello la soluzione su Giorgio Dassault, marito della contessa, ma ormai la questione poteva dirsi superata, non era stato in grado di entrare in contatto medianico a Bordighera e la questione era chiusa. Inutile pensarci ancora. Tutto sommato le domande a caccia di risposte erano state affrontate e risolte, avrebbe dovuto sentirsi meglio, senza contare i progressi straordinari a proposito dei ricordi, il muro cedeva, qualsiasi cosa lo avesse generato non funzionava più. Inoltre adesso aveva Simona. Considerò con trasporto. Perché non si sentiva libero, che cosa lo tratteneva nel tunnel? All’improvviso Gik sentì un fremito violento. Rallentò per guardarsi intorno e riconobbe il segnale. Era già passato da quel punto, di notte, proprio con Simona. Di fronte agli occhi le indicazioni stradali offrivano mille opzioni ma una, una sola era responsabile dell’allarme: Gassino. Le vibrazioni salirono, insieme al ricordo prepotente di quella fuga nella notte. Gik non sentì alcuna incertezza, accelerò e si lasciò trasportare da quel filo magnetico carico di energia. Avrebbe potuto percorre la strada ad occhi chiusi. E maledì quella notte di tenebre sciagurate nella quale sembrava impossibile trovare la traccia giusta. Proseguì il percorso, come teleguidato dal magnetismo di un luogo sconosciuto, ma carico di tensioni. Ci vollero meno di trenta minuti di strade asfaltate, sterrato di campagna, viali alberati carichi di profumi, colori, sensazioni che Gik non sentì, rapito dal richiamo di Barbara. Tutto in secondo piano, tutto in sottofondo rispetto a quella vocina che, sbucata dal nulla una sera, aveva lasciato un messaggio sulla sua segreteria telefonica: “… c’è qualcuno che le vuole male …”. Chissà, pensò fuggevolmente, se quelle parole erano state la causa della sua morte. Tagliò in due un boschetto e all’improvviso un flash davanti agli occhi lo fece sussultare: una visione patetica, straziante e disperata lo colpì allo stomaco. Vide Barbara crocifissa, inerte, il capo reclinato inanime, nuda, esangue. I tagli sul corpo spiccavano di un rosso carminio doloroso e commovente. L’immagine di un martirio, concluse Gik nel deglutire. Dopo una curva stretta sbucò dal filare di alberi in piena luce, si trovò su una costa collinare ed i segnali s’innalzarono prepotenti. A sinistra, verso il basso, un gruppo di edifici rustici quasi al centro di una conca ariosa, non distante da un Castello appena arrampicato sulla collina di rimpetto: i segnali provenivano da quel punto. Socchiuse gli occhi, respirò piano e cercò con la mente la strada per raggiungere la cascina. Ci vollero pochi minuti, il tempo di scendere un paio di tornanti e di superare il grande cancello, piazzato in mezzo alla strada sterrata come un varco per l’accesso ad un altro mondo. Angelo si avvicinò al complesso di vecchi fabbricati con il motore al minimo, girò intorno al corpo centrale della cascina, superò il cortile e svoltò per affiancarsi all’edificio che pareva una stalla. Girò intorno e tornò verso il cortile. Spense l’auto e immediatamente le comunicazioni impazzirono nella testa. Uscì all’aperto e prese in faccia una ventata tiepida, carica di emozioni contrastanti. Messaggi d’allarme, presenze, Barbara … ancora quella malinconia sofferente e minacce! Il sistema di Gik era in sovraccarico, troppe informazioni, troppe voci: come il rombo di una cascata nelle orecchie, ma una sembrava d’intensità superiore. Un grido diceva di andare via. Una voce lacerante, in falsetto … di donna. Perentoria. Gik sentì un brivido. Sbatté le palpebre e si avvicinò alla cascina. Barbara era lì, da qualche parte, lo sentiva. E non aveva intenzione di andar via come un coniglio. Avrebbe condotto alle estreme conseguenze ciò che era stato iniziato. Le voci si dispersero e solo un miagolio straziato restò come una litania nel vento. Gik si avvicinò alla cascina per cercare un’entrata sul lato che, con un semicerchio a ferro di cavallo, avvolgeva l’interno e formava il cortile dove un tempo ci dovevano essere bambini scalzi sull’acciottolato, oche, galline e cani in un carosello di rumori di campagna. Ora, quella desolazione anormale, frustata dalla brezza, sembrava artificiale. Su quel lato si affacciavano due grandi portoni e un certo numero di porte. Tutto sbarrato. Al piano superiore alcune imposte erano aperte e dalle finestre s’intravedeva a mala pena l’interno. Gli ingressi sul piano terra sembravano chiusi da molto tempo, a giudicare dalle incrostazioni e dalla ruggine. Gik tornò sui suoi passi verso l’automobile quando il radar interno sfrigolò per una frazione di secondo. C’era qualcuno nella casa. Non era solo. Si voltò di scatto, verso il punto dal quale era certo di aver sentito una presenza. Da una finestra in alto, sulla destra. Vide un tremolio lieve come un batter d’ali frusciare tra le tende. Restò fermo, concentrò lo sguardo e fissò per un lungo momento quel punto e le altre finestre vicine. Il tremolio non cessò. Forse si trattava di una corrente d’aria interna all’edificio, pensò. O più facilmente solo stupida suggestione. Riprese a camminare verso il punto di partenza, dove la cascina apriva un collegamento con il retro, in direzione dei campi. Lì, il corpo centrale della costruzione si univa, tramite il tetto, ad un altro rustico, un fienile quasi certamente, e nello spazio tra le due unità si formava un attraversamento. Su quel lato della cascina le imposte di un portoncino secondario erano aperte, così come la porta: solo una tenda svolazzava solitaria come un timido difensore dell’ingresso. Era aperto. Dunque, c’era qualcuno nella casa. Sarebbe stato più rassicurante trovare chiuso e inventarsi un modo per forzare la porta. La prospettiva di un incontro con gli Angeli non l’aveva messa in preventivo. Sull’uscio orme di scarpe e qualche mozzicone di sigaretta. Segni vecchi, ma non così remoti da far pensare a visitatori d’altri tempi. Angelo inspirò, tese la mano … Scostò la tenda ed entrò. I passi risuonarono sul pavimento di mattoni antichi lasciando un eco solitario. Una stanza quasi al buio, fresca, si apriva ariosa per accedere alla cucina, e da questa, ancora più avanti, il corridoio che portava ad una teoria di stanze. Angelo proseguì quasi in punta di piedi verso la zona più buia. Alla sinistra, un angolo di sottoscala portava ad una discesa di gradini e infine alla porta dalla quale si accedeva alle cantine e, poco oltre, le scale per salire al primo piano. Le stanze proseguivano polverose, arredate con semplicità contadina, qualche mobile coperto da lenzuola ingiallite, poltrone di stoffa, e una sala con un enorme camino, una libreria disadorna, un televisore, quadri semplici di paesaggi bui … Una musica all’improvviso fece rabbrividire Gik. Un organo. Si voltò per individuare il punto di partenza. Era alle spalle. Tornò in direzione della cucina e salì qualche gradino verso il piano superiore per abbandonare immediatamente. Il suono si allontanava. Svoltò a destra per imbucarsi al piano inferiore. Ma non sentì più nulla. Era come se il vento portasse il fiato di un organo antico; una musica da chiesa andava e veniva. Provò a spingere la porta per scendere verso la cantina, ma non si aprì, era di assi robuste ed aveva l’aria di non temere un assalto leggero. In cucina la stessa cosa. Silenzio e pulviscolo in rotazione nel modesto chiaroscuro. Angelo si domandò se non se lo fosse inventato, quel suono … se non fosse, ancora una volta, suggestione … quando lo sentì ancora. Quasi un lamento, un accenno di toccata … Si mosse verso il suono che ancora una volta sfumò lasciandolo a metà strada. In quel lato del corridoio tra cucina e sottoscala il pavimento era di legno, le assi brontolavano e schioccavano sotto il suo peso ma, fu a quel punto che notò un’imperfezione; c’era una fessura, come un ampio ritaglio nel rivestimento, una botola. Non lo aveva percepito nel primo passaggio. Gik si piegò e, nella penombra, con le dita, percorse il perimetro del varco. Una leva a scomparsa nel legno, era conficcata così in profondità da restare inaccessibile. Sentì un tremito lasciando i palmi delle mani sul legno. Buio. Un grosso cane nero; denti feroci; due occhi. Un sussulto nella botola. Poche dita fuori dall’apertura e infine un volto femminile: Barbara! Angelo sbatté le palpebre. Barbara era stata lì. Si guardò intorno alla ricerca di un attrezzo, una leva, un cacciavite, un qualsiasi oggetto per forzare il passaggio. Si alzò in piedi e la musica tornò, proveniva dalla stanza con il televisore, prima delicata come un soffio, poi più presente. Sentì il cuore accelerare all’impazzata. Con passi prima incerti poi più solleciti si avvicinò alla stanza e … qualcosa era cambiato. Cercò di concentrare lo sguardo, ma fu la musica a guidarlo. Proveniva dalla libreria. Si avvicinò, e a quel punto capì. C’era un passaggio. Di lato, un’apertura nel muro. Come aveva potuto non accorgersene prima? Angelo si guardò intorno con sospetto. Un nuovo formicolio solleticò il sistema nervoso: si domandò se non fosse più intelligente tornare indietro e chiamare aiuto. La musica proseguiva indifferente, ora poteva riconoscere con chiarezza le note. Era un richiamo irresistibile. Passò il varco, si addentrò nel buio incespicando in una discesa irregolare e proseguì tentoni. Il passaggio era come un tunnel in discesa, due metri di spazio, girava su se stesso nel buio. Finché, dopo una decina di metri non arrivò una fiammella tremolante. Una torcia appesa ad un muro. Angelo la raggiunse e restò di sasso nell’osservare l’immagine del Baphomet e, alla base, la scritta: “Ordo Templi Pauperes Commilitones Christi Templique Salomonici” Accennò una serie di sì con il capo: “I Templari!” sussurrò. Poco più avanti una serie di simboli e ritratti spiegavano meglio di una dichiarazione dove si trovava e chi occupava quel tratto di nascondiglio. “Eccolo, il Sincretismo esoterico …” bisbigliò. “Dunque, gli Angeli del Tempio Nero sono vivi e vegeti”. Proseguì incerto, trasportato dalle immagini, dalla musica e da una curiosità quasi soprannaturale, come un’attrazione magnetica, un richiamo che non aveva nulla a che fare con l’interesse dello studioso. La bandiera americana inscritta nel pentalfa, la croce d’oriente massonica con le quattro cazzuole triangolari, la stella a cinque punte, L’albero della vita della comunione Essena con gli Angeli … il Bue Api. Una galleria di simboli blasfemi e contraddittori. Era giunto al termine della discesa e si trovò in un atrio spazioso, mal illuminato da fiochi bracieri lasciati a terra per descrivere un perimetro, un cerchio … Angelo sentì distintamente l’odore della propria paura, mescolato ad un fetore di erbe bruciate e carne in putrefazione. Era sceso senza curarsi di avvertire qualcuno, nessuno sapeva dove cercarlo e, quasi in un lampo di lucidità, gli sovvenne che quel varco, dietro la libreria … non lo aveva visto prima … perché non c’era. Qualcuno lo aveva aperto per attirarlo all’interno. Il cuore batteva forte e ormai respirava a bocca aperta. La musica proveniva da un punto non visibile, davanti, oltre il buio. Camminò incerto all’interno del cerchio magico, lo attraversò e quasi cadde quando restò impigliato con il viso in un velo scuro, invisibile. “Torna indietro!” sentì nella propria coscienza. “Torna indietro!” Ma era troppo tardi. Angelo sbucò dall’altra parte di quell’inconsistente parete e vide. Il sangue si congelò nelle vene. Tre enormi caproni rampanti, fissi, lo osservavano minacciosi. Due croci di Sant’Andrea con due martiri sanguinanti legate mani e piedi. Ed un uomo seminascosto, da solo, in apparente contemplazione di chissà cosa … Rodolfo. Stava inginocchiato, con il capo rivolto verso l’alto in una posizione innaturale, lo sguardo spaventoso su un ghigno inspiegabile. La musica cessò all’improvviso. Il silenzio fece sussultare Angelo, fermo, paralizzato. Le luci si abbassarono ancora e il palco restò l’unico punto visibile, con l’esibizione insopportabile del doppio sacrificio umano. Rodolfo abbassò il capo, lo guardò, spalancò le braccia come un sarcastico benvenuto e scoppiò in una fragorosa risata. Sguaiata, beffarda. Angelo sostenne lo sguardo e tentò di muovere un passo, ma … le gambe sembravano impietrite, disobbedienti. Quando sentì l’urto di un’energia soffocante, capì. Suo fratello Rodolfo era passato dall’accoglienza all’aggressione nel volgere di un attimo. Avrebbe voluto aprir bocca e parlargli, “siamo fratelli …” avrebbe voluto dire, ma il dolore lo intontì. Di lato, a destra, sentì un fruscio, come un movimento leggero sul pavimento; Angelo accennò a voltarsi quando una voce imperiosa sovrastò come una valanga tutte le altre sensazioni. Una voce conosciuta. Amica. La sorpresa fu come un colpo d’ascia sulla fronte. Non poteva essere vero. Non poteva … quella voce, essere in quel luogo nemico. “Adesso …” ordinò la voce. Angelo non sentì più nulla, salvo uno sfrigolio tagliente mordere il collo. Svenne. Per il dolore e per l’impossibilità di combattere contro la sua stessa vita. “Una verità crudele ti sarà risparmiata” diceva quella voce sottile. La stessa voce che lo aveva pregato di tornare indietro, di uscire, di sottrarsi a quella condanna. Era la contessa! Non lo aveva capito. Non aveva voluto. “Tu che ci fai qui? Non abbiamo più bisogno di una vecchia balia!” ringhiò Rodolfo verso il buio, in direzione della voce. “… Oh, non ci pensavo …” aggiunse rivolto a Mario, “… forse sei stato chiamato, pregato …” recitò ingenuo. Prese una vocina lamentosa, giunse le mani e proseguì, “… Maestro, Maestro, ti prego, vieni, corri, Rodolfo fa i capricci …” simulò un singhiozzo infantile. Mario restò in disparte senza dire una parola. “Legalo alla sedia. Mettigli un cappuccio e che nessuno gli torca un capello finché non sarò io a ordinarlo. In quanto a te, non dimenticare chi sono e i tuoi obblighi di obbedienza” dispose il Venerabile. “Io non sono più il tuo umile Sacerdote, il Sorvegliante. Non c’è più bisogno di te. Il tuo tempo è finito” disse Rodolfo con una vocina da girotondo. “E tu saresti in grado di prendere il mio posto, oggi?” il Venerabile lanciò uno sguardo d’intesa a Mario. “Santandrea, non è che voglio tenerti caldo, ma qui è indispensabile inventare qualcosa … Non credo che Roncati abbia trovato una soluzione per volatilizzarsi all’improvviso. Non ti viene in mente nulla?” “C’è poco da inventare Totò. Quello che abbiamo per le mani lo conosci meglio di me …” “Vabbè …” proseguì Vivacqua dalla macchina di servizio, “… eppure non può essere andato lontano. Inoltre, stavo pensando, se, come risulta dalle impronte, era lui a bordo della Mini bianca questa mattina in quel supermercato, una volta abbandonata l’auto … che tra parentesi non si capisce come un tipo del genere si trovasse alla guida di un’auto rubata, come si è spostato? Voglio dire: si schianta contro le nostre auto, a quanto pare non si rompe l’osso del collo, lascia tutto dove si trova e come se ne va? Aveva un’altra auto? Mi pare improbabile! Allora, per differenza … è stato aiutato da qualcuno? E mi girano i cosiddetti. Perché … come è possibile che nessuno abbia visto niente!” “Pioveva che Dio la mandava …” esclamarono in coro Migliorino dal sedile accanto e Santandrea via radio. Vivacqua si voltò appena verso il guidatore. “Tu su questa faccenda è meglio che non parli. Insomma, questo ne combina una più di Bertoldo, e noi che cosa facciamo …?” proseguì il Commissario. “Niente. Proprio niente. Io sono sicuro che questo si è bevuto quel poco di cervello e non può aver messo in piedi un gran piano per sparire nel nulla. Hai controllato quel tale? Il Federici?” “Sì, ci siamo mossi. Non risulta nei dintorni dei riferimenti a nostra disposizione. Voglio dire a casa o in farmacia. Ho provato a cercarlo sul portatile … lo so, Salvatore, che non è una gran mossa, ma le stiamo provando tutte …” “Al punto in cui siamo! E lo hai trovato?” “No, non è raggiungibile”. “Figuriamoci!” “Forse dovremmo ragionare meglio sugli avvenimenti di questa mattina, magari la soluzione è lì intorno …” Vivacqua guardò distrattamente dal finestrino per non vedere un accidenti “Ti riferisci alla consegna del pacco tra Roncati e la Gatti?” “Sì. Non torna quella storia!” “Hmm …” mugugnò, “chiudiamo la stalla un po’ in ritardo, Sergio. Anche se la storia non torna, adesso quel che conta è dove cippa si è andato a nascondere quest’altro! Senza parlare della Gatti, ovviamente” “Io stavo dando un’occhiata alle proprietà immobiliari, magari ha un’altra casa dove imbucarsi. Ho lanciato una ricerca e risulta un bel patrimonio … appartamenti a Torino, negozi, garage, proprietà in campagna a Gassino, pure all’estero, Costa Azzurra … Londra, venduto quasi interam…” “Che minchione!” esclamò all’improvviso Vivacqua, “Gesù, Giuseppe e Maria santissimi … mi sono completamente rimbecillito, peggio di un picciotto minchione al primo giorno di fatica …” “Non ti seguo Salvatore …” “Non mi segui? Io invece mi sono appena ritrovato. A casa del Roncati c’è lo stemma dei caproni, e tanta bella schifezza da far accapponare la pelle. Roncati è una di quelle bestie! Capisci? Gli Angeli Neri!” “Nno, cioè, sì … Voglio dire … che casino …” sbuffò. “Comunque me lo avevi detto, ho capito!” “Vuoi vedere che se troviamo … ci sentiamo più tardi. Tu, se riesci, becca quel Federici, almeno per curiosità, e se possibile convocalo immediatamente, altrimenti andiamo a prenderlo noi, dove si trova trova. Sbrigati”. Vivacqua chiuse la comunicazione e iniziò a trafficare con il foglio delle indagini ormai ridotto ad uno straccio, inforcò gli occhiali in punta di naso, roteò lo sguardo finché trovò l’informazione. Digitò la serie di numeri sul telefono portatile e restò in attesa. La voce di donna dall’altra parte non lo sorprese abbastanza da strabuzzare gli occhi; si limitò a dire: “Buonasera, sono il Comm…” “L’ho riconosciuta, dottor Vivacqua … buonasera …” “Vorrei parlare con Angelo Ferro …” “Piacerebbe anche a me scambiare due chiacchiere con il signorino” concluse con sarcasmo Simona. “Sarebbe?” “È uscito, doveva essere una cosa rapida, qui sotto dalla professoressa … invece è sparito. Non so dove si trovi. Il cellulare da irraggiungibile …” “Non erano questi gli accordi; ma possibile che nessuno sappia rispettare la parola data? Da quanto tempo è uscito?” “Non saprei, dormivo … un’ora, forse due” “Un’idea di dove può essere andato ce l’ha?” “No” “Senta signorina, prima che vengo e vi arresto tutti, lei mi ha confessato di aver passato ore con il signor Ferro a cercare Barbara, lo può confermare?” “Certo, ho detto la verità …” “Mi ripeta dove, che zona, quale Paesino …” “Beh, ci siamo girati attorno per un po’, io non sono pratica di quella zona, ma i cartelli stradali più o meno erano sempre gli stessi: Superga, San Mauro, Settimo … Sciolze, Chivasso, ce li ho ancora davanti agli occhi. Perché me lo chiede?” “Perché è una cosa importante. Adesso per favore mi dia il numero del portatile di Ferro” “Commissario, lei quando fa così mi mette in agitazione …” Simona dettò il numero e restò a rimuginare su quelle domande … e sull’assenza di Angelo. “Santandrea?” domandò Vivacqua nel microfono della radio, “Devi fare una cosa per me …” “La tua funzione si è esaurita. Questa è la verità. Ci vogliono energie fresche ed una spiritualità che tu non possiedi, tu ami la politica, gli intrallazzi, il potere, la tua è una gestione conformista, legata ai modelli economici che dici di combattere. Non sei in grado di costruire il tempio del nostro signore …” “Forse hai ragione” rispose il Maestro tenendo lo sguardo su Mario. “Può darsi. Ma se vuoi la carica devi risolvere una serie di questioni molto urgenti, prima tra tutte il grave pericolo che minaccia la nostra chiesa … in oltre …” “Di quali minacce parli? Di quelle che non avremmo mai dovuto superare se tu non avessi zoppicato verso interessi incompatibili con la missione spirituale del Tempio? Di questo parli? Oppure di questo fenomeno da baraccone?” Rodolfo reclinò all’indietro come un fantoccio di pezza il capo di Angelo. “… dovevi accettare il mio consiglio! Te lo avevo detto che sarebbe arrivato il momento di chiudere i conti con questo soggetto. Invece lo hai fatto arrivare fino ad un passo dal nostro dio” Rodolfo prese il coltello e scoprì la gola di Angelo. Alzò il braccio e fece per calare il fendente mortale. “No. Aspetta. Ucciderlo adesso non sarebbe di nessuna convenienza. Possiamo usarlo come mezzo di scambio …” “Non abbiamo bisogno di scambiare merci. Il tempio non è una bancarella. Tu hai trasformato tutto in un commercio …” Il Maestro lanciò un nuovo sguardo in direzione di Mario che si mosse di lato nella zona in ombra. “D’accordo …” disse il Maestro in tono rassegnato, “… Faremo come vuoi … dovrò sottoporre le tue richieste al Consiglio dei Fratelli … ci vorranno alcuni giorni …” “Oh, non credo. Il sacro Baphomet è apparso e mi ha parlato. È stato chiaro: io sono il favorito; sono il figlio prediletto di Baphomet e Iside. Non ci sarà alcun Consiglio dei Fratelli. Nessuno può legittimare il mio ruolo se non il dio stesso e lui si è pronunciato. Osi mettere in dubbio la volontà del supremo?” Rodolfo sembrava una statua: l’espressione ambigua sul pizzetto mefistofelico, le sopracciglia inarcate, gli occhi iniettati di onnipotenza e quel ghigno strafottente. Nella mano destra impugnava il coltello come fosse pronto a chiudere la conversazione suggellandola con il sangue. Il Maestro si avvicinò di qualche passo restando nell’oscurità. “C’è un altro aspetto da risolvere … ma mi accorgo che non consideri i rischi ai quali ti sottoponi … e di riflesso tutti noi …” “Non ci sono rischi. È iniziata una nuova era …” disse con enfasi, “E poi di quali rischi vai piagnucolando?” “Io parlo della sopravvivenza della comunità eletta. Oggi il capo sei tu … ebbene se vuoi sostituirmi dovrai occuparti anche di questo e …” “Vieni al dunque …” “Un uomo, pericoloso per noi, tra poche ore sarà a Milano. Quest’uomo ha il potere di distruggere il nostro futuro … Io, in qualità di Gran Maestro, stavo per affrontare questa situazione. Sarei partito immediatamente. Ora è compito tuo!” concluse voltandosi di spalle, come se l’argomento non fosse più un problema personale. Rodolfo ebbe un gesto di stizza. Lasciò andare Angelo che si svegliò dallo shock e restò con il capo chino, ciondoloni, legato ed incappucciato. “Adesso è compito mio, dici?” avanzò minaccioso. “… ma io sono molto generoso … Io sarò la guida che tutti hanno sognato. Sarò aperto ma inflessibile. Prenderò decisioni, ma ascolterò la voce degli umili e la volontà del divino … Il supremo ispira le mie scelte con la sua parola … e … e mi ha ordinato di nominarti cappellano del Tempio, un incarico del quale devi essere fiero” sogghignò dopo una breve esitazione, “… sarai il mio aiutante, il Sacerdote fedele … come io lo sono stato per te …” Rodolfo passeggiò avanti e indietro teatrale, invasato. “Il mio Sacerdote …” disse trionfante rivolgendo il pugnale verso il Maestro, “… sarai tu! Quale miglior segno di continuità”. Rise soddisfatto. “Sei davvero generoso … Rodolfo” Angelo, prima ancora di aprire gli occhi invano sotto il cappuccio, sentì per la seconda volta quella voce, e lo sbigottimento si ripeté con la stessa esplosiva sorpresa, lo stesso dolore fisico, l’incredulità, la delusione profonda di chi è irrimediabilmente tradito. Fu una seconda pugnalata, ma l’effetto, il sentimento, produsse un risultato molto diverso: sentì tremare le mani dietro la schiena, chiuse gli occhi e il desiderio di giustizia lo avvolse come un mantello. “… ma io non sono degno ...” proseguì il Venerabile, “… Inoltre, adesso nelle nuove funzioni questo pericolo mortale ti minaccia personalmente. Devi partire subito per Milano e risolvere in modo definitivo il problema. Quell’uomo non deve sopravvivere! La comunità degli Angeli non dimenticherà mai il tuo primo gesto come Grande Maestro” chinò il capo con deferenza, “… questo sacro compito … è tuo, nell’onore e nella gloria di Baphomet” concluse grave. Angelo, seduto a capo chino, cercò la concentrazione idonea; era determinato a tentare una via d’uscita. Il fratello era distratto dalla conversazione, poteva raccogliere le energie quantiche e proiettarle intorno a sé indisturbato. Rodolfo smise di sorridere. L’occhio collerico prese un’inclinazione fanciullesca, abbassò lo sguardo e iniziò a giocherellare con la lama del coltello. Che idea superba, pensò: esordire nei panni del Maestro con un gesto eroico era … semplicemente spettacolare. Iniziò a muovere le mascelle come masticasse l’aria. Fece le bolle con la saliva, assorto ed assente. Già si vedeva, attorniato dagli adepti inginocchiati, debitori riconoscenti di uno slancio impagabile. Tutti prostrati, in silenzio; il tempio nel buio assoluto, la musica e lui, al centro del palco con l’unica luce puntata sulla sua figura. Statuario come il figlio divino di Baphomet e Iside. Il salvatore della nuova chiesa, l’immagine antitetica e speculare del Cristo! Sentì l’inguine pulsare d’eccitazione. Semplicemente grandioso. Uggiolò E se fosse tutto una trappola? Roteò gli occhi, cambiò espressione ed il fanciullo si trasformò ancora, abbassò la testa e lanciò uno sguardo in tralice nel buio. Non poteva fidarsi, il Maestro era astuto, scaltro, troppe volte lui stesso lo aveva assecondato complice in voltafaccia imprevedibili. Ma l’idea era magnifica. Una grande opportunità. Di quelle che non capitano due volte. Magari per quell’occasione avrebbe indossato una veste speciale, verde, con delicati ricami in oro; avrebbe dovuto farsela cucire su misura, quel genere d’abbigliamento mica lo trovi nei negozi. Del resto l’incoronazione del nuovo Maestro del Tempio Nero … Spalancò gli occhi sorpreso lui per primo della meraviglia appena pensata: ma certo, un’occasione speciale chiede un copricapo speciale, una corona per esempio. Il salvatore della nuova chiesa doveva essere celebrato con tutti gli onori. E lui di certo non poteva sfigurare, poi la sua non sarebbe stata una volgare corona di spine, ci voleva qualcosa di adeguato. Si voltò di spalle e si chinò davanti all’idea di Daniela con la fusciacca viola chiusa in vita, le braccia distese e la corona tra le mani. Sorrise nel vuoto. Doveva dedicare un po’ del suo tempo a questo argomento. Era importante, non c’era da improvvisare. Anche la musica era import… Ma non doveva cadere in una trappola! Pensò risoluto. Rodolfo passeggiava avanti e indietro come un goffo leone in gabbia. Non si accorse degli sguardi nel buio. Angelo iniziò a dondolare lievemente, respirò con dolcezza e proiettò l’energia nello spazio circostante. “Dunque siamo in pericolo …” bofonchiò lanciando il coltello in aria per riprenderlo al volo. “… in pericolo mortale. Mor ta le!” rise “Ha, ha; Morrrrr tale” Angelo percepì la presenza di Mario Federici circa cinque metri a sinistra, Rodolfo al centro, quasi di fronte a tre metri o poco più; a destra, inconfondibile nella luce che conosceva troppo bene, il Maestro, ancora non poteva credere a quel che aveva sentito, e non era il momento, ma avrebbe voluto non avere il cappuccio per puntare i suoi occhi in quell’azzurro traditore … Inspirò ancora e lasciò defluire un soffio di energia in direzione di Rodolfo, lo vedeva distintamente. Era l’unico con un’aura rossa, esplosiva, carica di negatività prossima a trasformarsi in follia omicida. Inspirò ancora per circondarsi di un bozzolo quantico di forza pura. Puntò su Rodolfo e lo aggredì. Rodolfo lanciò il coltello per aria ma non fu capace di riprenderlo. Cadde su un ginocchio con un rantolo. L’onda allargò i propri cerchi e coinvolse Mario e il Maestro, i quali portarono le mani alle tempie per proteggersi da una vibrazione che li scuoteva senza ferirli, ma con un’intensità che non avrebbero sopportato più di qualche minuto. Rodolfo si girò feroce, emise un sibilo di sofferenza e vendetta. Si alzò e per gradi si raddrizzò in tutta la statura. Ringhiò come una belva. Incespicò, raccolse il coltello e si avvicinò ad Angelo, determinato nella mente ma non nei gesti. Si sentiva pesante, come se trascinasse il corpo diventato improvvisamente elefantiaco. Un passo alla volta, con lentezza, finché gli fu di fronte. Sbavava Rodolfo, incredulo di dover sostenere uno sforzo tanto incredibile. Sfilò il cappuccio dalla testa di Angelo, lo guardò iniettato di sangue, sollevò il braccio e i suoi occhi incontrarono quelli del fratello. Lo avrebbe colpito, gli avrebbe aperto la gola da orecchio ad orecchio … ma quello sguardo privo di paura, fermo, offensivo per l’indifferenza inopportuna e fuori luogo, lo fece vacillare. Angelo raccolse l’energia e Rodolfo fu proiettato fuori, come se un cuscino d’aria, invisibile e insuperabile lo tenesse a distanza. Una campana di cristallo scivoloso e infrangibile, senza prese, senza appigli. Rodolfo urlò, impugnò il coltello e si avventò, senza riuscire ad avvicinarsi. Menò un paio di fendenti che fischiarono nel vuoto, ad ogni assalto più stanco e meno pericoloso. Ma non cedeva. Strinse le braccia facendo combaciare i pugni e forzò la pressione , avrebbe superato l’ostacolo anche a costo di morire. Angelo iniziò a spegnere il sorriso quando sentì il peso della concentrazione di Rodolfo aprire un varco. Aveva bisogno di una quantità maggiore d’energia, c’era una crepa nello scudo, Rodolfo sarebbe entrato, con le conseguenze definitive che immaginava. Cercò nuove risorse nell’animo, quando un prurito sottile lo fece sbandare. Sangue, perdeva sangue. Dal naso, dalle orecchie, dagli occhi, quasi completamente velati di rosso. Nella testa un ronzio triste lo fece piegare di lato. Era troppo forte. Il Maestro e Mario si erano allontanati per ridurre la forza di quell’onda insopportabile. Il Maestro retrocedeva verso le scale, Mario dalla parte opposta. Entrambi prostrati, con le mani sulla testa. Rodolfo avanzò furibondo, come un lottatore che vuole scovare la vittima nascosta in uno sgabuzzino, scuoteva a spallate le assi che cedevano di schianto. Sollevò il coltello e urlò di vittoria al cielo. “Test numero uno. Bk1Double, uccidilo. Esegui ...” disse la voce del Maestro. Angelo spalancò gli occhi folgorato. “Ripeto, Bk1Double elimina l’aggressore. Adesso!” ordinò perentoria la voce. Angelo sollevò il capo e Rodolfo restò paralizzato. Incapace di muovere il colpo conclusivo. Schiumava dallo sforzo, gli occhi fuori delle orbite, le vene gonfie e pulsanti sembravano sul punto di esplodere. Angelo fece uno sforzo e le corde saltarono, liberò le mani, fece un gesto ampio e portò i palmi verso Rodolfo il quale fu sbalzato all’indietro, con un urlo fece scattare il braccio, come una saetta lasciò partire una rasoiata, ma non colpì altro che l’aria, provò ancora, e ancora, finché il braccio rivolse contro se stesso la punta del coltello, dritto sul cuore. Angelo si alzò: una statua di dolore avvolta di un incredibile serenità. Nella stanza un vortice d’aria si levò minaccioso. Rodolfo si raggomitolò a terra ruggendo, il coltello sempre più vicino al cuore, sarebbe bastato perdere l’equilibrio e la lama lo avrebbe spaccato a meta. Angelo sollevò il capo, caricò per il colpo di grazia, inspirò, aprì gli occhi e slanciò i palmi verso il fratello che cadde in avanti … la lama a pochi centimetri, ancora un cedimento e sarebbe stato spacciato. Poi un morso feroce sul collo schiantò Angelo che si attorcigliò come un pupazzo al quale son state tolte le pile. Mario indietreggiò, con l’immobilizzatore fumante nella mano destra. Lanciò un’occhiata al Maestro che accennò un ringraziamento silenzioso. Rodolfo, a terra, guaiva come un cucciolo. Si mise in ginocchio, asciugò le lacrime e restò per un attimo immobile. “Dov’è … la mia corona … dov’è?” piagnucolò, si guardò il vestito e un singhiozzo sfuggì strozzato. “Qualcuno ha visto la corona? … era qui … mi è caduta … proprio un momento fa …” negli occhi l’espressione di un bambino al quale hanno portato via il regalo di Natale. Durò un attimo. “L’avete presa voi?” urlò con la bocca impastata. “Me l’avete rubata?” Raccolse il coltello da terra, si alzò scoordinato, come un cammello troppo carico di zavorra. Urlò al soffitto con una violenza che fece rabbrividire i presenti. Poi partì con una velocità sorprendente. Il coltello puntato in avanti, affondò verso il Maestro che indietreggiò. “Tuuuuu. Ridammi la coronaaaaa!” Lo sparo della trentotto riverberò nel sottosuolo in un eco assordante e infinito. “Commissario Vivacqua, Dio la benedica …” disse in un sospiro il Maestro. “Dio non c’entra nulla professoressa Guelfa Lombardi …” Migliorino sgattaiolò di lato nella penombra, con la pistola puntata su Rodolfo, immobile, le braccia distese lungo i fianchi, il coltello a terra, il volto emaciato, bavoso, lo sguardo liquido perso, rotolato verso un nuovo appiglio instabile di solitudine e follia. “Tu …” ringhiò Migliorino verso Mario Federici, “… faccia a terra e mani incrociate dietro la schiena. Si avvicinò, controllò con prudenza il corpo di Angelo disteso a terra in modo innaturale, quindi scalciò l’immobilizzatore lasciato cadere dal Federici e proseguì in direzione di Rodolfo. Si voltò appena verso il microfono e parlò in modo concitato “Centrale …”. Vivacqua fece due passi nella sala e restò di sale quando mise a fuoco la scena delle croci sul palco. Due donne sacrificate come vitelli. Una con il petto squarciato doveva essere morta da parecchie ore, l’altra la riconobbe con fatica, bellissima e distrutta, con il capo chinato di lato e lo sguardo vuoto, un occhio pencolava appeso ad un filamento orribile, sottili strisce di sangue si erano rapprese su tutto il corpo. “Annarita Gatti …”, sussurrò. Trattenne un conato di vomito. All’improvviso sentì il desiderio di prendere il revolbero e fare una strage. Strinse le mascelle e distese un braccio quando sentì il fruscio di un corpo in movimento. Si voltò appena … “Professoressa Lombardi … se muove un capello le scarico la pistola addosso, e quasi quasi non vedo l’ora che lo faccia” “Commissario, lei deve essere impazzito” strepitò isterica. Vivacqua si voltò di scatto, portò la mano verso la pistola e quasi dimenticò il ribrezzo che sentiva ad impugnare un’arma. “Io non c’entro nulla! Dio … non sarete mica usciti di senno? Io sono corsa dietro ad Angelo. Sembrava … sembrava in preda ad una delle sue visioni. Lo giuro!” gridò, “Angelo, svegliati ti prego, spiegalo tu …” scosse la testa come fosse incredula dell’enormità dell’equivoco. “Sono questi gli animali che cercate … non io … Questi sono i caproni …” “Si distenda faccia a terra …” sibilò Vivacqua “La prego Commissario, non mi tratti come un criminale … Angelo, Angelo … Mi deve credere è un’assurdità, non lo capisce? L’ho seguito per difenderlo, quel ragazzo è come fosse mio figlio …” Mario Federici urlò scomposto … Il senatore Pagani faceva sì con la testa, e le dolevano le mascelle nel tentativo di tenere il sorriso. Con la cornetta incastrata tra orecchio e spalla ascoltava, rideva forzatamente preso da ben altre questioni. “… e poi dovresti vederli amico mio, c’è quello bassino, pelato, magro che sembra un morto, dovrebbero usarlo per la pubblicità della cosa, lì, come si chiama, quella delle pompe funebri … dai, hai presente no?” “Cosa, la sepoltura?” “No, la … come … la cremazione” schioccò le dita. “Hai presente di chi parlo? Quello della Toscana, il delegato di Firenze … beh, dovresti vederlo: è verde come un ramarro. La bile gli è esplosa tra le mani quando ha visto i sondaggi. Te lo dico io, dai retta ad uno stupido: vinceremo a mani basse anche a casa loro. Lasciati servire …” “Sì, ma ti ho chiamato per …” “E non credere, te lo dico chiaro e tondo: tanti di loro ne hanno le palle così piene … che con quelle mongolfiere potrebbero volare, per tenerli a terra bisogna legarli ai paracarri … sono così scoglionati che anche se ottenessero un pareggio, sarebbe così striminzito che non riuscirebbero neppure a fare le Giunte. Presidente: dai retta ad uno stupido abbiamo fatto un massacro …” “Certo, certo, la penso anche io come te. Avranno mom…” “Ma ti dicevo di quel morto della Toscana, oh, non ci crederai, va dicendo in giro che abbiamo comprato le agenzie di ricerca e falsifichiamo … ma figurati, ha, ha. Senti questa perché è bella: falsifichiamo i sondaggi. Si è bevuto quella pappetta grigia da politico sfigato. Quello aveva delle velleità, perché la moglie, una bella figa che tra l’altro non ha mai disdegnato di darla via per far fare carriera al marito, e lui che vorrebbe andare a Roma, fa il cornuto contento, d’un cretino che è. E adesso la butta in rissa, non c’è niente da fare, te lo dico io …” “Ah, dici davvero? Allora magari invitiamo la moglie di …” “Ma noooo! Figurati se abbiamo bisogno di una sciacquetta come quella. Piuttosto, tu come la vedi, lasciami approfittare della tua esperienza, il mio consulente per l’immagine dice che … Mi sono preso anche io un esperto, cosa credi? Ha, ha. Mi ha fatto fare delle foto per la campagna che sono uno spettacolo. Se mi ricordo te le spedisco. Beh, siccome devo andare in tivù per una dichiarazione, sai, qui, per il Consiglio Regionale, e mi ha sconsigliato la cravatta gialla. Dice che secondo ricerche sue, questo è uno che ha le mani in pasta dappertutto, anche nella pubblicità, beh, dice che il pubblico non gradisce. E allora? Dico io, mica posso andare con quella rossa! E che cazzo! Allora mi ha spiegato che è meglio non sottovalutare il linguaggio dei colori. Poi in tivù è un casino, perché la camicia bianca dice che spara con i riflettori e ti fa quella faccia da zombie, i tessuti lavorati mandano gli occhi a vaffanculo, voglio dire, hai presente, mica è una cosa facile, tu amico senatore, come ti regoli. Voglio dire, uno come te che con il microfono in mano potrebbe fare le scarpe a Pippo Baudo … cioè …” Il senatore Pagani spostò la cornetta sull’altro lato. Avrebbe voluto metterla in un catino d’acqua e vedere se quel deficiente affogava. “… ti ho visto, eri un attore. Mi domando come fai? E che non sei esattamente un ragazzino, i tuoi anni ce li hai …” “Ebbè, anche io faccio del mio meglio. Però volevo chiederti, lì da te a Mila…” “Sei troppo modesto. Guarda, io lo dico sempre a mia moglie: prendi Pagani, le dico, gli daresti l’età che ha? No, davvero, le dico, guardalo quando lo intervista quel fottuto della Rai, lo stronzetto che secondo me è pure culattone, che ha sempre pronta una cattiveria, invece di fare il suo mestiere del cazzo, beh, le dico, guardalo: sempre compito, le mani dove devono essere, il sorriso giusto, lo sguardo giusto, il gesto giusto. Presidente, fattelo dire: c’è da imparare a guardarti, con tutto il rispetto, sei un maestro in queste cose. Noi qui a Milano dobbiamo ancora mangiarne di pastasciutta. Te lo dico io …” “Ecco, ti dicevo appunto di Milano, questa sera c’è Maestri o ti …” “Chi? Quel traditore? Ma qui anche i suoi lo tengono a distanza. Lascia stare che perde una poltrona pesante e avrebbe ucciso un figlio piuttosto di fare le valige, va bene che si è messo in mostra questi tre o quattro anni, ma sempre un traditore rimane. E chi si fida? Comunque, prendi per esempio uno come lui, ha avuto un culo mica da niente, voglio dire, è stato alla tua scuola e qui si vede se la stoffa ce l’hai o è meglio che ti vai a nascondere. Fosse capitata a me la fortuna del genere, imparare il mestiere da uno come te, adesso … non per vantarmi, e non dico che sarei al tuo livello, che sei sempre il massimo, ma altro che Maestri, quello è negato” “Sì, appunto, ma a te cosa risulta? …” “Risulta un impedito. Presidente, quello non sa fare una O con un bicchiere, non fa nessuna paura … perché a te cosa sembra?” “No, dicevo, ti risulta che questa sera al comizio sarà presente o … chennesò, magari ha rinunciato …” mentì, “Sentivo dire di un malessere, che forse non sarebbe stato pres…” “E chi lo sa. Io di certo non mi faccio perdere la fame o il sonno se gli è venuta la dissenteria. Questa sera sarò a Bergamo con Matteuzzi, anzi sono di partenza, c’è una partita di calcio per beneficenza, ci sono di mezzo gli Alpini, poi dopo cena cantano, è una cosa ben fatta, dì … perché non vieni, dai sarebbe un colpaccio, cazzo me li vedo già tutti con le mascelle inchiodate: c’è il Pagani che manda gli auguri … si butteranno in ginocchio!” “Ti ringrazio, sei gentile, ma sono impegnato. Piuttosto, hai modo di sapere questa cosa di Maestri? Sarebbe un favore importante” “Ah, dici che è importante? C’è sotto qualcosa eeeh?” “È un’informazione di servizio, niente di più” replicò improvvisamente asciutto. “In questo caso … allora faccio un giro di telefonate. Dico alla Mariuccia di sentirsi con … ci penso io Presidente. Come se fosse già fatto. Poi?” “Poi chiami la mia segretaria e lasci detto” troncò senza complimenti. Il senatore chiuse la comunicazione più nervoso di un felino. Per quale maledetto motivo il Venerabile non lo aveva richiamato? Sbattè la mano sulla scrivania. Prese il cellulare e compilò il numero. Restò in attesa un attimo, il segnale di linea durò pochi secondi poi cessò. Riprovò ma ancora una volta partì il disco del servizio di cliente irraggiungibile. Guardò l’orologio e sentì il sudore raffreddarsi sulla pelle. Stava diventando troppo tardi. Vivacqua si guardava intorno sbigottito. Il lezzo era insopportabile, gli scoppiava la testa. Migliorino faceva del suo meglio per mettere sotto controllo la situazione. Anche lui ogni tanto lanciava un’occhiata incredula, non poteva accettare quel che vedeva, troppo mostruoso, disumano. Fece il giro del palco e quasi cadde all’indietro quando inciampò in qualcosa che rotolò come un’anguria sbilenca, per posizionarsi alla fioca luce viola. Era la testa del Navali. Ebbe un rigurgito. Cercò con gli occhi il Commissario che con il cellulare tentava di prendere la linea. Cosa impossibile in quello scantinato. Lui stesso non era certo di essere riuscito a collegarsi con l’auto di servizio per informare la Centrale. Vivacqua cercò le manette e per una frazione di secondo esitò. “Commissario, non creda a questo stupido equivoco, lo vede da sé …” disse Guelfa Lombardi sdraiata a terra, “… questi due sono manovali di un’organizzazione che vaneggia, io certo non … oh, mi pare incredibile tutto questo …”. Il telefono cellulare della donna emise due squilli e da solo si zittì. Un rumore dal fondo dello stanzone fece voltare Migliorino che alzò un braccio, impugnò la pistola e si mise in posizione di tiro. Un secondo rumore, più forte, attirò l’attenzione di Vivacqua. Metallo contro metallo: delle chiavi contro un cancello. Così sembrò. Il Commissario scambiò uno sguardo con Migliorino che s’irrigidì, si nascose parzialmente e restò con i sensi al massimo dell’attenzione. Il freddo del metallo sulla tempia è inconfondibile, specie se è quello di una canna lunga, Smith & Wesson probabilmente, considerò Vivacqua. Magnum 44, pensò giusto una frazione di secondo prima che il cane facesse gemere la molla di carica e rotare il tamburo. Bastava sfiorare il grilletto ed era pronta ad esplodere con una potenza devastante. La voce disse in un italo americano arrotolato: “Se respira sparo! Dica al suo uomo di buttare la pistola. Si dimostri intelligente ed obbedisca” Migliorino si voltò rapido, intravide la scena nel buio e si raggelò. Fottuti, pensò all’istante. “Migliorì se posi la pistola ti sparo io …” disse Vivacqua. L’uomo si mosse veloce, sfilò dalla fondina l’arma del Commissario e si nascose parzialmente facendosi scudo con il poliziotto. “… hai capito? Spara, è un ordine” ringhiò Vivacqua. “Io non lo farei, disse in buon italiano, una seconda voce giunta dal niente alle spalle di Migliorino. Un ometto dall’aria innocua che anticipava un altro soggetto, molto vecchio, camminava aiutandosi con un bastone e, come se la tensione del momento gli fosse del tutto estranea, si muoveva nella sala indifferente alla tensione. L’uomo alle spalle di Migliorino cambiò posizione portandosi più vicino e più di lato affinché il puntino del laser di mira della pistola si posizionasse al centro del petto. Migliorino guardò ipnotizzato il lumino incandescente spostarsi dal giubbotto antiproiettile ad un punto indefinito tra gli occhi. “Conto fino a tre poi sarete responsabili delle conseguenze”, disse senza emozione quello con l’accento americano. “… Uno …” “Siamo poliziotti …” disse il Commissario. “… non fate stupidaggini”. “… Due …” L’americano sistemò meglio l’impugnatura tra le dita, pronto a sparare, “Mike, occupati dell’Agente, questo lo teniamo per dopo … Uccidilo!” Una determinazione agghiacciante nel tono e nei modi. “Migliorino butta la pistola” urlò Vivacqua. “Buttala!” La Beretta d’ordinanza scivolò tra le dita come arroventata. L’uomo dal nome Mike gesticolò per fare allontanare Migliorino, si avvicinò e scalciò la pistola, quindi impartì ordini secchi, fece inginocchiare l’Agente, si mise comodo e restò nelle vicinanze con la pistola puntata. “Okay …” disse l’altro, “Adesso anche tu, in ginocchio …” Guelfa guardava allibita, timorosa, negli occhi il terrore quando l’americano le si avvicinò minaccioso “Anche tu, ferma e non ti muovere. Se batti le ciglia, ti sparo”. Guelfa deglutì. Vivacqua restò immobile, ormai non c’erano dubbi, avrebbero sparato e ucciso senza alcuna difficoltà. Killer professionisti. Nelle maniere nulla di personale, niente di ostile o di inutilmente crudele, solo un ottuso, stupido, militaresco senso del dovere. Scacciò con forza un pensiero funesto che portò davanti agli occhi l’immagine della moglie Assunta e dei due figli sorridenti, come certe immaginette d’antan, da incorniciare e tenere sul cruscotto dell’auto, con la scritta: “Pensa a noi”. Ma nulla di positivo fu in grado di sostituire la percezione di una fermata di capolinea: questi non li avrebbero lasciati andare … Chiunque fossero, considerò Vivacqua, non avrebbero lasciato testimoni in piedi. Un senso d’impotenza lo prese alla gola. Aveva commesso un errore grave. Non avrebbe dovuto entrare in quel labirinto senza appoggio. Lezione numero uno di qualsiasi manuale di Polizia. Minchione! Lezione numero due: mai sottovalutare una situazione di potenziale conflitto. Riminchione! “Qui a schifìo finisce …”.Perché lo aveva fatto? Per edonismo? Per sottolineare che un siciliano, capo della Mobile, non è un cacasotto? Per farsi bello? Perché … al diavolo! Certi errori costano cari. Altri non cambiano nulla. Questo a che categoria apparteneva, alla prima o alla seconda? Il vecchio si guardò attorno senza mostrare la più piccola emozione. Un uomo alto, imponente, curvo sotto il peso di chissà cosa, gli anni, il mestiere, la vita, chi avrebbe potuto dirlo. Strascicava i piedi assorto nei fatti suoi; girò attorno al grande palco e prese la luce del centro della stanza. Il viso appariva sfigurato, come se troppe operazioni chirurgiche avessero messo mano ad un disordine eccessivo. Sul collo, nello spazio tra mento e camicia, i segni di una violenta ustione sulla carne accartocciata e incartapecorita. Alzò gli occhi, quasi volesse prendere le misure all’ambiente e alla situazione. Gli occhi ridotti a fessure, le labbra sostituite da increspature cicatrizzate. Si avvicinò a Rodolfo, che nel frattempo si era messo in ginocchio e conservava sul volto un’espressione ebete, un filo di bava colava da un lato della bocca e stava fermo, assente, vivo ma, come un vegetale, quasi confinato in una dimensione irraggiungibile. Il vecchio si chinò, appoggiò il bastone a terra e si inginocchiò. Alzò il mento e chiuse quelle povere fessure in un gesto di disperazione. Distese una mano e la avvicinò ai capelli, Rodolfo non mosse un muscolo. Guelfa, osservò con la coda dell’occhio la situazione e sul volto si dipinse la meraviglia. Ebbe un gemito che restò strangolato, non appena l’americano si voltò di un quarto. Il vecchio non parlava, era fermo, con il braccio sospeso a pochi centimetri dal capo di Rodolfo, il quale si girò con lentezza esasperante, guardò l’uomo e, per un attimo, sembrò tornare nel mondo animale; negli occhi un barlume di sentimento, sulle labbra un impercettibile distensione, come un sorriso delicato. Il vecchio serrò gli occhi e lo attirò a se. “Non doveva andare così, piccolo mio. Non doveva …” sussurrò in un lamento funebre. Lo abbracciò stringendolo forte. “Sei stato difficile, fin dai primi giorni, non li dimenticherò mai. Eppure noi ti adoravamo, eri l’immagine della potenza incarnata in un essere umano …” L’uomo iniziò a dondolare. Rodolfo mandò un’occhiata inespressiva. “Non un mostro come dicevano altri, con te ci voleva più tempo, più attenzione, più …” singhiozzò, scosse la testa, “… ci voleva più esperienza. Noi non eravamo pronti alle tue capacità incredibili, era troppo ... Tua madre lo sapeva. Lei lo sapeva, puoi credermi … ti voleva bene …” Rodolfo si mosse, allungò una mano, attirato come una gazza dal grande anello luccicante. Il movimento fu sufficiente per far voltare Mike, il guardiano che, silenzioso come un dobermann, spostò veloce la pistola per una frazione di secondo. Una frazione di secondo, una distrazione che bastò a Migliorino per cambiare posizione di pochi centimetri. Il vecchio non cessò di cullare il ragazzo, entrambi incollati in un abbraccio affettuoso e terribilmente estraneo al luogo e al contesto. “Tua madre, la dottoressa, te la ricordi? Kate, diceva che eri un brigante, ma credeva in te. Se fosse viva, se fosse rimasta con noi, tutto questo non sarebbe mai successo. Mai!” alzò gli occhi al soffitto. “Ma è morta in quell’incendio, la ricordi quella notte? Rudy … lei ti chiamava così, ed era l’unica che aveva il permesso di usare quel nome. Ma … non temere, ricominceremo, ti porto con me, avrai un’altra possibilità qui non hanno saputo capire … il tuo compito non è finito, rinascerai, te lo prometto”. Il vecchio si liberò dell’abbraccio, lasciò cadere il corpo inerte di Rodolfo e si alzò. Nella stanza il silenzio assoluto, solo lo strascicare di scarpe di un uomo alla ricerca di un pezzo del passato, alla ricerca di un’ipotesi di futuro. Superò il corpo di Mario Federici, fece qualche metro e ancora s’inginocchiò, davanti alla figura di Gik. Angelo era voltato, disteso scomposto sul selciato. Il vecchio fece forza, Mike il guardiano accennò ad alzarsi per aiutarlo, ma bastò un’occhiata di quell’uomo un tempo possente per dissuaderlo. Il vecchio fece leva su un braccio e con delicatezza voltò il corpo di Angelo. Quando riuscì, sembrò non credere ai propri occhi. Angelo era una maschera di sangue. “Cosa gli avete fatto?” tuonò con una voce che riverberò nella stanza. Ognuno rabbrividì. “Che cosa avete fatto ai miei figliiiiii …” Guelfa si mosse sconvolta. Serrò gli occhi e deglutì. Il vecchio si chinò per ascoltare il cuore di Angelo. Un lamento terribile uscì da quelle labbra socchiuse, tagliate, deformi. Batté i pugni a terra. Mike ancora una volta si alzò e restò impegnato su due fronti. Avrebbe voluto alzare quel vecchio e portarlo via, fedele come un cane al padrone sofferente. “Chiii? Chi ha potuto?” Domandò tra le lacrime. Abbracciò Angelo, lo sollevò, con le dita spostò i capelli, lo accarezzò con dolcezza. “Angelo, piccolo mio adorato, piccolo mio parlami. Tu hai subito le ingiustizie più profonde, più gravi. La mamma impazziva per te, lo sai, vero? Il mio ometto diceva … poi ti toglieva i sandali e tu …” Angelo sbatté le palpebre. Un colpo di tosse lo frustò ed un respiro roco portò ossigeno ai polmoni. “Papa?” disse aprendo gli occhi. All’istante una sventagliata d’immagini si scaricò nel cervello. Il diaframma, l’ultima protezione rimasta in piedi di quell’argine infame crollò. E Angelo vide. Era lui, l’uomo dell’incendio, lui che correva con i bambini in braccio dentro e fuori da quell’inferno di fiamme. Lui … che aveva visto in quei lunghi corridoi e infine lui, esanime, nel cortile, con l’ultimo lenzuolo disteso per pietà sul corpo fumante. Una nuova scarica lo scosse. Download veloce, migliaia d’immagini al secondo. Era lui, l’uomo che aveva cercato invano, non era morto … “Sei tu papa?” “Sì, piccolo, sono io … ti chiedo perdono. Tu forse non riuscirai a capire, non crederai alle mie parole, ma tu eri l’uomo del futuro, il nuovo messia … nelle tue mani c’era la meraviglia di un mondo pacifico …” Il vecchio appoggiò con dolcezza Angelo, si sollevò con una velocità inattesa. Recuperò il bastone e zoppicando si avviò in direzione del terzetto dove stavano l’americano, Vivacqua e Guelfa. Salì con difficoltà i gradini che lo separavano dal gruppo e si avvicinò alla professoressa. Mostrò l’anello e restò a guardare lo stupore moltiplicarsi nello sguardo della donna. “Tu?” disse incredula. “Tu sei lo Jerofante del Tempio Nero? Tu vivo? Dassault! Giorgio Dassault? Non è possibile. Non è vero … sei un mistificatore …” “Tu sei la responsabile di questa distruzione. Non sei degna di essere il Maestro” Guelfa s’inchinò fino a toccare il suolo con la testa. “Io ho fatto del mio meglio. Ho difeso i ragazzi, ho sacrificato tutta la vita per la missione. Tutta la vita, lo capisci?” . “Hai fallito! Non meriti la nostra fiducia!” alzò gli occhi e scambiò uno sguardo d’intesa con l’americano. A Vivacqua non sfuggì. “Un momento” disse, “Io sono un modesto poliziotto, ma non posso accettare tutto questo …” accennò ad alzarsi, il vecchio impose un braccio e lo fermò. “Tu non sai neppure chi sei …” replicò sferzante Dassault. “Siete voi che avete perso il lume. Uccidete, manipolate, corrompete … è questa la vostra missione pacifica?” esclamò il Commissario. “Voi, con le vostre meschine finzioni, schiavi di uno Stato imbroglione e indipendente dall’umanità, voi che non avete spirito e venerate una chiesa blasfema, voi … vi circondate di morti che sacrificate sull’altare dell’interesse personale e del potere individuale. Voi, che idolate la vostra stessa immagine in un ignobile culto del personalismo. Voi, siete i mistificatori, ipocriti servi senza dio degli oggetti che fabbricate. Voi che vivete per accumulare il denaro e per denaro vendete finanche i vostri familiari. Voi, che da duemila anni non conoscete un giorno di pace … voi, siete il cancro del mondo … avete comprato un Dio comodo per le coscienze ed avete vestito di oro i vostri templi. Voi che non conoscete la vita e i suoi magnifici segreti, la commercializzate nei mercati, nei sacerdoti vestiti come divinità, voi … che uccidete senza motivo, morirete per una ragione, come un premio non guadagnato. L’ennesima ed ultima frode …” si voltò in direzione dell’americano e scambiò un cenno. Migliorino guardò con la coda dell’occhio, vide sulle scale un braccio distendersi e la pistola. Vide rosso. Quella era la fine. Li avrebbero massacrati come capretti. Per una frazione di secondo sentì tutti i muscoli ingessati dall’acido, il respiro in affanno. Non era come al poligono, non era una simulazione. Strinse gli occhi, li riaprì, rotolò su se stesso e fece fuoco una, due, tre volte. Dall’altra parte un rombo di tuono esplose. La voce prepotente e inconfondibile di una 44 Magnum. Poi ancora Migliorino in rapida successione. Patanè sembrava indemoniato, l’Alfa Romeo ululava scarrocciando nelle curve. Santandrea urlava nel microfono. “Avanti, ragazzi, muoviamoci Piras, dove sei Carbone? Gargiulo?” “Poco dietro, stiamo arrivando” Gargiulo si inserì nella comunicazione radio. “Dottore, noi non riceviamo segnali da Migliorino … voi?” “A tratti, ma non si capisce. Chiudo e torno all’ascolto” concluse Santandrea. La radio tornò a crepitare sul canale utilizzato da Migliorino. Silenzio quasi totale, solo qualche scarica magnetica e qualche rumore d’ambiente in lontananza. Il sonoro andava e veniva con brevi momenti di ascolto e lunghe pause. Santandrea sbuffava come un atleta agli ultimi metri della corsa. “… oi, si e e i mistificat i, ipocriti servi s dio che fabbrica eeee” saltò fuori dalla radio. Santandrea si incollò all’altoparlante. Un lungo silenzio fu interrotto da una scarica più forte. “che da due a a i non conoscete un giorno di pace … voi, siete l’immondizia del mondo” Silenzio. “Cazzo!” esclamò Santandrea, “queste radio di merda …” Poi arrivò uno squarcio, un botto, un petardo … uno sparo! Santandrea spalancò gli occhi. Madonna santa. Prese il microfono, “Sparano, sparano! Avanti, stanno sparando”. Il botto successivo fu assordante. La radio lo restituì nell’auto in tutta la sua scandalosa potenza. Santandrea guardò Patanè che si fece il segno della croce. “V … qu … a terraaaaaa. V aaaua, terr …aaa” ”Migliorino, tenete duro, cazzo, ci siamo, non mollate. Cosa hai detto?” “Hanno co tooooooo, quaaaa!” Santandrea non voleva credere al mozzicone di frase, chiuse gli occhi e alzò il capo al tettuccio dell’auto. “Dottore …” urlò Gargiulo. “Vivacqua a terra! È a terra, è a terra” Patanè affondò il piede nella pancia del motore, l’Alfa urlò fuori giri. Il cartello Gassino volò via sfrecciando davanti al muso delle quattro volanti. “Cazzo, hanno colpito Vivacqua, via, via, veloci … il capo è a terra. Andiamoooooo”. Migliorino si raggomitolò dietro al corpo del tipo chiamato Mike. Lo aveva seccato per primo, proprio in centro alla fronte. Del resto con la pistoletta che portava nascosta sul polpaccio doveva essere per forza preciso. Dall’altra parte, in fondo, il tipo con la Magnum si era coperto e adesso era nell’angolo. Stava bene, aveva il cuore in gola ma stava bene, sentiva il battito pompare nelle orecchie, ma lo preoccupava molto di più Vivacqua. Lo aveva visto saltare malamente all’indietro. Il tipo aveva sparato sulla donna, la professoressa, e il Commissario era schizzato come un toro sull’uomo, poi due colpi e il corpo era rotolato giù dagli scalini. Lo poteva vedere da quella posizione. Non riusciva più a sentire la radio, aveva urlato e … gli veniva da piangere, il capo a terra. Era lì, con la testa riversa e le braccia spalancate. “Dio mio no …” sussurrò. “Dove siete? Sbraitò nel microfono … Dove cazzo siete?” “Centrale Operativa, un’ambulanza presto … hanno beccato Vivacqua, muoversi, veloci. Manda le unità più vicine, fai intervenire l’elisoccorso. Forza …” urlò Santandrea. “Avverti il Questore, c’è una sparatoria in corso” “Vivacqua?” Replicò stupito Meloni. “Oh, Dio …” le dita veloci sulla tastiera. “Unità di Pronto intervento …” sbraitò, “Emergenza, rispondete, emergenza …” “Migliorino? Rispondi Migliorino, Dammi la situazione …” gridò Santandrea nel microfono. “Migliorinooooooo? “Nnnn s ooooo!” “Dammi la situazione, Migliorino” “Nel seminterr ooooo” “Seminterrato?” “Qui Centrale Operativa, servono rinforzi? Dottore? Servono rinforzi?” “L’ambulanza. Sbrigatevi!” Il casolare nel cuore della conca era in basso sul lato sinistro. La Fiat Croma era lì. Ferma, appena affiancata ad una Panda rossa e ad un’altra auto. “Migliorino, dammi gli accessi, mi senti? Dammi gli accessi! Voi …” si rivolse alla squadra “Giubbetti e mitragliette con lampada al magnesio, preparatevi a far fuoco … c’è Migliorino sotto … non facciamo stronzate, occhio a cosa tirate …” L’eco di un paio di spari fece sussultare la volante. Gargiulo bestemmiò. Piras mise l’auto in derapata e tagliò per i campi falciando tutto ciò che incontrava, l’auto fumava ed alzava un polverone del diavolo ma era quasi all’imboccatura della stradina verso la cascina. L’auto sobbalzò malamente in una roggia, si impennò e saltò dall’altra parte. Migliorino si era spostato nella zona buia, aveva aggirato il palco ed ora si trovava con una visuale molto migliore. Vivacqua stava immobile, riverso a testa in giù sulle scale. Il tipo non era visibile, forse si era spostato ancora per coprirsi meglio, o se l’era squagliata, difficile a dirsi con quella luce. Poi di nuovo l’inferno. Uno, due, tre sibili seguiti da altrettanti boati. Il rumore fu assordante. Fuoco di copertura, si era deciso a togliersi dall’angolo. Migliorino strisciò nel buio, cercò una posizione sufficientemente nascosta, puntò la Glock con il mirino laser presa a quello di nome Mike e sventagliò la zona con il puntatore, finché non inquadrò la pistola, la mano, … e tirò due colpi in successione rapida. Sentì un’imprecazione dall’altra parte e sorrise: “Beccato … faccia di merda, metti fuori il naso un centimetro, se hai coraggio, mi basta poco …” Piras inchiodò l’auto accanto alla Croma e i tre occupanti saltarono fuori come grilli. Sull’altro lato le tre volanti filavano come siluri, questione di un attimo e avrebbero potuto tentare l’irruzione. Sulla testa le pale di un elicottero frullavano l’aria. Patanè inchiodò in derapata e Santandrea stava per saltar fuori dall’auto ancora in movimento quando, a pochi metri, schizzò fuori dal casolare un tale di corsa. Impugnava una grossa pistola e arrancava, con una mano sorreggeva un braccio pencolante pieno di sangue. Non fece a tempo ad alzare la pistola che si trovò a terra. Piras e i suoi erano già intervenuti. La scarica di flash illuminò la Prefettura come il salone delle feste. Cronisti, reporter, inviati più o meno speciali di televisioni e radio erano stipati da un’ora in attesa di ricevere il comunicato. Ognuno con l’occhio all’orologio e ai tempi di stampa, pressoché ininfluenti alle diciannove e quarantacinque, ma molto, molto importanti per radio e televisioni. Il Prefetto, accompagnato dal Questore Renier e dal vice Commissario della Mobile Sergio Santandrea avevano varcato la soglia e presero, dritti in faccia, la salva di riflettori. Restarono ancora un attimo a confabulare, quindi il Prefetto fece una serie di piccoli sì e andò a prendere possesso del leggio. Nella sala il brusio salì in verticale per spegnersi all’istante non appena il Prefetto alzò gli occhi dal foglio. Iniziò a braccio. “Quest’oggi, giovedì otto giugno, a due soli giorni dai terribili fatti che hanno inorridito la città … scossa dall’urto di una mala vita atipica, spietata e pericolosissima, le forze di polizia coordinate dal Questore Renier hanno inferto un colpo risolutivo ad una … definiamola provvisoriamente setta, che aveva installato il proprio baricentro nella nostra città. Voglio esprimere agli uomini che hanno lavorato all’operazione il mio più alto senso di gratitudine … per l’abnegazione … lo spirito di sacrificio, le capacità investigative e il senso del vivere civile …” Il Prefetto gongolò come un pavone sbrodolandosi in aggettivi e superlativi ad ogni piè sospinto per altri cinque minuti; toccò le corde dello Stato, di Torino capitale di un incrollabile fede nelle istituzioni, di forze dell’ordine votate a servire, prevenire … e bla, bla, bla. I giornalisti si smascellarono in sbadigli, almeno finché non arrivò il turno del Questore. “L’operazione che in codice ha preso il nome di ” Esordì Renier scuro in volto, “… non può dirsi conclusa, anche se … possiamo sostenere con un certo orgoglio, l’organizzazione ha subito un colpo durissimo. Sotto la guida del Commissario capo dottor Salvatore Vivacqua, gravemente colpito nel conflitto a fuoco … al quale inviamo i nostri fraterni auguri di pronta guarigione …” Un brusio mesto fece il giro della sala. La signora Assunta Vivacqua ascoltò l’augurio dal televisore, abbracciata ai figli, e abbassò il capo commossa, da persona semplice quale era. Migliorino appena più a lato con Carbone, Piras e Gargiulo chiudevano il cerchio, al quinto piano dell’ospedale Molinette. “… e del vice, dottor Santandrea. Il nucleo investigativo ha sgominato una banda potente, pericolosa, responsabile di numerose azioni criminose, tra queste, del duplice omicidio della contessa Afdera Villalta di Solero e della figlia. Loy, davanti alla tavola apparecchiata sul terrazzo di casa sospese di masticare, sollevò un sopracciglio, indeciso se restare turbato dal ferimento del collega che nel pomeriggio aveva cercato senza successo, o temere per l’esito della dichiarazione stampa congiunta. A questo proposito vi prego di non farmi domande per la doppia ragione delle indagini in corso di avanzamento … nonché, per rispetto alla preziosa collaborazione dei colleghi di Sanremo ancora attivi in questo momento …” Loy tirò un sospiro di sollievo. Il Questore alzò gli occhi dal dattiloscritto, buttò uno sguardo in giro, tossicchiò e riprese, “Desidero aggiungere, senza acrimonia, che l’operazione è avanzata nel tempo record di tre giornate terribili d’investigazioni serrate, ed è una risposta a molti di voi che non hanno esitato a scrivere articoli infondati, maldicenti e irragionevolmente velenosi sull’operato delle forze in campo. In questo caso, oltre all’abilità c’è stato l’incalzare degli avvenimenti unito ad un pizzico di fortuna … ma ancora questa mattina troppi giornalisti hanno … diciamo esagerato, nei toni e nelle maniere. Sono stati assicurati alla giustizia una parte rilevante dei colpevoli del sequestro di Pandolfi Barbara …” Una lacrima sgattaiolò solitaria dagli occhi di Simona, davanti al televisore nell’omologa stanzetta dell’identico ospedale due piani più in basso, proprio di rimpetto alla stanza di Gik. Con il fazzoletto stracciato asciugò le guance. “… e dello sfortunato compagno di circostanza, il giovane Silvano Navali. Lo stesso vale per i sequestratori di Annarita Gatti che riteniamo complice e vittima in un complesso concambio di responsabilità, dell’omicidio fino ad oggi irrisolto di Paola Terreni. Ancora a proposito di responsabilità, in capo alla banda sono imputabili i reati di concorso in omicidio del curato di Lucento don Filippo e del generale scozzese Alistair Doherty trovato cadavere nei giorni scorsi nel parcheggio di un supermercato alla periferia della città. Non aggiungo altro per non mettere in imbarazzo le operazioni e per cedere la parola a proposito dei dettagli al vice Commissario dottor Santandrea. I flash replicarono la scarica di saette e i reporter si avvicinarono per aggiungere microfoni e registratori alle dichiarazioni del poliziotto. In fondo, è da lui che si attendevano le informazioni più succulente per le pagine di nera. “Dottore, quanti arresti?” “Può confermare l’implicazione della professoressa Lombardi tra gli adepti?” “La setta è riconducibile alla Massoneria? C’è una nuova P2 dietro agli arresti?” Nelle case in ascolto a Torino, le lacrime continuarono a scendere copiose nella famiglia Navali, in casa Gatti, tra i parrocchiani della chiesa del quartiere Lucento, nella vergogna di casa Federici, nel bar Risorgimento di Via Garibaldi, in casa Pandolfi ... Ma a Roma, non erano le lacrime a farla da protagonista. Il senatore Pagani sudava copiosamente. Si sentiva letteralmente istupidito. Tra meno di un’ora si sarebbe dovuto trovare negli studi televisivi della Rai per un dibattito, ma era troppo agitato per pensare a cosa dire. Il Tempio andava a fuoco e lui si sentiva circondato dal fumo e dall’odore acre della sconfitta. Scacco matto! “Non è possibile” continuava a ripetersi. Le telefonate per la raccolta d’informazioni vitali erano andate a vuoto: De Sanctis era a caccia di notizie calde; si erano sentiti mezz’ora prima e le poche novità ascoltate lo aveva messo in fibrillazione. Peter Sullivan non era più all’ambasciata e non sapevano dare informazioni, il Maestro non dava segni di vita e ormai non c’era motivo di avere fiducia in uno stupido equivoco. I Fratelli cercati per scambiare qualche informazione non erano reperibili. Sembrava impossibile. In tutto il carosello di chiamate, l’unica certezza arrivò da Milano, per confermare che l’onorevole Maestri era ribadito tra gli oratori del comizio. “Sai che bellezza …” commentò caustico. Il senatore si sentì come l’ultimo soldatino rimasto al proprio posto in prima linea dopo l’assalto del nemico. L’ultimo a reggere il peso dello sbando. Il Tempio scricchiolava, non era ancora caduto, ma molto dipendeva da chi era stato catturato, e da cosa avevano effettivamente trovato gli investigatori a Gassino. I dati delicati non erano custoditi nella cascina, cioè non avrebbero dovuto trovarsi in quel luogo. Ma come poteva essere sicuro che non saltassero fuori, magari per un malaugurato incidente, una leggerezza, una svista. Pagani passeggiò avanti e indietro nel salotto in preda ad un’ansia corrosiva. La linea telefonica principale continuava ad accendersi e spegnersi, ma lui in quel momento non poteva dedicarsi ad altro, neppure alla campagna elettorale. Che cosa poteva fare a questo punto? Controlli. Ed erano in corso. Sperare che le misure di sicurezza fossero state rispettate fino al dettaglio più insignificante … Che nel computer del Maestro non fossero rimaste informazioni utilizzabili per condurre gli investigatori a qualcosa di più. L’elenco degli adepti e i dati sensibili erano in un Server americano inarrivabile … Il denaro, le casse dell’organizzazione, erano anch’esse al sicuro, lui era uno dei tre abilitati ad operare, ed era un sistema di sicurezza complesso, anche lui avrebbe avuto difficoltà a manovrare senza l’aiuto del tesoriere. Naturalmente era tutto al sicuro fino a prova contraria. Bastava non aver rispettato le cautele, aver lasciato in circolazione qualche codice, o biglietto, o promemoria, anche uno stupido appunto su un’agenda … e la sicurezza andava a farsi fottere. C’era da considerare l’ipotesi della fuga. Se una di queste sicurezze avesse ceduto sarebbe rimasto con le chiappe allo scoperto. “La fuga” sussurrò pensieroso. Non era da escludere, sarebbe stato meglio fare un piano. Sussultò quando la linea protetta mandò il cicalino di chiamata. “Sì …” “Tutto in ordine!” “Come può dirlo?” domandò aspro. “Non c’era materiale in circolazione e niente cassaforte. Computer, telefoni, agende, fogli sparsi, li abbiamo presi noi …” “È confermata la morte?” “Sì. È morta” Un breve silenzio, come un raccoglimento estemporaneo, restò sospeso nella conversazione. “Chi hanno preso?” “Un tale di nome Mario Federici, due agenti di scorta, un italoamericano e un americano, il primo è stato abbattuto nel conflitto, il secondo è stato ferito e catturato. Infine in ospedale hanno messo sotto stretta vigilanza un altro soggetto: si tratta di Giorgio Dassault” Pagani trasalì. “Dassault …?” pensò. “È sicuro di quel che dice?” “Nessun dubbio!” “In che condizioni si trova?” “Ferito al torace, ma questo sarebbe il meno. Ha avuto un infarto, è in terapia intensiva. Sorvegliato a vista. Irraggiungibile” “Che altro?” disse ad occhi chiusi. “Confermo che l’azione di questo pomeriggio è andata a buon fine, il disturbo in quell’hotel è stato risolto e l’area è sufficientemente pulita, anche in questo caso il computer è stato asportato, ma non è nelle nostre mani … dovrà vedersela con altri …” troncò la spiegazione. “Che cosa è successo? Voglio dire, come sono arrivati in quel casolare di campagna?” “Non ho queste informazioni” “Le sono debitore …” chiuse la comunicazione perplesso, frastornato. “Giorgio Dassault vivo? Il padre del progetto Stargate in Italia?” Per quel che sapeva era morto … trent’anni prima, nell’incendio. La novità lo fece agitare. Che cosa ci faceva lì, il fantasma di quell’uomo? L’idea della fuga tornò a fare capolino. Era ora di fare le valigie e prendere un aereo per i Caraibi? Che cosa rischiava. Se fosse rimasto cosa poteva succedere? Come prima possibilità c’era il rischio del ricatto sul Dossier Stargate … poi, che altro? Perdere le elezioni? Finire in galera? Sogghignò strafottente, alla sua età, con le sue amicizie, con l’archivio rovente, pieno d’informazioni … nessuno ci avrebbe provato sul serio. Si accasciò sulla poltrona: scacco matto? … Un’idea frullò dispettosa per la testa. A pensarci bene, anche i suoi amici americani erano vulnerabili e forse, forzandogli la mano … Una via d’uscita per salvare capra e cavoli … c’era, osservò con un sorriso velenoso. Distrattamente pensò a Guelfa Lombardi. “Il Maestro è morto … viva il Maestro. Addio Guelfa …”, concluse con cinismo. Sentì il cicalino del campanello come l’eco di un suono proveniente da un altro mondo e ci vollero pochi secondi, per sentir bussare alla porta dello studio. La domestica si affacciò di tre quarti e annunciò il visitatore … Santandrea era piombato all’ospedale come un falco. Terminata la seccatura della conferenza stampa era tornato operativo e, come primo impegno, si era precipitato in ospedale. Abbracciò Assunta Vivacqua scambiò due convenevoli, quindi si riunì con Migliorino, Piras, Gargiulo e Carbone. “Non volevo chiederlo in presenza di Assunta … come sta il capo?” domandò Santandrea. “Ha ripreso conoscenza appena sceso dall’eliambulanza. Poi lo hanno imbottito di tranquillanti ed è tornato nel mondo dei sogni” rispose Piras. “D’accordo, ma che cosa gli hanno trovato?” “Il primario dice che ha avuto il culo di chi fa un sei secco a quella lotteria … come si chiama … Il Supercoso …” “In che senso scusa, a momenti ci resta secco!” commentò Santandrea “Chiamala fortuna!” “E però ha preso addosso due proiettili di 44 da qui a lì …” fece il segno di un metro. “… Altro che giubbotto ci voleva, è vivo per miracolo …” aggiunse Carbone. Migliorino stava silenzioso in disparte. “A parte il culo, alla fine cosa dicono?” “Che nel giro di venti giorni ce lo ridanno più arzillo di prima. Forse meno bellino …” “Sì, perché prima era un fotomodello!” esclamò Gargiulo. “Si può sapere che cosa gli hanno trovato?” “Il dottore ha detto che la pallottola che ha sfiorato la testa si è portata via l’orecchio sinistro …” “Non ha detto così …” intervenne Piras, “Ha asportato il non so come si chiama” schioccò le dita: “La parte alta, … come ha detto?… l’elice! Però con un paio di operazioni di chirurgia plastica lo possono rimettere a nuovo o quasi … Ha aggiunto che meno di un dito più a destra e lo avrebbe fulminato” “Casomai bisogna vedere se non ha provocato danni all’interno, ma per adesso non si può sapere. Dalle radiografie non risultano danni irreparabili. Alla peggio, da sinistra non avrà più ricezione: il capo non è più in stereo …!” “Facciamo una colletta e gli regaliamo uno di quegli apparecchi …” scherzò Gargiulo. “Adesso somiglia a Niky Lauda!” risero tutti. Santandrea buttò un occhio verso Migliorino di spalle, taciturno e per i fatti suoi. “Invece la pallottola presa sul torace, quella che sembrava più stronza, ha fatto meno danni. Gli è andata bene che l’angolazione di tiro, dall’alto in basso e il salto fatto per disarmare quel tipo, hanno depotenziato quasi del tutto il colpo, cioè …” fece segno con le de mani per spiegare l’impatto. “Abbiamo capito Carbò” interruppe Piras “… lo ha preso di striscio. “Sì, in pratica è quasi scivolata via dal corpetto. Se l’acchiappava frontale lo faceva volare a dieci metri lui, il giubbotto e tutto il resto … non trovavamo manco i vestiti” aggiunse con cinismo. “… avete visto in che condizioni ha ridotto il giubbotto?” “E certo, quel coglione aveva uno di quei bazooka … ma dico io …” “Alla fine che danno ha fatto?” domandò Santandrea osservando l’orologio. “Gli ha rotto una quantità di costole che quasi lo possiamo trasferire d’ufficio dal regno dei bipedi a quello degli invertebrati … caso unico al mondo!” tossì divertito dal paragone. “No, sto scherzando. Insomma, niente di gravissimo se le costole non hanno mandato in circolo schegge pericolose … ma dalle radiografie, non sembra. Adesso è sotto morfina, il dottore ha detto che ha la febbre, ma è normale, insomma solo una paura fottuta! Qualche escoriazione … Totale: un paio di giorni d’agonia, poi è tutto in discesa. Riposo e convalescenza. Entro fine mese tornerà a ringhiare come un cagnaccio … e lo sentiremo. È andata bene!” concluse. “Ragazzi ci sono un paio di lavoretti da sbrigare, chi viene? Escluso Migliorino, s’intende!” Migliorino si voltò con un’occhiata minacciosa. “Io sto benissimo, anzi, propongo di affiancarti … che cosa ne dici: lavoriamo insieme!” disse con un tono che non ammette repliche. Santandrea accettò senza discutere. A nessuno sfuggì il malomodo ma non ci furono altre questioni. “Ok. Io e Migliorino andiamo a fare un giro nell’appartamento della Lombardi e in quello di Angelo Ferro. La scientifica dovrebbe essere già lì … Gargiulo tu vai nell’appartamento di quel farmacista, il Federici, sentiti prima con il Magistrato, i permessi dovrebbero essere a posto. Piras vai nella cascina di Gassino, coordini le ricerche sull’unico mancante alla lista, quel fottuto del Roncati, a quest’ora l’ERT dovrebbe essere a buon punto. Tu, Carbone, rientri in Centrale e fai da appoggio a tutta l’operazione, tieni d’occhio i posti di blocco; sentiti con l’Arma per gli aggiornamenti. Fai rientrare tutti da ferie, riposi, malattie, congedi, eccetera, organizza i turni e il cambio dei piantoni all’ospedale, con particolare riferimento a quel tale: quello che si è beccato una pallottola e un infarto, a questo manteniamo la sorveglianza più alta possibile. Tutto chiaro? Ci vediamo in ufficio appena conclusa questa fase. Tutti reperibili, e via radio solo comunicazioni leggere, per il resto usiamo i cellulari”. Migliorino si mise alla guida dell’Alfa e Santandrea accanto. Entrambi silenziosi, quasi assenti l’uno all’altro. Stanchi, nervosi, affamati. Alle nove di sera avevano già accumulato più di dodici ore di servizio senza pausa. Migliorino si era fatto il giro di due ospedali; scampato ad un incidente d’auto si era fatto una sparatoria, aveva accumulato adrenalina per stare in piedi altre dodici ore. Santandrea era stato più fortunato, ma la coscienza non era a posto e, in quel momento, avrebbe volentieri fatto a cambio con Migliorino: molto meglio la stanchezza, piuttosto che il rimorso. “Ve la siete vista brutta la dentro, vero?” domandò Santandrea. Nella concitazione non c’era stato il tempo di scambiare neppure due parole. “Mmmm …” brontolò scuro. “Cos’è, ce l’hai con me?” replicò il vice Commissario per nulla intimorito. “Hai voluto affiancarmi per qualche ragione particolare?” Migliorino alzò un sopracciglio. “Male non fare … paura non avere!” “Lascia stare i proverbi. Ti ho fatto una domanda. Se preferisci, non da superiore gerarchico … da uomo ad uomo!” L’altro guidò imperterrito. “Diciamo che nel lavoro io non so distinguere le sfumature. Le cose sono bianche o nere …” si voltò per una frazione di secondo verso il vice, “… non ci sono colori intermedi. … Mi sono spiegato?” Eccome! Pensò Santandrea; all’improvviso un gusto amaro si distribuì in bocca come il fiele. Ma non era il momento di fare i difficili, di piantare una grana, puntualizzare, mettere l’accento sui distinguo. “Mettiamola così …” replicò senza complimenti e senza asprezza, “… dato che si è fidato Salvatore Vivacqua … puoi fidarti anche tu. E, sempre per seguire lo stile del nostro capo, come direbbe lui se fosse qui, se ti sembrerà troppo sfumato il mio modo di lavorare, vuol dire che mi spari!” lo guardò, “… dici che può andar bene per la tua scala di colori non sfumati?” Entrambi si guardarono corrucciati. Sorrisero timidamente da principio. Poi forse la stanchezza o chissà, lo spirito di squadra, trasformò la proposta in una tregua. Torino, Giovedì 8 giugno Commissariato di Polizia, ore 23,55 Le luci nell’ufficio del dottor Santandrea erano accese, il colpo d’occhio poteva sembrare quello di una notte di San Silvestro passata in servizio, nell’attesa dei botti di fine anno, o della telefonata per qualche cretino, armato e ubriaco, sul balcone di casa a sparare alla luna. Ma non c’erano panettoni, sostituiti da cibo di fortuna rimediato facendo il giro di qualche pizzeria, e niente spumante dolce, anche questo mutuato con altro: lattine di Sprite, Coca, the freddo. Fuori, la serata in città era di quelle atipiche; nei giovedì d’estate il centro a quell’ora era monopolio dei giovani: tutti all’aperto ai Murazzi per prendere fresco alcool pesante e magari una pasticca nei locali sul lungo Po. Lo stesso valeva per il cuore della città in Via Roma e Piazza San Carlo, o per le viuzze labirintiche del Quadrilatero Romano. Ma non quella sera. Troppe volanti in giro come calabroni incazzati, troppi lampeggiatori lividi a tagliare il buio della notte. Troppi Carabinieri. Troppo di tutto, anche nei controlli e nelle facce scure degli Agenti per strada. La serata, a dispetto del nubifragio volato via nel primo pomeriggio, era tiepida, asciutta, con una stellata degna di certe vallate alpine, ma nessuno dei poliziotti riuniti nell’ufficio di Santandrea sembrava essersene accorto. Per una forma di rispetto, di scaramanzia e di qualcosa che nessuno sapeva qualificare, non avevano osato utilizzare la stanza di Vivacqua, benché ampia e attrezzata per le riunioni, rimediando nel più disagevole ufficio del vice. D’altro canto si trattava di fare il punto della situazione a caldo, prima che la stanchezza cancellasse informazioni importanti, di stabilire chi avrebbe fatto la notte, e il resto rimandato al giorno dopo di buon ora. Tutti in silenzio a mettere nello stomaco qualcosa. Solo Santandrea sbocconcellava in piedi e contemporaneamente scriveva gli aggiornamenti sulla lavagna presa in prestito dalla stanza del capo. Scriveva, poi si allontanava rimuginando e rileggeva. Aveva cominciato con lo scrivere della visita all’appartamento della professoressa Lombardi, limitandosi ad uno stringato: “Perquisito da ignoti”, poi, tra parentesi in piccolo (Migliorino dice di ricordare sulla scrivania un computer ora non più presente). Stessa cosa per l’appartamento al piano di sopra, occupato da Angelo Ferro. Anche in quella casa erano stati individuati i cavi, ma non il computer (ricordarsi di chiedere a Ferro!!!). Santandrea e Migliorino erano rimasti di stucco ad ascoltare il primo resoconto della Scientifica. Cinque parole: “La porta era già aperta!” I due poliziotti si erano guardati in faccia, stupiti nel toccare con mano la presenza di un’organizzazione viva, efficiente, informata della vicenda, tanto veloce da essere corsa ai ripari in tempo reale. La perquisizione doveva essere terminata pochissimi minuti prima dell’arrivo della Scientifica. Nessuno aveva visto o sentito nulla. Lavoretto con i fiocchi! Mancava solo la firma “Angeli Neri!”. Tutto sottosopra in tempo record. I due appartamenti sembravano bombardati, se non fosse stato imprudente per la fuga li avrebbero incendiati. Questo, per gli investigatori, rappresentava un guaio enorme nella ricerca d’informazioni utili. Al secondo punto seguiva la domanda scritta a caratteri cubitali: “Dove è finito Rodolfo Roncati?”. Poi Santandrea aveva proseguito trascrivendo in ordine sparso gli aggiornamenti pervenuti a Carbone in loro assenza: “Nella casa di collina del Roncati la Scientifica aveva trovato molte dosi di cocaina, e altri allucinogeni, nonché, un biglietto molto interessante: una lettera ricattatoria, con allegata fotografia nella quale si riconosceva il Roncati di profilo, vicino ad una farmacia. Provenienza, circostanza, situazione …? Boh. Da esaminare. “Un altro appunto, ancora della Scientifica, riguardava il primo report di superficie effettuato sulla Mercedes della Gatti trovata nel parcheggio dell’aeroporto di Torino Caselle. Le fotografie prese all’interno dell’auto mostravano un pacco, squarciato, pieno di giornali sparsi per tutto il sedile. E fotografie d’impronte. Santandrea aveva fischiato nel leggere uno dei proprietari di quelle impronte: Rodolfo Roncati. Non Angelo Ferro, dato che a quell’ora si trovava impegnato con Vivacqua. Ma su questo punto non avrebbe giurato. Comunque c’era da ragionare su quel ritrovamento, se come sembrava erano di Roncati, molti tasselli circa la sparizione della Gatti e del successivo ritrovamento a Gassino andavano a posto come un vestito su misura. Proprio precisi precisi! (Attenzione: ritrovati i due borsoni utilizzati per la fuga, in uno di questi, oltre ad una discreta somma in denaro, è stato ritrovato un Computer Portatile; chiedere agli informatici un esame del contenuto)” “Dal laboratorio, destinato a Vivacqua, il rapporto delle analisi effettuate sulla spilla della contessa Villalta. Gli esiti sul gruppo sanguigno erano inutili, cioè non corrispondevano alla contessa. Un’ovvietà”. Sottolineò Santandrea. Il sangue dovrebbe essere di un altro soggetto, ovvero Ugo Martini. Dal laboratorio facevano sapere che ulteriori informazioni sarebbero seguite entro ventiquattro ore. “A proposito della bella creola che aveva lasciato la firma con le unghie sul volto di Carbone durante l’intrusione nella villa del Roncati, nessuna informazione. Niente documenti o altro. Inoltre non aveva più aperto bocca per nessuna ragione: un muro. Soggetto custodito presso la pensioncina del Commissariato. Da interrogare!” “Il fioraio, Piero Fontaneto, si era presentato con il legale e aveva lasciato una deposizione di totale estraneità ai fatti, disponibile a chiarire, pronto a pagare per le eventuali leggerezze, dispiaciuto per le complicazioni ma … innocente come un neonato … seguiva una sbrodolata buonista semplicemente ridicola … Nota di servizio: la Scientifica, se ce la fa, andrà nell’appartamento dei Roveri domani. Il computer presso quell’appartamento è già stato prelevato da una pattuglia in servizio a Venaria. (Chiedere ai periti informatici un esame del contenuto)” Santandrea masticò in silenzio, si staccò dalla lavagna per avere il quadro completo, bevve della Coca, poi alzò il mento di scatto e tornò a scrivere: “Ugo Martini?” Si voltò verso Carbone e domandò, “Previsioni sul covo di Gassino?” L’altro deglutì, tossicchiò e rispose: “È una cosa lunga! Devono arrivare rinforzi. Troppa roba da esaminare … ci sono anche dei video” “E noi nel frattempo che facciamo? Un poker col morto? Bisogna che andiamo a dare un’occhiata e prendiamo qualche informazione in diretta …” replicò Santandrea. Tutto il gruppo restò a guardare la lavagna, indeciso se sfondare il peso della stanchezza e proseguire i lavori o abbandonare tutto per prendersi qualche ora di sonno. Fu Piras a rompere il silenzio. “Migliorì, vabbè che spari meglio di Tex Willer, ma prima di scrivere il verbale ce lo racconti come sono andate le cose in quel maledetto buco sottoterra?” Migliorino fece il ritroso, non aveva voglia di parlare. “Dicci almeno come hai fatto a stendere quel tipo …” Migliorino non si scompose, alzò una gamba per appoggiarla ad una sedia e mostrò una fondina legata al polpaccio con un oggettino dall’apparenza innocua … “Una tre colpi da borsetta …” esclamò Santandrea tra il serio ed il faceto. “Vediamo?” sbirciò Piras. “Carina, ogni signorina per bene dovrebbe averne una … hai fatto bene a prenderla …” “Io per esempio la comprerò domani … magari ne prendo due …” scherzò Carbone, “… per difendere le mie virtù!”. Risero. “E da quando, indossi oggetti di uso femminile?” domandò Piras. “Sarà anche femminile …” tagliò corto Migliorino, “… ma senza quel giocattolo sareste con due colleghi in meno …” la buttò sul tragico. Rispose un coro goliardico d’insulti, fischi e sberleffi. “Com’è la situazione allo stato attuale, dopo Gassino?” domandò Gargiulo, fino a quel momento spettatore passivo. “Dunque …” iniziò a contare sulla punta delle dita Carbone. “Cominciamo da quelli che non la raccontano”, fece con le dita un segno a spirale: “… il tipo che ha steso il nostro Tex, quella poverina della Pandolfi, la Lombardi … e siamo a tre. Navali non lo contiamo. Quel bastardo di Roncati ci è scappato, ma vedrai che entro domattina lo becchiamo. Ci sono i cani in perlustrazione, se lo trovano lo mangiano …!” “Poi, quell’altro più morto che vivo …” s’inserì Migliorino “Il padre dei due fulminati, i gemelli … che si chiama Dasso, Dosso, Dossò …”. Santandrea quasi cadde per terra. Tossì, deglutì a forza quello che non era andato per traverso. “Come lo hai chiamato?” soffiò rauco. “E chennesò … Dossò mi pare … deve essere straniero …” “… E come fai a dire come si chiama, come lo sai?” Santandrea corse alla scrivania per recuperare gli appunti del giro sul Lago Maggiore. Recuperò il notes e controllò. “L’altra matta lo ha chiamato così … la Lombardi. Ha detto anche il nome: Giorgio!” chiarì Migliorino. “Quello deve essere un pezzo grosso della banda, ne sono sicuro. Perché ad un certo punto si è avvicinato alla donna, gli ha mostrato l’anello e questa ha cominciato a contorcersi. Poi è stato lui a dare l’ordine all’altro tipo di scorta di ucciderla. E da lì e partito un casino … Appena mi calmo vi racconto tutto come si deve …” Santandrea sbatte il dorso della mano sugli appunti. “Eccolo. Tombola ragazzi. Gran colpo di culo. Nella testimonianza che ho raccolto da un’inserviente vicino a Stresa … è venuto fuori quel nome. Proprio come lo hai pronunciato tu: Dosso!” Santandrea picchettò con la gomma della matita sul foglio, “Questo personaggio … potrebbe essere il capo italiano di un’operazione che ancora non ho inquadrato bene: l’operazione Stargate!” “E che c’azzecca con i casini nostri?” “C’entra, ma non ho capito come. Questo tipo … non lo so, non riesco a collegarlo. Forse domattina, a mente fresca” concluse Santandrea in uno sbadiglio. Gargiulo si pulì le labbra, scolò la lattina e tornò ad esaminare la lavagna “Beh, c’è ancora un certo casino, ma i pezzi ci sono tutti. Possiamo dire di aver risolto il caso … che ne dite?” Tutti lo guardarono, un po’ straniti un po’ sgomenti. “Voglio dire … che cosa manca?” “Innanzi tutto, giusto per restare nelle cose semplici, manca Roncati” iniziò Santandrea. “Vabbè, magari quello lo troviamo domani abbandonato in un campo, se non se lo mangiano i cani del Cinofilo, oppure non lo rivediamo mai più, sparito ingoiato dal suo stesso demonio. Provate a pensarci, a me sembra che non manchi nulla …” Tutti si guardarono ancora una volta. “Forse sei impazzito, oppure a te è rimasta una lucidità che io non ho. Spiegati …” disse Piras. “A me sembra che questa matassa rognosa, alla fine si sia sbrogliata, e quel che vedo è chiaro …” “Andiamo, non facciamo l’alba! Dicci una buona volta cosa vedi e ce ne andiamo tutti a dormire …” “Questa è la vicenda di un pazzo scatenato, un poveretto, che magari è davvero il risultato di esperimenti di laboratorio. Questo, il Roncati per capirci, nella sua lucida follia prima si sposa bene con una riccona, poi un po’ per volta la follia ha il sopravvento. Si monta la testa, vuole essere lui il ricco, non il marito di una ricca. A questo punto si mette d’accordo con un altro, il Martini, si scambiano le parti ed entrambi uccidono la moglie dell’altro. Poi interveniamo noi e scopriamo tutto. Fine del casino” Silenzio assoluto nella stanza. “Non ti sembra di aver semplificato troppo?” “Allora metticelo tu il complicato!” sbottò Gargiulo rivolgendosi a Santandrea. “Vedrai che per quanto complichi la cosa … in sostanza è tutto qui” “E gli Angeli Neri? E l’orfanotrofio, il gemello, il prete morto, il generale del quale ancora non abbiamo capito che cacchio ci faceva a Torino? Per non parlare del fatto che questo Roncati ha goduto di protezioni enormi, sennò magari lo beccavamo nelle indagini avviate a gennaio … Chi lo copre e perché?” “Tutto fumo!” replicò gagliardo Gargiulo. “Tutta confusione inutile. Ci ha mandato in tilt fin dall’inizio tutto il casino intorno a Roncati, e poi obbiettivamente le nebbie intorno al caso si sono diradate mano a mano che venivano fuori nuovi indizi. E anche perché a questo Roncati …” fece il giro del dito vicino alla tempia “… gli è scoppiata la testa!”. Migliorino si alzò, andò verso la finestra e di spalle si sistemò dal lato opposto “Non è mica male come idea …” considerò pensieroso. “Nella tua idea gli Angeli Neri e tutto il resto sono una cornice, è così?” “Ma se vuoi può essere anche al contrario ed è altrettanto semplice!” “Ha ragione Gargiulo” disse Santandrea, “… se vuoi metti l’organizzazione al centro e Roncati in cornice, non cambia la sostanza delle cose. Ci sono dei pazzi, sono magari potenti e strutturati in segreto. Tra questi c’è un pazzo più pazzo degli altri, in posizione vicina al comando, che ha alle spalle un generoso trascorso di morti ammazzati … noi siamo capitati sui morti ammazzati e abbiamo risalito la corrente. È indifferente chi sta nel quadro e chi fa da cornice!” “E bravo Gargiulo …” disse Carbone, “Avete sentito che ragionamento? … e Piras dice sempre che sei il più scarso di tutti!” “Non è vero!” ringhiò Piras. Gli altri risero. Volarono le lattine in tutta la stanza. Finché tornò il silenzio. “E come la metti con il tipo assassinato oggi al Principi di Piemonte? Quello è un corpo estraneo a tutti gli effetti” domandò Migliorino “Un depistaggio della setta!” buttò lì Gargiulo. Piras lanciò una pallottola di carta. “Questa proprio non ci azzecca niente. Ti conviene fermarti dove sei arrivato Gargiù. Il tuo minuto di grazia è terminato. Non rovinare tutto!” disse sfottente. “Per la verità anche la questione Stargate non trova spiegazioni nella tua tesi …” aggiunse Santandrea. “Buona questa …” disse serioso Carbone, “Dai … prova a dire che anche queste sono cornici, dai … Adesso te lo do io il colpo di grazia: di un po’ … e quel tipo spuntato fuori all’improvviso che piange sui figli … come si chiama?” “Dassò … Dossò …” suggerì Migliorino. “Quello! Da dove salta fuori? Dal quadro o dalla cornice?” “Siete degli incompetenti! Non so neppure perché vi rivolgo la parola …” concluse fintamente piccato Gargiulo. La riunione degenerò in un nuovo lancio di palle di carta e fischi. “Mozione d’ordine …” intervenne Santandrea, “Chi si offre per fare la notte?” “Io”. Disse risoluto Migliorino. “Tanto non dormirei”. “Allora appuntamento alle sette. Ognuno con il rapporto scritto e firmato” Un coro di “No, il rapporto dopo …” chiuse la riunione. L’ospedale “Le Molinette”, ai margini del Po e della collina, pareva un presidio militare. Le auto di Polizia e Carabinieri si affollavano in tutti i punti d’accesso. I giornalisti stazionavano vigili per spostare l’attenzione ad ogni minima variazione del passaggio, in attesa di cogliere un volto conosciuto, un avvocato, un parente, una persona qualsiasi disposta a raccontare un frammento degli avvenimenti di Gassino e della setta. Il boccone più goloso era Guelfa Lombardi, ma nessuno si era sbottonato. Ai diversi piani, e con differenti misure cautelari, una discreta presenza di delinquenti e vittime aspettava una nuova occasione e carte migliori per l’avvenire. I parenti di Annarita Gatti non erano stati ammessi. Se n’erano andati con disappunto, minacciando azioni legali e fulmini dal paradiso, la loro piccola era di certo una vittima, ma non c’era stato verso, il muro di sicurezza non si era commosso. I medici non si erano sbilanciati circa la diagnosi, poche stringate parole: “Stato d’assenza cerebrale provocato da forte shock”; avrebbe perso l’occhio sinistro, le ferite da taglio non rappresentavano alcun vero problema. Prognosi riservata. Nessun parente o congiunto per il vecchio registrato al nome di Giorgio Dassault. Questo, risultava morto trent’anni prima, con tanto di certificato e compagnia bella. Adesso il mistero doveva fare i conti con una quantità di enigmi complicatissimi da sbrogliare. Uno tra tutti: dove era morto questo tale redivivo, e dove era stato sepolto. Ma per chi avesse avuto un minimo di ragionamento astratto pronto da mettere sul tavolo, si poteva aggiungere: “Chi è stato sepolto al posto di questo misterioso signor Dassault?” Ci avrebbero pensato gli investigatori, o magari lo stesso interessato … se si fosse rimesso in una forma decente. I medici non si erano pronunciati. Infarto in corso. Prognosi riservata. Il tipo ferito nel conflitto a fuoco di Gassino, non era grave, nel senso che rischiava di perdere l’uso del braccio destro, ma non la vita. Nome, professione, provenienza, sconosciuti e lui, pur non avendo perso conoscenza, non li aveva forniti. Prognosi rimandata di otto giorni. Non c’era nessuno a piangere la scomparsa della professoressa Guelfa Lombardi. Né allievi, né congiunti, né spettatori televisivi. Lo zero assoluto nella stanza dell’obitorio per una donna alla quale, fino a qualche ora prima, chiunque avrebbe baciato la mano. Invece il professor Matteo Pandolfi, accompagnato dall’avvocato Cortemille, aveva fatto il diavolo in quattro all’obitorio, ed alla fine era riuscito a vedere i resti della figlia Barbara. Quando gliela mostrarono non riusciva credere ai propri occhi. Il corpo bianco quasi grigio, solcato da rasoiate scure, il torace aperto … aspettava sotto il lenzuolo di essere sottoposto ad autopsia. “Era piccola, tenera, era la sua bambina …” disse tra le lacrime. Si commosse anche l’avvocato. Se Simona fosse stata presente, gli avrebbe strappato il cuore … come avevano fatto quei bastardi alla sua amica. Simona per la verità non era lontana, qualche piano più in alto e circa mezzo chilometro in linea d’aria. Stava nella saletta del televisore, in attesa di una sistemazione più comoda. I dottori non si erano pronunciati su Angelo e, dopo l’elettroencefalogramma, si erano guardati tra loro senza parole. Non c’era niente di normale in quel poco di attività registrata dalle macchine. In teoria era in coma, in pratica c’era un movimento continuo, come se nel corpo di un morto si muovesse qualcosa. Inspiegabile. Prognosi? Nessuno si era pronunciato. Simona aveva preteso di saperne di più, con la grinta di chi non ci sta a fare la bambolina seduta in un angolo aveva preteso un parere, una diagnosi, una qualsiasi parola in più del poco sentito. Niente da fare. La diagnosi era coma. “Irreversibile?” aveva chiesto senza far trasparire il mostro di paura nello stomaco. Il medico si era limitato ad allargare le braccia “Per ora è sotto tranquillanti, ci vorranno un paio di giorni per capire qualcosa di più … per adesso sembra uno stress psichico accompagnato da una emorragia cerebrale …” Fine del comunicato. Due piani più in alto la signora Assunta Vivacqua si era lasciata sfuggire un sorriso. Salvatore, il marito, aveva aperto gli occhi per bisticciare con una infermiera che trafficava con un ago e la boccia di un liquido che doveva essere un calmante. Non lo voleva! Aveva chiesto dei ragazzi, della moglie, poi con la voce impastata si era lanciato in un discorso sconclusionato, voleva un dizionario, poi un enciclopedia, poi aveva chiesto se Migliorino si era ricordato di parlare con il Questore per mettere sotto controllo qualcosa di incomprensibile. Infine si era addormentato. Straparlava. Assunta era tornata a sedere con il sorriso tra le labbra. Fece il segno della croce e mandò una preghiera di ringraziamento. Gik vagava come una piuma trasportata dalle correnti. Veleggiava silenzioso sopra ad uno scenario fantastico. Il deserto, canyon torreggianti a picco su crateri e vallate, il nulla a perdita d’occhio, e torrenti riarsi, rocce e punti verdi solitari, e un sole radioso, e quell’aria fine che pizzica il naso. Si librava su un sospiro di aria tiepida per volteggiare nel silenzio della perfezione. Da solo, felice, senza pensieri, come un foglio bianco di una pagina immacolata, nessuno con il quale dividere l’infinita meraviglia di quel paesaggio raro e sublime. E si alzava Gik, con il sorriso estasiato di chi non ha desideri, bisogni, emozioni terrene, come slegato dalla vita materiale e approdato ad uno stato di trascendenza metafisico, vicino al sogno, parallelo alla perfezione. Inspirò con il naso, riempì i polmoni di energia e s’innalzò in verticale per arrampicarsi oltre la cima di una vetta … lì, dove un paio d’ali facevano vibrare l’aria in un soffio di libertà. Guardò il volo di quel compagno di solitudine e socchiuse gli occhi per osservarlo con attenzione … c’era qualcosa di riconoscibile in quei movimenti aggraziati, quasi aristocratici. Una dignità calma avvolgeva uno spirito consapevole della pace e del valore assoluto della conciliazione. Un’anima serena, considerò. Anche lui sarebbe arrivato a quella beatitudine, ne era certo, mancava solo un passo, breve ... Sollevò il capo per superare i pochi metri dal vertice della cima e veleggiò per atterrare dolcemente, senza rumore, lieve nel sussurro d’aria pulita. Adesso non era più solo. In lontananza tutto era immutato, la loro presenza non aveva modificato il quadro e ovunque guardasse una pace millenaria li avvolgeva protettiva come una vecchia genitrice. Restarono vicini a lungo, in silenzio, ad ascoltare il palpito di quel mondo etereo. “Come stai, Gik?” domandò una voce delicata. “Adesso sto bene; è merito di questo luogo, credo. Guarda, ovunque volgi lo sguardo c’è pace, sembra incredibile, non è vero?” “Hmm …” mugugnò la contessa, “Questo è un luogo immaginario, non è reale. Puoi restare un tempo limitato, tra poco dovrai scegliere …” “Che cosa dovrei scegliere? La vita o la morte? È questa la decisione immagino …” “Sì, è così …” “Peccato. Questo è un vero paradiso. Resterei qui per sempre”. “Non hai risposto alla mia domanda: come stai?” Silenzio. “Credo che ogni essere abbia una capacità di vita oltre la quale se non c’è la morte, c’è la non vita … Sto così … in un angolo di non vita … in attesa di sapere se sono in grado di accettare ciò che …” fece una pausa Gik, come a cercare parole con le quali raccontare uno stato d’animo irreale, “… di accettare ciò che in una vita intera non ho capito …” “Ho sperato che ti fosse risparmiata una verità crudele, non è stato possibile. Ti avevo detto di stare in alto. Ma forse era scritto che tu dovessi superare questa prova. Non hai potuto evitarlo ed ora sei molto più forte, sei fuori dal tunnel … capisci? Puoi vivere … oppure puoi lasciarti andare come hai fatto per anni!” “Ho vissuto con un mostro, sono un mostro, ho un fratello gemello che … mah, non so neanche perché te ne parlo, non puoi capire” “Dici? Io ho perso un marito, tuo padre, l’ho creduto morto invece era vivo. Ecco perché tu non lo hai saputo trovare. Dovrebbe essere un sollievo per la tua coscienza. Quando è morta Delia ho perso la sfida della vita. Tuo fratello Rodolfo, per assurdità di un destino infame, ha sposato Delia, la sorellastra, quasi un incesto. E ti domandi se io potrò capire il dolore? Non c’è nulla da capire … credimi” “… tu non lo sapevi. Hai vissuto perché non conoscevi la verità. Io oggi conosco la verità. Dovrei portare con me un peso troppo grave. Ho creduto in quella donna, in Guelfa, avrei potuto chiamarla mamma, se lo avesse voluto. Ho vissuto come un essere cieco e sordo, non ho saputo … non trovo le parole Afdera” “Hai trovato quel che cercavi, Gik! Affronta le conseguenze delle tue scelte. Per quanto doloroso è un capitolo chiuso. Se vorrai, sarà un capitolo chiuso, e se la vita che hai davanti te lo consentirà. Dipende da te … La tua esperienza non è un peso e non sei obbligato a trasportare una zavorra di dolore. Ma vale la pena provarci, prendi le tue decisioni. Vivi Gik. Ti prego, vivi!” “Quell’uomo, Giorgio Dassault, tuo marito … è davvero mio padre?” Silenzio. “Afdera? CAPITOLO XII Venerdì 9 giugno Torino, Ospedale Le Molinette. “…Passiamo a Torino, ove l’eco degli avvenimenti non cessa di stupire e pare confermata l’implicazione della professoressa Guelfa Lombardi, uccisa nel conflitto a fuoco, tra i collaboratori di punta della famigerata setta demoniaca. Dal nostro inviato …” Alle otto e trenta del mattino, la stanza del Commissario Vivacqua conteneva il casino massimo sopportabile in dodici metri quadrati. I quotidiani erano dappertutto, la televisione accesa con il volume al minimo, il cellulare suonava di continuo. Sul comodino, insieme ad una bottiglia d’acqua e ad un imprecisato numero di caramelle, stava una pila di libri, pescati in giro per l’ospedale con disturbo di tutti coloro che si erano interessati per scovarli. Su un carrello a destra era parcheggiato un computer portatile acceso e provvisoriamente scollegato dalla linea telefonica. I poliziotti di piantone ai diversi piani facevano avanti e indietro per visitare l’illustre ferito e per aggiornarlo sulla situazione. Per dirla in due parole, in un’ora e mezzo di attività sofferente, aveva rotto i coglioni a tutto il reparto. Solo la moglie Assunta poteva fare, con santissima pazienza, la parte della segretaria, dell’infermiera, e dell’alter ego. Alle sei e trenta Totò aveva preteso calmanti più blandi, perché doveva ragionare, poi si era fatto aiutare dalla Mariuccia, l’infermiera competente per la sua stanza nonché donna di autorevole volume, dall’alto dei suoi centodieci chili, la quale, in collaborazione con la moglie, si era presa la rogna di sollevarlo con cura per metterlo in una posizione di lavoro. Tra grugniti, mozziconi di parolacce, imprecazioni sibilate tra i denti, Salvatore Vivacqua si era messo in funzione. Ogni due per tre il dolore alle costole lo faceva trasalire: vietato ridere, starnutire, tossire, voltarsi … respirare! Ogni impercettibile movimento costava un ringhio da cinghiale infilzato. Per non parlare dell’orecchio sinistro, anzi, di tutto l’emisfero, la faccia, la testa, e di più se ci fosse stato dell’altro sotto l’ingombrante fasciatura. Un dolore sordo, tambureggiante, misto ad un ronzio cupo. Come una mandria di cavalli instancabili al galoppo intorno al cranio, aveva spiegato all’otorino. Questi si era rappresentato alle otto per una visita di controllo, una lettura delle radiografie e nuove prescrizioni se necessario. Dopo i primi tentativi di accertamento, Vivacqua aveva digrignato i denti saltando per aria al contatto con un attrezzo di origine imprecisata, che aveva appena sfiorato la parte offesa. Aveva minacciato il medico di farlo arrestare se avesse proseguito. “Antibiotici!” Aveva replicato il sanitario senza lasciarsi impressionare. La notte era stata un inferno divisibile in due gironi. Il primo, dopo il trasporto in elicottero, l’aveva scaraventato nelle fiamme di un corridoio in discesa che degradava verso un immenso braciere. Le pareti, punteggiate di immagini, come una pinacoteca, ma dai quadri saltava fuori un demone, un satiro, un maligno incazzato con il volto del Baphomet, la dea Hator armata di artigli di metallo, o un caprone attrezzato di scimitarra. E ancora scene di corpi crocefissi, sangue, riti magici oscuri, danzatrici brutte come streghe. Poi, al fondo della discesa, poco prima di precipitare nella brace … uno sparo proprio all’orecchio sinistro. Altro girone. Un caprone gigantesco schioccava una lunga frusta fiammeggiante, ruggiva feroce e lui sentiva incendiare le costole ad ogni sferzata e, per quanti sforzi facesse per fuggire a quell’essere disumano, ogni colpo andava a segno, un dolore nuovo e più acuto del precedente lo scuoteva senza pietà. Così per tutta la notte. Cioè prima del sogno della sparatoria, che aveva rivisto in tutti i particolari ed angolazioni, specie la parte nella quale l’americano aveva puntato la pistola sulla Lombardi ed aveva fatto fuoco. Lui era schizzato per aria con l’idea di scaraventarlo a terra … e si era beccato due palle da quarantaquattro. Ma se fosse rimasto in ginocchio … Assunta si avvicinò con il cellulare e lo porse sussurrando: “È Santandrea, prima ha chiamato il Questore, è la seconda volta. Dice che se non disturba passa nel pomeriggio per un saluto …” lasciò il telefono nelle mani del marito e tornò a rimettere ordine. Vivacqua prese il telefono e lo accostò all’orecchio sano. “Dimmi Sergio …” bofonchiò. “Tarderò un po’, è arrivata la scientifica con una carrettata di roba. È inutile passare da te adesso e tornare più tardi con altre informazioni …” “Hmm …” brontolò, “… un anteprima?” disse con l’aria di chi avrebbe pagato per essere al posto di lavoro. “Giusto una: ti ricordi del generale scozzese?” “Quello al quale è stato rotto il dito …” pronunciò con lentezza. “Il patologo aveva indicato la presenza sulla pelle di tracce di un olio, poteva essere un cosmetico, una crema, o qualcosa del genere. Beh, la stessa glicerina è stata ritrovata nella cascina di Gassino nella sala dove probabilmente venivano purificati gli adepti!” “Quindi, un altro filo di cotone lo collega a quei deficienti … C’è modo di trovare conferma?” “Un modo ci sarebbe, ma è presto per considerarlo attendibile. Nel covo sotterraneo, dietro ad una finta parete, è stato ritrovato uno sgabuzzino con l’attrezzatura per la registrazione e un bel numero di cassette. È tutto da esaminare. Magari, se ci regge la fortuna, in qualche video troviamo pure il massone scozzese …” “Vabbè, ti aspetto …” chiuse lasciando cadere il portatile sul letto. “Tina?” chiamò la moglie. “Che c’è Totò, ma pure oggi devi lavorare? Non ti distendi in santa pace?” “Vedi cosa trovi in quei volumi … cerca la parola Scritturalismo!” “E perché ...?” “Ca mi serve sapiri cos’è” “Lo sanno tutti: riguarda le Sacre Scritture. L’interpretazione senza interpretazioni. La lettura alla lettera Totò” “E tu come lo sai?” domandò scettico e dimentico della laurea in lettere della signora Assunta. “Totò …” agitò le mani in modo significativo. “E tu cercalo lo stesso!” Donna Assunta prese il primo volume preso a prestito dal primario del reparto chirurgia, un’enciclopedia tascabile, sfogliò e dopo un attimo lo accantonò. “Qui non c’è”. Prese il dizionario, trafficò un attimo e dettò: “Devoto Oli: s. m. Il complesso delle dottrine e delle correnti teologiche che si fondano su un’interpretazione strettamente letterale della Sacra Scrittura. [der. di scritturale] …” concluse leggendo fino all’ultima virgola, alzò gli occhi per rivolgere uno sguardo dispettoso. “Che altro dice?” “Niente, che deve dire …!?” “Vedi sulla Treccani …” Assunta sbuffò di traverso. “Poi dici che i colleghi non ti sopportano. Eh, chissà perché Totò?” Prese il volume, trafficò per sfogliarlo e nel mentre Simona Bellei fece capolino dalla porta. “Disturbo? Posso salutare l’eroe ferito?” “Entri signorina, si accomodi, giusto il tempo di cercare un termine all’eroe …” disse donna Assunta. “Cosa cercate?” “Scritturalismo!” “Ah, beh, non è difficile, è il rispetto autentico delle Sacre Scritture”. Disse in scioltezza. “Mia madre era una di quelle fedeli al testo, lei non gradiva troppe storie; diceva pane al pane. Perché?” “Signorina, sta cercando di mettersi in cattiva luce? Assunta non ti curare, leggi cosa dice …” “Dice: L’insieme di tutte le dottrine e delle correnti teologiche che si caratterizzano per una stretta aderenza all’interpretazione della Sacra Scrittura. Sei soddisfatto o devo guardare un altro libro?” Vivacqua restò silenzioso, tentò di grattarsi la testa, poi fece pensiero, lasciò la mano a mezz’aria e socchiuse gli occhi. “Non capisco … non torna …” Assunta fece un segno con il capo e portò con sé Simona. Vivacqua aprì il foglio delle indagini ripescato dalla giacca e tentò di trovare la concentrazione, lo stese con cura, scartò una caramella con la lentezza di un bambino malato, e constatò subito che di masticarla non se ne parlava proprio. Mugugnò quando il galoppo di cavalli nella testa passò troppo vicino all’orecchio e restò a guardare … nomi, collegamenti, note volanti … un discreto casino di nodi ormai pressoché sciolti. Grugnì di dolore al colpo di Tosse e mandò a quel paese il cornuto che gli aveva sparato. C’era qualcosa che gli sfuggiva, considerò stiracchiando il foglio. Non avesse avuto tutto quel traffico nella testa, forse avrebbe capito che cosa mancava nel ragionamento. Provò a ridurre il caso ai minimi termini per tirar fuori l’essenziale. Iniziò ragionando sottovoce. “Due uomini fanno uno scambio. Uno è matto da legare e ha un fratello che neppure lui è a piombo. No, Totò, così incasini tutto. Ricominciamo. Due uomini fanno uno scambio per restare vedovi e più o meno ricchi. Poi … uno si chiama Ugo Martini ed è sparito. L’altro si chiama Roncati e se non lo hanno trovato nel frattempo … è sparito pure lui”. Scrisse su un angolo del foglio. “… Questo risolve due domande. Chi ha ucciso Paola Terreni moglie del Martini? Roncati. Chi ha ucciso le due nobildonne? Martini con la complicità della Gatti. Tra l’altro, ha pagato carissimo il suo contributo” considerò nel rivederla crocefissa. “… E qui viene fuori un rebus: perché ha fatto la fine che ha fatto?” “Andiamo avanti. Roncati era investigato fin dai primi giorni dell’indagine sulla scomparsa delle due donne. Altro rebus: chi e perché è intervenuto per fermare le indagini? Una risposta potrebbe essere nella setta degli Angeli Neri! Qualcuno dei potenti si è dato da fare per coprire un Fratello. Hmm …” brontolò, “Questa sarà dura da dimostrare! A meno che nella cascina non salti fuori materiale probante, qualche nome … non la vedo facile …”. Picchettò con la matita sul foglio. “Poi c’è un’altra complicazione; questo Roncati, fratello gemello del Ferro, da dove salta fuori? Anzi da dove saltano … fuori? Da Stresa o Borgomanero, direi. Da quel posto di esperimenti folli … e qui c’è di mezzo la Cia e stai sicuro anche il Sismi. Infatti, un deficiente del Sismi si è fatto vivo, proprio per …” Vivacqua fece schioccare le dita. “Ca certo! Non sappiamo il nome di chi si è fatto protettore del Roncati, ma sappiamo chi si è mosso di fatto: il Sismi!” Accennò qualche piccolo sì. “… e il Sismi si è dato da fare perché … perché … perché Totò?” tentò di ridurre uno sbadiglio e mugolò, “… perché nella faccenda del Roncati il Sismi è dentro fino al collo. Ecco perché …” sbadigliò ancora. Le palpebre stavano diventando pesantissime. “Fin qui ci siamo … e quest’ipotesi … contiene un frammento di risposta anche alla storia dell’orfanotrofio, tornando indietro fino alle false origini di Rodolfo Roncati. Aveva visto giusto Santandrea … Il Sismi s’interessa a questo personaggio … perché non vuole che si sappia della collaborazione con la Cia che magari non è mai stata resa nota, degli esperimenti, dell’incendio …! Minchia!!” restò stupito delle sue stesse conclusioni. “Totò … tanto ci voleva? Ecco il perché: lo coprono e sviano le indagini per timore che venga fuori una bomba, uno scandalo … Qui c’è qualche generale che batte i denti dalla paura di finire sui giornali … te lo dico io, caro il mio Salvatore …” Abortì un secondo sbadiglio. “… E vuoi vedere che quell’altro pazzo, quello che piangeva per i figli suoi … quel Giorgio Dassò … vuoi vedere che è del Sismi pure lui!” “Vabbè … questo non lo posso provare” commentò esausto, posò la matita per cercare una posizione più comoda. “… che cosa manca per andare al sodo? Manca quella cippa di ammazzato all’hotel Principi di Piemonte. Quello che c’azzecca? Perché stava davanti a noi nelle indagini? Questa è una cosa da vedere con Santandrea. E poi sto messaggio …. SCRITT. Che significa? Stai a vedere che pure questo riguarda la setta? Che magari lo Scritturalismo è la combinazione biblica per aprire sta minchia di cassaforte? Mah …”. Vivacqua si voltò appena sulla destra, socchiuse gli occhi per riprendere la concentrazione e dopo un momento il grande foglio scivolò dal letto veleggiando, ma il Commissario non se n’accorse, non comandava lui l’effetto dei sedativi. Santandrea forse aveva dormito tre ore, contando per eccesso il tempo trascorso a rotolarsi tra le lenzuola e quello speso a pensare alla giornata. Troppa eccitazione nel circuito ormonale. E un sospetto pungente in circolazione contromano nel traffico della mente. Come un pelo appiccicato al palato, solleticante a sproposito! Quel fonema Dassò … era che cosa? Un cognome, non poteva essere un nomignolo o un soprannome. E però … non quadrava. Di mattina presto si era preso una rapida doccia, colazione in un bar del centro, giornali a volontà per fare il pieno di congetture, servizi, interviste, e tutte le collegate amenità riguardanti la setta e le indagini. C’era anche lui in una fotografia insieme al Questore durante la conferenza stampa. Naturalmente non appariva tra le firme la professoressa Lombardi. Mentre figurava una generosa fioritura di quelli che “non erano stupiti …”, quelli che “… tutto sommato non è questa gran sorpresa …”, quelli che “data la fama di esperta di esoterismo …” e via di questo passo girando a capocchia tra ovvietà e luoghi comuni. Il quotidiano La Stampa aveva un servizio a doppia pagina sul fenomeno delle sette e sulla massoneria, e giù accostamenti con la P2, le Bestie, i Circoli culturali che spesso nascondevano gruppi di fanatici guidati da pseudo santoni … i suicidi di massa, le conversioni improbabili, la new age, Ron Hubbard e i divi di Hollywood … il giro del mondo tra scandali e plagi. Santandrea si stufò abbastanza in fretta. Arrivò al Commissariato alle sette e trenta, Piras e Gargiulo facevano i compiti con tazze di caffè e wafer, silenziosi e imbronciati: sembravano ragazzini rimandati alla seconda media; Carbone non si era ancora visto e con Migliorino fece il punto della situazione. La scientifica aveva lavorato senza fermarsi tutta la notte, e i risultati cominciavano a vedersi. Il meno prodigo di frutti era stato il reparto impiegato nella villa in collina, residenza del Roncati. A parte gli stupefacenti, i libri di magia e le icone demoniache, non c’era gran che da segnalare. Qualche cassetta a luci rosse girata dallo steso Roncati in compagnia soprattutto della creola, e qualche fotogramma da studiare con cura, con immagini definite inquietanti. Santandrea non poté fare a meno di domandarsi la ragione del termine “inquietante”. L’esito dell’approfondimento era rimandato di qualche giorno. Notizie cupe dalla prima conversazione fatta di mattina presto con il Federici. Voleva l’avvocato perché lui con tutta quella storia non c’entrava né poco né punto. Lui era un buon conoscente del Roncati, gli faceva da autista quando a causa della salute non si sentiva di guidare. Perché il Roncati soffriva di attacchi di panico. Per il resto non c’entrava proprio niente. Gli era stato fatto notare che sulla sua auto, la Dodge, c’erano molte tracce compromettenti. Aveva alzato le spalle “… quell’auto non è mia. È di una società Lussemburghese. Di tanto in tanto la guido per Rodolfo Roncati. Chiedete a lui!” Da quel punto in avanti silenzio assordante. Migliorino lo voleva prendere a calci nel sedere. Gli aveva rivolto uno sguardo al veleno sibilando tra i denti, ma era finita lì. Gli informatici al lavoro sui computer maneggiati dalla Gatti, invece, avevano pescato il jolly. Sia sul Portatile trascinato nel borsone durante la fuga, sia in quello della villa nel golf dei Roveri avevano trovato materiale molto interessante. Due lettere ricattatorie indirizzate a Rodolfo Roncati. Gran colpo! Santandrea osservò la prima, non portava la data e il documento risultava redatto il primo di giugno. “Appena otto giorni fa …” commentò. Ti ho visto, non sono il solo. So cosa hai fatto. Ho le prove. Puoi scegliere: ergastolo o due milioni di euro e le prove saranno tue. Hai tempo cinque giorni, poi consegnerò la prima fotografia al commissario Vivacqua. Non manderò altri avvisi, lunedì riceverai istruzioni. Non farmi perdere tempo. Con simpatia: un amico. P. S. Nel caso avessi qualche dubbio ti mando questa simpatica fotografia. Anche il file delle fotografie era emerso dal disco rigido del computer; una ventina di scatti, tutti molto simili, con il Roncati in prossimità di un portone, vicino ad una farmacia, c’erano anche la data e l’ora nell’insegna a scritte scorrevoli. Si trattava di capire a cosa facessero riferimento, ma nessun dubbio né sul ricatto né sulla gravità del rimando, dato che parlava di ergastolo. Migliorino ragionò sulle ipotesi, per domandarsi se fosse opera di entrambi, o di uno dei due e sbadigliando osservò gli ingrandimenti ricavati dagli esperti. La data … “Porca miseria …” disse Migliorino e “Cristo che deficienti …” esclamò all’unisono Santandrea che corse nella stanza del capo. Tornò dopo un attimo con il fascicolo aperto e disse: “Chiama Meloni, digli di verificare se in via Bertola intorno al numero 5 c’è una farmacia …” Migliorino eseguì e si affiancò al vice commissario per leggere il fascicolo di Paola Terreni. Combaciava alla perfezione. L’abitazione, la data, ventisei novembre … l’orario … tutto cronometrico. I due si guardarono con un sorriso lieve sul volto. “Ecco che cosa stava ritirando la Gatti al supermercato …” “Il riscatto, o quel che sperava di ricavare. Invece ha trovato un pacco di carta straccia e per poco la morte!” aggiunse Migliorino. Il telefono squillò, era Meloni. Migliorino si limitò ad ascoltare e riferì: “La farmacia sta al numero tre!”. “Oh, finalmente le tessere s’incollano. Il puzzle riesce … Anche se, resta da capire dove cacchio è finito il Martini …” si grattò la testa e riprese “… a meno che … tu non abbia visto giusto: non lo troviamo perché è stato sacrificato in quel fienile di Riva di Chieri … bruciato …” “per me … lo ha fatto fuori il Roncati. Non lo possiamo provare ma adesso una spiegazione accettabile ce l’abbiamo. Il Roncati ha capito, ma non ci voleva molto per la verità, che il suo amico e fratello di scambio, lo ricattava. È andato a beccarlo e lo ha servito flambé” “Tu dici?” fece perplesso Santandrea. “Mi sembra debole. Scusa, ma secondo te uno che si butta in un ricatto da due milioni di euro, poi si lascia avvicinare come un fesso? Senza precauzioni? E finisce sulla graticola? Mi pare un po’ troppo!” “Magari il ricatto lo hanno fatto insieme, i due della coppia più cretina del mondo. Lui e lei, barista e cassiera, complici ancora una volta. Però a dir la verità non cambia molto …” “Beh, se lui adesso è a piede libero qualcosa cambia!” “Magari ce lo dirà lei quando si riprenderà dallo shock” “Vedremo. Da Gassino che notizie?” domandò Santandrea. “Sono ancora al lavoro. Hanno fatto arrivare le fotoelettriche perché là sotto non si vede niente. L’Ert sostiene che ci vorranno da tre a cinque giorni per un lavoro fatto come si deve … Hanno prelevato il materiale video dalla stanzetta nascosta ma dicono che ci si può dimenticare di quelle prove. Sono state girate con poca luce, una camera fissa di pessima qualità dalla quale si inquadra solo una parte dell’ambiente. Niente audio, nastri utilizzati troppe volte, tenuti nell’umidità … insomma c’è da lavorarci sopra ma niente illusioni” “Peccato …” riuscì a dire prima di essere interrotto dal telefono. Migliorino portò la cornetta all’orecchio, aggrottò la fronte e rispose per monosillabi. “Sì son … Sono io. Nno. Ma … a me non risulta …” Lunga pausa in ascolto. Qualche cenno con il capo, poi prese una matita e prese nota. “Hmm … a me pare …” pausa. “A me pare impossibile. E comunque da dove sono saltati fuori?” ancora in ascolto silenzioso. “Facciamo così, vengo a dare un’occhiata e mag… Sì. Sì. Diciamo tra un’ora!” appese la cornetta e scambiò uno sguardo perplesso con il vice. “Era Fabbri da Gassino, dice che … boh. Dunque …” si grattò la testa con la penna e riguardò gli appunti, “…il sotterraneo è molto più grande di quanto ho visto. Oltre all’ingresso nascosto da quel mobile libreria c’è un altro passaggio coperto. Si trova in un’altra stanza della cascina e si scende attraverso una botola. Da questa ci si cala in un antro di circa un metro quadro, nel quale è stato ritrovato un cadavere. Si tratta di un individuo, maschio, adulto, deceduto da almeno trentasei ore. I topi si sono divertiti a fare uno spettacolo da film dell’orrore. Quella stanzetta dovrebbe essere una specie di cella provvisoria dove tenevano chissà cosa, prigionieri, reclusi, per ora non si sa. Lì, oltre al cadavere non identificato, ci sono molte altre tracce. Sono stati ritrovati capelli e liquidi … ci vorrà un po’ per avere i riscontri …” cambiò pagina. “Questo buco del demonio è collegato ad un ambiente molto più grande, una stanza enorme, anche qui c’è materiale da esaminare, resti che sembrano umani, ossa e altro. Più oltre, una seconda stanza e infine un corridoio, questo è sbarrato da un pesante cancello che i nostri hanno forzato e … sorpresa sorpresa … prosegue per molte decine di metri fino ad un bivio: da un lato si sbuca verso una botola che porta ad un capanno in aperta campagna, dall’altro lato il corridoio prosegue con successivi sbarramenti. Insomma un discreto reticolo di stanze, corridoi, buchi …” fece una pausa. “Quindi il terzetto che vi ha aggredito è entrato da dove?” “Aspetta. Stanno facendo i controlli … dal capanno, oppure dall’altro lato per ora non esplorato …” “Di Roncati nessuna traccia, altrimenti lo avrebbero detto subito, non è vero?” Migliorino fece una smorfia perplessa. “Qui c’è un nuovo mistero …” “Ne sentivamo il bisogno …” disse caustico Santandrea, “Sentiamo!” “A Fabbri risulterebbero tracce di quattro uomini!” “Cosa? Un quarto uomo?” “Così sembra” “Oh, cazzo!” “Stavo per dirlo io …” Il telefono squillò nuovamente. “Meloni non rompere …” disse sbrigativo Migliorino. “Il Questore dice che aspetta il dottor Santandrea per un aggiornamento”. Santandrea restò in silenzio, come se la notizia di un quarto elemento l’avesse completamente spiazzato. “E chi cavolo potrebbe essere …? Poi … non capisco … per quale motivo non si è messo in luce. No, hanno detto una stronzata! Quando c’è stata la sparatoria un uomo in più dalla loro parte sarebbe stato decisivo … hanno preso una vacca per le palle, te lo dico io” picchiettò con l’indice sugli appunti. “Piras entrò con il rapporto in una mano e un foglietto stringato nella seconda. Un sorriso di traverso sulle labbra, ininterrotto come una paresi. Sembrava tutto contento. “Date un’occhiata a questo. Ce lo manda l’Arma con i migliori saluti”. Lasciò il foglio tra Migliorino e Santandrea, i due si sporsero e il vice iniziò a leggere ad alta voce. “Riservato confidenziale, Uso interno. Centro di elaborazione … Archivio generale … Giorgio Dassault, maschio, nazionalità italiana, nato a Roma nel 1927 da Rodger B. Dassault di professione diplomatico e Hilary Benson. Famiglia originaria del Belgio, emigrata durante il conflitto bellico negli Usa. Laurea in medicina a San Francisco e specializzazione in farmacologia sperimentale a Dallas … Scusate, ma se questo è Belga, come si pronuncia il cognome? Dassòl … Porca di quella maiala schifosa. Dassò - Dassòl!” Santandrea sbatté il palmo della mano sulla fronte. Ma vi rendete contò. Questo è il funzion…” “Leggi più avanti …” ridacchiò Migliorino. “A me diceva qualcosa ma …” rise “C’è da prendersi a schiaffi …” “Perché? Dunque … specializzazione in farmacologia sperimentale a Dallas … non esercita la professione medica, si impiega presso il Ministero dell’Interno nel 53 nell’ambito del quale diventa alto dirigente. Sposato con Afdera Villalta di Solero. Deceduto nel settantotto” Santandrea spalancò gli occhi e rilesse non convinto. Nel frattempo si aggiunsero Carbone e Gargiulo. Poi guardò intorno a sé e tutti risero come se ci fosse da ridere. Migliorino si preparò per uscire mentre Santandrea raccolse il rapporto dei colleghi e iniziò a leggerli. “Vado a fare un giro a Gassino poi …” si stirò “… mi faccio una settimana di sonno filato …” Dalla centrale operativa il verbale stringato dell’unità cinofila con un laconico niente di fatto. Nessuna traccia del Roncati. Santandrea raccolse l’ultima relazione della scientifica, proveniente dall’hotel Principi di Piemonte, e restò per un attimo a guardar le fotografie dell’altra sparatoria, finché arrivò all’immagine dell’uomo riverso a terra, morto, poteva ancora sentire l’eco dello sparo perforare la cornetta del telefono. Dunque era questo, Vittorio Salemi. Non seppe se provar rabbia o compassione. Le fotografie erano spietate come sempre in casi di morte violenta. Il sangue sulle lenzuola. Il foro bruciacchiato dal quale era uscito il proiettile del Salemi. La parola sullo scendiletto stentata ma inequivocabile, tracciata con il proprio sangue: “SCRITT”. Seguivano i commenti balistici, le traiettorie e tutta la teoria di analisi per spiegare che il soggetto era stato aggredito e raggiunto da tre colpi esplosi in rapidissima successione con una calibro nove dotata di silenziatore. Tutti a bersaglio. Roba da esperti. Nessuna notizia sull’interpretazione delle scritte a mano sui foglietti ritrovati nel portafogli. Mentre della donna killer l’unica novità di rilievo stava nel fatto che i documenti trattenuti in fotocopia dall’ufficio del personale dell’hotel, erano falsi. Così come l’indirizzo, dove il controllo aveva stabilito che non c’era nessuna Consuelo Rosa Martynez! Tutto irrimediabilmente falso … con una puzza di Servizi Segreti deviati, da togliere il fiato. E un altro puzzo di rancido, come una matrioska, ad ogni nuova bambola un nuovo cadavere e nuovi veleni in un carosello di misteri incrociati. “Chi tocca Stargate muore!” considerò Santandrea sottovoce. Quando Santandrea bussò alla camera dell’eroico malato, era quasi mezzo giorno. La voce del Commissario, rugginosa come non mai, la poteva sentire da dieci metri di distanza. Stava strapazzando un giovane poliziotto, perché un fotoreporter era riuscito a sgusciare ed era sbucato nella stanza come un commando per rapinare una decina di scatti. Poi era stato il turno della moglie. Voleva radersi. E naturalmente non glielo avevano permesso. Fuori della porta non si contavano i mazzi di fiori ed i biglietti, sembrava la stanza di una diva appena diventata mamma. C’era del ridicolo a vedere un uomo come il ruvido Commissario, tutto famiglia e Polizia, alle prese con il mondo della spettacolarizzazione a tutti i costi. Quando lo vide attraversare la soglia sbottò: “Minchia, Sergio, che sistema di vigilanza avete messo in piedi? Qui è entrato un fotografo che sembrava un guerrigliero! Mi domando, ma se entra ‘no stronzo che vuole fare i conti con qualcuno degli indagati che facciamo? Gli diciamo prego si accomodi. Se vuole farlo fuori per favore non faccia rumore. Per le ammazzatine comunque bisogna rispettare gli orari e il silenzio!?” “Ciao Totò, anche io sto bene grazie …” Il Commissario restò per un attimo basito poi venne fuori una specie di sorriso ed un lamento. “Ciao Sergio. Ho esagerato? Vabbè, ma tu mi conosci! Comunque non mi fate né ridere né incazzare perché mi saltano le costole e si aprono i punti delle cuciture! E facciamo qualcosa per sta vigilanza …” Santandrea lasciò su una sedia la pila di carte e si guardò intorno. “Bella sistemazione, però. Ah, mi hanno detto i colleghi che per la colletta ci sarebbero due opzioni, se vuoi partecipiamo ai costi per la chirurgia plastica, sennò puoi restare così che sembri Niky Lauda, e i soldi li diamo in beneficenza” concluse indicando l’orecchio. Vivacqua mugolò non appena si aprì il sorriso. “Siete dei fetusi. Quando torno vi degrado tutti!” Chiuse le formalità Santandrea impiegò quasi un’ora a riepilogare gli avvenimenti, le analisi della Scientifica, le ricostruzioni fatte fino a tarda notte, la conversazione dal Questore … e lasciò la copia dei rapporti dei colleghi sul letto. “Così …” disse pensieroso Vivacqua, “La Gatti e il Martini ricattavano Rodolfo Roncati. Che deficienti! Ed ecco spiegata la crocifissione ed il resto. Tutto sommato mi fa quasi pena quella poveretta. Quindi, al supermercato sta pazza ha ritirato quello che credeva il pacco con il denaro, è scappata verso l’aeroporto e il Roncati dietro … con un’altra auto, perché la Mini l’ha distrutta contro le nostre auto …” si grattò con delicatezza la fasciatura alla testa. “mah … secondo a mmia … manca qualcosa. Come l’ha seguita? Quante macchine teneva stu fitusu? Qui c’è di mezzo qualcun altro che lo ha scarrozzato fino all’aeroporto. Avete controllato se sul fuoristrada lasciato a Gassino c’è qualche cosa?” “Al Federici durante l’interrogatorio abbiamo detto che c’erano tracce. In realtà la Scientifica per ora non si è espressa. Hanno dato priorità alla cascina, entro domani sapremo di più” “Invece la storia di questo Dassault che si dispera per i figli … come la vedi?” “Boh. Pensa che questo era sposato con la contessa Villalta di Solero, nel frattempo mandava avanti, per quel che ho capito, il lager di Isola Madre sul Lago Maggiore, ha fatto due gemelli … con una ricercatrice americana che si chiama Kate Kossowichtz, ho dedotto dal materiale che ho ricevuto e tradotto, li ha deviati, distorti, imbruttiti poi sparisce. Lo danno per morto. Uno dei figli, Rodolfo, si sposa con la figlia naturale … pensa che casino … Da chissà dove, continua ad interessarsi degli Angeli Neri, spunta fuori che è addirittura lo Ierofante, cioè il massimo esponente segreto della setta. Se questo si riprende dall’infarto c’è da fare un interrogatorio di quindici giorni per ricostruire tutto il percorso”. “Tu cosa ne pensi della storia del quarto uomo?” domandò Vivacqua. “Non ci credo, devono aver sbagliato, non può essere che così. Del resto che senso avrebbe?” “Eppure … due sono le cose. Le impronte potrebbero essere quelle del Roncati in fuga e così tornerebbero i conti … Oppure …” il Commissario prese il proprio foglio delle indagini, “… oppure ancora una volta siamo di fronte ad un’azione di recupero. Un senso, volendo, ci sarebbe!” “Non ti seguo. Che recupero …” “Prova a pensarci e dimmi se non ti vengono i brividi. Puoi guardare a questo caso come ad un intreccio maligno, al centro del quale stanno due omicidi plurimi scambiati per convenienza tra il Roncati ed il Martini. Vista così, la questione si può dire risolta. Non manca nulla per incastrare ogni singolo alle sue responsabilità …” fece una pausa, “… ma se invece il cerchio lo vuoi chiudere sul serio, ti accorgi che un altro filo, ingarbugliato al precedente, ad un certo punto se ne va per i fatti suoi. Disunito, e soprattutto irrisolto …” “Ti riferisci a Stargate?” “Parlo di Stargate, ma soprattutto di Angeli Neri. Ho commesso un errore gravissimo, e solo ora me ne rendo conto. Non ho creduto nella loro esistenza e soprattutto nella loro organizzazione … e dire che cercavo proprio l’organizzazione” disse desolato. “Parlavi di recupero …” “Sì. Prendi per esempio la perquisizione a casa della Lombardi e del Ferro. Io la chiamo recupero! Prova a pensarci. Il cadavere della donna quasi quasi è ancora caldo e questi si precipitano nel suo appartamento. Cosa prendono? Il computer. Perché? È ovvio: se da qualche parte ci può essere un collegamento … di certo sta su un computer. Ma vedrai, non appena si rimetterà ordine nell’appartamento, si scoprirà che non ci sono né rubriche, agende, diari … Niente! Dal Ferro, non so perché lo hanno fatto, ma prima o poi mi verrà un’idea. Insomma, non c’è un nome, un indirizzo, un gruppo. Niente! Questa gente della setta … chi è? Poi, quel tale ammazzato all’hotel. Quello della scritta. Sparito il computer ed il resto. Questi come fanno a sapere, spesso prima di noi, quando sono in affanno, un secondo dopo di noi, lo svolgimento delle indagini. O c’è una talpa nel nostro ufficio … scusami Sergio, ma anche tu adesso dovrai spiegarmi meglio la tua posizione … oppure, e qui sta il mio secondo errore, li ho sottovalutati, sono terribilmente potenti. Hanno informazioni in diretta da gente in posizione altissima …” “Manca il riferimento al recupero a proposito del quarto uomo!” incalzò Santandrea. “A Gassino qualcuno stava nell’ombra, non posso dire se faceva parte dei tre che ci hanno assaliti, potrebbe … ma pure no! Questo quarto, supervisionava gli avvenimenti. Stava lì per proteggere il capitale più importante …” “Rodolfo Roncati! E lo ha aiutato a fuggire. È questa l’idea? Perché non recuperare la Lombardi, o Dassault? Il capo dei capi”. “Probabilmente poteva salvare capra e cavoli. Ammesso che si parli di un uomo e non una donna, un killer e non un impiegato ... Saltava fuori pure lui nel buio e in quattro ci ammazzavano tutti. Ma l’istinto mi dice che ha fatto una scelta. Lombardi e Dassault insieme fanno circa centocinquanta anni. E non hanno i poteri di Roncati. Su quell’uomo ci sono trent’anni d’investimenti preziosi. Può ancora essere utile, gli altri due … erano al capolinea … oltre ad essere responsabili della caduta dell’impresa …” disse con cinismo. “I loro capi, fratelli, consociati, avrebbero comunque dovuto fare pulizia, chiamali CIA, Sismi, Templari, Massoni … hanno approfittato della situazione. Sono stati a guardare e hanno deciso all’istante: Roncati in cambio di tutto il resto. Questa è anche una soluzione conveniente da presentare al resto dell’organizzazione … Sono morti due alti fratelli. Onore ai fratelli caduti, ma abbiamo salvato … eccetera eccetera …” fece imitando la voce di un santone. “E tutti pregano i loro demoni con più fervore di prima … ricominciano a spartirsi poltrone pesanti e denari!” Santandrea storse la bocca. Non era convinto. “Davvero ti pare possibile una lettura così, così …” “Lo so. Non posso provare niente. Però la vedo così. E c’è un’altra cosa che mi rode … hai portato i verbali dei giorni scorsi? Inclusi i miei?” “È tutto lì, in fotocopia …” fece segno verso la sedia ed il mucchio di documenti. “La chiave per risolvere tutto, anche il filo scollegato, ce l’abbiamo. È in quelle carte!” sbadigliò. “Mi è sfuggito un particolare, continua ad apparirmi davanti agli occhi senza fermarsi il tempo di ricordare … Ma adesso, se vuoi, tocca a te. È un buon momento per dare spiegazioni, te la senti?” Santandrea abbassò la testa, prese un lungo respiro ed iniziò … “Premetto che posso confermare l’intenzione di dimettermi se lo riterrai giusto …” proseguì per dieci minuti senza omettere nulla. “Così torniamo alla domanda di un paio di giorni fa, del sottoscritto al Questore: qualcuno vuol fottere Roncati e altri invece lo proteggono. Chi vincerà?” commentò al termine del racconto del vice. Restò per un lungo momento in silenzio e riprese, “Per quanto riguarda la tua scivolata …” fece la faccia perplessa, “In fondo ti capisco. Anche io ci ho pensato più di una volta a lavorare con quella gente. Magari se, come te, avessi avuto un capo scassaminchia come a mmia … magari quel passo l’avrei fatto …” “Che facciamo Totò?” “Per ora, proprio niente. Per adesso è una faccenda interna. Mi fido di te e questo non mi pare un fatto che necessita di cure urgenti. Ne riparleremo, a bocce ferme … per usare parole tue. Adesso sono stanco, vorrei concludere questo casino, e ti devi mettere in moto tu. Entro questa sera voglio tutto a posto. Risolto. Che cosa possiamo fare in attesa che la scientifica produca qualcosa in più?” Erano trascorse meno di ventiquattr’ore dall’esecuzione di Vittorio Salemi all’hotel Principi di Piemonte, e il Colonnello della Stazione Sismi, celata sotto le apparenze della Interword, continuava a trafficare per ricostruire gli avvenimenti. I programmi per un fine settimana lungo, al mare con tutta la famiglia, cominciavano a vacillare, il matrimonio avrebbe subito un altro scrollone pericoloso, ma per la verità dietro l’angolo c’erano rischi peggiori. Doveva stare attento, molto attento. Considerò nel concludere il traffico di comunicazioni in affollamento sul computer. De Sanctis ed il senatore Pagani lo avevano bruciato sul tempo. “Maledetto tempo” sibilò. Era stato il punto debole dell’operazione fin dai primi passi. Tutta la notte si era rigirato nel letto senza chiudere occhio. Come diavolo erano riusciti a scoprire la tana del lupo. Come lo avevano localizzato? Salemi era uno sveglio, esperto, pericoloso, forse aveva commesso una leggerezza? Oppure … ancora peggio … la CIA si era messa in moto da molto prima, stavano addosso al Bertalli. Non c’erano altre ipotesi. E la seconda era così probabile da avere il sapore della certezza. Altrimenti come era stato possibile infiltrare un killer nel personale alle camere dell’hotel? Il Salemi non si era sbagliato! Considerò amaro. Era stata la CIA, e il Sismi si era buttato a terra come uno zerbino per dare appoggio e recuperare il sicario. Una decisione lampo. Se avessero tardato un paio di giorni forse si sarebbero trovati con un pugno di sabbia. “Un paio di giorni …” riflettè, “Un’enormità …” E adesso? Quanto tempo avrebbero impiegato a scoprirlo? Quanto ci avrebbero messo a trovare anche lui? Sentì una folata d’ansia artigliare lo stomaco. Per gente del mestiere, capire che dietro tutto c’era Maestri, non rappresentava alcuna difficoltà. Anzi, probabilmente lo avevano già riconosciuto. Era meno semplice arrampicarsi fino alla sua complicità. Ma … di certo non poteva trastullarsi appresso alle ipotesi … alla speranza. Forse sarebbe stato più prudente tenersi distante dalla famiglia per un po’. Magari mandarli dai nonni per qualche settimana … fino ad elezioni concluse almeno. Il tempo di capire come girava l’aria. Maestri non avrebbe vinto e lui restava con il culo per aria come un merlo, senza coperture, anzi, peggio: Pagani sarebbe diventato primo ministro e gliela avrebbe fatta pagare cara. Un rivolo di sudore serpeggiò sulla fronte. Doveva tirarsi fuori da quel casino. E, tanto per cominciare, non avrebbe più aiutato Maestri; se voleva far pubblicare Stargate se la doveva sbrigare da solo. Basta rischi per nulla. Pensò scorrendo le stringhe sul computer. Non era più riuscito ad intercettare Pagani e questo era un altro brutto segnale. Si domandò se non avessero capito di essere ascoltati, se avessero trovato il buco nel sistema … Cercò sul monitor le stringhe sfumate di azzurro per restare deluso nel constare ancora una volta l’assenza di messaggi. Vide sullo schermo una conversazione rubata ad Echelon e s’incuriosì. La frase pescata poteva essere una delle mille inutili, ma meglio non dare nulla per scontato: “… il pacco per il laboratorio è pronto …”. Provenienza periferia di Torino. Il comunicato era del giorno prima, intorno alle diciassette. Indossò la cuffia e ascoltò. “Il lavoro è completato …” disse una voce americana che il colonnello riconobbe con facilità. Era Peter Sullivan. Questo bastò a farlo irrigidire. “Perdite?” disse l’altro. “Sì, purtroppo …” rispose laconico. “Cosa lasciamo per strada?” “Il numero uno …” la comunicazione crepitò. “… il vecchio e la scorta personale … non credo abbiano speranze …” “Siamo dovuti intervenire?” “C’era il rischio di compromettere tutto. Ho preferito dare priorità all’incarico …” “Hmm. Gli altri?” “Il vecchio è grave. Uno dei due di scorta è stato catturato, l’altro è morto. Anche la donna è morta … Ho preso il nostro …” “Un risultato accettabile … In che condizioni è?” “Il pacco per il laboratorio è pronto. È necessaria assistenza medica, è malconcio, quasi in coma. Provvedete dalla sede, dopodiché potremmo spedirlo nei nostri ospedali … direi domani in mattinata …” “Lo stanno aspettando … Ma se è grave non lo vorranno … non serve a nulla!” “È una decisione che dovete prendere laggiù. A Roma avete concluso?” “La decisione è stata presa. La soluzione definitiva è già … nel sangue. Ancora sei, sette ore!” La comunicazione si chiuse senza altri scambi. Il colonnello restò a guardare davanti, quasi assente. “Gli Angeli e la CIA” concluse. Ancora loro … “Che diavolo hanno architettato … e di quale soluzione parlano? Una soluzione definitiva … a Roma …” deglutì. Improvvisamente si sentì in pericolo. “Potremmo dare un’occhiata al rapporto su quel Vittorio Salemi” “Che cosa sappiamo di lui?” “Niente per ora. Aspettiamo dall’Arma informazioni certe. Anzi … adesso chiamo io …” Santandrea pigiò i tasti sul cellulare e aspettò. Quando fu in linea domandò del Capitano Ferilli e aspettò ancora. “Ciao Ferilli, sono davanti ai resti del nostro Vivacqua e …” il Commissario si toccò, “… ci stavamo domandando se anche questa volta potevamo contar… siiiiì … sta benone, nooooo, tutta scena per prendersi … esatto, un po’ di riposo extra. Tu la sai lung… ce l’ho qui davanti, sta mangiando cannoli siciliani e beve zibibbo, scoppia di salu… ma certo, te lo saluto. Dicevo se puoi darmi un anticipazione su quel Salemi. Ah, l’avete mandata in Centrale dieci minuti fa? Puoi dirmi due parole a voce? Sì …” iniziò a prendere appunti, “… sì, ah, capito … sì, ma dai? Hmm … ah, vvva … ok, sei un amico …” Santandrea chiuse la chiamata, si girò verso il capo e disse: “Indovina?” “Servizi? Sismi?” “Lei ha vinto un pesce rosso! Sismi! Decorato, missioni dappertutto, interfaccia con l’Onu. Con il Patto Atlantico, coordinatore di non ho capito che diavolo di Commissione … In precongedo volontario dal gennaio novantasei. Un tipetto! Da qualche tempo si occupava soprattutto di sicurezza, scorte, investigazioni private …” “E che cippa combinava uno così in quell’albergo, ma soprattutto … perché stava così avanti nelle indagini, perché era andato a Stresa, e poi a Bordighera …” “A Stresa c’è andato per installare i binari sui quali farmi girare a modo suo!” disse Santandrea. “Fin qui mi pare chiaro. La domanda è: perché” “Facile. Tutte le informazioni raccolte avevano in qualche modo un collegamento con Roncati e con Stargate!” “Quindi questo signore, pace all’anima sua, faceva parte di coloro che vogliono fottere Roncati e anzi, prima di tutto … Stargate. E qui le cose non quadrano più!” “Già. Perché, un uomo ex Sismi, si da tanto da fare per scoperchiare il sepolcro imbiancato del suo ex datore di lavoro?” Vivacqua grattò delicatamente la barba ispida. “Bisognerebbe chiederlo a lui …” prese il foglio delle indagini come se lì, da qualche parte, ci fosse la risposta alla questione. “Beh, volendo, le ragioni potrebbero essere mille. Conti in sospeso, magari, spirito di rivalsa … chennesò: vecchie ruggini, una vendetta …” “Comunque, a Stresa ha fabbricato i contatti e le pseudo prove per ricavare le tracce sulle origini di Roncati e non solo. Torino era la base operativa. Ma a Bordighera? Cosa ha combinato” “Bordighera è il luogo ove è stata assassinata la coppia Villalta di Solero. Non vedo il collegamento con il resto di questo pasticcio … C’è la villa …” lasciò in sospeso la frase. “Eppure il motivo ci deve essere, non riesco proprio a vedere un semplice caso fortuito. Gli è venuto in mente di andare laggiù così … a farsi un bagno e prendere il sole! Ridicolo …” “Non credo neppure io al caso. Quello era sempre un passo davanti a noi. È andato laggiù per una ragione precisa. Voleva che raccogliessimo delle prove … come ha fatto con Stresa e l’orfanotrofio. Voleva farci trovare … magari un altro pezzo di dossier …” “Hmm, mica male come idea. Ma non poteva lasciarla a Torino? Magari nella villa in collina del Roncati. Se, come dici tu, avesse voluto lasciare altre tracce di Stargate, e visto che quella era stata la casa di Giorgio Dassault … perché non a Torino?” “Hai ragione. Forse siamo sulla strada sbagliata. E poi, un’altra cosa che non capisco è questa gimcana, questa caccia al tesoro. Che minchia di perdita di tempo si è inventato? Vuoi inchiappettare un tuo vecchio superiore, o uno stronzo al quale vuoi far passare un brutto quarto d’ora? Allora prendi sto coso, sto dossier e lo spedisci chennesò ai giornali. Ci puoi anche fare dei soldi con quel materiale. Hai presente i militari e i politici di quell’epoca che dissent…” “Totò? Cos’hai detto?” “Stavo dicendo dissenteria … ai politici!” “E adesso ci sono le elezioni!” dissero in coro. “Madonnuzza santissima” esclamò Vivacqua. “Un ricatto ad un pezzo grosso?” “Mah … allora era migliore l’idea dei giornalisti!” considerò scettico Santandrea. “Non c’era bisogno di tutto sto casino … se la sbrigava con la vittima direttamente: O mi dai un sacco di soldi oppure mando il materiale ai giornali. Chiusa la faccenda” “Sono d’accordo”. Vivacqua tentò di cambiare posizione sollevandosi di un millimetro alla volta. “Però …” sbuffò dalla fatica. “… quel messaggio che significa? SCRITT! Prendi il dizionario, per favore, un’idea mi era venuta …” Santandrea fece il giro del letto, proprio mentre alla televisione passavano le immagini della conferenza stampa tenuta in Prefettura. Poi passò la fotografia della professoressa Lombardi, infine un giornalista fermo davanti alla Questura di Torino. Prese il tomo dal comodino e lo portò sulla esse. “Quale idea?” domandò. “Leggi Scritturalismo, dimmi cosa ti pare” Santandrea studiò la definizione, restò per un attimo a ragionare, poi alzò lo sguardo al soffitto. “Non ci trovo niente di collegabile!” sentenziò. “La Torino magica, le sette, i demoni, la contrapposizione con le forze del bene, le Sacre Scritture …” “Totò, se vuoi ci possiamo vedere quel che vogliamo, anzi, se all’inizio di questa storia mi avessero detto che una zingara cieca disegnava un indizio determinante a proposito del demone dei Templari, lo avrei preso a calci. Per non parlare del veggente! Quindi a questo punto …” “Però non la vedi …” “Francamente no. E anche se la vedessi, non saprei da che parte iniziare una ricerca …” Santandrea restò ad esaminare la pagina biascicando tra sé, “Scritt, Scritt … Scritto, non mi dice niente … scrittoio: mobile …” “Scrittoio?” Un bussare esuberante sull’anta della porta fece sussultare entrambi. “È qui che se la spassa il poliziotto più fortunato dell’anno? Quello che si busca due pallottole e praticamente non rimedia manco un graffio?” esordì un tale nerboruto, carnagione olivastra, abbronzato, capelli neri cortissimi identici al nero di una barba fitta e scura come una spazzola. A capovolgerlo si poteva ottenere quasi lo stesso risultato. Un tutt’uno di colore e peluria. Vivacqua e Santandrea si scambiarono un’occhiata fugace, entrambi con la stessa domanda a fior di pupille. “Sono Giovanni Loy, da Sanremo … come va?” disse l’altro interpretando al volo l’occhiata. “Loy? Giusto te …” rispose Vivacqua improvvisamente elettrizzato. “Non so ancora per quale motivo, cioè ho un’idea ma, siediti!” Ordinò, “Dimmi una cosa, secondo te, nella villa di Bordighera della defunta contessa Villalta … se cercassi uno scrittoio … lo troverei?” Loy rivolse uno sguardo misto di compassione e tenerezza. Il poveretto doveva aver perso qualche rotella. Quel colpo così vicino alla testa non lo aveva ammazzato ma … forse sarebbe stato meglio. “Hmm …” tossicchiò impacciato, “Mi chiedi cosa ...?” “Lo so, sembra stravagante, ma ho le mie buone ragioni. Secondo te in quella villa al mare, tra i tanti mobili c’è uno scrittoio?” “Non saprei … è difficile da dirsi, oltretutto la maggior parte dei mobili è coperta. È una cosa importante?” “Molto!” replicò senza giri di parole. “Vorrei controllare, puoi darci una mano?” “Adesso?” “Subito!” “Beh, potrei telefonare al mio vice e …” “No. È troppo importante. Vorrei che andassi di persona, verrebbe con te il dottor Sergio Santandrea, scusa non vi ho presentati …” “Ma anche ci fosse uno scrittoio … che te ne fai?” domandò Loy perplesso. “Voi trovatelo … controllate che cosa c’è dentro, poi ci sentiamo al telefono!” Santandrea e Loy si guardarono indecisi se fare resistenza o accettare. “Scusa, ma che cosa ci dovrebbe essere secondo te?” disse Loy. “Non lo so. Ma se c’è, ve n’accorgete subito …” “Forse è la traccia più stravagante mai sentita fino ad oggi. Tu comunque sei sicuro di stare bene, sì?” “E se fosse nascosto?” domandò Santandrea, “… voglio dire … in quel genere di mobili un tempo gli ebanisti intagliavano cassetti segreti, ripostigli per custodire un gioiello … ci vorrebbe un falegname, qualcuno che se ne intende …” “Quello non è un problema. So io a chi rivolgermi …” “Allora muovetevi … Loy, Santandrea ti spiegherà durante il percorso che cosa stiamo cercando …” Loy parchèggiò l’auto davanti alla villa di Bordighera alle quindici e trenta spaccate, Santandrea avrebbe vomitato, se la dignità e il mestiere non fossero stati un ostacolo di poco conto. Lungo la strada c’era stato modo di raccontare il complicato intrigo, anche se l’andatura di Loy era stata una complicazione imprevista: non aveva nulla da invidiare ad una prova di rally. Il tutto intercalato dalle telefonate ora dell’uno, ora dell’altro. Loy si era messo d’accordo con il suo vice, Gabrielli, per organizzare una visita veloce alla villa, con annesso esperto di mobili antichi. Santandrea, si era sentito con Migliorino per gli aggiornamenti del caso e soprattutto a proposito del Roncati. Assente ingiustificato, semplicemente sparito. L’ordine di cattura era stato regolarmente spiccato, si trattava di lavorarci sopra. La Scientifica non aveva sciolto le riserve su troppe cose nella cascina di Gassino, ma sulla questione del quarto uomo, ormai parevano essersi solidificate le posizioni, Fabbri insisteva sulle evidenze: c’erano i riscontri. Per il resto, a parte il ritrovamento di capelli della Gatti nella Dodge, non c’erano grandi novità. Quel Federici non diceva la verità e presto lo avrebbero inchiodato. Santandrea fece la conoscenza del Gabrielli, suo omologo nel commissariato di Sanremo, e di un tale male in arnese, pallido, grasso, sudaticcio, basso, con i capelli lunghi e unti incollati alla fronte, vestito di un costoso abito di lino chiaro che addosso a lui sembrava un sacco mal tagliato. Aveva la faccia del ladro ma si vedeva che sotto le apparenze dimesse c’era dell’altro. Teneva gli occhi liquidi bassi, periferici e timidi come se una colpa non espiata fosse sospesa sul capo. Lo presentarono come architetto Aschieri. Loy aggiunse: antiquario, collezionista conosciuto e … furbetto recidivo. Tolsero i sigilli dagli ingressi ed entrarono nella villa. Era una giornata splendida a Bordighera, solare, luminosa, forse appena afosa nonostante una brezza gagliarda proveniente dal mare. All’interno della casa, invece, le grandi palme e gli scuri avevano lasciato una temperatura quasi primaverile. Loy girò alla ricerca di un interruttore, accese la luce e si rivolse all’architetto. “Le abbiamo chiesto di accompagnarci in questa gita, perché abbiamo bisogno di una consulenza. Vorremmo che c’indicasse un mobile … uno scrittoio …” L’altro abbassò lo sguardo. “… per favore, vuole dare un’occhiata e individuarlo per noi? Naturalmente può sollevare le lenzuola se necessario, ma per favore non tocchi nulla … mi raccomando. Si limiti a identificarlo” L’architetto Aschieri accennò un sì e, senza dire una parola, si mise in moto. Girò per la casa come un automa, quasi senza anima, buttando l’occhio e di tanto in tanto sollevando lenzuola polverose. Fece il giro con metodo, poi al piano superiore, in una stanza impersonale, indicò un lenzuolo appena sollevato su un lato. “Questo …” disse. I tre poliziotti si guardarono per un secondo. Santandrea sentì un fremito. Se Vivacqua aveva intuito bene, tra poco avrebbe saputo perché Vittorio Salemi era morto, e per cosa lui stesso aveva venduto l’anima. Stargate, pensò, un nome da cacciatori di stelle, da visionari. L’architetto scoprì il mobile con un gesto sapiente, come lo avesse fatto mille volte. Lo guardò e fece una smorfia. Niente di speciale. Ben fatto, tardo ottocento italiano, una delle infinite varietà artigianali. Noce, intarsi ben equilibrati, finiture in ottone. Originale, mai restaurato. Bel prodotto. Valore di mercato intorno a dieci, dodici mila euro. “Qualcosa che non va?” domandò Loy. “Nulla. Nulla!” si affrettò a rispondere il bassotto. Il Commissario indossò un paio di guanti, si avvicinò al mobile, aprì le ante e iniziò a rovistare. Non c’era granché. Qualche faldone, carte sparse, quaderni impilati. Loy si fece aiutare e poco per volta svuotò il mobile. Santandrea ricevette le carte e, come per tacita intesa, prese l’incarico di controllare la documentazione. Sfogliò tutto con cura per concludere che si trattava dell’archivio amministrativo di casa, gli estratti conto delle banche, le buste paga dei dipendenti, bollette, spese per piccole ristrutturazioni, libretti di istruzione e garanzie di elettrodomestici, piccola corrispondenza di famiglia, auguri … niente di utile. Loy guardò di sottecchi il “consulente”, accese una sigaretta e disse: “… C’è qualcosa che può esserci utile, magari in un cassetto nascosto?” L’architetto non fece un gesto. Si portò a lato del mobile e fece ruotare un fregio. Tutti udirono distintamente lo scatto di una molla e un tiretto laterale, della grandezza di due pacchetti di sigarette, sobbalzò in avanti. Tutti si guardarono per un momento, poi il Commissario allungò una mano ed estrasse il contenuto. Lo sfogliò senza interesse e passò il mazzo di Tarocchi a Santandrea, il quale soppesò le carte da gioco e le restituì. No. Non era quello che immaginava di trovare Vivacqua. Era deluso, scosse la testa e sprofondò le mani in tasca. “Bene …” disse costernato, “… direi che la gita al mare si conclude qui …” “Mi dispiace Santandrea, sinceramente. L’idea non era male”. Loy girò i tacchi e si avviò verso le scale. Discesero in silenzio la scalinata dove la contessa era ruzzolata nel tentativo di fuggire alla pazzia di Ugo Martini e della complice. Giunsero nel grande atrio si guardarono intorno e … Loy e Santandrea si scambiarono uno sguardo fulminante. Entrambi puntarono il dito verso un punto, una parete in fondo dove sulla tappezzeria era rimasto un rettangolo più chiaro compreso tra due quadretti. A terra una pila di scatole, vecchi elenchi telefonici di diverse città, carte e cianfrusaglie sparpagliate. Di lato, sulla sedia con braccioli, un apparecchio telefonico e un lenzuolo attorcigliato, per terra, sul marmo, una strisciata scura ed eloquente. Loy si voltò di scatto verso il bassotto che fece immediatamente un passo indietro. “Commissario, glielo avrei detto tra un secondo … lo giuro, morissi in questo momento …” biascicò in un falsetto spaventato. Loy puntò un dito e si limitò a guardarlo minaccioso. “Cosa mi avresti detto tra un secondo?” ringhiò. “Che … che io, oh, Santo cielo … io … lo avrei restituito. Prima non conoscevo la provenienza … ma adesso …” “Vieni al dunque …” “Insomma, quel ragazzo, il Gabitti mi ha venduto un secretaire, un oggetto molto comune, niente di valore … ma non credevo, cioè, non pensavo che … voglio dir…” “Dov’è adesso?” “A casa mia, a Cervo!” soffiò. “Se avessi saputo che interessava alle indagini, lei capisce io non mi sarei …” “Portaci immediatamente. Ti avverto, architetto dei miei coglioni, se mi accorgo di qualche stronzata mando via tutti e restiamo soli io e te per dieci minuti …” fece scrocchiare le dita e l’altro quasi si piegò sulle ginocchia. Gabrielli guidò la sua auto e Loy, Santandrea e l’architetto Aschieri nel secondo gruppo. Tutti in assoluto silenzio fino a quando non furono in vista di Diano Marina e della segnaletica per Cervo. “Ecco, prenda a destra”, disse l’Aschieri. Così non si infila nelle stradine, sa … questo è un borgo antico, alcune parti risalgono al duecento, altre al trecento, quando Cervo passò sotto il dominio dei Cavalieri di Malta e …” Santandrea si voltò sfoderando un’occhiata al cianuro. Il solo sentir parlare di Cavalieri e Ordini religiosi, ospedalieri o templari che fossero, lo mandò fuori dei gangheri. L’altro si zittì all’istante. Posteggiarono e l’architetto fece strada verso una palazzina nobile, aprì un pesante portone, attraversò il cortile e subito dopo aprì un portoncino proprio di rimpetto all’ingresso principale. Spalancò per fare luce e un laboratorio di falegnameria si presentò allo sguardo dei presenti. Lo scrittoio era lì. Indifferente, quasi sorpreso di tanta curiosità. Aschieri ci girò intorno, passò una mano per una carezza affettuosa e riprese. “È stato conservato bene. Mogano con intarsi di un certo pregio. È di provenienza francese, databile intorno al …” “Aschieri. Non siamo qui per turismo. Apra questo maledetto mobile”. Il bassotto batté le palpebre ed eseguì. Vuoto. Sportelli, cassetti, tiretti e ripostigli. Non c’era nulla. Santandrea sospirò. Loy perforò l’uomo con uno sguardo inquisitorio. “Prosegua … dica la verità e forse potrà contare su un aiuto in tribunale …” L’uomo abbassò lo sguardo. Fece qualche piccolo sì, girò verso un banco da lavoro, avanzò qualche passo e si accomodò ad una scrivania, aprì un cassetto ed estrasse un robusto plico di fogli apparentemente anonimi. Distese il braccio e li passò al Commissario. “Non pensavo fossero … importanti, è roba vecchia, degli anni sessanta. Non ho guardato cosa dice …” mentì. Loy prese il fascicolo, aprì la copertina e … la mostrò a Santandrea. “Stargate” diceva il titolo in centro al foglio. Loy e Santandrea si salutarono a Cervo con le intese necessarie a soddisfare la burocrazia, relazioni, verbali e compagnia bella. Questo naturalmente per le formalità. Per il buon rapporto Santandrea promise di tenersi in contatto e aggiornare il collega sugli sviluppi. Gabrielli prese in consegna il proprio omologo e lo scarrozzò sulla strada per Torino. Dall’auto Santandrea chiamò Vivacqua una prima volta che mancavano pochi minuti alle diciotto. Dormiva, disse la moglie, lui restò per un attimo indeciso se farlo svegliare, ma alla fine scelse di lasciare un messaggio: “Dica a Salvatore che abbiamo fatto centro. È finita”. Dopodiché si tuffò nel dossier e si lasciò avvolgere dai vapori tossici di Stargate. All’inizio sfogliò le pagine leggendo poche righe senza una meta precisa, giusto per orientarsi tra relazioni, rapporti, descrizioni mediche, test di laboratorio e avanti … sempre più in profondità, in un mondo che subito, al primo avvicinamento aveva la particolarità di mettere a disagio un lettore impreparato. Chiunque al primo contatto poteva sentire in modo tangibile l’imbarazzo e la soggezione che solo la pazzia sa trasmettere. Il sapore dolce amaro del sogno che si trasforma prima in visione, poi in incubo. L’idea antica quanto le leggende di un nuovo uomo, di una razza superiore, di un semidio ma capovolto, espropriato, servo di potenti, non eroico condottiero, guida o riferimento, ma schiavo. … Il convincimento di possedere il dono soprannaturale di crearlo in laboratorio come un qualsiasi rimedio contro il raffreddore. O come un automa, programmabile e utilizzabile a comando. Il centro italiano era una fabbrica di soggetti speciali, di angeli senza ali. Questa voleva essere la finalità. In modo analogo a quanto fatto negli Usa e probabilmente altrove. Per la realizzazione degli scopi non avevano fatto un passo indietro di fronte a nulla. Nessun ostacolo etico, morale, sociale, umano, era stato sufficiente a farli riflettere. Volevano i loro mostri e non avevano ceduto di un centimetro. Santandrea era disgustato. Non sorpreso. Del resto attraverso le indagini erano giunti ad un passo dal capire le vere finalità di quel misterioso istituto nel bel mezzo di un lago pacifico e insospettabile per troppi motivi. Certo, se quel Salemi non lo avesse messo sulla pista probabilmente le indagini si sarebbero fermate proprio davanti ai cancelli del mistero. Alzò la testa dai fogli per riflettere. Perché Salemi si era tanto preso a cuore una storia così torbida … per ragioni personali, o c’era qualcosa che continuava a sfuggire. Salemi non era un missionario, un cavaliere senza macchia con la lancia, il cavallo bianco eccetera. Anzi. Probabilmente aveva un proprio tornaconto; ma forse anche lui si era indignato per tanta volgare smania di potere e si era messo in gioco personalmente, aveva spinto la partita oltre i limiti della professionalità … allora chi stava dietro, a tirar le fila. Chi voleva far saltare il coperchio a quel pentolone di rifiuti? Che interesse aveva dopo tanti anni di silenzio? Salemi era pagato, considerò Santandrea tagliando corto su ipotesi instabili e peregrine. Allora la prima domanda, quella autentica, casomai era: Chi pagava la parcella? A trovar la risposta saltava fuori tutto il resto. Il vice commissario si soffermò sui grafici che teorizzavano lo sviluppo della sensibilità attraverso la visione elettromagnetica quantica, gli allucinogeni … l’autismo … e scosse la testa. Sembrava incredibile. Gabrielli, alla guida, pensava ai fatti suoi. Fuori dei finestrini c’era tutto un mondo inconsapevole di trame, condizionamenti, servizi segreti, spie e controspie. Un mondo di campagne, alberi, rigagnoli e banalità; che viveva ignaro, scollegato dalla follia dell’avere qualcosa di più, dal comandare un po’ di più … o forse, no? Forse era lui così suggestionato dal non vedere più la realtà. Dall’aver perso il senso della misura e delle cose. Dal fare confusione tra mondo ideale e vita vissuta. Come se il mondo fosse una mela spaccata a metà: marcia o buona, senza vie di mezzo. Il trionfo della generalizzazione. Santandrea lasciò andare una manata nell’aria. Era confuso, stanco, stomacato. Mancava poco a Torino, il casello di Marene sfrecciò a lato ancora illuminato da un sole disinteressato alle insignificanti stupidità di esseri così piccoli da essere ininfluenti. Il portatile squillò e sullo schermo comparve il nome di Vivacqua. “Ciao Totò … venti minuti e siamo da te …” “Che cosa volevi dire con: è finita!” brontolò il malato “Ti racconterò a voce. Abbiamo recuperato della documentazione in uno scrittoio …” “A Bordighera?” “È stata necessaria una piccola deviazione … adesso sarebbe dispersivo raccontarti. Comunque il Salemi in effetti aveva lasciato qualcosa per chi avesse voluto cercare con cura … ed è qui con me” “Che cos’è” “Stargate!” Seguì un breve silenzio. “Gli hai dato un’occhiata? È roba autentica?” “La sto guardando. Non posso dire se è un tarocco. Però per quel poco, coincide con tutte le risultanze. Vedrai …” “Sbrigati, e occhio a dove metti i piedi!” “Perché?” “Perché lo dico io!” concluse sbrigativo. Santandrea tornò a sfogliare il dossier, c’era molto da leggere e da studiare. Per capirci qualcosa sul serio sarebbero stati necessari approfondimenti lunghi. Ma il succo, il concetto, la pazzia … quella si poteva cogliere a prima vista. Gabrielli imboccò l’uscita della tangenziale e subito si confrontò con lo spessore del traffico cittadino di Corso Unità d’Italia. Inserì la sirena e proseguì senza alzare il piede dall’acceleratore. Superò i cancelli dell’Ospedale Molinette facendosi largo tra giornalisti e auto di servizio della Polizia, quando mancavano pochi minuti alle venti. Santandrea varcò la soglia della camera e intravide la signora Assunta, Migliorino e Carbone. Il Commissario Vivacqua stava ragionando con Migliorino a proposito di Gassino. La Scientifica aveva ancora rimandato il rapporto. Per ora c’erano una serie di congetture tutte da approfondire. Era stata ricostruita la pista seguita dal Roncati per la fuga e, nel frattempo, si era accertata la presenza del quarto personaggio. Era il responsabile della fuga, nessun’altra spiegazione stava in piedi. Aveva prelevato Roncati nello scantinato per condurlo oltre il corridoio verso l’uscita che dava sul casotto degli attrezzi ai margini tra il campo coltivato a grano e la vigna. Tracce di pneumatici da fuoristrada erano state rintracciate ad un centinaio di metri, in direzione opposta alla strada principale. “Secondo me …” commentò l’ispettore, “… la cosa potrebbe stare in piedi. Mentre prima non avrei saputo spiegare come un tipo distrutto, sanguinante, perso nella pazzia … fosse stato capace di scegliere il momento buono per squagliarsi, orientarsi da solo in quel buio e far perdere le tracce …” scosse la testa, “… voi non l’avete visto, io ce l’avevo quasi davanti al naso … quello era partito, ve lo dico io. Poi ho dato un’occhiata ai nastri e non si capisce quasi niente. Però un paio sono in condizioni meno disastrose di altri, uno in particolare, deve essere stato registrato di recente e si vede una tavolata con molte persone … la telecamera è puntata verso il fondo, purtroppo c’è poca luce, ma si riconoscono la Lombardi e il Roncati … bisognerà esaminarlo per gli altri volti … poi, in quel buco diabolico dove è stato ritrovato il cadavere sconosciuto, abbiamo il riconoscimento formale, si tratta di Lorenzo Prati, trentotto anni, scapolo, residente in Torino, ingegnere della Fiat, incensurato … il resto è poco significativo. Una squadra è nell’appartamento per i rilievi del caso. Mentre i liquidi, i capelli, e le altre risultanze appartengono a più soggetti, tra questi certamente Barbara Pandolfi … che …”. Vivacqua fece segno di fermarsi. Da quando era entrato Sergio Santandrea gli occhi non smettevano di perforare quel fascicolo tenuto in braccio come un bambino da difendere. “Raccontaci Sergio …” disse il Commissario rivolgendo lo sguardo al plico. E Santandrea raccontò. Parlò del recupero nella casa di Cervo, poi del poco che aveva letto e del molto intuibile a quel punto delle indagini. Cominciò utilizzando il termine più calzante dal suo turbato punto di vista. “È inquietante …” disse. “Per grandi linee è come si era immaginato … Il Dossier riguarda la fabbrica dei robot destinati a chissà quale scopo, anche se, a pensarci un attimo, con padrini come la CIA e il Sismi, le risposte non sono così difficili … ma leggere quel … quello schifo fa venire il voltastomaco …”. Migliorino prese Stargate e iniziò a sfogliarlo. Santandrea proseguì senza entrare nei particolari nel silenzio generale, con Vivacqua assorto, inespressivo e concentrato, per una buona mezz’ora,. “Quindi il Salemi …” concluse Santandrea, “nel lasciare il messaggio secondo me ha voluto, anche in punto di morte, lasciare una traccia …” “Oppure completare la missione. Da bravo soldatino …” commentò rugginoso Vivacqua. “Perché, tu non lo vedi come il gesto di un uomo che vuole giustizia e prima di chiudere gli occhi lascia una traccia?” “Può essere. Dipende da quale visione scegli di abbracciare. La tua è … diciamo romantica. La mia è più cinica magari, ma pratica …” fece una smorfia, si grattò il mento e riprese, “… tanto per cominciare non dimentichiamo che questo signore ci ha pilotati come un cane da pastore per ciechi. Il Salemi, non solo è stato davanti per tutto il tempo delle indagini, ma si è preso pure il gusto di lasciare una prova in un mobile, entrando di straforo nella villa di Bordighera; questo non è che ci ha dato una pista … ci ha dato l’indirizzo del luogo dove lui stesso ha depositato il Dossier … Cioè …” Vivacqua mosse le dita della mano destra “… ci ha manovrato come dei pupi!” scartò una caramella. “… è un po’ diverso … secondo a mmia!” trafficò con la caramella e aggiunse “… lo dimostra un altro fatto: se questo serafico ex zerozerosette, avesse voluto divertirsi, avrebbe dato il fascicolo ai giornalisti. Io al posto suo avrei fatto così … e sarebbe scoppiato lo scandalo. Invece no! Che cosa fa? Vuole la polizia. E non vogliamo domandarci perché?” Carbone annuì in silenzio, Migliorino sembrava precipitato nella lettura. Santandrea provò a buttare la sua. “Ne avevamo già parlato, ricordi? Potrebbe essere un ricatto, o una vendetta …” Vivacqua tentò di fare no con la testa. “Non ne sono più convinto. Tanto per cominciare, se questo Salemi, come tu stesso hai riconosciuto, è pagato per fare quello che fa … è un mercenario. Non c’è nulla di personale: è un lavoro. Poi, magari pure a lui questa cosa faceva schifo. Ma era lì perché prendeva dei soldi. Se accettiamo questa versione … il ricattatore è un altro. Ovvero quello che pagherà il Salemi per il lavoro …” “Vabbè, hai fatto un giro più lungo per arrivare al punto di prima …” disse piccato Santandrea. Vivacqua fece no con il dito indice sollevato. “No. È tutto un altro punto. Perché uno che paga un altro, non vuole mandare il fascicolo ai giornali: quel gesto lo saprebbe fare da solo. Non servono aiuti. Vuole un’altra cosa!” “Cioè?” “In primis … non vuole sporcarsi le mani personalmente. In secundis … vuole che a trovare il dossier sia gente attendibile, fidata, che non butterà tutto nella spazzatura. E per certi aspetti non sono fidati i giornalisti, nel caso specifico non lo sono i Carabinieri a causa della parentela con il Sismi, e per ovvie ragioni non lo sono neppure i Servizi … ma la Polizia sì!” “Guardala come vuoi …” commentò Santandrea, “… adesso però abbiamo un risultato, salvo pochi elementi ora il quadro è davvero completo …” “E non vogliamo domandarci chi c’è dietro? Se c’è stata una lotta tra due fazioni, magari interne al Sismi, o alla CIA, o a tutt’e due … chi stava con Roncati e chi invece lo voleva dentro con relativa emersione del Dossier …?” pausa. Spostò la caramella di lato su una guancia e riprese, “Poi … sempre per guadagnare lo stipendio che ci danno, non ci vogliamo domandare che minchia ci fanno i Massoni, la CIA, il Sismi tutti insieme allegramente con questi Angeli Neri? Nessuno si è domandato per esempio chi, in Italia, ha autorizzato una tale porcheria … perché non ci credo, che nessuno sapeva. E chi ha mandato al creatore Salemi? E poi, infine … ma possibile che non ci sia un nome? Questa setta, questi sciagurati conta … chi sono? Ne vogliamo arrestare almeno uno … per il gusto di dire che uno lo abbiamo beccato?” alzò la voce. “Totò” fece la moglie per dire cento cose del tipo, stai bravo, calmati, ti fa male, non c’è bisogno di accalorarsi … eccetera. Migliorino saltò sulla sedia. “Porca di quella puttana … miseria schifa … maremma vipera …” Tutti sbigottiti in silenzio. Sguardi interrogativi sui volti. “Commissario … voleva i nomi? Dia un’occhiata …” allungò il fascicolo aperto sulla pagina interessata. “Assunta … gli occhiali per piacere …” prese un buffo paio d’occhiali ai quali mancava la stanghetta sinistra e Carbone rise, finché non beccò un’occhiataccia. Vivacqua restò assorto per un attimo, scorse la lista e spalancò gli occhi … “Dio mio …” mormorò. Santandrea si mise accanto per leggere e Carbone si aggiunse dall’altro lato. “Dio mio …” ripeté. “Questo è un pezzo grosso della CIA, quest’altro era un rappresentante americano presso l’ambasciata di Roma …” poi si abbandonò con la schiena sui cuscini quando trovò la lista degli italiani, alcuni nomi sconosciuti, poi quelli noti. Mormorò, “Giorgio Dassault, Guelfa Lombardi … Alvise Antesi …” si guardò intorno e aggiunse “Questo è vice segretario di partito … e questo … è il Senatore Giuseppe Pagani, il candidato Premier!” Lasciò cadere il fascicolo e a denti stretti sacramentò. Silenzio totale. Tutti con il fiato sospeso. Nei pensieri di ognuno si attorcigliarono ipotesi inconcludenti, ma a nessuno sfuggì la gravità della scoperta. Vivacqua in un istante valutò l’arco delle reazioni alle quali si sarebbe sottoposta tutta la squadra. Con il cinismo di chi ne ha viste tante, non poté fare a meno di considerare i guai che trascina con sé mettere le mani su quel genere di segreti … e sul potere. Per non parlare del gran casino che avrebbero dovuto affrontare per proseguire il lavoro … “Il candidato Premier …” sussurrò, “… qui, alla più piccola indiscrezione saltiamo tutti come pupi …” Carbone si guardava i piedi, sembrava invecchiato di dieci anni. “Se i giornalisti sentissero … se avessero messo un microfono … immaginate che cosa potrebbe venir fuori …” “Andiamo avanti?” domandò Migliorino. Vivacqua lo guardò inespressivo. Ragionava per i fatti suoi. Ci voleva l’autorizzazione del Questore, del Magistrato, del Prefetto … c’erano di mezzo dei parlamentari e dunque la procedura … lasciò cadere il braccio sulle lenzuola. Niente, doveva sentire le alte sfere. Da quel punto in avanti era necessario cambiare sistema, altrimenti l’onda d’urto di una deflagrazione incontrollabile li avrebbe fatti a pezzi. Senza contare il rischio di un affossamento dell’operazione. Fu Santandrea ad intervenire. “Totò, che facciamo? Buttiamo tutto e diciamo che abbiamo scherzato?” Vivacqua non era dell’umore per sorridere. Lanciò un’occhiataccia ma non disse una parola. Gli scoppiava la testa. “Ci sono le elezioni … hai idea di cosa può succedere?” aggiunse Santandrea. Di nuovo il silenzio fu padrone della stanza, solo la televisione faceva da sottofondo, le ultime pubblicità, poi sarebbe partito il telegiornale delle venti. “Santandrea, chiama subito il Questore, parlagli tu, non me lo passare, chiedi se può venire subito, anche se brontola insisti … digli che ci sono novità molto gravi … non anticipare nulla, mi raccomando … bocca cucita. Che venga qua …” Santandrea strinse le labbra, pescò il portatile e … nel silenzio, il televisore prese il sopravvento. “…trasportato d’urgenza all’ospedale intorno alle diciotto e trenta. Quello che sembrava un malore di piccola entità si è presto rivelato in tutta la drammatica gravità. L’improvviso ed inatteso aggravarsi del quadro clinico è stato repentino ed a nulla sono valsi i disperati tentativi dei sanitari per salvarlo ...” Vivacqua sollevò un braccio per chiedere il silenzio. “Salvatore … forse è meglio se gli parli tu …” disse Santandrea sporgendosi per passare il cellulare. “…Il medico personale ha rilasciato un brevissimo commento senza tuttavia entrare nel merito dell’accaduto. Il dottor Minotti ha dichiarato che il senatore soffriva da tempo di piccole disfunzioni cardiache che tuttavia non avevano mai impensierito. Seguiva una dieta ed era sotto osservazione, ma non cerano stati, nei giorni scorsi, campanelli d’allarme che inducessero a sospettare pericoli imminenti”. “Chi è morto?” domandò Santandrea. “Non ho capito. Shhh, silenzio!” sbraitò Vivacqua. “… Del resto, le patologie cardiache talvolta hanno la sinistra particolarità di rivelarsi all’improvviso” Ed ora una breve monografia del senatore. Le immagini cambiarono e partì un servizio. Il faccione del senatore comparve a tutto schermo. “Cazzo. Nooo!” sbottò Carbone. “Chi è morto?” ripeté Santandrea. “No, questa non ci voleva proprio. Maledizione. Questa no!” protestò Migliorino. “Giuseppe Pagani …” “Silenzio …”. Donna Assunta alzò il volume. “… romano d’adozione ma lombardo per famiglia e luogo di nascita, era nato a Cesano Boscone da una famiglia di piccoli imprenditori metalmeccanici. Il padre, Giulio Pagani, fu un famoso partigiano ancora oggi ricordato per lo spirito di sacrificio dimostrato in gioventù. Giuseppe Pagani…” “Il senatore Giuseppe Pagani …” rispose Carbone. “Gli è preso un colpo” “Chi? Il nostro?” fece segno Santandrea verso il dossier. Vivacqua si era coperto il volto con le mani, quando si liberò incrociò gli occhi di Santandrea e scambiarono uno sguardo eloquente; il vice riprese il telefono e lo chiuse. “… secondo unanimi riconoscimenti, aveva ereditato lo stesso spirito libero ed intransigente. Un uomo votato alla democrazia. L’adesione al partito avvenne quando, ancora studente, e già trasferito a Roma …” Sullo schermo comparve un medico circondato da una foresta di microfoni. Nella stanza tornò il silenzio. “La morte è avvenuta alle diciannove e zero cinque per arresto cardiaco. L’unità di emergenza ha tentato invano di intervenire … tuttavia, nonostante gli sforzi protrattisi per circa quaranta minuti … il cuore ha cessato di battere definitivamente …Il senatore non ha mai ripreso conoscenza!” Un giornalista s’inserì nel comunicato per rivolgere una domanda. “Le cause professore?” “È un decesso collegabile al pesante carico di lavoro al quale si era sottoposto negli ultimi mesi. Per usare un termine noto a tutti: stress da iper affaticamento” “Ma ieri sera sembrava in splendida forma …” “Non ho altro da aggiungere. Il paziente è deceduto per cause naturali … una triste fatalità” “Professore …” gridò un altro … Vivacqua fece un gesto movendo l’aria con un braccio, era stufo. E in fondo non c’era altro da sentire. Donna Assunta abbassò il volume e tutti gli occhi puntarono sul fascicolo nelle mani di Santandrea. Un silenzio spesso, grave, calò tra loro. Piras entrò in quel momento con Gargiulo e Patanè. La squadra quasi al completo riunita davanti al calar del sipario. Tutta la fatica della rincorsa nell’incalzare degli avvenimenti si abbatté su di loro nello stesso momento. Una stanchezza malata di delusione: la partita era conclusa. “Ce l’avevamo quasi fatta capo …” commentò Carbone. “Non essere pessimista Carbò … gli abbiamo dato una mazzata che non dimenticheranno mai. E soprattutto non sono più una setta segreta. Sappiamo molte cose su di loro … e il lavoro non è finito …” considerò Vivacqua. “Non abbiamo preso Pagani, ma chi ha detto che lo avremmo beccato se fosse rimasto vivo. Poi abbiamo altre cartucce da sparare …” Santandrea annuì. “Ad ogni modo abbiamo raccolto materiale che potrebbe ancora dare qualche sorpresa …” “Il materiale c’è, qualcosa potrebbe ancora venir fuori, sono d’accordo …” disse Vivacqua con tepore, “… inoltre una parte rilevante dell’organizzazione è stata amputata. Hanno perso il vertice storico: la Lombardi e Dassault … ma non possiamo cantar vittoria …” scosse la testa. “Questa gente arriva da lontano … hanno una storia buia alle spalle, ma le radici sono piantate in profondità. Hanno duemila anni e non s’impressionano facilmente, una cultura della quale non sappiamo quasi nulla … se sono sopravvissuti e si sono rinforzati significa molto. Le leggi della selezione naturale sono inesorabili: solo i più forti sopravvivono. Questa volta hanno preso un colpo memorabile, ma non è il primo … i loro genitori, se davvero possiamo farli risalire ai Templari, sembravano morti secoli fa. A quanto pare la malerba sopravvive a se stessa reincarnandosi all’infinito” “Li vedremo ancora commissà?” “Chi può dirlo …” commentò amareggiato Vivacqua, “Ci hanno lasciati arrivare fino al punto limite. Li abbiamo costretti ad indietreggiare, a fuggire … ma l’ultima parola è stata loro. … Chi mette a rischio la sopravvivenza degli Angeli Neri … Muore!” Un nuovo silenzio distribuì sui volti la malinconia di una quasi vittoria che sapeva di sconfitta. “… sono come fedajn” concluse citando la frase della professoressa Lombardi. Il cellulare di Santandrea squillò molesto. “Sono io … no … è qui accanto. Sì, posso confermare che non è nulla di grave … sì, un grande spavento e qualche danno … ci vorrà un mesetto. Scusi, ma non ho capito con chi … Ah, ispettore … da Ciampino, glielo passo …” Vivacqua faceva no, con la mano. Ma non ci fu verso, prese il portatile e iniziò. “Vivacqua … la ringrazio per l’interessamento ispettore, però forse non ha chiamato per sapere come sto … Vero? Che cosa possiamo far… Come?” quasi urlò. “Dove?” Tutti gli sguardi puntarono sul Commissario, “… ne è sic… ah, corrisponde alla segnaletica? Sì, un tatuaggio piuttos… tre caproni tatuati sulla … sulla spalla, sì. Non vorrei … Ah, quindi non ci sono dubbi. In che condizioni si trova? … Capisco …” Migliorino e gli altri accerchiarono il vice, l’odore di un colpo grosso stava allargandosi per allontanare la malinconia. “A vista. Non perdetelo d’occhio un secondo. No, mi raccomando, niente guardie armate in prossimità della cella …” Vivacqua tentò un sorriso, “… meglio ancora … niente guardie e solo telecamere, isolamento rigidissimo … Medico? Sssì, non voglio negargli … ma state al livello massimo d’attenzione … non sapete quanto può essere pericoloso …” Santandrea mimò la domanda, senza emettere suoni, volva sapere “chi?” Vivacqua lo zittì con una mano. “Complimenti vivissimi, mi metterò in contatto al più presto, se non personalmente attraverso il dottor … va bene … non dubiti …”. Chiuse la comunicazione ed un ruggito scosse la stanza. “A pochi chilometri dall’aeroporto di Roma Ciampino hanno preso Rodolfo Roncati!” Fu un boato. Lunedì 3 luglio Castello Reale di Moncalieri, salone delle feste; ore 11.30 Il Commissario Salvatore Vivacqua, tutto rigido nel vestito scuro appena ritirato dalla lavanderia, avanzava con la signora Assunta nella calca di invitati. I fotografi scattavano a ripetizione e, anche per un uomo schivo, risultò difficile restare impassibile. Una signorina graziosa nella divisa ufficiale faceva da accompagnatrice e, terminato il giro di visita alle stanze reali che un tempo furono occupate da Maria Letizia, Maria Clotilde e Vittorio Emanuele II di Savoia, era giunta l’ora della celebrazione. Tutto il cordone si snodò verso il salone per prendere posto. La signora Assunta lanciò un saluto da lontano quando riconobbe Simona e, più defilato, Angelo Ferro. Vivacqua non si accorse di nulla, con gli occhi cercava Sergio Santandrea che ormai doveva essere arrivato, in compagnia della sorella. Il Questore Renier si avvicinò di soppiatto e salutò con calore, grande sorriso e vigorosa stretta di mano. Anche troppo energica per le costole del Commissario. Certo, a distanza di quasi un mese sembrava un uomo nuovo. Dieci giorni di ospedale durante i quali praticamente aveva lavorato tutto il tempo, e quasi altrettanti a Taormina. Convalescenza forzata. Il Questore ed il Prefetto lo avevano quasi minacciato. Ma in realtà era stata donna Assunta ad aver dato la spallata decisiva. “O partiamo … o partiamo. Adesso è ora di riposare …” aveva preparato le valigie, prenotato il volo, l’albergo e tutto il resto. Fine delle discussioni. Al mare, in Sicilia, convalescente. Il primo giorno quasi non riusciva a capacitarsi, cercava il telefonino, era irrequieto, chiedeva alla moglie, “Cosa dici? Chiamo per un controllo …” donna Assunta lo aveva steso con un’occhiata. Sui giornali la storia di Roncati, della setta e di tutta la banda durò molti giorni con nuove stelle ad ogni diversa uscita. La professoressa Lombardi e Angelo Ferro furono i più colpiti e in pratica sempre presenti con nuovi argomenti. Ferro fu letteralmente messo sotto assedio. Uscì dal coma tre giorni dopo il ricovero e Simona Bellei, che non mancò un giorno dalla stanzetta in ospedale, ebbe il suo bel da fare a tener lontani i curiosi. Ma i primi giorni furono i più difficili. Angelo era irriconoscibile. I medici diagnosticarono un affaticamento psicologico grave; all’inizio non riconobbe Simona, pareva spiritato. Non mangiava, le visioni lo frustavano in continuazione; diceva di non essere più in grado di governare le voci nella testa. Vivacqua lo aveva incontrato sia per cordialità che per ragioni di servizio. Insieme avevano ricostruito una parte della vicenda riguardante il passato. Parlarono per diversi giorni con chiacchierate brevi. Vivacqua diceva di essere a disagio. C’era qualcosa che lo metteva in difficoltà e smise di incontrarlo non appena il racconto fu completo. Angelo confermò di non aver mai ne conosciuto ne visto il gemello Rodolfo all’Istituto di Isola Madre. Invece, con molta sofferenza, ricordò gli esperimenti, le visioni ed i viaggi quantici, il nome in codice BK1Double, le iniezioni, i continui controlli medici e … sua madre: Kate. Seppe descriverla come un quadro vivente. Ne parlava estasiato, come non avesse davvero realizzato che … era un bambino da esperimenti. Immaginato, ingravidato, autorizzato dalla CIA con tanto di approvazione ufficiale per fare il gemello da laboratorio. Il figlio di una macchina sciagurata e funesta. Del resto chi avrebbe avuto il coraggio di dargli un pizzicotto e dirgli che la storia buonista, scelta per vivere in pace, non corrispondeva alla realtà. Ricordava bene anche Giorgio Dassault. Era lui l’uomo in camice … della visione. Gli sovvenne l’espressione preoccupata di Guelfa quando, con mille tormenti, la memoria aveva ritrovato uno spezzone e l’aveva raccontato: un uomo alto imponente, con il camice bianco … E Guelfa domandò ansiosa “lo hai visto in volto?” Adesso era chiaro il motivo di quella curiosità. A proposito di Guelfa, madre adottiva e contemporaneamente Gran Maestro degli Angeli Neri, Angelo aveva scelto ricordi comodi. Vivacqua domandò se la Lombardi avesse mai manifestato atteggiamenti orientati a portarlo nella Chiesa Nera. Risposta quasi sdegnata: “Assolutamente no! Mai”. Vivacqua si era limitato ad un’espressione perplessa. Secondo il punto di vista del poliziotto era strano. Angelo aveva ripetutamente chiesto tre favori speciali. Il primo fu accolto, per quanto non ricevibile. Vivacqua si offrì di accompagnarlo a vedere il padre, Giorgio Dassault. Fu una scena commovente. Il vecchio era ancora sotto tranquillanti, dormiva, ma Angelo nel vedere le cicatrici delle bruciature e quella maschera, restò terribilmente colpito. Lui ricordava dove e come se le era procurate. La visione dell’incendio, adesso, era vivida nella memoria. Il secondo desiderio fu bocciato senza appello. Voleva leggere il Dossier Stargate. Diceva che era un modo per conoscere la sua vita, il passato, una specie di terapia per polverizzare quel che restava dei blocchi della memoria. E forse poteva essere d’aiuto alla Polizia per la ricostruzione della storia. Permesso negato per ovvie ragioni investigative e processuali. Bocciato anche il terzo: Angelo si era interessato per sapere di più a proposito del gemello Rodolfo, ma i tempi non erano maturi. Silenzio assoluto. Giorgio Dassault non si era ripreso. Il cuore era in condizioni pessime e l’unica chance per tenerlo in vita era il trapianto. Con la ricorrenza drammatica dei casi limite, un giorno sì e l’altro no, suonavano gli allarmi per una nuova emergenza. Per il momento stava attaccato alle macchine, chiuso in un silenzio impenetrabile, delicato come un cristallo. Inavvicinabile da chiunque non fosse dello staff medico. Con mille difficoltà si era ricostruito un tracciato monco, fumoso, che diceva poco a proposito di dove era vissuto e cosa avesse fatto negli ultimi trenta anni. La pista più probabile tirava un collegamento con gli Stati Uniti, ma le informazioni tardavano ad arrivare. Vivacqua, furente come il pelide Achille, soffiava fiamme dalle narici, ma per il momento era quanto. C’erano testimonianze di un passeggero corrispondente al Dassault, con due accompagnatori, su un volo che da Parigi era atterrato a Milano il sette di giugno poi, da quel punto in avanti, nebbia allo stato solido. C’era ancora molto lavoro da fare. A Gassino, dalle ombre sinistre della cascina, erano emerse conferme che, tutto sommato, non avevano aggiunto granché alle atrocità gia chiare nei primi giorni d’indagine. I nastri, supervisionati, puliti, digitalizzati mostravano festini, immagini di riti macabri, danzatrici e oscenità inutili. Tutto sotto esame per riconoscere qualche volto. La mancanza del sonoro rendeva poco utilizzabili le registrazioni; anche se uno soltanto sembrava di particolare interesse: quello nel quale si vedeva un’affollata riunione seduta ad un grande tavolo. Del generale scozzese nessuna traccia pulita. Un soggetto con tunica verde, seduto di lato, poteva dar fondamento a qualche sospetto, ma troppo lontano dalla telecamera per ottenere riscontri attendibili. Annarita se l’era cavata. Non vedeva più da un occhio, sostituito con una protesi. Un nervo ottico aveva subito una lesione grave e quindi la bellezza esuberante delle fotografie era molto ridimensionata dalle cicatrici e da qualche difetto estetico. Forse con successivi interventi chirurgici avrebbe potuto contare su risultati più accettabili. Naturalmente non prima che si riprendesse dallo shock della tortura, e dal successivo trauma di scoprirsi mutilata. Senza contare un periodo compreso tra mezza dozzina e dieci anni di carcere … se la giuria avesse voluto esprimersi con clemenza. Federici era quello più mal messo. Appariva al fianco di Rodolfo Roncati nei video a luci incandescenti girati sia nello scantinato di Gassino che in piccola parte nella villa di collina del Roncati. Sul suo capo pesavano imputazioni che spaziavano in lungo e in largo nel Codice di Procedura Penale, dal sequestro di persona al favoreggiamento, dall’associazione per delinquere alla complicità in omicidio, lesioni personali, e tanta altra robetta gustosa ed aggravante. Era accusato di correità per la sparizione di Ugo Martini e Barbara Pandolfi. Riconosciuto da più di un testimone al Supermercato e all’aeroporto in occasione del rapimento di Annarita Gatti; ogni tentativo di discolpa si era infranto contro nuove prove e più profondi legami con la setta. Nel suo appartamento era stato trovato molto materiale compromettente, fotografie, un elenco di signore e signorine che avevano contribuito a rallegrare riti e festini. Una brodaglia maleodorante nella quale i giornali non avevano ancora smesso di sguazzare. La famiglia se n’era lavate le mani lasciandolo al suo destino: indifendibile. Un avvocato anonimo di uno studio di provincia si era preso la briga di assisterlo. C’erano tutti i requisiti perché facesse da capro espiatorio. In uno degli ultimi interrogatori si era lasciato sfuggire che … se avesse detto una sola parola, sarebbe morto. Evidentemente la prospettiva di venti anni di carcere gli era sembrata il male minore. Rodolfo Roncati, solo e tristissimo, si era candidato ad un futuro molto poco interessante. Rinchiuso a vita in un manicomio. Non si era più ripreso dalla follia. Chiedeva della corona, dell’anello del dominio. Spiegava ai sanitari, con apparente lucidità, che sua madre Iside lo proteggeva. Baphomet avrebbe acceso le fiamme eterne per lui, l’eletto, il favorito, il predestinato. Diceva di essere preoccupato a causa dei preparativi per la festa del Dio Api … i discepoli tardavano, c’erano molte cose da fare e lui … non aveva un vestito idoneo per la cerimonia! Soffriva di una singolare associazione di disturbi mentali, una specie di corto circuito cerebrale: nulla funzionava come avrebbe dovuto. In realtà preoccupava maggiormente la forma acuta di epilessia contro la quale i farmaci convenzionali si erano dimostrati poco efficaci. Da qualche giorno stavano sperimentando un nuovo cocktail di provenienza americana. Risultati da dimostrarsi. Non era violento e non aveva dato segno di possedere poteri soprannaturali. Nessuna prospettiva di guarigione in tempi ragionevoli. Vivacqua e la Squadra si erano interrogati più volte per rispondere alla domanda fondamentale: “Per quale ragione l’avevano aiutato a fuggire dalla cascina di Gassino quel terribile giovedì … per abbandonarlo il giorno dopo … vivo”. Sul tavolo c’erano almeno un paio di teorie. La più accreditata restava ancorata ad un concetto indimostrabile. Roncati era stato preso perché ritenuto indispensabile dagli Angeli Neri. Fino a prova contraria naturalmente. Quando si erano resi conto che il soggetto era bruciato, non ci avevano messo né poco né punto a rovesciarlo nel cassonetto della spazzatura. Ma vivo? Perché non lo avevano eliminato? Vivacqua sosteneva che era stata un’astuzia. Se l’avessero ammazzato la Polizia, i Carabinieri, inclusi i rispettabili Servizi Segreti italiani, insomma tutti, avrebbero dato la caccia ai misteriosi assassini per qualche tempo. Con inevitabile gran disturbo dei colpevoli. Invece così, con il Roncati in un manicomio, nessuno si sarebbe scaldato tanto per fare ricerche. Un’astuzia, appunto. Indimostrabile come l’assunto precedente. Ma perché l’avevano prelevato a Torino e scaricato a Roma? Mistero! Il Dossier Stargate, tenuto lontano dalle mani della stampa e dei media, aveva preso vie sempre più impervie e rarefatte. Questore, Magistrati, Prefetto, Parlamento. Chiunque l’aveva tenuto in mano più di un secondo si era scomodato per coinvolgere qualcun altro. Un’autentica patata bollente. La bomba era innescata … e sarebbe esplosa. Vivacqua montava di guardia a garanzia di un percorso che doveva a tutti i costi risolversi alla luce del giorno. In una conversazione privata con il Questore era stato esplicito: “Se qualcuno tenta di insabbiarlo … vedrà il dossier sui giornali!” Il Questore aveva giurato su una pila di bibbie che anche lui avrebbe fatto la sua parte. A morte gli insabbiatori! Ma tutto rimandato a dopo le elezioni. Nessuna turbativa prima del voto. Le elezioni si erano svolte e la coalizione del defunto Pagani aveva vinto con margini migliori del previsto. L’emozione del candidato morto di crepacuore davanti al traguardo, aveva avuto un peso emotivo rilevante. Adesso i giochi di posizione e la distribuzione delle poltrone erano protagoniste di ogni pensiero politico. Di Stargate se ne sarebbe riparlato più tardi. A bocce ferme, come avrebbe detto Santandrea. I Carabinieri del Battaglione Piemonte sfilarono in alta uniforme nel grande salone, illuminato come meglio non sarebbe stato possibile. Un paio di operatori con le telecamere ripresero il capannello di persone in avvicinamento. Maestri se l’era cavata bene nel proprio collegio elettorale e … tutto sommato, sembrava in ottima posizione per incarichi “Super Partes” di grande spessore. Era sui giornali ogni giorno con un ruolo diverso. Per adesso si godeva la popolarità. Il gioco ad incastri pericolosi messo in piedi per ostacolare Pagani non era riuscito … ma questo non significava molto … qualcosa si era smosso comunque … con interessanti prospettive. Vivacqua era rimasto quasi senza orecchio sinistro ed era intenzionato a restare così. Certo, indossare gli occhiali da vista … era un po’ più complicato, ma a lui l’idea di sottoporsi ad un intervento di chirurgia plastica non passava manco per l’anticamera del cervello. Un gruppo di bambini dell’orfanotrofio di San Giuseppe si alzò e consegnò i fiori alle autorità che tra poco avrebbero preso posizione sul palco. Santandrea arrivò con la sorella, il piccolo Maurizio e la scorta di una gentile donna Carabiniere. Uno scroscio d’applausi salutò l’arrivo dell’onorevole e tutti sedettero compiti. I fotografi si scatenarono per immortalare il momento. Grazia e Fabrizio, i figli di Vivacqua, non c’erano. Entrambi a Londra per il campus estivo. Grazia sarebbe stata sotto punizione, ma un’intesa raggiunta all’ultimo minuto con donna Assunta aveva risolto l’impiccio. Dal palco il presentatore annunciò l’intervento dell’onorevole Giuseppe Maestri e un nuovo scroscio d’applausi fece vibrare la sala. “Vi ringrazio tutti, di cuore … anche quelli che non mi hanno votato …” disse con un sorriso da lato a lato. In sala risero, era una battuta decisero i presenti. “Questa è una di quelle occasioni nelle quali essere presenti è una ricompensa straordinaria, almeno per chi come il sottoscritto vive per la gente, con la gente”. Donna Assunta si era portata in vacanza un pacco di fascicoli che sfogliava e sola soletta sospirava. Vivacqua sapeva che in quei casi doveva fare attenzione: guai a dire “che cosa stai guardando?” Sarebbe stata la fine. Ma alla fine ci cascò … come sempre. “Due motivi per i quali sono orgoglioso di essere qui, con voi, e per i quali ringrazio il comitato organizzatore. Il secondo lo dirò più tardi, i soliti ben informati …” guardò verso la prima fila, “… sanno tutto” risate nella sala “… tra poco lo racconteremo e non sarà più un segreto. Ma, parliamo del primo. Dare un premio a chi si è distinto nel lavoro, nella disponibilità, nell’abnegazione …” Sulla sabbia dorata gli era sfuggita la domanda malandrina: “Chessono sti sospiri Assunta?” Era bastato. Errore fatale. Lei prese i depliant, li aprì, sbatté le ciglia, e disse: “Totò guarda questa casa e dimmi se non è una meraviglia; stanno costruendo a pochi chilometri dalla città …” il monologo era durato quasi un’ora, farcito di vantaggi, convenienze, opportunità irripetibili. C’era cascato! Il giorno dopo ricominciò all’ora di colazione, altro monologo di un’ora. Alla fine, nell’angolo, era stato costretto ad una risposta. “Non mi piace vivere fuori città”. Lei lo guardò simulando la migliore finta indifferenza del catalogo femminile. Quell’espressione speciale che significa . E lui aveva spiegato “Molto meglio, a questo punto, comprare l’appartamento di fianco, si è liber…” Battito di ciglia a tutta velocità, “Dici davvero Salvatore? Sarebbe la soluzione …” Non passò un secondo che la certezza di essere cascato in trappola si materializzasse grande come certi elefanti molto grandi. “… per l’abnegazione, lo spirito di sacrificio …” disse Maestri. Vivacqua e Santandrea si alzarono per dirigersi verso il palco accodandosi ai fortunati vincitori del premio bravi e belli. Santandrea era emozionato come un bambino al primo giorno di scuola. Flash, telecamere, baci, abbracci e medaglia al collo. Ci volle ancora una buona mezz’ora per concludere il giro di onorificenze, discorsi mielosi, applausi obbligatori. Poi l’onorevole riattaccò. “Chi è stato premiato … forse ha capito tutto. È giunto il momento di svelare il segreto, di accendere la luce e spiegare la sorpresa a tutti i presenti. Dobbiamo un enorme ringraziamento all’Arma dei Carabinieri che si sono fatti padrini di un’iniziativa benefica nuova, e armata di un cuore immenso. Desidero presentarvi un’associazione della quale mi pregio di essere presidente …” tutti con le orecchie tese, “… che ha preso l’onere di assistere i deboli, di premiare le persone di buona volontà, di aiutare chi soffre …” un attimo di silenzio, “… signori, ho l’onore di ringraziarvi per aver tenuto a battesimo … la Fondazione Angelica! E …” applausi scroscianti, in piedi nelle prime file. Vivacqua inclinò leggermente il capo, socchiuse gli occhi e all’istante lo sguardo s’incrociò con quello di Santandrea. “… prima di presentarvi il Segretario della Fondazione, concedetemi di ringraziare ancora il Terzo Battaglione Carabinieri Piemonte … che ha accettato di ospitare la sede dell’organizzazione in questo splendido castello di Moncalieri …” ancora applausi stucchevoli, “… Signori … il dottor Angelo Ferro” Angelo, appena claudicante, fu aiutato a salire sul palco. Restò per un attimo in silenzio, sfoderò un gran sorriso e uno sguardo sinistro fiammeggiò nella sala. Vivacqua sentì un brivido, sprofondò le mani nella tasca dei pantaloni, perplesso, nervoso … rigirò le dita e raccolse dall’angolo sperduto una moneta dimenticata. La pescò … e per un attimo restò ad osservare. Un centesimo… un cerchio, tredici stelle e quel Castello esagonale!


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