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lavoro pubblicato mercoledì 17 gennaio 2007
ultima lettura domenica 16 giugno 2019

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Angeli Neri

di K Van Der Philip. Letto 4255 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Angeli Neri” Romanzo di F. C. De Filippis Il presente romanzo originale è stato ideato e redatto da Fausto De Filippis (Via Vit...

“Angeli Neri” Romanzo di F. C. De Filippis Il presente romanzo originale è stato ideato e redatto da Fausto De Filippis (Via Vittorio Veneto 23 – 28040 Oleggio Castello - NO. Tel. 0322 53245 335 6953163) ed è tutelato dalla Legge sul Diritto d’Autore, pertanto ne è vietata ogni riproduzione, con qualsiasi mezzo, manuale, automatico o informatico senza autorizzazione scritta dell’autore. Tre copie di questo romanzo sono state depositate e registrate a cura dello Studio Legale Raffaghelli e De Filippis Via della Consolata, 1 bis Torino, in data 1 dicembre 2006. Una copia è stata spedita dall’Autore a se stesso in pacco chiuso e sigillato, quale prova di data certa e di originalità dell’opera in caso di contestazioni e/o improprio utilizzo commesso da terzi privi di autorizzazione scritta. CAPITOLO I Domenica 4 giugno ore 22.50 Lecce, località Lungomare di San Cataldo Il corpo di Mimmo Bertalli era stato rimosso dall’asfalto con le cure minime riservate a chi ha subito un incidente e non lo racconterà. L’ambulanza se n’andava mesta verso l’ospedale con le sirene spente. Non c’era bisogno di chiamate d’urgenza verso questo o quel reparto: nessun allarme, niente radiologia, anestesisti, chirurgia. Dritti all’obitorio. Gioco, partita, incontro. Match finito per Domenico Bertalli detto Mimmo. Se il de cuius fosse stato un credente, poteva contare sul conforto religioso, allegato funerale, degna sepoltura, un mazzo di fiori sulla lapide e viaggio di sola andata fino ai cancelli del paradiso per ritirare il biglietto della lotteria. Estrazione con premio il giorno del giudizio; data da destinarsi. I pochi curiosi si allontanavano per tornare ai fatti propri. Il lavoro per l’unità mobile della croce rossa, di rientro verso Lecce, era finito. Mancava poco a mezzanotte, tra poco ci sarebbe stato il cambio di turno e la domenica di sole, trascorsa in servizio festivo, era conclusa. Restavano solo incombenze burocratiche, seccature. Qualche modulo, le consegne … I documenti di Mimmo Bertalli, dicevano poco. Nato a Bari nel trentotto, avrebbe compiuto gli anni tra una settimana scarsa, residente a Otranto da circa un anno. Vedovo. Nel portafogli c’era poco altro. Qualche banconota, una tessera Bancomat, il Codice Fiscale, un tesserino scaduto dell’Associazione Nazionale Carabinieri, un paio di fotografie sdrucite, qualche annotazione di nessun’importanza. L’uomo, vestito di scuro, stava defilato, al buio, a pochi metri dalle auto di servizio; di assistere alle rilevazioni della pattuglia non gliene importava nulla. Quel che c’era da fare era terminato: aveva le chiavi dell’auto del Bertalli e, in quella macchina, avrebbe recuperato il denaro, da lui stesso consegnato, un’ora prima. Un lavoro pulito, ben fatto, il lato professionale poteva dirsi soddisfatto. Certo, molti anni prima un’azione di quel tipo, quando era un giovane ufficiale dei Servizi Segreti al servizio dello Stato, gli sarebbe costata un numero imprecisato di notti insonni, e magari più di una domanda sul senso di quel lavoro maledetto. Oggi … oggi no. Non più. Troppe ne aveva viste … e commesse di persona. In realtà, servire lo Stato passava attraverso una buona capacità di digestione … oltre che ad un senso pratico dai percorsi facilitati, ma a lui non importava più: non erano affari suoi. Da molto non era al servizio che di se stesso e della propria Agenzia. Lo Stato non esisteva, se non come cliente occasionale. L’incarico era concluso e si era guadagnato una lauta parcella. Questo era quanto. A proposito invece del deceduto ex maresciallo Domenico, alias Mimmo Bertalli, valevano ragioni di delicatissima cautela: era diventato un problema scomodo ed era stato rimosso: una semplice relazione di causa ed effetto; niente di personale. Mimmo Bertalli, ex funzionario del Sismi, riassumeva tutte le condizioni dell’uomo che non ha niente da perdere, era in congedo, sapeva molte cose, gli piacevano i soldi, era malato ... aveva già commesso un errore grave. Il profilo esemplare dell’inaffidabile. Una mina vagante. Era urgente chiudere la partita nel rispetto di un vecchio adagio: meglio un bel funerale che un brutto processo. Incredibile come certi proverbi siano sempre attuali! “Arrivederci maresciallo Bertalli” commentò tra sé. L’uomo fece una breve piroetta, lanciò un cenno d’intesa alla pattuglia dei Carabinieri in servizio, quindi perforò il manipolo di curiosi e s’incamminò verso la Opel familiare dell’ex carabiniere, ex problema. Indossò un paio di guanti, aprì l’auto, trafficò al buio per mettere a fuoco l’interno, mise in moto e si avviò. Lo zainetto con il denaro era nel bagagliaio, lui stesso aveva assistito alla sistemazione. Non si trattava di una somma eccezionale, ma usciva dalle tasche di un personaggio troppo importante per trascurare di averne cura. L’uomo impugnò un pesante telefono portatile, compose velocemente una sequenza di numeri e restò in attesa. Rumori e bip digitali si susseguirono fino al segnale di linea. “Entrate!” disse laconico. Chiuse la comunicazione e compose un'altra serie di numeri. “Sì …” disse all’ascoltatore “… operazione conclusa. In questo momento il gruppo di bonifica è entrato. Dovrebbero essere sufficienti pochi minuti di lavoro …” “Il nostro amico?” domandò l’altro. “Purtroppo è stato investito. Pare a causa di un ubriaco, fuggito dopo averlo steso con l’auto. Un triste incidente stradale …” “Magari si riuscirà a beccarlo, questo delinquente …” “Difficile. Ho sentito dire che il pirata guidava un’auto rubata” “Eh … le conseguenze?” “Mortali …” rispose l’uomo senza emozioni. “Capisco …” fu il commento laconico dell’ascoltare. Seguì un attimo di pausa, quindi riprese. “Il committente è in attesa di conferma. Vorrei poter dire, senza ombra di dubbio, che le ipotesi di disturbo sono risolte. Che l’offerta …” disse con tono eloquente “… è sulla via del rientro … che il materiale acquisito è originale, non manipolato, inventato o mancante di qualche informazione vitale. Quanto tempo ci vorrà per avere la certezza di quanto ho detto?” “Dipende …” disse l’uomo affaccendato nella manovra del posteggio. “… Confermo la prima parte. Può stare tranquillo sui disturbi. Per quanto attiene il materiale aggiungo che ho visionato personalmente i primi fascicoli su base digitale del e da parte mia non ci sono dubbi: è autentico. La consegna di oggi è secondaria, si tratta di schede mediche, di laboratorio, farmaceutiche. Una parte considerevole riguarda gli esperimenti; ci dovrebbero essere i verbali di riunione del consiglio direttivo e note amministrative di varia provenienza dell’Istituto. Molta documentazione: ad occhio e croce diverse migliaia di pagine. Tutto molto interessante ma la prima consegna era di maggior utilità per impieghi … diciamo commerciali” concluse. “Bene. Quanto tempo sarà necessario per avere un quadro completo?” “Un primo esame chiederà da tre a sei mesi”. “Questo esame farà emergere anche nomi, responsabilità …” “I nominativi più coinvolti sono già noti … il nuovo materiale integra quello precedente con particolari molto interessanti, ma non aggiunge nulla alla sostanza. Per una risposta qualificata su altre responsabilità si dovrà studiare la documentazione … non c’è altra strada!” rispose l’uomo. “Comandante, cosa possiamo suggerire al Committente?” “Se vuole, può utilizzare il Dossier anche subito” “Subito? È una strada percorribile o solo teorica?” “È praticabile, se si avvia immediatamente” La risposta lasciò un silenzio carico di congetture. Stava riflettendo. “L’aspetto nel mio ufficio domattina per i dettagli”. Aggiunse lapidario. Il segnale di fine conversazione arrivò senza preavviso. L’uomo chiuse l’apparato di comunicazione, scese dall’auto e fece il giro per aprire il bagagliaio. Il luogo era tranquillo, sulla strada del lungomare, a circa un chilometro dal punto dell’incidente in prossimità delle cabine balneari del Faro, ormai del tutto liberate dai frequentatori domenicali. Per strada non c’erano che pochi ritardatari, i bar erano ormai chiusi, solo qualche extracomunitario restava a zonzo con il proprio carico di miserie sulle spalle o nelle cassette a tracolla, cariche dei falsi della domenica: le borse, i CD, i tappeti. L’uomo si guardò intorno circospetto, aprì il portellone dell’auto e perquisì il baule. Lo zaino che lui stesso aveva scambiato poco prima era lì, muto testimone di una piccola ricchezza sfortunata, pronta a tornare nelle mani del proprietario ... L’uomo trafficò con lo zainetto e in breve rientrò alla guida dell’auto per tornare sulla zona dell’incidente dove posteggiò definitivamente la Opel del defunto maresciallo. Roma, domenica 4 giugno ore 23.10 La grande casa sull’Appia Antica era splendente, illuminata con esperta discrezione. Gli ospiti dell’onorevole Giuseppe Maestri godevano il dopocena appena mosso dal ponentino serale. Era stata una giornata calda, un anticipo d’estate piccante ed ora, dopo le formalità della serata in lungo e i convenevoli noiosi, il ricevimento prendeva la piega confidenziale. Gli invitati si erano aggregati per affinità e per gruppi d’interesse. Le mogli nel salone a ragionare di vacanze, gli uomini nel patio esterno, a fumar sigari e discutere d’affari. I camerieri del catering in livrea e guanti immacolati giravano discreti con il vassoio dei liquori. Le guardie del corpo immobili nei punti strategici della villa, osservavano annoiate, con i loro vestiti scuri, gli auricolari e tutti gli ammennicoli un po’ ostentati della sicurezza. Una serata ben riuscita. Cinquanta invitati super selezionati, filo governativi, ricchi, influenti, interessati ad investire in proposte, fedeltà, denaro e ad impegnare la propria parola d’onore per sostenere la campagna elettorale dell’onorevole. In fondo, una serata d’affari come tante altre. Forse meno allegra. L’onorevole Maestri sventolava l’ottimismo di chi non vuole arrendersi ma in cuor proprio conosceva la verità. Tra poco avrebbe compiuto sessanta anni e la grande occasione rischiava di sgusciargli tra le dita. Era in politica da tutta la vita ed aveva lavorato duro per arrivare alle posizioni di prima linea. Portaborse nelle fila dell’attuale opposizione, poi il salto della barricata venticinque anni prima: aveva cambiato partito, schieramento, colore politico. Si era preso del trasformista, del traditore venduto; era rimasto in secondo piano con ruoli di rincalzo per salire la china a piccoli passi. Non era stato facile e nessuno gli aveva semplificato la strada. Del resto in politica, come nella vita, nessuno regala niente. Era arrivato tardi nelle fila dei protagonisti. Ma il suo tempo era maturo. Usciva dal governo in carica con il ruolo di Sottosegretario alla Presidenza; con cinque anni di potere si era guadagnato amicizie ancora più influenti e, se la coalizione avesse vinto, un ministero di primo piano era pronto e servito. Magari la Sanità, o gli Esteri … magari! Avrebbe dato dieci anni di vita. Ma la maggioranza doveva scavalcare il muro dei sondaggi. A venti giorni dalle elezioni il governo terminava la legislatura con i consensi al minimo: erano sotto di cinque punti. Solo nell’ultimo mese avevano ceduto poco meno di due punti. Quasi impossibile ribaltare il divario. A meno che … A meno di un terremoto politico capace di scuotere il senso morale degli elettori il gioco era fatto: avrebbero perso. Tutti a casa. Addio sogni di gloria! Non poteva buttare tutto alle ortiche. Se ci fosse voluto un terremoto … ebbene, lo avrebbe procurato! L’onorevole scoprì il polsino della camicia per la millesima volta, aspettava novità importanti, il sisma era pronto per raccogliere le energie ed esplodere in tutta la sua devastante capacità. Aspettava di sapere se era giunto il momento, e da un’ora continuava a guardare il Segretario Particolare, implorando con gli occhi l’arrivo di una telefonata. Non ebbe il tempo di vedere l’orologio. Dalle vetrate sul lato del giardino vide stagliarsi la figura longilinea dell’assistente. Lo cercavano al telefono. Giuseppe Maestri non poté fare a meno di alzare gli occhi al cielo e ringraziare. Chiese permesso, si allontanò in direzione dello studio personale, chiuse a chiave e impugnò la cornetta. Un pigolio di bip scaricò i segnali di commutazione del sistema binario. “Buonasera … disturbo?” esordì una voce metallica. “No. Ero in attesa …” “Bene. Ho appena sentito il nostro incaricato. La prestazione è conclusa come abbiamo chiesto. Non ci saranno ulteriori occasioni di conversazione su questo punto …” “Che altro …” domandò l’onorevole ad occhi socchiusi; sentiva pulsare le vene delle tempie. “Aspetto per domattina la restituzione della caparra e della documentazione” “Bene. Come suggerisce di procedere?” “Credo che potremmo chiedere al nostro uomo di portare a termine lo < sdoganamento >. Ritengo ne abbia le capacità”. “Ha la mia fiducia ma non sia imprudente, conosce i limiti dell’incarico. Conosce anche i tempi …” “L’uomo ha una proposta da offrire. Domani saprò in cosa consiste. Ascoltarlo non costa nulla …” “Come fa ad avere una proposta?” intervenne Maestri. “Che cosa le ha detto dell’operazione?” aggiunse preoccupato. “Nulla. Ma … questo signore non è un ragazzino inesperto! Con lui non c’è bisogno di parlare …” “Ha capito?” “Sì. Credo che abbia capito” soffiò l’interlocutore. Ci fu un lungo imbarazzante momento di silenzio. “E … se diventasse un problema?” “Lo risolveremo!” replicò indifferente. “D’accordo”. Concluse dopo un incertezza. “Voglio fidarmi della sua esperienza. Proceda e non dimentichi che ho progetti importanti per lei”. L’onorevole chiuse la comunicazione e si lasciò andare sulla poltroncina. Improvvisamente esausto. Era la prima volta che si trovava costretto ad usare mezzi così risolutivi e si sentiva attonito, svuotato. Forse non era la coscienza ad urlare, ma la paura. Il contatto con chi ha la capacità di risolvere “definitivamente”, ha sempre qualcosa di traumatizzante, di ineluttabile. Sconcertante per certi aspetti. Del resto non aveva alternative. Metteva a profitto gli scheletri nell’armadio altrui. Ordinaria amministrazione. Tanti anni da schiavo della politica, trascorsi ad ascoltare in silenzio, a spostare valigette, a nascondere l’evidenza di informazioni troppo scomode per essere raccontate, erano un patrimonio inestimabile e non poteva restare sepolto in una scatola inutile. Il gioco si faceva pesante … lui avrebbe giocato pesante. Voleva la targa all’ingresso del Parlamento, voleva passare alla storia … bene. Prese un respiro grosso. “Che il terremoto sia!” Solo un rammarico: avrebbe dovuto muoversi prima. Era stato un errore aspettare. E all’errore si era aggiunta la complicazione di quel maresciallo con le sue pretese. Quindici giorni sprecati. Si alzò dalla poltrona, spazzolò i pantaloni, ravvivò i capelli e tornò dagli ospiti con l’imitazione di un sorriso sulle labbra. Torino, Lunedì 5 giugno Quel lunedì mattina uno sciame di ronzii fastidiosi come zanzare affollava la testa di Rodolfo. Voci in libertà, parole, imprecazioni, sussurri di cento radio accese su stazioni diverse, puntate come antenne verso il suo sistema di ricezione. Aveva indossato la vestaglia nuova, ma questo non contribuì a spegnere il senso di fastidio pernicioso. In realtà trovò seccante riconoscere alla suocera, contessa Afdera Dassault Villalta di Solero, il merito di un consiglio tanto appropriato. Avrebbe dovuto procurarsene una molto prima; era come l’abbraccio di una ventenne: morbida e frusciante, pronta a fare le fusa ad ogni carezza. Seduto in giardino, nel gazebo proprio di fronte alla camera da letto, ammirava la seta color albicocca illuminarsi dei riflessi della giornata di sole. Ai suoi piedi Torino ruggiva lontana, avvolta di una noiosa operosità; una folla d’inutili formiche agitate. Sorrise. Se avesse voluto, avrebbe potuto sentire le voci di ognuno ed entrare nella loro mente per trasmettere la sua energia, i pensieri, la forza del vero potere. Questo lo faceva sentire bene. Sorbì il caffè, aspirò le ultime boccate dalla sigaretta, contemplò distrattamente le dita e sorrise ancora, per nulla sorpreso da quei segni rossi sul contorno delle unghie. “Gran notte”, pensò. Un passo importante era stato compiuto, il progetto prendeva velocità. Sentiva la forza moltiplicarsi e correre nelle vene, finalmente. Era bastato iniziare e tutto si era mostrato davanti a lui nella grandiosità che intimamente conosceva, ora il sacrificio lo aveva condotto alla sacralità. Non era più un semplice sacerdote: era un ministro. Aveva già ucciso in passato, ma questa volta era stata diversa: il rito, l’evocazione, il potere, il sentimento di unificazione con le forze primordiali lo avevano reso consapevole: sarebbe stato un protagonista nella sua chiesa. Lui, Rodolfo Roncati: sarebbe diventato la guida. Sbuffò un rivolo di fumo. Avrebbe collaborato per radunare tutte le comunità. Avrebbe abbattuto a spallate il muro sottile di una fede ormai sconfitta, sopravvissuta a se stessa sui libri, ma ormai persa nella nebbia dei ricordi. Sarebbe stato lui il piccone, il braccio, l’esecutore. Era nel suo destino. Il Gran Maestro aveva ragione, come sempre. Un nuovo ordine sarebbe stato possibile solo attraverso il controllo del potere economico, politico, finanziario, istituzionale … e l’obiettivo oggi era a portata di mano. Questione di settimane. Un paio di mesi alla peggio, ma il progetto aveva alle spalle trent’anni di lavoro oscuro, sacrifici, molte delusioni ormai accantonate ma … i frutti della crescita silenziosa erano davanti agli occhi: erano diventati una potenza invisibile! Molti adepti stavano in posizioni chiave: nelle banche, nella politica, nelle amministrazioni, nell’esercito, nei giornali … Un ultimo passo su un duplice livello avrebbe completato il lavoro di preparazione. Uno sul livello politico e uno su quello diplomatico. C’era bisogno d’alleati. Lui si era opposto. Temeva la perdita del controllo, il pericolo di cedere a sconosciuti una parte dei loro successi. Ma si era sbagliato, lo riconosceva. Con alleanze calcolate si sarebbero garantiti appoggi insperabili in breve tempo e soprattutto avrebbero accontentato gli americani. Questa era la soluzione. Rodolfo sorrise compiaciuto, orientò il pensiero, puntò lo sguardo su Daniela, la colf sordomuta, e la fece voltare, chiese un altro caffè mostrando la tazzina. Poi si volse a destra, si accomodò al tavolino, aprì la cartellina delle cose da fare, pescò un biglietto e lo guardò intensamente. Ti ho visto, non sono il solo. So cosa hai fatto. Ho le prove. Puoi scegliere: ergastolo o due milioni di euro e le prove saranno tue. Hai tempo cinque giorni, poi consegnerò la prima fotografia al commissario Vivacqua. Non manderò altri avvisi, lunedì riceverai istruzioni. Non farmi perdere tempo. Con simpatia: un amico. P. S. Nel caso avessi qualche dubbio ti mando questa simpatica fotografia. Rodolfo sorrise maligno, accartocciò il biglietto, dedicò un’altra occhiata fugace al sangue rimasto intrappolato sulle unghie e serrò le mascelle. “Caro, simpatico amico …”, pensò, “… non sei più un problema; non lo sei mai stato. Un tempo facevi parte della soluzione, ma avresti dovuto restare al tuo posto ... Come hai pensato che non avrei saputo riconoscerti … sei stato uno sciocco e … non conoscere i propri limiti è doppiamente sciocco! Ci vediamo amico mio, a casa … all’inferno. Ha, ha, ha”. Daniela arrivò silenziosa e depositò il secondo caffè della giornata sul tavolino. Ma quell’insulso pezzettino di frase non andava via, era rimasto nel coro, a far compagnia al ronzio pernicioso: “Ti ho visto, non sono il solo. So cosa hai fatto. Ho le prove”. … non sono il solo … non sono il solo! Era un bluff. Nessuno poteva averlo visto. Lui era stato attento, prima di muoversi, quella sera; aveva scandagliato tutta la zona: non c’era nessuno in grado di danneggiarlo. E allora la fotografia? Quello davanti al portone di Via Bertola numero cinque era lui, non c’erano dubbi. Anche su giorno e ora c’era poco da dire: le diciannove e ventinove di quel ventisei di novembre, come stava scritto sull’insegna della farmacia pochi metri più avanti. Ricordava bene quel giorno, il motivo dell’appuntamento e gli avvenimenti successivi. Rodolfo aumentò l’intensità dello sguardo e la fotografia iniziò a vibrare, poi a sussultare di un fremito irreale, come una coda di lucertola staccata dal corpo ma ancora viva. Non era un buon segno, Rodolfo lo sapeva. Daniela captò il magnetismo, si voltò e osservò la scena con un sorriso sottile sulle labbra. Era caduto in una trappola e, per quanto gli sembrasse incredibile, qualcosa non aveva funzionato nello scanner; non capitava da un sacco di tempo, da quando era bambino probabilmente. Non era preoccupato del ricatto, quello era alle spalle: due milioni di euro risparmiati; ma era seccato. Inoltre non aveva alibi per quella sera, dunque … meglio affrontare il problema alla radice: caduto il ricattatore … caduto il ricatto … risolto l’inconveniente. Senza escludere i meriti della vicenda. Eliminare Ugo era stato sublime: prendere in mano il suo cuore caldo e pulsante non aveva paragoni con nessun’altra esperienza, poteva sentire la nuova carica d’energia salire verso il cervello e brillare di forza vitale mai provata in precedenza. Sospirò. Era giunto il suo tempo. I Fratelli della Chiesa degli Angeli Neri avrebbero camminato sicuri e invincibili verso l’unificazione, e lui … Lui sarebbe stato il faro, accanto al Grande Maestro, o sarebbe diventato lui stesso il Venerabile. Sì, i meriti di Ugo erano superiori nella morte che in vita, anche se, in un angolo dell’archivio mentale, non poteva scordare il patto che li aveva uniti pochi mesi prima. Acqua passata. Squillò il telefono portatile e Rodolfo sussultò, per un attimo il pensiero volò sul biglietto distrutto: “… lunedì riceverai istruzioni”, ma bastò il tempo di leggere il nome sul display e tornò padrone di sé. “Non mi devi chiamare sul portatile” ringhiò Rodolfo. “Lo so, lo so, ma ho qui in studio una delle nostre e … stavamo pensando ad ieri notte, siamo entrambi distrutti ma volevamo dirtelo insieme: sei stato insuperabile …” “Non te lo ripeterò più. Non chiamarmi su questo telefono. Mai più. Non abbiamo amici la fuori e non intendo esporre a stupidi rischi il nostro lavoro per leggerezze infantili. Abbiamo una missione, nessuno lo dimentichi o dovrà fare i conti con me”. Chiuse la comunicazione. Non ebbe tempo di posare il telefono. La seconda chiamata era pronta e servita. “Il signor Roncati?” sentì domandare. “Il dottor Roncati Altavilla di Solero” rispose piccato. “Certo dottore. Scusi il disturbo, la chiamo dalla concessionaria con una bella notizia; si ricorda di me? Due mesi fa chiese una Porsche Cayenne rossa, con interni in pelle e …”; “Ebbene?” troncò senza complimenti. “Beh, volevo solo dire che ne avremmo trovata una … e forse, se lei fosse disponibile a vederla, si tratterebbe di una piacevole gita e …” “Non ho tempo per le gite. Dove si trova?” “A Montecarlo dottore”. “Corrisponde alla mia richiesta?” “Nuova, da immatricolare, rossa come il peccato; ci sarà solo un piccolo sovrapprezzo per lo spostamento” concluse il venditore. “Me la consegni al più presto” concluse riattaccando gelido. Una bella notizia, pensò … “rossa come il peccato” aveva detto il venditore: gli sembrò azzeccato. Era stufo della vecchia Jaguar. Ora, pensò, manca un’ultima buona notizia. Ma la giornata era ancora lunga; guardò l’orologio: le undici e trenta, c’era tempo per molte altre soddisfazioni. Sì alzò, e a piedi scalzi prese la direzione della piscina, si fermò sul bordo e Daniela alle sue spalle sfilò la vestaglia albicocca lasciandolo completamente nudo, lo accarezzò sul tatuaggio e si allontanò. Rodolfo si tuffò e con poche bracciate attraversò la piscina: adorava sentirsi circondato dall’acqua, lo aiutava a smorzare i pensieri e quella maledetta folla di voci nella testa. Si voltò, spalancò le braccia sul bordo, prese fiato e restò appeso a godersi il calore del sole sulle spalle, chiuse gli occhi e lasciò andare lo sguardo nel buio, per vedere con la mente lo spettacolo della nuova sistemazione. Aveva atteso a lungo prima di prendere possesso di Villa Magnolia, ovvero giusto il tempo per soddisfare le apparenze del lutto e le seccature della burocrazia per l’eredità. Ricordava bene il carosello di parassiti collegati: notai, avvocati, fiscalisti e una teoria di consulenti pronti a dare suggerimenti su come impiegare quel fiume di denaro. Per non parlare delle indagini, con quel fottuto poliziotto siciliano. Era soprattutto a causa sua se le cose erano andate tanto per le lunghe. Vivacqua: Commissario Vivacqua … chissà cosa credeva di fare; stupido burattino. A fine marzo si era trasferito. Prima stava in Piazza Solferino, in centro, con la moglie, la contessina Delia. Una sistemazione lussuosa che non aveva mai amato: troppo piccola per le sue necessità, e con quel sapore di dependance subordinata che non aveva mai digerito. La suocera nella bella villa storica sulla collina, e lui con la moglie nel traffico della città ... Dopo la morte della moglie e della suocera: Afdera Dassault Villalta di Solero … sogghignò: “… la contessa” ... Non aveva esitato a licenziare la vecchia pedante servitù e a disfarsi di tutte le proprietà cittadine della moglie e della suocera: negozi, appartamenti, garage … tutto. Stupide vanità nobiliari: molto meglio il denaro, liquido, frusciante, vile strumento commerciale, ma molto, molto più pratico. Aveva deciso di conservare gli immobili più interessanti ai suoi scopi: un appartamentino a Torino come punto d’appoggio, la Villa di Bordighera, il grande Cascinale di Gassino, qualche proprietà sparsa per la Francia, e … Villa Magnolia, naturalmente. Aprì gli occhi per ricevere l’inutile conferma: una casa imponente, tre piani e un numero di stanze capace di ospitare un esercito invasore. Nel punto esatto nel quale si trovava in quel momento c’era il gazebo, e più in là, verso destra, il giardino d’inverno con quell’inutile, vecchia struttura in vetro e ferro battuto … “per le orchidee”, sentì riverberare in un angolo della memoria la voce della suocera: che stupidaggine. Alle sue spalle prima c’era il boschetto di magnolie, ora il barbecue e il patio coperto avevano preso il posto di quelle piante ingombranti. E la piscina, naturalmente. L’aveva pretesa grande, riscaldata, illuminata, automatizzata: un gioiello di millecinquecento metri quadrati. Due mesi di lavori e trecentomila euro, l’architetto aveva raso al suolo il giardino, ma ne era valsa la pena. E poi quella statua stupenda … l’aveva fatta fare appositamente da un laboratorio fiorentino per concludere l’ovale della vasca: uno spettacolo! Ora, a poco più di trent’anni, poteva dirsi un uomo ricco, non più “un marito ricco”. Sorrise rivedendosi in calzoncini corti come giovane di bottega nella panetteria di Amelia in Via Barbaroux, sporco di farina, lui … capace di leggere da un portafogli chiuso ogni singola banconota, ogni monetina … di cogliere un pensiero fuggevole da chiunque gli si parasse davanti … ed era poco più che un bambino. Guardò l’orologio distrattamente e ricordò l’impegno: le undici e trenta. Attraversò la piscina pinneggiando svogliato, sul dorso, per godere del sole sul viso; quando arrivò a pochi metri dal bordo s’immerse e riemerse con uno sbuffo per aggrapparsi alla scaletta: Daniela era lì, con l’accappatoio in una mano ed il telefono nell’altra. Rodolfo compose il numero e restò in attesa. Pronunciò solo una frase: “Sono io. Dimmi”. Dall’altra parte qualcuno rispose con altrettanta brevità e chiuse la comunicazione. Era ora di divertirsi. Si mise comodo, all’ombra, davanti a sé Torino e le sue monotonie. “Io no credo a quello che tu dice, Luca. Perché no proviamo ancora? Io potrei lavare piatti o guardare bambini e tu fa pulizie, o giardino. È meglio che niente. Il bambino avrà bisogno di casa, e di suo papà. No voglio guai”. “Ma quali guai, quale casa … Abbiamo tutte le case che vogliamo. E poi cos’è questa paura: ce la siamo sempre cavata benissimo, Marcella. Oppure stavi meglio prima, in Ucraina a morire di fame”. “No parlare così di mio Paese. Siamo gente che ha sofferto, no come voi. Voi siete ricchi, viziati. Anche tu. Perché no facciamo … no so, una cosa per noi, una vita tranquilla. Ho paura Luca. No mi piace quella roba, porterà male a nostra vita. Io so: porta sfortuna quando c’è di mezzo disgrazia. Dalle mie parti si dice: ”. Marcella improvvisamente tacque, come se le parole appena pronunciate fossero nell’aria a impartire lezioni preziose, meritevoli di ulteriori congetture. Aggiustò i lunghi capelli biondi, alzò lo sguardo per mischiare l’azzurro degli occhi con il colore del mare davanti a se. Rimase per un attimo in attesa, persa nella calma piatta e nello sciabordio delle onde, poi si accucciò sulla panchina per stringersi al braccio di Luca. “Ma sai che sei strana forte?” Sbottò Luca. “Dimmi quale infelicità abbiamo causato … oppure: spiegami la ragione della paura se ne sei capace. La roba, come la chiami tu, era di gente ricca, cattiva, hai visto di cosa sono capaci, eri con me”. “Buttala Luca. No abbiamo bisogno. Possiamo fare con nostre mani nostro futuro, no con mani luride di altri. Io sono forte e tu anche. Insieme possiamo fare molte cose … ma insieme. No voglio mio uomo in galera per stupidi oggetti. Tu sai cosa è galera?” Galera! Certo che sapeva cos’era, non lo aveva dimenticato. Ricordava ogni singolo minuto di quei tre mesi nel Carcere di Marassi e quanto si era maledetto per quello stupido scippo. Lui non voleva, ci si era trovato dentro quasi senza saperlo, era stato Marco, dietro di lui sulla moto. Gli aveva detto rallenta, e tutto era successo in un attimo. Poi la fuga sulla moto rubata, e la volante dietro con le sirene accese, la corsa nel traffico, e infine la provvisoria salvezza. Una salvezza breve, poche ore: giusto il tempo che beccassero Marco, e poi la cattura, di sera nel bar sotto casa. Aveva preso la responsabilità di tutto: Marco era incensurato, di buona famiglia, lo aveva accusato e si era tirato fuori. Sei mesi con la condizionale. Aveva giurato a se stesso che si sarebbe ucciso piuttosto che tornare là dentro. E aveva filato dritto. Ma adesso c’era Marcella con i suoi sogni, e il bambino: il suo bambino. “Guarda Luca, guarda che bello qui, noi due davanti mare. Io no avevo mai visto mare prima di conoscere Italia. Noi abbiamo Mar Nero, ma io mai visto. A Kijev dove io nata è troppo lontano. Pensa a quando avremo bambino e piccola casetta …” Marcella si liberò dell’abbraccio, si voltò e fece segno con la mano in direzione dell’entroterra di Albenga, verso Garlenda, sulla collina. “Là si vede mare e si può avere orto per noi e fiori, tanti fiori. Facciamo Luca?” “Se le cose girano come dico io avremo molto di più e …” “O molto meno, tu pensato questo?” Replicò tagliente Marcella. “Fidati di me”. Replicò Luca con quel fare spaccone imparato da piccolo nei carruggi. “Abbiamo due o tre cose da vendere e poi il colpo grosso. Niente armi, niente violenza, tutto pulito, come tenere in braccio un bambino. Avremo la nostra casa. Non una sistemazione qualsiasi, capisci? Nostra”. Marcella tentò di nascondere una lacrima, ma lo sapeva, era inutile insistere: non c’era modo di far cambiare idea a Luca. Negli occhi del suo uomo troppa delusione, troppa rabbia e desiderio di riscatto si erano accumulati negli anni. Voleva la sua parte in questa vita e poco importava se avesse dovuto morire per averla. Un groppo alla gola. Si avvicinò per stringersi a lui e poco a poco tornò la parola. “Dove io nata abbiamo imparato che vita povera può essere grande dono, se c’è speranza per futuro. No conta molto quello che hai. Quando avevo sei anni un brutto giorno successe grande disgrazia, io no dimenticherò mai quel fumo nero, polvere pesante … era ventisei aprile. Io oggi so cosa successo, ma allora, a quel tempo, no. Troppo piccola e nessuno sapeva. Nessuno poteva dire. Molti scappati da nord, con bambini e poche cose. Distrutti, rovinati, malati. Era primavera, da noi ancora freddo, no come qui in Italia. A Pripyat, vicino Cernobyl, era esplosa grande fabbrica, così dicevano. Ma morte molte persone … e molte ancora morte dopo, di cancro. Nessuno detto noi cosa successo davvero. Bambini giocavano nei prati, a fare capriole su erba bagnata. Mucche brucavano, animali liberi … Mangiavamo insalata dall’orto, frutta, nessuno detto noi che pericoloso per radiazioni. Tutti abbiamo avuto almeno un morto. Io capito cosa importante: vale poco casa se nel posto sbagliato e nel modo sbagliato. Per me, contiamo solo noi tre”. Poggiò una mano sul grembo, e riprese con determinazione. “Io voglio promessa, Luca: questa è ultima volta. Basta problemi”. Luca restò senza parole. Colpito nel profondo. Conosceva Marcella da un anno e non l’aveva mai sentita parlare del suo passato. Era quasi un patto silenzioso: niente ricordi, niente invasioni di campo, ognuno con i propri trascorsi chiusi in un cassetto. Ora, in modo quasi sorprendente, si accorgeva di non sapere nulla di lei e scoprì un vuoto doloroso. Era la prima volta che Marcella si apriva con una confidenza così intima. Restò muto a considerare la promessa e davanti a quegli occhi tristi e determinati al tempo stesso riuscì a dire soltanto: “Sì, te lo prometto”. Alle dieci in punto l’uomo era in attesa di essere ricevuto. L’ufficio, a pochi metri dal Pantheon, affacciava sulla piazza a quell’ora brulicante di turisti boccheggianti. Faceva troppo caldo a Roma per quell’ora e per essere agli inizi del mese di giugno: l’anticiclone delle Azzorre, diceva il centro meteo dell’aeronautica … Era sua la responsabilità dell’alta pressione e del clima rovente precipitato sulla città. Sarebbe durato tutta la settimana, per la gioia dei romani affaccendati nel traffico impossibile della capitale. All’esterno, la targa dell’ufficio recitava un banale “Interworld, traduzioni tecniche e d’affari”. Forse qualche traduttore in tutto l’ufficio c’era davvero, ma non era il motivo di sopravvivenza del “dipartimento porcherie celate del Ministero degli Interni”. L’uomo se ne stava tranquillo, quasi indifferente, nel suo vestito di lino color verde bottiglia, a leggere il giornale sulla poltrona d’angolo della sala riunioni. Nella mano sinistra un vistoso Cohiba spento raccontava il profumo dei Caraibi e di abitudini raffinate. … L’incidente, accaduto in prossimità dello Stabilimento balneare “La Pagoda”, ha lasciato sul selciato ancora una vittima. Il tratto di strada sul quale ha perso la vita questa notte Domenico Bertalli di 68 anni, residente ad Otranto, è il principale accusato dell’ennesimo incidente mortale. Certo, gli immigrati, i clandestini disperati, il mercato di carne umana priva di futuro e proprio per questo priva di etica, ha un ruolo da protagonista nella storia … ma quella strada ha troppe vite sulla coscienza. Bertalli è stato investito intorno alle 22,40 da un’auto impazzita che percorreva a forte velocità il viale. I testimoni hanno riferito alla pattuglia di Carabinieri, per puro caso nelle vicinanze, di un urto spaventoso. Dell’investitore nessuna traccia, ma c’è chi giura di aver riconosciuto un uomo di colore alla guida della Peugeot familiare … L’uomo piegò la pagina e stirò con cura il quotidiano, lo avrebbe consegnato nelle mani dell’interlocutore come notizia di folclore. Così, tanto per lasciare un particolare a sostegno del lavoro compiuto … in attesa di documentazione ufficiale. Il pericolo di un disturbo scomodo era superato. Mimmo Bertalli non avrebbe avuto una terza occasione di rilancio. La seconda era stata fatale. Inoltre, il materiale acquisito era più che sufficiente per ricostruire gli avvenimenti del gruppo coinvolto nell’Affare “S”. Non c’era bisogno di altro. Esse come Stargate … Considerò l’uomo con un ghigno laterale sulle labbra. “Certi pasticci hanno la capacità di venir fuori quando meno te lo aspetti, anche a trent’anni di distanza; non muoiono mai. Buon per me, e per la mia agenzia!” Quello era giorno di paga. Ufficialmente l’incarico era concluso anche se ... c’era la possibilità di un prolungamento dei lavori. Lo sapeva e ci contava. Ai suoi piedi la valigetta con il denaro di ritorno raccontava di una parcella non ancora pronta per tirare l’ultima riga. La porta si aprì con uno sbuffo, un giovane entrò con un vassoio e due caffè, accennò un saluto, depositò le tazze, fece una giravolta ed uscì nel momento in cui apparve un altro uomo, robusto, con i capelli cortissimi, un pizzo scuro collegato a baffi sottili e un portamento atletico. Questi entrò e si avvicinò con fare sicuro verso l’ospite. Aveva occhi scuri incassati, un viso quadrato, la mascella forte sul collo taurino, indossava una camicia a maniche corte dalle quali sbucavano braccia legnose come tronchi d’albero. L’ospite considerò che era meglio non incontrarlo al buio … se privi di adeguata attrezzatura. I due si salutarono senza cerimonie, bevvero il caffè in silenzio e la conversazione andò subito al punto. L’uomo consegnò distrattamente il giornale sull’articolo della morte del Bertalli, l’altro guardò in modo superficiale e disse: “Non avevo dubbi, comunque può essere utile al Committente, almeno come gesto di professionalità”. L’altro chinò il capo lievemente come ringraziamento dell’attestato e rimase in ascolto. “Mi dica della bonifica …” “Una formalità indispensabile. Lei capisce. Abbiamo disinstallato un po’ di materiale di servizio; tre, quattro microfoni e altrettante microcamere. Ad ogni modo il Bertalli non custodiva in casa nulla riguardante l’operazione. Abbiamo ispezionato l’auto, l’appartamento, il garage. Nulla. È stata aperta la cassaforte a muro e …” mise mano alla giacca per estrarre un blocchetto. “… abbiamo recuperato i movimenti bancari e le tracce del versamento della prima tranche, ho pensato potesse farvi comodo per una pulizia … diciamo radicale”. Lasciò il materiale sul tavolo e proseguì. Frugò nella tasca dei pantaloni, pescò una chiave e lasciò anche questa. “… È di una cassetta di sicurezza a sua disposizione per dieci giorni. Troverà tutto il materiale acquistato. Si tratta di un CD, non criptato; è certamente una copia, dunque la documentazione cartacea … quella originale intendo, credo si trovi là dove deve essere. Questo è un vantaggio ed un potenziale problema …” “Perché?” domandò asciutto il padrone di casa. “Il vantaggio è evidente: se qualcuno vorrà controllare non chiamerà le guardie … i dossier sono al loro posto. Lo svantaggio è di minor peso: probabilmente non avete né l’esclusiva né la certezza di possedere tutta la documentazione. Stabilisca lei cosa è meglio” concluse sbrigativo. Il linguaggio era da addetti ai lavori e poteva significare più concetti. Uno di questi risultò subito chiaro al Padrone di Casa: non tentate di fare a noi ciò che è capitato al Bertalli: una copia del materiale è nelle nostre mani! L’uomo capì al volo ma non commentò; rifletté in silenzio. Era soddisfatto. Un lavoro eccellente e un professionista molto prezioso. Peccato non fosse più un collega. “Che altro” incalzò senza complimenti. “Quel CD, come ho detto, è una delle copie. Nella casa del Bertalli non c’erano computer ne altre tecnologie informatiche. Il lavoro di copiatura non sappiamo dove e da chi è stato fatto … e non sappiamo quante copie sono state prodotte. Può darsi che non salti fuori nulla … ma non si può essere certi”. “Pensa che verrà fuori qualcuno a reclamare la morte del Bertalli o la documentazione? Un ricattatore, per capirci …” L’uomo atteggiò il volto ad un broncio pensieroso, “… diciamo che se qualcuno possiede un’altra copia può tentare di falsificarla e venderla a modo proprio …” sentenziò. “Apprezzo la schiettezza” commentò il Padrone di Casa. “È tempo di parlare di onorari … credo …” “La somma concordata, incluse le commissioni per il recupero della seconda tranche, è stata detratta dal valore …” l’uomo indicò lo zaino per significare che aveva trattenuto le proprie competenze dai fondi impiegati per pagare il Bertalli. “Quindi siamo soddisfatti, non c’è altro”. L’uomo fece per alzarsi e prendere congedo, ma il padrone di casa distese un braccio … “Lei ha visionato la documentazione … che opinione si è fatta?” “Stargate non è argomento facile, ma se usato con astuzia può avere gli stessi effetti di illustri precedenti come l’Operazione Gladio … o il Dossier Mitrokhin, per citare i più recenti. Molto dipende da come e quando l’opinione pubblica ne verrà a conoscenza” “Al telefono questa notte parlava di praticabilità immediata. Ho informato il Committente di questa ipotesi, e si è detto interessato a saperne di più …” “Diciamo che, guardando al calendario politico, un uso immediato potrebbe avere vantaggi piuttosto pesanti … mi pare evidente” “Sia più chiaro” “Vedo due strade. Una più lunga, a basso rischio. Ovvero, si consegna il materiale ai giornali … al resto penseranno loro” “Hmm, vorranno controllare il contenuto, ci vorrà tempo … potrebbe essere necessario spingere con molte energie, magari esponendosi a qualche rischio di troppo …” “Sono d’accordo, tuttavia anche la seconda via non è priva di rischi e necessita di aiuti potenzialmente rischiosi. Minori del precedente … ma comunque presenti …” “Vada avanti …” “Se il Dossier salta fuori dai giornali è screditabile in quanto proveniente da archivi ufficialmente inesistenti. Gli antagonisti potrebbero difendersi sostenendo che si tratta di un falso, lanciato sulle elezioni per spostare voti. La solita storia della calunnia; non dovrebbe essere difficile minimizzare i danni nel breve periodo. Chiaro?” “Prosegua …” “Se invece il materiale salta fuori per altre vie, non dagli organi di stampa, ma in modo … diciamo casuale, imprevedibile, non politico, l’impatto sarà efficace in tempi brevi e non manovrabile. Una specie di scacco matto. Nessuna possibilità di reazione per l’avversario …” L’ascoltatore si mosse sulla poltroncina, la frase aveva avuto effetto. “Credo che questa possibilità dello scacco matto renda l’ipotesi molto interessante per il Committente” “Mi rendo conto”. Replicò austero l’uomo. Per un attimo tacque come concentrato a scegliere con cura le parole. “Prima che il nostro ex maresciallo tornasse alla carica con una seconda richiesta di denaro a fronte di nuova documentazione, ho fatto fare qualche controllo, orientato a verificare l’autenticità degli acquisti. È un lavoro che svolgiamo di prassi per la clientela più esigente … Ebbene, grazie all’esperienza di un collaboratore, buon conoscitore del caso …” l’uomo fece una pausa significativa “… un ex addetto ai lavori, per capirci, ci siamo accorti di un filo pendente che con poco sforzo si può tentare di allacciare …” L’uomo non aggiunse altro. Era evidente che non intendeva scoprire il gioco. Il padrone di casa sapeva che forzare la mano non sarebbe servito a nulla. Se voleva saperne di più, doveva mettere mano al portafogli o lasciar cadere la collaborazione. “Lei ritiene che riallacciando il filo il caso potrebbe esplodere spontaneamente?” “Ad una domanda così precisa non sono in grado di rispondere”. Stava facendo il prezioso, e il padrone di casa cominciava ad averne abbastanza. “Qual è la domanda giusta allora?” “Non voglio determinare domande e risposte. Dirò cosa possiamo fare senza troppe storie” l’uomo cambiò posizione sulla sedia, si sporse lievemente e riprese “… possiamo fare in modo che, con una certa facilità, il Dossier salti fuori … diciamo casualmente. Questa casualità sarà la vera bomba. Per questa operazione il Committente dovrà azionarsi spostando alcune leve … altre le muoveremo noi controllando l’avanzamento passo a passo … ” disse in gergo. “Capisco. Che cosa rischia il Committente?” “Nulla” “E se non funzionasse? “Lo faremo funzionare …” replicò l’uomo con un ghigno altezzoso. “Molto dipende dai tempi. Questo genere di operazioni vive di decisioni fulminee e … mi pare di capire che non abbiamo tempo. Il risultato dipende da quando potremo fare le prime mosse. Sta a voi decidere …” “Allora …” il padrone di casa raccolse lo zainetto, lo aprì, divise il contenuto in due parti uguali e ne consegnò una all’ospite. “… procedete!” Si alzò e quando fu sulla porta aggiunse “Il Committente la autorizza a procedere, scriva un promemoria del piano e cosa le occorre per un intervento immediato. Me lo consegnerà entro dieci minuti. Io sarò il solo interlocutore abilitato per l’operazione, ogni sera mi aggiornerà sui progressi. Utilizzi gli stessi strumenti di comunicazione impiegati fino ad oggi. Non serve aggiungere che non potrò offrirle alcuna copertura, vero?” L’altro era frastornato. Non si aspettava tanta rapidità. Abbozzò un silenzioso inchino, ma la porta era ormai chiusa. “Aveva previsto tutto …” considerò l’ospite con una punta di sorpresa. Nel suo ufficio l’agente dei Servizi rifletteva sull’accordo concluso, era soddisfatto. E lo sarebbe stato anche l’onorevole: questo era quel che contava. A storia finita avrebbe vantato un credito importante, specie se le elezioni fossero andate nel modo giusto. Ripensò all’operazione in corso: gli sarebbe piaciuto condurla in prima persona, senza esterni di mezzo. Ma forse era meglio così. In fondo, per la carriera, era più conveniente che certe porcherie restassero lontane dal curriculum. Meglio assistere dall’esterno, piuttosto che restare invischiato senza coperture … non era un’operazione pericolosa, non vedeva minacce di sparatorie o sicari in agguato dietro l’angolo e anzi, per come la pensava lui, era quasi una vacanza molto ben pagata, con il solo difetto che, se va storta e sei lì con le mani in pasta … il potere politico ti distrugge. Comunque aveva il controllo, non poteva sperare in uno sviluppo migliore. Prese il telefono e digitò il numero dalla linea riservata. Era il numero diretto, niente segreterie o filtri … dritti all’interlocutore. “Buon giorno. La disturbo per confermare che la macchina è in moto e l’accordo è stato raggiunto” “Bene. Qualche idea sui tempi?” “È prematuro” “Non interessa a nessuno un’esplosione tardiva. Questo è chiaro?” Commentò seccamente. “Sì. Ci vorrà qualche giorno per impostare le basi, dopodiché sarà meno complesso stimare i tempi. Quando sarebbe meglio che i fatti diventino di dominio pubblico?” “Diciamo otto, dieci giorni, non di più” “Lo comunicherò al nostro uomo” rispose senza emozione. La conversazione si concluse e l’agente non poté fare a meno di riconsiderare le proprie aspettative, “Non ce la farà … troppo poco tempo” valutò in silenzio. Nel XII secolo appare effettivamente la dottrina cabalistica come una realtà letteraria e culturale, con l’elaborazione del Sefer ha-Bahir, di cui, molti eminenti studiosi concordano con la mia interpretazione, deriva da materiali di epoche diverse. Il XII secolo secondo la mia opinione è il grande secolo della cabala, con lo Zohar, opera di Moses Ben Shem Tov de Leon –questo per quanto attiene il Midrash ha-Ne’elam, l’Idra Rabba e l’Idra Zuta- Il carattere dottrinale della cabala riposa allora su opere delle quali si può affermare contraddittoriamente l’eterogeneità e la continuità. Il che prova, per rispondere alla sua domanda giovanotto, la permanenza dell’insegnamento sefirotico e di quello che giustifica l’esegesi: gematria, notarico, temura; dunque la concezione di un alfabeto sacro e numerico. “Allora professoressa, anche lei concorderà sulla comunanza della cabala con le dottrine numerologiche” “Dovremmo entrare nel merito della gnostica e sarebbe opportuna una reinterpretazione per seguire il suo ragionamento. Temo che il tempo a disposizione non offra possibilità di approfondire e, ritengo, andremmo fuori tema rispetto al percorso programmato”. “Professoressa. Professoressa Lombardi, per favore … un istante professoressa …”. Una folla di voci si alzò in coro nell’aula; ad un estraneo poteva sembrare la conferenza di uno dei tanti discutibili santoni di scienze tutte da dimostrare, e non l’aula di Storia delle Religioni della facoltà di Filosofia di Torino. Ma la professoressa Guelfa Lombardi sembrò non curarsi del tifo inopportuno; ritirò pazientemente le diapositive e il materiale di studio. Guardò l’aula sopra gli occhialini e rispose paziente. “Per oggi basta così, sono una vecchia rimbambita, ma non approfittatene perché so ancora leggere un orologio. Alla prossima lezione ragazzi. A proposito. Ordine di servizio: gli iscritti al seminario breve sull’esoterismo devono rivolgersi alla segreteria della facoltà e confermare al mio assistente dottor Ferro la partecipazione. Ricordo a tutti che il seminario vale da cinque a dieci crediti sul punteggio d’esame, quindi … fatevi furbi”. L’aula andò svuotandosi prima controvoglia, poi con maggiore speditezza. Tra i banchi ormai non c’era più nessuno, solo verso il fondo un gruppetto d’irriducibili sembrava resistere alle tentazioni della giornata di sole e aspettava la professoressa per ricevere le solite informazioni sugli esami o per convalidare il voto della sessione precedente. E poi i curiosi, naturalmente. La Professoressa Lombardi era diventata una celebrità con il programma televisivo sulle scienze occulte. Nonostante fosse sull’orlo dei settanta e la sua carriera fosse costellata di successi editoriali di portata internazionale nel mondo universitario, era diventata una star suo malgrado un anno prima, durante una puntata di “Quarta dimensione” quando, con l’aiuto di Angelo Ferro, partecipò al ritrovamento di una bambina scomparsa, in diretta televisiva. Da allora il programma aveva moltiplicato gli ascoltatori e la Rai lo aveva trasformato in un appuntamento settimanale. Guelfa Lombardi guadagnò l’uscita accelerando il passo, aveva appuntamento negli studi Rai ed era determinata: non avrebbe accettato un altro anno di lavoro sotto i riflettori. Era stufa di sala trucco, telefonate in diretta, maghi di periferia e tutto il variopinto mondo d’imbroglioni e saltimbanchi. Lei era una studiosa, una ricercatrice, massì, un topo da biblioteca se si vuole usare un termine consumato, e in fondo lo era davvero. La sua raccolta privata contava oltre trentamila volumi scritti in tutte le lingue di babilonia e collaborava con un’infinità di centri di ricerca, fondazioni, università sparse da un capo all’altro del pianeta: non era una donna di spettacolo. Anche se talvolta si definiva una bella vecchietta e pochi avrebbero osato dargli più di sessant’anni. Aveva accettato l’incarico quasi come una sfida, forte di quell’idealismo che solo i giovani e i puri possono mettere in gioco, e una parte dello scopo era stata raggiunta: mai aule di teosofia erano state tanto gremite. Ma adesso non era più disposta a mettere in secondo piano il suo lavoro per stare davanti alle telecamere. Ci pensava da tempo ed era arrivata a conclusioni definitive: Gik, alias Angelo Ferro, avrebbe preso il suo posto; l’amico, l’allievo, il collaboratore. Tra un attimo glielo avrebbe detto. Era la persona adatta: giovane, piacente, con tutta una vita davanti per entrare ed uscire dagli studi televisivi o per fare qualsiasi altra carriera. Incluso il sensitivo, se davvero lo avesse voluto. E poi, il successo era soprattutto merito di Gik: lui aveva trovato con le sue incredibili capacità la bambina. Lei si era limitata a fare quel che sapeva fare: il saggio, la guida, niente di più. La professoressa superò l’uscita facendosi largo nel capannello di persone in attesa, rimandò gli allievi alle cure degli assistenti, declinò la richiesta di autografi e con lo sguardo cercò Gik: doveva essere lì da qualche parte a godersi la scena. Quando sentì bussare lievemente sulla spalla si voltò intenzionata a ripetere l’ennesimo rifiuto a firmare autografi, per trovarsi ad un palmo di naso da un giovanotto di circa trent’anni, robusto, alto e sorridente. “Hei prof, me la farebbe una firma? È per il mio nipotino … ha ventuno anni e mi dice sempre: zio, guarda che amore quella vecchietta di professoressa alla televisione, non sembra Greta Garbo? … E come parla bene … non capisco una parola ma è forte …”; “Gik: sei incorreggibile” rispose Guelfa sbuffando divertita. Poi inforcò gli occhiali lo guardò con attenzione e riprese: “Ma … quelle ferite non mi piacciono Gik. L’ultima volta … quando è stato … lunedì scorso … non mi sembravano così vistose. Che cosa ti ha detto il medico?”; Gik toccò istintivamente il viso per incontrare tra labbro superiore e naso una piccola chiazza, come un’ulcera infiammata. Se avesse continuato l’esplorazione ne avrebbe trovate altre due: una per orecchio, appena coperte dalle basette e da ciuffi di capelli. “Mi ha detto che se non ci sbrighiamo facciamo tardi all’appuntamento. Quindi, cara prof, muovi le gambette da pensionata e datti da fare”. Concluse sbrigativo avviando il passo. “No, Gik. Dico sul serio. Non mi piace questa storia. Voglio una risposta seria”; “È tardi Guelfa, non fare i capricci: ci aspetta la Rai” pronunciò la sigla spalancando gli occhi, come a significare la grande importanza dell’occasione. “Magari ci prendono per fare un nuovo programma: Starsky e Hutch in misto. Oppure: Attenti a quei due, versione italiana. Cosa ne dici prof?”; La professoressa si fermò, lo guardò serio, si scurì in volto e per un attimo restò in silenzio. “Per me sei come un figlio, e non riguarda il fatto che non hai più i genitori. Stai con me da … da sempre, in pratica. Eri un moccioso quando ti ho conosciuto. E credi ancora di farmi fessa? Dimmi come stanno le cose: hai ripreso con quegli esperimenti? Con le sedute pericolose?”; “Dai Guelfa. Non farmi la paternale. Lo dici sempre anche tu: l’esperienza è sperimentazione” rispose Gik imitando la voce della professoressa. “Sto portando avanti delle ricerche … non è pericoloso come credi. Ti porterò i risultati di questo lavoro entro un mese, non di più. Sono alla fine. Vedrai … resterai senza parole: non è una caccia ai fantasmi. Ho trovato qualcosa di, di … vedrai. Lasciami lavorare”. Guelfa restò a guardarlo in silenzio, come volesse verificare parola per parola quanto aveva sentito, poi scosse la testa perplessa. “Hai gli occhi infossati, sei giallo come un cinese: non stai bene, se ne accorgerebbe un cieco. Non mi stai dicendo la verità e questo m’innervosisce ancora di più. Quindi non verrò con te né alla Rai, né in alcun altro posto. Sbrigatela da solo”. “Prof, quando fai così … abbiamo un appuntamento … Dai … è solo uno stupido herpes, un virus, un’infezione, che bisogno c’è di farla tanto lunga …”. “Questa oscura infezione da dove arriva? Da quando hanno avuto inizio quegli incubi, o visioni, chiamale come vuoi! Ovvero più o meno da quando hai iniziato quel misterioso lavoro di ricerca del quale non vuoi parlare … dico bene?”. “Ho capito, sei infastidita perché non ti ho tenuto al corrente. È così?”; “No. Non è così. Il fastidio riguarda la tua cattiva salute, la sperimentazione di pratiche pericolose e, per dirla tutta … ho anche un brutto presentimento. Sta per succedere qualcosa e …” “E? …” fece eco Gik improvvisamente serio. “E … ci coinvolgerà entrambi …”; Il cellulare prese a squillare interrompendo la conversazione, Gik guardò l’orologio, alzò gli occhi al cielo, le undici e dieci: erano in ritardo. Doveva essere il Centro di Produzione Rai. “Sì?” rispose posando la borsa ai suoi piedi. “Sì, sono io … come dice? Sì, è proprio di fronte a me, stavamo giusto per ve…”; Guelfa agitò l’indice per dire che non aveva intenzione di parlare. “Hmm, ma si tratterebbe di due minuti, noi siamo già per str… Ah, capisco, non può più attendere. Sì … Aspetti, scusi un momento”, Gik coprì il microfono con il palmo della mano e si rivolse alla professoressa. “Guelfa, dicono di rimandare a dopodomani, stessa ora … il dottor Parisi è stato chiamato a Saxa Rubra, a Roma, e non si può trattenere. Dico che va bene?”; “Digli che andrai da solo. Hai la mia fiducia e la mia delega se occorre. Tienimi fuori per favore. Fai tu”. Concluse asciutta. Gik lanciò uno sguardo contrariato e riprese la conversazione. “Sì, restiamo d’accordo così: ci vedremo mercoledì. Certo, con la professoressa Lombardi, è ovvio”. Gik chiuse lo sportello del telefonino, lo ripose nel taschino interno della giubbotto e sbuffò. Le ultime parole di Guelfa prima dell’interruzione lo avevano turbato e ora si sentiva indisponente. Non gli era piaciuta la storia del brutto presentimento. Era un sensitivo, conosceva il valore delle percezioni ed aveva imparato ad ascoltarle, specie quando provenivano da una donna come Guelfa. “Chissà perché certe volte sei così insopportabile. Quel programma è importante per me Guelfa … e tu fai la preziosa senza ragione. Si può sapere perché dovrei andare da solo e rappresentarti? Non la voglio la tua delega: andremo insieme”; “Del programma non ne hai bisogno tu e nemmeno io. A meno che tu abbia interessi sconosciuti ad una vecchia rincitrullita come me”; “Riguarda la ricerca, il lavoro di cui ti parlavo …”; “Ah, vedi? Torniamo agli aspetti sconosciuti!”; “Va bene. Ho capito. Sei riuscita a far saltare l’appuntamento, ma non è tutto, che altro c’è? Butta fuori …” “Sono stufa Gik. Vecchia e stufa. Non mi va di fare la scema davanti alle telecamere, e non ho più voglia di avventurarmi in progetti che hanno perso significato. E poi vorrei saperti fuori da certe storie pasticciate. Ormai sei grande Gik. Devi fare le tue scelte … quanti anni hai, trentatre, trentaquattro …?” “Trentatre! Vacci piano. Vieni, prendiamo un caffè, voglio sentire il tuo parere su certe questioni” “Ti propongo uno scambio” fece Guelfa incamminandosi verso l’uscita di Via S. Ottavio. “Io dico quello che ti serve, e tu mi dici qualcosa su quella visione. Sono curiosa come una vecchia bertuccia”. Risero come coetanei. Guelfa spinse la porta del Caffè dell’Ateneo su Via Po lanciando un’occhiata, entrò e prese la direzione della saletta appartata del bar, deserta a quell’ora, quindi si accomodarono. Fu Guelfa ad aprire le danze. “Prima di tornare alla visione voglio sapere se quei fenomeni si sono arrestati”. Domandò spostandosi in avanti sulla sedia, come non volesse perdere una sola parola. Gik sembrò a disagio. Cercò di nascondere l’imbarazzo, abbassò la testa e quasi controvoglia iniziò con un filo di voce. “No. Anzi …”. Fece una breve pausa, come avesse bisogno di cercare le parole, quindi riprese. “… Questa è successa ieri sera. Sono rientrato tardi, avevo un appuntamento con Don Antonio alla Curia Metropolitana e …”. Gik cambiò espressione. All’improvviso i muscoli del viso si contrassero, come in uno spasmo e sembrò perdere contatto con la realtà. Un filo di saliva all’angolo dalla bocca e gli occhi attraversati da un riflesso sinistro, disturbato. Ma fu un attimo. Guelfa si avvicinò, lo guardò con attenzione, perplessa, lo toccò appoggiando la mano sul braccio e Gik sembrò tornare al discorso come se nulla fosse accaduto. “E … la casa era sottosopra”, Gik interruppe il racconto, fece una nuova pausa, guardò l’orologio a parete e sembrò prendere nota mentalmente dell’orario: le undici e trentacinque. “… sai, non è più una novità …” “Sottosopra come?” Domandò Guelfa. “Ieri i quadri erano spostati in posti diversi … capovolti ... sembrava passato un uragano. La luce funzionava ad intermittenza, nel salotto sono inciampato, al buio, e quando ero a terra il vaso sulla libreria è caduto ad un palmo dalla testa. Era un vaso molto pesante, oltre che di valore. Non so dirti cosa sarebbe successo se mi avesse preso. Quindi, i fenomeni non sono cessati e …” “Sai quanto sia scettica nei confronti di queste manifestazioni, vero Gik? Non mi fraintendere, credo a quel che dici, ti conosco troppo bene per dubitare. Ad ogni modo penso sia giunto il tempo di rivolgersi a qualcuno per ricevere un aiuto qualificato, non sei d’accordo?” “… e … poi è successo dell’altro …” proseguì Gik, indifferente al commento di Guelfa. “Sono andato a letto, ero stravolto dalla stanchezza e preoccupato, spaventato. Sentivo il cuore impazzito, poi ho avvertito una presenza. Anche questa non è più una novità, ma ieri è stato diverso. L’entità non si è materializzata, e potevo sentire un … un lamento triste, opprimente, provenire da un punto indefinito e sentivo l’infelicità avvolgermi con una forza sovrumana … mi procurava un dolore lancinante. Era come se avesse il mio cuore in mano … e comunicasse con lui in una lingua sconosciuta. Mi capisci?” “Ci sto provando Gik”. Non erano fatti sconosciuti alla professoressa, tuttavia sapeva quanto raramente avvenissero e quanto la mente umana fosse protagonista di manifestazioni solo apparentemente paranormali. Paracelso scrisse che una fervida fantasia è l’ingrediente principale di ogni operazione magica. Condivideva in pieno tutti i significati possibili di quella frase. In tanti anni di studio e di osservazione diretta se n’era persuasa: la distinzione tra fattori esterni, ovvero provocati da terzi, e fattori interni, ovvero provocati dallo stesso soggetto vittima delle manifestazioni, erano spesso indistinguibili e quasi mai si trattava di occulto. L’autosuggestione è capace di fenomeni di potenza incredibile. “È la prima volta che accade con questo realismo?” Domandò Guelfa. “No. Ci sono state altre occasioni. Ogni volta il messaggio è più forte e aggressivo. Guarda …” Gik si alzò dalla sedia, frugò nelle tasche e tirò fuori due manciate di bigliettini stropicciati, misti a banconote accartocciate, appunti, vecchi scontrini scarabocchiati. Ne fece un mucchio raccolto in entrambe le mani e lo depositò sul tavolino. Quindi si sedette e sembrò esausto. La fronte madida di sudore. Guardò ancora l’orologio: le undici e cinquanta. Volse lo sguardo al cameriere e ordinò due caffè e dell’acqua. Guelfa restò a guardare frastornata i gesti dell’amico. Le sembrò irriconoscibile: disordinato, confuso, a tratti assente. Non era Gik. Non era Angelo Ferro. L’uomo che aveva di fronte era un alieno, un mutante, una copia del ragazzo cresciuto in casa sua. “Guarda prof …” Gik agitò le dita sulla pila di foglietti accatastati per aprire il mucchio, e ne pescò uno: “… Vedi? Comunica …”. Sorrise goffamente. “Ho preso qualche appunto, sai … per ricordarmi, con le date …” “Non ti seguo Gik” “Guarda …” Frugò tra i biglietti e ne prese un altro. “Guarda questo, dice , lo ha ripetuto mille volte. All’inizio non capivo. Ricevevo un segnale debole, confuso e la voce era spezzata e …” “Senti la voce?” “No, è più un comunicato mentale, quasi telepatico. Non ho mai avuto un’esperienza paragonabile, è quasi come la metafonia, ma non ci sono strumenti magnetici. Prima potevo sentire la sua presenza e mettermi in contatto solo durante le sedute sperimentali e, per quanto distorta, confusa, spaventosa in certi momenti, sentivo la voce. Da quasi due mesi è cambiato tutto. Anche la fenomenologia è diversa. Ora le comunicazioni non sono determinate dalla mia volontà … è l’entità che stabilisce il luogo e il momento. Da qualche giorno gli incontri, chiamiamoli in questo modo, sono frequentissimi … direi quotidiani. Puoi rendertene conto sui miei appunti … guarda le date” Guelfa restò ad ascoltare senza aprir bocca, quasi sovrastata dall’enormità di ciò che aveva sentito. Un tornado di sensazioni confuse roteò nei pensieri e … domande, mille domande alle quali avrebbe voluto assegnare una risposta. Accavallò le gambe, appoggiò la schiena alla poltroncina e per la prima volta da dieci anni sentì la mancanza delle sue vecchie Gauloises. “Che altro …” disse quasi in un sospiro Guelfa. “Non ti sembra abbastanza prof?” “Voglio dire … qual è l’argomento, il tema, il contenuto della comunicazione” “Non lo so per certo. Le comunicazioni non sono come messaggi sulla segreteria telefonica. Non è così immediato. Sto cercando di collegare le informazioni. Da qualche giorno il centro di tutto sono gli oggetti: una spilla e una sigla. Ah, il mare. C’è di mezzo il mare”. “Perché non me ne hai parlato prima Gik?” “Ho una sorpresa per te. Lasciami portare a termine il lavoro e vedrai … manderemo in televisione un fatto sensazionale, ne parleranno tutti” “Gik …” intervenne la professoressa contrariata, “Forse ti sei calato troppo nella parte. Noi non facciamo giornalismo o spettacolo, il nostro è un programma diverso. Non siamo presentatori come Buongiorno e la Carrà. Poi non voglio vederti ridotto in questo modo, hai perso lucidità, non sembri più la stessa persona. Mi preoccupi: questa vicenda ti sta distruggendo. Avresti dovuto parlarmene prima. È questo il segreto, non è vero? La ricerca misteriosa di cui parlavi … ebbene, sappi che non sono tranquilla, ti ho detto che ho un brutto presentimento e … questa storia non mi piace … davvero Gik. Non mi piace per niente”. Guelfa tirò un lungo sospiro, abbassò lo sguardo come a riflettere sulla situazione. Poi, quasi senza accorgersene, percepì un cambiamento, come se un vento caldo fosse entrato nella stanza per concentrarsi intorno a loro. “… E manca un particolare al tuo racconto: chi. Chi è il mittente. Chi è l’entità con la quale sei in contatto? O fa parte del segreto?” Concluse Guelfa alzando gli occhi, sempre più infastidita dalla percezione di un disturbo invisibile ma presente, inquietante. Inquadrò il volto dell’amico e restò annichilita. Balzò all’indietro mettendosi in piedi. Le vibrazioni acceleravano e un ronzio, aggressivo come una scarica ad alta tensione, si era concentrato su Gik. Gik era frustato, sussultava e sembrava in balia di una forza malvagia: era scosso da un tremolio che si allargava per tutto il corpo. Sulle tempie gonfiarono le vene, gli occhi spalancati, rovesciati all’indietro. Il tavolino prese a vibrare e le tazzine del caffè si rovesciarono. La professoressa arretrò di un passo e per un attimo restò attonita, quasi paralizzata: per quanto si sforzasse non riusciva neppure a parlare. Gik arretrò il capo, prese ad inarcarsi come un bambolotto di pezza, incapace di resistere alla pressione di tutta quell’energia. Il volto tirato in una smorfia, la bocca aperta in modo innaturale: una visione terrificante. La professoressa avrebbe voluto intromettersi ed entrare nel vortice per spezzare il flusso, ma quando provò, una frustata più forte spinse Gik ancora più indietro, con violenza. La poltroncina slittò allontanandosi con un cigolio sinistro, strattonando Gik che restò aggrappato ai braccioli come per resistere al disarcionamento, il volto deformato dal dolore e dalla sorpresa. Nella sua espressione il ritratto della vittima, incapace di sottrarsi a tanta inspiegabile furia ma, quando sembrò sul punto di cedere e schiantarsi, Guelfa tentò ancora di soccorrere l’amico, e provò ad avvicinarsi per essere quasi travolta e spazzata via dal vortice. Per un istante lunghissimo la pressione continuò ad aumentare, il ronzio si fece più forte ma non produceva risultati e Gik sembrò trovare la forza per reagire e tornare nelle proprie facoltà. Da principio con incertezza, poi con maggiore spinta, Gik aumentò la pressione e un fluido azzurro prese piano piano il sopravvento sul vortice. Gik alzò il capo, gli occhi erano tornati lucidi, presenti: fece ondeggiare la testa come per caricare di una energia superiore la propria reazione, aprì la bocca e iniziò a soffiare, prima dolcemente, poi con un’intensità spaventosa, un lungo respiro che nel volgere di qualche istante ebbe il sopravvento sull’energia malvagia. Tutto cessò in un attimo, all’improvviso. Silenzio assoluto. Tornò la quiete. Guelfa restò terrorizzata a guardare Gik, fermo nell’angolo, per terra. Gik abbassò gli occhi visibilmente provato. Sul volto il sangue si era rappreso e stretti solchi rosso bruno attraversavano il viso. La professoressa si avvicinò, prese dell’acqua e la spruzzò sul volto dell’amico, poi s’inginocchiò e tentò di controllarne le condizioni. Gik si alzò malfermo sulle gambe, barcollò verso l’uscita senza parlare, attraversò i portici di Via Po, alzò lo sguardo sulla collina, guardò in direzione della Gran Madre di Dio e resto per un attimo ansimante, il suo sguardo era acuto, sembrava a caccia di un segnale, un indizio. Guelfa dietro di lui, attonita, provò a sorreggerlo. “Sei lì. Da qualche parte la sopra …” “Chi Gik, chi è la sopra?” “Qualcuno che mi conosce bene. Profondamente. Non so chi è, ma è questione di poco. So come trovarlo”. Gik iniziò a respirare a fondo. “È forte, molto forte. E … c’è qualcosa in lui che riconosco, è come se … se … non so spiegarti Guelfa. È come se ci conoscessimo … puoi capirmi?” Certe volte capisci come andrà la giornata prima ancora di scendere dal letto. E ci vuole una certa esperienza a capirlo da poche sottili indicazioni. La vita, e certe giornate, sono come la camicetta di un neonato: corta e piena di cacca. Chi l’aveva detto … Palazzeschi o Fogazzaro? Non era importante. L’interpretazione era azzeccata e avrebbe voluto essere lui, l’autore di quel distillato di sapienza. Quella era una giornata della minchia prima, molto prima di uscire da casa. In primis non aveva dormito bene, in secundis la cena e i peperoni di Assunta, che di solito erano una vera prelibatezza, non li aveva digeriti. “Ecco stabilita una relazione di causa ed effetto”, considerò con sagacia. Terzo … non c’era un terzo … c’era una montagna di casini in libera circolazione tra coscienza ed esistenza che agitavano la vita del Commissario Capo Salvatore Vivacqua. Totò per i pochi amici di cui si circondava. Si era arrotolato nelle lenzuola tutta la notte, sognando all’infinito lo stesso sogno. Ingrassava come un ippopotamo e non poteva più mangiare: a dieta stretta; via la pasta, niente condimenti, vino proibito. Un inferno. Dopo la doccia e prima di colazione aveva rognato con la moglie Assunta, motivo del contendere Fabrizio. “Perché non dovrebbe andare a fare il campus estivo a Londra? Eh, Totò … perché. Ci vanno tutti i compagni di scuola e pure quella certa amichetta che ci piace assai. Totò … cerca di essere moderno … invece con Grazia bisogna essere severi … è più grande e deve mettere giudizio. Al campeggio quest’anno non ce la mandiamo … così s’impara che la scuola deve prenderla sul serio … tu sei il padre … tu devi decidere e ci devi parlare”. Aveva tentato una reazione, ma quasi venticinque anni di matrimonio l’avevano reso consapevole: era inutile! Specie quando c’erano di mezzo i figli. Aveva bofonchiato “… quando rientro ci parlo io … con tutti e due”. “Io comunque già glie l’ho detto: Fabrizio va e tu, Grazia … devi imparare, quest’anno non se ne parla!”. Ripassò mentalmente la frase come non fosse del tutto sicuro delle proprie orecchie e per un momento restò perplesso, ma fu questione d’un attimo. Riprese ad armeggiare con la tazzina del caffè, fece roteare l’ultimo sorso e terminò; buttò un occhio all’orologio e prese nota: le sette e cinquanta, era in ritardo. Il telegiornale del mattino raccontava di un mondo stravagante, di gente impazzita, di finanza e finanzieri … e di una politica più astratta del più stralunato cubismo di Picasso. “… ha affermato il portavoce della coalizione sfidante. Il senatore Pagani, candidato premier, ha rincarato le dichiarazioni sostenendo che, con i segnali pervenuti dagli istituti di ricerca a proposito delle intenzioni di voto, otterrà la maggioranza anche se gli indecisi restassero sulle proprie posizioni. Il programma di governo, ha proseguito il senatore, metterà il Paese nella condizione di onorare le proprie grandi tradizioni e di rassicurare i partner europei sui parametri …” In quel momento suonò il campanello di casa e Vivacqua si alzò meccanicamente: era arrivato Patanè con la macchina di servizio. Assunta lo accompagnò alla porta con la cravatta e la giacca tra le braccia pronta al bacio di saluto … ma, prima che arrivasse l’ascensore con un’abile piroetta tornò sui suoi passi, attraversò la camera da letto e pescò l’attrezzo odiato. Baciò il marito e consegnò il bagaglio … inclusa l’ascellare con la pesante Beretta. “Totò … oggi lunedì è … lo dimenticasti?” Sì, e no. Trattandosi d’una giornata della minchia, la componente “lunedì” era … come dire … un aggravante, ricorrente ma non determinante, il vero fastidio aggiuntivo era l’incontro con il Questore: appuntamento alle otto e trenta. Da qualche tempo i lunedì mattina erano dedicati alle malinconie del Questore, dottor Vincenzo Renier, con le sue fisse per la dignità del poliziotto, l’immagine, la divisa e tutti gli accessori paralleli, interni e collaterali; inclusa la pistola d’ordinanza sulla quale, a differenza del Commissario Vivacqua che appena possibile la parcheggiava nel cassetto della scrivania, aveva un fiero e indiscutibile punto di vista: “la gerarchia deve indossarla sempre e usarla all’occorrenza senza tante storie”. Vivacqua l’avrebbe buttata nel cesso. In trentadue anni di servizio era stato costretto ad estrarre quattro o cinque volte e solo in due casi aveva sparato. Non era l’ispettore Callaghan. Quindi ricordava che la visita dal Questore implicava l’esibizione del ferro del mestiere, ma era più forte di lui: aveva una straordinaria facilità a “dimenticarla” nel cassetto. Vivacqua rispose un indifferente “Sì, Assunta … non lo scordai” lasciò andare un bacio e tentò di avviarsi. “Totò, questa sera faccio i bucatini con i broccoli arriminati, a che ora arrivi?” Era una domanda retorica, vecchia d’una vita di matrimonio, puntuale come certi debiti in scadenza, si presentava ogni mattina … tale e quale alla risposta. “Quando mi vedi … sono arrivato”. Sotto casa, in Piazza Santa Rita, la Fiat Croma blu sonnecchiava al centro della strada con le portiere aperte, proprio di fronte alla rosticceria. L’agente Patanè sorseggiava il caffè in piedi, fuori dal bar d’angolo e conversava brillante con la titolare. Il Commissario gettò un occhio e senza attendere oltre entrò nell’auto, chiuse la portiera provocando nell’agente lo scatto in avanti con dietro front rapido per posare la tazzina e brusca inversione ad “u” con relativo scontro con una passante ignara. Quando fu in auto non ebbe il tempo di sedersi che incassò una botta di giornale sulla testa. “Patanè sei in ritardo anche questa mattina, sei il più inaffidabile della banda di sciagurati della squadra …” “Buon giorno Commissario … è che arrivo da un sopralluogo e non ho ancora dormito … da ieri quando …” “Tu non ti sei mai svegliato! La tua è una contraddizione di termini bella e buona. E poi voglio proprio vedere se sei capace di farmi scendere di casa per fare un conflitto a fuoco con il marito della signora …” “Quale signora Commissario?” ripeté a pappagallo. “Non fare il fesso Patanè. Il marito della barista con gli occhi da triglia lessa, che tra l’altro ha dieci anni più di te, è calabrese, e ci mette un minuto: va nel retro, piglia la trentotto e ti spara. Voglio vedere se sei capace di combinare un casino. Adesso metti il lampeggiatore e sbrigati: se ritardo di dieci secondi da domani ti sbatto a San Salvario alle pattuglie notturne, e per arrotondare mi fai un blocchetto di multe al giorno … per un mese”. “Volo Commissario” “Dimmi del sopralluogo” “Siamo stati a quel casolare, quello a Riva di Chieri per l’incendio di sabato notte e per ora grandi novità non ce ne sono. La scientifica ha confermato la presenza di tracce che risalgono a diversi periodi e saranno necessari altri rilevamenti”. “Quindi?” domandò il Commissario. “Vi siete fatti una gita, avete girato a vuoto, che avete mangiato?” “No, Commissario, quale gita. Sono stati recuperati altri reperti, naturalmente d’impronte manco l’ombra, ma qualche cosa c’è”, disse come a sottolineare l’utilità del lavoro svolto. Vivacqua si voltò, arretrò qualche centimetro per mettere a fuoco la sagoma del conducente e accennò un sorriso acido. “E ora che facciamo … devo prendere un appuntamento, mi devo leggere il rapporto, vengo a trovarti più tardi … a tuo comodo, preferisci che ti telefono … come devo fare?” L’agente lo guardò stranito. “Patanè come minchia devo fare per sapere come finisce questa storia?” Concluse due note più in alto. “Sì, cioè no, Commissario. Niente: le risultanze sono provvisorie. Ci sono altre ossa e però non sono umane. L’idea di partenza è confermata: il luogo era disabitato da tempo, il proprietario del terreno ha provvisoriamente dismesso le colture e da più di un anno la zona non è produttiva. L’immobile era ad uso agricolo con annesso ricovero di macchinari, e attrezzature, con stalle e tutto il resto. Dice che non gli risultava nessun pericolo e non ha mai notato nulla di anormale. L’ultima visita alla proprietà è di gennaio e non c’era nulla da osservare. Questo pomeriggio verrà per la deposizione … se lo vuole interrogare personalmente …” disse Patanè. “Vedremo. Piuttosto … che notizie ci sono della scheda telefonica, la SIM card?” “Ah, è vero, quasi dimenticavo, ha chiamato Marchesi del CNAG Telecom e dice che nonostante il cellulare sia stato praticamente fuso, qualche informazione si è ricavata: il proprietario risulta essere un certo Martini, residente in Torino, incensurato. Marchesi dice pure che, se il cielo vuole, forse riesce a pescare qualche informazione in più sulla rubrica del telefonino e, se ci sbrighiamo con le autorizzazioni, potremo avere il listato delle chiamate entro domani. “E allora speriamo nel cielo. Che altro ti sei dimenticato, Patanè?” Sospirò Vivacqua. L’agente svoltò su Corso Duca degli Abruzzi e tagliò in due la Crocetta diretto verso il centro città. Per un momento sembrò assorbito dalle manovre per sfuggire al traffico, poi ricapitolò mentalmente per decidere cosa rispondere, infine stabilì che non c’era altro. “È tutto Commissario”; “Come ha preso fuoco?” “Gesù, Commissario: l’hanno abbruciato!” Vivacqua non riuscì a trattenere la seconda botta di giornale. “E che cazzo! Patanè, dimmi la verità: tu come sei entrato in Polizia. Sei amico del ministro … hai una parentela con il Prefetto … conosci Sua Santità? Come hai fatto … a me lo puoi dire, non lo dico a nessuno …” Seguì un breve silenzio, poi Vivacqua riprese: “Cosa dicono i Vigili del Fuoco, qual è il loro parere, che cosa hanno usato, a che ora è successo …” “Ah, in quel senso … certo. Ufficialmente non hanno detto nulla più del primo riscontro, in via amichevole qualche informazione in più è saltata fuori. È stata usata benzina, questo è sicuro. Niente corti circuiti o diavolerie elettriche. Chi ha causato l’incendio non si è preso molta prudenza. Voleva cancellare il posto e tutto il suo contenuto: ha impiegato tre volte il quantitativo sufficiente ... se metteva una carica di dinamite era uguale. Il sistema usato è da dilettanti, e pure incoscienti” “Sarebbe?” “Sarebbe che prima è stato fatto un falò quasi al centro dell’edificio, cioè dove risultano resti umani. E questo deve essere accaduto intorno alle tre del mattino. Poi, verso le tre e mezzo hanno abbruciato la cascina. Sono saliti in auto e se la sono filata”. “E perché incoscienti Patanè?” “Niente, Commissario, il perito dice che l’incendio è stato provocato dall’interno. Quindi chi ha avuto la pensata ha girato con le taniche di benzina in mano con un rogo già acceso. Si è preso il rischio di bagnare le pareti dello stanzone e di riempirsi di combustibile lui medesimo e alla fine è uscito: deve aver fatto una specie di miccia con qualche giornale e ha acceso. Deve aver fatto un botto che l’ha fatto volare per aria. Un dilettante!” “Le pietre intorno al rogo … avevano la stessa collocazione di quell’altro fatto dell’anno scorso … Oppure potevano essere un’altra cosa?” “Le stesse Commissario, spiccicate proprio! Anche queste formavano un cerchio. Pure i segni sulle pareti sembrano identici, almeno per quello che ne è restato. Questi pazzi devono essere in collegamento, come una catena malefica. Ma è la prima volta che ci scappa il morto. Ed è pure la prima volta che lasciano più di una traccia. Il telefonino, le scritte, i segni dei copertoni … questa volta li fottiamo dottore”. “Chi ti dice che questa è la prima volta col morto Patanè?” Considerò il Commissario stupito a sua volta dell’ipotesi. “Ci mancavano le Bestie di Satana a Torino. Sentivo proprio la necessità di una nuova banda di coglioni in città. Chissà i giornalisti … faranno la coda per sentire che minchia sta succedendo. Patanè se dici una parola a qualcuno, pure che fosse tua sorella, non so neppure io che ti faccio!” “Io Commissario? Muto sono!” Vivacqua fece un brontolio smorzato, stava immagazzinando le informazioni e rimuginava sul resoconto appena sentito. Buttò un’occhiata fuori del finestrino per vedere scorrere i platani di Corso Vinzaglio, poi prese la radio di servizio, impugnò il microfono e si mise in collegamento, prima con la centrale operativa, poi con il reparto investigativo, dettò le istruzioni e chiuse, giusto in tempo per vedersi aprire lo sportello nel cortile della Questura. Vivacqua mise un piede fuori dell’auto, sospirò, fece roteare sopra la testa la fondina ascellare e la indossò, prese la cravatta e la chiuse intorno al colletto della camicia ed infine indossò la giacca lanciando un’occhiata distratta verso la finestra d’angolo al terzo piano, là dove era atteso. Secondo i parametri di valutazione di un qualsiasi torinese doc quella era, senza discussioni, una bella giornata. Appena un filo di brezza dalle montagne, il cielo blu, ventitre gradi belli asciutti e una certa euforia nell’aria, quella di fine primavera ed inizio estate … ma era lo stesso una giornata della minchia. Restò parcheggiato a fare anticamera per diversi minuti, e non era consueto nelle maniere gentili e allo stesso tempo ruvide del Questore. Vivacqua approfittò della pausa imprevista per rimettere ordine alle priorità della giornata e subito considerò saltato il programma stilato il sabato precedente. La questione dell’incendio a Riva di Chieri prese il sopravvento su tutto: l’istinto di cacciatore diceva di fare attenzione a quella storia. C’era qualcosa che non sapeva descrivere, ma sentiva un richiamo forte e, allo stesso tempo, l’odore inconfondibile di un guaio grande … di quelli che ci mettono poco a saturare la città di miasmi fetidi e a riempire d’inchiostro le pagine di nera. Una banda di mascalzoni incline al gioco pesante, che usa fare cerchi di fuoco e incontri sabbatici con sacrifici umani. Non erano argomenti nuovi in una città come Torino, dove magia ed esoterismo li puoi respirare fin dalla nascita: è nei muri, nei balconi, e soprattutto nel magnetismo quasi palpabile intorno ad ognuno; ti accompagna per le strade ... Ma il morto … quello non ci voleva. Questa volta c’era un nome, qualche traccia e, chissà … con un pizzico di fortuna un filo che bastava collegare ad un altro filo e il gioco è fatto. Sarebbe stato sufficiente, per esempio, che quel cellulare fosse appartenuto ad uno dei mascalzoni … rivolse uno sguardo verso l’alto, quasi come a prendere il collegamento con il paradiso e con la mente trasmise la richiesta: “fammeli prendere … stiamo dalla stessa parte … sulla stessa indagine”. “Commissario si accomodi” fece l’attendente del Questore aprendo uno spiraglio. “… è atteso”. “Ca certo che sono atteso”, considerò in silenzio. Come a sottolineare che diversamente non si sarebbe neppure sognato di passare un quarto d’ora su quelle poltroncine. “Entri Totò, entri”. Disse amichevole il Questore. “Come andiamo dottore Renier? Baciamo le mani …”. Questa era la presentazione convenzionale di due uomini che si conoscevano da quasi vent’anni e che si stimavano abbastanza da litigare con la facilità di due bambini. Invecchiando il Questore si era mano a mano innamorato degli opposti, anche caratterialmente, e lui stesso era, come usava dire Vivacqua “bipolare”. Allegro o malinconico. Senza vie di mezzo. Incazzato o disponibile, quasi senza spiegazione. E non c’erano vie di mezzo neppure nel confronto tra i due: Vivacqua era un metro e settanta scarso per ottanta chili. Non grasso … un cubo, con collo taurino e spalle da lottatore. Il Questore invece un metro e novanta per settanta chili. Un veneto ed un siciliano … anzi, Palermitano. Il Questore con i suoi trascorsi e la discendenza nobile sventolata di continuo quando perdeva le staffe: “Sono l’ultimo discendente dell’ultimo Doge che ha completato il mandato … poi è venuto Bonaparte e ha rovesciato Manin. Io come i miei avi non mi lascio spodestare, ne abbindolare … io completo sempre quello che inizio”. Un uomo tutto d’un pezzo. “Totò … due cose veloci. La prima è per quell’incendio di sabato. Ho dato un’occhiata ai rapporti e voglio la sua personale … sottolineo: personale, attenzione. Non mi piacciono queste storie. Inoltre questa sera sono a cena con il Vescovo e certamente mi farà la predica, vorrei potergli dire che è tutto sotto controllo. Mi riferisca ogni sviluppo, e se ci fosse bisogno di rinforzi investigativi … li chieda. Ci siamo capiti? Niente eroismi, voglio un lavoro ben fatto”; Vivacqua accennò un semplice sì con il capo, ma avrebbe voluto puntualizzare la questione degli eroismi e del lavoro ben fatto. Lasciò correre. “Seconda questione. Abbiamo ricevuto l’invito a darci da fare con le troppe inchieste impantanate: a che punto siamo con la faccenda delle due assassinate a …” “Dottore Renier” interruppe Vivacqua, a corto di pazienza. “Vuole scherzare, non è vero? Questa mattina si è svegliato birichino … e mi stava aspettando per giocare”; “Totò, io non scherzo mai con i cadaveri, lo dovrebbe sapere. Ho fatto una domanda precisa e voglio una risposta precisa”. Troncò netto il Questore improvvisamente aspro. “Forse che ci vuole un aiutino per la memoria … in primis non sono questioni nostre. La competenza è del Commissariato di Sanremo; il collega laggiù è sicuramente un bravo poliziotto, capace, scrupoloso, e non vedo il motivo di rompergli i cosiddetti. Conosce il mestiere e starà facendo tutto il possibile per venirne a capo. In secundis, forse ricorderà, mi fu intimato di smettere d’importunare un indiziato, al quale davo fastidio e …” “Dottor Vivacqua, perché un uomo come lei non ha fatto carriera? Se lo è mai domandato?” Intervenne il Questore. “Perché arrivo dalla gavetta e quelli che sono partiti dalle volanti facendo i poliziotti è meglio che stiano sulle volanti!” Replicò asciutto. “… Non ha fatto carriera perché secondo lei rosso vuole dire rosso. Due non è tre, e avanti di questo passo … non conosce le sfumature. Se lo lasci dire”. Renier prese fiato, appoggiò la schiena alla poltrona, posò il righello sulla scrivania e sbuffò. “Il collega di Sanremo non c’entra nulla …” Riprese pacato il Questore, “… ma a qualcuno tutto questo tempo senza uno straccio di progresso non va giù. A qualcuno … ci siamo capiti Commissario? A qualcuno!” “Stanno seguendo una pista e secondo a mmia … qualcosa salterà fuori, è solo questione di una nticchia di fortuna. Ci vuole pazienza. E poi non c’è solo quell’indagine … lei mi capisce … gli organici …” “A certe persone questi dettagli non interessano. Piuttosto, ripeto: a che punto siamo noi?” “Dottore … mi si disse di non rompere e io buono buono mi tirai indietro. Che cosa le dovevo dire: obbedisco!” Concluse Vivacqua spalancando le braccia. “Salvatore, lei si è scaraventato come un Pit Bull sull’ex marito che ha un alibi … manco farlo apposta, fabbricato da noi stessi al Commissariato di Saint Vincent. Il giorno del duplice omicidio, il suo indiziato era ospite nelle nostre residenze per ubriachezza molesta, rissa, resistenza all’arresto eccetera, eccetera. Il suddetto si trovava in vacanza con amici ed è tutto provato. Non c’era alcuna necessità di sfondare le difese di quel signore … come ha fatto lei. Ma non voglio entrare in polemica, quello che voglio è una ripresa delle attività investigative … diciamo … per aiutare con discrezione i colleghi liguri: ecco! Sarebbe opportuno un riaggancio morbido, magari alla lontana … cosa ne dice dottor Vivacqua?” “Dico che non sarà facile signor Questore, e per la verità con i grattacapi che abbiamo preferirei rinunciare. Il Commissario Massaglia potrebbe forse, è anche più adatto di me. È diplomatico, ha una bella presenza, è gentile, sa trattare con la gente … sì, lo vedo meglio per questo genere di servizi”. Il Questore restò ad ascoltare con finta indulgenza. Si voltò di qualche grado, impugnò il telefono, compose un numero breve e passò la cornetta al Commissario, dall’altra parte della scrivania. “Ha avuto un’idea brillante Totò, me ne compiaccio: la sua reputazione è meritata. Adesso lo dica lei all’interessato, spieghi come pensa di procedere …”. Vivacqua restò basito e per un momento pensò ad uno scherzo. Trascorso qualche secondo si allungò e prese in consegna la cornetta del telefono. Lanciò un muto interrogativo al Questore e portò il telefono all’orecchio. Renier si alzò dalla poltrona e restò in silenzio, di spalle, di fronte all’ampia vetrata. “… Segreteria di sua eccellenza il Prefetto, dica …” “Ah …” balbettò “… chiedo scusa, un errore del centralino, scusi tanto”. Vivacqua chiuse la comunicazione, abbassò il capo e sorrise. “Va bene signor Questore … messaggio ricevuto”. Il Questore si voltò, i due si strinsero la mano e risero di gusto. La casa è grande, circondata da alte mura di confine e parzialmente nascosta da un boschetto; ha un’atmosfera allo stesso tempo antica e fresca. A vederla si direbbe disabitata e mantenuta nella sua perfezione quasi astratta per il solo gusto di guardarla: nella sua imponenza trasuda ricchezza e distacco. Deve essere stata costruita nel 1920 o giù di lì. Chi l’ha voluta non ha risparmiato e per la verità non ha fatto costruire una casa … voleva di più. Ha innalzato pareti per una famiglia che in quelle mura si sarebbe identificata e l’avrebbe vissuta come una seconda pelle. Un grande parco con spazio per molti bambini, cani, governanti, giardinieri, ospiti illustri ... Molte stanze, e grandi superfici per avere la libertà di far tutto oppure niente. Di chi è questa casa? Chi vive in questo mondo artificiale? L’istinto di restare all’esterno a godersi la pace di quei giardini curati è disturbato dalla visuale ristretta, come chi sta guardando con un binocolo un luogo molto distante: solo il centro dell’immagine è a fuoco, il resto è confuso e disperso. Magari stare all’ombra di una grande magnolia a prendere fiato in silenzio e guardarsi intorno, o dormire lasciando che il tempo resti confinato in un’altra dimensione. E fare finta che quel segnale perforante non sia lì a risuonare come un richiamo invincibile. Proviene dall’interno e non ci sono equivoci: è diretto verso lui, unico visitatore frastornato dalla troppa luce e dalle vibrazioni attrattive. Vibrazioni conosciute ma non identificate. Angelo si domanda dove si trova, ma il suo spirito non è interessato a questa risposta. La vera domanda è un’altra e domina tutto il fronte sensibile della sua anima: “dove mi trovo?” Non ci sono alternative, il richiamo non ammette resistenza, fa appello alla sua sete di sapere, a quella sensibilità speciale che da sempre domina le sue scelte: parla una lingua che pochi sanno comprendere e punta dritta al cuore. Angelo prova ad allontanarsi e, quasi senza ragione, ad interrompere il collegamento con quel filo sottile che lo tiene unito come un cavo da palombaro. No. Non vuole entrare. Vuole tagliare il cordone e spezzare il richiamo; è come se una consapevolezza superiore lanciasse un allarme di pericolo: in quella casa c’è qualcosa di spaventoso, ripete come un disco rotto “non entrare, non entrare”. Gli allarmi scuotono la pelle di brividi. Ma Angelo non riesce a tornare padrone delle sue intenzioni. Due segnali forti e contrastanti così possenti da procurare una lacerazione fisica sono una sensazione nuova, drammatica, e improvvisamente si accorge di non essere in grado di allontanarsi. Sta lì, fermo, quasi ipnotizzato, quasi in balia di onde sovrastanti. Una forza racchiusa nella sua stessa volontà lo trattiene. Il conflitto è dentro il suo corpo … nell’anima. Angelo torna sui suoi passi e avanza verso l’ingresso principale della grande villa. Non ha deciso di entrare, semplicemente vuole avvicinarsi a quel magnetismo vibrante come un fischio con la curiosità, quasi infantile, di chi crede di poter cambiare strada se lo desidera. Davanti alla porta il segnale da doloroso diventa piacevole, come un invito amichevole, e si sente pervaso da un inatteso senso di colpa: perché aveva esitato davanti a tanta disponibilità? Era stato scortese, non avrebbe dovuto allontanarsi … Quasi sorpreso Angelo vede la sua mano allungarsi, impugnare la maniglia, ruotare e aprire la porta. Non entrare! Ruggisce una voce dentro lo stomaco. Non entrare! All’interno è buio ed il contrasto con la luce esterna è quasi insostenibile. Per un lungo momento la perdita di profondità lo fa barcollare e deve restare appoggiato alla porta, di spalle, per non perdere l’equilibrio. La vibrazione è mutata ed il ronzio ora sembra la voce distorta e cantilenante di una bambina; Angelo sente accapponarsi la pelle, la volontà di uscire s’infrange contro una forza altrettanto determinata. Adesso la forza e la cantilena lo attirano nel corridoio, dove è più buio e da dove proviene il lamento. Angelo prova a voltarsi per uscire, è spaventato, non ha più il controllo delle proprie emozioni, sente il combattimento interiore, spezzato su due fronti: cedere al richiamo o fuggire. Accenna qualche passo nel corridoio e il cuore inizia a pompare forte, sta avanzando contro la propria volontà e un sospetto lo punge a sangue, comincia a capire … c’è qualcosa che sfugge alla sua comprensione, ma un aspetto sembra chiaro: è come se nella casa due diverse nature fossero presenti contemporaneamente. Una lo attira, l’altra lo respinge. Quest’ultima è minacciosa, cattiva, carica di una malinconia malata e delirante, vorrebbe cancellarlo, sarebbe capace di tutto, anche di uccidere. È maligna. Possiede un fascino arcano e … conosciuto, ma è maligna. Un brivido più forte lo fa trasalire. Conosce quella forza, un dejà vu fulminante lo fa vacillare, è come lo specchio di se stesso … in negativo. Riesce a percepire la presenza di un mondo oscuro, demoniaco, carico di un potere ombroso e distruttivo; all’improvviso sente il proprio cuore riempirsi di una tristezza palpabile … gli occhi prossimi al pianto. Non ha scampo, deve uscire da quella spirale di dolore o perderà la ragione. Vorrebbe voltarsi e fuggire, ma le gambe non lo riconoscono, obbediscono ad un altro richiamo, accenna a fermarsi ma è solo un’esitazione. Un velo sfiora il viso come una ragnatela e Angelo sussulta. Una donna … bellissima, attraversa la stanza sulla punta dei piedi. È nuda, indossa un velo enorme che aleggia come una vela, passa davanti a lui silenziosa, con il seno scoperto e quegli occhi quasi arancioni sulla carnagione d’ambra. È bellissima ed eccitante, ammicca, lo chiama per farsi seguire. I modi, le promesse di quel corpo flessuoso non ammettono resistenza. La donna sorride, lascia cadere il velo e si mostra completamente, generosa, disponibile … muove i fianchi con voluttà. Angelo allunga un braccio, i sensi hanno ceduto all’invito, avanza nel buio, come un naufrago perso tra i flutti, inciampa e cade, si rialza. All’improvviso il richiamo diventa minaccioso, quel viso incantevole diventa un caprone ruggente … Angelo arretra, urla di terrore, annaspa … una fiammella squarcia il buio e con la luce quasi sente la fiducia tornare, fino a quando il respiro si ferma, gli manca il fiato. Ansima rauco, sta soffocando. Dal soffitto un muco rossastro scivola sui capelli imbrattandolo di filamenti maleodoranti; si tocca il capo con le mani, stupito e spaventato: sangue! Sobbalza ancora quando viene colpito sul viso come un ceffone da un oggetto sconosciuto, scivoloso. Lo colpisce e cade a terra, rimbalza scomposto lasciando tracce di sangue ovunque. È un cuore. Umano. Palpitante. Urla squassano le pareti. Il terrore prende lo stomaco nella morsa del panico, sbatte gli occhi pregando di non vedere più nulla e … piano piano il buio si allarga in piccole luci. Con la forza della disperazione cerca di scuotersi, “è un illusione” dice a se stesso. “Non è reale … è un’allucinazione …”. L’immagine ondeggia come riflessa nell’acqua. Angelo sente di non resistere oltre, il suo cuore scoppia, è sull’orlo dell’infarto, con le ultime forze scatta in avanti come un toro infuriato, corre sbracciando per strappare quei filamenti collosi che lo trattengono nel vortice della paura, in avanti, nel corridoio, verso la stanza di fronte e … adesso percepisce la salvezza in quella cantilena roca al di là della porta verso la quale scaraventa tutto il suo peso e la sfonda … come un difensore di rugby disperato … È sul pavimento, disteso a faccia in giù, il respiro spezzato dalla paura, le orecchie piene dei tonfi sordi del cuore impazzito: “perché mi trovo in questo luogo?” continua a domandarsi. Non c’è alcuna risposta, è una domanda inutile. Nella stanza le vibrazioni hanno ripreso a trasmettere, questa volta non c’è contraddizione. Il disturbo d’una seconda comunicazione è cessato. Ora solo silenzio … energia positiva. Angelo si guarda intorno frastornato, vorrebbe volare via, uscire da quella grande stanza sulle ali del desiderio di salvezza. Vortici di polvere s’innalzano avvitandosi in spirali indifferenti nei tagli di luce delle imposte. L’ambiente intorno ad Angelo è spazioso, arredato con il gusto intramontabile degli oggetti d’epoca. Di fronte ha una grande poltrona, rivolta verso il camino di marmo scuro e circondata da divani, altre poltrone, tavolini, fotografie e soprammobili di avorio. Sopra al camino un grande quadro ad olio ritrae una coppia, seduta su un divano, con una bambina al centro. È un’immagine austera. Lei potrebbe avere circa trent’anni, forse poco più, indossa una maglia a girocollo chiara sopra ad una gonna scura e calza mocassini con una fibbia delicata. È voltata di tre quarti, la schiena eretta e le mani in grembo. Ha un’espressione quasi altera, resa ancora più distaccata da una pettinatura importante di capelli biondi, chiusi sulla nuca da un fermacapelli prezioso in tono con il girocollo di perle. Ma quello che colpisce di più sono gli occhi … azzurri, profondi, quasi inquietanti nella fissità del dipinto. Lui deve essere un uomo d’affari, o un politico, sembra Cavour per via di quelle basette ordinate in una discesa ad arco che declina verso le labbra piene e atteggiate in un sorriso bonario. Sembra alto e appesantito. Indossa un abito color grigio metallo su un gilet scuro dal quale pende una catena d’oro che collega due taschini. Anche lui è di tre quarti, con le gambe accavallate ed una mano sulla spalla della figlia. La piccola è in piedi tra i due ed è vestita come una bambolina: porta un vestito rosa antico carico di merletti e ricami sulle calze bianche e le scarpe di vernice rosa. Potrebbe avere tre o quattro anni e sembra il ritratto del papà: rotondetta, occhi gentili e delicati boccoli biondi su un viso come ce ne sono tanti, solo un po’ più triste. È il ritratto di una famiglia ricca, conformista, fredda a guardare le espressioni e l’atmosfera del quadro. C’è qualcosa in quei visi che Angelo riconosce quasi istintivamente: conosce le due donne! Certo, l’immagine incisa nei ricordi è molto più recente, ma sono loro, non ha dubbi. Una folata di vento accompagna il ritorno di un ronzio prima impercettibile, poi sempre più presente e carico d’energia. Quella che aveva giudicato una cantilena infantile ora sembra una voce trasmessa da un registratore alla velocità sbagliata, a tratti sembra uno squittio indecifrabile, ma basta un piccolo sforzo per comprendere il senso del comunicato. È lei, la donna delle visioni. È lei … l’origine dei sui incubi recenti ... “Sì, Gik, sono io. Ti ricordi di me, non è vero?” Angelo vorrebbe rispondere che non trova il modo di dimenticarsene, ma è troppo sconvolto per mettere insieme una frase compiuta. Vorrebbe dire molte cose, e tuttavia nessuna sembra adatta alla situazione. Una nuova folata attraversa la stanza come un vento inquieto. Angelo non riesce a far nulla di meglio che guardare il quadro, come se da quel punto avesse origine tutto il fenomeno al quale assiste impotente. Lo sguardo va senza alcuna ragione verso la bambina: la contessina Delia Dassault Villalta di Solero. “È morta Gik. La mia piccola è stata uccisa. Ed io con lei. Non ho saputo difenderla e non avrò pace fino a quando non sarà fatta giustizia. Guardala, è mia figlia … la riconosci, non è vero? Eravamo tutti insieme … al mare, a Bordighera …” Angelo restò fulminato. Come aveva potuto essere così stupido. Erano quasi sei mesi che registrava le visioni, le frasi udite nelle sedute e non aveva capito. Erano loro le voci … finalmente i tasselli cominciavano a comporsi e le domande trovavano poco per volta la giusta collocazione. “… è stata cresciuta come si usava ai miei tempi. In collegio. In Svizzera. Non è mai stata la donna che sognavo. Era debole, fragile, insicura. Lo è stata fin dalla nascita e crescendo non è migliorata. Da bambina piangeva per un nulla, aveva mille paure: del buio, dell’acqua, della solitudine. È nata prematura dopo un travaglio durato quasi dodici ore e quando venne al mondo e la tenni in braccio per la prima volta, capii subito: quella bambina non era il sogno che per nove mesi avevo coltivato. Ma era la mia bambina. Non sono stata una buona madre … l’ho capito quando ormai era troppo tardi. Non ho saputo darle quell’affetto di cui aveva un bisogno disperato e lei si è rifugiata tra le braccia di un … un” il ronzio accelera, le parole si perdono in vibrazioni scomposte. “… E ora è morta. Capisci? L’ho persa per sempre …”. Angelo non riesce ad impedire al proprio cervello di domandarsi che cosa può fare lui. “Molto Gik”. Riprende la voce nel suo incedere inquietante. “Puoi trovare l’assassino e portare giustizia. Tu puoi! Non sai quanto sei vicino alla mia piccola. E, se Dio vuole, ti sarà risparmiata una verità crudele”. Angelo non capisce e per un momento i pensieri si confondono in domande senza risposta. “Trova la spilla”. La voce adesso è sottile, metallica, quasi impercettibile ed i brividi risalgono dalla schiena verso la nuca. “Trova quell’auto e quegli occhi. Loro hanno visto. Porta la giustizia in questa casa”. “Chi … chi è stato?” domanda Angelo senza che dalla sua bocca esca un suono. “Trovali Angelo. Trovali!” La spilla, l’auto e un testimone … ripete Angelo mentalmente. Aveva già sentito quella richiesta: ma non era mai stata esplicita come in quest’occasione. “Dove li troverò?” “Ascolta il mare …” La voce è ormai un ronzio scivoloso. “… troverai la tua pace …” Le ultime parole giungono spezzettate e incomplete per lasciare Angelo attonito nello sforzo di capire e tradurre, ma non ha il tempo di pensarci a lungo, una ventata frusta la tenda e spalanca l’imposta con violenza, i vetri vanno in frantumi, una luce abbacinante dilaga spargendo intorno e dentro alla stanza un silenzio irreale. Il rumore di vetri in frantumi girò per un istante nelle orecchie quindi provocò un arco riflesso che fece sobbalzare Angelo, e Guelfa vicina a lui, si allungò per sollevargli la testa con una mano, con l’altra reggeva una tazza colma di un liquido giallo. “Bevi Gik, ti farà bene … è quel che ci vuole in questi casi”. Angelo aprì gli occhi e impiegò qualche momento per rendersi conto di trovarsi in casa propria, disteso sul divano preferito. Lanciò un’occhiata interrogativa all’amica, si sollevò sulla schiena e prese la tazza con un residuo di diffidenza a fior di pelle. “Bevi …” ripeté Guelfa, “è solo camomilla, ma ti farà bene”. Angelo sentiva distintamente il cuore galoppare, ancora in preda alle immagini e all’esperienza di trance appena conclusa. Assecondò l’invito, provò a sollevarsi e con gli occhi mandò una muta domanda a Guelfa: “Come mi trovo qui?” Guelfa sorrise, accennò un sì con il capo e disse: “Come dice il proverbio …< il figlio muto la mamma lo capisce …> eppure io non sono tua madre. Anche se per certi aspetti potrei esserlo, vero Gik?” Fu il turno di Angelo assentire. “Sei stato male. Anzi, malissimo. Ricordi? Stavamo prendendo un caffè e tu raccontavi di certe visioni, poi è successo il finimondo. Ad un certo punto sei uscito per strada, barcollando, e hai pronunciato qualcosa di ancora più strano. Hai detto O una frase del genere. Quindi hai cominciato a respirare male, e io ti ho portato a casa. Tutto qui!” Angelo assentì ancora, quasi stupito di non avere alcun ricordo del malessere. Ma non aveva dimenticato l’aggressione. “Eri stravolto” continuò la professoressa cambiando tono di voce. “Perdevi sangue, gli occhi erano dilatati, il cuore batteva pianissimo, devi aver avuto un collasso nervoso e ad un certo punto hai perso l’energia per mantenere il contatto con il mondo”. Guelfa accennò un rifiuto scuotendo la testa. “Ti avrei portato in ospedale, ma tu ripetevi < a casa … a casa > Come stai adesso?” “Non lo so. Vedo cose e mi trovo in situazioni che non vorrei, ma per qualche motivo … sono costretto”. “Che cosa è successo al bar?” Domandò Guelfa. “Non lo so. È stata un’aggressione …”. “Una …?” ripeté Guelfa incredula. “Sì, hai capito bene. Qualcuno si è messo in contatto con la parte sensibile della mia forza e trasmetteva immagini, sensazioni, energia di potenza devastante. Ho visto scene spaventose: un incendio, gente che fuggiva con i vestiti accesi e fiamme, urla, dolore. Un dramma da far accapponare la pelle. Sentivo la pressione di una mente cattiva, malata, minacciosa. Era come se volesse piegarmi con la sua forza spaventosa …” “Ma non gli è riuscito …” “No, ma non faceva sul serio … se avesse voluto mi avrebbe ucciso. Stava giocando, come un gatto col topo. Una specie di lezione a distanza, o meglio ancora, un ammonimento”. “Cioè?” “Non so spiegarmi meglio Guelfa. Era come se dicesse < stammi lontano … o sarà peggio per te >”. “Chi è Gik? Ad un certo punto hai detto … mi conosce, so come trovarlo, e poi hai aggiunto qualcos’altro …” “Davvero ho detto così? Non so dirti perché, in questo momento non ho le idee chiare”. Gik si mise a sedere, per un momento coprì la faccia con le mani, come per cercare la concentrazione adatta, poi si alzò, fece due passi in direzione dello specchio, buttò l’occhio distrattamente e restò sorpreso di vedersi più afflitto di quanto immaginava. Il tizio di fronte a lui conservava tracce di sangue sul viso in corrispondenza di orecchie e naso, gli occhi erano pesti e tutto, nell’insieme, dava l’impressione di un pugile malconcio. “Come vedi, i segni sul viso non sono herpes, cara Guelfa. Mi succedeva anche in passato, quando ero bambino lo ricorderai, mi capitava di perdere sangue quando ero molto concentrato, o sotto stress, come si dice oggi, e tu mi davi certe pillole. Adesso non so cosa succede e per la verità ho solo una strada da percorrere … sono in un vicolo cieco”; “Mi ricordo delle medicine, ma per il resto non capisco nulla, o meglio … sei nei guai e ti mostri reticente a dare spiegazioni, cosa posso dirti … sei adulto. Forse dovresti raccontarmi cosa ha scatenato tutto quest’inferno”. Angelo sospirò. “Tutto è cominciato l’anno scorso. Il Circolo Culturale per gli studi Esoterici … Aveva gli occhi umidi, ma non si trattava di commozione. Era rabbia, allo stato puro, e fifa. Non aveva previsto l’inferno che stava succedendo e improvvisamente dovette riconoscere d’essere stata incosciente. Avrebbe dovuto pensarci prima. Che cosa poteva fare adesso? Oltre che fuggire. Il cervello di Annarita galoppava in tutte le direzioni esplorando le vie d’uscita praticabili entro due ore da quel momento. Dovette escludere le più ovvie: per esempio, tornare dai genitori alle Vallette non era percorribile. Sarebbe stata un’ammissione di sconfitta inaccettabile. Lei aveva sempre puntato in alto e non era nel suo software il passo indietro, il ritorno alla casa paterna … come un qualsiasi figliol prodigo di campagna. E comunque sarebbe stato un ripiegamento ovvio … un nascondiglio quasi banale … anche se talvolta nella banalità si nasconde l’introvabile, considerò astuta. Provò a concentrarsi su un nascondiglio … un luogo lontano … Immaginò di sparire per un periodo, magari tre o quattro mesi, il tempo sufficiente a far perdere le tracce … per togliersi dalla zona calda. In meridione, dai parenti, a Napoli. Chi l’avrebbe cercata laggiù? Chiuse gli occhi cercando di immaginare la situazione e quando li aprì l’idea sembrò più stupida del guaio nel quale si trovava. Di cosa sarebbe vissuta? Di ospitalità? Di lavoretti? Distribuendo volantini? Non poteva sprecare denaro e soprattutto non aveva intenzione di umiliarsi fino a quel punto. La galoppata a caccia di soluzioni tornò al punto di partenza. Giro a vuoto. Respirò profondo, come alla ricerca dell’orgoglio risolutivo: era una bella donna, gli uomini si giravano al suo passaggio, poteva contare su merce preziosa, era quella la via d’uscita? Si guardò intorno e scosse la testa come ennesimo rifiuto: poteva essere l’ultima spiaggia, certo non la soluzione con la esse maiuscola. Un rimedio. Sospirò avvilita. Solo due giorni prima era pronta a fare i bagagli: destinazione nuova vita. Aveva sognato un albergo, piccolo, con poche camere, i portici e un bel giardino, e la vista sul mare, e la piscina per fare colazione al mattino sull’acqua; una bomboniera … anche piccola, per cominciare andava benone. Magari alle Canarie, o in Costa Azzurra: lei ed il suo uomo. Non trovò una lacrima disponibile in quel momento. Una speranza ormai ridotta al più sottile filamento restava collegata, ma … sapeva, nel suo intimo sapeva! Dallo stomaco salì un ruggito, lo stesso di qualche mese prima quando la ricompensa di settantacinquemila euro era diventata, nel volgere di poco, un’offesa. Valeva troppo quello che avevano fatto rispetto a quella miseria di compenso. Si erano sporcati le mani per costruire una nuova vita, ma troppa strada dovevano ancora fare, e ora … le strade erano finite: capolinea. Tornare indietro senza passare dal via. Accese una sigaretta e si lasciò andare su un angolo del letto. Aspirò con rabbia ed emise un lungo cono di fumo. Era in pericolo, avrebbe dovuto sbrigarsi, ma si sentiva svuotata. Nel cuore il desiderio di vendetta cresceva insieme al senso di colpa. Un rimorso profondo la sbranava dall’interno: sordo, angosciante, famelico come il mostro silenzioso con il quale era cresciuta. Il mostro dell’ambizione e dell’affermazione … a qualsiasi prezzo. I giochi non erano finiti, c’era ancora una possibilità: un ultimo tentativo da compiere e, per quanto inutile sotto molti aspetti, era obbligatorio, sentiva il dovere di provarci. Almeno come fioretto … non fosse stato blasfemo l’uso di quel termine … in quella circostanza. La sigaretta restò solitaria e fumante nel portacenere. Annarita si alzò contro voglia, aggrappata all’idea di un gioco da portare a termine, fece il giro della camera da letto e radunò l’indispensabile pescando alla rinfusa qua e là dall’armadio e dai cassetti. Solo davanti alla scarpiera esitò: una scelta dolorosa. Il costo di abbandonare quell’appartamento in Via Monte di Pietà si presentò all’incasso in tutta la sua prepotente urgenza. Cosa avrebbe lasciato? Quel pensiero fu un ceffone. La consapevolezza calò senza sfumature sulla coscienza: se avesse pensato “cosa porterò via …” sarebbe stato come fare le valigie per andare da qualche parte, magari in vacanza … e poi tornare. Invece era un addio, anzi: una fuga. Quel che avrebbe preso sarebbe stato il fagottino dell’orfanello: tutto il resto era perduto. La scelta era pungente come sale e limone su una ferita. Strinse i denti e sbuffò rabbia dal naso. Raccolse in fretta due paia di scarpe e passò al soggiorno. Scollegò il computer portatile, avvolse i cavi e lo sistemò nella custodia: era indispensabile per quel “fioretto”. Raccattò veloce qualche cianfrusaglia e cacciò tutto in due capaci borsoni. Era nel mezzo di un dietro front quando gli occhi intercettarono le fotografie sul tavolo grande della sala e quasi le caddero le braccia, staccate dal morso della colpa: loro due al mare in Camargue, abbracciati. Una fotografia scattata soltanto un mese prima, quando era facile sorridere … prima che le venisse quella brillante idea. Adesso non c’era tempo … né per sorridere, né per ragionare. Ma soprattutto non c’era il motivo. Avanzò incerta, appesantita, domandandosi cosa fare. Voleva prendere un ricordo, tenere con se il volto di quell’uomo, guardarlo ancora, magari parlargli e confessare al buio, tra le lacrime, l’errore fatale. Decise di no. Lo spirito di conservazione vinse una battaglia neppure cominciata: meglio non portare con sé una fotografia compromettente. Se fosse stata realmente lucida, avrebbe compreso che cento altri motivi la incastravano alle sue responsabilità … ma in quel momento Annarita non era lei. Troppo spaventata, troppo colpita … troppo colpevole. Tornò nella camera da letto, avrebbe indossato qualcosa di pratico, attraversò l’appartamento in punta di piedi, scalza, indossava soltanto il perizoma e il grande specchio ripeté l’immagine di quel corpo flessuoso per restituirla al vuoto. Gli uomini avrebbero pagato per averla al proprio fianco. Una bellezza mediterranea fatta di chiaroscuri calcolati con sapienza: occhi di carbone, capelli corvini, denti e labbra scolpiti. Trent’anni: un fiore. La carnagione chiara raccontava d’incroci genetici saraceni, spagnoli e normanni, la vita piccola modellata su un bacino disegnato con il compasso: in meridione guardando quei fianchi dicevano “buona per fare figli belli”, ma ovunque al suo passaggio calava il silenzio. Indossò una t-shirt chiara, i soliti jeans, sandali aperti con cinque centimetri di tacco e armeggiò per recuperare la borsetta del trucco. Quando ebbe raccolto gli attrezzi si portò verso il punto più luminoso e cominciò: due colpi di spazzola, giusto un tocco di fondotinta per non coprire l’abbronzatura ed un filo di mascara sulle ciglia. Ragionò sul rossetto ma non c’era spazio per troppe attenzioni. Prese lo specchietto per controllare e un pensiero molesto attraversò il cervello. Annarita gettò un’occhiata alla finestra ed emise un grido strozzato: la Polizia. Lo specchietto cadde frantumandosi in mille ritratti dello stesso volto terrorizzato. Arraffò le chiavi dell’auto i due borsoni e corse verso l’uscita dell’appartamento: poteva farcela, si trattava di batterli sul tempo. Era partito il conto alla rovescia verso la provvisoria salvezza. Cinque … quattro … tre … il battito del cuore tambureggiava impazzito nelle orecchie, respirava con la bocca e sentiva le gambe legnose, incapaci di portarla dove il cervello comandava. Meno due … Si precipitò verso le scale … scese un paio di gradini … meno uno … si bloccò all’istante, i poliziotti stavano salendo a piedi. Tornò sui suoi passi e tentò di chiamare l’ascensore: occupato. La Polizia l’aveva bloccato. Non aveva uscita. Maledizione. Alle sue spalle il campanello dell’appartamento suonò ripetutamente e decise senza aspettare oltre: salì al piano superiore, verso le mansarde; non aveva alternative, era in trappola. Trascinò se stessa salendo gli scalini contro la volontà delle gambe, appena in tempo per sfuggire al galoppar di passi sempre più vicini. Quando fu in cima alla prima rampa svoltò l’angolo e si lasciò andare per un istante: sedette sui gradini, prese fiato e tese le orecchie. Lasciò che i poliziotti arrivassero al piano e si mise in piedi. Aggiustò i capelli, stirò i jeans con rapidi gesti, si ricompose e scese. Pescò la faccia tosta più disinvolta del repertorio, indossò le smorfie della fatica di chi non ce la fa a trascinare tanta zavorra e, giunta al piano dal quale era partita, fece la gnorri disinteressandosi dei due giovanotti in divisa davanti alla porta, molto affaccendati a suonare il campanello. Si piazzò di spalle e pigiò il pulsante … dell’ascensore. Aspettò qualche istante, il tempo che i due si rendessero conto del fastidioso incomodo e, rubando loro il tempo, si girò, e ad alta voce sbottò indignata: “Ma chi è il cafone che occupa l’ascensore”. Posò un borsone a terra, con la mano libera spostò una ciocca di capelli e riprese: “Che maniere! … giovanotto … Agente … dico a lei … avete sequestrato l’ascensore?” “No signorina. Il tempo che sale il Commissario ed è tutto suo. Piuttosto … dica, i signori Martini sono in casa?” “… E cosa ne so io. Suoni il campanello. Se non aprono vuol dire che non ci sono … le pare?” gettò ai due un’occhiata eloquente, poi scese di un’ottava e commentò: “… manco i Carabinieri …” si voltò e riprese a pigiare il pulsante illuminato su un dubbioso rosso tremulo. Quando le sembrò trascorso un tempo sufficiente riprese: “Agente … pensa che a questo punto si possa avere l’ascensore o ci vuole ancora parecchio?” Il più anziano dei due intervenne seccato. “Signorina, sta disturbando un’operazione di Polizia, forse lei non lo sa, ma è un reato punibile con la reclusione da …” “E secondo lei io cosa faccio? Sto qui ad aspettare i vostri comodi?” Interruppe Annarita per nulla intimorita. “Se ha premura può usare le scale”. Altrimenti torna a casa sua ed esce tra dieci minuti. A proposito: lei dove abita?” Improvvisamente le tremarono le gambe. “Io sono ospite … della signora Agostini …” Fece segno con il naso verso il piano superiore. “Può controllare se vuole. O pensa di arrestarmi, Agente?” Non attese oltre, soffiò verso il ciuffo ribelle, si chinò, raccolse i borsoni e si avviò a scendere le scale seguita dallo sguardo perplesso dei poliziotti. Era sudata da capo a piedi. Stupida, stupida, stupida. Lei e la sua linguaccia! Sbuffò nella fatica. Non ebbe il tempo per dedicare altre attenzioni al cattivo carattere, doveva ancora uscire e il traffico un piano più in basso era carico di fermento. Si fermò concentrandosi sui rumori. Prima sentì gracchiare una radio di servizio ed un poliziotto dire qualcosa di incomprensibile, poi, dopo un attimo, la porta dell’ascensore sbattere con forza e i motori azionarsi, vide i contrappesi muoversi e scese qualche scalino per mettersi in ombra rispetto alla visuale dell’ascensore. Lasciò salire la cabina e riprese le borse per scendere pregando di non essere fermata proprio all’uscita, ad un passo dalla libertà di fuggire in capo al mondo. Aveva in mente di passare d’infilata, con disinvoltura, vestita dell’aria affaccendata di chi non c’entra nulla: era lì per caso. Scese a testa bassa, come un ariete … fino quasi all’atrio quando, alzando lo sguardo, riconobbe la vicina. Era ferma quasi di fronte, a dieci metri, e parlava con il poliziotto di guardia all’uscita. Fregata! Fine della fuga. In un momento passò davanti agli occhi il film degli ultimi dodici mesi: una collezione di errori, leggerezze e lacrime superflue. “Tutto subito!”. Sarebbe bastato accontentarsi: distinguere i sogni dalla realtà, accettare la propria situazione e … lasciare al tempo la possibilità di fare il suo mestiere. Le sembrò di sprofondare nel buio del giudizio personale, irrevocabile come una sentenza: pazza. Era stata una pazza e ora … L’Agente di guardia si spostò di lato, esitò un momento, poi lasciò libera la luce della porta e la signora entrò con la sua sporta di acquisti, una borsa per mano. La guardò nascosta dall’angolo delle scale mentre si avvicinava all’ascensore, la vide schiacciare il bottone e sentì il motore partire ancora una volta. “Dai, dai, dai. Sbrigati!” Soffiò Annarita tra i denti, le labbra tirate in una smorfia. Lasciò sfilare la cabina e riprese a scendere, quasi volando, quasi indifferente al peso dei borsoni. Quando fu a pochi metri dal piantone sfoderò il sorriso innocente ed affascinante delle occasioni super. Lo sguardo intenso, quasi magico in quegli occhi perforanti e l’Agente di fronte a lei sembrò sciogliersi in una pozzanghera di orgoglio latino. L’Agente aprì un sorriso giovane, la squadrò da capo a piedi, vagamente intenzionato a fare il proprio mestiere o più semplicemente a fermarla per guardarla meglio, o a godersi due minuti di quella visione sublime. Tese il braccio per fermarla e Annarita sentì che questa volta sarebbe svenuta. La radio a tracolla emise un ronzio disturbato e l’Agente restò con il braccio a mezz’aria. Trafficò con l’oggetto, ruotò un interruttore e rispose, Annarita ferma con il sorriso della pubblicità stampato sulle labbra dondolava da un piede all’altro per equilibrare i pesi: “… Sì … Patanè sono …” Dall’altra parte una voce saltò fuori tra scariche e fischi” “… lito … qu … o al … nooo? Passo”. “Ripeti per favore, sei disturbato. Passo”. Fece l’Agente fermo come una statua a gambe divaricate e braccio disteso. Annarita gocciolava. Le mascelle tirate in un sorriso che voleva essere l’immagine di Maria Goretti. “… on… romp … la min … ia Pa … a … neeé. Dammi la sit … eee. Passo”. “La situazione?” Rispose perplesso il giovane poliziotto. Annarita sapeva. Non poteva stare ferma ad aspettare, doveva togliersi da quella situazione. Era una questione di attimi, dopo non avrebbe più avuto possibilità. Si avvicinò, posò una borsa per un secondo, mostrò l’orologio, fece una faccia carina e disse: “Sono in ritardo. Agente … per favore … mi aspettano in palestra … la prego …” L’Agente continuò il combattimento su due fronti, da un lato la radio con i suoi fischi, dall’altro quegli occhi e quel corpo … Rispose avvicinando la bocca al microfono, abbassò il braccio, si fece da parte e lasciò sfilare quel paio di blue jeans mozzafiato. Annarita attraversò la porta in apnea, e quasi diventò cianotica nel vedere le due auto della Polizia ferme di traverso a chiudere la via; intorno e sul marciapiede gruppi di curiosi confabulavano per indovinare che cosa fosse capitato. Nelle mani, oltre ai borsoni, tintinnavano le chiavi dell’auto e di colpo si rese conto: erano inservibili. La sua Mercedes era chiusa proprio nel mezzo della strada dove la Polizia aveva lasciato le auto di servizio. Doveva escogitare qualcosa. Voltò l’angolo e s’imbucò nel primo negozio … da Piero. Avere degli ammiratori era in qualche modo utile nella vita? Era il momento di controllare! Vivacqua attraversò il corridoio a passo di carica, non degnò di alcuna considerazione il popolo di questuanti in attesa e infilò l’ufficio. Tolse la giacca per appenderla e subito dopo si liberò dell’ascellare, prese la Beretta la infilò nel cassetto e sedette alla scrivania. Giusto il tempo di mettere a fuoco quel che aveva sotto il naso e alzò gli occhi al cielo. Gli sembrò di ricordare il corso di informatica alla IBM di Rivoltella sul Garda, quando il docente, per decantare i miracoli dell’elettronica si avventurò nella lettura del futuro: “Tra cinque, massimo dieci anni, il sogno degli ecologisti di tutto il mondo sarà realizzato. Le foreste saranno salve o minacciate da una sparuta minoranza di giovani sposi che, invece della plastica, vorranno ancora obsoleti mobili di legno Niente più cellulosa per fabbricare carta. I computer e il progresso dei micro chip renderanno la carta un retaggio del paleolitico. Così come oggi guardiamo con un sorriso le tavolette di pietra scolpite dall’uomo nella notte dei tempi, domani osserveremo la carta stampata con la stessa tenerezza. Nessuno ne avrà più bisogno … salvo che per soffiarsi il naso o per pulizie igieniche altrettanto delicate ….” Risero tutti nell’aula. Erano trascorsi vent’anni da quel giorno e la carta sulla sua scrivania: a) non poteva essere usata per soffiarsi il naso; b) se usata per pulizie igieniche delicate risultava pungente e scivolosa; c) ogni ecologista aveva messo su un partito politico e guadagnava più soldi a fare il parlamentare che a parlare di carta per stampanti. Aveva fatto le grandi pulizie giovedì con due secchi di cartaccia. A distanza di così poco tempo era tutto come prima: non si vedeva la superficie del legno. Accese il computer e aspettò che facesse la routine di caricamento del software, si voltò e premette il pulsante della segreteria telefonica, in un attimo l’inferno si scaraventò nella stanza. Richieste d’informazioni, preghiere d’appuntamento, inviti, comunicazioni di servizio al suono di beep e di musichette che dal computer sparavano una e-mail dietro l’altra. Una giornata della minchia … CVD. Come volevasi dimostrare! Vivacqua provò a resistere alla tentazione di dare una manata alle scartoffie ed ai promemoria lasciati con apparente innocenza sulla scrivania, scartò una caramella e tentò di concentrarsi. Era necessario fare il punto. Tra pollice e medio pinzò il naso alla radice, socchiuse gli occhi e visualizzò la situazione. Fece mentalmente l’elenco degli impegni in corso e sospirò, avrebbe fatto il bravo: precedenza al Questore e ai suoi debiti con le alte sfere. Quando riaprì gli occhi inforcò gli occhiali afferrando meccanicamente i lacci sospesi sul petto. La prima cosa che vide, in cima alla collina di scartoffie, lo fece trasalire, portava la definizione “Satanisti” e un rigo più in basso, tra virgolette, “Incendio di Riva di Chieri”, ovvero il rapporto del sopralluogo e la raccolta d’informazioni provenienti dalla scientifica, dal medico legale e tutta la compagnia di cartacce allegate. Il Commissario scansò la pila di fastidi, prese il fascicolo e con la familiarità di chi ha consumato la vista su quel materiale, ordinò i rapporti secondo il personale criterio e … cominciò a leggere. L’incartamento era già piuttosto voluminoso, ma l’esperienza diceva dove mettere il naso. Vivacqua leggeva scoteva la testa e brontolava tra sé. Era una brutta storia. L’incendio aveva cancellato quasi tutto ma, anche con il poco rimasto, ci si poteva fare un’idea di massima degli avvenimenti. Il lato peggiore della questione, semmai, riguardava i collegamenti con altri fatti simili accaduti con crescente frequenza negli ultimi due anni. Vivacqua si domandò se con un pizzico di lungimiranza non avrebbe potuto prevenire la morte di sabato scorso. Forse avevano sottovalutato la faccenda. Subito dopo, un dubbio pungente lo assalì: era davvero il primo caso di morte? In passato non era mai risultata traccia di vittime, anche se il mese precedente a Carmagnola un fatto molto simile aveva buttato lo scompiglio, quando il laboratorio rilevò la presenza di sangue umano, di donna durante il ciclo per l’esattezza, all’interno di un cimitero abbandonato ove era stato consumata prima una profanazione, poi un rito maligno nel quale erano stati impiegati animali. Con tutta probabilità il sangue umano era stato portato sul posto e impiegato per motivi sconosciuti. Il rapporto proseguiva con i rilievi nel fienile, dove si erano trovate tracce di un cartiglio dal quale si poteva ricavare poco. Ci doveva essere stata una figura o un’immagine, ma non si era riusciti a ricavarne un senso, e una scritta, anche questa pressoché indecifrabile. Tuttavia nel mese di marzo un altro fatto aveva lasciato tracce interessanti. Si era ricavato un particolare del nome della presunta setta: “Chiesa degli Angeli”. Il nome era certamente incompleto, ma per il momento non avevano di più. Vivacqua si appoggiò allo schienale della poltrona, sfilò gli occhiali e quasi come un tic prese a pulirli alitando sulle lenti. “Strano!” Considerò in silenzio. “Perché tante tracce? Di solito questa gente cerca di restare coperta, fa molta attenzione … questi invece no. Lasciano segni, si portano appresso i loro vestitini da carnevale con tanto di immaginette … È come se si sentissero tranquilli, sicuri. Non hanno paura di essere scoperti!” Guardò al soffitto e lasciò girare nella testa quel nome ambiguo: Chiesa degli Angeli! Mancava un aggettivo, o un nome proprio: per esempio “Chiesa degli Angeli del demonio o di satana”, o qualcosa d’altrettanto stupido. Riprese il fascicolo e sottolineò gli aspetti più interessanti del rapporto. Il tecnico parlava del ritrovamento di tessuti umani all’interno di un cerchio ampio che probabilmente conteneva un palco o un altare. I rinvenimenti di sangue non si spingevano oltre il cerchio, pertanto era presumibile che tutta la vicenda si fosse consumata nello spazio di pochi metri quadrati. C’era anche una postilla per gli investigatori “probabilmente lo stesso cerchio era stato tracciato con il sangue”. Vivacqua si soffermò su quell’aspetto e cercò, come al solito, di immaginarsi lì, sulla scena del crimine, invisibile come certi minuscoli insetti, ma presente. Si domandò come poteva essere accaduto. Non era un esperto di pratiche magiche o di sette sataniche e anzi, erano argomenti che lo turbavano. Nella sua carriera non era la prima volta che s’imbatteva in crimini legati all’occulto, ma per sua fortuna si era sempre trattato di questioni riconducibili alla truffa, al plagio, all’estorsione: i soliti santoni di provincia che sottraevano denaro con l’illusione di liberare il malcapitato dal malocchio o da una malattia incurabile. Lui, dal canto suo, era un cristiano credente, non certo un baciapile, o un frequentatore assiduo delle filiali del Vaticano, ma a modo suo un credente convinto. Non aveva fiducia negli intermediari della chiesa, in fondo erano uomini come lui, deboli, vulnerabili, maliziosi, talvolta fin troppo abili nel maneggio del denaro, o peggio … delle persone. E qualche inchiesta imbarazzante nell’ambiente ecclesiastico gli era capitata. Allo stesso tempo conosceva più d’un missionario che, a favore del prossimo, aveva dedicato la propria vita. Molti suoi colleghi erano scettici quando si parlava di soprannaturale o di esoterismo e liquidavano tutto con il più ovvio cinismo: “matti da legare … di solito innocui”. Ma lui credeva nel bene e proprio per questo credeva nel male e nelle forze occulte al servizio del male. Per un attimo, nella mente del commissario, passò un film. Il buio, le fiaccole accese, il cerchio tracciato a terra e in centro la vittima da sacrificare. Se la immaginò nuda, legata, viva, e tutto intorno gente incappucciata, persa nel delirio maligno. Poi il fuoco, il falò terribile che avrebbe bruciato ogni cosa in un disgraziato cocktail di follia e disperazione. Quando Vivacqua si riprese scrollò la testa quasi a scacciare quelle immagini sciagurate. Chissà chi era la vittima e … chiunque fosse, per un attimo pregò in silenzio che fosse morto prima dell’incendio. Pregò che gli avessero risparmiata la sofferenza insostenibile del morire sul rogo. Riprese il dossier e proseguì. Nelle immediate vicinanze erano stati rintracciati resti di stoffa bruciata che forse appartenevano alla vittima o anche ai “sacerdoti” di quell’improbabile liturgia macabra. Il numero dei partecipanti non era definito, ma anche in questo caso si poteva, con un po’ d’acrobazie, tentare un ragionamento. All’esterno del fienile erano state riconosciute almeno cinque impronte di pneumatici. Il conteggio non poteva essere preciso, a causa del gran movimento fatto dai Pompieri per spegnere l’incendio e dagli stessi investigatori accorsi sul luogo. Per non parlare dei curiosi fermatisi a ficcare il naso nella zona dei rilevamenti. Quindi, il dato sul numero di partecipanti al festino era aleatorio, ma Vivacqua sentiva di tenere un conto personale e giudicò almeno una dozzina di pazzi scatenati presenti al rito. Nessuna impronta nel dossier, tutto pulito dal fuoco purificatore! Il telefonino era stato trovato sul lato lungo del fienile in una zona parzialmente diroccata, intrappolato a terra tra calcinacci e pavimento. Doveva essere scivolato durante il trasferimento della vittima … oppure … lasciato lì in qualche modo dalla stessa vittima, consapevole di avere di fronte un futuro molto breve! Non era stato completamente fuso dall’incendio proprio grazie alla posizione quasi nascosta e protetta da mattoni abbandonati da chissà chi. Vivacqua sospese la lettura e chiamò Patanè tuonando in direzione della porta. “Comandi Commissario” esordì trafelato l’agente; “A che ora deve venire il proprietario dell’immobile?” “Quale proprietario capo?” “Quello di Riva di Chieri … quale altro Carbone?” “Ah, quello … No, non viene più. Dice che non può muoversi” “Ho capito …” fece bonario Vivacqua, “… e quando sarebbe comodo secondo te?” “No, Commissario, mi scusi, non ci siamo capiti … Il proprietario è un tale Giuseppe Ferrero, vedovo, di ottant’otto anni che non ci sta troppo con la salute. L’unico figlio al momento non è rintracciabile, poiché residente all’estero. Il Ferrero dice che ha avvisato il suo amministratore, tale geometra Trivero, e lo ha incaricato di fare le sue veci, e sarà qui entro mezz’ora. Ma perché me lo chiede Commissario”. “Patanè questo rapporto lo hai scritto tu?” “Certo Commissario” rispose l’Agente con un pizzico d’orgoglio. “Ci sono resti umani, e più a nord, nel fienile ci sono altri resti …” “Sì capo, confermo. Pure escrementi ha detto il collega del laboratorio”. “Quindi?” “Non saprei Commissario, pare siano tracce precedenti, forse qualche contadino …” “Ah, i contadini, dici” Fece Vivacqua soprapensiero. “Vabbè, quando arriva l’amministratore mi chiami e facciamo quattro chiacchiere qui da me. Non te ne scordare”. “Agli ordini Commissario”. Patanè iniziò il dietro front per uscire e di nuovo fu fermato. “Ah, Patanè: a che ora finisci il turno …” “Avrei finito da parecchio, ora me ne vado!” “Due cose: che fine ha fatto il dottore Santandrea? E quel mandato che ho richiesto via radio arriva o no?” “Commissario!” fece Patanè sbattendo il palmo della mano sulla fronte, “Ecco cosa volevo dirle … allora: per il vicecommissario dottore Santandrea, non so niente, cioè stava completando le indagini per l’assalto al furgone portavalori, ma ora dovrebbe essere rientrato … deve essere qui intorno. Poi, l’autorizzazione a procedere per la perquisizione per ora non c’è. Possiamo mettere fretta magari con l’aiuto del …” “Ci penso io all’autorizzazione” “Poi …” Patanè alzò gli occhi come servisse alla memoria per recuperare i frammenti del ricordo mancante. “… Sì: mi sono sentito con Marchesi della Tim e … ci abbiamo azzeccato. È confermato, il telefono appartiene ad un tal Ugo Martini, residente in Via Monte di Pietà e c’è di più … il nostro amico ha già iniziato il lavoro sul tabulato delle telefonate e … se arriva anche questa autorizzazione, entro domani avremo in mano tutto l’incartamento. Per la scheda invece sarà difficile avere di più, i danni dell’incendio non lasciano sperare”. “Patanè sai cosa devi fare? Cerchi il dottore Santandrea e me lo mandi, poi chiami al telefono il Commissario di Sanremo e me lo passi. Dopo, uscendo, mi porti un caffè e te ne vai a casa”. Patanè uscì ringraziando. Vivacqua tornò al dossier, ma un ronzio fastidioso disturbava il ragionamento. Ci pensò un attimo, poi trovò le ragioni: com’era saltato alla conclusione che il telefono era della vittima? Era la seconda volta nella giornata che quel pensiero si presentava impertinente. Chi poteva escludere che, invece, il gentile signor Ugo Martini non fosse uno dei pazzi indemoniati … che aveva avuto la gentilezza di fare questo bellissimo regalo alla Polizia? “Sì, figurati!” Sospirò Vivacqua. “Quando mai …”. Impugnò il telefono e compose il numero del Questore. “Vivacqua sono, dottore … sì, tutto bene. Chiamo per quella storia dell’incendio … ca certo dottore … Occorrono due mandati, abbiamo inoltrato le richieste e … va bene. Allora ci mettiamo in moto. Per le …? Qua stiamo! Ossequi dottore”. Vivacqua sbuffò, riprese il fascicolo e sfogliò rapidamente le pagine. Si soffermò sulla dichiarazione di un agricoltore, quello che aveva telefonato ai Pompieri. Il Commissario volò sulla pagina accompagnando la lettura con il dito indice e andò a cercare l’ora: le tre e cinquanta del mattino. Il dichiarante non aveva nessuna segnalazione da inoltrare, né informazioni ulteriori a supporto. Naturalmente! Nessuno ha visto, sentito, o detto nulla. Sospirò. Vivacqua sentì bussare alla porta e riconobbe i tre tocchi del suo vice, il dottor Sergio Santandrea. Un bravo giovanotto, forse una ‘nticchia introverso, ma capace. Non era il tipo da volante. Era più per il lavoro a tavolino, per la burocrazia, e anche con le ricerche se la cavava niente male. “Vieni Sergio, accomodati” Il dottor Santandrea entrò senza dire una parola. Come sempre portava il tipico abbigliamento formale: camicia e cravatta annodata e, forse a causa dei tratti longilinei, sembrava una cicogna con pesanti occhiali da miope. Fece il giro della stanza e si accomodò di fronte al Commissario. “Dimmi Vivacqua … mi hai fatto cercare per quel fatto della rapina al furgone? Guarda, non ho ancora …” “No”, fece il Commissario, scartò una caramella e disse: “non me ne frega niente. Ne riparliamo più avanti. Ho un incarico delicato per te: delicato, molto delicato”. Vivacqua prese un biglietto e scrisse, quindi si allungò e lo lasciò davanti al suo vice. Questi prese il biglietto, fece una smorfia e lo sventolò seccato. “Che cosa ti serve?” domandò Santandrea. “Tutto. Voglio sapere anche a che ora va a pisciare. Devi dargli una ripassata in controluce e … delicato, mi raccomando” Fece Vivacqua accompagnando le parole con un gesto lieve della mano. “Non si deve accorgere di nulla, né lui, né nessun altro Ci siamo capiti? Devi essere come al tuo solito: una farfalla”. “Questo tipo non è lo stesso che ci ha fatto passare un guaio a gennaio? Febbraio? Cos’era?” “Sì, proprio lui, ti ricordi bene. Ora lo metti ai raggi ics e me lo consegni pulito come un neonato. Ci siamo capiti?” Santandrea lo guardo di sottecchi. “Ci stiamo mettendo nei pasticci un'altra volta?” “Siamo autorizzati, anzi … sollecitati, direi. La richiesta è fresca, urgente e arriva da molto in alto. E comunque per adesso non lo avviciniamo: niente incontri, interrogatori, pedinamenti … solo ricerche. Da quando ha aperto gli occhi fino ad oggi. Ci siamo capiti? Prenditi Calabresi e fai un bel lavoro. Ciao”. Concluse sbrigativo. “Quanto tempo abbiamo?” “Non ne avete”. Santandrea non gradiva quei modi e soprattutto che gli facessero fretta su operazioni delle quali non aveva il controllo diretto, ma con il tempo aveva imparato: Vivacqua era un poliziotto vecchia maniera. Per lui la delega esisteva solo quando non poteva, o non voleva essere presente in prima persona. Per il resto era un operativo al cento per cento, un agente delle volanti, nonostante la laurea in giurisprudenza, la specializzazione in criminologia e la montagna d’ore lavorative giornaliere. “Vediamo di fare il possibile” soffiò alzandosi. In quel momento comparve Patanè con il caffè. “Dottore, di là c’è quel geometra, quello di Chieri, e sulla due il Commissariato di Sanremo. Io vado” “Patanè non scappare, mandami Migliorino e Musso” Vivacqua si voltò, prese al volo la cornetta e con la stessa pigiò il pulsante della seconda linea. “Commissario Vivacqua, ci conosciamo di vista, e chiedo subito scusa per il disturbo, la chiamo per una questione imbarazzante, posso chiedere un favore collega?” “Sono Giovanni Loy, ci diamo del tu?” Rispose una voce grassa, da fumatore accanito, sui cinquanta, forse qualcosa di più. “Certamente … io sono Salvatore. Ho bisogno di qualche informazione sul caso della Contessa Dassault Villalta di Solero”. “Ah!” rispose lapidario. “Salvatore state sconfinando? O avete ricostituito il Regno Sardo all’insaputa di tutti: avanti Savoia!” aggiunse acido. Vivacqua restò per un attimo perplesso, poi si mise nei panni del collega e dovette riconoscere che anche lui, a posizioni capovolte, non avrebbe gradito l’invasione di campo. “No, Loy. Se la metti su questo piano mi metti in difficoltà. Non c’è nessun Savoia da queste parti. Ma qualcuno nelle alte sfere sente prurito alle mani ed io ci sto proprio in mezzo …”. Silenzio di tomba dall’altra parte. “Le cose stanno così: i defunti erano torinesi in vista, vecchia nobiltà con amici molto influenti. Qualche amico ha insistito perché da Torino si buttasse un occhio su eventuali inimicizie qui, nella Savoia come hai detto tu. E … prendimi sulla parola, per mmia, con tutti i casini che teniamo qui … è una grande rottura di coglioni! Inclusa questa telefonata che voleva essere di cortesia, ma vedo che non c’è reciprocità”. Silenzio. Loy stava considerando le cose dalla sua posizione e, per quanto tentasse di metterla in positivo, non gli piaceva per niente. D'altronde, considerò, c’era poco da fare. Se avesse rifiutato prima o poi si sarebbe fatto vivo qualcun altro di grado più elevato e lui avrebbe fatto la figura dell’ostruzionista. Però non gli andava giù l’idea di molare l’osso, specialmente se questo Vivacqua avesse trovato qualcosa di fondamentale per le indagini o, peggio ancora, se avesse risolto il caso. Avrebbe fatto la figura dell’incapace … ed era molto peggio! “Ti mando l’incartamento aggiornato così puoi farti un’idea. Va bene?” “Collega … se l’udito non m’inganna sto parlando con una persona esperta del mestiere, di cinquant’anni, più o meno …” “Cinquantaquattro per l’esattezza” intervenne Loy. “… dunque uno della vecchia guardia, come a mmia. Quindi possiamo smettere di fare a nascondino …” “Loy …” riprese Vivacqua con tono navigato. “Gli incartamenti servono per la forma e quelli li abbiamo. Ma gli approfondimenti, te li potevo chiedere in via ufficiale, d’altro canto stiamo parlando di un doppio omicidio che riguarda nostri concittadini, con risvolti locali potenzialmente utili alle indagini, e non mi dilungo … sai che non c’è nulla di malizioso nella mia richiesta. Quello che volevo è uno scambio alla pari: tu mi dici quello che pensi ed io ti dirò tutti i progressi che faremo qua. Se verremo a capo di qualcosa lo comunicheremo insieme … come una forma di collaborazione tra i due Commissariati. T’interessa?” “Ha, ha, ha, Salvatore dovevi fare il diplomatico. Va bene, m’interessa. Ma ci dobbiamo aggiornare più tardi. Giusto il tempo di sentire gli ultimi sviluppi dai ragazzi. Cosa ne dici se ci sentiamo questa sera?” “Sarebbe perfetto”. L’ispettore Migliorino mise la testa dalla porta e domandò il permesso di entrare. “Migliorino, organizzati per una perquisizione …” Vivacqua guardò l’orologio. “… diciamo tra tre quarti d’ora, un’ora al massimo”; “Commissario ci vuole un’intrusione? Con l’equipaggiamento …” “Ma quale equipaggiamento. Andiamo, se non aprono sfondiamo, diamo un’occhiata, mettiamo i sigilli e ce ne torniamo a casa. Giubbotti per tutti come da regolamento e tutto il resto. Ti devo spiegare la procedura Ispettore?” “Quante volanti Commissario?”; “Formazione leggera, tre più la mia, se ti servono rinforzi fai rientrare qualcuno … cosa di un’oretta è”; “Capo” aggiunse Migliorino, “Abbiamo nella saletta il geometra … Trivero. Quello del fienile bruciato. Le formalità sono concluse. Dice che non sa nulla di utile, che facciamo lo mandiamo via?”; “Portamelo qui, voglio vederlo in faccia”. Il Commissario prese il fascicolo dei satanisti, lo ricompose lasciando fuori le risultanze dei Pompieri e della Scientifica, lasciò entrare ispettore e il geometra, guardò entrambi sopra le lenti da lettura e fece segno al Trivero di accomodarsi, prese dalle mani di Migliorino la deposizione e lo liquidò. Con calma prese il foglio, gettò un sorriso cordiale e squadrò il soggetto davanti a lui. Era un omone tarchiato, alto, ancora giovane, molto appesantito, biondo rossiccio di capelli, con uno sguardo furbetto e allo stesso tempo intimorito su un faccione rubizzo. Indossava una camicia celeste a quadri nocciola su pantaloni marroni e mocassini chiari. Sul viso un espressione stralunata che cercava di nascondere l’agitazione visibile dalle ampie chiazze di sudore sotto le ascelle. Vivacqua tossicchiò e iniziò a leggere le quattro righe con l’apparente impegno di chi sta per affrontare una maratona di lettura con scioglilingua. Lasciò passare un paio di minuti poi fece svolazzare il foglio sulla scrivania, guardò l’orologio e … la porta si aprì in quel momento. Era Migliorino: “Tra quaranta minuti il mandato sarà pronto” chiuse la porta e sparì. Vivacqua riprese la concentrazione, prese di mira un punto indefinito sulla tenda della finestra, accavallò le gambe e iniziò. “Poirino. È lì che vive geometra?” “Sì, come risulta dalla dichiarazione …” “E come vivete con tutti quei clandestini? Non vi mettono in difficoltà?” fece con modi cordiali. “Un tempo si stava bene. Adesso è come dice lei: ce n’è troppi. Albanesi soprattutto, e cattivi in qualche caso. I marocchini e i neri sono meno pericolosi, vivono tra di loro … danno meno fastidio. Comunque sono troppi …” “Hmm”, tossicchiò Vivacqua, “Sì, risulta. Abbiamo diverse denunce provenienti dalla sua zona … bene! Veniamo a noi” riprese cambiando tono di voce. “Ho poco tempo, quindi facciamola breve: lei ha risposto alle domande del mio collaboratore usando il cervello?” “Certamente Commissario”, rispose piccato il geometra. “Allora è meglio che non lo usi, le costerà meno, dia retta a me. Oggi è il suo giorno fortunato: posso farle risparmiare da cinque a dieci mila euro, se mi aiuta”. L’altro lo guardò come se avesse di fronte babbo natale. “Non vedo come” rispose d’un fiato. “È semplice” Vivacqua prese la dichiarazione la strappò facendone quattro pezzi. “Lei non ha detto la verità e, siccome siamo di fronte ad un caso di omicidio …” il Commissario lasciò in sospeso la parola per vedere il geometra strabuzzare gli occhi. “Lei, in modo certamente inconsapevole, si è macchiato di una mezza dozzina di reati, tra i quali falsa testimonianza, reticenza, intralcio alle indagini, occultamento di prove, favoreggiamento e via di questo passo. Ce n’é abbastanza per passare un brutto momento. Pensi alla sua carriera, al paese, ai pettegolezzi, alle spese … ci si può rovinare per sempre …” Il geometra Trivero deglutì. “In questi casi io do sempre una seconda chance. Se ha capito e collabora … bene. Diversamente …” si voltò, prese la cornetta del telefono e la passò al geometra. “Può chiamare il suo avvocato, ma lei di qui oggi non esce. La faccio arrestare con l’accusa di concorso esterno in omicidio”. Trivero guardò la cornetta del telefono allontanando la schiena, quasi si trattasse di impugnare un cobra. Con un braccio si asciugò la fronte dalle gocce di sudore ormai intrattenibili. Cercò di sistemarsi sulla sedia improvvisamente diventata scomoda e balbettò qualcosa a proposito della Madonna. “Perché dice così Commissario, io non ho fatto nulla di male, lo giuro. Ho moglie e tre figli, sono un professionista stimato …” “Tagliamo corto geometra, lei non è questo santo che vuole farmi credere, mi dica qualcosa d’interessante per le indagini: è stata uccisa una persona”. “Ma io sono a posto, non ho mai fatto del male a nessuno. Io nelle proprietà del signor Ferrero non ci vado mai, come potrei esserle utile … non capisco”. Vivacqua si alzò di scatto facendo scorrere la poltroncina all’indietro con un terribile rumore di legno sul pavimento. “Migliorino!” gridò verso la porta. Ci vollero cinque secondi. “Comandi dottore …” “La prego Commissario …” intervenne il Trivero giungendo le mani a preghiera. “Lei continua a mentire ed è intollerabile. Io le ho offerto una seconda chance e lei se n’è fottuto. Che cosa dovrei fare? Lei sulle proprietà del Ferrero si recava almeno una volta a settimana … provi a negarlo se ne è capace”. Il geometra abbassò il capo e ripeté un sì lamentoso. “Sì è vero” “Si spieghi”. “Andavo a contare quanti occupanti c’erano e … riscuotevo l’affitto” “L’affitto?” fece Vivacqua a pappagallo, “e da chi?” “Dagli extracomunitari. Dai clandestini”. Prese a singhiozzare. “Ferrero non lo sa, io … avevo bisogno di quel denaro …” “Non ha mai visto nessuno aggirarsi da quelle parti? Qualcuno con modi circospetti, magari delle macchine?” Il geometra singhiozzava e faceva no con la testa. “Ci pensi bene. Può essere determinante. Non le è mai capitato di vedere qualcuno nei paragi, a piedi …” Trivero all’improvviso alzò la testa, si asciugò le lacrime e disse: “Sì, una volta, di sera, erano quasi le sette … un tipo … era fermo in auto” “Che genere di auto? Non era una coppietta appartata?” “No. Era uno … da solo, su una macchina grossa, una Bmw scura. Quando mi sono avvicinato per vedere chi fosse quello ha acceso il motore, ha sgommato alzando una nuvola di polvere ed è sparito”. “Perché le è sembrato sospetto?” “Mah, non lo so … forse l’auto. Troppo pulita, troppo grossa. E poi la strada l’avete vista: porta solo alla cascina, è indicato, è una strada senza uscita, ci si deve andare apposta … è difficile capitare lì per caso”. “Quando è successo?” “Un mese fa circa. Ne sono sicuro: era l’ultimo giorno di aprile, mio figlio compie gli anni il giorno dopo: il primo maggio. Lo ricordo bene. Oltretutto quello era l’ultimo affitto che avrei riscosso. Non avevo più inquilini. Ormai li avevo persi o mandati via … quelli più fastidiosi” “Come era targata l’auto?” “Non lo so. Era buio e partendo ha sollevato troppa polvere, ma era una Bmw, di questo sono certo … blu direi” “Migliorino, accompagna il signore all’uscita” fece benevolo Vivacqua, “… ma se le viene in mente qualcosa e non me la racconta la vengo a cercare, ricordi: … ha consumato la seconda chance, le resta solo il carcere” aggiunse con l’indice accusatorio puntato come un revolver. Vivacqua restò solo nella sua stanza, era tardi. Per un attimo un pensiero acido passò dall’anonimato alla consapevolezza: “Se hanno sacrificato un clandestino non li becchiamo mai più”, considerò in silenzio. Indossò la giacca, strinse la cravatta e si avviò … per i primi dieci metri, quindi tornò indietro, scartò una caramella, prese l’ascellare, la Beretta dal cassetto … e ripartì. CAPITOLO 2 Rodolfo riprese contatto con il mondo atterrando male, gli scoppiava la testa e un senso di nausea cresceva prepotente dalla bocca dello stomaco. Prese il Rolex dal tavolino e controllò: le undici e cinquanta. Per diversi momenti restò come dissociato, con l’orologio in mano e lo sguardo nel vuoto: era allo stesso tempo senza energie e sbalordito. Era la prima volta che provava un’esperienza tanto frustrante. Una prova singolare da diversi punti di vista; intanto non riusciva a dare una spiegazione a quelle visioni: non le ricordava più, ma quasi d’improvviso rammentò, riguardavano un sogno … frequente ai tempi dell’infanzia, poi crescendo lo aveva perso e infine dimenticato, ma questa volta era nel pieno del suo esperimento di trasmissione dell’influenza personale a distanza, non stava sognando, come si era introdotto nei suoi pensieri? Di fatto l’interferenza aveva abbassato la concentrazione e aperto la strada ad una reazione inattesa. La visione tornò a scorrere davanti agli occhi: un incendio in mezzo all’acqua, come un’isola in fiamme. Ricordava alcuni tratti di una scena disperata, alla maniera di un film girato di notte. Un edificio antico, lunghi corridoi, pavimenti di legno ... sembrava una scuola, o un ospedale. Sulla sinistra vetrate a picco sui giardini e poco oltre acqua … molta acqua. Al buio, di notte, la luce delle fiamme illuminava il soffitto di legno descrivendo archi di fuoco avvolgenti. Intorno a lui grida e fughe di bambini scalzi, spaventati. Tutti correvano urlando. Le travi cadevano tra fontane di scintille e fumo acre. Le tende si accartocciavano crepitando; lui era uscito, stava immobile al centro del cortile, affascinato e … contento … A questo punto le immagini scartarono veloci e quando tornarono al passo normale si rivide: davanti a lui una porta cadde in frantumi e nuove fiamme si svilupparono aggressive, una figura sconosciuta attraversò correndo e subito si accasciò a terra seguita da altre persone in corsa; in molti si accalcavano urlanti … avevano i vestiti in fiamme, inciampavano rotolando uno addosso all’altro. La puzza di carne bruciata mischiata al fumo dava il voltastomaco. Qualcuno gridava aiuto dai piani più alti, lingue di fuoco facevano esplodere i vetri, saettavano dalle finestre e illuminavano a giorno le stanze. Una donna, anziana, invocava aiuto dal terzo piano, gridava un nome, aveva i capelli incendiati e poco dopo si gettò di sotto, nel vuoto. Intorno a lui la gente correva in tutte le direzioni, impazziti nel buio, nel calore, nello smarrimento del terrore. Qualcuno si dava da fare con i secchi di sabbia e li rovesciava sui corpi fumanti stesi a terra nel cortile. Da lontano lo raggiunse l’eco di un allarme … Un dolore lancinante perforò il cervello; Rodolfo non riusciva a ricordare altro e continuava a domandarsi il significato di quella visione e, soprattutto, perché era tornata dopo tanti anni. D’un tratto ricordò il grande falò della notte precedente e sogghignò: stupide associazioni libere. Cercò con gli occhi il pacchetto delle sigarette e passò una mano sulle labbra per asciugare quel senso di fastidio impastato, fu allora che restò prima sorpreso, poi frastornato: sanguinava … Istintivamente guardò verso il basso e trovò sulla vestaglia di seta le gocce cadute dal naso e dalle orecchie, sussultò e si alzò dalla sedia come se all’improvviso fosse diventata rovente. Era impossibile! Non poteva essere tanto forte. Daniela arrivò alle sue spalle, felpata, con una salvietta umida, un grosso batuffolo di cotone ed un sorriso sardonico mal riposto tra le labbra. Rodolfo ringhiò qualcosa, lasciò andare un manrovescio nell’aria e fece volar via il cotone, con l’altra mano afferrò la salvietta e se la passò sul viso: non era possibile! Era la prima volta che una forza uguale e contraria lo colpiva con tanta energia. I contatti precedenti li ricordava bene, Angelo non era in grado di contrastarlo. Che cosa lo aveva tanto rinvigorito, si domandò. Ad un certo punto lui aveva ridotto la pressione e forse era stato un errore, si era spinto troppo oltre con il gioco, e alla fine aveva lasciato spazio alla reazione, inoltre, ad un certo punto aveva ricevuto chiara la sensazione di aggancio, come se Angelo lo avesse bloccato, circondato, o come se lo avesse addirittura riconosciuto, e questo gli sembrò impossibile: non si erano mai visti di persona, non avevano alcuna conoscenza in comune, se non quella stupida della contessa, sua suocera … bruciasse in eterno. Ma quello che aveva sorpreso Rodolfo non era la reazione di Angelo, in cuor suo si sentiva invincibile e sapeva quanto poteva essere distruttivo se davvero lo avesse voluto, quanto molto di più quell’energia avvolgente come l’acqua, calma e allo stesso tempo incontenibile … una forza che non sembrava conoscere ostacoli. Rise quasi dissociato, con gusto … aveva in mente qualche “ostacolo divertente” per ridurre la forza di Angelo ad uno straccio per pavimenti. Da quanto andava avanti con quegli stupidi giochi infantili … un mese? Due? Avrebbe dovuto prendere una decisione: se avesse effettivamente considerato Angelo una minaccia era ora di farla finita e concludere la faccenda senza tante storie, ed era questa, in conclusione, la questione centrale; quel ridicolo sensitivo da spettacolo televisivo era davvero una minaccia? Che cosa poteva mettere in pericolo … in definitiva … era solo un ometto senza futuro. Daniela si ripresentò e fece cadere quel flusso di pensieri inconcludenti per comunicare che un ospite chiedeva di essere ricevuto. Rodolfo fece segno di farlo accomodare sull’altro lato del parco e si allontanò verso le proprie stanze, non voleva farsi vedere in quello stato. Doveva essere Mario, farmacista a tempo perso e gregario per indole. Avevano appuntamento per fare colazione insieme. Sarebbero scesi a Torino, destinazione centro città, lì avrebbero scelto un locale adatto. Dovevano parlare, fare programmi … Rodolfo prese la via della camera da letto, doveva prepararsi e gli piaceva essere a posto, guardato, ammirato … anche se non aveva fatto molto per mantenersi in forma e appariva ingrassato … invecchiato precocemente, forse per via di quei capelli troppo grigi per la sua età, o forse per la vita disordinata fatta da ragazzo, l’ozio degli anni successivi ... E dire che se avesse voluto sarebbe stato un bell’uomo: era alto, non imponente ma un buon metro e ottantacinque era una statura rispettabile, aveva spalle larghe su un torace ampio e ricordi di una muscolatura che doveva essere stata atletica. Ciò che colpiva di più, tuttavia, era il volto, fatto di un ovale ben disegnato, dai lineamenti virili, simmetrici, in contrasto con l’aspetto generale che aveva contemporaneamente un che di delicato misto a qualcosa d’inquietante, sarà stato il pizzetto o quelle sopracciglia arcuate sugli occhi scuri, penetranti, che gli davano un aspetto minaccioso, chiunque avrebbe detto mefistofelico. Si spogliò del quasi nulla che indossava salendo le scale verso la camera da letto … il suo regno. Si trovava al secondo piano della villa ed era l’ambiente più curato dell’intera casa … costato una pazzia in architetti e ristrutturazioni. Ai tempi della contessa a quel piano si trovavano la camera da letto padronale, il bagno di pertinenza e un’infilata di stanze per gli ospiti, nonché un paio di salotti perlopiù destinati a sala da gioco o a zona conversazione. A Rodolfo non piacevano, così fece rifare quasi l’intero piano, o meglio quella parte che intendeva impiegare a modo suo. Adesso l’ambiente poteva sembrare uno stanzone di circa centottanta metri, ricavato da quattro stanze del precedente disegno, senza muri o porte, quasi metafisico nei suoi ampi spazi vuoti. Aveva fatto sostituire il pavimento di marmo con una spianata di legno molto scuro con assi lunghe e lucide, pareti color aragosta e soffitto nero. L’area notte era minimalista, con il letto enorme piazzato sull’angolo ovest ai lati del quale due sculture di gesso a lampada, con le sembianze di caproni rampanti, chiudevano le prospettive. Accanto al letto, sulla parete opposta alla finestra, quella sul lato del parco con piscina e dalla quale si prendeva la vista di Torino, aveva fatto sistemare la consolle di comando dell’impianto B&O, da lì governava tutto il sistema audio e video, inclusa la telecamera, piazzata sullo stativo ai piedi del letto. Di fronte al letto, appeso con ganci al soffitto, si trovava il grande schermo tv, in fondo, sul lato opposto, un enorme camino dominava la mezza parete confinante con l’area adiacente. Un divisorio di vetrocemento tracciava il confine simbolico con il bagno nel quale tutto era super tecnologico, inclusi gli strumenti per il fitness che non avevano nulla da invidiare alle più attrezzate palestre della città. Infine, con un altro divisorio laterale, era stato tracciato l’ultimo confine, quello con il guardaroba: un’infilata di pannelli scorrevoli fabbricati in tek e vetro per raccogliere l’abbigliamento e le calzature degne di un principino d’altri tempi. Rodolfo aveva imparato guardando, cosa voleva dire “vestirsi”. Quando era bambino e la sua vita non aveva nulla d’invidiabile, sballottato da una famiglia adottiva ad un’altra, possedeva due mise: una per tutti i giorni, composta da pantaloncini blu, maglietta e sandali traforati; l’altra per la domenica, per la messa … con gli stessi pantaloni corti, ma lavati il sabato sera, la camicia bianca ogni mese più stretta, un laccetto di raso scuro al collo … calzette bianche al polpaccio e i soliti sandaletti, ma puliti a dovere con il lucido. Aveva imparato che i ricchi non hanno due corredini, e “vestirsi” era un’arte sottile. Ma lui quell’arte la sentiva come parte di sé e non aveva affrontato alcuna difficoltà ad impararla, come tutto ciò che riguardava il lusso, gli oggetti esclusivi … come se in una vita precedente avesse metabolizzato l’elisir della raffinatezza e quella speciale capacità di circondarsi di piccoli e grandi piaceri personali. Rodolfo attraversò a passo spedito la camera da letto, premette un pulsante del telecomando e fece partire un vecchio CD dei Pink Floyd che in un attimo saturò l’ambiente con “The dark side of the moon” soffiando vigoroso dai diffusori nascosti nel controsoffitto; con un altro comando fece alzare la temperatura del condizionatore, infine si diresse verso la cabina doccia, premette un paio di pulsanti del sistema computerizzato e restò qualche minuto a godersi i getti nebulizzati dell’opzione relax. Quando ebbe finito spuntò Daniela che lo frizionò con l’asciugamano e con essenze profumate. Andarono insieme al guardaroba e iniziarono la vestizione. Daniela pescò dai cassetti dell’intimo un paio di boxer bordeaux e glieli infilò con delicatezza, poi passarono all’abbigliamento, Alberto scelse una versione formale, da mattino in città: prese un abito leggero di Olimpic color senape e mocassini coloniali di Cavalli, infine camicia celeste, cucita su misura. Niente cravatta, naturalmente. Buttò un occhio al grande specchio, sembrò approvare quel che riceveva dal riflesso mentre Daniela gli spazzolava i capelli. Sul viso e negli occhi di Rodolfo nessuna traccia dello scontro di poco prima, tutto sembrava dimenticato, superato, archiviato nella sezione dell’indifferenza. Accennò un passo verso la porta per scendere al patio verso l’amico in attesa ma ci ripensò. Avrebbe preso la Eagle Road, il suo ultimo acquisto: una Harley Davidson Screaming VRSC rosso ciliegia. Era una bella giornata, si sarebbe divertito a fare qualche “piega” sulle curve della collina. “Quando era sposato non poteva permettersi certe libertà”, osservò, sogghignando a proposito di essere ricco e scapolo. Chissà perché non gli veniva in mente il termine “vedovo”. Tornò indietro, lasciò la giacca e prese dall’armadio il gilet di cuoio Dainese … prese il casco e si diresse verso le scale accompagnato dal sorriso malizioso di Daniela. Quando fu al cospetto di Mario, da principio sorrise nel vedere i numerosi graffi e i segni di bruciatura sul volto e sulle ciglia, poi percepì la presenza di un fastidio. Si accomodò sulla poltroncina di vimini e con la consueta superiorità lo squadrò da capo a piedi, accese una sigaretta e aspirò con voluttà. Mario se ne stava seduto a disagio e cercava un buon modo per dire che forse era successa una piccola disattenzione l’altra sera. Niente di grave per la verità, ma nessuno si era ricordato di cercare il telefonino di Ugo e … certamente era bruciato nel rogo. Lui era, tra l’altro, l’addetto alla sicurezza del gruppo; era compito suo tenere d’occhio certi dettagli, ma … non trovava le parole e aveva una gran paura della reazione del maestro. Non del pericolo che rappresentava quello stupido oggetto, ormai fuso tra le ceneri del falò. Rodolfo prese un sorriso fintamente cordiale e iniziò senza preamboli: “Sei agitato Mario? … con te non so mai come regolarmi, davvero …” sollevò la schiena dalla poltrona, avvicinò il portacenere e posò la sigaretta, “… sei il più fidato: non esiterei ad assegnarti incarichi di maggiore riservatezza. Sei il più devoto: la tua fede non è seconda alla mia o a quella del Gran Maestro …” Rodolfo toccò il dito medio per indicare il terzo punto, “… se ci fosse un numero di matricola saresti il numero quattro, quindi uno dei più anziani e, dato che il numero tre vive lontano ed è meno attivo nelle situazioni organizzative, se escludiamo gli adepti di potere e rimaniamo agli operativi, potremmo considerarti a giusto titolo il terzo per importanza della nostra grande e solida famiglia …” Rodolfo esitò un attimo, giusto il tempo di vedere il volto di Mario passare dalla felicità al dubbio, quasi avesse capito quanto stava diventando minacciosa la conversazione. “Sono io, sotto la mia responsabilità, che ti ho voluto così vicino in questi anni e …” Rodolfo cambiò espressione, abbassò lievemente il capo, prese a guardarlo sotto le sopracciglia, un lampo attraversò gli occhi e Mario sentì il sangue gelare nelle vene, sapeva quanto il suo capo era pericoloso in certi momenti, ne era stato testimone, “… e la tua ricompensa è una partecipazione distratta, come se non avessi capito cosa sta succedendo … quale importanza abbiamo raggiunto …” Rodolfo aprì le braccia in modo teatrale, come a sottolineare l’insostenibile paragone tra tutta quella generosità e la pochezza della gratitudine. “Che cosa devo pensare? Forse giunti all’arrivo della nostra missione dovremo rinunciare ad uno dei discepoli, arrivato troppo stanco alla meta? E come dovrei giustificare davanti al Maestro le tue incapacità, o peggio ancora la tua uscita dalla fede? Dovrei chiedere scusa per averti voluto e scelto personalmente? E … dimmi, come uscirai dalla nostra famiglia?” Dalle labbra di Rodolfo rotolò un sorriso da jolly e Mario sentì accapponare la pelle. Non era un buon momento per disquisire su come il telefonino si fosse sciolto nelle braci. “Rudy … sono senza parole, io … io … ce la sto mettendo tutta, hai visto … ti ho portato Ugo su un vassoio d’argento …” “Non mi chiamare Rudy, non ti è concesso”. “D’accordo Rodolfo, come vuoi” replicò a capo chino. “Andiamo Mario, come puoi ridurre il tuo incarico al ruolo di uno stupido esecutore. Ugo non era un compito difficile. È bastato attirarlo con la più semplice delle esche: i soldi. Il resto, direi che non merita alcuna considerazione”. Rodolfo sbuffò come se la pazienza gli sgusciasse tra le dita. “… mi riferisco alla parte … diciamo nobile, del tuo incarico, caro amico, ma questo lo sai bene, non è vero?” Mario sentì una pressione emotiva schiacciante, era ad un fiato dal piangere senza ritegno. Lo sapeva, prima o poi sarebbe arrivata la resa dei conti. Maledetta ambizione. E sapeva altrettanto bene che questa volta non avrebbe avuto scuse per sgattaiolar fuori, Rodolfo non avrebbe accettato giustificazioni. Per lui era importante stare con gli Angeli Neri, erano la sua famiglia e qualcosa di più … erano un modo per uscire dalla mediocrità della quale era un simbolo. Potevano essere un riscatto, una rivincita. Aveva superato i quarant’anni e un passato da ricco fannullone. Non aveva mai lavorato, neanche per un minuto, e la sua vita fino allora era stata un lento scivolare del tempo tra Alassio, Cervinia, crociere nei Caraibi e mesti ritorni a Torino. Possedeva delle farmacie, ma non sapeva neppure quante e dove fossero, non gli era mai interessato, ci pensavano i familiari a mandarle avanti. Questa era la vera occasione per diventare qualcuno, non l’avrebbe lasciata cadere senza combattere, non adesso, così vicino al traguardo. Rodolfo sembrò seccato dell’assenza di risposte e riprese. “Sto perdendo la pazienza Mario … lo dirò ancora una volta con dolcezza: la nostra comunità è molto cresciuta, siamo passati da stupide sedute con quattro gatti spaventati a riti evocatori potenti, abbiamo compiuto sacrifici con maiali e galline ed ora la nostra grandezza è giorno dopo giorno più visibile. Da molto tempo non siamo più dei principianti: ora la nostra setta fa paura e costringerà anche i più scettici ad aggregarsi. Tra poco … il cerchio sarà chiuso. Il Venerabile ha dato le carte, l’ultima casella dell’organizzazione sta per essere occupata dalla più alta carica istituzionale, nelle nostre mani sarà concentrato un tale potere che nessuno oserà contrastare il progetto. Una nuova era sta per nascere”. Rodolfo sembrava rapito dalle sue stesse parole. “Io sono con voi, sono parte del progetto … è tutta la …” “Non m’interrompere”. Ringhiò Rodolfo. “Io sono nato per servire un nuovo mondo e tu … tu piccolo essere, dovresti dare la vita per ogni singolo secondo trascorso al servizio di questa missione. Ci sono due obiettivi da raggiungere … se fallirai …” Mario si buttò in ginocchio. Restò muto per un attimo quindi tra le lacrime disse: “Ordina. Sarò il tuo fedele esecutore … se fallirò, io stesso ti consegnerò il mio cuore in mano …” Rodolfo nascose un sorriso di soddisfazione. “Due obiettivi …” “Ordina, ti prego …” “Voglio chiudere i conti con una sacerdotessa della quale tu … hai perso il controllo e sai che cosa significa … quali rischi per la nostra organizzazione, i pericoli, le minacce. Pensa che cosa succederebbe se qualcuno parlasse. Pensa se raccontasse di noi, del nostro futuro, dei luoghi … Ti rendi conto? Devi chiudere questa falla” “Sarà fatto. Dimmi del secondo obiettivo” “Ogni cosa a suo tempo … Prima di tutto la sicurezza …” Mario alzò su Rodolfo uno sguardo colpevole come il fragile silenzio dietro il quale tentava di nascondersi. Rodolfo inclinò la testa di lato per significare lo spessore dei dubbi su quegli occhi. “Non fare così Rodolfo, ti prego, sai quanto ti sono fedele, io, te lo prometto … manterrò fede ai miei impegni, l’ho sempre fatto … questo lo ricordi, non è vero?” Mario tirò su con il naso, prese a stropicciarsi le dita ormai bianche e sudate. “E poi … poi … io non sono stanco, non voglio rinunciare alla mia fede e … ti prego, dillo tu al Gran Maestro, a te crederà: io non ho altro che voi, voi siete i miei fratelli e la mia famiglia” Un singhiozzo uscì strozzato dall’ultima frase, “Io voglio portare avanti il mio incarico”. “Non mi stai nascondendo qualcosa vero?” Mario non aprì bocca, scosse la testa con rabbia, gli occhi a terra, le ginocchia tremanti. Daniela, che fino a quel momento si era tenuta lontana, si avvicinò, guardò Rodolfo, e accarezzò Mario sui capelli, infine tornò indietro e si accucciò a terra, come un cane tra i piedi del padrone, scalza, vestita di un invisibile scialle reticolato. Rodolfo si chinò, avvicinò il viso a Mario e lo baciò sulla bocca. “Ti aspetto al Norman, per l’aperitivo, poi mangeremo insieme e ti dirò il resto”. Insieme affrontarono il viale verso il grande cancello in ferro battuto e Mario salì sulla sua BMW 750. La Fiat Croma blu con a bordo il Commissario Vivacqua fece lo slalom tra le volanti, posizionate in modo da bloccare la strada, e andò a fermarsi con uno strider di gomme davanti al portone di Via Monte di Pietà quindici, quasi all’angolo con Via dei Mercanti. L’avanguardia era già scesa dalle auto ed aveva aperto la pista. Il Commissario scese e imboccò il portone apprestandosi a salire. L’agente Gargiulo salutò deferente scartando di lato mentre Migliorino apriva la porta dell’ascensore. Quando furono all’ultimo piano, gli agenti di piantone davanti all’ingresso dell’appartamento di Ugo Martini chiesero l’autorizzazione a procedere e, ricevutala, si disposero all’intrusione. La porta, bella e robusta a vedersi ma tutt’altro che ostile, si aprì con poca resistenza. Entrarono con le armi in pugno e Vivacqua con i ragazzi della Scientifica subito appresso. Era una casa signorile, ben arredata, ariosa, di quelle che molti torinesi sognerebbero: nel centro storico, tanti negozi, molta vita, l’atmosfera del benessere in un quartiere che negli anni sessanta aveva perso, con il trauma dell’immigrazione, gran parte del suo fascino, ma ora, superate le ferite e concluse le opere di recupero, era tornato nel cuore dei cittadini e degli immobiliaristi. Vivacqua entrò, fece quattro passi per rendersi conto della conformazione e si arrestò, come volesse lasciare ai sensi il compito di catturare le vibrazioni rimaste intrappolate nella casa. Davanti a lui gli Agenti superavano corridoi, aprivano porte, entravano nelle stanze. L’appartamento era grande, ristrutturato di recente con molta cura. Erano state abbattute le pareti per dare più respiro agli ambienti; dove non era stato possibile a causa dei molti muri portanti erano state ricavate colonne e nicchie. Gli alti soffitti a volta erano stati parzialmente riportati al mattone ed il contrasto con le pareti immacolate scaldava l’ambiente per un effetto complessivo attraente. Vivacqua si guardò intorno, annusò l’aria e seguì un filo invisibile fino ad un portacenere in camera da letto. Il mozzicone di sigaretta era ancora tiepido e, per un ex fumatore come il Commissario fu elementare associare gli odori, le evidenze e tutti quei vestiti a terra e sul letto: l’appartamento era “caldo”. Qualcuno era stato in casa fino a pochi minuti prima. Una donna, a giudicare dall’abbigliamento sparso dappertutto. I cassetti di uno dei due settimanali di fronte al letto erano aperti. Indumenti intimi femminili. “Migliorino” tuonò il Commissario. “Comandi” rispose l’ispettore. Vivacqua fece segno verso il portacenere, scambiò uno sguardo eloquente e l’altro annusò il mozzicone, sentì l’aria e disse: “Commissario, questa cinque minuti fa era accesa” “Anche meno …” sottolineò Vivacqua, poi si voltò verso un comodino in direzione di un portafotografie e aggiunse “Scommetto la cena di questa sera che è lei … la fumatrice con i cassetti sottosopra. E deve aver fatto una corsa per lasciare tutto così, non ti pare Migliorì?” “Commissario, Commissario …” gridò uno degli agenti alle sue spalle. Si avvicinò rapido con le mani guantate e una fotografia incorniciata in un ovale d’argento bene in vista. “Commissario, questa donna è scesa un attimo fa … prima che lei salisse. Era ferma davanti all’ascensore con due grandi borse … ne sono sicuro, una donna così la riconoscerei tra mille”. Nella fotografia due labbra dischiuse a bacio dominavano su occhi neri e capelli setosi, in un’espressione affettuosa e allo stesso tempo sexy verso il fotografo. La stessa donna dell’altra fotografia. “È scesa da dove, Calabresi?” Domandò Vivacqua alzando incredulo un sopracciglio. “Da questo piano, Commissario. Quando siamo arrivati non c’era nessuno. Neanche un secondo più tardi, è comparsa, si è fermata davanti all’ascensore e ha chiesto se doveva attendere molto per usarlo. Una bella donna, scura di capelli …” “E non gli avete chiesto manco chi era, da dove saltava fuori, l’avete lasciata andare così …” “Ha detto che stava al piano di sopra … ospite di … Commissario è stato neanche un minuto fa, adesso proprio … magari è qui intorno” “Cose da pazzi! Comando una compagnia di marionette” sbottò allargando le braccia. Chi c’è sotto?” domandò Vivacqua. “C’è Gargiulo” “Chiedi se è uscito qualcuno, sbrigati” Calabresi tornò verso l’ascensore dove stazionava un collega che … in quel momento, stava parlando con il walky talky, glielo strappò di mano e iniziò: “Gargiulo, sono Calabresi, ci sei? Passo” “.ì, nell’a…io. Dimmi. Pass…o” “Il Commissario dice che forse è uscito qualcuno un momento fa? Passo” “Sei dis…b …aaato. Ripeti. Passo“ “Gargiulo … maledizione, è uscito qualcuno negli ultimi minuti? Passo” urlò. “Sì, u ..a donna. Perc…è. Passo” “Cazzo!” Calabresi guardò verso l’alto. “Sali immediatamente, fatti dare il cambio”. Calabresi corse all’interno dell’appartamento con la ricetrasmittente in mano sudando freddo: ora si trattava di spiegare al Commissario com’era potuto succedere uno svarione di quella portata. Vivacqua aveva le mani sulla faccia come non volesse credere a quel che aveva sentito, Migliorino assisteva impotente, quando arrivò Calabresi, entrambi restarono muti. “Commissario confermo!” “Sarebbe?” “Che è uscita! Ora sale Gargiulo e verifichiamo”. Vivacqua restò in silenzio, attonito. Calabresi non sapeva dove nascondersi per sfuggire alla delusione del superiore. “Capo è successo un maledetto equivoco: l’ascensore arriva soltanto a questo piano … non ci aspettavamo un piano superiore … quello delle mansarde e … quando la signorina è comparsa alle nostre spalle dicendo che stava di sopra non abbiamo … non abbiamo …” L’agente Gargiulo arrivò di corsa, sbuffando. “Comandi Commissario”. “Chi ti ha dato l’autorizzazione di lasciar passare quella donna?” “Commissario, credevo, cioè pensavo che … dato che era scesa e nessuno aveva avvertito, anche perché la radio era disturbata … insomma ho ritenuto che …” L’agente abbassò lo sguardo, improvvisamente consapevole di aver trasgredito la più elementare delle regole di piantonamento. “Nessuno. Commissario. Ho sbagliato io” “Quando è uscita?” sospirò Vivacqua. “Saranno due, tre minuti. Non di più” Intervenne Migliorino “Capo, se ha parcheggiato l’auto nella via non può essere lontana, deve sbrigarsela a piedi, se ha due borse non può neppure andare veloce …” “Questo se non è riuscita a forzare il blocco perché qualche citrullo ha dimenticato le basi del lavoro, se non ha preso un taxi, se non è entrata in un altro portone e si è nascosta da qualcuno … se, se, se …” ribatté caustico. “Capo mi dia Gargiulo, facciamo un giro qua intorno, magari la ripeschiamo” Vivacqua li guardò entrambi, scosse la testa e con un gesto li allontanò. “Commissario, chiedo scusa, per la perquisizione che facciamo? Stiamo cercando qualcosa in particolare?” “Sì, vediamo se ha nascosto da qualche parte il sommergibile russo che manca all’appello nei mari del nord! Che minchia di domande fai Calabresi? Le solite cose: armi, documenti, denaro, una cassaforte, un computer, impronte …” Vivacqua fece sbattere la mano sulla coscia, “Ma che vi succede a tutti oggi? Andiamo, non perdiamo tutta la giornata” Annarita entrò nel negozio del fioraio come una pazza, ciocche di capelli erano incollate al viso sudato e aveva gli occhi di chi sta fuggendo al demonio in persona. Per aprire si era servita del borsone come di un ariete e la porta si era spalancata provocando lo scampanellio isterico del ciondolo indiano con tutte le sue corde, piattini e sonagli. La porta era andata a sbattere contro il piano della vetrina e una parte delle composizioni floreali era caduta. Piero si precipitò dal retro del negozio come una furia, si aspettava il solito extracomunitario con accendini e fazzoletti ed era pronto all’ennesima minaccia di chiamare i carabinieri, ma quando vide Annarita, tutta la rabbia precipitò in un sorriso instabile su un lato della bocca. “Hei, ciao, ma che fretta … entra, entra” disse Piero asciugandosi le mani sul grembiule. “Stavo preparando un piccolo capolavoro. Vieni … di’ al tuo Piero cosa ti serve, sarò come il genio della lampada: rose, gigli, strelitzie, una composizione … sono arrivati dei fiori di campo insuperabili, hanno un profumo che … ma … hei, ma che faccia … hai bisticciato con quello scemo del tuo fidanzato?” Annarita restò imperterrita, di spalle, a controllare di non essere stata seguita; guardava la vetrina con il panico di veder comparire una divisa. Restò per un attimo immobile a calcolare una via di fuga guardandosi intorno di continuo, aveva ancora il fiatone e la bocca asciutta. Posò a terra i due borsoni e corse a chiudere la porta, girò le chiavi nella serratura, si allontanò a sufficienza e mandò in scena il dramma. Atto primo. Con le mani coprì il volto e iniziò a singhiozzare. Piero restò basito quando vide chiudere la porta a chiave, ma quel che aveva sotto gli occhi cancellò ogni incertezza: la donna più bella che avesse mai visto da vicino era di fronte a lui, in lacrime … quale sublime occasione. Si avvicinò con delicatezza e le appoggiò le mani sulle spalle, da dietro, e restò paralizzato quando Annarita si voltò accettando un abbraccio insperato. Annarita era scossa da tremiti e lacrime salate scorrevano ormai anche sulle guance di Piero. “Hei, non fare così, si aggiusta tutto, vedrai, che cosa è successo? Sai che puoi contare sul mio aiuto”. Annarita faceva no, con la testa nascosta dai capelli; quello che chiunque avrebbe osservato era una disperazione inconsolabile. Non aveva ancora aperto bocca, e per la verità era troppo occupata a dare quel tocco speciale alla sceneggiata per occuparsi contemporaneamente di altro. Quando ritenne di aver raggiunto il primo risultato, ovvero un completo coinvolgimento di Piero, mandò in onda il secondo atto: si precipitò verso i borsoni, li sollevò con una smorfia, lasciò che un paio di lacrimoni cadessero ai piedi di Piero e finalmente parlò: “Sono nei guai, ho bisogno di aiuto” Tirò su con il naso. “Non voglio disturbarti o metterti in imbarazzo, andrò via tra un secondo … non preoccuparti per me, in qualche modo risolverò questo pasticcio”. Così dicendo avanzò qualche metro, finché Piero non si decise a prendere una delle due pesanti borse e la seguì verso il retro del negozio, docile come un Labrador. “Che genere di guai? Ti ha cacciato di casa quel buono a nulla? L’ennesima dimostrazione che certi uomini non hanno il senso della posizione: avrebbe dovuto sentirsi un miracolato, ad avere una donna come te al suo fianco … un miracolato! Ecco cosa doveva sentirsi. Che cosa dovrei dire a questo punto? Te lo avevo detto … non ti merita, e piuttosto tu … tu dovresti capire che hai diritto ad un compagno di un altro livello. Mah … certo che sei un bel mistero, potresti avere una persona che sa apprezzarti, che ti fa vivere una vita normale, semplice … e non dovresti cercare lontano, lo sai …” Concluse allusivo e improvvisamente incoraggiato: il messaggio era stato spedito, forte e chiaro, ora bastava aspettare. Annarita sembrò indifferente all’offerta e continuò a nuotare in un pianto senza rimedio. L’immagine della disperazione. “Non voglio causarti problemi” Disse con la voce rotta. “E non è una stupidaggine, è … è un equivoco gigantesco, ma adesso non saprei spiegarlo, non mi crederebbero … tu non puoi capire”. Annarita coprì il volto con le mani e Piero non seppe che altro fare, si avvicinò e la abbracciò ancora con delicatezza. Poi ripassò mentalmente la frase e più di una domanda si affacciò sul fronte della consapevolezza. “Che genere di problemi potresti causarmi, mi credi un fifone che scappa al primo venticello?” fece sbruffone. “No Piero, so quanto sei generoso, ma … davvero, è meglio per te se non ti lasci coinvolgere: mi stanno dando la caccia e non so dove nascondermi, ma …” Un nuovo singhiozzo spezzò la frase. “… Lascia che se ne vadano, giusto il tempo di prendere la mia macchina e ti lascerò in pace … non hai nulla da temere, io non farei niente per danneggiare un amico, mi puoi credere, mi conosci …”. Piero strabuzzò gli occhi come se all’improvviso avesse collegato i tre pezzi del più elementare dei puzzle: la Polizia con le auto in mezzo alla strada, Annarita e la sua entrata precipitosa, la spiegazione confusa di una improbabile caccia al pericolo pubblico. Guardò Annarita e l’ingresso del negozio come fulminato da un improvviso colpo di genio, raccolse il biglietto “Torno subito” e lo applicò alla vetrina, controllò la chiusura, girò ancora la chiave e tornò verso Annarita. Poi riprese con fare esperto: “Fidati di me!” e sgusciò dalla porta sul retro. Annarita non ebbe il tempo di fermarlo: l’ultima cosa di cui sentiva il bisogno era uno stupido preso dalla smania di giocare a guardie e ladri. Restò ferma ad aspettare quel che diavolo passava per la testa a quel matto e si guardò intorno: era la prima volta che entrava nel laboratorio di Piero, ma più che la curiosità del posto, in quel momento, ad Annarita premeva trovare una soluzione. La stessa che stava cercando prima che arrivasse la Polizia, ora, a distanza di venti minuti il problema si era complicato ai limiti delle sue capacità. Ma, a bucare lo stomaco c’era qualcosa di più. Qualcosa d’irrimediabile e allo stesso tempo non surrogabile con un pianto speranzoso. La presenza della Polizia poteva significare molte cose, ma su una … purtroppo … calava una progressiva certezza: era successo qualcosa di grave ad Ugo. Non c’era altro motivo … o forse … Forse avevano trovato le prove e adesso si presentavano all’incasso. Il gioco era arrivato all’ultimo giro: fine della partita. Annarita cercò un posto dove sedersi per fare il punto della situazione, non c’era più spazio per le lacrime, il computer di bordo era tornato in funzione e calcolava gli avvenimenti punto per punto con la freddezza astratta della logica. Se la Polizia avesse in mano delle prove? Quali prove? Di cosa? Lei non si era esposta fino al punto di essere collegabile con gli affari di Ugo. Sì, certo, vivevano insieme, ma lei poteva sempre fare la gnorri e dichiarare di non sapere nulla. Poi, comunque, per gli aspetti ufficiali lei era ancora residente presso i genitori, alle Vallette, dunque avrebbe potuto sostenere che la relazione era occasionale o qualcosa del genere, in fondo si era trasferita in quella casa da meno di un anno. Le sarebbe bastato rispondere un candido “non so, non me ne parlava … non discutevamo di lavoro … non ci conoscevamo così bene da …”: che cosa avrebbero potuto fare? “Ma”, pensò strizzando gli occhi, “se ce l’hanno con me … forse mi avranno cercata a casa, in Viale dei Mughetti, dai miei … e non mi hanno trovata, e allora come sono arrivati qui? Lo hanno saputo dai miei genitori: ovvio! Però è strano. Papà avrebbe telefonato subito per avvertirmi o per chiedere cosa avevo combinato … tanto per papà è sempre colpa mia …” Prese il cellulare e controllò: girò nelle funzioni e diede un’occhiata alle chiamate ricevute, alle chiamate perse, alla presenza di segnale, alla fine decise che era meglio accertarsi in modo definitivo: cercò il numero nella memoria, nascose il groppo in gola e chiamò. “Ciao papà, sì … tutto bene e voi? Ah, i soliti dolori … Certo. Qualche novità? La mamma sta bene?” Non ascoltò la risposta, lasciò al soliloquio il tempo di esaurirsi e salutò. Dunque la Polizia non era stata al suo indirizzo. Forse si era spaventata troppo e senza ragione, sospirò come ringiovanita e concluse: cercano Ugo, come me. Un sollievo di breve durata, subito offuscato da un collegamento maligno, ma si sa: la logica non ha l’obbligo di fornire vie d’uscita agevolate. Restavano due sole possibilità, considerò. La prima era troppo dolorosa per ricordarla, cioè una disgrazia grave ad Ugo, e la accantonò; l’altra ipotesi non era priva di conseguenze pericolose e, più che della cattiva coscienza, era figlia di un cattivo passato: la Polizia li aveva beccati! Le si fermò il cuore. All’improvviso vide manette, sbarre, avvocati, condanne … Dovette sbattere gli occhi a ripetizione per allontanare con un brivido lo spettro del carcere. Era impossibile. Come avevano fatto? Annarita accese una sigaretta, aspirò nervosa a caccia di un logica altrettanto forte e contraria, restò con lo sguardo nel vuoto rapita da pensieri disordinati per rifugiarsi là dove la logica non trova applicazione: nel cuore, nel sentimento … e la risposta arrivò, comoda come certe poltrone fabbricate per dormire senza pensieri: non era possibile. Qualsiasi cosa stesse cercando la Polizia non riguardava quel giorno. Cercavano Ugo. Punto e basta. Anche lei lo aveva cercato, disperatamente, tutti i momenti, dal venerdì precedente fino a domenica. Era uscito al mattino per certi affari, forse era riuscito a vendere il Bar di Via Garibaldi, aveva appuntamento con un tale e … non era più tornato. Ugo non si sarebbe mai allontanato da lei in quel modo: avevano progetti per il futuro, insieme, al mare, se avesse venduto il locale il loro sogno avrebbe fatto un balzo decisivo. No, l’ipotesi di una scomparsa volontaria, di una fuga, era da escludere: l’amava troppo! Venerdì notte non aveva chiuso occhio, l’angoscia, la paura della solitudine e infine la certezza: era colpa sua. Un groppo in gola tornò a ricordare che certi errori non si rimediano e ... non si può tornare indietro … Tutto il giorno di sabato l’aveva trascorso chiamando ospedali, cliniche e ogni benedetto Pronto Soccorso del Piemonte. Niente. Per una prudenza innata non aveva chiamato i Carabinieri: che cosa avrebbe detto? Come si sarebbe difesa da certe domande. Meglio restare coperti ad aspettare gli sviluppi. Ormai erano trascorsi tre giorni, e gli sviluppi sapevano di lutto, non c’era spazio per fantasie ottimistiche. Glielo avevano ammazzato. Il rumore alle spalle la fece sobbalzare. Piero entrò trafelato con un sorriso inutilizzabile sotto il naso. “Le macchine della Polizia sono qua fuori, hanno chiuso la strada da Via San Francesco d’Assisi a Via Pietro Micca: nessuno può entrare o uscire. C’è una folla di curiosi che non ti dico, anche gente del condominio. Da circa venti minuti deve essere salito un pezzo grosso, uno dei capi. La commessa del negozio di Borbonese dice che sono tutti armati fino ai denti, forse cercano dei terroristi …” Annarita buttò gli occhi verso il cielo, doveva essere quella stupida della Luisa, di sicuro, pensò. “Poi qualche minuto fa sono scesi dei poliziotti e hanno fatto domande per strada, chiedevano di te …” fece Piero con un’espressione grave. “Di me?” chiese Annarita bianca in viso, “Chi te lo ha detto?” “Calmati … non me lo ha detto nessuno; ne parlavano due signore sotto il portone e allora mi sono avvicinato …” “Cosa dicevano?” “Ti ripeto: calmati. È tutto sotto controllo. Sono scesi due poliziotti, si sono divisi e uno ha fatto domande a qualcuno dei curiosi sotto casa: ha chiesto se avessero visto una donna, giovane, vestita con dei blue jeans e con due borsoni … l’altro è entrato nei negozi sulla via, magari …” Annarita capì al volo, si alzò di scatto dalla sedia, afferrò una borsa e si spostò di lato verso l’uscita sul retro, con la coda dell’occhio guardò alle spalle e proprio in quel momento bussarono con forza sulla vetrina. Nello sguardo di Piero la sorpresa, in quello di Annarita la disperazione. “Mi ha vista” strepitò isterica, “fammi uscire dal retro, sbrigati” “E se hanno un altro uomo nel cortile?” fece Piero improvvisamente preoccupato, “è meglio di no! Ci andiamo di mezzo tutti e due” aggiunse ipocrita. “Vieni, mettiti addosso questo ed entra lì dentro”. Dalla vetrina giunse un altro scrollone sulla porta che fece vibrare tutto il negozio. Il poliziotto era lì, fermo, ostinato, con il naso incollato al vetro e le mani chiuse intorno al viso come paraocchi. Annarita non riusciva a coordinarsi, entrò nella cella frigorifera trascinando il borsone ormai diventato un prolungamento del braccio. Piero tentò di indossare un’espressione indifferente, corse all’ingresso, girò la chiave e aprì al poliziotto in attesa. Questi non appena vide aprire fece il saluto militare e si presentò. “Ispettore Migliorino, buon giorno, ho visto il cartello < torno subito > e stavo per andarmene, ma mi è sembrato di vedere movimento dietro le tende ed ho pensato fosse meglio controllare. Stiamo cercando una donna, giovane, ha con sé due grandi borse, potrebbe essersi introdotta in sua assenza, le dispiace se diamo un’occhiata insieme?” Piero non riuscì a fare altro che deglutire e fare segno con la mano di entrare. La cella frigorifera era regolata sulla temperatura di cinque gradi, ma anche fosse stata di meno cinquanta Annarita non avrebbe sentito nulla, specie in quel momento, quando si accorse che una delle due borse era rimasta nel retro, accanto alla sedia, sotto il tavolino con il computer. Un gridolino rauco sortì fuori dispettoso, ma non perse la testa: aprì la porta della cella fece un balzo in avanti ma era troppo tardi, Piero e l’agente dietro di lui stavano procedendo nella sua direzione. Dietro front e rapido rientro nella foresta fredda e densa di profumi. Si sistemò in prossimità del piccolo oblò e cominciò a pregare. Il poliziotto stava incollato ai piedi di Piero, solo qualche centimetro più indietro; quando arrivarono alla tenda divisoria che separava il negozio dal retro che Piero usava come laboratorio, deposito, ufficio e Dio sapeva cos’altro, l’agente sfoderò la pistola e con voce delicata, quasi avesse l’improvviso timore di disturbare tutti quei fiori, disse: “A che ora si è assentato signor, signor?” “Piero, mi chiamo Piero Fontaneto, sono il titolare di questo negozio” rispose affannato quando vide la trentotto tra le mani dell’ispettore. “Sono uscito per un attimo ...” Balbettò nervoso. “Una cliente mi ha detto che la Polizia aveva fermato la strada e sono uscito per curiosare. Cinque minuti di assenza, più o meno, ma cosa è successo?” “Nulla, un normale controllo. Stiamo cercando una donna e pensiamo sia nascosta da queste parti. Magari ha trovato il negozio aperto e … quella porta è l’uscita verso il cortile?” fece segno il poliziotto. “Ecco, magari a sua insaputa la persona che cerchiamo si è introdotta da lì” aggiunse senza attendere risposta. “Dice? No, non credo, chiudo sempre a chiave, non si sa mai …” replicò, ma l’ultima parola si strozzò in gola quando vide per terra, sotto il tavolo con il computer, il borsone. Decise di fermarsi in quel punto per far scudo con le gambe alla prova del passaggio di Annarita. E cominciò a sudare. L’agente proseguì imperterrito a guardarsi intorno, come se studiasse da che parte cominciare, la pistola nella mano destra puntata verso il pavimento, l’occhio concentrato a cogliere un’anomalia interessante. Nella stanza il silenzio irreale di una percettibile colpevolezza. Quando ebbe terminato di ispezionare con lo sguardo l’agente domandò: “Cosa c’è dietro quella porta?” “Il bagno” rispose ermetico il fioraio. “E quella?” “È la cella frigorifera, il nostro magazzino per il deposito dei fiori più delicati, sa … per allungare la vita ai nostri gioiellini …” L’agente spedì uno sguardo in tralice come non avesse alcuna intenzione di condividere sentimenti così poco virili con chicchessia. Prese fiato e si mosse in direzione del bagno. “Posso? Non le dispiace vero?” L’agente continuò ad avanzare senza attendere risposta, impugnò con due mani la pistola, alzò la mira, spinse delicatamente la porta con un piede ed entrò. Piero lo vide sparire per un attimo e presto tornare indietro, non ebbe neanche il tempo di promettere un fioretto alla Consolata se l’avesse tirato fuori da quel guaio. L’agente si voltò ancora e infine si piazzò davanti alla cella. Per un momento restò immobile davanti all’oblò, quindi si voltò e quasi in un sussurro disse: “Le dispiace aprire?” Piero sentì le gambe molli, i vestiti appiccicarsi alla pelle e congelarsi all’istante. Avrebbe voluto dire tutto, confessare in ginocchio che lui non la conosceva neanche quella donna. Era entrata come un uragano e non gli aveva lasciato scelta … era stato costretto. Avrebbe pianto in quel momento. Sentiva il tremolio alle mani e dovette deglutire per trovare la forza di obbedire. Aprì, ed una folata di vapore freddo lo investì, accese la luce e quasi si buttò ai piedi del poliziotto. Abbassò il capo e restò in attesa dell’inevitabile. L’agente entrò, si fece largo tra mazzi di rose e fiori recisi, girò tra gli scaffali, esitò davanti alla scatola degli attrezzi da lavoro, infine uscì. Rinfoderò la pistola, aggiustò il berretto, chiese di aprire la porta del retro e Piero eseguì come un automa, incredulo e ancora gelato dal potenziale disastro che non aveva trovato il modo di esplodere tra le sue mani. Aprì la porta e restò ancora una volta con il fiato sospeso, forse Annarita era sgattaiolata fuori prima che l’agente entrasse nel negozio, ma non poteva essere andata troppo lontana: una delle borse era ancora lì, davanti ai suoi occhi ormai velati di uno spavento sconosciuto fino a pochi minuti prima. Dopo un paio di minuti l’agente tornò sui suoi passi, lasciò partire uno sguardo che Piero volle interpretare come rassicurante, buttò l’occhio all’orologio e prese la direzione dell’ingresso principale. “Se è entrata, deve essere uscita immediatamente” osservò il poliziotto, “forse se n’è servita per accedere al cortile e prendere l’auto. Ormai potrebbe essere ovunque”. Considerò ad alta voce. “Di chi sono le auto posteggiate?” “Il furgone è mio … per le consegne. La Fiat è dell’avvocato del primo piano … non potrebbe lasciarla lì, ma delle volte, sa com’è …” balbettò il fioraio quasi rincuorato dalle maniere del poliziotto prossimo ai saluti. “Le chiavi del suo furgone? Dove sono?” Piero, nel tentativo di tenere il borsone coperto, si avvitò e aprì goffamente il cassetto del tavolino per scoprire che non erano al solito posto: sentì il cuore saltare un battito. “Di solito le tengo qui … ma in questo momento non … non …” riprese farfugliando. L’agente tornò indietro baldanzoso. “Controlli per favore” Il collasso nervoso era pronto, sarebbe svenuto da un momento all’altro. Per qualche motivo sentiva la certezza scavare una voragine nello stomaco: Annarita si era nascosta nel furgone … non poteva essere da nessun altra parte. Il poliziotto era ormai al suo fianco e aspettava la conferma: le chiavi! Il fioraio rovistò ancora … L’agente impugnò la maniglia della porta sul retro e aprì di qualche centimetro, pronto ad avvicinarsi al possibile nascondiglio. Piero sudò freddo, agitò le dita alla rinfusa ormai in apnea finché saltò fuori il mazzo di riserva e lo sventolò per aria come un trofeo. “Eccole agente … si erano nascoste … guardi delle volte che figure. Io sono una persona molto ordinata …” “Hmm, meglio così” bofonchiò rugginoso. “La invito a controllare se manca qualcosa di importante o, se scopre qualche particolare anomalo, non esiti a segnalarlo, io resto qua intorno”. Salutò e sparì dietro la tenda, quindi in pochi passi superò la sala ed uscì. Piero sentì le gambe flosce, scivolò in ginocchio, tossì, coprì il volto con le mani ma subito cercò di ricomporsi nel timore di un ritorno imprevisto del poliziotto: se l’avesse visto in quelle condizioni avrebbe capito all’istante. Sentì la vista annebbiata quando davanti agli occhi passarono le scene dell’agente che trova Annarita, arresta entrambi, e subito dopo tutti e due esibiti alla gogna con sfilata su Via Monte di Pietà e conseguente traduzione sulla volante. Arrossì dalla vergogna: vent’anni di stimata professione bruciati in venti minuti dietro ad una sottana. Restò seduto a terra a prendere fiato, si lasciò andare sulla schiena fino a toccare il borsone, e fu come una scossa da diecimila volt. Scattò in avanti come folgorato: dov’era Annarita? Adesso non era più un problema della bella donna per la quale avrebbe dato un anno di vita … se l’avessero beccata nei suoi domini erano anche affari suoi. Si sarebbe trovato nella condizione di spiegare perché aveva protetto e nascosto una persona ricercata: come si chiamava quel reato? Complicità? No, era un’altra cosa. Comunque si sarebbe trovato nelle grane. Ci pensò ancora un attimo e concluse che se Annarita si trovava ancora nei dintorni era meglio per lui trovarla e togliersela dai piedi il prima possibile. Era nel furgone! Questo era poco ma sicuro. Come ci era arrivata non era così importante: contava molto di più sbarazzarsene. Ragionò camminando avanti e indietro: “… se apro il furgone e Annarita salta fuori … potrebbe essere vista da qualcuno affacciato nel cortile o, peggio ancora, magari dal poliziotto ancora in giro qua intorno”. Prese coraggio e decise per una soluzione intermedia. Uscì dal retro quasi fischiettando, si avvicinò al furgone con le chiavi di riserva ma, quando fu ad un passo della portiera non si sentì così sicuro dell’idea. “Tutto è cominciato l’anno scorso. Al Circolo Culturale per gli studi Esoterici … sarà stato ottobre. Tu sai che io d’abitudine non frequento quegli ambienti …” iniziò Angelo con la voce di un fantasma. “Il programma era simile a tanti altri: c’era una relazione, anzi questa era l’ennesima puntata di un amico, e concludeva il ciclo a proposito dei Rosa Croce, della legenda, delle implicazioni e tutto il resto. Argomenti che conosciamo entrambi molto bene, tu specialmente. Poi ci fu la solita pausa per il the, e mezz’ora dopo io avrei dovuto intrattenere i presenti sul tema della Chiaroveggenza e della Medianicità”. Angelo portò al naso un tampone con della pomata per curare le ferite. Inspirò profondo e riprese, “Si avvicinò una donna, giovane, dal viso anonimo, e cominciò a chiacchierare, si presentò come Delia Roncati Dassault Villalta di Solero. La conversazione fu piacevole, si parlava di ciarlatani, e per scherzare mi raccontò di una cartomante vista su una televisione locale, un fatto ridicolo del quale ridemmo insieme, poi mi presentò la madre, contessa Afdera. Da questo punto in avanti la conversazione prese un’altra piega …” “Tu sai chi era la contessa?” domandò Guelfa. “No. Però, per quel poco, in quel momento, mi lasciò l’impressione di una donna forte, vitale, piena d’energia, molto più che la figlia … per capirci. Perché mi domandi della contessa?” “Innanzi tutto perché è morta pochi mesi fa, in un modo terribile e misterioso … è stata uccisa, e con lei la figlia …!” “Cosa? Quando è successo?” domandò Angelo sobbalzando. All’improvviso la visione prendeva tutta un’altra direzione. Si spiegavano molte cose, inclusa la drammatica richiesta di giustizia: < Porta la giustizia in questa casa > aveva detto. “Tu eri negli Stati Uniti. Ricordo con esattezza, era il sei di gennaio, l’epifania. Ne parlarono tutti i giornali. Una storia spaventosa”. “Dove è successo? C’è di mezzo il mare?” “Santo cielo, ma dove vivi? Lo sanno tutti. Certo. In Liguria, nella villa della contessa a Bordighera” “Mio Dio! Sono state uccise entrambe?” “Basta prendere i giornali di quei giorni e puoi informarti quanto vuoi. La storia è finita in prima pagina. Un rapimento o una simulazione per depistare le indagini, una storia balorda …”. Guelfa si alzò dalla poltrona, fece il giro della stanza e andò a sistemarsi davanti alla finestra grande dell’attico su Corso Duca degli Abruzzi. Otto piani più in basso, la fine del mondo era appena iniziata. Clacson furiosi segnavano l’appuntamento di mezzogiorno: libera uscita sotto la canicola per impiegati, burocrati e colorata umanità. “La contessa Villalta di Solero” sospirò Guelfa, “… È stata una donna molto ricca” riprese, “Sfortunata per certi aspetti. Rimase vedova piuttosto giovane, ma finché il marito era in vita, partecipava alla Torino bene ed era uno dei nomi più considerati della città. Negli ambienti dell’esoterismo, del paranormale in senso generico, la conoscevano tutti, almeno per nome. Mi sorprende che tu non l’abbia mai sentita nominare. Ad ogni modo, dicevi che la conversazione ha cambiato piega …”. “Aspetta un attimo. Come è morta?” Insistette Angelo. “Non conosco i particolari. È stata uccisa, insieme alla figlia, nella villa al mare. Credo abbiano sospettato il genero, ovvero il marito dell’unica figlia, Delia. Per via dell’eredità. Ma alla fine si è scoperto che non c’entrava nulla e fin’ora non si è trovato il colpevole, che io sappia”. Angelo cambiò espressione e impallidì ancora di più. Sembrava aver ricevuto una bastonata alla bocca dello stomaco. Abbassò lo sguardo e per un lungo momento restò senza parole. “La conoscevi?” “Chiunque abbia i capelli bianchi la conosceva” rispose Guelfa. “Voglio dire personalmente …” “Sì. Ma siamo sempre stati in cattivi rapporti. Ad una conferenza avemmo uno screzio, una discussione piuttosto antipatica a proposito dell’Ordo Templi Orientis. Io sostenevo si trattasse di una setta con derivazioni sataniche, lei di semplici massoni di una loggia parallela con collegamenti superiori, come l’Astro d’Argento e simili. È gente che usa un motto come < Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge > dimmi se ti pare, come dicono loro, un inno laico al libero arbitrio. Non andavamo d’accordo, e quindi ci conoscevamo ma entrambe, pur frequentando talvolta gli stessi ambienti, ci si ignorava. La contessa era una donna curiosa, armata di una personalità quasi imbarazzante. Adorava le sedute spiritiche e i bene informati dicono che non prendeva una decisione senza consultarsi con questo o con quell’altro. Di tutto, cartomanti, medium, spiritisti, sensitivi e via di questo passo fino ai guru orientali. Bada bene: tutti personaggi da fiera paesana, secondo me”. “Per te è sacrilega anche la magia bianca, Guelfa!” sbottò Angelo. “Non la metterei su questo piano”. Rispose piccata, “Sono persuasa che il misticismo ed il trascendente debbano trovare un nido in tutti i cuori, è un fatto di spiritualità, ma il male … lo so riconoscere, così come gli imbroglioni, certi fantomatici guaritori, i maghi … collegati a organizzazioni ambigue, celati dietro nomi più o meno esotici, i Sufi, la Stella Mattutina, la Golden Down e tante altre, nascoste ma raggiungibili, dedite a orge e a qualsiasi malefatta in nome del loro signore: satana. Dai un’occhiata su Internet, se ancora non ti sei preso il disturbo”. “Brava prof, bella sparata. Ed io, a quale categoria appartengo?” “Che cosa c’entri tu?” “Tra poco lo dirò. Mi hai chiesto di sapere e ho cominciato il racconto, hai cambiato idea? Preferisci il silenzio?” “No. Ma sono intimorita … e preoccupata. Tu sei più di un figlio per me. Sono persuasa che stai per dirmi qualcosa di molto grave, anzi terribile. Io credo in te, ma non forzarmi la mano e … se accetti una verità spiacevole …” Guelfa fece una pausa per sottolineare quanto riteneva importante quanto stava per dire e Angelo assentì, era disponibile a sentire una brutta verità. “Voglio ripetere che non sono d’accordo su certe tue sperimentazioni … diciamo esoteriche. Non le approvo. Conosco i tuoi poteri straordinari e ti credo, forse più per averli visti all’opera che per il rapporto che abbiamo. E devi sapere che non m’interessa molto come ti sei cacciato nei guai … voglio che tu ne venga fuori al più presto. Sono stata chiara?” “Allora ti dirò solo quello che conta. “… non omettere nulla” “Ti dicevo della conferenza. Quando strinsi la mano a Delia di Altavilla, passò tra noi un magnetismo che ho imparato a riconoscere. Quando mi succede so che una comunicazione importante è in arrivo. All’inizio non ho voluto dargli peso … ero disturbato da qualcosa e … ho pensato che quegli occhiali scuri, con le lenti a specchio, fossero la ragione del fastidio. Lei se ne accorse. Si giustificò dicendo che aveva subito un piccolo intervento con il laser … tolse gli occhiali … e restai folgorato …” Gik si arrestò per un attimo, impugnò la tazza di camomilla e soffiò, assente a sé stesso e al mondo circostante. “Che cosa hai visto Angelo?” “Il mare …” “… mi fai venire i brividi” “Il mare. Gonfio, limaccioso, irrequieto. Il cielo non si vedeva … solo il movimento delle onde. La contessina Delia non si accorse di nulla, si voltò appena, lasciò che la madre si avvicinasse e mi presentò. Lei allungò la mano e … con lei la trasmissione delle immagini fu un elettroshock, doloroso come infilare le dita nella presa di corrente. Dovetti lasciare la mano di scatto. Alla contessa naturalmente non sfuggì, mi rivolse uno sguardo impaurito …” “Ancora il mare?” “Sì. Ma questa volta vedevo con i miei occhi tutta quell’acqua intorno … ero immerso. Cadevo in profondità e non riuscivo a fermarmi … sentivo freddo, i polmoni senza aria. Sopra di me un’ombra inspiegabile e … E nient’altro. Restai così scioccato che quasi non mi riuscì di fare la conferenza; mi sentivo turbato, stanco, pensavo solo ad andare via, lontano da quell’energia negativa. La contessa per tutto il tempo non mi tolse gli occhi di dosso e, dopo … quando ebbi concluso, si avvicinò una seconda volta …”. “E ti ha incastrato …” “Ho provato a lasciar cadere l’abboccamento, ma sentivo rimordere la coscienza. Davvero Guelfa. Ad ogni modo le cose non sono andate come immagini, non sono stato adescato come un ragazzino davanti ad un vassoio di pasticcini”. “A no? Delle volte mi parli come se non ti conoscessi” apostrofò insinuante la professoressa. “La contessa si è avvicinata e senza giri di parole mi ha affrontato. Mi ha preso sottobraccio e si è diretta verso una zona tranquilla, la figlia era dietro, a qualche passo di distanza; quando siamo arrivati all’ingresso e nessuno poteva ascoltare, ha esitato un momento, poi mi ha sbalordito …” “In che modo?” “Disse < Ha visto qualcosa di terribile, non è vero? È così, ne sono certa! >” Angelo nel ricordare quei momenti sentì un velo di ghiaccio sulla pelle. La professoressa lo guardò sbigottito. “Io non seppi cosa rispondere” proseguì Angelo, “… bofonchiai una risposta, del tipo < nulla … è stato un capogiro, signora Dassault >. Che cosa ha visto, la prego dottor Ferro, devo saperlo. Domandò ancora, io restai evasivo, risposi che non avevo nulla da dire; cercai di allontanarmi, ma non me lo permise, strinse più forte il braccio, mi passò un bigliettino e aggiunse < ho bisogno del suo aiuto, mi telefoni questa sera, posso essere molto generosa, aiutarla nel lavoro, risolvere un suo problema, ma mi aiuti, la prego > in quel momento girò lo sguardo sulla figlia in disparte, per farmi capire che l’aiuto era necessario alla figlia più che a se stessa …” “Ho capito, l’ha messa sul sentimentale. E tu? Che cosa hai fatto?” “Ci ho pensato a lungo, con dolore … quello che ho visto non lo posso cambiare. Il futuro non è nelle mie mani, non voglio e non posso interferire con il destino delle persone. Come mi hai insegnato, ho cercato di starne fuori, ma sai quanto è difficile per me convivere con questo dono: vedere, capire e restare neutro, libero di pensiero e di coscienza” Gran sospiro. “Non chiamai quella sera e non avrei chiamato in seguito. Nel frattempo è successo qualcosa d’inspiegabile” Angelo cambiò posizione sulla sedia e sembrò ancora più a disagio e stanco, Guelfa invece era concentrata e non perdeva una parola, quasi fremeva per sentire il seguito. “Che cosa?” “Non lo so spiegare e sono esausto” “Solo due parole, dimmi che cosa è successo” Angelo tornò sul divano, si distese e con voce profonda aggiunse: “È iniziata una persecuzione … qualcuno … qualcuno che io non conosco ma che sembra conoscermi viene a visitarmi …” Angelo chiuse gli occhi ormai allo stremo delle forze. “Qui? Viene a parlare con te? … Non capisco … Angelo. Angelo!” Piero si bloccò sui due piedi … il furgone era aperto, lo notò immediatamente. Quasi ingoiò la lingua dalla sorpresa. Non c’era bisogno di chiavi. Restò per un attimo perplesso, ma era necessario conservare la calma, forse a sua insaputa qualcuno lo stava osservando. Doveva mantenere un comportamento adeguato. Aprì lo sportello del guidatore ed entrò con una gamba, si chinò come per cercare qualcosa nel porta oggetti e sussurrò: “Annarita …”. Restò un attimo in attesa della risposta. Niente. “Annarita, sono io … Piero. Il poliziotto è andato via ma … non ti muovere, hai capito? Non ti muovere”. Silenzio. “Sono riuscito a mandarlo via … ho garantito io. Gli ho detto che nessuno era entrato nel mio negozio, poteva andarsene tranquillo”. Silenzio. Lasciò passare qualche secondo e riprese: “Bisogna trovare una sistemazione migliore. La Polizia è ancora qui intorno … hai capito?” Cominciava a stufarsi di quel silenzio, uscì dall’abitacolo, chiuse la porta e fece il giro, aprì il portellone posteriore, salì e trafficò con i ficus che avrebbe dovuto consegnare quel mezzogiorno. Annarita non era lì. Per un attimo si sentì preso in giro: che gioco di prestigio era questo? Chiuse il furgone e tornò verso il negozio contemporaneamente sollevato e confuso. Dove era sparita? Perché aveva preso le chiavi del furgone … forse voleva usarlo per allontanarsi? Che stranezza! Piero rientrò nel negozio e quando l’occhio cadde casualmente sotto il tavolo vide il borsone e dovette ammettere che i conti non tornavano: se n’era andata lasciando in eredità i suoi averi? Cacciò le mani in tasca ed ebbe un sussulto. Le tirò fuori di scatto e guardò stupito: in entrambe chiudeva un mazzo di chiavi del furgone. Dunque? Avrebbe voluto sorridere non fosse che la storia non aveva proprio nulla di comico. Annarita era uscita dal retro ed era scappata a piedi? Che sciocchezza! Con la Polizia lì ad un passo. Piero riavvolse il nastro dei ricordi e la rivide entrare nella cella … però nella cella il poliziotto non l’aveva trovata. Andò davanti alla cella e guardò sospettoso. Girò il maniglione, accese la luce e restò fermo sulla soglia come se il mistero avesse reso ostile quell’ambiente di soli quaranta metri quadrati. Piero entrò, fece il giro tra gli scaffali senza trascurare nessun dettaglio ma ancora una volta dovette riconoscere l’evidenza: Annarita non era lì. Solo dopo qualche minuto, quando gli occhi si abituarono ai colori dell’ambiente riuscì ad intravedere per terra, nascosto tra le felci, il secondo borsone a fiori, e ad alta voce esclamò: “Allora non sono impazzito … che diavolo!”. Piero si chinò, allontanò la copertura verde e fece strisciare il pesante borsone. Con la coda degli occhi percepì un movimento lieve … forse le foglie ...? Un tuffo al cuore. Si voltò di scatto, fece un salto all’indietro e andò a sbattere contro gli scaffali: una grandinata di petali, steli e foglie, vasetti di piccole dimensioni e oggetti da composizione caddero in una grandinata scomposta. Piero cacciò un urlo quando vide nell’angolo la pesante tuta verde sganciarsi dal cappuccio sul chiodo, animarsi e afflosciarsi per riprendere un attimo più tardi un movimento scoordinato ma, assurdamente, vivo. Strisciò all’indietro urlando, era coperto di foglie e annaspava come soffocato. Annarita tirò fuori dalla cerniera una mano, fece scivolare la zip verso il basso e tirò fuori l’altra mano con la quale reggeva le scarpe. Piero restò a guardare ansimante. “Cazzo, Annarita!” Restò a terra senza fiato, il cuore in gola, gli occhi fuori della testa, “… mi hai fatto venire un colpo”. Annarita sbuffò togliendo la tuta e poco per volta restò con i propri vestiti, scalza, con i capelli incollati al bel volto, infreddolita e sudata. Calzò i sandali e si avvicinò a Piero, lo aiutò ad alzarsi, poi in punta di piedi lo baciò su una guancia e lo abbracciò. Piero in quel momento dimenticò tutte le ipotesi di sbarazzarsi a calci di quel problema con lunghi capelli neri e un culo da sogno malato. “Sei stato un eroe. Davvero, non so perché ma ho sempre saputo che sei una persona sulla quale una donna può fare affidamento”. Schioccò un altro bacio sulla guancia. “È stato terribile, sai? Ero in quella tuta e ho sentito il poliziotto entrare nella cella. Io lo sapevo che sarebbe andata così, e non volevo farti avere guai, allora prima che entrasse l’ho indossata nascondendo le braccia e la testa all’interno, ho tolto le scarpe … ho appeso il cappuccio al gancio e ho iniziato a pregare. Pensavo a te Piero”. Sospirò. Piero stava per sciogliersi distillando gocce di vanità allo stato puro. “Terribile! Non avevo mai avuto un’esperienza tanto scioccante. Pensa, il poliziotto mi è passato vicino due volte, io sentivo la sua presenza a pochi centimetri e morivo di paura, mi battevano i denti …” Sorrise di se stessa. “… avevo quasi timore che li sentisse. La seconda volta si è fermato proprio davanti … ha dato una manata alla manica della tuta e l’ha fatta volare via … pensa se non avessi avuto l’idea di nascondermi …” Annarita tirò su con il naso e abbracciò il fioraio. “Non dimenticherò mai la tua generosità”. Piero provò a ricomporsi per prendere il contegno del vero uomo. “Anche io, ti confesso, stavo per pensare al peggio. Quando l’agente è entrato nella cella ho detto: è fatta! Stai a vedere che casino viene fuori adesso … Piuttosto, parliamo di cose serie, non puoi trattenerti qui, bisogna trovare una soluzione migliore, e poi … perché ti cercano? È un problema che riguarda Ugo?” Annarita abbassò la testa e in silenzio riprese a singhiozzare. Cosa poteva inventare a questo punto? Fece sì con la testa, attese che una lacrima fosse pronta a completare il quadretto e rispose con la voce strozzata, “Sì, ma è tutto un maledetto equivoco, vedrai, si chiarirà tutto … Ugo non c’entra niente …”. Piero inclinò la testa di lato per sottolineare quanto era scettico. “Come pensi di risolvere il problema?” “Non lo so. Tu però non ti preoccupare. Appena le auto della Polizia se ne vanno io esco e in qualche modo mi arrangerò, tu hai già fatto troppo, rischiato troppo, io in fondo sono una sconosciuta per te …”. Lacrima in caduta libera. “Devo trovare un’idea, ci vorrebbe una sistemazione vicina, magari … oh, Piero, non lo so neppure io”. “Una casa fuori dalle vicinanze ma non troppo lontana? Qualcosa del genere? Un posto rispettabile … di quelli che la Polizia non s’immagina neppure?” Annarita fece sì con la testa. “E per quanto tempo ne avresti bisogno?” domandò Piero. “Non lo so: una settimana, due al massimo. Ma tu non ci pensare, me la cavo da sola … davvero. Sono forte sai?” Altra lacrima. Piero schiarì la voce, gonfiò il petto e riprese: “Hmm, hai detto due settimane al massimo?” “Sì, ma potrebbe aggiustarsi tutto anche prima … spero” disse melodiosa Annarita spalancando gli occhioni. “Conosci mio fratello? … Beh, non è importante; lui e la famiglia si sono trasferiti in Brasile, lui traffica con la componentistica e ha aperto uno stabilimento laggiù, sai, per la Fiat; la casa che ha qui è in vendita, seguo io per lui le trattative con i clienti: ho le chiavi. È in una posizione rispettabile, anzi lussuosa direi, la Polizia non si sognerebbe mai di cercarti ai Roveri”. “I Roveri? Vuoi dire dove c’è il golf … verso Venaria? Ma li è molto esclusivo … un posto super, beh certo sarebbe l’ideale, ma … devo rifiutare. Grazie Piero, sei squisito, un vero gentiluomo, ma davvero non posso accettare”. Annarita fece per andare verso la vetrina per sbirciare l’esterno, come se il tempo fosse maturo per alzare i tacchi. “Insisto. È proprio quello che ci vuole per te. Ascolta, un giorno rideremo di questa disavventura e, chissà …” fece Piero allusivo. “Inoltre se tu adesso uscissi da qui con un rifiuto e ti succedesse qualcosa io non potrei mai perdonarmelo … capisci?” Annarita sembrava resistere. “Facciamo così. Io esco per una consegna, ci vorranno venti minuti, poi rientro con qualcosa da mangiare e ragioniamo insieme: ci stai?” Annarita rispose con un sì accennato con il capo. “Prometti di non scappare?” “Prometto” Piero raccolse qualche foglio dal tavolo di lavoro, prese le chiavi, imboccò la porta, si voltò per un saluto, infine disse: “È meglio se chiudi a chiave … io entrerò dalla via”. Annarita salutò quasi malinconica, ma quando sentì il furgone partire e allontanarsi avrebbe urlato per scaricare l’adrenalina e festeggiare il piccolo grande risultato ottenuto. Era stata in gamba. Lo era sempre stata e in fondo, pensò, aveva ragione Piero: se avesse avuto il compagno adatto nessun risultato sarebbe stato troppo ambizioso. Ugo era generoso a modo suo, ma con troppi limiti. Lei era stata imprudente, azzardata, ma per certi aspetti si era trovata costretta. Se Ugo si fosse prestato, se avesse avuto la forza di superare i sogni e combattere sul serio ... tirar fuori le palle! Annarita lasciò cadere una mano come per scacciare i ricordi, si allungò, prese il borsone, lo aprì, pescò un CD e lo accarezzò: valeva un grande futuro, una vendetta e … una vita nuova di zecca. In quel momento era un valore incommensurabile. L’ispettore Migliorino si fermò all’ingresso del portone, lasciò un paio di istruzioni al piantone e salì al piano di Ugo Martini. Quando entrò non restò sorpreso nel vedere tutto sottosopra e i lampi dei fotografi della Scientifica illuminare le stanze come stroboscopi. La perquisizione era quasi al termine e il commissario Vivacqua stava parlando dal cellulare verso qualche malcapitato alla centrale, stava sollecitando i risultati delle risultanze su Ugo Martini. “Dimmi Migliorino” disse brusco il Commissario chiudendo la comunicazione, “Che avete combinato?” “Come immaginavo Commissario … è qua sotto” Vivacqua strabuzzò gli occhi. Quasi gli sembrò di aver frainteso. “Chi è qua sotto … non facciamo cruciverba!” “La donna che cercavamo …” “L’avete arrestata?” “No, capo, ho pensato che fosse meglio lasciarle un po’ di corda” “Migliorino spiegati meglio, o quella corda prima io, poi il Questore, te la passiamo intorno al collo” “Commissario … con il suo permesso, ho pensato che, avendola rintracciata, era inutile arrestarla, possiamo farlo anche in seguito. Magari se resta libera ci porta da qualche parte più interessante, che ne dice?” “Primo: il mio permesso non ce l’avevi, secondo … raccontami tutto dall’inizio: forse è l’unico modo per capirci” “Io e Gargiulo ci siamo messi d’accordo: lui avrebbe perlustrato una zona, io l’altra, così lui ha preso il lato est e io …”. Vivacqua aprì e chiuse la mano impaziente. “Lascia stare i dettagli. Dimmi cosa è successo” “Agli ordini. Sono entrato in un paio di negozi e mi è sembrato tutto normale. Nel terzo, ho visto dall’esterno del movimento e mi sono insospettito. Mi sono fatto aprire e l’ho trovata”. “Così è un po’ troppo sintetico Migliorì … spiegati meglio” “La donna …” “Abbiamo un nome ed un cognome” interruppe il Commissario, “… Si chiama Annarita Gatti, convivente del Martini. Prosegui”. “Commissario, quando sono entrato qualcosa mi ha detto che dovevo stare attento. Appena il titolare del negozio di fiori, un tal Piero Fontaneto, mi ha accompagnato nel retro ho visto sotto un tavolo un borsone di tela a fiori grandi, di modello femminile, e mi sono insospettito. Ho chiesto il permesso e ho dato un’occhiata nel laboratorio senza trovare nulla di anormale. Così ho chiesto se potevo guardare nella cella frigorifera. Lì pure sembrava tutto a posto poi, per caso, girandomi tra gli scaffali, ho urtato un angolo e ho fatto cadere delle forbici, mi sono chinato e dietro ad un vaso, nascosto da foglie ho visto un altro borsone, gemello di quello che stava nell’altra stanza. Commissario, ho tirato le somme e ho concluso che doveva essere nascosta lì intorno. Ho fatto un altro giro e ho capito: il soggetto, la Gatti, si era nascosta con un trucco molto furbo” “Cioè” “… Ha indossato la tuta che usano quelli che lavorano nelle celle e, siccome è molte taglie più grande, ha finto di appendere l’indumento ad un gancio e il risultato al primo giro ha funzionato: non mi ero accorto che dentro poteva esserci qualcuno. Poi sono ripassato e mi è venuta l’idea. Secondo me il fioraio è complice, ha aiutato la Gatti a nascondersi, così ho pensato che forse ci esce qualcosa. Ho controllato e l’ho pescata”. “Come hai controllato?” “Ho dato una manata ad una manica della tuta e questa è volata via, ma il resto è rimasto immobile”. “E se dentro la manica trovavi pure il braccio?” “Voleva dire che li arrestavo subito tutt’e due”. “E bravo Migliorino!” fece Vivacqua con una pacca sulla spalla. “Chi hai messo di guardia?” “Abbiamo un piantone in borghese di fronte al negozio e può vedere sia l’uscita che il cortile … ah, il fioraio possiede un furgone che è appena uscito, e due altri dei nostri gli sono andati appresso, nel caso avesse provveduto a caricarla per condurla altrove …” “Migliorino delle volte sembri un poliziotto vero! Adesso se ve la fate scappare vi spedisco all’Arma tutti quanti: biglietto di sola andata!” Il maestro ruotò la manetta dell’acceleratore e lasciò che lo scarico della Harley raccontasse a tutti, nel raggio di un paio di isolati, che il “magnifico” era arrivato. Con disinvoltura sganciò il cavalletto laterale, il motore si spense e lasciò che i duecento e rotti chilogrammi di cromature si adagiassero su un fianco. Mario passò con la sua Bmw e fece segno che cento metri dietro di loro, verso Piazza Castello, c’era un blocco stradale della Polizia, mandò un ghigno e posteggiò in seconda fila. Il Maestro restituì il sorriso maligno voltandosi in direzione di Via Monte di Pietà, all’indirizzo dell’amico prematuramente scomparso: “Ciao Ugo, guarda quante attenzioni ti dedicano oggi … stai per diventare una celebrità”. Sfilò il casco ed i guanti, scavalcò la sella e si accomodò nel dehors vicino all’ingresso del Caffè Norman, di fronte a sé la fontana di Piazza Solferino e l’aria un po’ euforica della primavera che lascia il passo all’estate. Fino a qualche mese prima abitava a quattro passi da lì, ma la condizione di uomo sposato non gli consentiva le libertà di oggi. Tutt’al più si accomodava all’interno con la “sua” Delia, la contessina, a sorbire il the con i pasticcini, una noia da invecchiare un anno ogni dieci minuti. Mario arrivò quasi subito, in tempo per confermare l’aperitivo al cameriere: due coppe di Taittinger e gamberi in salsa cocktail. Rodolfo si sistemò per godere della passeggiata e dei primi decolleté estivi, si sentiva bene e lo scossone di poco prima sembrava archiviato tra le questioni di nessun peso. Anche la storia del ricatto era alle spalle: che stupido quell’uomo, pensò, credeva davvero che lui non avrebbe saputo riconoscere la provenienza? Rodolfo riempì i polmoni, aveva fiducia nei propri mezzi, in quella forza straordinaria che lo faceva sentire onnipotente; nessuno poteva danneggiarlo. Il sacrificio di Ugo era stata una dimostrazione attesa ma allo stesso tempo sorprendente: acquistava capacità e forze in misura molto superiore alle aspettative. Il rito di evocazione, potenziato dal sacrificio umano, aveva esaltato le sue capacità e lo aveva fatto sentire ad un passo dalla crescita definitiva. Doveva ripetere quell’esperienza al più presto. Se n’era reso conto immediatamente, e adesso non sapeva attendere: voleva un altro sacrificio, subito, quasi come una conferma definitiva. E … aveva un’idea! “Sai Mario, credo sia giunto il tempo di riflettere su alcuni nostri fratelli” esordì Rodolfo quasi sopra pensiero. Mario lo guardò perplesso: ormai era chiaro dove sarebbe andato a parare. “Quali, per esempio?” rispose con finta ingenuità. “Per esempio Barbara … che fine ha fatto? Luigi ed il gruppetto che fa comunella con loro … perché li vediamo così poco?” “Li ho sentiti tutti in questi giorni e sono ansiosi di fare qualcosa di più per la nostra missione: basta chiederlo e li vedrai correre. Il problema è Barbara. Da quando ha trovato quel nuovo amichetto … non so … si è allontanata. Ti avevo detto che aveva rifiutato di denudarsi sull’altare per il rito minore. Poi, prima dell’unione sacra aveva lamentato problemi di salute … sai: cose di donne. Diceva di una piccola infezione. Comunque si è defilata da … da parecchio tempo, in effetti c’è qualcosa che non torna”. Rodolfo sembrava guardare nel vuoto, perso in considerazioni inconfessabili, quando parlò la voce divenne un sussurro tagliente: “E tu? Pensi di restare a guardare? Ti ho già detto che i tempi sono maturi per stabilire i meriti. Voglio quella puttanella su un vassoio d’argento. Viva!” Rodolfo sgranò gli occhi. “Questo è il tuo primo obiettivo” “Come vuoi Rodolfo. Quella donna merita di concludere la sua esperienza con noi. Sono d’accordo c..” “Tu non devi essere d’accordo. Devi eseguire …” sibilò Rodolfo sfoderando un sorriso malvagio. “… Tu non hai raggiunto un adeguato livello spirituale per fare osservazioni. Devi imparare l’obbedienza, eseguire senza discutere, come un bravo soldatino, con il sorriso sulle labbra, felice della sottomissione e dopo, un giorno, forse, potrai partecipare. Adesso sei un cucciolo di barboncino, devi leccare la mano al padrone e dimostrare la tua fedeltà … ogni giorno. Se saprai accettare il tuo stato come fase di una metamorfosi diventerai un lupo … un Angelo Nero, se preferisci” Rodolfo godeva delle sue parole. Lo facevano sentire padrone della vita e del destino altrui. Erano come boccate di potere allo stato puro. Il piacere di sentire nelle proprie mani il dolore che poteva infliggere, era pari a quello di possedere una donna con violenza. Sentì un morso all’inguine, lo eccitava vedere Mario prostrato, in balia del suo volere. “Siamo la più grande manifestazione rivoluzionaria del terzo millennio e veniamo da lontano, non lo dimenticare mai. Stare con noi è un privilegio instabile, puoi perdere questo grande onore in qualsiasi momento, con il più piccolo errore … Lo devi meritare. Devi esserne all’altezza … I tre caproni sono molto di più che un segno indelebile: chi lo acquisisce appartiene agli eletti, è il significato di una vita dedicata al divino Baphomet … Ma il segno non si cancella, si attenua, sbiadisce con l’indulgenza … per questo deve essere alimentato ogni giorno con l’autodisciplina, con la dedizione, pena la morte. Il segno è per sempre!”. Rodolfo portò alla bocca un sorso di champagne. Si sentiva loquace quel mattino … e convincente. I segni della crescita interiore non cessavano di manifestarsi con sua ingenua sorpresa. Mario stava in silenzio, aspirava i vapori della predica a bocca aperta, ipnotizzato, incapace di qualsiasi reazione. L’unico pensiero che si affacciò sulla traccia dell’encefalogramma era un dubbio. Mario si domandò se e quando sarebbe stato gigantesco come l’uomo di fronte ai suoi occhi. Chiuse la bocca, per un attimo si guardò i piedi, quindi chiese: “Erano due gli obiettivi, ricordi? Qual è il secondo?” Rodolfo deglutì, prese una sigaretta, l’accese e sbuffò il fumo. Spedì un’occhiata rapace ad una bella signora di passaggio e riprese compiaciuto. “Ho deciso di concederti un onore immeritato. Così, come gesto di generosità … non voglio lasciarti con l’idea frustrante della repressione. Domani notte ci sarà un meeting importante. Molto importante, ne hai sentito parlare. Tutte le sacerdotesse, le sorelle, le guardie sono state precettate. Il Gran Maestro ha convocato i vertici ristretti della nostra organizzazione, un numero selezionato di membri occulti della loggia sarà presente …” Mario drizzò le orecchie … i membri occulti! Ne aveva sentito parlare in diverse occasioni dal Grande Maestro. Era un argomento del quale non si doveva neppure bisbigliare, ma lui aveva compreso: il vertice assoluto, la cupola. Mario si era più volte chiesto in passato su che cosa era fondata la forza della setta. Da dove provenissero i denari, su cosa fossero fondati i progetti e tutti quei nomi sui quali aveva, in altre occasioni, sentito fare affidamento. Ministri, banchieri, industriali, magistrati … giornalisti, militari … tutti esponenti dei poteri forti e, in qualche modo, legati al progetto. Tutti nominativi nascosti, sostenitori occulti, fedeli appartenenti ad un livello superiore e segreto della loggia. Da loro provenivano gli stanziamenti, i sogni di potere, le tracce per la nuova società che sarebbe venuta. Mario sentì un tremito, era davvero un onore insperato partecipare ad un incontro di quel livello. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per esserci. “Saranno nostri ospiti gli emissari delle Logge di metà del mondo occidentale. Ognuno è ambasciatore della propria comunità. Dovremo fare bella figura … ti interessa partecipare?” “Darei dieci anni di vita …” rispose Mario d’un fiato. Un onore che non merito Rodolfo”. Rodolfo alzò un sopracciglio. “Lo so. Consideralo uno strumento di misurazione. Voglio vedere se sarai in grado di sostenere la prova. Per te potrebbe essere un trampolino di lancio” “Sono uno schiavo. Obbedisco!” “Portami Barbara. La voglio domani, in campagna, tu sai dove …” Mario ebbe un trasalimento, conosceva il significato di quell’invito e si limitò ad una conferma silenziosa. “E voglio anche il gruppo dei più giovani iniziati: chiedi l’adunata alle ventitre, per un rito maggiore, mi occuperò io di informare il Venerabile”. “Ma … nessuno di loro ha mai visto quel luogo, Rodolfo. Credi sia prudente?” “Saranno incappucciati. Non è la prima volta. Usa il furgone e occupati della sicurezza: in fondo è questo il tuo ruolo …” Il maestro sfoderò uno sguardo di ghiaccio: non era tempo per altre osservazioni. A mano a mano che prendeva coscienza, il gusto della vendetta perdeva posizioni. Ora tutto lo scenario si dipingeva di nuovi colori. Certo, la vendetta era il sale: nessun piatto può farne a meno, la grande cucina ha bisogno di rotondità, di complementi, di ingredienti dosati con sapienza. Ma, comunque guardasse al futuro, l’obiettivo non era la vendetta, erano due milioni e mezzo di euro. Questa volta avrebbe chiesto mezzo milione in più: tanto valevano la perdita del compagno, lo spavento e i rischi che stava correndo. Per la verità ad una persona pratica come Annarita il denaro interessava poco. Aveva solidificato questo concetto qualche anno prima in ospedale, da sola, ragionando con la freddezza d’una calcolatrice quando si era svegliata dall’anestesia con l’idea fissa di cancellare il dolore dalla sua vita. Qualsiasi tipo di dolore. Voleva essere una donna senza preoccupazioni, voleva il sole, le comodità, il benessere. La felicità era un lusso secondario, perlopiù sopravvalutato, roba da fotoromanzi, buona per sognatori e personalità prive di concretezza, quel genere di soggetti che sposano gli ideali, filosofeggiano d’amore vero e si sbrodolano con i paroloni. La felicità è l’assenza di problemi! Tutto il resto è aria fritta. Nella sua stanzetta d’ospedale immaginò la via per raggiungere quel risultato. Dapprima concluse che il denaro era l’unico strumento capace di soddisfare le sue idee per il futuro. Ci volevano i soldi! Per una ragazza con le sue qualità non doveva essere così difficile: era sufficiente frequentare l’ambiente giusto e sposare il merlo più carico di soldi che avesse trovato nel circondario, non le mancavano certo gli attributi per quel genere di caccia. Ma questo avrebbe significato una perdita d’autonomia insopportabile. Nella sua classifica dei valori, ed era una lista decisamente corta, l’indipendenza era al primo posto, ed era merce non suscettibile di scambio. Dunque … a monte l’idea del matrimonio d’affari. E poi, il denaro per il denaro era una stupidità tipicamente maschile: “Il denaro è importante per quello che puoi comprare, non è un fine, è un mezzo!” Se l’avessero costretta a scegliere, per esempio: “nella mano sinistra cento milioni di euro e nella mano destra credito illimitato” lei non avrebbe avuto alcun dubbio a scegliere la destra. Quello che le occorreva era un gioco di prestigio … un modo per comprare la vita che sognava, senza contrarre debiti di riconoscenza o perdite d’indipendenza: ci voleva una magia … e l’avrebbe compiuta, anche a costo di rischiare il tutto per tutto. Il primo tentativo era stato disastroso, il destinatario delle sue attenzioni non aveva abboccato e, la fama d’uomo spietato, era stata confermata senza mezzi termini. Ugo l’aveva messa in guardia raccontando quanto era pericoloso quell’uomo, ma lei non lo conosceva ed era sempre rimasta sull’idea di partenza: Ugo non era dotato di grande autostima, vedeva tutto difficile, migliore, superiore … per lui erano pericolose anche le mosche. Non faceva testo il parere di Ugo. Annarita rosicchiò un’unghia e quasi meccanicamente accese il computer di Piero. Ugo diceva che con quello non bisogna scherzare: “È un tipo strano sai? Non è matto, ma ha due occhi cattivi e sembra sempre, quando ti guarda, che stia leggendo nella tua mente. Sì … come se sapesse cosa pensi, cosa stai per dire, quello che hai intenzione di fare. Ti mette in difficoltà, poi ha quel sorriso stampato sulle labbra che lo fa sembrare superiore, allegro anche quando non ci sarebbe niente da sorridere”. Annarita ascoltava con attenzione. Era affascinata da quella descrizione e pensava che non le sarebbe dispiaciuto conoscerlo, anzi, lo aveva chiesto espressamente un anno prima, quando parlava del patto che li avrebbe legati per la costruzione di una nuova vita. Ma Ugo non volle, diceva che era una questione a due, segreta … però a lei diceva tutto. Con il senno di poi Annarita dovette riconoscere che era un patto scellerato, una follia pura, ma ad Ugo aveva fruttato l’eredità: un bel gruzzolo in titoli, la casa e il bar dove fino a poco prima faceva lo schiavo per conto di quella puttana della moglie. A dire il vero non era rimasta a becco asciutto. A lei era venuta la sua parte, cento mila euro in contanti … una miseria rispetto al valore di quel che aveva fatto. Non ci fosse stata lei, oggi sarebbero tutti in galera … a leggere fumetti, considerò ironica. Invece con i soldi ricavati dell’eredità: un milione e mezzo di euro, potevano dire d’aver posato il primo mattone del futuro tanto sognato! Non erano la soluzione di tutto ma rappresentavano un bel passo avanti. Per la sua tranquillità Annarita considerava necessari altri due milioni di euro, e c’era ancora molta strada da percorrere per raggiungere quel traguardo: erano ad un terzo del cammino con poche speranze di scorciatoie fortunate. Ed era per questo che si era messa in moto da sola, in segreto, all’insaputa di Ugo. Povero Ugo, così buono … così ingenuo. Che fine aveva fatto? In cuor suo Annarita sapeva e si sentiva ipocrita nel continuare quel ritornello infantile. Era stato ammazzato. Glielo aveva ucciso lui: il demonio. Se fosse stata onesta avrebbe dovuto riconoscere che Ugo aveva ragione: quell’uomo era pericoloso. Una volta gli aveva chiesto che tipo era questo suo amico del quale lei poteva sapere giusto il nome, da dove spuntava? Lui era stato vago. Disse che si conoscevano dall’infanzia, che un bel giorno era comparso a scuola nella seconda media. A quell’epoca abitava in corso Francia, verso l’Upim dal lato buono del corso, ed il suo amico abitava dall’altra parte, quella dei venditori ambulanti al mercato: soprattutto emigranti e disadattati, piccoli delinquenti, emarginati e giocatori d’azzardo buttati nei bar con le carte in mano dalla mattina alla sera. Tutta gente con il futuro segnato. Quel ragazzo era comparso dal nulla, si era trasferito da chissà dove e se l’era trovato come compagno di banco. Avevano legato subito. Non era uno stupido e ci sapeva fare anche con le ragazze. All’inizio i bulli della zona avevano provato a metterlo sotto, giusto per fargli capire che era l’ultimo arrivato e doveva guadagnare il suo angolino di tranquillità con la sottomissione. Quel giorno fuori della scuola erano insieme: si erano presentati in cinque con l’idea di pestarli. Il più grosso, Vincenzo, il ripetente senza speranza, figlio del verduriere dei mercati, il più temuto da tutti i ragazzi, lo aveva accusato di avergli rubato certe penne e lo aveva spinto facendogli lo sgambetto. Gli altri ridevano, e in un attimo si formò un capannello di ragazzi urlanti che incitavano Vincenzo a dare una lezione al pivello del quartiere. Rodolfo era caduto all’indietro e lui non se l’era sentita di intervenire, si sarebbe messo contro la banda dei cattivi, gliel’avrebbero fatta pagare cara. Vincenzo avrebbe voluto prenderlo a calci, ma il suo amico si era alzato con una velocità sorprendente e, invece di scappare era rimasto lì, di fronte all’altro, e prese a ridergli in faccia. Vincenzo sembrava impazzire dalla rabbia, ma per qualche motivo non riusciva ad avvicinarsi, urlava, lo insultava, sputava collera … ma sembrava che tra i due ci fosse una barriera invalicabile, e l’altro rideva. Poco per volta le risate del gruppo di spettatori scemò e calò un silenzio di sorpresa: a tutti sembrò impossibile che lo sconosciuto riuscisse a tener testa al più pericoloso dei cattivi e ognuno si domandava cosa fosse successo. Il suo amico era in piedi, con venti centimetri di statura in meno, molti chili di differenza, da solo, e fronteggiava i cattivi senza alcun timore. Nel gruppo di Vincenzo uno che aveva estratto la catena da dietro i pantaloni cominciò all’improvviso a piangere, si coprì il viso e indietreggiò singhiozzando, il capo invece restava in piedi, con le braccia distese lungo i fianchi e lo sguardo perso, come assente. Dopo un attimo il suo amico aprì bocca, con un filo di voce e quel sorriso maligno disse: “Mettiti in ginocchio e chiedimi perdono. Se lo farai non ti umilierò”. Gli altri tre del gruppo restarono allibiti dall’enormità della richiesta, ma durò solo un attimo. Uno chinò la testa, perso nel vuoto, e si allontanò in silenzio mentre i due superstiti tentarono di avvicinarsi con residui d’aggressività. Quando furono all’altezza del loro capo, si bloccarono inebetiti di fronte al muro invisibile. Vincenzo nel frattempo iniziò a roteare gli occhi e a singhiozzare come un bambino. Intorno il silenzio era innaturale, carico di stupore. Il suo amico prese a guardare l’avversario di sottecchi, con quel sorriso da jolly sulle labbra. All’improvviso accadde l’impensabile: dal naso di Vincenzo iniziò a colare un rivolo di sangue e prese a vibrare come scosso da violenti brividi di freddo. Tutti i presenti fecero un passo indietro esterrefatti. I due compagni di Vincenzo scivolarono a terra tremanti e il capo, dopo aver oscillato come uno stupido palloncino, s’inginocchiò. “Chiedimi perdono” ripeté Rodolfo e l’altro, dopo una breve esitazione, urlò impastato, in ginocchio, con le guance rigate dalle lacrime ed il sangue mescolato alla bava: “Perdonami, perdonami. Perdonami!” Seguì un breve silenzio poi il suo amico riprese, “Non ho sentito, hai la voce di una femminuccia … ripeti!” Un gruppo d’insegnanti accorse immaginando l’ennesima rissa e quando si trovarono al centro dell’arena, si bloccarono paralizzati. La scena era non solo inaspettata, loro stessi avevano un certo timore di quella banda di giovani mascalzoni … il colpo d’occhio era incredibile. Gli assalitori erano in lacrime, piegati, umiliati e al centro lui, in piedi, fiero e maligno, con quegli occhi spaventosi, quel magnetismo palpitante … anche i professori sarebbero fuggiti terrorizzati … Annarita restò affascinata, da quel racconto e dai molti altri che Ugo un po’ per volta tirò fuori per convincerla di quanto quell’uomo fosse da tenere a distanza. Lei in cuor suo restò combattuta dallo scetticismo da un lato e dalla prudenza dall’altro, ma non ebbe mai lo slancio per tirarsi indietro, Machiavelli e la ragion di stato ebbero la meglio: quei soldi valevano il suo sogno e lei non avrebbe guardato in faccia nessuno. E adesso? Se Ugo era morto, poteva dire addio al gruzzolo. La casa e la licenza del Bar erano persi, non sarebbe mai riuscita a metterci le mani sopra, considerò amara. Restavano i titoli, quasi trecento mila euro che aveva convinto Ugo a trasferire su un conto comune. Una miseria! Ringhiò sbuffando fiamme. L’ultimo pensiero si collegò spontaneamente ad un altro: se non si fosse sbrigata rischiava di perdere anche quello, bloccato da qualche coglionata nelle indagini di Polizia. Guardò l’orologio: le dodici e trenta, doveva precipitarsi in banca. Le venne l’ansia. Doveva sbrigarsi … e Piero non era ancora rientrato. Altro che vendetta, il denaro del ricatto le occorreva come l’aria per respirare: era tornata al punto di partenza … o quasi, ma non avrebbe buttato il sogno alle ortiche, avrebbe combattuto … là fuori c’era un mare di denaro e lei in fondo chiedeva solo una goccia di quella fortuna. Tanto per cominciare non doveva più commettere errori, adesso era costretta a giocare in prima persona, senza protezione … allo scoperto. Se Ugo era stato ammazzato al posto suo, dipendeva unicamente dal fatto che quel demonio non sapeva della sua presenza, non la conosceva. Doveva aver pensato che il ricatto poteva essere commesso dall’unica persona che conosceva gli accordi, cioè Ugo. Questo era un grande vantaggio per lei, quando avrebbe ricevuto la seconda “cartolina” sarebbe stato molto più accomodante. Annarita scansò una ciocca di capelli e si fece aria con la custodia del CD, poi lo inserì quasi senza pensarci nel lettore del computer e riprese a ragionare in attesa di Piero. Buttò un’occhiata all’orologio della parete e sbuffò stizzita. Tutto sommato doveva considerarsi fortunata: era riuscita a sgattaiolare due volte in pochi minuti dalle grinfie della Polizia … sarebbe bastata un’indecisione da niente e adesso sarebbe nella condizione di dare spiegazioni complicate per restare in libertà. In quel momento un pensiero fumoso e sgradevole prese il controllo del ragionamento: e se Ugo non fosse affatto morto, ma si trovasse ospite in una cella della Questura? Ebbe un capogiro! Maledizione. Questo cambiava tutto: in quel caso la visita della Polizia all’appartamento era per beccare lei … Annarita si sentì improvvisamente scomoda su quella sedia. Si alzò, fece due passi nelle ombre di un malessere fugace, rosicchiò l’unghia del dito indice e scolò il calice dell’amarezza: e se Ugo avesse confessato … magari scaricando su di lei la responsabilità di tutto … se l’avesse accusata? Chiuse gli occhi per scacciare quel pensiero, troppo ingombrante per essere contenuto nella scatola dei problemi. “Che casino”. I pensieri di una donna con un concetto singolarmente alto della praticità, non si soffermarono neppure un secondo di più sul problema: andarono a caccia della soluzione; come poteva risolvere quel guaio, si domandò. … Anche andare in banca e prelevare il denaro poteva essere rischioso, forse la stavano aspettando proprio lì. Buttò gli occhi al cielo. Era in trappola? Dannazione come poteva saperlo? Tornò al tavolo di lavoro e d’istinto prese la guida telefonica, trafficò per un momento alla ricerca del numero, impugnò la cornetta e premette i pulsanti, rispose il centralino del San Paolo. “Sì, buongiorno” disse Annarita con la voce più riposante del globo terracqueo, “sono una vostra correntista, mi passa il direttore?” Dall’altra parte domandarono chi era … “Annarita Gatti, il direttore mi conosce …”. Un attimo di silenzio. “Parlo con la correntista più graziosa della nostra banca?” fece mellifluo il direttore. “Che piacere dottore …” rispose prendendo fiducia nel sentire il tono dell’interlocutore. “Certo che se non la chiamo io lei proprio non si cura di me, avesse un capo mi lamenterei con lui” aggiunse Annarita con piglio brillante. “Signorina, con qualche anno in meno ed una moglie più comprensiva non farei altro che telefonarle” aggiunse l’uomo ridacchiando. “Scommetto che dice così a tutte le signore” “Oh, signorina, non mi provochi … che cosa possiamo fare per lei …” “Dottor Giovanni … ho bisogno di un consiglio …” “Sono sull’attenti … ai suoi ordini” “Lei pensa sia un buon momento per investire magari con un Pronti Contro Termini a novanta giorni?” “È l’operazione più sensata che possa fare!” replicò serio il direttore. “Brava, ha buon senso e buon fiuto per gli affari, bella e brava, è un eccellente intervento di breve periodo” aggiunse untuoso. “Come possiamo procedere?” domando con la voce dell’innocenza Annarita che, in realtà, voleva verificare il comportamento della banca. Se la Polizia li avesse avvisati … se fossero stati pronti a farla abboccare lo avrebbe capito dalla risposta. “Potremmo fare così: se vuole può dettare a me gli estremi dell’operazione ed io avverto l’area titoli che prepari il modulo, così quando vuole lo viene a firmare. Se invece ha premura le mando qualcuno con il materiale … dica come preferisce e sarà fatto”. Non c’era nessun allarme. Poteva stare tranquilla. Concluse la telefonata con un “mi ci lasci pensare” e chiuse con un gran sospiro. Forse le briciole non le avrebbe perse. E forse si era spaventata da sola inventando una montagna di guai. Ugo era morto e l’assassino era quel demonio. Stop! Aveva ricevuto la richiesta per due milioni di euro e … l’aveva fatto fuori. Non era importante come, per qualche motivo sentiva con certezza che presto avrebbe saputo anche i dettagli. Quel che importava adesso era un programma ben fatto. Le sarebbe bastato togliersi dai punti caldi per quindici, venti giorni, e la sistemazione proposta da Piero era perfetta, esclusiva, all’interno del più lussuoso comprensorio della città. Ce l’avrebbe fatta, pensò, e poi … con le braccia fece il gesto dell’aereo … via … al caldo con quasi sei miliardi di vecchie lire in tasca. Per un momento dolcissimo si vide seduta vicino al finestrino, fuori il cielo azzurro e sotto il mare e le spiagge di un luogo caldo, dove l’estate dura tutto l’anno. Era una somma inferiore a quella calcolata con Ugo, ma adesso sarebbe stata completamente libera, era tutto suo, “Bisogna sapersi accontentare, l’ingordigia è il primo errore che devo evitare …” considerò con saggezza. Con la mano destra scrollò il mouse sul tappetino ed il salva schermo del monitor sfumò. Orientò il puntatore e aprì il lettore del CD. Sul monitor una serie di file si presentò con sigle brevi, aprì a caso, visualizzò le immagini e sorrise quando le tornò alla mente il proverbio: “La donna imbrogliò il diavolo …” e così sarà, disse spavalda. Trafficò con le immagini, ne scelse un paio e decise di spedirne una coppia, nuova, inedita. Chissà se avrebbe capito al volo. Poi si sentì colpita da un lampo di genio: avrebbe copiato il CD da qualche parte sul computer di Pietro, una specie di copia “non si sa mai!”. In fondo, pensò, se perdessi il mio computer avrei sempre una copia di riserva. Trafficò nel disco rigido, sfogliò le cartelle infine, quando le sembrò di aver trovato la zona meno frequentata della memoria, lanciò il comando di copiatura. Ci vollero pochi minuti. Ora Piero doveva saltar fuori alla svelta … Guelfa in versione infermiera si avvicinò ancora una volta a Gik per cambiare la pezza di acqua fredda che gli aveva posato sulla fronte rovente. Anche da bambino reagiva in quel modo: bastava una piccola lite e subito s’infiammava. Per un momento restò a guardarlo, sembrava agitato da tremiti leggeri, e anche gli occhi erano irrequieti, forse stava sognando o chissà … forse era scivolato ancora una volta in quel suo mondo folle, fatto di visioni e immagini di vite altrui; un mondo nel quale la misura del tempo era sconosciuta a chiunque e passato e futuro potevano mescolarsi indifferenti. Un buco nella coscienza della professoressa sembrò aprirsi e reclamare un chiarimento impossibile. Gli ultimi avvenimenti l’avevano scossa profondamente. Ora sul terrazzo, seduta sulla poltroncina di vimini, faticava a rimettere ordine in quel fiume di novità sciagurate. Con lo sguardo nel vuoto tentava di ricostruire i passaggi e si domandava che cosa poteva fare. Per molti aspetti lo aveva sempre saputo: prima o poi la resa dei conti sarebbe arrivata. Ma all’improvviso tutti quei rinvii sembrarono sbagliati: avrebbe dovuto pensarci prima. Adesso si sentiva vecchia e stanca e pensare al passato le sembrò un esercizio di stile: se avesse parlato del futuro con Gik qualche anno prima, lui non avrebbe capito; oggi lei stessa non capiva i ragionamenti sul futuro, non era più tempo … non aveva più tempo ... Scosse la testa avvilita, aveva commesso un errore grave, irrimediabile. E adesso? C’era il rischio di perderlo? Se si fosse spinto troppo oltre, sì! Lo sapeva. Socchiuse gli occhi volgendo lo sguardo verso la collina, come per filtrare tutta quella luce, sospirò e nel silenzio quasi totale saltò sulla sedia con il cuore in gola … nel sentire una mano poggiarsi sulla spalla: una scarica di corrente si diffuse su tutto il corpo. Subito prese fiato e si concentrò per pulire la mente: sapeva cosa voleva dire aver di fronte un veggente come Angelo. “Hei prof, sei preoccupata per me? Anche io …” sogghignò Angelo, “… guarda … sono tutto un tremito” aggiunse ironico giocherellando con la pezza bagnata. “Mi sento bene. Avevo bisogno di recuperare le forze”. Guelfa non sembrava credergli, restò in silenzio, ma la sua espressione diceva più che molte parole. “Davvero Guelfa, non fare quella faccia. Mi è venuta un’idea per il nostro programma televisivo … che cosa ne dici se facessimo una rubrica dedicata ad altri fenomeni … magari prendendo materiale dalle migliori TV straniere …” “No. Enne-O! Non se ne parla neanche. Io di televisione non voglio più saperne; in questo momento è l’ultimo dei miei pensieri. L’unica questione verso la quale ho un certo interesse … è diventata una matassa inestricabile. Hai iniziato con il tuo racconto, e quelle misteriose ricerche con le quali mi avresti fatto non so quale sorpresa. Ebbene ci sei riuscito, mi hai sorpresa, lo riconosco. Sei riuscito a farmi venire i brividi e, dato che non s’intravede la fine della storia, temo per il seguito … potrebbe essere anche peggiore! E poi guardati …” Angelo si sedette di fronte a Guelfa, accavallò le gambe e restò ad ascoltare imperterrito. “… Guardati … ce l’hai uno specchio? Sei uno zombie, pieno di lividi, croste e Dio sa quali altre ferite. Quanto tempo è che non dormi come una persona normale? Tu non stai bene, ti sei cacciato in un buco nero che, se avessi seguito i miei consigli, non avresti mai neanche sfiorato e, incredibile ma vero, c’è di peggio … non sai neppure tu come venirne fuori”. Guelfa, spazientita, sbatté le mani. Si mise in piedi, girò su se stessa e prese a guardare un punto indefinito davanti a sé. Angelo, sdraiato sulla poltroncina, sembrò indifferente alla predica. Distese una gamba, cacciò la mano nella tasca e tirò fuori il contenuto per rovesciarlo sul tavolino, poi ripeté l’operazione con l’altra gamba, rovesciò la tasca e prese tutti i biglietti radunandoli sul tavolino. La professoressa guardò la scena senza perdere un gesto, e per un momento si domandò se Gik non avesse smarrito la ragione. Forse tutte quelle visioni, le aggressioni a distanza, la fumosa magia della quale sembrava circondato, lo avevano disturbato seriamente. Stava rovistando nelle tasche per mostrargli qualcosa, esattamente come aveva fatto due ore prima, in quel caffè di Via Po. “Ti sbagli …” interloquì Angelo a testa bassa. “… so come venirne fuori …” con le mani frugò tra i biglietti alla ricerca di qualcosa, “… il buco nero ha un’uscita … la vedo e … se vuoi …” con le dita selezionò i messaggi e li mise secondo un ordine incomprensibile a Guelfa, che restò in silenzio, con i pugni piantati sui fianchi a guardare. “… Puoi vederla anche tu!” Con l’indice indicò il tavolino: tre messaggi brevi, scritti in modo isterico e quasi indecifrabile componevano il quadretto, “Spilla”; “Mare”; “BCZF419”. “Questa è l’uscita dal buco nero …” sussurrò Angelo. “Dell’ultima informazione non ho certezza, la devo riconsiderare”. Guelfa lo guardò smorzando la durezza che sentiva crescere nello stomaco. Sospirò, chiuse gli occhi, poi riprese: “È tutto da dimostrare, bel giovanotto. Chi ti dice che quella non è la strada più breve per precipitare sul fondo … di questo tunnel di pazzia?” Constatò amara. “Prima di addormentarti parlavi della contessa. Dicevi che non la cercasti, ricordi?” Angelo confermò poggiando la schiena alla poltroncina. “… e poi? Che cosa accadde in seguito?” Angelo schiarì la voce e prese a raccontare. “La contessa telefonò poco prima di Natale, sembrava disinvolta, fece i complimenti per la puntata televisiva del nostro programma, non accennò al fatto che avrei dovuto chiamare io molti giorni prima. Poi quando la conversazione sembrò spostarsi sulle banalità dei regali e sulle vacanze, cambiò tono. Sembrava imbarazzata. A disagio, e all’improvviso saltò fuori con un invito: venga a trovarmi a Bordighera, la prego … è una questione vitale. Questi sono i miei ultimi giorni di vita … lei lo sa … non è vero?” Angelo smise per un attimo di parlare, un groppo in gola non gli permetteva di proseguire. Guelfa non disse nulla, sbatté gli occhi, sorpresa da quel che aveva sentito. “Io ero in difficoltà, sentii il sangue gelare. Risposi che avevo le valigie pronte, ero in partenza per un ciclo di conferenze e di studi negli Stati Uniti, che non potevo mancare, il primo incontro era per il sei di gennaio, ma lei fu così … così … disse: lei ha una vita davanti, io le chiedo di venire qui, il mio autista verrà a prenderla e la riporterà a casa nello spazio di mezza giornata. Le costerà solo un poco di pazienza. Ci pensi … cosa vuole che sia mezza giornata a confronto di una vita … lei forse mi può aiutare!” “Avrei accettato anche io Gik, non ti posso biasimare” intervenne Guelfa. “Accettai. Colpito da quella grande dignità e dall’imbarazzo di quanto poco sforzo mi costasse accontentarla. Ma non è questo il punto. Io vedo le cose … non le prevedo! E non le posso modificare. Posso sbagliarmi, e il mio responso raramente è certo. Talvolta vedo dettagli, particolari … tu Guelfa lo sai. Nel caso specifico, non avevo visto nulla di straordinario fino a quel momento. Sentivo che l’aura di quella famiglia era carica di energie negative e … quella breve visione con il mare … era nefasta. Ma non avevo di più; continuavo a domandarmi come avrei potuto aiutarli … in che cosa ... poi decisi, chiamai l’agenzia di viaggi e chiesi di spostare il volo, il primo disponibile era per il quattro di gennaio, confermai il cambiamento, avvisai gli amici di Boston dello spostamento e il tre gennaio andai a Bordighera … da solo, con la mia auto. Non volevo dipendere da nessuno. Se avessi voluto tornare indietro subito avrei potuto farlo senza chiedere nulla a nessuno. Arrivai nel primo pomeriggio, era una bella giornata di sole e fui accolto da una domestica e dalla figlia, Delia, in una villa stupenda con un bel giardino ancora fiorito, con limoni, mandarini e una desolante sensazione di abbandono. All’interno i mobili erano quasi ovunque coperti da lenzuola e solo poche stanze erano abitabili”. Angelo fece una pausa come per raccogliere le idee, Guelfa approfittò per inserirsi: “Il marito di Delia non era con voi?” “No, niente marito, nessun altro nei dintorni, solo una vecchia domestica che ogni tanto saltava fuori da qualche corridoio. Ma … quella casa … così grande, solitaria e silenziosa mi mise subito in difficoltà. Non saprei dire che cosa fosse in particolare: c’era un’atmosfera di paura e di tristezza fuse in un unico sapore di malinconia, come una fuga per allontanarsi da un pericolo incombente. Avrei voluto andar via subito. In quella casa non stavo bene. La contessina non portava più gli occhiali e mi accolse in modo sbrigativo, non mi dette la mano e con una certa freddezza fece strada. Salimmo al piano superiore e ci fermammo in una saletta, portarono il tè e per qualche minuto conversammo con imbarazzo, del mare, dell’inverno mite e cose del genere. Io non volevo restare un minuto più del necessario: non so dirti cosa mi prese, continuavo a guardare l’orologio”. Angelo fece un’altra pausa, si coprì il viso con le mani e sospirò. “La mia non era paura … era altro … percezioni disordinate, una su tutte dominava: l’impressione d’una presenza avversa tra quelle mura, come un odore sgradevole che ti resta appiccicato addosso … ecco, forse è questo il paragone più calzante. Mi sentivo aggredito e penetrato, nei vestiti, nella pelle, negli odori, da un’essenza … un’aura ostile …” “La contessa faceva sedute spiritiche, o meglio era molto considerata per evocazioni, e medium, e spiritisti famosi nella cerchia del paranormale … potrebbe essere andata storta una seduta e … magari …” “So cosa vuoi dire e non lo posso escludere. Ad ogni modo quando finimmo il tè, Delia mi accompagnò dalla madre. Entrai in una stanza in penombra. La poca luce proveniva dal caminetto acceso e da un candelabro a sei candele posto su un tavolino. Nella stanza i tendoni pesanti e scuri chiudevano tutti gli spiragli e lei, la contessa Afdera, stava seduta su una poltroncina vicina al tavolo al centro della stanza. Il tavolo era coperto da un drappo nero con al centro un grande esagramma unicursale, che trovai fastidioso. Tu sai quanto mi disturbano certi simboli. Delia uscì e restammo soli: la contessa era vestita con una tunica rituale e quando mi accomodai di fronte a lei il senso di fastidio crebbe fino alle soglie del dolore. Scambiammo due parole formali, lei mi ringraziò per essere stato gentile ed io restai in silenzio. Ricevevo troppi segnali ed avevo bisogno di tranquillità. Lei era più nervosa di me; disse che qualcuno voleva la sua morte e lei sapeva chi. Disse che non era spaventata per se stessa, ma per la sua piccola: la contessina Delia. Io continuavo a restare in silenzio, non sapevo cosa dire. Lei intervenne e provò a spiegarsi < quello che sto per dirle è molto rischioso e può esserlo anche per lei. Non ho intenzione di farle correre dei pericoli, quindi mi scuserà se le chiedo … una prova della sua energia …> io restai basito e, prima che la mia volontà di alzarmi e andarmene si materializzasse lei mi prese le mani, le avvicinò alla fronte e disse < si chiamava Giorgio Dassault, è morto molti anni fa, era mio marito … per favore lo chiami, lo faccia venire qui con noi … si concentri, la prego …> restai così, con la sua mano tra le mie, appoggiate alla sua fronte … per …” “Che cosa?” saltò Guelfa su tutte le furie. “Ti sei prestato ad un gioco da baraccone, che accidenti Gik! Potevi farti portare un pendolino e la ruota con le lettere, così la fiera del paranormale al circo sarebbe stata completa”, esclamò così rabbiosa che Angelo trasalì. “Maledizione! Tu sei un fenomeno della natura un … un …” “Hei prof, perché te la prendi così?” “Non lo so, è che sembra tutto così pazzesco, surreale … e poi non mi piace questa storia, lo ripeterò fino alla nausea, come puoi farti catturare da queste stupidaggini, da certe persone poi …” “Beh, sul pazzesco siamo d’accordo. Però quelle donne sono davvero morte, le loro paure non erano infondate, ti pare? Per quello che successe in seguito invece devo tornare sul pazzesco”. “Cioè?” “Io restai concentrato e, mentre da principio percepivo l’ostilità di quella casa, il contatto con la contessa risultò subito interessante, mi fu semplice entrare nel suo circuito spirituale, dimenticai le negatività di cui mi sentivo circondato e seguivo il suo pensiero. Lei andava a ritroso con i ricordi e si sforzava di mettere a fuoco un volto, una voce, situazioni di vita … e ad un certo punto l’ho preso …” “Sei riuscito a vederlo?” “Più o meno. Le prime … chiamiamole inquadrature, erano di ambiente familiare, ma non riuscivo a mettere a fuoco. Poi successe qualcosa d’inaspettato. Una forza nuova entrò nella stanza con un vortice, le candele ondeggiarono a lungo … caddi in trance senza alcuna volontà e le immagini passarono ad un’altra dimensione, non era più la contessa il tramite … era uno spirito guida esterno, un terzo … e vidi ancora quell’uomo, questa volta non si trovava in famiglia e le inquadrature erano dal basso ...” La professoressa Lombardi tossicchiò come se quelle parole la contrariassero in modo particolare. Ad Angelo non sfuggì, ma non dette peso. “Era di spalle, vestito come si usa al lavoro, camicia cravatta, bretelle e … un camice bianco … si muoveva con disinvoltura e dava istruzioni. Però la visione era sempre da una distanza e da una posizione inadatta al contatto vero e proprio. Non mi riuscì di afferrare la sua attenzione … di aprire un canale … non mi era mai successo”. “Hmm, hai visto l’ambiente … il luogo, altre persone?” “Non so risponderti. Era una stanza e lui si rivolgeva ad una donna direi e anche lei indossava una tuta, un camice, o qualcosa di simile, entrambi avevano un notes in mano … come quelli che si usano in ospedale … poi un ronzio terribile mi ha bucato la mente e ho perso il collegamento. Quando mi ripresi la contessa aspettava che parlassi, era delusa, non capiva che cosa fosse accaduto e perché non avessi condotto tra noi lo spirito del marito …” “E tu? Cosa hai risposto?” “Non riuscivo neppure a parlare. La contessa era amareggiata, parlava ma non capivo … vedevo le labbra muoversi ma … non sentivo. Ad un certo punto si alzò stizzita. Disse che non poteva affidarmi un compito tanto delicato e che si era sbagliata, si scusò, ed io restai allibito. Lei aggiunse che non era la prima volta che succedeva. Con altri medium, in modo inspiegabile, l’evocazione non era riuscita. Disse che non metteva in dubbio le mie capacità medianiche ma forse … non c’era la compatibilità emotiva, la spiritualità consonante, e che pertanto non si sentiva di proseguire. Domandai un chiarimento e lei fu evasiva, parlò per enigmi. Disse che era troppo rischioso il confronto: non ero la persona adatta. I miei poteri non erano idonei al genere di prova che avrei dovuto sostenere. Domandai ancora: quale prova? Lei non volle dire di più. Mi salutò con freddezza, delusa, quasi offesa. Io accettai la situazione e me n’andai. Da quel giorno non ho più avuto pace, oggi inoltre, saperla morta … mi ferisce in modo ancora più grave. Forse potevo fare qualcosa, forse non ho saputo guardare nel modo giusto e … ancora adesso non mi spiego l’insuccesso di quella seduta … io l’ho visto … l’ho trovato, ma … qualcosa m’impediva il contatto e c’è dell’altro, lo sento: c’è un altro ostacolo ma non trovo il modo di capire quale ... di che cosa consiste. Da quel giorno un entità negativa mi perseguita, ho l’impressione di conoscerlo. Quest’oggi è successo in tua presenza, ed è stata la prima volta che l’aggressione ha preso caratteristiche di violenza pura. È come se volesse distruggermi un poco alla volta. Vedi questi segni? Una volta, quand’ero bambino, si verificavano in situazioni di stress, o di malattia. Come ti ho detto non è herpes e non è curabile con una pomata …” Angelo non aggiunse altro, sistemò i capelli e rivolse alla professoressa uno sguardo innocente. “Ecco, ora sei al corrente di tutto” concluse. “Ma hai parlato di un incendio, di una disgrazia e immagini di distruzione … che cosa c’entrano con tutto questo, da dove provengono? Non capisco!” “Non ho una risposta per questa domanda. Prova con qualcosa di più semplice”. “Manca un pezzo” osservò Guelfa rassegnata “… manca la via d’uscita. Come si risolve questo spaventoso pasticcio. Io credo ci sia una sola soluzione …” “Sì, la conosco la tua via d’uscita. Te la leggo in fronte; lampeggia come certe insegne al neon. Non accetterò la fuga”. Angelo sorrise scotendo la testa. “Invece è proprio quello che faremo. Telefono subito al mio amico a Berkeley e tu nel frattempo prepari le valigie” Era stata necessaria qualche acrobazia e più di un compromesso per risolvere le questioni logistiche. Piero, dopo la visita del poliziotto, avrebbe volentieri incassato il credito e scaricato l’ingombrante fardello. Ormai, più che pentito dell’offerta di ospitalità, sperava di cavarsela con un semplice passaggio. Aveva proposto ad Annarita di mettersi “comoda” nel retro del furgone e starsene buona finché non fossero arrivati ai Roveri. Ma non ci fu verso. Annarita voleva la sua auto … rimasta incastrata nel blocco stradale della Polizia. E per quanto riguardava il viaggio nel retro del furgone non se ne parlava neppure: claustrofobia. Disse che poteva resistere cinque minuti, non di più. Naturalmente Piero non immaginava neanche lontanamente di complicarsi la vita nelle stradine del centro, per scarrozzare la “ricercata” in banca, aspettarla, nasconderla e tutti i rischi collaterali … ma ormai era in ballo e in silenzio, agitato dalla preoccupazione di incrociare un altro controllo di Polizia, maledisse la passione per le sottane e per quella donna in particolare. Alla fine le cose si erano rivelate meno complicate del temuto: nessun controllo inatteso e anche il recupero della macchina di Annarita si era risolto con un piccolo sforzo di pazienza. Era stato sufficiente lasciare il furgone in seconda fila davanti al bar Norman, fare a piedi pochi metri e domandare ai poliziotti il permesso di spostare la Mercedes. Il più alto in grado chiese i documenti, ma a lui fu sufficiente dire che era il titolare del negozio di fiori all’angolo e tutto era filato liscio. Adesso faceva da apripista: lui davanti con il furgone e Annarita dietro, con la sua auto. Da qualche chilometro aveva superato l’uscita della tangenziale, era fermo al semaforo e alle sue spalle aveva lasciato il caos feroce dell’ora di punta, quella del rientro verso il posto di lavoro. Affiancò per qualche metro l’ingresso alla Reggia di Venaria e non poté fare a meno di ricordare che quello era il Castello dei divertimenti, della caccia e degli amori cortigiani. Sospirò all’idea di portare con sé Annarita a visitare, una per una, le innumerevoli stanze disposte per una lunghezza di circa due chilometri, magari da soli, senza fretta, magari come succedeva all’epoca di Carlo Emanuele II ... Mancava poco per arrivare a destinazione. Costeggiava il lungo muro di cinta del Parco della Mandria e aspettava di imbucarsi nell’entrata lussuosa e discreta del complesso più esclusivo della città. Lui non si era mai sentito a proprio agio in quella proprietà: troppo lusso, troppa Torino in vista, e poi c’era la famiglia Fiat al gran completo con il codazzo di saltimbanchi e burattini. Non era per lui. A Piero bastava andare dal fratello in visita ogni tanto e qualche volta soggiornare i fine settimana, per la piscina e per dare un’occhiata, in fondo metà dell’immobile era ancora suo. Annarita, sulla sua Mercedes Classe A, seguiva il furgone di Piero come una scolaretta all’esame di guida. Attenta a tutto: semafori, stop, distanze, precedenze … tutto. Si sentiva fortunata … e furba. Chi altri sarebbe riuscito a saltare tutti i controlli, sgusciare tra le dita della Polizia, ritirare il denaro e procurarsi una sistemazione senza spendere un soldo: adesso ci mancava solo di essere fermata per una banale infrazione. Doveva portare a casa il risultato: libera e pronta a dare battaglia per recuperare ciò che le spettava. Guidava concentrata, la radio spenta per la prima volta nella sua vita: voleva tenere tutto sotto controllo, come una clandestina in fuga. Ogni tanto controllava il retrovisore con il timore di veder comparire un’auto della Polizia. Si saranno accorti? Si domandò perplessa. Quando erano entrati nell’appartamento avevano capito che lei era stata lì fino a un attimo prima? Chi se ne … Un brivido di freddo tagliò la schiena allo squillo del telefonino, la macchina sbandò leggermente, chi poteva essere? D’istinto il pensiero andò a Ugo, come un circuito istintivo abituato ad un percorso utilizzato migliaia di volte. Sentì il cuore fermarsi dall’emozione … e dalla paura. Ma tornò lucida in un istante: non poteva essere lui. Forse Piero? Non aveva il suo numero, poi era qualche metro davanti, se avesse voluto parlarle sarebbe bastato rallentare o accostare. Annarita impugnò il telefono, lo lasciò squillare sospettosa, poteva essere una persona conosciuta, considerò. Il display recitava un inconcludente “Numero Riservato”. Imprecò, sibilando tra i denti. Spense il cellulare con la convinzione che la chiamata avesse un ché di sospetto. “Adesso sanno dove mi trovo … brava Nery –questo era il nomignolo che usava nelle conversazioni con se stessa- sei proprio furba!”. Lasciò andare una manata al volante e resistette alla tentazione di lanciare il telefono dal finestrino. Buttò l’occhio al retrovisore, immaginando di vedere chissà chi. Poi prese a respirare per cercare la calma, quasi un esercizio yoga che si concluse dopo un attimo, giusto il tempo di afferrare il concetto guida. “Non sei in gita. Sei in pericolo … devi diventare invisibile … guadagnare qualche giorno di vantaggio … il tempo di concludere quel lavoretto … pensa a qualcosa di positivo … niente panico … respira”. Ma la testa tornava dove i pensieri sprofondavano nel buio. I soldi! Aveva ritirato tutto, il primo passo lo aveva compiuto. Il cassiere aveva cercato di dissuaderla ma lei aveva il suo piano: semplice, veloce, dritto all’obiettivo … due milioni e mezzo di euro entro una settimana. Stupendo! E se qualcosa andasse storto? Scacciò la negatività con una mano: “Non ti cercare la sfiga da sola” pensò. “Andrà bene. Lui è ricco, potente … non può permettersi di perdere tutto … ci ha provato, ma adesso sarà molto più disponibile, vedrai Nery … vedrai”. Il furgone di Piero rallentò per accodarsi al semaforo rosso. Avevano superato Venaria e tra poco si sarebbero immessi sullo stradone che costeggiava il Parco della Mandria, in direzione di Lanzo, verso la campagna … non vedeva l’ora di arrivare. Cominciò a ragionare sui tempi. Doveva essere fulminea. Appena arrivata si sarebbe data da fare per scrivere la lettera e il giorno dopo l’avrebbe spedita per Posta Prioritaria. A proposito, pensò: non sarebbe stato prudente usare un ufficio postale dei dintorni, meglio cercarsi un luogo distante … oppure no? Il destinatario si sarebbe domandato se il timbro era significativo della zona di residenza? Lei guardava sempre i timbri … concluse che un ufficio postale vicino sarebbe andato benone … il destinatario avrebbe pensato ad un espediente per metterlo fuori strada ... ed era esattamente quel che voleva. Si sentì soddisfatta: era un buon ragionamento. Ti ho concesso una settimana di libertà, con un piccolo sovrapprezzo. Adesso il tuo futuro costa due milioni e mezzo di euro. Prova a fare il furbo e … No. Una copia di tutto il materiale è pronta per essere recapitata al Commissario … No. Ci vuole qualcosa di più … più … Fatti trovare domani … a casa tua … quando telefonerò riceverai le istruzioni per evitare il carcere e … “Al diavolo! Qualcosa scriverò. Non c’è motivo di farsi prendere dalla fretta … c’è tutto il tempo …”. Davanti, il furgone di Piero aveva messo la freccia a sinistra e stava svoltando. Annarita lo seguì docile come un barboncino, fino al casotto con tanto di guardie armate e sbarra per il controllo degli accessi. Vide Piero scendere, fare segno ai guardiani in direzione della sua macchina e parlottare in modo amichevole, lei spedì un sorriso sbilenco e pregò che non le chiedessero i documenti. Non ne aveva parlato con Piero, chissà se ci sarebbe arrivato da solo. Furono necessari alcuni minuti nei quali fu assalita dall’ennesimo attacco d’ansia. “Andiamo, andiamo … non facciamo notte”. Quando finalmente si mossero Annarita accennò un saluto ai guardiani e si addentrò nel viale che, costeggiando le buche ed il verde più bello che avesse mai visto in vita sua, penetrava nel centro del comprensorio. Era estasiata: ovunque guardasse il verde dei prati, il profumo d’erba appena tagliata, le acacie prossime a fiorire, e collinette, discese dolci e pendii distribuiti con la sapienza di chi sa come regalare la serenità con il semplice colpo d’occhio. Un paradiso. “Il mio futuro sarà in un posto come questo, di classe, ricco, ed è questione di poco ormai”. In realtà, dalla scomparsa di Ugo, non aveva ancora fatto il punto della situazione e i programmi erano, in pochi giorni, invecchiati abbastanza da essere del tutto superati. Sarà un esercizio divertente per i prossimi giorni, concluse posteggiando accanto al furgone di Piero, di fronte ad una villa moderna, resa quasi invisibile dalle siepi di fotinia e lauro, dal boschetto di betulle e querce secolari. CAPITOLO 3 Nella saletta privata del ristorante il Venerabile Maestro a capotavola, stava in silenzio, tra poco avrebbe iniziato il suo intervento. I commensali stavano sbocconcellando quel che rimaneva del dolce quando il cameriere aprì la porta e fece il giro con la scatola di Montecristo. Tra poco avrebbero servito il caffè, i digestivi quindi, finalmente, si sarebbe affrontato il discorso per il quale erano adunati. Le questioni in sospeso erano diverse, ma due, più di altre, pretendevano attenzione. Il Maestro notò come anche a tavola gli invitati si fossero uniti in gruppi più piccoli, e avessero così ribadito alleanze e rivalità. Un tempo non era così: erano pochi, uniti dalla fede per un signore antico e potente, determinati a costruire un futuro ideale. Il sogno era cominciato trent’anni prima in modo assurdo: partendo dal naufragio del progetto Stargate. Questo era incredibile: una battaglia persa si era trasformata in un’ipotesi d’alleanza e in breve tempo in un progetto straordinario. Adesso si ritrovavano potenti, invecchiati, imborghesiti, sazi dei risultati conseguiti e, proprio questo mandava in bestia il Gran Maestro. Le posizioni che ognuno aveva raggiunto erano merito della Chiesa degli Angeli Neri … della fratellanza che li aveva aiutati e spinti nelle carriere manovrando nel buio. Quelle posizioni non erano al servizio del lusso individuale, ma della comunità. Qualcuno sembrava aver dimenticato questo principio. Altri sembravano ingordi: discutevano degli incarichi futuri e al centro di tutto stava l’arrivismo, la scalata, piuttosto che il benessere della loro Chiesa. Era necessario rimettere sotto controllo ogni singolo, considerò il Gran Maestro … ma i tempi non erano ancora maturi. Il cameriere lasciò sul tavolo i caffè, quindi si allontanò e chiuse la porta dietro di sé. Il Gran Maestro si alzò e dettò l’ordine del giorno. “Grazie a tutti per essere intervenuti. Sono presenti quest’oggi una parte delle funzioni vitali della nostra organizzazione, ed è un piacere avervi tutti riuniti intorno al tavolo. La finanza, la politica, i rapporti con l’apparato militare e d’intelligence, l’amministrazione pubblica, la magistratura e gli organi di giustizia … i fratelli dei mass media” il Maestro continuò a sciorinare le funzioni guardando ognuno negli occhi. Siamo convenuti per due motivi. Il primo riguarda l’incontro di domani notte. È un fatto epocale del quale tra poco vi dirò. Il secondo riguarda le questioni politiche. Qualcuno intende aggiungere altra carne al fuoco? C’è altro?” Il Maestro si guardò intorno, incrociò lo sguardo dei quindici presenti e restò in attesa. Nonostante il brusio, sembrava che nessuno fosse disponibile a discutere d’altro. Del resto era una riunione convocata per aggiornare sull’avanzamento dei lavori. Non c’erano fatti straordinari, inoltre tutte le attenzioni erano concentrate sui due argomenti dettati dal Maestro. Il secondo in particolare riguardava tutti. La Chiesa aveva un proprio cavallo sulle batterie di partenza per la posizione di Primo Ministro. Una trama tessuta nel buio di vent’anni di lavoro. Un’opera stoica sulla quale nessuno avrebbe scommesso davvero. La seconda carica istituzionale dello Stato nelle loro mani, la prima in termini di potere … sembrava impossibile. Adesso era lì, ad un passo. Questo avrebbe significato progressi inimmaginabili. Nuove leggi, nuovi rapporti di forza, accesso privilegiato ad informazioni riservatissime … e naturalmente poltrone pesanti, da distribuire agli adepti. Tutto quello che era successo con fatica straordinaria nel corso di tre decenni, ora poteva moltiplicarsi in breve tempo. Avrebbero costituito un governo ombra più efficace e potente di quello ufficiale. Le cose intorno a loro sarebbero cambiate … Come d’abitudine il Maestro illustrò la situazione a partire dal primo dei due punti in agenda: l’incontro con gli esponenti esteri delle più potenti Logge segrete occidentali. “Come sapete …” iniziò, “… a questo progetto lavoriamo da tempi relativamente recenti. I primi incontri, sotto la supervisione dei fratelli americani, risalgono alla fine degli anni novanta. Riconosco che lo sforzo è stato enorme, anche sotto il profilo economico, ma resta il punto centrale della nostra politica estera ...” Nella sala il brusio crebbe. Erano molti coloro che pensavano ad una perdita di tempo colossale. Gli americani avevano il merito di aver gettato la prima pietra per la fondazione della Chiesa, dopo Stargate, ma l’insistenza esasperata su quel punto era, secondo molti, un errore. Non era possibile un’alleanza con altre logge. Troppi principi irrinunciabili per ogni singola comunità rappresentavano per altre un ostacolo da abbattere. Non sarebbero mai riusciti a sottoscrivere un patto. Era un’impresa impossibile. Le diverse logge, provenienti in ordine sparso dall’antica massoneria convenzionale, non avrebbero mai accettato la fusione! Nei secoli si erano allontanate per rifugiarsi in credenze autonome e distintive, esoteriche, magiche, alchemiche o, come quella degli Angeli Neri, in un loggia sincretista, ispirata alla Compagnia dei Poveri e al divino Baphomet. Non avevano che pochissimo in comune a fronte di oceani di differenza. Senza contare le distanze con altre sette, come il Nastro d’Argento, o i Rosacrociani. Posizionati ai poli opposti del teorema spirituale e mistico sulle quali erano fondate. Il Gran Maestro attese che il brusio cessasse e riprese. “Capisco lo scetticismo di molti, anche di fratelli non presenti quest’oggi, è storia vecchia. Resta il fatto che l’isolazionismo non produce che risultati minuscoli … quando non produce danni” “Maestro non sono d’accordo. Permettimi di dissentire in termini amichevoli …” intervenne il referente del mondo politico, onorevole Antesi. Era uno dei padri fondatori, al pari del gran Maestro. Un decano autorevole ed apprezzato. “… la nostra storia è fatta di silenzi … di sacrifici. Siamo cresciuti … e siamo potenti, oggi lo posso dire con orgoglio, grazie alla forza del nostro credo. Non abbiamo mai fatto proselitismo, promesse, regali, concessioni. Siamo cresciuti perché nessuno ha mai ceduto di un passo. Siamo una loggia sicura perché autenticamente segreta e autarchica, oppure isolata …” calcò il tono sull’ultimo termine. “Non vedo bene questo patto internazionale, l’ho sempre detto. Per la prima volta sono in disaccordo con i fratelli americani. Chiedo che si stabiliscano dei termini per queste operazioni, in termini di tempo, d’investimenti, di concessioni …”. Non c’era malanimo nella dichiarazione del fratello Antesi e alcuni dei presenti si schierarono con lui. Il Maestro dovette riconoscere le posizioni in campo e aggiunse. “Capisco, ma non approvo …” si alzò un nuovo coro di commenti. “… per tre motivi appartenenti a categorie diverse. Primo: è una decisione della casa madre. Non dimenticatelo: gli americani lo vogliono e non vedo un modo per negarglielo … a meno ché non venga una buona idea a qualcuno di voi. Secondo: sono trascorsi alcuni anni dai primi passi e domani notte potremmo raccogliere qualche frutto … siamo troppo avanti con le trattative … abbiamo di fronte più di una chance per raccogliere un buon risultato … Terzo, siamo stati bravi, ma gli americani hanno fatto bene la loro parte. Anche nella politica, gli attuali successi, l’opportunità di avere un nostro fratello come Primo Ministro, è in gran parte frutto del loro lavoro …” “E se non otterremo i risultati desiderati …?” domandò scettico un banchiere. “Allora diremo agli americani che intendiamo riflettere su questo vincolo”. La platea si calmò. “Vorrei ricordare che una parte rilevante del successo delle trattative è collegata al nostro successo in politica. Mi pare evidente. Così come non sarà sfuggito a nessuno di voi che la sinergia tra aiuti e risultati è la chiave del nostro futuro. Avere un Primo Ministro aiuterà gli accordi … ottenere risultati negli accordi migliorerà la nostra posizione agli occhi dei fratelli americani … Migliorare la posizione ci consente di avere maggiori autonomie … Le autonomie sono indipendenza, che è sorella del nostro spirito libero …” Il Venerabile Maestro fece una pausa quindi aggiunse: “Domani notte tre di voi parteciperanno alla riunione e potranno farsi un’opinione diretta”. Qualcuno posò il sigaro ed applaudì. “Il secondo punto … il più delicato …” il Maestro gettò un’occhiata eloquente ai presenti. “Manca poco alle elezioni, un appuntamento che ci vede prossimi ad una svolta. Le nostre offerte, i pesanti investimenti economici, i sacrifici, hanno alte probabilità di condurre gli Angeli Neri al trionfo …” Nuovi applausi fecero vibrare la stanza. Qualcuno fischiò. “… ma, non sarebbe né saggio né prudente cantar vittoria … Abbiamo ancora le cicatrici aperte dalle precedenti esperienze. Calma, nervi saldi, e sentiamo gli aggiornamenti del fratello Antesi”. Antesi, un uomo dall’aria pacifica, era basso di statura, completamente calvo, portava occhiali da vista con lenti spesse attraverso le quali saltavano fuori grandi occhi bovini, si alzò e attese il silenzio. Era un grande comunicatore e, chi lo conosceva sapeva, non era un docile bue. “Vorrei rassicurarvi e confermare che questa è la volta buona … ma in politica non è come tra noi fratelli. Noi discutiamo, talvolta litighiamo, arriviamo anche a provare risentimento … ma quando si prende un accordo si va fino in fondo. Nella politica, lo sapete bene … non è così”. Tutt’intorno il silenzio era quasi religioso. Antesi si fece scuro in volto rivolgendosi al Gran Maestro: “Non sto facendo il menagramo e neppure lo scaramantico. Non voglio neppure gettare ombre su quanto abbiamo fatto per propiziare questo risultato. Sui giornali di oggi non troverete novità … E non mi riferisco soltanto ai soliti sondaggi, alla cronaca politica, ai voltafaccia dei molti opportunisti. È un coro unanime … avremo il nostro Primo Ministro …” Un boato di euforia esplose nella sala. Volarono i tovaglioli, grida di vittoria, abbracci e pacche sulle spalle. Il deputato fece segno di riprendere l’intervento e tornò il silenzio tra i sorrisi. “L’attuale maggioranza perderà. Arrivo da Roma, ve lo confermo per aver visto di persona: stanno smobilitando, hanno le valige pronte …” il brusio di entusiasmo s’innalzò. “… a nessuno di noi interessa. A noi non importa il credo politico, il colore, il partito … chi va e chi viene; i nostri valori non sono temporali, sono più profondi. A noi interessa una rivoluzione culturale, religiosa, spirituale. Una nuova morale …”. Tutti assentirono. Qualcuno si commosse. “Abbiamo aspettato a lungo e molto tempo dovrà trascorrere ancora … ma questo passo è un’autentica rivoluzione” Un nuovo boato esplose nella sala. “Non illudiamoci. Non è ancora fatta. Fino all’annuncio definitivo, fino allo scrutinio dell’ultima scheda non potremo cantare vittoria ... ma confido nelle abilità dei molti sostenitori delle nostre fila e nell’abilità del fratello, Senatore Pagani, per il quale chiedo un caldo applauso”. Concluse Antesi. Sorridevano tutti. Gli applausi scrosciarono roventi. Il Maestro baciò l’immagine del Baphomet sulla collana e invitò ad un brindisi. Quando l’emozione rientrò fu il turno del banchiere intervenire. “Intendo portare all’ordine del giorno la questione della sede. Credo che nuove alleanze ci permetteranno di ottenere un luogo molto, molto ambito …” Le buone notizie sembravano non finire. I presenti si guardarono quasi attoniti. Erano trascorsi due anni dall’ultimo tentativo, finito in nulla, di aggiudicarsi dalle autorità l’affidamento del Castello Reale di Venaria. Il responsabile dei rapporti con il mondo delle imprese azzardò: “Potremo avere Venaria?” “Meglio!” Una salva di grida eccitate si alzò. “Con piccolo sforzo, a nome di un’associazione culturale che dovremo inventare e di una piccola donazione, potremo utilizzare una vasta area del …” Pausa ad effetto. I presenti pendevano dalle labbra del banchiere. “… Castello di Moncalieri!” concluse fiero. Ci fu un’ovazione. Il Maestro socchiuse gli occhi. Una delle leggendarie dimore dei Templari sarebbe tornata al grande fasto. Sì, i tempi erano finalmente maturi per grandi cambiamenti. Trent’anni … pensò … Luca frugò nelle tasche, pescò una chiave e aprì guardingo il cancello d’ingresso secondario. Controllò con modi esperti che tutto fosse come si aspettava, posò la forbice tagliasiepe, la borsa a spalle e trascinò la scala all’interno, si fermò e con disinvoltura finse di guardare il lavoro da eseguire. Non badò troppo ad evitare rumori, chi è nel giusto non pensa a diventare invisibile: è invisibile. Girò intorno alla villa con calma controllando alberi, arbusti, rose rampicanti, infine avanzò verso la grande vasca abbeveratoio dalla quale partiva l’impianto di irrigazione. Si accovacciò, finse di controllare le condutture e accese una sigaretta. Per un attimo restò ad ascoltare i rumori intorno a sé, sollevò il berretto a visiera e tirò due boccate. Nessuno. Sorrise, intimamente compiaciuto dell’idea arrivata due sere prima come una folgorazione e in quattro e quattr’otto l’aveva messa in pratica. Aveva comprato un catenaccio ed un robusto lucchetto, poi aveva aspettato il buio, si era appostato davanti al bersaglio e con la cesoia aveva tagliato la vecchia catena e l’aveva sostituita con i suoi lucchetto e catena nuovi, poi aveva chiuso nuovamente il cancello. Sarebbe tornato il giorno dopo a completare la messa in scena e il progetto. In quella casa c’erano troppi oggetti importanti e a lui servivano soldi. Se fosse stato in politica quello non sarebbe stato un furto, ma un esproprio proletario; lo aveva imparato in carcere da un vecchio anarchico e gli sembrò molto più nobile che un banalissimo colpo da topo di appartamento: “Chi ruba per bisogno realizza un atto di giustizia contro il sistema. Le multinazionali affamano il mondo ed esportano la povertà, globalizzano la fame: l’esproprio è legittima difesa!” Trovò buffo quanto la politica avesse bisogno di giustificazioni per commettere bassezze prive di qualsiasi legittimazione. Conosceva il luogo, ci era già stato più di una volta, sapeva come muoversi e finalmente sapeva a chi dare quel ben di Dio senza farsi strozzare da rigattieri troppo ignoranti o troppo furbi, come era successo con i “ricordini” catturati nelle precedenti visite. Aveva capito in fretta che le prede di quella villa erano di una categoria diversa, e si era fermato in tempo: l’anello con i brillanti e la collana con rubini li aveva tenuti … doveva chiedere di più. Si era documentato, comprando sulle bancarelle vecchi manuali di restauro e qualche guida usata sull’acquisto di mobili e oggetti d’epoca. Poi si era preso un po’ di tempo, si era vestito bene ed era passato alla fase successiva: scoprire il valore sul mercato degli oggetti più importanti. Era partito da Ventimiglia e non aveva mollato fino a Rapallo per girare i negozi d’antiquariato e scoprire le quotazioni di tavolini, scrittoi, poltrone, vasi, lampadari, tutto ciò che con gli occhi aveva visto in quella grande villa di Bordighera. E da abile furfante aveva buttato le sue esche: “Quanto chiede per quel tavolino impero? Diecimila? Alla metà glielo vendo io!!!” In due erano rimasti appesi alla lenza, un architetto di Alassio e un antiquario appena fuori Portofino. Il resto fu più facile a farsi che a dirsi. Adesso doveva conservare il sangue freddo e non commettere l’errore di mettere in vendita tutto troppo in fretta, avrebbe inevitabilmente attirato attenzioni pericolose e fatto cadere i prezzi. Nessuna ingordigia. La villa traboccava di begli oggetti. C’era abbastanza da diventare ricchi senza sforzi, solo doveva essere prudente, astuto come un commerciante esperto. Non poteva affittare dei garage e smobilitare tutto con un Tir, no. Non poteva fingere un trasloco, troppo rischioso, avrebbe dovuto chiedere aiuto, esporsi, magari fare rumore, dividere il ricavato; molto meglio un lavoro da formiche, sistematico, continuativo, un poco alla volta … e soprattutto da solo. In fondo, la miniera se l’era trovata e guadagnata lui, da solo. Fece un secondo giro della villa e controllò ancora, erano le due del pomeriggio, il sole era alto e tutto intorno era tranquillo, da una casa lontana arrivò l’eco di un telegiornale. A quell’ora chi si trovava in casa o stava mangiando o era per i fatti suoi, bastava sbrigarsi, non dare sospetti e tutto sarebbe filato liscio. Luca tornò all’ingresso posteriore, armeggiò con la borsa, scelse gli attrezzi e con calma trafficò per forzare la serratura della porta di servizio facendo meno danni possibile, quindi la smontò, sostituì il nottolino e, come aveva fatto mille altre volte, ora disponeva di una entrata personale con tanto di chiave privata. La casa, come aveva osservato nella prima visita, era difesa da un allarme installato nel medioevo e disabilitato molti anni prima: le sirene e le telecamere piazzate pomposamente all’esterno erano un deterrente per ladri pelandroni. Un caso più unico che raro in una zona dove mancavano solo le torrette con le mitragliatrici. Ma la proprietaria, la defunta contessa Afdera Dassault e la figlia Delia, non amavano congegni e meccanismi, molto meglio una coppia di fidati custodi, ed era per questo che Luca e Marcella si erano presentati quel mattino: per sostituire i predecessori ormai in pensione. Quel mattino … quando successe il fattaccio. Luca e Marcella non avevano alcuna responsabilità e certo non avrebbero potuto fare nulla per aiutare quelle povere donne, anche se Marcella non era della stessa opinione … e forse, a pensarci bene … forse qualcosa avrebbe potuto inventare. Era successo proprio dove si trovava Luca in quel momento: la Audi familiare era lì, davanti al cancello posteriore, con il portabagagli aperto. BC 419 ZF con la sigla di Torino … quella era la targa. E quei due caricavano grandi tappeti con mille sforzi. Lui e Marcella erano al secondo piano e restarono sorpresi dai rumori all’esterno e, dalla finestra, sbirciarono per un attimo, finché un tappeto si aprì e scoprì il volto della contessa. Entrambi non riuscivano a togliersi dalla testa quegli occhi, così azzurri, quasi metallici, così imploranti e così maledettamente fissi: si erano guardati, riconosciuti, osservati per un lunghissimo maledetto secondo. Era viva! Marcella diceva di svegliarsi la notte di soprassalto, con quegli occhi nei suoi occhi. Una volta aveva urlato e pianto. Due giorni dopo la storia era su tutti i giornali, parlavano di rapimento … Acqua passata. Luca tornò ai fatti suoi, gli era toccato aspettare molti mesi per portare avanti il progetto, ovvero il tempo che la polizia togliesse il sequestro dalla villa con tutti gli orpelli delle indagini: nastri, fogli, blocchi, timbri e tutta la maledetta burocrazia della giudiziaria. Scacciò dalla mente quegli occhi azzurri e li sostituì con quelli altrettanto chiari di Marcella. Nei calcoli di Luca c’erano più di centocinquantamila euro da intascare tra mobili, quadri, tappeti e suppellettili da portare sul mercato nel giro di un paio di mesi, tre al massimo. Entro la fine di settembre il lavoro doveva essere terminato e ci voleva una buona organizzazione per ricavare tutto quel denaro con piccoli spostamenti. Aveva pianificato con cura le mosse, e doveva eseguire un programma impegnativo, voleva fotografare tutti i pezzi per catalogare con calma gli oggetti e i valori e, successivamente, per abbassare i rischi, portare via solo quello che gli sarebbe riuscito di vendere al collezionista di turno. L’idea gli era venuta guardando un catalogo d’aste. Nel pomeriggio avrebbe eseguito la prima consegna e incassato una parte del denaro. Poi, se avesse trovato il tempo avrebbe avviato la seconda metà del progetto, quella più delicata, dalla quale si aspettava una sorpresina da duecentocinquantamila euro. Si sfregò le mani, era tempo di entrare in azione … per un attimo gli tornò in mente il proverbio sentito da Marcella, com’era? “porta sfortuna quando c’è di mezzo disgrazia. Dalle mie parti si dice: ”. Luca preferì pensare che talvolta da una disgrazia può saltar fuori un’opportunità, del resto, come si diceva dalle sue parti: anche sulle macerie nascono i fiori. Indossò un paio di guanti di lattice, fece girare la chiave ed entrò. All’interno c’era una penombra piacevole, una frescura riposante e lenzuola, posate in pratica ovunque per riparare gli arredi dalla polvere. Un pensiero carino considerò Luca; si guardò intorno per scegliere un punto dal quale partire e fischiò quando si rese conto della grandezza degli ambienti e della quantità di materiale interessante. Moltiplicò mentalmente per tre, ovvero per i tre piani della villa quello che aveva di fronte e cominciò a scattare fotografie. Alle sei di sera, dopo aver consumato molti rullini si sentì soddisfatto. Scelse tre pezzi sui quali aveva trovato un accordo con il negoziante di Alassio, li spostò dolcemente verso l’uscita di servizio e andò a prendere il furgone, un vecchio Fiat Ducato preso a prestito dal figlio dell’idraulico di Albenga. Caricò circospetto la merce, chiuse il cancello e partì. Si sentiva un drago. Fischiettò guidando quasi spensierato. Neppure il passaggio di una volante con sirene e lampeggiatore accesi riuscì a fargli perdere il buon umore. Se fosse nata una bambina l’avrebbe chiamata Afdera, o Delia, se invece fosse stato un maschio avrebbe accontentato Marcella, sarebbe stato Vassily. E non sarebbe cresciuto per strada come era toccato a lui, lo avrebbe fatto studiare. Sull’onda di quei pensieri Luca posteggiò il furgone, entrò nel negozio e con un semplice cenno all’architetto Aschieri fece il giro, passò dal retro, scaricò i mobili e restò a guardare l’espressione estasiata dell’antiquario. Intascò dodicimila euro e volò via con un sorriso felino nascosto sotto la cicatrice del labbro superiore. Doveva sbrigare due commissioni: lasciare i rullini a sviluppare e restituire il furgone, poi sarebbe corso da Marcella, avrebbero festeggiato come piaceva a lei, farinata da Puppo ad Albenga, dentro le mura della città vecchia, e poi gelato ad Alassio, sul lungomare. Decise di rimandare la seconda parte del progetto al giorno dopo, in fondo poche ore non avrebbero cambiato nulla, e poi era soddisfatto della giornata … voleva godersela, si era meritato una serata speciale. Nato a Caselle il 5 luglio del 1970, figlio unico di Franco Martini e Maria Bettizza, entrambi commercianti, il padre è defunto due anni fa; erano titolari di un negozio di alimentari. Poi, vediamo … scuole regolari, licenza media, studi interrotti al terzo anno dell’Istituto per Geometri e via a guadagnarsi la pagnotta. Pugile dilettante, quarto al campionato provinciale giovanile, fino al servizio militare … nel … nel millenovecentottantotto. Cameriere, aiuto cuoco, barista, eccetera eccetera. Nell’ottantasette fermato per rissa causata da motivi di natura politica; iscritto al FDG fino al novanta, sospettato di aver partecipato a diversi pestaggi … poi più niente politica. “Vediamo un po’” … Marina Militare, firma per il prolungamento, espulso a settembre del novanta per cattiva condotta e aggressione ad un ufficiale. Sposato nel giugno del novantanove con Paola Terreni … denunciato dalla stessa per lesioni nell’ottobre dell’anno scorso … procedura di separazione avviata ma non conclusa, poiché l’amico nel frattempo resta vedovo. “E bravo Martini!” Vivacqua pigiò il pulsante del viva-voce e scandì con pazienza: “Meloni: vedi se possiamo accelerare con quel fascicolo … sì, quello della Terreni … è la seconda volta che lo chiedo, vediamo se … non mi interessa che il sistema non è in linea, va bene pure la carta, sennò chiama l’Arma e fatti dare le informazioni principali, andiamo! Mandami Migliorino”. Vedovo dal ventisei di novembre dell’anno scorso. “Vedovo fresco fresco …” rimuginò il commissario. Ricordava bene quel caso, per qualche tempo se n’erano occupate le cronache cittadine. Titolare della licenza del “Bar Risorgimento” in Via Garibaldi, dell’appartamento di Via monte di Pietà, non risulta protestato, intestatario di una BMW 530 targata “CP 022 HL” immatricolata a Torino. Una BMW, considerò Vivacqua rosicchiando la stanghetta degli occhiali, “volesse il cielo che fosse la stessa vista dal geometra a Riva di Chieri …”. Migliorino bussò ed entrò. “Comandi dottore” “Migliorì … due cose, anzi tre: primo, che fine ha fatto la brunetta. Secondo: ti dice niente il nome ? poi fammi il favore … trovami questa macchina … e ragioniamo sul proprietario” Vivacqua trascrisse la targa della BMW e passò il biglietto ad un perplesso Migliorino che, quasi efficiente, prese l’iniziativa. “… a proposito della brunetta, la Gatti: con il fioraio ha trafficato per un po’ con il furgone, poi lei è entrata in banca al San Paolo e stiamo verificando che cosa possiamo fare per saperne di più. Dopo una mezz’ora i due si sono ricongiunti e il tipo si è dato da fare per prendere la vettura della Gatti, rimasta intrappolata nel nostro blocco in Via Monte di Pietà; l’abbiamo lasciato fare e direi che non si è insospettito. La volante ha aggiornato la posizione pochi minuti fa, si trova in prossimità di Venaria, nella tenuta I Roveri e chiedono istruzioni. Quello è un grande complesso nel quale oltre al campo di golf ci stanno un discreto numero di ville lussuose. Il comprensorio ha sbarre, muri alti due metri, filo spinato, guardie private e, per farla breve, non è posto dove può entrare chiunque con la scusa di dare un’occhiata. Poiché li hanno lasciati entrare direi che uno dei due deve avere l’aggancio per accedere alle proprietà immobiliari o al club. Magari hanno l’idea di sparire per qualche giorno … che facciamo?” “Come che facciamo!” Sbottò il Commissario, “Organizza i turni e tutto il resto, se ve li fate scappare vi denuncio per favoreggiamento!” “E se il fioraio si allontana? Propongo di tenere sotto controllo pure lui, hai visto mai che s’impiccia in qualche casino …” Vivacqua fece segno che andava bene. “Procedi Migliorì” “Poi, per la seconda questione … Ha detto Terreni Paola?” “Ca certo! La moglie del Martini era. Risulta defunta l’anno scorso a novembre, che ti dice?” “È un nome sentito, ma … perché dottore … dovrebbe dirmi?” “Lascia stare. Spicchiamo un mandato di cattura per Ugo Martini, occupatene tu e trovami quella macchina, la BMW, urgente. Chissà che troviamo pure il proprietario. Avvisa pure l’Arma. Quando la trovate la mettete sotto sequestro e mandi la scientifica. Fammi sapere”. Vivacqua allontanò il fascicolo e prese a sfogliare la rubrica telefonica sequestrata nell’appartamento di Ugo Martini. Era un bell’oggetto, con la copertina in cuoio nero, laccetti di chiusura e fogli ad anelli. Doveva essere stata acquistata di recente e compilata con una meticolosità quasi feticistica. La mano di una donna, pensò. I nomi erano stati riportati con bella calligrafia usando sempre la stessa penna: una stilografica blu. Non c’erano cancellazioni, modifiche, baffi d’inchiostro, pieghe o imperfezioni, biglietti volanti, nulla. Mancavano solo le immaginette sacre, per il resto sembrava un lavoro da amanuense del duecento. Guardò lettera per lettera la cinquantina di nomi senza trovare alcun aggancio a persone conosciute, o riferimenti interessanti. Una rubrica domestica, niente di più. Quasi certamente il Martini ne possedeva un’altra di “lavoro”; magari in un’agenda che in casa non si era trovata. Si domandò se un controllo su quei pochi nomi sarebbe stato proficuo: non dava l’impressione di portare lontano. Chissà, magari con i tabulati Telecom e Tim avrebbe aggirato l’ostacolo, o con la lettura del computer fisso sequestrato nell’appartamento ... Accantonò la rubrica e tornò al fascicolo. Vivacqua guardò la documentazione restante, soffermandosi con sufficienza sul passaporto, che sfogliò a caccia di timbri esteri, magari recenti, senza trovare nulla di rilevante: nessuna località sospettosa in Paesi di droghe, sesso o altro abbastanza losco da meritare un approfondimento; la più scontata banalità. Anche il Porto d’armi non diceva nulla di interessante. La pistola, una comunissima, vecchia Remington, era stata ritrovata in ordine, pulita, oliata e priva di proiettili. Niente. Multe e … Vivacqua si soffermò sulla copia di un verbale: Denuncia di furto. Il sette di gennaio Ugo Martini si era recato alla stazione dei Carabinieri per denunciare il furto della sua auto. Una Audi familiare targata BC 419 ZF di color grigio metallizzato. Il Commissario scorse il documento per cercare i particolari della denuncia. … Il dichiarante afferma che l’automobile di cui sopra stazionava da tempo imprecisato in Piazza Solferino. L’automobile era chiusa, dotata di allarme acustico supplementare e priva di chiavi. All’interno dell’automobile nessun oggetto di valore visibile, così come nel bagagliaio. Null’altro da segnalare salvo l’incertezza sulla data del furto. Il dichiarante aggiunge che secondo valutazioni personali il furto potrebbe essere stato commesso la notte di capodanno ... Vivacqua grugnì sovrappensiero. Prese il documento successivo e proseguì spedito … accompagnando la lettura con il dito indice. Ritrovamento dell’automobile … in data ventotto gennaio … in Via Matteotti a La Spezia. L’automobile risulta priva delle ruote … presenta numerose ammaccature … Vivacqua sfilò gli occhiali, appoggiò la schiena alla poltroncina e iniziò a masticare le stanghette. Alla sua destra vide lampeggiare la linea interna, pigiò il tasto e parlò: “Che c’è Meloni …” “Il dottor Basile del giornale La Stampa, chiede se …” “Non ci sono per nessuno …” “… può pubblicare il pezzo su Satana a Torino …”. Vivacqua sobbalzò. “Che minchia …!” portò alla bocca la mano di taglio e morse. “Fallo passare!” Basile aveva preso il posto alla “nera” del vecchio Baglioni. Con lui andava d’amore e d’accordo, si capivano al volo. Sapeva quando poteva azzardare e quando era meglio stare buoni. Con questo non c’erano ragioni … la libertà di stampa … il pubblico deve sapere … la Polizia deve rendere conto al suo datore di lavoro: il cittadino. Voleva fare carriera e avrebbe lasciato la mamma in cella con Pasquale Barra, detto o’ animale, per uno scoop. Non avrebbe chiesto il permesso di pubblicare neppure al Ministro, se chiedeva era perché voleva pararsi il culo, e magari saperne di più. Basile era un impomatato “giovanotto” di quarantadue anni, tutto cashmere e tenax. Entrò elegante nel blazer inamidato e tentò di stringere la mano al Commissario per incontrare il vuoto più impalpabile. “Si accomodi Basile. Non sono di buon umore e mio malgrado le ricordo che intralciare le indagini di Polizia è un reato. Fatta questa premessa, ha tempo due minuti per dirmi ciò che le occorre”. “Dottor Vivacqua … sono sicuro che dietro questa scorza di uomo rude c’è un poliziotto dal cuore grande che batte per i torinesi e …” “Un minuto e trenta …” disse caustico; “Ascolti Commissario. Siamo preoccupati dalle voci che girano a proposito di una setta Satanica in città. L’incendio all’alba di sabato pare nasconda l’ennesimo incontro …” “Venga al dunque dottore Basile” “Oh, beh, è presto fatto: secondo le mie fonti una persona potrebbe essere rimasta vittima nell’incendio. Si tratterebbe di un sacrificio umano perpetrato ai danni di uno sconosciuto …” “Sconosciuto dice … Quindi si tratterebbe di un uomo … sono curioso anche io a questo punto, la prego … prosegua” “Beh, capisce, si tratta di una segnalazione, niente di ufficiale … e la mia visita è orientata a verificare, con la sua collaborazione, s’intende … e mi farebbe piacere una dichiarazione a questo proposito. Lei si sente di rasserenare la cittadinanza? Possiamo dire che non è successo nulla di …”. Vivacqua capì l’antifona. Basile non aveva nulla in mano. Voleva un aiuto. “Tempo scaduto dottore. È stato un piacere incontrarla e per quanto attiene la dichiarazione … non ho nulla da dichiarare. Naturalmente se lei ritiene di pubblicare quello che la sua fonte ha rivelato … è libero di farlo … a suo rischio e pericolo, io dal canto mio non farò attendere i provvedimenti del caso. Per quanto attiene la presunta vittima la informo che qualora avesse nascosto informazioni rilevanti a proposito di un omicidio, il Codice di Procedura Penale parla chiaro. Dunque si sappia regolare”. “È una minaccia Commissario?” “No. È una promessa!” soffiò Vivacqua con un sorriso ambiguo. Quindi si alzò e con il braccio disteso indicò la porta. Basile si alzò a sua volta e con una smorfia che sapeva di vendetta uscì senza aggiungere altro. “Meloni!” tuonò Vivacqua nell’interfono: “Se Basile si rappresenta nelle prossime ventiquattro ore, non appena lo vedi gli spari!” Chiuse la comunicazione sogghignando al pensiero che Basile doveva essere proprio lì, davanti al telefono di Meloni. Vivacqua avvicinò il dossier sulla scrivania, inforcò gli occhiali e riprese a ragionare. Annarita Gatti … nata a Torre del Greco il 10 marzo 1976, da Giuseppe Gatti e Carmela Passatore, emigrati nel 1975, residenti alle Vallette, Viale dei Mughetti … lui è operaio alla Fiat e lei casalinga. È la terza di quattro figli, unica femmina della cucciolata! E che femmina; considerò il Commissario guardando le fotografie prese nell’appartamento del Martini. Scuola Media, Magistrali, poi al lavoro … Commessa alla Rinascente, agente di commercio e lavoretti diversi, l’ultimo registrato è come cassiera presso il Bar Risorgimento ... “Hai capito?” sospirò Vivacqua. Nulla da indicare per il resto, nessun precedente, nessuna segnalazione. Risulta residente presso i genitori e … Il Commissario pescò dalla tasca interna della giacca il notes … Secondo la testimonianza di un vicino di casa del Martini … convivente da … gennaio di quest’anno con il Martini stesso. “Non ha perso tempo l’amico … via una dentro l’altra!”. Bussarono alla porta, Vivacqua non ebbe il tempo di rispondere che Meloni entrò trafelato, posò un plico di fogli sulla scrivania, fece dietro front e sparì. “Che altro abbiamo … sempre da gennaio di quest’anno risulta proprietaria di una vettura marca Mercedes, modello Classe A. Multe … Vabbè!” Il plico portava le sigle del centro informatico dell’Arma e la dicitura “Uso interno. Riservato Confidenziale”. Vivacqua saltò tutte le parti burocratiche a andò al sodo. “Terreni Paola, via Bertola cinque, terzo piano … viene ritrovata cadavere il ventisette novembre del duemilaquattro, alle ore otto e trenta, dalla donna delle pulizie, tale Consuelo Cruz Da Silva che avverte la portinaia … eccetera eccetera. La deceduta è stata ritrovata nella vasca da bagno, immersa nell’acqua con accanto l’apparecchio radiofonico che si presume fosse alloggiato su una mensola ancorata alla parete opposta”. Vivacqua alzò gli occhi e provò ad immaginarsi la scena rimuginando ad alta voce su quelle poche parole dall’aria sospetta “… si presume fosse alloggiato su una mensola ancorata alla parete opposta”. “Hmm” brontolò dubbioso. “Le perizie eseguite dell’anatomopatologo presso la clinica universitaria delle Molinette … bla, bla, bla … morte avvenuta per arresto cardiaco … causato dalla scarica elettrica. Ora presunta del decesso, compatibile con la discreta permanenza del corpo in acqua … compresa tra le diciannove e trenta e le venti, del ventisei di novembre … “Strano orario per farsi il bagno, e morire fulminata da una radio che dovrebbe stare dalla parte opposta della vasca …” Considerò il Commissario. Pigiò ancora l’interfono e disse: “Meloni, quando torna la linea su quel maledetto computer mi porti il fascicolo completo della Terreni … e datevi una mossa”. Non attese risposta, cambiò pagina e s’immerse nella lettura. Volò sulle prime congetture investigative legate all’ipotesi dell’incidente domestico e si soffermò sugli approfondimenti. … visti i precedenti dissidi con il marito Ugo Martini –vedasi denuncia per lesioni del … e successiva dichiarazione resa al Pronto Soccorso … si è proceduto all’interrogatorio del suddetto, comparso per deposizione con il proprio avvocato professor Ventura … Le risultanze –vedasi verbale d’interrogatorio agli atti- vedono il Martini produrre un alibi con numerosi testimoni al momento del decesso della Terreni. Il soggetto risultava occupato nella propria attività presso il Bar Risorgimento … a quell’ora affollato di avventori. Presenti sul posto di lavoro, oltre al Martini, i dipendenti Annarita Gatti, cassiera; Pino Boccoleri barman; Stefano Tommasi, cameriere. Il Martini, dopo approfonditi accertamenti, è risultato presente sul posto di lavoro ininterrottamente dalle ore quattordici alla chiusura avvenuta alle ore ventidue e trenta circa. La vicina di casa … ha dichiarato di aver visto rientrare il Martini alle ore ventitre e dieci, ora nella quale esce d’abitudine con il cane … “Un alibi accussì non lo smonta neanche Parry Mason!” Sbottò Vivacqua pensieroso. La Terreni, risultava conduttrice dell’appartamento a far data dal gennaio duemilauno … utilizzatrice inizialmente saltuaria, fino alla data della richiesta di separazione –conseguente alle lesioni citate- a partire dall’ottobre duemilacinque … poi residente in via continuativa. Informazioni supplementari acquisite sulla vittima la descrivono benestante, intestataria di svariate proprietà immobiliari, dedita ad una vita notoriamente affollata di frequentazioni extra coniugali … all’origine delle abituali liti nella coppia. “Ecco, che ci andava a fare nell’appartamento di Via Bertola. Ricca e buttana … caro Martini, dovevi metterlo in conto … non si può avere tutto!” … le indagini bla, bla, bla, nell’ambiente delle amicizie intime … senza tuttavia escludere la forte probabilità di un comune incidente domestico … le statistiche nazionali confermano … Seguivano brevi commenti su ulteriori interrogatori riferiti a presunti frequentatori della vittima con una teoria di nomi e cognomi lunga una pagina. Vivacqua alzò lo sguardo verso l’orologio sulla scrivania per constatare le diciotto e quaranta, nulla nello stomaco dalla colazione del mattino e troppe cose ancora da fare. Quando squillò il telefono sapeva chi avrebbe trovato dall’altra parte. C’è chi lo chiama sesto senso, Vivacqua lo definiva naso di poliziotto. Mise da parte il fascicolo “Confidenziale” e d’istinto prese il dossier alla sua sinistra. “Sì, Loy, come andiamo?” Guelfa era uscita con il dipinto della delusione, anzi: della rabbia, scolpito tra le rughe del viso. Gik sapeva di avergli dato un dispiacere grande e sapeva che questa volta gli sarebbe passata con fatica. Però non se la sentiva di lasciare la partita a metà. Aveva già commesso quell’errore, fuggendo dalle sue responsabilità morali. Non sarebbe più successo. Quanto a Guelfa, era protettiva e questo era comprensibile, ma non poteva obbligarlo alla fuga. Aveva una strada da percorrere, doveva uscire dal buco nero … e conosceva un solo modo. Si avvicinò al telefono con l’intenzione di ordinare qualcosa per la cena al servizio a domicilio e fu in quel momento, che vide lampeggiare la spia dei nuovi messaggi sulla segreteria. Premette il tasto e ascoltò. “Mi chiamo Barbara, signor Ferro”. Angelo sentì accapponarsi la pelle all’istante. Una voce sottile, roca, giovane e quasi cantilenante con qualcosa di misterioso che lo turbò immediatamente. “Può sentirmi? Ho chiamato diverse volte nei giorni passati ma non ho avuto il coraggio di lasciarle un messaggio”. Ci fu una pausa durante la quale Angelo sentì il respiro quasi affannato della ragazza. “Ho avuto il suo numero da don Antonio, alla Curia Metropolitana, eeeh, niente, qualche giorno fa … mi ha suggerito di mettermi in contatto con lei. Si tratta di … è una cosa delicata … non posso parlarne con nessuno, solo con lei. Sono in possesso di notizie che la riguardano”. La ragazza fece un’altra pausa, questa volta sembrò interminabile. Angelo si avvicinò all’apparecchio con il fiato sospeso. “Lei è in grave pericolo. C’è qualcuno che le vuole male, eeeh, credo vogliano … beh, la richiamo in un altro momento …”. Seguì un fischio e il nastro si fermò. Angelo rimase attonito, quasi sbalordito. Riavvolse la registrazione e ascoltò ancora, incredulo. C’è qualcuno che le vuole male, eeeh, credo vogliano … “Vogliano cosa?” Alzò la voce. “… Cosa?” Un ruggito salì potente dallo stomaco per vibrare come un rullo di tamburi contro le pareti della cassa toracica. Dio che giornata, pensò accasciandosi sul divano. Non poteva andare avanti così. Prese la testa tra le mani e cercò di respirare … si concentrò e visualizzò un colore … Lo scatto della segreteria telefonica lo sorprese … non aveva neppure sentito lo squillo del telefono … “… mi sente? È in casa signor Ferro? … Pronto …” Silenzio. Angelo scattò in avanti, scavalcò il tavolino e si aggrappò alla cornetta. “Pronto?” “… Ho telefonato questa mattina … sono Barbara eeeh …” “Sì, ci sono. Angelo Ferro. Ho sentito il messaggio e voglio dirle che è un brutto momento per gli scherzi, mi creda signorina”. “Non ci conosciamo, signor Ferro” proseguì indifferente la voce, “Ho bisogno di parlarle. Devo liberare la coscienza e forse, da molto tempo a questa parte … posso fare qualcosa di utile. Ma non voglio parlarne per telefono: dobbiamo incontrarci, subito, questa sera stessa”. “Le stavo dicendo che non è un buon momento per scherzare signorina … Signorina?” “Barbara. Le basti il nome … non posso dirle altro. Io domani non sarò più qui … a Torino. Devo allontanarmi per un lungo periodo, capisce? Mi manda don Antonio … se lo ricorda?” Certo che lo ricordava. Forse la persona più buona d’animo che conoscesse. “Mi dia una traccia, una ragione. Perché dovrei incontrarla?” “Perché le conviene!” rispose impertinente. Angelo sentì di nuovo il sangue gelare nel sentire quella voce roca, così giovane e così risoluta. “Signorina … Barbara … come le dicevo è stata una giornataccia …” “Facciamo a casa sua … diciamo tra un paio d’ore, anzi: alle undici in punto. Mi da l’indirizzo?” “Corso Duca degli Abruzzi trentadue, ultimo piano” soffiò Angelo rassegnato. C’è qualcuno che le vuole male … ricordò con fastidio. Non riusciva ad immaginare che cosa potesse ancora succedergli. Sfogliò l’agenda, puntò lo sguardo sulla lettera A, e compose il numero. “Sì, chiedo scusa per l’orario … ho urgente bisogno di mettermi in contatto con Don Antonio potrebbe … ah, è uscito? Lo chiamerei sul telefonino se … capisco … no, non occorre alcun messaggio. Lo cercherò domani …”. Gik restò per un attimo con lo sguardo assente e il telefono a mezz’aria: decisamente non era la sua giornata. Si distese sul divano e dimenticò il vuoto nello stomaco, frastornato dal vuoto nella mente. Chiuse gli occhi e … Era stupenda. Nel guardarla si poteva avere un orgasmo. Rossa, cattiva, erotica. Tremilaottocento di cilindrata, trecentocinquantacinque cavalli privi di timidezza, pronti per essere scaraventati a terra senza ritegno. Oltre trecento chilometri l’ora, dischi in ceramica, assetto sportivo … Cabriolet, una Porsche 911 S che poteva avere una settimana di vita sì e no … targa tedesca … si sentì emozionato girando intorno all’auto, ferma nel parcheggio dell’hotel Meridien di Garlenda. Luca si allontanò per guardare la zona con distacco, per cambiare visuale e farsi un’idea. Non c’era nessuno. Mise le mani in tasca aprì la sua Clio, entrò e dal porta documenti pescò lo scanner digitale. Lo accese, lasciò che facesse la procedura d’avviamento, poi accese la sua macchina e posteggiò accanto alla Porsche, fu questione di un secondo e le quattro frecce lampeggiarono ad intervalli brevi. Il resto fu semplice routine. Si allontanò delicato come un gatto, fari spenti, motore a mille giri, frizione, piano con il gas. Una libidine. L’interno odorava di nuovo e i sedili di pelle erano un abbraccio femminile, quasi carnale. Girò un paio di curve, guardò il segnalatore del carburante e sorrise compiaciuto: quasi pieno. Si immise sulla statale, portò il motore a tremila giri e godette come un bambino sulla giostra dei cavalli. Lungo la strada del rientro ripensò alla giornata e si complimentò con se stesso. Era stato in gamba. Stava per diventare padre e sentiva che quella responsabilità lo avrebbe completato, forse Marcella e un figlio … una famiglia, erano il vero rimedio per dare una svolta definitiva a quella vita da ladro. Aveva un lavoro da portare a termine e un sogno da realizzare, quello sarebbe stato il giro di boa: incassati i soldi necessari a dare un calcio al passato, avrebbe chiuso con le porcherie. Ma in quel momento si sentiva un leone e voleva godersela. Accelerò, sentì il ruggito di un animale felice di dimostrare la potenza nascosta tra le lamiere: centonovanta, duecentoventi … quinta … Quella sera avrebbero festeggiato. Niente farinata. Duecentotrenta. Avrebbero mangiato come fanno i signori, senza guardare il lato destro del menu e avrebbero bevuto … champagne! Al diavolo tutto … “… Andiamo che se rinasco faccio il commercialista. Tanto … per vivere dietro una scrivania … Da giovane credevo di fare un mestiere per la gente e la sicurezza, quando ho scoperto che la carta era il mezzo più breve per fare carriera … cioè proprio quello che non cercavo nel lavoro, mi sono detto: se è questo il futuro, meglio cercarsi un posto dove la vita ha più qualità. E ho chiesto il trasferimento … qualsiasi posto, purché avesse il mare. Avrei voluto Olbia, io sono di quelle parti, dodici anni fa mi proposero Sanremo, e mi trovo bene, i miei figli sono cresciuti qui e non se n’andrebbero neanche se diventassi ricco, cosa impossibile con questo mestiere. Però non t’invidio Vivacqua, a Torino, con tutti i casini della grande città, quel traffico, la Fiat, gli scioperi, i clandestini …” sbuffò perplesso. “Dimmi che ti serve su quelle due povere sciagurate e vediamo se salta fuori qualcosa. A che punto sei?” “A zero. Quando capitò la … chiamiamola disgrazia, il sei gennaio di quest’anno, non erano affari miei, se non in modo marginale. Poi mi fu chiesto di dare un’occhiata da vicino al Roncati, marito della contessina Delia e genero della contessa Afdera. Andai a fare due chiacchiere, provai a strapazzarlo e il risultato fu disastroso. Il giorno dopo, dai vertici, mi tolsero l’incarico … che tra l’altro era esplorativo, dato che la competenza era vostra a Sanremo. Mi fecero sapere che avevo rotto la minchia. Con altri termini, naturalmente, ma la sostanza era che il Roncati aveva fatto intervenire amici potenti e … in quattro e quattr’otto mi hanno tolto dai piedi. Questo è quanto”. “Allora vediamo se ci troviamo con la storia. Siamo di fronte a più di un mistero da risolvere. Primo, il movente. Non abbiamo trovato nulla. Non c’è nessun appiglio sul quale lavorare. Il migliore, ovvero l’omicidio per interessi …” “Quindi, scusa se t’interrompo, secondo te il rapimento è definitivamente crollato come ipotesi indagatoria” “Mai dire mai! Secondo me, non siamo di fronte ad un vero rapimento. È un falso indizio, costruito per depistare, però, allo stato attuale, non mi sento di dire che lo possiamo escludere in assoluto. Ti dicevo dell’omicidio per interessi, ovvero dell’unica ragione che in casi come questi spiega tutto. Come sai, c’era in gioco un’eredità considerevole: titoli, proprietà immobiliari, liquidi … il tutto per un ammontare pari a diverse decine di miliardi di vecchie lire. Tutto finito nelle mani del solo erede: Rodolfo Roncati il quale, come sai, ha un alibi inattaccabile …” “Lo so. Mi ci sono rotto le corna nella chiacchierata fatta a gennaio. Al momento del doppio omicidio era nelle patrie galere a Saint Vincent. È stato visto al casinò giocare, vincere, perdere, ubriacarsi, fare a botte con tutti, fino all’arresto operato con ulteriore rissa … ha rotto il naso ad un agente, eccetera, eccetera. Ma l’amico potrebbe essersi servito di un killer, di un sicario, di un qualsiasi picciotto prezzolato che …” “Bene. A parte che nessuno mi toglie dalla testa che certi alibi, forti come pareti di calcestruzzo, puzzano di preconfezionato, ad ogni modo … finché non li smonti sono validi. Ci siamo concentrati su altre ipotesi, inclusa quella che hai suggerito. Abbiamo messo in pista segnalatori, collaboratori, mafiosi e mezze calzette. Sei mesi di lavoro per non avere in mano nulla. Sai che significa il vuoto totale? Così ci troviamo oggi”. “Altre piste?” sollecitò Vivacqua. “C’è qualcosa … debole come un filo di cotone, ma vale la pena di seguirla …” “Sarebbe?” “Andiamo con ordine. Dicevo dei misteri, parliamo del secondo. Sulla scena del crimine la Scientifica ha trovato molte impronte e … come avrai visto nel fascicolo, c’erano pure quelle del Roncati, il quale, durante l’interrogatorio con l’aiuto del suo avvocato disse che era difficile, ma possibile. Lui era stato in quella villa per qualche giorno tre mesi prima. Poi non era mai stato in tempi successivi. La Scientifica non gli crede. Secondo loro si tratta di evidenze molto recenti: una settimana, quindici giorni al massimo. Abbiamo fatto alcune verifiche ma non è emerso nulla di determinante e, con un alibi come quello che si ritrova, portarlo in tribunale sarebbe stato un suicidio: nessun giudice ci avrebbe ascoltato. Se invece riuscissimo a dimostrare che le impronte sono sue e che è stato nella villa i giorni immediatamente precedenti il fattaccio, sarebbe tutta un’altra partita! Ma, su questo fronte, ogni tentativo è finito nel nulla” aggiunse Loy amareggiato. “Che impressione ti ha fatto il Roncati?” “Non lo dimenticherò facilmente! È l’uomo più ambiguo e rivoltante che abbia mai avuto davanti: è scaltro, pericoloso … in certi momenti sembra che ti scavi dentro come uno psicanalista. Tu lo hai incontrato, non hai avuto la stessa idea?” “Sì. E penso sia un uomo misterioso, cattivo, capace di uccidere, e forse … lo ha già fatto. Che cosa sappiamo del passato?” domandò Vivacqua. “Come sai non risultano precedenti a suo carico. Abbiamo scavato fino ad un certo punto. Quando è stato prodotto l’alibi in tutti i particolari ci siamo fermati, era inutile rimestare l’acqua tiepida. Un uomo furbo, sposato bene, mai lavorato negli ultimi sei anni, ovvero dopo aver impalmato la contessina … che altro? Agente immobiliare e maneggione di qualsiasi affare negli anni precedenti, ma nessuna segnalazione alla quale appigliarsi per cavare qualcosa di utile. Voi avete altro?” “Ho dato al mio vice, Santandrea, un vero cane da tartufi, l’incarico di metterlo in controluce. Per ora non abbiamo niente su cui ragionare, ma appena arriva qualcosa di buono, se vuoi te lo spedisco. Non dimenticare che è tutto … hai capito no?” “Sì. Terzo mistero. La refurtiva. Dalla villa sono spariti diversi gioielli. Per quanto ho potuto vedere dalle fotografie, dovresti avere la distinta nel fascicolo, tutti regolarmente certificati e assicurati, solo uno è piuttosto importante. Un anello di Cartier d’epoca, con un diamante di valore; l’esperto della compagnia assicuratrice lo aveva coperto per un valore di centocinquantantamila euro. Questa refurtiva non ha preso il giro abituale dei ricettatori, altrimenti con il casino che abbiamo fatto sarebbe saltata fuori. E qui viene la domanda: chi è così pazzo da combinare un duplice omicidio e trattenere un pezzo di quel valore in tasca? Su questo interrogativo si aprono mille ipotesi: la refurtiva è stata tenuta come ricordino personale; oppure è stata buttata per paura di restare in galera tutta la vita; oppure ancora, ha preso la via dei mercati stranieri … Come vedi ci possono essere mille spiegazioni, nessuna sta in piedi senza aprire altre mille domande sulla ragione di un duplice omicidio. Non ti pare?” Vivacqua grugnì pensieroso. “Mi stavi raccontando di una pista che state seguendo …” “Sono due per la verità. Una come ti ho detto riguarda la refurtiva. Se è ancora da queste parti prima o poi salterà fuori. L’altra è una segnalazione su due soggetti visti nelle vicinanze il giorno del fattaccio. Si tratta di una testimonianza di due giorni fa. È rientrata dalla residenza di Londra la proprietaria di villa Daisy. Una vecchia signora di origini italiane che possiede questa proprietà a poche decine di metri da villa Dassault. Non era al corrente della morte delle vicine, è partita per Montecarlo il giorno stesso della disgrazia e sostiene di aver visto con il marito due soggetti che trafficavano in quei giorni con modi sospetti. Devo dirti che i testimoni hanno l’età del nonno di Lamarmora e non mi pare ci siano granché con la testa. Stiamo cercando di tirar fuori un identikit, non so cosa ne verrà fuori. Ma nella situazione in cui siamo … inseguiamo ogni alito di vento …” “Ho dato un’occhiata alla ricostruzione dei fatti e, devo dirti la verità … non mi ha convinto” disse con spontaneità Vivacqua. L’altro esitò per un attimo, indeciso se valutarlo un’offesa o una semplice considerazione. “Quale punto non ti ha convinto?” domandò prudente Loy “È tutto strano! Ascolta: due donne, da sole al mare pochi giorni dopo capodanno. Il marito di una delle due è in vacanza per i fatti suoi a Saint Vincent, questo tra l’altro gioca, perde, si ubriaca, picchia tutti quelli che capitano intorno … Anche a me sembra una messa in scena per darsi visibilità e avere una schiera di testimoni gratuiti, pronti a giurare davanti a Dio la deposizione che tra poco trasformerà in oro tutta l’eredità. Tra questi, una volante, quasi costretta a sbatterlo dentro: la ciliegina sulla torta per solidificare qualsiasi crepa futura, in un alibi già inaffondabile. Nel frattempo a Bordighera la villa subisce, in pieno giorno, un incredibile assalto: le due donne vengono catturate in casa propria, sequestrate e … Scusa, dimenticavo: le due donne, nobili, ricche, sempre circondate da un codazzo di domestici, sono in quel momento sole. Nessun allarme in casa, nessun custode …” “Avrai letto la questione dell’allarme e dei custodi nel fascicolo” interruppe Loy. “Voglio dirti qualcosa in più dei custodi perché li abbiamo torchiati a lungo e sono tranquillo di quel che dico. I coniugi Rovida si occupavano della villa, proprietà dei defunti genitori della contessa, fin dai tempi in cui la Afdera era una bambinetta. Sono entrati in quella casa marito e moglie più di cinquant’anni prima … sono dei fedelissimi. Nella dependance hanno fatto figli, li hanno cresciuti, sposati e visti partire. Ci hanno fatto i capelli bianchi, insomma. Dovevano andare in pensione molto tempo fa. Ma la contessa li voleva con sé a qualsiasi costo. I due accettarono di fermarsi per il tempo necessario a trovare altre persone di fiducia che però … non saltavano mai fuori. Forse la contessa sperava di convincerli a restare. A novembre lui, che già soffriva di cuore, ha subito un nuovo grave malore, è stato ricoverato e dimesso, ma non può neanche fare due passi in giardino: sta su una carrozzella e vivono in un appartamento di Ospedaletti. I figli stanno in Francia, gestiscono un ristorante sulla costa e, anche loro passati al setaccio, sono risultati estranei a qualsiasi ipotesi di complicità. L’allarme della villa invece, per motivi diversi, non è mai stato davvero utilizzato. Un po’ perché suonava a casaccio poi perché i custodi non lasciavano mai la proprietà, infine perché con il passare degli anni il congegno si è deteriorato, complice la salsedine, l’umidità, chissà che altro, e non è mai stato sostituito. Del resto in tanti anni non era mai successo niente”. Loy fece una breve pausa. Vivacqua sentì distintamente lo scatto di un accendino e lo sbuffo della prima boccata di una sigaretta. “… La contessa e la figlia si trovavano nella villa per sistemare la faccenda dei custodi. Ho parlato con la signora Rovida che in quei giorni mandava alla contessa una vicina di casa per le pulizie, ebbene lei confermò la mia ipotesi: la contessa doveva incontrare i futuri custodi e aveva già preso qualche appuntamento … ma non abbiamo trovato tracce interessanti per approfondire …” “D’accordo Loy, ma c’è qualcosa che non torna. Qualcuno è entrato nella villa. Il cancello è stato trovato aperto e già questa mi sembra una bella stranezza. Il portoncino principale sembra fosse chiuso, questo o questi, riescono a farsi aprire da una delle donne. Salgono al piano superiore. Qui le cose si fanno confuse. In casa sono stati trovati segni di colluttazione e macchie di sangue sulle scale e sul tappeto. Viene da pensare che la contessa o la figlia si è accorta di qualcosa ed ha reagito. C’era un attizzatoio a terra e potrebbe essere stato usato per un tentativo di difesa non riuscito. Prima domanda: ammesso che sia andata così, perché non ha usato il cellulare che probabilmente portava addosso … visto che si è trovata nella stanza una di quelle custodie da appendere al collo? Non si sa! Secondo: chiunque sia entrato, se voleva rubare a quel punto poteva arraffare ciò che voleva e andarsene, giusto? Invece le cose sembrano andare diversamente: prendono quel che capita in tutta fretta e … anziché tagliar la corda cosa fanno? Arrotolano le due donne in altrettanti tappeti, le caricano, le scarrozzano fino al porticciolo e, con il favore del buio, le trasbordano su un gommone … le portano al largo e le scaraventano in acqua? Io vorrei proprio sapere chi è così deficiente da combinare tanti guai per quattro gioielli che, ceduti ad un ricettatore, fanno un valore di cinquantamila euro o poco più! Ripeto Loy, non è convincente …” “Sono d’accordo Totò. Tu come la vedi?” “Neanche l’ipotesi di un rapimento per estorsione andato in vacca prima del previsto sta in piedi. Di sicuro ci avete pensato pure voi, ma … mettiti nei panni dei rapitori, per quanto sprovveduti, stanno lavorando per buscare soldi. La contessina Delia è stata buttata in acqua che era già morta, come dimostra l’assenza d’acqua nei polmoni. Perché l’hanno uccisa? Non era più utile da viva? Guarda, voglio venirti incontro e accetto l’ipotesi di un incidente: è morta per disgrazia. Gli è scappata la mano! Ma la contessa? Perché ucciderla se intendi chiedere un riscatto. Invece gli mettono dei pesi, la catafottono in acqua, ancora viva. Totale: hanno fatto un massacro, sono privi di ostaggi e hanno rischiato l’ergastolo per niente. No. Non sta in piedi! Manca qualcosa … il movente: perché? Senza movente la storia non la risolveremo mai …” concluse Vivacqua appoggiando la schiena alla poltrona. “Ci sarebbero un paio di strade alternative” riprese Loy in sordina. “Un po’ … diciamo pittoresche, ma non le butterei …” “A questo punto … direi che vale tutto. Sputa …” “Sai qual’era l’hobby della contessa?” “Passava per essere una stravagante, comunque no, non conosco il passatempo preferito” “Nella casa di Bordighera, c’è una stanza tappezzata di nero, pavimento, pareti, mobili ... Solo a guardarla mette paura. C’è un tavolo a tre piedi, una libreria e una collezione di testi di magia …” Vivacqua sentì un laser tagliare la schiena e uno stupido freddo improvviso impossessarsi della fronte. “… sei riuscito a farmi passare il buon umore” “Se ci fosse di mezzo una setta?” “Sei sicura di quello che fai? Voglio dire … non sei obbligata. La nostra storia è appena iniziata, un cambiamento così … diciamo radicale, potrebbe pesarti più di quanto immagini e cancellare in un colpo il nostro rapporto … mi costerebbe molto”. Silvano fece una pausa sufficiente per fare emergere dagli altoparlanti dell’auto il sottofondo di “Wish you were here”. Più in là le luci delle auto perforavano la serata tiepida e sfrecciavano disinteressate verso Torino. Al fondo di Corso Regina Margherita, in un angolo di campi coltivati a mais, Silvano e Barbara restavano fermi nella Fiat Punto a tubare e a considerare un futuro che avrebbero voluto diverso, come il passato, scuro e troppo affollato di decisioni sbagliate. “… Avremo bisogno dell’aiuto di Dio e di tutta la nostra forza interiore …” riprese Silvano con un sussurro, “Andremo al mare, dai miei nonni, in Veneto, tu potrai stare tranquilla: nessuno ti troverà … lì potremo ricominciare. Sai, loro hanno una vecchia casa nell’entroterra di Lignano … mi hanno promesso la stanza al primo piano, tutta per noi, non vedono l’ora di conoscerti. Per i primi tempi andrà benone poi, quando sarà ora, decideremo cosa fare, magari in una casa tutta nostra. Ti piacerà … vedrai”. Avvicinò il volto e incontrò le sue labbra, le sfiorò con tenerezza e fu ricambiato da un senso di calore nel quale sprofondò leggero, quasi smarrito. Si guardarono al buio e i loro occhi sembravano consapevoli di una felicità sfuggente, incapace di restare tra loro e incollare i pezzi di due sopravvissuti in cerca di un’occasione per approdare al sicuro, lontani dalla burrasca e da quel mare, che fino ad ieri li ha sbattuti sugli scogli come relitti di un naufragio dimenticato. Uno scricchiolio all’esterno catturò l’attenzione di Silvano. Si liberò dell’abbraccio e restò per un attimo in silenzio con le orecchie tese, Barbara lo guardò stranita. Gli era sembrato un passo strascicato, proprio vicino alla sua portiera; girò la chiave nel cruscotto e accese i fari che puntarono sul mais maturo, ormai ben più alto del tetto della vettura. Era troppo vicino per vedere qualcosa nel fitto del campo ma, forse per un gioco d’ombre, gli era sembrato di leggere un movimento, come uno spostamento repentino. Barbara non parlava. “Hai sentito?” domandò Silvano. “Che cosa?” “Come un passo … qui, sul mio lato …” “Dai scemo. Vuoi mettermi paura …” Silvano concentrò gli occhi nel fitto, con un’espressione attenta, mosse la testa di lato come se avesse individuato qualcosa di sospetto, quindi alzò le braccia, simulò un ululato e si buttò su Barbara che scattò indietro con un gridolino. Faceva ridere … in quel momento. Barbara si divincolò, accese una sigaretta, tirò giù il finestrino due dita e Silvano approfittò per sbrigare un bisogno urgente. Sollevò la sicura, aprì la portiera e si avviò verso il muso dell’auto per sistemarsi con i fari alle spalle. Sbottonò i jeans e pisciò. Lo sportello dell’auto era rimasto spalancato. Un senso improvviso di vulnerabilità s’impadronì di Barbara. Avrebbe voluto chiuderlo. Adesso il rumore del traffico entrava nell’auto per mescolarsi alla musica, copriva il respiro di quel tratto di campagna e l’effetto risultò fastidioso. Sbuffò di lato un filo di fumo verso il vuoto; nel buio prese la forma di un cono grigio denso e compatto. Quando vide tra i baffi di fumo un sussulto in lontananza nel grano, quasi un ondeggiare, restò per un attimo immobile, sospettosa. Concentrò la vista e le sembrò di vedere le cime vibrare, come se ritornassero erette dopo uno spostamento. Inclinò la testa di qualche centimetro e guardò con attenzione, tesa, i muscoli tirati. Niente, tutto fermo. Un effetto ottico, o il venticello serale. Barbara sentì un tremore. Silvano girò su se stesso con i pantaloni sbottonati, fece due passi per fermarsi davanti alla ruota sinistra, completò l’operazione per ricomporsi quindi si abbassò, per sparire dalla visuale. Barbara sentì l’ansia innalzarsi sulla posizione d’insopportabilità. “Dai Silvano … fa freddo, rientra, mi fai morire …”. Nessuna risposta. “Silvano?” ripeté preoccupata. Uno stropiccio sul terreno fu una risposta insufficiente per rilassarsi. “Silvano?” Dopo un attimo ricomparve alla vista, rientrò in auto, finalmente chiuse la portiera e Barbara tirò il fiato. Era spaventata e non riusciva a darsi una spiegazione. Le mani improvvisamente sudate e fredde si muovevano irrequiete. “… Devo dire a mio padre che le gomme sono quasi andate …” commentò sopra pensiero Silvano. “… Stavo pensando alla tua amica …” riprese cambiando discorso. “… non mi sembra una buona idea andar via così, senza un avviso, un chiarimento. Perché non le parli questa sera?” “Ti ho detto che non voglio!” rispose con asprezza. “Hei, che ti prende?” “Non lo so. È che … questa situazione. Non ne posso più. Davvero. Preferisco non dire nulla a Simona, cercherebbe di farmi cambiare idea, farebbe domande, vorrà conoscere le ragioni ... Te ne ho parlato: Simona è una così … non accetta le situazioni e … finirei per dire cose che la metterebbero in pericolo. E questo proprio non lo voglio. Lei per me è stata una persona importante; quando ero in difficoltà, l’unica ad offrirmi aiuto è stata lei. Non voglio che paghi per la sua generosità. È per questo che non le ho mai parlato neppure di te. Ascolta, perché non andiamo via, si è fatto tardi … poi, questo posto mi mette agitazione …”. “Fai come vuoi … a me sembra brutale. Vivi con lei da mesi e all’improvviso sparisci nel nulla. Fai le valige e parti senza spiegazioni. Come minimo se non ti vede tornare chiama la Polizia … e così viene fuori un casino peggiore …” aggiunse incurante. Silvano si voltò verso il finestrino. Gli era sembrato di vedere qualcosa con la coda dell’occhio; un abbassamento di luce … un’ombra. “Meno cose sa, meglio è …”. Sentenziò con un velo d’incertezza. “E se gli scrivo due righe?” Barbara alzò lo sguardo, spalancò gli occhi quando sentì il rumore di un rametto spezzato … sulla sua destra, proprio accanto alla portiera. Aprì la bocca ma non uscì un suono. Allontanò con forza il compagno, questa volta cacciò un urlo che riempì l’abitacolo di terrore e si tuffò verso il pulsante di bloccaggio delle porte. Silvano restò allibito e … tutto accadde in un attimo. Sulla sinistra, dalla stradina, una coppia di fari illuminò la loro macchina. Barbara gridò: “Sono loro, sono loro, viaaaa!” Silvano, sgomento, portò la mano destra verso l’accensione ma restò paralizzato, nel vedere comparire dal nulla, accanto a sé, una tunica nera e un cappuccio dal quale due occhi terribili bucavano la notte. Impugnava una lunga falce che iniziò a roteare come una bandiera. Dalla destra un’altra figura nera emerse silenziosa. Barbara sentì mancare il cuore, gridò con tutto il fiato e quello dal suo lato impugnò il lungo bastone, lo fece piroettare e lo scaraventò sul vetro che andò in frantumi. Barbara saltò di lato urlando impazzita. Silvano con le mani tremanti fece girare la chiave, ingranò la retromarcia e sparò tutta la forza del motore per restare misteriosamente fermo. La macchina ondeggiava furibonda come su un’altalena invisibile, il motore fuori giri produceva vibrazioni ed un fumo acre mischiato al puzzo di gomme roventi bloccate da cunei di metallo. Le due figure si avvicinarono minacciose menando fendenti sui vetri che schizzarono scintille e frammenti in tutte le direzioni. Barbara saltava da una parte all’altra dell’auto in preda al panico, gli occhi fuori delle orbite. Accanto, lenta ma inesorabile, si avvicinava la vettura con i fari accesi. Era questione di un attimo e sarebbe arrivata sul fianco sinistro. Silvano sbuffava terrorizzato, gli occhi saettanti in tutte le direzioni, cambiava marcia alternando la prima e la retromarcia in un dondolio agonizzante, fino a quando iniziò a sterzare le ruote e riuscì a procurarsi qualche centimetro di spazio per avere più spinta. Dal suo lato vide con la coda dell’occhio il riflesso di una luce, scansò la testa d’istinto e sentì la lama sibilare sul volto, così vicina che quando gli strappò l’orecchio quasi non se n’accorse. In un attimo l’urlo e l’odore del sangue riempirono l’auto. Ancora una sterzata, lasciò la frizione di colpo e il muso dell’auto si alzò in una inpennata goffa che atterrando produsse l’apertura del cofano. L’auto sussultò sugli ammortizzatori finalmente libera. Un altro sforzo e sarebbe stata all’esterno dei ceppi. Silvano si voltò di lato per schizzare fuori in retromarcia; con un pizzico di fortuna sarebbe riuscito ad evitare l’urto con quel mostro nero come uno scarafaggio. Tolse il piede dalla frizione di colpo, l’auto scattò all’indietro con un ruggito per incontrare il fuoristrada che a tutta velocità, sul lato sinistro, sgommava rabbioso. L’impatto fu devastante. La Punto ondeggiò sollevandosi di lato. Silvano sentiva la pressione del cofano del fuori strada sulle lamiere alla sua sinistra. Ingranò la prima e tentò di liberarsi dalla presa. Fu una cattiva idea. L’auto sussultò, prese a curvare verso destra su due ruote, alzandosi al limite del ribaltamento. Il motore ruggiva fuori controllo e Silvano era ormai disarcionato dal sedile. Il fuoristrada scattò ancora in avanti senza pietà. Barbara volò di lato, sbatté il capo ed un fiotto denso, rosso, schizzò dalla bocca. Per un attimo restò frastornata, ma quando l’adrenalina tornò a pompare nelle vene si lanciò verso il finestrino posteriore. Silvano gridò: “Scappa Barbara, vai via, non ti fermare, corri nei campi!”. Dal lato sinistro il fuoristrada strattonava la Punto e sparando terra dai copertoni, in un fragore di lamiera contorta, ribaltò la Punto. Barbara uscì dall’abitacolo incespicando, corse in avanti al limite dell’equilibrio. Vide davanti a sé l’ombra piantata sui due piedi come un guerriero implacabile sbandierare la falce, minacciosa; d’istinto si chinò in una scivolata per sgattaiolare di fianco. Sentì il fischio della lama a pochi centimetri della testa compiere il primo arco di una traiettoria che volteggiò fulminea per produrre come un’elica un secondo arco, che s’infranse sulle cosce. Fu il legno del bastone a colpirla con una violenza tale che Barbara sentì un dolore lancinante, così forte da toglierle il fiato. Dietro, la Punto latrava impotente, rovesciata sul dorso come una stupida tartaruga. Silvano sbirciò dal lunotto posteriore e dal lato destro, le sagome di due figure erano ferme in posizione di attesa, lo stavano aspettando. Finse di uscire dal finestrino posteriore, ma appena prima di sporgersi sentì la falce fischiare rabbiosa ad un palmo dal viso. Sul soffitto dell’auto capovolta tutti gli oggetti liberi erano disseminati nel caos del sottosopra. Silvano vide il bloccasterzo, impugnò il lato curvo, lo sfilò dalla ghiera, quindi scalciò per darsi la spinta e saltò fuori con un’acrobazia, dal lato opposto. Sgusciò atletico, rotolò a terra su se stesso nella zona in ombra, guardò verso Barbara e volò per correre in soccorso alla donna amata: era china, rantolava chiusa su se stessa come un porcospino ferito. Con le mani stringeva la coscia destra, mugolava e sembrava incapace di difendersi. Di fronte a lei una tunica nera saettava la falce facendola turbinare: sembrava pronto al colpo di grazia. Due incappucciati fecero di corsa il giro della Punto e si pararono davanti; quello più alto fece roteare la falce come una majorette. L’altro, proprio di fronte, rideva, illuminato dai fari del fuoristrada dal quale arrivò un rumore di portiere, stavano arrivando rinforzi, non c’erano vie d’uscita: li avrebbero scannati come vitelli. Silvano osservò la situazione e in un attimo decise. Fintò la corsa in direzione del più lontano il quale, sorpreso della reazione, fu costretto ad indietreggiare. Silvano approfittò del momento d’incertezza, bloccò la corsa e schizzò di lato, verso il campo di mais. Entrò nelle canne come un fulmine, girò verso il lato più buio e saettò verso destra. Dietro i due urlarono. “Tu a destra, io a sinistra, voi due di corsa, venite a darci una mano …” Silvano si buttò a terra, c’era una visuale migliore, se fosse arrivato qualcuno lo avrebbe visto prima che l’altro se n’accorgesse. Per un lungo momento restò sdraiato a terra, il cuore batteva all’impazzata, respirava con la bocca. Non sentiva Barbara, cercò di fare il punto per individuare la posizione e stabilì che doveva essere a trenta metri circa, appena a sinistra e, se si fosse sbrigato … l’avrebbe trovata ancora viva. All’improvviso sentì il motore del fuoristrada e poco dopo vide i fari sciabolare nel grano. Puntavano a sinistra, a una decina di metri da lui; un’altra coppia di fari s’illuminò e vide la sagoma di un uomo avanzare. Era troppo distante per preoccuparsene, questo, con il fiatone gridò: “Non è qui! Non c’è … maledizione, non deve scapparci …” la risposta arrivò immediata sulla destra. “Qui neanche … dove cazzo …” un secondo più tardi vide il grano davanti a lui piegarsi. Uno degli incappucciati era lì, a due metri. Silvano si sollevò in ginocchio, attese di averlo a portata quindi schizzò in verticale e con tutta la forza vibrò un colpo alla cieca, fortissimo. Il gancio del bloccasterzo prese in pieno il bastone della falce che andò a sbattere contro la fronte dell’incappucciato. Era un colpo duro, nonostante ammortizzato dall’ostacolo. L’altro vacillò, lanciò un urlo e Silvano colpì ancora, all’altezza del viso, questa volta non incontrò resistenza, quello si accasciò con un gemito ai suoi piedi. Silvano non ci pensò un secondo. Si appiattì nel buio, fece un giro largo nel grano, a ritroso, cercando di sbucare qualche metro dietro Barbara. Non badò troppo alla prudenza, contava di più la sorpresa e si sforzò d’essere veloce nonostante la paura gli legasse i movimenti. Dietro, le urla ripresero confuse. Il fuoristrada manovrava per illuminare il campo e lui tirò un sospiro, lo stavano cercando lontano. Con prudenza si avvicinò al bordo dell’area seminata per individuare Barbara, quando la vide stesa a terra, immobile, gli si fermò il cuore. Non potevano averla uccisa! In un attimo le forze sembrarono abbandonarlo. Vicino, un guardiano stava all’erta, si voltava in tutte le direzioni con la falce in rotazione, sembrava uno sbandieratore. “Silvano …” sussurrò Barbara. Sollevò il capo leggermente e riprese, “Aiutami Silvano …” l’uomo la colpì ancora. Lui schizzò fuori come un indemoniato: prese la rincorsa e volò con i piedi in avanti per scaraventarsi sulle costole del nero bastardo a pochi metri da lui. L’altro cadde sul fianco senza un lamento. Silvano udì chiaramente il rumore d’ossa rotte, ma non capiva più nulla. Terrorizzato, senza fiato, con gli occhi rossi e una lunga striscia di sangue sul viso, si avventò sul malcapitato, gli salì a cavalcioni, afferrò il bastone con la falce e lo premette sulla gola, fino a quando il cappuccio scoprì un volto anonimo, con gli occhi spalancati all’indietro, un fiotto di saliva ai lati della bocca e … Fu l’ultima cosa che vide. La lama lo passò attraversando il collo come un coltello nel burro e gli spiccò la testa, che rotolò assurdamente a terra in un rimbalzo scomposto. Il corpo restò a cavallo per un istante, inerte, come indeciso sul da farsi, poi s’inclinò di lato e cadde esanime. Barbara urlò sparando la sua voce nella campagna ormai silenziosa. Un grido di dolore disperato e struggente, come per annunciare la fine del mondo a tutto l’universo … e l’avvento di una forza maligna invincibile … Forse tutti la udirono con un brivido, quella voce, quella notte senza luna. Gli piaceva trattarsi bene e la camera dell’hotel Principi di Piemonte di Torino prometteva un soggiorno all’altezza delle aspettative. Del resto il lavoro che faceva era stato buon maestro: oggi sei vivo … domani uno stronzo ti pianta una pallottola in faccia. Meglio godersela finché sei in tempo! Incrociò le gambe sul letto, prese il calice di Sauternes, allontanò il vassoio con i resti della cena e scolò il bicchiere, quindi prese la mezza bottiglia di Chateau d’Yquem e la osservò malinconico: finita. L’uomo pigiò un tasto del telecomando e il faccione bonario del Senatore Pagani riempì il teleschermo. Solo a vederlo sentì torcersi lo stomaco. Forse l’uomo più ambiguo che avesse mai calcato la scena politica; adesso discuteva di elezioni e del suo inevitabile ritorno alla guida del prossimo governo. Era costretto, diceva, dalla volontà degli elettori e dalle condizioni del Paese. L’uomo sogghignò per sortire un commento a mezza voce: “… fossi in te non ci scommetterei un soldo!” Pigiò ancora il telecomando, cambiò canale e la pubblicità di una crema anticellulite gli sembrò un sollievo. Era tempo di resoconti. Lui non aveva nulla da dire, salvo che si trovava sul terreno delle operazioni e i suoi collaboratori avevano mosso le prime pedine. Niente d’importante, semplice logistica … organizzazione, qualche telefonata per sistemare i collegamenti; le solite piccole cose che rendono il lavoro più sicuro. Non c’era bisogno di dire la verità. Anzi, era vietato. L’uomo si distese di lato sul letto, prese la pesante valigetta, la issò, avvicinò l’iride allo scanner, fece scattare l’apertura e con calma recuperò il contenuto. La Glock S34 automatica dormiva innocente, suddivisa nella custodia in pezzi ordinati, lucidi ed efficienti. La guardò con affetto, era molto di più che un attrezzo da lavoro, era una compagna, gli aveva salvato la vita in due occasioni, l’ultima, un’imboscata in Somalia, non l’avrebbe dimenticata tanto presto, portava le cicatrici sulla spalla e su una guancia. Prese il fusto di plastica e iniziò ad assemblarla con calma, con le mani sicure a ripetere gesti compiuti mille volte. Avrebbe saputo farlo al buio, con una mano sola, durante il sonno. Terminò il montaggio quasi eccitato dal rumore degli incastri e dei meccanismi, fece scorrere il carrello sulla guida e finse di caricare, quindi impugno con due mani, ruotò su se stesso alla ricerca di un bersaglio, fissò un punto nella stanza, liberò le tre sicurezze, mirò, e sparò a vuoto. Inserì nel calcio uno dei caricatori speciali da diciannove colpi, avvitò il silenziatore e impugnò per prendere confidenza con il nuovo equilibrio. Si gingillò per un attimo, quindi commentò soddisfatto: “Perfetta!” Tornò alla valigia, contò i caricatori, controllò la micropistola in ceramica da due colpi, le fondine e gli accessori, quindi prese il computer portatile, alcuni fascicoli, banconote europee per qualche migliaio di Euro e circa altrettanti in dollari americani. Restò a guardare facendo mentalmente l’inventario, infine pescò il sistema computerizzato di comunicazione e trafficò qualche minuto per abilitarlo, quindi impostò il codice di riconoscimento e compilò il numero. Ci vollero pochi secondi per agganciare il segnale e sentire dall’altra parte la voce dell’interlocutore. “Buonasera. Primo rapporto operativo …” disse in tono marziale. “Buonasera” replicò l’altro. “Mi trovo sul campo di gara e stiamo ultimando l’installazione della piattaforma. Siamo in attesa di istruzioni per intervenire con il monitoraggio e le eventuali iniziative di affiancamento”. “Confermo le istruzioni di questa mattina. Il Committente ha ricevuto il suo promemoria e si è attivato per le necessarie istruzioni. I bersagli sono stati sensibilizzati e ci risulta confermato l’intervento da parte delle forze investigative locali” “Il nome del responsabile?” “Commissario Capo Salvatore Vivacqua” “Sarà possibile ricevere una traccia …?” “Come concordato. Il materiale è nella sua Casella Postale, inclusa la password a tempo per la consultazione del Repertorio Generale e delle banche dati delle principali istituzioni. Se non c’è altro resto in attesa del secondo rapporto” concluse sbrigativo. “A domani”. Rispose l’uomo. La formalità era conclusa. Controllò che il computer avesse registrato la conversazione, riascoltò un frammento, quindi digitò il nome del salvataggio: “Dossier S. Primo rapporto”. Lanciò il comando per l’apertura della posta elettronica e in un lampo il cursore di download completò la corsa. Il messaggio era anonimo, privo d’intestazioni o simboli ufficiali. L’uomo aprì il file e restò per un attimo a leggere sorvolando sui dettagli, l’avrebbe studiato in un secondo momento. “Salvatore Vivacqua. Palermo, 10/1/47. Figlio di Giuseppe Vivacqua (defunto il 3/3/99) e Maria Ligresti, residente in Palermo, Vico della Fontana 7 … vedova, pensionata …” Fece una smorfia: “Un compaesano”, mormorò. “Vediamo di non fare malefigure Totò. Fai buona caccia così ce ne torniamo tutti a casa”. Il messaggio proseguiva con informazioni dettagliate sui principali collaboratori del Commissario e sui superiori. L’uomo sbadigliò. Non aveva voglia di occuparsene. Premette il pulsante del disco rigido, scelse un opzione e sul monitor comparve la richiesta della password. Sbuffò, inserì il lungo codice, dette l’invio e il disco iniziò il lavoro di ricerca. Il titolo campeggiò sull’indice della documentazione: DOSSIER “S”. Era la seconda volta che trafficava con il documento. La prima era stata circa un mese addietro, quando lo ricevette dal maresciallo Bertalli. Non era autorizzato a ficcare il naso, ma aveva imparato che, nel suo mestiere, non sapere aveva il vantaggio di restare distaccato dalle porcherie e funzionava anche da anestetico morale. Ma sapere aveva il vantaggio di calcolare i rischi e fare previsioni sulla possibilità di sentir fischiare le pallottole. Lui con il tempo aveva optato per la seconda delle due: meglio sapere! Quando ricevette il documento non ebbe il tempo di esaminarlo. Bastò dare un’occhiata alle prime pagine, ai nomi coinvolti, per sentire contemporaneamente odore di soldi e di guai grossi. Era con il suo collaboratore di fiducia, un altro ex dei servizi, insieme avevano letto la prima parte. Fu lui ad accorgersi dei “fili sospesi”. Sempre lui, fu così abile da immaginare come utilizzare quel documento scottante. Chi lo aveva comprato era interessato ad un utilizzo pre-elettorale: non c’erano dubbi … esistevano almeno due percorsi per utilizzare quel materiale, ed una sola grande via: la scoperta da parte di una autorità indagante. Niente stampa, giornalisti o vie oscure per farlo saltar fuori. Qualcuno lo avrebbe casualmente “ritrovato”. Questa era la soluzione. E, guarda caso, c’era qualcuno già inconsapevolmente pronto a rendersi attivo per i loro scopi. Il difficile era, fare tutto al buio, in poco tempo. Da subito avevano capito che il fattore chiave per incassare una parcella d’oro era la tempestività. E si erano dati da fare. Era da un mese che ci lavoravano sopra in segreto. Un mese di vantaggio. Era stato sufficiente per elaborare una strategia di guerra e per fare qualche giro: Torino, Borgomanero, Stresa, Bordighera, ancora Torino, qualche telefonata, un certo numero di fotocopie, qualche pedinamento, depositare qualche esca … un bel lavoro! Certo, il Committente avrebbe potuto lasciar cadere la proposta, e loro si sarebbero trovati con un pugno di mosche e un po’ di tempo sprecato. Però in gioco c’era un bel gruzzolo … ne valeva la pena. Del resto non avevano di meglio da fare e, per lui che si sentiva in pensione ed aveva fatto programmi per lasciare definitivamente il lavoro, quella era una seccatura. Niente d’insopportabile, ma una seccatura. Questo era l’ultimo incarico, poi avrebbe mandato tutti a quel paese. Erano due anni che giurava: questo è l’ultimo. Aveva messo da parte abbastanza denaro che non sarebbe riuscito a spenderlo neppure nei prossimi cinquant’anni. Il congedo era rimandato di quindici giorni. Accettabile, tutto sommato, e divertente. Riprese il portatile, si avvicinò e ricominciò. “Diamo un’occhiata”. L’uomo conosceva per grandi linee lo scopo dell’operazione denominata Stargate ma, fin dalle prime volte che ne sentì sussurrare, ai tempi nei quali, giovane capitano, era stato distaccato al centro di Coordinamento Italiano con gli alleati del Patto Atlantico, gli era sembrata una fesseria. Un’americanata. Poi, quando Stargate si mosse per le prime operazioni sul campo, dovette ricredersi. Avevano ritrovato e grazie a loro liberato dal rapimento, il generale Dozier … mica fesserie! Fu un colpaccio, dritto al cuore delle Brigate Rosse. Ma già quattro anni prima, avevano avuto un ruolo di primo piano nella ricerca del covo dove era nascosto il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e forse, non ci fossero state implicazioni scomode per troppa gente, in testa a tutti la CIA, l’avrebbero trovato … e anzi, tra gli addetti si diceva senza mezzi termini: l’avevano individuato! Non erano fenomeni da baraccone. L’idea era buona, anche se … In realtà lui non ebbe mai l’occasione di entrare in contatto con membri dell’operazione, ma nell’ambiente dei servizi italiani, qualcuno, collegato agli americani, ogni tanto parlava di quel lavoro … L’uomo scorse l’indice del fascicolo e andò a cercare le fonti dell’operazione. Studiò per un attimo, quindi aprì il file “Concept Project”. Lasciò sfilare alcune pagine e si arrestò di colpo quando riconobbe l’insegna: l’aquila voltata a sinistra campeggiante sullo scudo bianco e la rosa dei venti. “Eccoli qua …!” mormorò: “Parli del diavolo …” I simboli li avrebbe riconosciuti un bambino. Central Intelligence Agency. Langley, Virginia. Era la copia di un documento simile ad un rapporto. L’uomo guardò svogliatamente le prime righe. Memorandum for R. J. Colton Criminal Division Subject: G. A. - Reporting of New Intelligences Strategies. La firma, precedente le sessanta pagine di allegati, era di un non meglio identificato: W. Tosky. Deputy Counsel for Intelligence Policy. La data era di aprile del millenovecentosessanta. Nel rapporto la classificazione era piuttosto semplice e riguardava materiale proveniente da un laboratorio situato in Arizona. C’erano rapporti di diversa natura: Medici, Genetici, Farmaceutici, di Sperimentazione, Risultati statistici, Modalità dei test … e via proseguendo in una teoria di commenti più o meno approfonditi. Probabilmente quello era lo studio preliminare redatto per la richiesta di approvazione e stanziamento di fondi. Il materiale, osservò l’uomo, era inviato in copia ad un numero sterminato di lettori: Washington DC - Case Officer, Directorate of Operations; Former Analyst, Directorate of Intelligence; National Intelligence Officer and Director Office of Regional & Political Analysis; Former advisor, National Security Council; Former Analyst, Directorate of Intelligence; Former deputy assistant secretary of defense for special operations … Tutta la crema dell’Agenzia e parenti stretti. Il documento proveniva dagli archivi italiani del Sismi dunque, poteva significare solo una cosa: in Italia qualcuno se n’era interessato da vicino. Tanto vicino da aver lasciato tracce negli archivi segreti. Trafficò con il cursore, scese di qualche pagina finché trovò le prime informazioni scottanti. Chissà, si domandò l’uomo, se il compaesano Vivacqua sarebbe stato capace di trovarlo con le sue forze … oppure se ad un certo punto sarebbe stato costretto ad intervenire. Si alzò dal letto con un brontolio, guardò l’orologio: le ventidue e trenta, “neanche tardi …” commentò. Era indeciso se rivestirsi e uscire per cercare compagnia adatta a terminare la giornata, o tornare a letto … in compagnia del Dossier S. MARTEDÌ 6 giugno La notte aveva rinfrescato l’aria e non c’era più traccia della calura del giorno precedente. Di sotto il traffico si era preso una pausa e i grandi viali respiravano di quel buco di attività, come un tempo morto inspiegabile tra chi va e chi viene. Mancavano pochi minuti alle cinque, ormai chi tira tardi era rientrato e chi si alza presto stava godendo dell’ultima mezz’ora di sonno, poi avrebbe lasciato il letto e ripreso i combattimenti per la sopravvivenza, in una città che aveva perso tra le luci il proprio passato. Torino non era più nulla: non c’era più traccia della monarchia che aveva voluto un’Italia unita e dalla Sabaudia governava quel buffo stivale instabile. Non c’erano più gli ingegneri cresciuti negli scantinati che, con l’orgoglio dell’uomo fatto da sé, portavano il gas, la corrente elettrica, la radio, la televisione nelle case dei nuovi italiani. Non c’erano più i cortili con le officine meccaniche dove si facevano le viti, i bulloni, o la plastica. Non c’era più quella cultura positivista che aveva spiantato il meridione e svuotato le campagne con il miraggio del benessere fondato sul posto fisso. La favola di un bancomat inesauribile, pronto alla ricarica ogni ventisette del mese, era franata avvolgendosi nella polvere dell’illusione. Non c’era più nulla, sostenuto da un nulla più aleatorio, fatto di orgoglio velato dalla nostalgia di quando Roma faceva i conti con Torino, e Milano era una vicina allegra e spaccona. Adesso gli occhi smarriti avevano sostituito la prosopopea altera sotto l’insegna del tutti contro tutti, a caccia del pane quotidiano. Gik stirò le braccia sollevandosi indolenzito dal divano. Sentiva la schiena bloccata e quella maledetta gamba scricchiolare come certe vecchie sedie bisognose di un posto in cantina. Sbadigliò incerto e con lo sguardo vacuo provò a mettere a fuoco: era da molto che non gli capitava di addormentarsi sul divano. Le finestre del terrazzo erano ancora aperte e lasciavano passare una luce morbida, che non aveva nulla da spartire con l’orario registrato in un angolo dei ricordi. Aspettava visite per le undici. Incespicò cercando le scarpe mentre con gli occhi puntava il display dell’orologio sulla libreria: le quattro e cinquantacinque!?! Un intreccio di pensieri si affacciò prepotente a caccia di risposte. Quella Barbara aveva suonato il campanello alle undici, ma lui dormiva tanto da non sentire? Buttò l’occhio verso la segreteria telefonica dove lampeggiava la spia dei messaggi. Premette il pulsante e con sorpresa riascoltò il contenuto dell’ultima conversazione, rimasta incisa per qualche accidente di motivo … “Signorina … Barbara … è stata una giornataccia …” “Facciamo a casa sua … diciamo tra un paio d’ore, anzi: alle undici in punto. Mi da l’indirizzo?” “Corso Duca degli Abruzzi trentadue, ultimo piano” Si grattò la testa perplesso, girò alla ricerca dell’orologio da polso e lo rintracciò sul tavolino, guardò con calma per ricevere l’inutile conferma: le cinque e due minuti. Con la lucidità di un automa si trascinò fino alla cucina sbadigliando, e preparò l’occorrente per il primo caffè della giornata. Sentì una voragine nello stomaco: da quanto tempo non mangiava? Prese un vassoio, sistemò qualche biscotto pescando frammenti da tre buste diverse, caricò la caffettiera e si organizzò per fare colazione sul terrazzo. Girò alla ricerca di un gilet, tornò indietro e accese il televisore, scelse un programma con le notizie che tanto non avrebbe ascoltato, girò a vuoto raccogliendo un notes, la penna e la raccolta di biglietti collezionati nei mesi precedenti: era ora di uscire dal tunnel. La caffettiera sbuffò fischiando sommessa per vomitare un fiotto scuro e catramoso. Angelo si sistemò con la vista sulla collina e per un momento restò immobile, a catturare i colori dell’alba ormai sfumata e di quella bruma ferma come una nuvola amica, testimone di un nuovo giorno tutto da costruire. Lasciò andare la mente nella modalità percettiva e mille voci si sintonizzarono contemporaneamente in una folla indistinta di preghiere, pensieri, proposte ma una, una in particolare lo interessava ed era proprio di fronte a lui, in collina. Quella notte si era abbandonato ad un torpore profondo, finalmente privo di minacce e nel sonno il cervello aveva svolto un lavoro di classificazione. I pezzi di un numero imprecisato di mosaici stavano tornando nelle rispettive scatole. Non poteva dire di aver risolto qualcosa, ma adesso era in grado di riflettere con metodo. Sul pulito. Addentò un biscotto, misurò un cucchiaino di zucchero, lo depositò nel caffè e agitò l’intruglio. Prese il primo sorso, fece una smorfia e dispose sul tavolo i pezzi del mosaico. Con il notes sottomano cominciò a ricostruire i passaggi, scarabocchiò per qualche minuto mettendo in ordine date, messaggi, promemoria, per giungere allo stesso punto dal quale era partito. Tre parole: “Spilla”, “Mare”, “BCZF419”. Sbuffò. Questo era uno dei crocevia da risolvere per guadagnare l’uscita dal tunnel. Il resto era disomogeneo, o meglio … estraneo al primo problema, scollegato, esterno … erano disturbi da separare per disinquinare la logica. Cos’altro aveva nella testa? Che cosa contaminava le riflessioni e gli impediva di trovare il bandolo della matassa? Sensazioni, urla che straziavano l’anima, messaggi criptati, sovrapposti in una confusione quasi dolorosa. Angelo provò a concentrarsi per fare l’ultimo passo: rivolse l’energia all’interno del proprio sistema, alzò lentamente il capo ad occhi socchiusi, allontanò il resto del mondo e restò solo con se stesso. Inspirò dolcemente, riempì i polmoni, visualizzò il proprio spirito e proiettò la carica verso ogni ricettore. Espirò con il naso emettendo con il diaframma un ruggito sordo e ricominciò dall’inizio, finché sentì le vibrazioni avvolgerlo in una carezza. Oscillò il capo lentamente sul lato destro, poi verso sinistra, quando percepì l’energia pura scaturire dal centro del proprio spirito, Angelo iniziò a dondolare in avanti con dolcezza, lasciando fluire un flusso che fece vibrare il tavolo; la tazzina si rovesciò sul vassoio e tutto, intorno a lui, sembrò circondato di una forza amica. Aprì la bocca e prese respiro con profondità, poi scaricò il fiato modulando l’emissione. Un vortice d’aria delicata e avvolgente come una spirale di vento primaverile uscì e lo avvolse in un turbine. Angelo visualizzò se stesso dall’esterno, come se materia e spirito avessero accettato la provvisoria separazione dal tutt’uno della vita mortale. Aprì la bocca in una smorfia pacifica, quasi sorridente e quell’ectoplasma esterno vorticò in una scia luminosa e tornò nel corpo come un visitatore alleato. Angelo vide l’ospite entrare e impadronirsi del suo corpo, visitarlo, accarezzarlo e alla fine concentrarsi in un punto, roteare e dissolversi quando trovò la massa d’energia nascosta. Angelo si sottoponeva a queste esplorazioni liberatorie, ogni volta che sentiva la necessità di riordinare “i cassetti” e fare pulizia delle migliaia d’informazioni che immagazzinava. Gli costavano una fatica stoica: erano esperienze ogni volta diverse e ne usciva stanco ma rinforzato, pronto ad affrontare quel buffo destino di uomo misterioso e straordinario. Restò fermo, ad occhi chiusi. Prese la penna e iniziò a scrivere, prima incerto, poi con crescente velocità, strisciando e grattando il foglio fino a tagliarlo: BC 419 ZF. oidnecnI. Aggressore. oigroiG tluassaD. arabraB … Quando aprì gli occhi ebbe una lieve impressione di nausea ed il senso di estraneità lo colpì al centro del petto. Si sentì confuso e leggero, appoggiò la schiena alla poltrona, impugnò il notes e iniziò a decifrare la scrittura folle che aveva occupato tutta la pagina, sovrapponendo un messaggio all’altro. Angelo riconobbe senza difficoltà i diversi livelli di scrittura. Guardò il foglio davanti ai suoi occhi e respirò: la parte più facile del lavoro era completata, si sentì bene. Alzò gli occhi al cielo per inquadrare un aereo nel blu intenso, con la scia rosa, ormai colpita dai primi raggi di sole. Per un attimo pensò che avrebbe voluto essere lì, a diecimila metri di quota, non era importante dove andasse quel bestione di metallo, contava andare via, lontano … Dio santo, quante volte aveva avuto lo stesso desiderio. Quante volte guardando un aereo aveva sperato di volare via, in qualsiasi posto … da quanto tempo? Da quando era morta Elena? Sì … da quel giorno … tre anni due mesi e ventisei giorni prima! Elena, che dolore insopportabile. Ma adesso era giunto il momento di restare, di combattere, di risolvere i problemi, di trovare le ragioni di una nuova vita lì, dove si trovava in quel momento: “basta fuggire. Aiutami a costruire Elena. Non voglio più scappare …” Il telefono squillò imperioso sul comodino di Totò Vivacqua, quando erano appena scattate le cinque e mezzo. Nella sua vita di poliziotto doveva essere successo mille volte ma, da quando aveva figli, ogni volta che succedeva saltava sul letto con il pensiero ai ragazzi. Erano rientrati? C’era pericolo per i suoi familiari? L’esame durava il tempo di realizzare che la sera, all’ora del contrappello, prima di andare a dormire, c’erano tutti. Il risultato bastò a concludere che erano questioni del suo maledetto lavoro. Vivacqua si sollevò sul cuscino, accese la luce, inforcò gli occhiali e al quarto squillo alzò la cornetta per pronunciare la prima parola del giorno, uno stringato e grezzo: “Sì?” “Commissario non s’incazzi, sono Piras, è arrivata una segnalazione e siamo sul posto … è successo un fatto brutto, molto brutto. È meglio che venga subito, ho …” “Piras, che minchia, io solo ci sono?” “No, ma …” “Vedi se trovi Santandrea o Migliorino …” “Commissario questa è cosa sua. Migliorino sta qui, sul posto, e ha insistito per chiamarla. Ho mandato Carbone con la macchina, cinque minuti e sarà da lei e …” “Dimmi …” sospirò il Commissario. “… Qui ci sono le televisioni, la stampa …” “Chi se ne fotte, Piras. Dove vi trovate?” “A lato della Tangenziale Sud, in una zona agricola ai margini di Corso Regina Margherita” “Vabbè”. Vivacqua si voltò ma nel letto … era rimasto solo. Anni di esperienza avevano creato automatismi più solidi di certi contratti, Assunta, la moglie, era in cucina e il profumo di caffè poteva sentirlo anche a due porte di distanza. Carbone suonò il campanello proprio nel mezzo del rituale del vestimento con allegato sventolio dell’ascellare e inserimento della pistola d’ordinanza. Bacio, ascensore e via sulla Croma con lampeggiatore acceso. L’auto imboccò Corso Orbassano, girò sgommando su Corso Sebastopoli e accelerò prepotente, almeno fino a quando Vivacqua rivolse uno sguardo assonnato al guidatore, insolitamente taciturno. “Che c’è Carbone?” L’altro restò in silenzio, scosse la testa nel segno di rifiuto, l’occhio attento agli incroci, le labbra strette in una forma di chiusura arcigna, nervosa. Non voleva dire nulla. “Carbone non facciamo i bambini: cu fu?” “Incredibile Commissario. Non avevo mai visto una cosa del genere. Un massacro hanno fatto. Lo hanno scannato come un vitello … manco le bestie si comportano così Commissario” “Contami con ordine: che hai visto?” La radio di servizio gracchiò. Era Migliorino. “Commissario chiedo l’autorizzazione per avere rinforzi” Vivacqua corrucciò la fronte, impugnò il microfono e rispose. “Per quale ragione Migliorì? Non puoi aspettare? Sto arrivando …” “Mi servono quattro volanti ed equipaggiamento antisommossa, urgente” Vivacqua riconobbe subito la voce preoccupata e sapeva che non era da Migliorino. “Spiegati. Che sta succedendo?” “Siamo entrati nel campo Rom per un accertamento e si mette male … questi sono cazzuti … e quasi di sicuro armati” “Perché vi siete cacciati lì dentro?” “Il testimone … la persona che ha telefonato per denunciare tutto sto casino, ha affermato di aver visto un gruppo di zingari intorno alla …” “Vabbè, Migliorino, mi spieghi meglio tra un momento” interruppe Vivacqua, “… però non è che ti posso spedire il Quinto Celere in assetto da combattimento alle sei del mattino … Chiama la Centrale, fatti mandare quello che serve e mantenete la calma. Vediamo se siamo capaci di andare in prima pagina per qualche fesseria! Non sparate se non è strettamente necessario. Tenete le mani a posto. Dove sono i giornalisti?” “Nei dintorni dall’area ristretta. Per ora qui siamo in quattro, ma è meglio se arriva qualche aiuto Commissario”. Vivacqua chiuse la comunicazione e si rivolse a Carbone “Metti la sirena e sbrigati”. Carbone scalò una marcia, pestò l’acceleratore a fondo ed il muso della Croma scattò in avanti … Il Commissario si appese alla maniglia per ammortizzare le accelerazioni e considerò, scuotendo la testa, che non era più il giovincello di una volta. Qualche anno fa non avrebbe autorizzato l’invio di rinforzi così, a cuor leggero. Forse era stato troppo precipitoso … o forse aveva cominciato a fidarsi dei propri collaboratori … e questa era una novità positiva! “Carbone che cosa mi devo aspettare in quella campagna?” “Un omicidio commissà! Brutto. Feroce! Una brutta scena”. “Hmm” Rifletté svelto. “Allora prima andiamo da Migliorino … tanto il morto è morto, non ci possiamo fare nulla e cinque minuti di differenza non lo faranno risorgere”. Impugnò la radio di servizio e prese il collegamento. “Migliorino, dammi la tua posizione …. I rinforzi dove stanno? Non fate niente finché non arrivo. Cosa di un minuto è!” Carbone infilò la strada sterrata che dal grande Parco della Pellerina attraversa la Dora e porta nei campi passando da vecchie proprietà diroccate a cascine abbandonate. Tutti in attesa di un nuovo piano regolatore, pronti a smantellare il verde e rovesciare cemento fresco per nuovi inutili condomini. Nella nebbiolina del mattino tutto sembrava grottesco. Trattori ridotti a blocchi di metallo rugginoso, granai vuoti, montagne di stallatico coperto da teli e copertoni consumati punteggiavano quei resti di campagna dimenticata da Dio e dagli uomini di buona volontà. Ormai erano il paradiso della prostituzione, dei clandestini, e l’inno ad un capitalismo che, quando non riesce a riparare gli errori, alza muri, scava trincee, li emargina ... Un modo come tanti per voltarsi e lasciare all’inferno il compito di fare la sua parte. La Croma blu superò il punto circondato dal nastro di sicurezza e avanzò per circa due chilometri tra buche profonde come piscine, macchie di verde miracolato, e triangoli di grano coltivati da contadini impazziti di nostalgia. Il campo Rom esisteva in quella grande piazza verde, ai margini del pioppeto, da tempi immemorabili. Le diverse giunte comunali, nelle alterne vicende politiche, l’avevano smantellato e rimesso in piedi con i servizi di base un numero imprecisato di volte. Vivacqua aveva seguito quell’altalena di decisioni partecipando alle retate, alle diverse evacuazioni, alle riappacificazioni, al ripristino del campo con feste di gemellaggio durate il tempo che il vento politico cambiasse direzione: c’era stato una dozzina di volte in vent’anni di servizio e non ebbe nessuna difficoltà ad orientarsi. Due volanti erano ferme con i lampeggiatori accesi e il gruppetto di Agenti fronteggiava impacciato la moltitudine di zingari bellicosi, fermi a semicerchio davanti a loro. Vivacqua fece segno a Carbone di superarli e proseguì qualche decina di metri per fermarsi davanti ad una delle roulotte dell’accampamento. Il Commissario scese, aprì la porta della roulotte ed entrò. Dietro, la folla minacciosa corse in direzione della Croma, prima alla chetichella, poi accelerando e, in coda, le due volanti … Furono necessari cinque minuti prima di veder aprire la porta. Ne uscirono con una tazza di caffè fumante il vecchio Niccolaj Viroslav e Salvatore Vivacqua. Il Commissario chiamò Migliorino e disse con la più disarmante delicatezza: “Migliorì, accompagna nei nostri uffici l’amico Niccolaj e suo figlio Heiny. Niente manette e trattateli bene. Fatevi dire cosa hanno visto e poi li riportate qui. Tutto chiaro? Alle undici devono essere di ritorno, non babbiate ché ho dato la mia parola” Migliorino restò basito, farfugliò un “agli ordini” che Vivacqua non sentì, già seduto sulla Croma in manovra di retromarcia. Carbone, dall’alto dei suoi ventisette anni non emise un soffio; si limitò a guardare il capo pieno di ammirazione. “Niente di speciale Carbone, non t’impressionare. Conosco il grande capo da quando era un picciotto poco più grande di te e il padre lo prendeva a calci nel culo davanti a mmia quando combinava qualche marachella. Cose vecchie”. La Croma si fermò a pochi metri dalla striscia di separazione con il fattaccio, a ridosso dell’ambulanza e del camion dei Vigili del Fuoco. I fotografi della Scientifica sembravano ballerini intorno ad un cencio sporco buttato a terra e dimenticato. Vivacqua passò tra due ali di curiosi e giornalisti in attesa di uno straccio d’informazione per scrivere il pezzo, incluso l’immancabile Basile, sempre presente quando c’era un cadavere ed una pozza di sangue. L’ispettore Piras si avvicinò e distese il braccio, manco fosse il padrone di casa che invita l’ospite ad accomodarsi. Condusse Vivacqua fino alla volante parcheggiata di traverso rispetto alla scena del delitto e presentò il testimone. “Buon giorno Commissario”, disse il pensionato “Ho chiamato io … mi chiamo Luigi Crivellari, ero in giro con il cane, noi veniamo qui tutte le mattine, per fare due passi, e … ho preso uno spavento che non le dico. Ha visto? Guardi Commissario … per gente che fa queste cose ci vorrebbe la pena di morte …” Piras teneva un fazzoletto premuto sulle labbra, come se fosse molto commosso o avesse appena tirato fuori l’anima dallo stomaco, disse: “Il signor Crivellari ha rilasciato la sua versione del ritrovamento. Verrà nel pomeriggio al Commissariato per la deposizione formale … lo manderei a casa”. Vivacqua assentì, girò, si avvicinò alla scena e capì subito le ragioni di tanto imbarazzo. La Punto bianca era rovesciata sottosopra, le ruote goffamente rivolte verso il cielo. Il tettuccio aveva ceduto su un lato accartocciandosi e tutto intorno era una polvere fine di cristalli e vetri rotti. Sembrava una grandinata estiva. Sul lato dove si trovava il guidatore una pista di solchi profondi strisciava per qualche metro, come se un trattore avesse, con la furia di un ciclope, arpionato le lamiere e spinto con tutta la forza, fino a capovolgere il nemico di latta. Vivacqua osservò l’abitacolo inginocchiandosi e fotografò mentalmente il disastro. Doveva essere occupata da giovani, considerò osservando i peluche e la salvietta con la pubblicità di una birra. Un pacchetto di Marlboro quasi vuoto aveva sparpagliato frammenti di sigarette dappertutto. Le chiavi erano inserite, la radio ancora accesa, senza volume e, a lato del guidatore, penzolava un cavo e cuffiette che dovevano essere collegate ad un cellulare. Vivacqua si voltò per chiedere dove fosse finito il telefonino e incontrò gli occhi di Piras che si limitò ad un semplice cenno del capo: l’oggetto era stato recuperato. Nell’auto non c’era molto di più da osservare: due CD rovesciati, un paio di maglie … tracce di sangue, una scarpa con suola alta, in gomma … di modello femminile. Il Commissario sfilò la testa dall’abitacolo, si voltò adagio per guardare meglio l’area e Piras lo avvicinò. “… Sono stati aggrediti da un gruppo di cinque, forse sei persone. Sulla Punto erano quasi certamente in due, un maschio ed una femmina. Non sono stati ritrovati né documenti, borse o altro. Abbiamo inviato la richiesta in Centrale, l’auto non risulta rubata; appartiene ad un certo Silvano Navali, di anni vent’otto, residente in Torino … dalle prime osservazioni la coppia era …” Vivacqua fermò l’agente sollevando una mano. “Chi si sta interessando della famiglia di questo giovanotto?” “Abbiamo aspettato lei capo …” “Chiama Santandrea, digli come stanno le cose e passamelo” Vivacqua si avvicinò a quello che era sembrato un cencio abbandonato, proprio quando il medico legale stava ordinando il telo per il recupero del corpo. I due si guardarono in silenzio e il medico scoprì il lenzuolo. La visione fu terrificante. Vivacqua restò paralizzato, attonito, lanciò un’occhiata incredula al medico, il quale si limitò a piccoli cenni d’assenso a labbra serrate, volse gli occhi al cielo e respirò a fondo. Vivacqua s’inginocchiò, squadrò quel tronco avvitato su se stesso in modo innaturale, il braccio sinistro sotto il corpo quasi rannicchiato, quello destro rivolto all’indietro, e … tutto quel sangue! “Dio santissimo!” esclamò. Si voltò per cercare con gli occhi il referto mancante e spaziò con lo sguardo, prima con calma poi con ansia, quando l’esplorazione ebbe compiuto senza esito i trecentosessanta gradi intorno a lui. Rivolse l’ennesimo sguardo interrogativo al medico e in silenzio, con gli occhi, domandò, dove? Dove, mio Dio! “Gli hanno staccato la testa e si sono portati via il trofeo!” spiegò con voce incerta. “Non avevo mai visto niente di così … così terribile … in venticinque anni di morti ammazzati. Mai”. “Come … hmm” Vivacqua si rialzò, schiarì la voce e a sua volta prese fiato. “… Come hanno fatto?” “I tessuti hanno subito un taglio netto. Segno che …” “In parole semplici dottore: che cosa è successo?” “Che cosa è successo è una domanda che potrei fare io a lei. Sul come … quello è il mio mestiere, ma è presto per esprimersi. Ad occhio e croce lo hanno decapitato con una lama … molto affilata, sottile, acciaio temperato … direi una scimitarra a giudicare dalla curvatura del taglio e dall’angolo di entrata, ma potrei sbagliare su quest’ultimo punto. Un solo colpo, preciso e violentissimo. Direi che è stato vibrato dall’alto verso il basso, come testimoniano le escoriazioni sulla spalla destra e la relativa abrasione successiva all’attraversamento della lama. Se l’assassino è un destro, la vittima ha subito l’amputazione di fronte … probabilmente in ginocchio: come un’esecuzione. Naturalmente l’esame sulla … parte mancante mi permetterà d’essere più preciso; quindi, non appena salta fuori … Inoltre ho bisogno di un microscopio e … non sono più un pivello, altrimenti vorrei vomitare. La saluto Vivacqua”. “Cosa mi dice dell’auto, ha trovato qualcosa? “Niente d’interessante. Salvo sorprese, confermo le prime deduzioni. Erano in due. Un uomo e una donna. Per la donna l’ipotesi è avvalorata dal ritrovamento della scarpa e da un indumento ritrovato nell’abitacolo. Ci sono anche altre tracce, ma per dire di più ho bisogno del laboratorio”. “Stavano in intimità, dottore?” “Non lo posso dire. Ci vuole un esame specifico. A prima vista direi di no. Se fossero stati in atteggiamenti intimi … preliminari … questo non lo posso sapere con il poco a disposizione”. “Quando mi dirà di più dottore?” “Oggi è martedì … diciamo giovedì, o meglio ancora venerdì mattina al più tardi”. Il patologo si alzò, sfilò i guanti e senza aggiungere altro si voltò e si allontanò. Piras si sporse con un cellulare e lo posò tra le mani del Commissario: “Santandrea in linea …” “Io sono. Ti hanno contato? … fai tu la visita al domicilio della presunta vittima, PERSONALMENTE, e …” Vivacqua scandì le parole, “Delicato, delicato, non dici nulla, chiedi dove si trova … sì lo so che conosci il mestiere. Poi ti fai dare foto, dati, documenti e … vabbè, non aggiungo altro. Cerca informazioni su chi frequenta, se c’è qualche ragazza, una fidanzata, un’ami … sì Santandrea, d’accordo. Appena hai concluso dove ti trovi trovi … mi chiami”. Alle spalle il gruppo di curiosi prese a rumoreggiare, quando gli infermieri iniziarono a trafficare con la cerata per trasferire il cadavere; i giornalisti gridarono il nome del Commissario per avere le dichiarazioni. Il notiziario delle sei e trenta incombeva e avevano bisogno di conferme. Vivacqua non si scompose, proseguì nel suo lavoro e chiamò la Scientifica. “Che cosa abbiamo?” domandò asciutto. “Non molto, per ora … anche se una ricostruzione piuttosto attendibile non è difficile. Un gruppo ha aggredito gli occupanti della Punto” disse facendo strada verso un’area diversi metri a sinistra. I due si spinsero dietro un angolo che delimitava un ampia sezione di campo coltivato a grano. “… Qui ci sono segni di copertoni e l’erba è stata compattata non solo dalle gomme dell’auto, in due o tre sono scesi e si sono avvicinati a più riprese alle vittime prima di aggredirli. Vede? Queste scie nel grano mettono in evidenza la posizione degli aggressori. Erano qui … a circa cinquanta metri, parzialmente nascosti dalla montagnola di stallatico: li tenevano d’occhio. L’auto è un fuoristrada, potente, piuttosto grosso a giudicare dalla sezione dei copertoni. Questa, deve essere entrata in azione in un secondo momento, dopo le ispezioni”. Vivacqua osservò le posizioni misurando gli spazi e ragionando sulla dinamica. Ad un certo punto scosse la testa perplesso. “Secondo lei il fuoristrada è partito da qui, ha svoltato per superare la montagnola, si è raddrizzato, quindi ha raggiunto l’auto della coppia e l’ha travolta …” “Una cosa del genere … più o meno è andata così …” “Quindi, hanno dovuto accendere il motore, i fari, prendere velocità a sufficienza e poi li hanno speronati … e le vittime non si sono accorte di nulla. Li hanno lasciati avvicinare … è così?” “No, non proprio …” “E allora?” Aggiunse quasi spazientito Vivacqua. “Le evidenze raccolte, almeno in termini provvisori, dicono cose diverse. Primo: la fiancata sinistra della Punto è deformata, più che sventrata dall’urto …” “Si spieghi meglio …” “La Punto non è stata … semplicemente bocciata”. Il tecnico picchiò un pugno contro il palmo aperto. “… Sostanzialmente è stata urtata e spinta, come testimoniano le impronte dei copertoni del fuoristrada, quindi prima ribaltata e poi rovesciata completamente. Come se il fuoristrada si fosse appoggiato e poi avesse spinto, mi segue?” domandò il tecnico. “Come un’ombra” replicò il Commissario. “Però non mi convince. Se il fuoristrada si è appoggiato … l’auto dovrebbe essere girata su un fianco, non sottosopra, oppure ritiene che una volta urtata l’auto gli aggressori si siano tanto accaniti da rovesciarla?” “Aspetti Commissario, sarà più chiaro se mi lascia terminare la ricostruzione …” “Basta che non facciamo notte!” “Secondo noi gli aggressori stavano laggiù, in macchina. Due o tre sono usciti a piedi ed hanno avvicinato nel buio la Punto in più di un’occasione. Il motivo principale dell’avvicinamento riguardava il bloccaggio dell’auto. Non sono stati ritrovati ma, di questo siamo sicuri, c’erano dei cunei come quelli che usano i camion per parcheggiare in discesa … ha presente?” Vivacqua fece sì con la testa, socchiuse gli occhi e cercò di vedere la scena. “Una volta posizionati i blocchi e controllati gli occupanti, devono essere intervenuti in forze: qualcuno a piedi, altri sul fuoristrada come rinforzo”. Il tecnico fece una pausa. “A questo punto l’auto è bloccata: non può andare avanti, né indietro …” “Quindi, secondo questa ricostruzione, le vittime si sono godute la scena … li hanno sentiti, visti … magari hanno tentato di fuggire, ma non potevano. Forse non con l’auto …” considerò Vivacqua provvisoriamente, “… ma a piedi, avrebbero potuto. Però … però … se qualcuno degli aggressori fosse stato lì, proprio davanti alle portiere … glielo avrebbe impedito. Magari questi erano armati con mazze da baseball o altro …” “Esatto. Se accettiamo questa dinamica quadra tutto. Anche il fatto del ribaltamento …” “Cioè?” “Dai segni che i copertoni hanno lasciato sul terreno direi che la Punto ha tentato di uscire dal bloccaggio manovrando con il volante e con le marce. Il fuoristrada ha impattato le vittime mentre questi stavano … diciamo, saltando l’ostacolo dei cunei dietro le ruote. La Punto si deve essere quasi impennata e l’urto del fuoristrada ha fatto il resto. “Devono aver fatto un gran rumore …” “Senza dubbio. Anche se la questione deve essersi risolta in poco tempo, diciamo dieci, quindici minuti, e bisogna aggiungere che siamo in campagna ai lati di una tangenziale che da sé produce un gran rumore. Non sarei sorpreso se nessuno avesse sentito … inoltre questo è un posto da coppiette, vorrei sapere chi si sorprenderebbe vedendo fari o piccoli movimenti …” “Qualche traccia del tipo di auto, mozziconi di sigaretta, fazzoletti?” “Il fuoristrada ha una carreggiata particolarmente larga, come quelle americane tanto di moda, oppure una Land Rover: un fuoristrada senza dubbio. Dai segni lasciati sulla Punto il fuoristrada è attrezzato con quei paraurti rinforzati, sporgenti, probabilmente equipaggiata con un argano … ed è di colore verde militare. A terra non c’erano reperti utilizzabili come sigarette o altro”. “A che ora è successo …” “Tra le dieci, e le undici di ieri sera” rispose il tecnico tornando sui suoi passi. “Non c’era luna quindi devono essersi trovati nel buio pieno della notte. Credo che siano partiti più o meno da laggiù … hanno accelerato e …” indicò la zona della Punto, “… hanno impattato e rovesciato l’auto. Quindi dal fuoristrada sono usciti in due, forse tre, hanno sfondato i vetri per intimorirli. I due si sono buttati fuori per tentare la fuga e laggiù …” indicò il punto segnato dal gesso, “… sono stati affrontati. C’e stato un tentativo di difesa e … lui è stato abbattuto, mentre lei è stata catturata”. Il tecnico fece qualche passo, indicò un passaggio nel grano e aggiunse. “C’è un’altra possibilità …” distese il braccio e indicò un punto nel fitto della coltivazione, “… i due si sono avventurati nel grano per cercare la fuga e gli inseguitori si sono divisi per accerchiarli. Ci sono tracce anche qualche metro più a sinistra. Laggiù, a destra …” indicò un'altra zona dove il grano era scompigliato dal passaggio di una o più persone, “…devono essere stati intercettati. Forse è lì che è stata catturata la donna, infatti ci sono tracce assimilabili ad una persona caduta a terra. L’altro ha proseguito la fuga … è sbucato più avanti, sulla sinistra e lì è stato intercettato e colpito. C’e stata una colluttazione e lui … è stato decapitato”. Il tecnico fece qualche passo, indicò un altro punto segnato con cerchi intorno a larghe macchie scure, e riprese, “qui si è fermata la … testa della vittima”. “Immagino che questa sia una ricostruzione provvisoria” domandò Vivacqua. “Sì, per adesso è tutto provvisorio ma non mi aspetto grandi sorprese, almeno sulla dinamica. Abbiamo trovato dei fili impigliati tra le spighe, li analizzeremo in profondità, ma nel suo insieme le modalità dell’aggressione non dovrebbero essere molto diverse da quanto le ho detto. Questa zona viene irrigata con una certa regolarità e nonostante il tempo buono il terreno è piuttosto sincero: le tracce sono chiare. Tuttavia ha ragione, le misurazioni non sono concluse e magari salta fuori qualche novità”. Il Commissario fece un cenno con il capo e salutò. Tornò sui suoi passi e fece segno a Carbone di prepararsi, chiamò Piras e lasciò istruzioni: “Chiudete la zona, chiamate immediatamente l’unità cinofila e battete tutta l’area entro cinque chilometri. Non lasciate manco un francobollo a terra … ci siamo capiti? Se trovate la donna mi chiamate subito. Invia alla Centrale l’incarico per la ricerca di un fuoristrada, marca e modello sconosciuti, di grandi dimensioni, color verde militare, dovrebbe riportare sul paraurti segni di un urto violento e tracce di color bianco. Ora vai dai giornalisti e li fai passare”. Un gruppetto balzò al piccolo trotto all’interno del nastro di delimitazione e iniziò la parte più seccante del lavoro, sarebbe stato meglio avere sotto mano Santandrea, pensò Vivacqua. Microfoni e registratori puntati non fecero attendere la scarica di domande a raffica. Vivacqua bloccò tutti. “Farò una dichiarazione, non chiedetemi di più: le indagini sono in corso e rischierei di mettere in allarme i colpevoli rovinando un lavoro che procede da tempo. La vittima non è stata per ora identificata e, dalle ricostruzioni effettuate, posso dirvi che lo svolgimento dei fatti è riconducibile al regolamento di conti tra opposte fazioni della delinquenza spicciola. Al momento non ci sono elementi per trarre conseguenze con sviluppi nel brevissimo periodo. Il lavoro condotto negli ultimi mesi nel controllo del territorio, con particolare riferimento alla lotta ai narcotrafficanti comincia a dare i risultati sperati. Non appena avremo maggiori dettagli sarete convocati per una conferenza stampa. Ringrazio tutti per il rispetto che mostrerete nei confronti del lavoro che stiamo svolgendo”. “Commissario. Commissario …” Un coro di voci si allargò prepotente “È vero che la vittima è stata decapitata?” “No comment!” “Può confermare che è stata portata via la testa?” “No comment!” ripeté Vivacqua ormai seduto in macchina. “Commissario non potrebbe trattarsi di delinquenza di altra specie? Chi potrebbe portare via la testa di una vittima? Commissario, ritiene di escludere che il delitto riguardi il mondo dell’occulto? C’è di mezzo una banda come le Bestie di Satana?” Carbone fece sgommare la Croma e si allontanò. La radio di servizio gracchiò. Era Migliorino dalla Centrale. “Dimmi veloce Migliorino …” “Qui c’è una signorina che sta denunciando la scomparsa di un’amica, una ragazza giovane, ventiquattro anni. Doveva rientrare ma non si è vista ….” “Segui la faccenda e fai i controlli di routine. Quando hai finito mi richiami”. Ci voleva una bella doccia. Si alzò, attraversò la sala e superò il televisore, impegnato in un soliloquio indifferente. “ … con il suo cane. Da lontano, riferisce il testimone, aveva visto la sagoma di un gruppo che trafficava intorno al relitto. Il gruppo, come si è appreso successivamente dalla Squadra Investigativa - nelle immagini alle mie spalle vedete il Commissario Vivacqua - appartiene alla comunità Rom dell’accampamento nomadi acquartierato poco distante. Il feroce delitto, ricordiamo che le immagini provengono in diretta dalla squadra di ripresa di Torino, per ora è circondato dal mistero. Non è conosciuta l’identità della vittima che, come abbiamo detto in apertura, è stata decapitata. Il capo non risulta essere, per il momento … ritrovato sulla scena del crimine. Il commissario Vivacqua ha dichiarato …” Angelo si buttò sotto l’acqua fumante, sentì una nuova forza entrare in circolo. Per un momento, come tutte le mattine, il pensiero andò verso Elena e non riuscì a trattenere una nota di malinconia, la stessa che per troppo tempo lo aveva costretto ad una vita rinunciataria, svogliata, apatica. Doveva tornare a vivere, non solo per se stesso, anche per Elena. Lui lo sapeva: lei lo guardava, soffriva nel vederlo spegnersi come uomo e come compagno affettuoso. Non era quello l’uomo speciale del quale si era innamorata. Uscì dalla doccia determinato ad alzarsi: non era più tempo di piangersi addosso. “In piedi”, disse a se stesso in un moto d’orgoglio. Si soffermò davanti allo specchio e trasalì nel vedersi pesto ed emaciato: “Le stai prendendo di santa ragione, senza sapere perché … senza aver combattuto … non è da tè”, concluse con una smorfia puntando l’indice verso lo specchio. Si rivestì, andò in cucina e preparò la seconda caffettiera. Tentò di sgranchirsi con un paio di flessioni e sbadigliò: erano le sei e quarantacinque, per lui, un nottambulo abituato alle ore piccole e alla sveglia comoda, la magia di quella luce e il profumo del mattino sembrarono il segno di una nuova vita. Tornò sul terrazzo, riprese il foglio, lo girò più volte, strappò la pagina e in bella copia riportò la traduzione degli appunti. Scrisse, come quando si compila una lista di cose da fare: BC 419 ZF. Incendio. Aggressore. Giorgio Dassault. Barbara. Come un bravo scolaro impegnato a fare bella figura nel compito in classe iniziò a ragionare. Guardò la sigla e non impiegò più di un secondo per concludere che doveva essere la targa di qualche accidenti a motore, moto, macchina, furgone … e si accompagnava bene con le indicazioni che la contessa le aveva mandato in mesi d’inferno notturno, mobili sottosopra, quadri appesi al contrario. Mare, Spilla, Targa … Gik li osservò con distacco: quelli erano i punti chiave per uscire dai guai. Guardò verso il cielo a caccia di un’idea e … non dovette aspettare a lungo: sapeva come avviare le danze. Incendio … questo invece era un altro mosaico. Un’altra storia della quale non aveva che un’idea fumosa. Provò a concentrarsi ma la semplice idea lo paralizzava. Riportò alla mente la visione di tutta quella gente in fuga di notte, al buio, ma non riusciva a trovare i collegamenti per decifrare il significato. C’era qualcosa di oscuro in quelle immagini e si domandò la provenienza. Dove le aveva prese? Non erano un ricordo personale … o sì? Potevano essere salite in superficie dal subconscio e, come increspature sull’acqua, erano il segno di una corrente profonda, agitata, sommersa nel passato? … Non riusciva a trovare il nesso per sciogliere il nodo; c’era un blocco, come se l’accesso a quel file fosse inibito. Per un attimo un flash illuminò un angolo del cervello e quelle scene terrificanti di panico e di morte sembrarono trovare un contatto, ma fu giusto un attimo, il tempo che una scossa attraversasse il cervello per infiammare la pellicola che sfumò allontanandosi. Conosceva quel luogo? Avrebbe detto di sì. Era una sensazione, non un elemento definito: lui quel luogo lo aveva già visto. Per quanto gli sembrasse impossibile le sensazioni lo mettevano con le spalle al muro: se conosceva il luogo … allora l’incendio? Perché era così doloroso ricostruire la situazione? Gik inspirò dolcemente e aumentò l’energia destinata a quell’angolo di cervello in movimento. Prese a dondolare con il capo ad occhi chiusi, riprese la respirazione regolare e approfondì la visuale, fino a quando dalle fiamme emerse una sensazione nuova: erano gli occhi di un bambino! Sì. Quello che assisteva alla scena dell’incendio, era un bambino. Cercò di ricordare quando, aveva ricevuto quelle immagini, e la risposta saltò fuori all’istante. Era al bar con Guelfa. Un bambino, ripeté a se stesso. Durante l’aggressione era stato raggiunto da quelle immagini. Dunque i ricordi non erano suoi, ma del misterioso demone minaccioso … Era l’altro, che perdeva pezzi di memoria. Che strano, pensò Angelo, questo sconosciuto mi aggredisce, come se io fossi un nemico … come se ci conoscessimo e volesse vendicarsi di un torto subito. Perché mi odia in questo modo? È possibile che lo conosca? Gik restò concentrato per trovare una spiegazione ma, nonostante l’impegno, non c’era nulla nei propri ricordi … L’aspetto che lo lasciava perplesso riguardava la trasmissione della violenza e quelle visioni funeste. Quell’uomo ed i suoi incubi erano in rapporto con l’aggressione: le due vicende non erano separate come pensava. Guardò con pazienza gli appunti e decise di procedere per gradi, era necessario fare un passo alla volta; da qualche parte di quei sensi speciali, sapeva … avrebbe trovato la soluzione: a qualsiasi prezzo. Aggressore, rifletté. Questo era il punto più caldo del disordine mentale. Angelo chiuse gli occhi e il foglio prese a vibrare. Quando li riaprì punto il dito verso la collina. Il dito, come un bastoncino da rabdomante, si orientò su un punto, in direzione dell’Eremo, poco sotto i tralicci e le grandi antenne della Rai. “Lì”. Socchiuse gli occhi per fotografare il punto, ma sapeva che non era necessario. L’avrebbe trovato anche all’interno di una scatola di piombo. Da quel luogo arrivavano molti segnali, forti, contrastanti, e uno su tutti dominava: laggiù c’era qualcosa di maligno, potente e … in crescita. Da quando era stato bersaglio delle prime aggressioni, l’ultima, avvenuta il giorno prima, era la più potente. All’improvviso, ripensando a quella forza distruttiva Angelo ebbe un sussulto. Laggiù c’era il male. Non poté fare a meno di domandarsi se sarebbe riuscito a fronteggiarlo. Angelo scansò con un gesto il turbamento e restò concentrato. La voce successiva degli appunti riguardava Giorgio Dassault. Adesso aveva più informazioni. Lo aveva visto in due diverse evocazioni. Prima, nella villa di Bordighera, durante la seduta con la contessa. L’altra, ancora per il tramite della contessa, nel quadro di famiglia dove compariva seduto accanto alla moglie e ad una piccolissima Delia. Perché non era riuscito a mettersi in contatto? Le sue capacità medianiche non avevano mai subito una sconfitta così bruciante. Eppure lo aveva trovato … Angelo si sforzò di ricordare quei momenti facendo scorrere al rallentatore le immagini. Rivide la situazione … la stanza nera, i candelabri … la scena con la presenza di Dassault in casa con la contessa. Ma era durata un attimo. Un fotogramma sfuocato … non era questo il punto determinante. Provò ad andare avanti e la sequenza risultò più lunga, ma anche più disturbata e … soprattutto, percepì il cambio di situazione: si trattava di immagini più vecchie, non erano dello stesso periodo del fotogramma. Non erano neppure di ambiente familiare, il tramite era … finalmente capì: non era più la contessa a guidarlo, ma un altro … Chi poteva essersi inserito in quella seduta? A chi appartenevano quei ricordi? Angelo provò a ripristinare il collegamento e un fischio acuto partì nel cervello. Un sibilo che divenne perforante. Angelo spalancò gli occhi, allontanò rapidamente il pensiero da quella visione e s’inginocchiò coprendosi le orecchie con le mani. Cadde all’indietro, sopraffatto dal dolore. Doveva cancellare quel pensiero, uscire dal circuito mentale che lo aveva recuperato. Cominciò a respirare piano, svuotando i polmoni per soffiare fuori il dolore. E piano piano riprese il controllo. Era la seconda volta in pochi minuti che un blocco violento gli procurava dolore fisico. Si alzò, tornò verso la cucina, aveva bisogno di bere. Buttò l’occhio con sufficienza verso il televisore, mentre la pubblicità raccontava le virtù di un’auto che ammansiva i dobermann. Due blocchi! Non ricordava di averne mai avuti: ora ne possedeva due. Angelo scosse la testa incredulo e indolenzito. Ne aveva abbastanza di quella tortura. Erano le sette e cinquanta, era troppo presto per chiamare don Antonio e chiedere chi fosse quella misteriosa Barbara che lo aveva cercato con un messaggio così poco rassicurante: “C’è qualcuno che le vuole male, eeeh, credo vogliano …” Forse chiudere gli occhi per un ora l’avrebbe rimesso in condizioni migliori per sentire una storia della quale non sentiva alcun bisogno. Capitolo IV Il cancello era aperto. Una semplificazione che aveva il senso ineluttabile del destino: doveva andare così. O forse voleva significare qualcosa, quella bella giornata di sole: sarebbero “partite” con la luce negli occhi. Non voleva essere cinica; era una semplice constatazione! A guardarsi intorno c’era da non crederci. A Torino il tempo era quello solito del gennaio standard: freddo, né bello né brutto, grigio; noioso come guardar asciugare una pozza d’acqua d’inverno. Lì invece era uno spettacolo. Sentiva il sole accarezzarle la pelle e per un attimo quasi dimenticò il motivo per il quale si trovava lì, al mare, d’inverno. Il sei di gennaio si godeva di una mitezza che sapeva di primavera. Nessuno avrebbe detto, guardandosi intorno, che da poco era passato capodanno; solo le vetrine dei negozi e il grande pino ancora addobbato nella piazza centrale raccontavano di un Natale appena terminato. Per Annarita quella era la prima volta a Bordighera: non aveva mai avuto una gran passione per la Riviera. Lei amava la Camargue, però, tutte quelle palme da datteri, la temperatura, il profumo di salsedine nell’aria e il colpo d’occhio sul porticciolo, l’avevano incantata. A pensarci, non occorreva fare chissà quanti chilometri per trovare un paradiso nel quale costruire il futuro ideale: anche lì, con i dovuti accorgimenti, sarebbe andato benissimo. Per esempio, se avesse avuto una proprietà simile, considerò osservando la grande villa Dassault, non ci sarebbe stato alcun bisogno di un luogo lontano. Lei non l’avrebbe considerata una seconda casa. Ci avrebbe vissuto, l’avrebbe usata, ci sarebbe cresciuta dentro per farne un mondo personale, come vivere all’interno di una bolla di sapone. Con i dovuti accorgimenti: s’intende. Ed era lì, proprio per i dovuti accorgimenti: i denari! Non conosceva i proprietari di quella meraviglia ma dovevano essere stati molto fortunati e, tutta quella fortuna, quel giorno si sarebbe conclusa. Arriva sempre, per tutti, il momento nel quale ti presentano il conto. Non esiste una vita intera fatta di fortuna e felicità. Lei per esempio non aveva avuto né l’una, né l’altra, ed era tempo di mettersi in pari, ora toccava a lei. Questa era l’opportunità che avrebbe dato la svolta alla sua vita. Quando oltrepassò il cancello ed entrò nel grande giardino le venne una voglia improvvisa di stare lì, ferma, a godersi quell’angolo di sole appena ombreggiato dalle palme antiche, ad ascoltare quel fragore dispettoso di merli e gazze gioiose … ma Ugo aveva appena suonato il campanello e si era nascosto, per lasciare a lei il compito della presentazione … Con lo squillo il cinguettare precipitò in un silenzio perentorio della durata di pochi secondi, poi riprese indifferente e scanzonato. Si alzò dal letto quasi di scatto. Sentiva di soffocare e quel tremendo rumore fuori, tutti quei maledetti passeri rumorosi. L’avevano svegliata ma, a pensarci bene, era meglio così. Stava sognando, ancora, per la milionesima volta … di quel giorno e di quelle donne. Il sogno si era interrotto prima della parte che avrebbe pagato per cancellare dalla memoria: quegli occhi! Il ricordo la agitava, eppure non sentiva rimorso, il timore stava da un’altra parte, riguardava il dubbio di perdere un risultato che dava per acquisito; quasi come smarrire un oggetto importante, di valore, del quale si è diventati proprietari dopo aver molto combattuto. Tutte le volte doveva costringersi a ricordare che non aveva ancora acquisito un bel nulla, mancava poco, ma contemporaneamente il sogno di una nuova vita con un nulla si avvicinava, con altrettanto lo perdeva tra le nebbie di ostacoli sempre nuovi, sempre più alti. Aveva perso Ugo … per esempio. Annarita cercò di non pensarci. Impiegò qualche momento a rendersi conto che non era in casa sua, in Via Monte di Pietà. Era stata una brutta notte. Aveva guardato la televisione fino a tardi, alla ricerca di una stanchezza in conflitto con tutta l’adrenalina accumulata durante il giorno. Poche ore di sonno leggero. Brutti sogni. Forse il letto nuovo, la casa sconosciuta, quei rumori di notte nel giardino … Piero le aveva detto di non spaventarsi, poteva capitare qualche volpe in cerca di cibo: i boschi intorno al campo da golf ne erano pieni. Allungò una mano sul comodino, pescò una Merit, l’accese e aspirò sovrappensiero. Era una fuggiasca, probabilmente braccata dalla Polizia … ricercata. Si domandò quanto tempo avrebbero impiegato a ricostruire la sua fuga, tre giorni? Una settimana? Troppo poco. Maledizione. Però, considerò rallegrata, non potevano sapere dove si era nascosta, a meno che non beccassero quel tonto di Piero … E se lo seguissero? Allora in quel caso sapevano già tutto! Che idea balorda. Poche storie, doveva sbrigarsi, portare a termine il programma e togliersi dai piedi in fretta, questo era il punto. In gioco c’era quasi tutto il valore per il quale aveva combattuto. Il gracchiare di due grossi corvi la fece trasalire … Che cosa avrebbe dato per un caffè! Si stirò, scese dal letto e indossò un camicione. Nella penombra, scalza e in punta di piedi, uscì dalla camera da letto degli ospiti, attraversò la sala e si fermò davanti al televisore ancora acceso, senza volume. I titoli del telegiornale delle sette e trenta roteavano alle spalle del giornalista, Annarita azionò il telecomando e la stanza si riempì di politica, elezioni ed attentati. Non ci badò, proseguì verso le grandi finestre per sbirciare dietro le tende le prime luci di una giornata che si annunciava luminosa, pronta ad intiepidire quei prati così verdi che solo a guardarli cresceva il buon umore. Buttò l’occhio nel bagno padronale, aprì il rubinetto e lasciò scorrere l’acqua della doccia. Poi, ancora incerta, tornò indietro a caccia di sigarette, borsone e biancheria, per fermarsi davanti al televisore, quasi sbalordita dal titolo. Alzò il volume … “Un feroce delitto è stato commesso nella notte a Torino e ancora una volta si parla di emergenza sicurezza. Il servizio dal nostro inviato”. Annarita sentì il cuore perdere colpi. “Questa notte, nel buio della periferia, le campagne desolate dal degrado e dall’abbandono si sono macchiate di sangue. Il nome della vittima non è stato reso noto, quello che invece pare chiaro è l’inaudita ferocia con la quale gli esecutori si sono accaniti. La Polizia sembra orientata a seguire la pista del regolamento di conti tra bande rivali, impegnate in uno scontro senza esclusione di colpi per la spartizione del territorio …”. Le immagini proponevano uno spaccato della scena del delitto, le inquadrature indugiavano sull’ambulanza e su alcuni operatori che maneggiavano intorno ad un telo dove, con tutta probabilità, si trovava il cadavere. La telecamera cambiò scena e fermò l’obiettivo sull’unità cinofila e sull’elicottero. Annarita era in apnea. La pelle d’oca sulle braccia, gli occhi spalancati per cercare tra le immagini un indizio, un segnale che cancellasse l’idea di Ugo morto, da solo, per causa sua. “… alcune indiscrezioni riferiscono di una vittima, orrendamente mutilata, alla quale pare sia stato asportato il capo, tagliato di netto in modo misterioso. La notizia, per ora non confermata, riguarda un giovane, maschio, almeno restando alle indiscrezioni trapelate, dell’età presunta di venticinque, trent’anni. Non è chiaro, per il momento, se il giovane sia stato l’unica vittima della ferale imboscata. Il comitato spontaneo dei cittadini per la tutela e la salvaguardia di Torino, ha comunicato la propria …” Annarita restò muta davanti a quelle immagini. All’inizio sgomenta, poi con un fatalismo prossimo al disinteresse, chiuse gli occhi e dentro di sé ripeté, come certe bambole con il disco rotto: non è Ugo, non è Ugo … Riprese le sue faccende e si portò alla doccia. Piero aveva preparato le cose come si deve, incluso l’accesso alla Club house del golf. Quando ebbe finito si vestì, prese il cart posteggiato nella piccola rimessa accanto all’ingresso della villa e, come se l’ipotesi dell’orribile morte di Ugo appartenesse ai problemi di un’altra persona, andò a fare colazione in uno di più esclusivi circoli d’Europa. Gli operai della Fiat cominciavano ad invadere le strade di sbadigli sonnacchiosi. Era solo martedì e andare al lavoro costava un po’ meno del giorno prima e un po’ di più del giorno successivo, una battaglia persa che sarebbe andata avanti fino al venerdì, vigilia della tregua: un intercalare instabile tra l‘inferno ed il purgatorio. La Croma blu scalciava strattonando nervosa mentre il lampeggiatore sembrava impegnato a distribuire il suo messaggio livido. Vivacqua stava per i fatti suoi, disinteressato al miagolio della radio di servizio. Il cervello impegnato a mettere in quadro il traffico di guai che si affollavano sgomitando per conquistare la massima priorità. Negli occhi le immagini di quel corpo massacrato continuavano a coprire qualsiasi ragionamento. “Lo hanno decapitato e si sono portato via il trofeo! Chi può essere così pazzo? …” disse con un filo di voce. Carbone non ci badò, era abituato: sapeva che la domanda non era per lui. “… e poi decapitato … mica è una cosa che può fare chiunque …”. Vivacqua sollevò il polsino per controllare l’ora, proprio nel momento in cui squillò il cellulare. “Stiamo arrivando Migliorino … dimmi” “È per quella denuncia di scomparsa Commissario … ho pensato di trattenere la signorina in attesa del suo rientro … forse abbiamo un incastro per la faccenda di questa mattina” “Che incastro Migliorì?” “La ragazza della Punto bianca …” “Hmm. Lasciala nella solita stanzetta … trattamento ruvido … niente caffè, niente giornali né sigarette … Ah, appena possibile fai riaccompagnare a casa Niccolaj, queste non sono cose loro. Chiedi se qualcuno del campo nomadi ha visto niente … come traffico di macchine intendo dire, soprattutto fuoristrada, poi falli accompagnare”. Vivacqua tolse la comunicazione e riprese il filo del ragionamento per esclusione. “Non è un’aggressione a sfondo sessuale. Chi ha fatto l’appostamento non è un guardone: qui siamo di fronte a gente diversa. Questi sono organizzati, sono un gruppo, qualcosa mi dice che non hanno tirato a caso, volevano proprio quei due: una spedizione punitiva! Se è così, l’aggressione era stata preparata: un fatto del genere non s’improvvisa su due piedi. Sempre per esclusione … non volevano quei due: volevano la donna in particolare, e la volevano viva … altrimenti avremmo trovato un altro mezzo busto! Hmm …”. Quest’ultima considerazione lo lasciò perplesso. “Non è detto Totò …” disse a sé stesso. “… non si può escludere che il bersaglio fosse l’uomo e, una volta eliminato … si sono presi la donna per divertirsi con comodo … In fondo se hanno avuto il fegato di uccidere a quel modo, che paura avranno di aggiungere a tanti guai anche il sequestro di persona …”. Vivacqua fece un mesto sì con la testa non appena maturò il ragionamento conseguente, “… ammazzeranno anche lei! Se non ci sbrighiamo, entro una settimana la ritroviamo a pezzi dentro una valigia”. “Chi sono gli aggressori?” Vivacqua accavallò le gambe e riprese a pensare. “Non è criminalità ordinaria: quella spara! Non va in giro con una scimitarra. A meno ché …” Vivacqua fu subito pentito di quel condizionale: “A meno cosa?” disse ancora ad alta voce. Carbone continuava ad arrancare su Corso Francia dimezzato dai lavori per la nuova Metropolitana. Prima, seconda, frenata … prima … e Vivacqua dondolava sul sedile come un pupo sulla giostra … ma non lo trovava divertente. “A meno che … non si tratti di qualcosa di etnico o di rituale …. Non diciamo fesserie Totò: quale rituale! Magari degli esaltati … Ci vorrebbe qualche informazione in più”. Squillò il cellulare. “Buongiorno dottore …” rispose Vivacqua. “Bella dichiarazione Commissario. In puro stile politichese: dire senza dire. Ma a parte questo c’è molta agitazione tra le alte sfere Salvatore, sono sicuro che ce la state mettendo tutta, ma i politici sono fatti a modo loro e mi hanno convocato … c’è qualcosa che possiamo dire per prendere tempo? Magari un arresto al campo nomadi, un fermo … sempre meglio che niente” “Signor Questore, buongiorno. Mi dispiace ma gli zingari non c’entrano. Li stiamo rilasciando in questo momento. E per ora non ci sono notizie migliori …” “Che pista seguirete?” “È troppo presto per dire qualsiasi fesseria. Inoltre non c’è solo il decapitato … quello ormai è morto. Quasi certamente hanno rapito la donna che stava con la vittima. Quindi non possiamo fare cazzate o quell’altra avrà i minuti contati”. “Porca puttana Vivacqua, il Prefetto ci cava la pelle: che diavolo sta succedendo in questa città, chi è la donna?” “Dottore Renier, se salta fuori qualcosa di buono ci sentiamo più tardi. Baciamo le mani”. Vivacqua chiuse la comunicazione e allargò le braccia sbuffando: “… che diavolo sta succedendo in questa città …” ripeté imitando la cantilena veneta del Questore, “niente … normale amministrazione in quest’angolo d’inferno. Pare che non conosca il mestiere … è sempre così! ... Carbone ci diamo una mossa o passiamo la giornata qua in mezzo?” L’agente inserì la sirena, fece fischiare le gomme su Piazza Statuto e svoltò. Furono necessari altri dieci minuti per arrivare al Commissariato del Centro. Erano le otto e mezzo e la notizia aveva fatto il giro della città, delle radio, delle televisioni e di tutti i fottutissimi media che, ora, si erano dati appuntamento davanti all’ingresso del Commissariato di Polizia. Vivacqua dovette fare un certo numero di acrobazie prima di sedersi nel proprio ufficio e veder comparire Meloni con una tazza di caffè. Migliorino era in agguato per procedere con la conversazione informale della giovane ferma nella sala d’attesa, e stava di fronte al Commissario, seduto in silenzio, aspettava che il capo finisse di prendere appunti. Migliorino aveva assistito decine di volte a quel rito. Era lo stile di lavoro del Commissario Vivacqua: prendeva un notes grande come certi album da disegno fatti per schizzare un bozzetto, con la matita trafficava con segni, indicazioni, appunti, scarabocchi … quando sembrava soddisfatto lo guardava per un po’, poi lo piegava, lo metteva in tasca e poco per volta lo aggiornava nel corso delle indagini. “Capo, che facciamo con la signorina della denuncia per scomparsa?” “Lasciala cuocere. Dov’è Santandrea?” “Non è qui, deve essere ancora fuori, all’indirizzo di quel Silvano Navali. Piuttosto, ho il rapporto verbale dei piantoni presso la nostra amica nella tenuta di golf e altrettanto del complice, il fioraio … per la questione dell’incendio e del Martini che stiamo cercando …” Vivacqua fece segno di lasciar perdere. Suonò il telefono, era Meloni dal centralino. Il Commissario premette il vivavoce: “Dimmi … sì, passamelo” si udirono i rumori inconfondibili del passaggio della linea e finalmente Santandrea. “Dimmi …” “Sto rientrando con il materiale per il riconoscimento. Credo che ci siano pochi dubbi: è Silvano Navali …” “Anticipami qualcosa …” “Ho parlato con i genitori. Il soggetto vive … anzi, viveva, con loro da circa un anno. Era rientrato in casa dopo la separazione con la moglie e un periodo in un centro di riabilitazione per tossicodipendenti. Attualmente risulta in cerca d’occupazione. Viene da una famiglia agiata, i genitori hanno uno studio di commercialisti. Alle spalle di questo ragazzo c’è una storia di droga, e qualche noia per piccoli reati connessi allo spaccio di stupefacenti. Ieri sera non è rientrato per la cena, doveva incontrare un’amica, ma i genitori non hanno saputo fornire altre indicazioni. Nella stanza del Navali non abbiamo trovato biglietti o annotazioni di qualche aiuto. I genitori hanno spiegato che il figlio era prossimo a partire per il Veneto, destinazione nonno materno. Sarebbe andato per un periodo laggiù, ma non sono al corrente di altri particolari. È uscito con la sua auto, la Punto bianca, verso le venti e trenta. Non è rientrato, naturalmente, ma i genitori non sono sembrati sorpresi …” “Hai detto loro qualcosa?” “No. Sono stato vago, ho detto di certe lamentele riferite all’auto che ingombrava un passo carraio ed è stata rimossa …” “Cosa?” “La prima che mi è venuta in mente, di solito funziona. Comunque non l’hanno bevuta. Ho promesso che avremmo chiamato non appena ci fosse stata qualche notizia”. “Il ragazzo ha segni particolari?” “Questo è l’unico lato positivo delle indagini: ha un paio di tatuaggi. Dalle foto che ho preso uno è ben visibile sul bicipite sinistro”. “Comunica l’informazione agli addetti e passa le fotografie, come sempre. Ah, Santandrea, la stampa ci sta addosso e pure gli alti capi … nessuna dichiarazione a nessuno per adesso … chiaro?” “Ricevuto!” Vivacqua pigiò il tasto e tornò a mettersi comodo. “Migliorino che ti sembra?” “Mah. Non avevo mai visto di persona un massacro come quello. Non capisco chi potrebbe aver fatto una cosa del genere. Sembra una punizione … Secondo quanto dice il dottor Santandrea, i precedenti della vittima con la droga potrebbero essere una pista da seguire. Ma c’è qualcosa che non torna. Perché decapitarlo. Sarebbe bastata una scarica di pallettoni in faccia, come si usa nell’ambiente. Se avessero voluto lasciare un messaggio forte … gli avrebbero tagliato gli attributi. Non lo so Commissario … non quadra. Poi che c’entra il rapimento della donna …”. “Hmm. Della donna te ne occupi tu. Fatti un giro tra gli spacciatori storici, portane due o tre dentro e falli bollire una notte, poi vediamo. Fatti dare da Santandrea le fotografie del Navali e chiedi se nel giro lo conoscono, ma prima fai una verifica. Chiama l’obitorio e chiedi riscontro sul tatuaggio, meglio se ci vai di persona. Ché mi stavi dicendo dei piantoni?” “Nessuna novità rilevante. I due hanno trascorso la notte nelle rispettive sistemazioni. Nulla di più per ora. Direi di proseguire finché non arriva qualcosa di buono” “Procedi. Fatti un giro Migliorì” era il segnale che la conversazione era conclusa. “La ragazza?” Vivacqua guardò l’ora: le nove e venti. “Dammi la dichiarazione …” Migliorino allungò il verbale della denuncia e il Commissario si buttò sul documento. “Andiamo a fare due chiacchiere” D’ora in avanti ogni trasgressione alle mie istruzioni ti costerà cinquecentomila euro. Se vuoi restare libero e goderti la vita No! Non sei nella condizione per fare il furbo. Voglio … No! Cancellò tutto. Non era una lettera per fare conversazione, doveva dargli la certezza che non stava scherzando. Si alzò, fece un giro per la casa, accese la radio mentre il televisore continuava nel salone a mandare immagini ad un pubblico inesistente. Si fermò davanti alla grande finestra sul campo da golf. I vetri oscurati le permettevano di vedere senza essere vista. Davanti agli occhi la piazzola con la bandierina e, poco lontano, una coppia: lui giovane e atletico, lei quarantenne, forse qualcosa di più. Lei portava una visiera con ridicoli pantaloni a quadri e aveva un buffo trabiccolo a motore, una specie di triciclo, con sopra la sacca e le mazze, lui portava in mano un bastone e si trovava alle sue spalle, aderente al corpo di lei e mimava un gesto accompagnandola nel movimento. Doveva essere una lezione pensò, ma a guardar meglio ogni perplessità cadde in frantumi: era la solita vecchia storia. Guardò ancora e l’azione si ripeté due o tre volte. Lei sembrava molto compiaciuta e, a giudicare dall’espressione del viso, ansiosa di ripetere quella vicinanza alla prima occasione. Annarita sorrise e pensò: “Se un giorno capiterà a me, voglio lasciar scritto che desidero essere abbattuta …”, sorrise del veleno appena stillato e gocciolante. Tornò al computer e ricominciò. Non credere di poter fare a me ciò che hai già fatto. Se mi succede qualcosa sei finito. Ti mando un’altra fotografia, e un’altra uguale è pronta per essere spedita al Commissario Vivacqua. Hai tre giorni per preparare 2,5 milioni di euro in banconote usate e di piccolo taglio. Le metti in una valigia e aspetti le mie istruzioni. Non riceverai altri avvisi. Con simpatia: un amico. Annarita lo scrisse di getto e rileggendo lo trovò adatto allo scopo. Tagliente al punto giusto, minaccioso quanto basta. Le tremavano le mani e improvvisamente sentì freddo, sapeva che era pericoloso quel che stava facendo. Se non avesse funzionato che cosa avrebbe fatto? E se si fosse cacciata in un guaio troppo grande per lei da sola e le avessero fatto fare una brutta fine … come doveva essere successo ad Ugo? Un brivido la costrinse a raddrizzare la schiena. Salvò la lettera e andò nello studio dove aveva visto un computer con stampante, allacciò i cavi, accese e cominciò dalla lettera. Lanciò il comando per assistere ad una serie di ringhi sbuffati e saltellanti, l’inchiostro si distribuiva sulla carta a macchia di leopardo: l’apparecchio doveva essere stato fermo troppo a lungo. Ci vollero un certo numero di prove prima di arrivare ad un risultato accettabile. Poi fu il turno della fotografia, scelse dal CD un’altra posa, diede il comando e restò a guardare. Per la spedizione si era decisa a non cercarsi problemi: sarebbe andata nell’ufficio postale del paese più vicino. Il timbro non era un problema, la lettera precedente l’aveva spedita da Torino, nella sede di Via Alfieri ... sarebbe sembrato un depistaggio. “Don Antonio? Sì, sono io: ciao, finalmente ti ho trovato. Ti ho chiamato ieri sera ma … era troppo tardi. Ho bisogno del tuo aiuto, di amico e di prete. Vorrei incontrarti, è importante …” “Sono in partenza, e se vuoi puoi venire con me, ma credo ti annoieresti. Accompagnerò il vescovo ad Assisi, stiamo organizzando un incontro con le altre Confessioni, però, per una buona forchetta come te, c’è il lato positivo della cucina locale” “Neanche un minuto oggi, magari in mattinata?” “Neanche un secondo, amico mio. Sento una voce preoccupata … non vuoi anticiparmi nulla?” “Credo di aver accettato il tuo parere …” “Credi … o lo hai accettato davvero, con tutte le conseguenze …” “Sì. Accetto. Del resto, penso di aver sempre saputo che era l’unica scelta possibile, ma, non ero pronto” “Sono contento. Io e te abbiamo in sospeso molto lavoro, a partire dai fenomeni di cui mi hai parlato. Ho trascritto le tue descrizioni, le ho confrontate con la mia collezione speciale. Sai, ho imparato a tenere per iscritto le esperienze più utili per lo studio. Ne ho parlato anche con padre Umberto, il decano, lui ha una pratica di esorcismi come nessun altro qui. Ebbene, per una volta siamo tutti d’accordo, la vediamo tutti e tre allo stesso modo: i fenomeni che si verificano nel tuo appartaento sono da collegarsi alle tue particolarissime capacità. Non al maligno in senso stretto. Satana conosce molte strade per manifestarsi ma, nel tuo caso, crediamo si tratti di fenomeni che la chiesa ufficiale non approva, e corrono sotto la definizione di esoterismo, occultismo eccetera eccetera. Argomenti che conosci meglio di me. Devi starci attento Gik, potresti essere inciampato in qualcosa che neppure tu sai tenere a bada”. “Cosa suggerisci?” “Ascolta il tuo cuore. Non sottovalutare i pericoli e, se davvero hai accettato il mio parere … vai fino in fondo. Non ti voltare, non ci ripensare … guarda avanti, verso il fondo. Lì c’è l’uscita. Ricordatelo quando ti verranno i dubbi e la paura ti prenderà il fiato: in fondo c’è la luce”. Gik per un attimo restò disorientato. Non si aspettava quel tono e quelle parole. “Un’ultima questione … cosa ti dice il nome Barbara?” “Ti ha cercato?” “Sì. Avevamo appuntamento ieri sera, ma non è venuta”. “Strano! È una ragazza con un gran bisogno d’aiuto. Ecco, lei con satana ha avuto i suoi grandi problemi, giusto per restare in tema”. “Le hai dato tu il mio numero di telefono?” “Sì. Molti giorni fa … il mese scorso, o ancora prima. Diceva di essere a conoscenza di una cosa importante per te …” “Nient’altro?” “No …” Don Antonio esitò. “Cioè …” Angelo sentì con chiarezza l’imbarazzo dell’amico superare le normali cautele di un confessore esorcista. “Ho fatto una domanda imbarazzante?” Aggiunse Gik. “Come sempre è la risposta … ad essere imbarazzante. Vedi, Barbara è una ragazza difficile, è giovane ma ha avuto esperienze che molti anziani non hanno accumulato in tutta la loro vita. È stata una forte consumatrice di droga e … per un discreto periodo ha frequentato una setta satanica molto, molto pericolosa. È una ragazza che non ha superato i problemi familiari più comuni in questi anni, la separazione dei genitori, un padre padrone, una madre troppo occupata a pensar a se stessa per ricordarsi della figlia, e via di questo passo. Sarebbe lungo da raccontare. È venuta da me perché vuole cambiar vita. Ha conosciuto un ragazzo che come lei arriva dalla dipendenza e vuole darsi una nuova possibilità. Devo dirti che finora non ha mai dimostrato di voler davvero tagliare con il passato. Credo abbia una paura spaventosa. Ha un tentativo di suicidio alle spalle e … insomma, hai capito: una vita orrenda alla quale, nonostante l’apparente ovvietà, è difficile girare le spalle”. “Perché vuole parlarmi?” “Un giorno era qui da me, ha visto la tua fotografia su quell’articolo che sai, mi ha chiesto se eri il tipo del programma in televisione, ho risposto sì, poi ha aggiunto che sapeva delle cose importanti, anzi, disse vitali, sul tuo conto. Ora non posso dilungarmi, ma ha rifiutato di rispondere alle mie domande, ha detto che come dimostrazione del suo sincero desiderio di cambiar vita, avrebbe fatto un fioretto, un piccolo sacrificio, e ti avrebbe cercato per dirti quel che sapeva. Ha voluto il tuo numero, ha chiesto il permesso di fare il mio nome ed io l’ho accontentata. Tutto qui …”. Gik restò per un attimo in silenzio, come a ripassare ciò che aveva sentito, poi, riprese: “Non ti ha detto altro?” “No, e a te?” “Quasi nulla. Ha chiesto un appuntamento perché doveva partire e ho accettato. Ha fatto il tuo nome e … ha aggiunto sai, una frase così … riposante, delicata come certe acque chete” disse Angelo con ironia. “Comunque non si è presentata, ed io sono rimasto nel dubbio, magari, ho pensato, è solo uno scherzo antipatico …” “Una frase sibillina davvero …” commentò Don Antonio. “Non posso aiutarti. Non so nulla di più …” “Fai buon viaggio, ti aggiornerò alla prossima occasione …” Luca aveva lasciato il letto di mattina presto. Marcella era rimasta a dormire: la serata con lo champagne l’aveva messa fuori combattimento. Era la seconda volta che lo assaporava in vita sua, ma sarebbe stato meglio dire la prima. Non si poteva definire champagne un vino con bollicine asfittiche prodotto nell’ex Germania dell’est. Erano stati ad Alassio, in un ristorante che a lei era sembrato bellissimo e lui aveva trovato divertente vedere l’effetto del vino su Marcella. Lo champagne la rendeva allegra, eccitata ed eccitante. O forse era stata la corsa in macchina, su quella Porsche rosso diavolo. All’inizio Marcella si era offesa della mancanza alla promessa fatta: “basta con le stupidaggini”, ma Luca l’aveva messa sul ridere, aveva risposto che la macchina era in prestito, da un amico che quella sera non ne aveva bisogno. Poi, quando Marcella aveva insistito per sapere da quando, vantava un amico con una macchina del genere, lui si era impappinato, aveva detto che forse si era scordato di chiedere la macchina in prestito, e forse non era proprio suo amico il proprietario, ma il portiere dell’albergo dove aveva prelevato la Porsche, quello sì … era suo amico. Avevano riso. E Marcella si era tranquillizzata sapendo che il “prestito” valeva solo per il tempo della cena, il giorno dopo l’avrebbe restituita senza storie. Quella macchina, ripensò Luca alzando gli occhi al cielo … prima l’aveva fatta muovere con dolcezza, quasi un felino con gli artigli nascosti, poi poco per volta era venuto fuori il ruggito, e Marcella aveva sentito il pugno nello stomaco … meno di cinque secondi per toccare i cento chilometri all’ora: una frustata del sistema ormonale su tutto il circuito nervoso. Era stata una serata speciale, forse la più bella da quando si conoscevano. Marcella rideva sincera, con il calice tra le dita e quegli occhi pieni di sentimento. Forse era la prima volta che quell’ombra di malinconia nascosta, atavica, non attraversava lo sguardo della sua donna e lui, per riflesso, si era sentito orgoglioso. Tutti nel locale li guardavano, e gli uomini erano senza parole nel vedere quella bionda con la carnagione diafana, quasi fosse una dea di porcellana. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per la sua donna quella sera, avrebbe odiato, amato, ucciso … scalato una montagna per portarle la neve con la quale fare una granita: qualsiasi cosa … pur di meritare quel sorriso. Andar via le era costato molto quella mattina, vederla dormire nuda, riversa sulle lenzuola gli aveva messo un’agitazione animalesca, come non fosse appagato della notte di fuoco. Ma troppe cose reclamavano la sua attenzione. Era andato a restituire la Porsche a cento metri da dove l’aveva prelevata; aveva ripreso la sua Clio e non poté fare a meno di ridere, mettendosi alla guida del trabiccolo lamentoso che era la sua macchina, comprata di quinta mano e rimessa a posto pagando a rate un amico meccanico. Fece una volata a Bordighera per dare un’occhiata al “posto di lavoro”, non aveva intenzione di entrare, voleva solo dare un’occhiata da fuori, passando piano con la macchina, per vedere se era tutto a posto. La villa sembrava indifferente al mondo, presa dalla propria vita interiore fatta di una tranquillità d’altri tempi, come se aver visto i primi del novecento fosse abbastanza per meritarsi il mare e quel tepore mattutino. Luca girò circospetto senza fermarsi, il lucchetto era al suo posto, legato intorno al cancello, e tutto il resto dormiva in barba al cinguettio urlante. Se avesse avuto il furgone a disposizione quella era una giornata eccellente per caricare il secretaire di mogano e magari smontare i lampadari di Murano. Avrebbe cercato di convincere l’amico idraulico a prestargli il furgone anche se, a pensarci bene, non gli mancava il lavoro: c’era da ritirare le fotografie, catalogarle, mettere i prezzi, fare un giro dagli antiquari e, naturalmente, predisporre le mosse per la seconda parte del piano. Quello da duecentocinquantamila euro. Tombola! Luca girò la macchina, guardò l’orologio e si affrettò a fare rotta verso Sanremo: doveva sbrigarsi, con un pizzico di fortuna avrebbe trovato Alberto al solito bar, l’amico d’infanzia, oggi poliziotto frustrato. Ci volle mezz’ora per districarsi nel traffico del mattino e posteggiare di fronte al “Bar-bablù”, in pieno centro. Alberto era lì, insieme ad un collega, nel dehors, con il caffè davanti al naso, vestito di tutto punto. A Luca, la semplice vista dell’abbigliamento d’ordinanza fece venire il prurito, ma gli affari sono affari, ed era meglio mettere da parte le opinioni sulla divisa. Si salutarono con calore, Alberto scherzò con il collega tirando fuori la canzone di De Gregori per presentare Luca, alias ladro gentiluomo, amico di Girardengo, ovvero suo amico d’infanzia. Il collega non capì il nesso e se n’andò per i fatti suoi. “Allora? Ladro gentiluomo, come te la cavi?” “Bene. Sono a posto. Ho una bella fidanzata, aspettiamo un cucciolo, ho rimesso la testa sul collo. E Tu?” “Sempre a piede libero. Niente mogli, fidanzate o seccature. Anzi se avete un’amica da presentarmi sono qui. Bello, aitante, unico difetto … perennemente in bolletta!”. Alberto si voltò verso il cameriere, fece segno per un altro caffè e tornò a guardare Luca. Restò in silenzio e capì al volo: non era una visita di cortesia. “Ti sei cacciato nei guai?” “Quali guai. Ti ho appena detto che sono pulito: niente rogne … anzi, sto cercando un lavoro stabile, sai, con il figlio in arrivo …” “Bene” replicò Alberto sospettoso, allora come capiti da queste parti?” “Mi serve un favore. Una cosa da niente per te, ma a me farebbe un gran comodo …” Alberto rimase inespressivo. In fondo lo sapeva: Luca non era lì per caso. “Dimmi cosa ti serve e, se ti riesce, ricordati che sono un poliziotto” “È una stupidaggine, guarda …” Luca prese un biglietto dalla tasca dei blue jeans e lo lasciò sul tavolino. “… Mi serve sapere a chi appartiene questa auto, nome e indirizzo”. Alberto prese il biglietto e ad alta voce lesse: “Audi familiare, grigia, BC 419 ZF”. Restò in silenzio per un secondo quindi buttò fuori un sorriso sbilenco “Mettiamo che io prenda il biglietto, faccia qualche telefonata e, innocente come tuo figlio, metta le mani su qualcosa che non sono in grado di spiegare …” Alberto gettò un’occhiata eloquente, “Secondo te … che cosa potrebbe succedere?” “Dai Alberto … cosa vuoi che succeda? È solo un numero di targa. Mica è una rapina o, ché ne so … una mascalzonata, dai … per te non ci vuole nulla”. Il cameriere consegnò il caffè e girò i tacchi. “Alberto, non mi guardare come fossi un pedofilo …” “Da dove arriva questa macchina? Cioè, dove è stata immatricolata, questo lo sai almeno?” “Sì, è di uno stronzetto di Torino. Perché me lo chiedi?” “Per vedere quante telefonate devo fare e quali scuse inventare … ecco perché. Tu la fai facile, ma io mica sono il Commissario, devo rendere conto di quello che faccio”. Luca lo guardò perplesso, come se stesse esagerando. “Guarda, per me è un favore importante, sono disponibile ad offrirti una ricompensa …” “Luca, non dire cazzate” interruppe Alberto, “Primo, non è così semplice. Secondo … se mi offri una ricompensa mi fai pensare male. Terzo, tu magari manco ci hai pensato, ma cosa ne sai che il proprietario è una persona: l’auto potrebbe essere di una società, o di una compagnia di leasing …” “Alberto, sei sempre il solito. Non devi pensare male, la ricompensa era una cosa da amici, una pizza! Che cosa ti sei immaginato? Poi, se il proprietario non fosse una persona … beh, pazienza … vuol dire che la prossima volta che l’incontro sotto casa glielo chiedo io a modo mio … sei tu che hai lasciato quella striscia sulla portiera della mia macchina, visto che la vicina ti ha sgamato?” Fu il turno di Alberto cacciar fuori uno sguardo al vetriolo. “… Mi stai dicendo che il numero di targa ti occorre per rintracciare uno che ti ha rigato la macchina?” Alberto prese il biglietto lo arrotolò in una pallina e fece per alzarsi. Luca lo fermò posandogli la mano sul braccio, addolcì lo sguardo, e si rivolse con delicatezza, “È importante Alberto …”. I due si guardarono per un lungo momento, poi Alberto riprese: “È l’ultima volta che mi chiedi un favore come questo. E mi devi una pizza …” aggiunse fintamente arrabbiato, “… chiamami domani, il numero di telefono ce l’hai”. Vivacqua entrò nella stanza degli interrogatori informali, incrociò lo sguardo spazientito dell’ospite e sbottò: “Migliorino! Che maniere sono queste, non avete offerto neanche un bicchier d’acqua alla signora … un caffè … siete dei villani!” “Provvedo subito” rispose Migliorino con complicità. Il Commissario girò intorno al tavolo, si accomodò e non fece a tempo ad aprir bocca che squillò il telefono. “Vivacqua …” rispose. “Sì, capo, sono Meloni. Piras fa sapere che l’unità cinofila è sul posto con l’appoggio dell’elicottero. Prevedono di terminare tra un paio d’ore. Il comandante dice che presenterà rapporto nel primo pomeriggio. Qui fuori è pieno di giornalisti e telecamere, che facciamo?” “Lascia che si divertano” Vivacqua tornò a rivolgere lo sguardo di fronte a sé, verso Simona Bellei, anni trentatre, alta, elegante in un tailleur grigio con camicia azzurra e scarpe scure con tacco basso. Residente in Corso re Umberto tre. Professione Consulente, aria giovanile, capelli corti, vagamente androgina; bella donna senza dubbio … nonostante le occhiaie. Vivacqua distolse lo sguardo e osservò la fotografia di Barbara Pandolfi, nata a Torino il 7 giugno dell’ottantadue. Un musetto grazioso circondato da capelli castani spruzzati con uno sgargiante blu elettrico, un piercing al naso e occhi chiari. Carina, trasgressiva, aria inquieta … almeno in quella fotografia. Il Commissario percepì un movimento e intravide la giovane scrutare l’orologio da polso. Restò in silenzio, in attesa di sentire la voce di quella dirimpettaia così nervosa e allo stesso tempo distaccata. “Dica, Agente, non pensa di essersi preso tempo a sufficienza?” Il telefono squillò ancora e Vivacqua sollevò un braccio, come a fermare l’attacco di collera, e rispose senza degnare di uno sguardo la donna. “Dimmi Meloni …” “Il Commissario Loy da Sanremo …” “Lo richiamo io!” Vivacqua posò la documentazione fece un sospiro, tolse gli occhiali e si sporse in avanti. “Lei a che ora è arrivata qui?” disse con una voce delicata, quasi amichevole. “Saranno state le sei e mezzo … minuto più, minuto meno e … per una dichiarazione che saprebbe scrivere un ragazzino delle elementari sono rimasta qui dentro …” guardò ancora l’orologio, “… più di tre ore. Pazzesco! Mi rivolgerò a persone amiche e, anzi …” tirò fuori da una borsa l’agenda, fece scattare la penna e aprì la pagina degli appunti, “Voglio sapere il suo nome e parlare con chi comanda qui dentro …” si apprestò a scrivere, con gli occhi abbassati e le labbra strette. “Comando io. Sono il Commissario Capo Vivacqua …” portò la mano nel taschino della giacca e prese un biglietto da visita. “Ecco … così non deve neanche scrivere. Ora se si calma, forse riusciamo a spiegarci e, speriamo che Dio lo voglia, a risolvere la questione senza veleni. La sua amica ha un telefono cellulare?”, l’altra fece un silenzioso sì. “Vuole provare a chiamarla?” “È tutta la notte che provo … non ho chiuso occhio” prese il telefonino, pigiò un pulsante e ascoltò l’ennesimo messaggio dell’utente non collegato. “Niente: non è da Barbara. Non lo spegne neppure quando va a dormire …”. Occhi lucidi, pronti a lasciar cadere la prima lacrima. “Gli è successo qualcosa … lo sento”. “Mi racconti qualcosa di Barbara, perché dovrebbe esserle successo qualcosa?” “Barbara è una ragazza dolce, talvolta per difesa può diventare difficile, ha avuto un’infanzia infernale con i suoi genitori, sono separati e il padre è un bastardo! Barbara ha avuto anni dei quali non vuole parlare, usava droga, frequentava brutta gente, ha interrotto l’università … un disastro. L’anno scorso, a dicembre, ha tentato di togliersi la vita. Quando è venuta da me, ad aprile, voleva aiuto. Voleva cambiare vita e, io … ho cercato di aiutarla … magari ho sbagliato … ma …” tirò su con il naso, “Io mi ci sono … affezionata, e … sono molto preoccupata”. Migliorino entrò con i caffè, li distribuì e si accomodò. Aspettò di essere visto dal Commissario e fece un sì con la testa. Era il segno che stavano registrando la conversazione. “Perché dovrebbe essere in pericolo?” domandò ancora Vivacqua. “Non potrebbe essere andata da uno dei genitori, per esempio, o da un’amica, un fidanzato?” La donna fece un no perentorio, “Perché una volta è tornata a casa tardi, deve essere stato il mese scorso. Si era incontrata con certe persone che frequentava e che non voleva più vedere. Era tardi, si è buttata sul letto stanza senza dire nulla, e piangeva. Allora sono andata da lei e …” sospiro, voce strozzata, “Era tutta un livido. Perdeva sangue da … da …” mimò con le mani la zona dell’inguine “… era stata violentata, l’avevano picchiata. Gli occhi erano aperti e … ed era drogata …” “Lei la portò in ospedale?” domandò Migliorino. “No, no. Lei non voleva. Diceva che l’avrebbero ammazzata se avesse detto qualcosa a qualcuno! Io ero spaventata, ho fatto come chiedeva … l’ho aiutata, lei promise che non li avrebbe visti mai più, ma non era vero … o forse non le è stato possibile” “Lei conosce queste persone signora Bellei?” “No. Però dieci giorni fa l’ho vista scendere da una macchina … una macchina di grossa cilindrata, una Bmw … scura …” Vivacqua e Migliorino si scambiarono un’occhiata fugace. “… lei urlava una scenata; secondo me si trattava di gente che frequentava in passato; quelli dai quali cerca di fuggire. La perseguitano, la minacciano …” “Che opinione si è fatta del passato della sua amica?” domandò il Commissario. La Bellei scosse la testa. “Non so cosa pensare. Talvolta mi vengono in mente le cose più brutte … la prostituzione, la droga … Ho provato a chiedere, ma lei si chiude come fanno i bambini. Non ho mai capito. Solo ultimamente aveva preso a parlare un po’ di più. Barbara è una ragazza particolare, si veste senza gusto, i blue jeans e roba così … come fanno i giovani. Ha il piercing, un grosso tatuaggio macabro sulla schiena …” “Cioè …” chiese Migliorino. “Tre caproni rampanti e incappucciati che impugnano delle lunghe falci. Al solo pensiero mi vengono i brividi. S’interessa di magia, di paranormale, la sua stanza era piena di riviste e libri di occultismo”. Vivacqua e Migliorino s’incontrarono ancora una volta in un lampo con gli occhi. “… Ora non li ha più: un giorno ha preso tutta quella roba, ne ha fatto un mucchio e l’ha gettata …” “Mi dica di ieri sera …” chiese Vivacqua. “Che cosa posso dire ... ero al lavoro, ho uno studio di consulenza finanziaria per le imprese, al Centro Pier della Francesca. Il lunedì è il giorno in cui prendo gli appuntamenti e organizzo la settimana, è sempre una giornata lunga. Ci saremmo viste tardi. Lei di solito è a casa quando torno, verso le undici, mezzanotte, e mangiamo insieme. Sono rientrata alla solita ora ed ho trovato un biglietto, diceva ma … non è rientrata. All’inizio ho cercato di non pensarci. Ho creduto ad un banale ritardo. Poi, verso l’una, il ritardo era diventato troppo anomalo e ho cominciato a preoccuparmi, così l’ho cercata la prima volta sul telefonino, senza risposta … e questo era doppiamente strano … ho pensato che poteva essere in una zona con poca copertura, ma alla lunga la spiegazione non stava in piedi …” “Perché? Non poteva essere in giro con amici o con un fidanzato? È una bella ragazza … avrà di certo un amico del cuore”. Domandò Migliorino. “L’ho già detto, Barbara non è una ragazza come le altre. È una solitaria, non è il tipo che esce in compagnia. Poi in questo momento un fidanzato, un amico del cuore, come dice lei … non ce l’ha!” “Se avesse un amico lei lo saprebbe, non è vero?” “Che domanda. Siamo amiche. Certo che lo saprei. Comunque il ritardo non è nel suo comportamento. Avrebbe telefonato … mi avrebbe detto qualcosa”. “Dobbiamo escludere anche l’ipotesi di un viaggio a sorpresa, non è vero? Cioè: è sicura che non sia partita per un breve viaggio del quale magari avevate parlato in passato. O un’idea improvvisa, non programmata” insisté Migliorino. “Sembra che non voglia credere a quel che dico Agente. Le sto spiegando che Barbara non è il tipo di persona che prende e se ne va. A casa c’è tutta la sua roba, e poi comunque lo ripeto: non abbiamo segreti o motivi per nasconderci un progetto: può andare e venire come vuole. Se avesse voluto fare un viaggio me lo avrebbe detto … mi creda, Barbara non è il tipo delle improvvisate”. “D’accordo, quindi sono esclusi anche i genitori, è così?” “Non ha rapporti con loro. Sono come estranei”. “Allora che cosa ha fatto signora Bellei?” “Ho telefonato dappertutto, ospedali, Polizia, carabinieri … dappertutto. Questa mattina, ho deciso su due piedi … ho pensato che non dovevo aver paura di metterla in difficoltà, che potrebbe essere in pericolo e allora è meglio non perdere tempo …” “Ha fatto bene. Quando vi siete viste l’ultima volta?” domandò Migliorino. “Ieri mattina. Abbiamo fatto colazione insieme nel bar sotto casa”. “Com’era vestita?” aggiunse prendendo appunti. “Come il solito: jeans, una polo scura sdrucita, delle scarpe tipo ginnastica, di colore blu, con la suola bianca, in gomma, un po’ alte … Barbara non ha una gran passione per l’eleganza o la femminilità, talvolta sembra un maschiaccio …” Vivacqua restò ad ascoltare la descrizione, accostando le somiglianze con quell’atra scarpa trovata abbandonata, ma non mosse un muscolo. Si limitò ad incrociare lo sguardo del collaboratore e bastò per capirsi. “Ancora una cosa signorina …” domandò Vivacqua, “Per quale motivo la sua amica vive in casa sua?” La Bellei ebbe un’incertezza, poi alzò il capo con dignità e rispose “Perché con i genitori non ha più alcun rapporto, non ha amici, dopo il tentativo di suicidio si era persa, aveva bisogno di aiuto …”. “Capisco. Come si mantiene Barbara Pandolfi, ha un lavoro?”. “Barbara e la sua famiglia non hanno mai avuto bisogno di lavorare, nel senso comune del termine. Il Papà è il famoso chirurgo estetico … vive e lavora a Ginevra. Barbara si mantiene da sé, riceve un vitalizio mensile più che sufficiente per restare autonoma. La madre non so dove si trovi” “C’è qualcosa che dovremmo sapere e che non ci ha detto signora?” aggiunse Migliorino improvvisamente severo. “Nulla che interessi le ricerche” rispose asciutta. “Allora per adesso è tutto. Ci faremo vivi al più presto. Metta in preventivo la necessità di qualche approfondimento e una visita d’obbligo alla stanza che occupa la sua amica. La prego di non toccare e non spostare nulla fino a nuova disposizione. Per favore, vuole scrivere il numero di cellulare della signorina Pandolfi?”. La Bellei scrisse il numero su un foglietto, lo strappò e lo consegnò. Vivacqua si alzò, Migliorino fece strada e aprì la porta, ma la Bellei sembrava in attesa di qualcosa di più, come non fosse convinta di quel che era successo. “Commissario … adesso cosa farete?” “Il nostro lavoro. Deve trascorrere il tempo tecnico previsto dalla legge, quindi ci metteremo ancora in contatto con lei che, non dimentichi, ha l’obbligo di avvertirci se la signorina Pandolfi si facesse viva per qualsiasi ragione. Ha capito? Qualsiasi ragione. Non c’è altro, possiamo andare …” “Perché ha voluto parlarmi Commissario?” domandò a sorpresa la donna. “Non era sufficiente uno dei suoi collaboratori?” “Perché in questo momento in città ci sono troppe teste calde!” concluse lapidario ed evasivo. I due enormi caproni di gesso, rampanti e incappucciati con lugubri teli scuri, impugnavano lunghe falci di metallo e sembravano guardare verso il letto con un minaccioso sorriso equino: chiunque avrebbe avuto grosse difficoltà a prendere sonno sotto quell’egida. Ma non Rodolfo. Mancavano pochi minuti alle dieci e mezza e sorrideva sotto i baffi, disteso sulla pancia. Sentiva una vibrazione e ci volle un attimo per confermare il significato dell’attesa, il tempo che il telefono accanto al letto squillasse. Rodolfo distese il braccio e impugnò la cornetta. “Roncati …” rispose austero. “Sono io …”. Ebbe un sobbalzo. Non capitava mai di ricevere telefonate da lui. Scacciò Daniela, occupata nel massaggio di rilassamento a cavallo sulla schiena, e si voltò, come se il rispetto verso l’interlocutore lo obbligasse ad una posizione di deferenza anche al telefono. “Che cosa posso fare per te?” “Questa sera, prima della cerimonia, vorrei trenta minuti del tuo tempo. C’è qualche difficoltà?” Odore di guai. Lo avrebbe capito chiunque, anche senza i poteri di Rodolfo. “No, nessuna …” si affrettò a rispondere. “È tempo di concludere le perdite di tempo e certi giochini che mi hanno innervosito” Rodolfo sentì all’improvviso la bocca asciutta. Sospettava che i “giochini” fossero un riferimento al suo comportamento. Digrignò i denti e chiuse gli occhi, non gli piacevano i rimproveri, specie dal Venerabile. L’unica persona in grado di governarlo. L’unica verso la quale sentiva un rispetto spontaneo, superiore. “Come pensi di fare?” domandò in attesa di istruzioni. “Faremo una conversazione al mio arrivo. Nella mia macchina” “D’accordo” si limitò a replicare, ma la comunicazione era già stata chiusa. Nella macchina … pensò: la sua idea ossessiva per i registratori ed i microfoni. Tornò a distendersi, ringhiò e una ventata agitò la stanza. Daniela sorrise a labbra socchiuse, tornò a cavallo della schiena a strofinare l’essenza di olio indiano appoggiando la sua pelle nuda sulla pelle di Rodolfo, si allungò su tutto il corpo e si lasciò scivolare su e giù, eccitata, con i seni turgidi e unti schiacciati sul dorso di Rodolfo, in un movimento ritmico, sensuale, sull’orlo dell’estasi. Che cosa aveva in mente il Venerabile? “I giochini …”. Che cosa voleva dirgli? Sbuffò stizzito. Con il massaggio di Daniela cercò di prendere la concentrazione per ripassare mentalmente la cerimonia: avrebbe officiato personalmente il “rito maggiore”, non voleva dimenticare nulla. Nella sua immaginazione lo aveva eseguito decine e decine di volte, ma erano solo proiezioni, idee. L’altra notte, durante il sabba dedicato all’amico Ugo, aveva realizzato il sogno dell’evocazione con un rito completo. Da quella notte si sentiva trasformato, non era più lo stesso uomo, sentiva il potere nelle vene. Chiese mentalmente perdono al suo signore per non aver avuto la giusta fede nelle promesse di vita superiore. Anche questo era un errore che non avrebbe commesso mai più. Chiuse gli occhi e concentrò il pensiero sulla venerazione del proprio signore finché lo vide, non con gli occhi del corpo materiale, e neppure con la psiche, con l’eccitazione della punta fine dell’anima: il noûs. Non era una forma di allucinazione o un ologramma, era un’immagine tridimensionale viva, reale. Come emersa da una dimensione metafisica intermedia tra il concreto e l’immaginario. Daniela, gocciolante di sudore e di piacere, continuò a frizionare il padrone fino a sentirlo scaricare il corpo di ogni residua energia vitale e scivolar fuori di se stesso come un puro spirito. Emise un ghigno diabolico, accelerò il ritmo, prese ad ansimare sussultando dall’eccitazione. Scese dalla schiena di Rodolfo e si coricò accanto al corpo abbandonato. Spalancò le braccia e le gambe e restò con il capo reclinato all’indietro, aperta, disponibile a qualsiasi sottomissione, fino a quando lo vide nella sua aura, in piedi, davanti ai suoi occhi. Sobbalzò quando la prima frustata le sfiorò i capezzoli, e ancora, colpo dopo colpo, gemendo ad ogni carezza rovente, ad ogni sibilo schioccante sul ventre. Daniela precipitò in un abbandono irreale, tremante e singhiozzante. Soffiava, sbuffando miagolii incontrollabili. Implorava di essere presa e spaccata con violenza da un assalto che ormai agonizzava. Con le mani sfregò il ventre inarcandosi languida, finché lo vide sopra di sé, virile, sprezzante, e sentì le sue mani sollevarle le cosce e prenderla … penetrarla senza pietà, con la forza di un animale sordo, cieco, furibondo. Urlò senza voce, imprecò di dolore, bestemmiò … pazza di godimento, scossa come un fuscello dalla carica animalesca, all’apice del furore venne più volte, in un flusso ininterrotto di liquidi, afferrò le lenzuola con le unghie e le portò alle labbra inarcandosi, pronta ad un nuovo assalto, ansiosa di ricevere ancora ... Rivolse lo sguardo verso l’alto e le sembrò di vedere i caproni di gesso animarsi, muoversi verso di lei, spaventosamente eccitati … pronti a rubare la loro parte di piacere. Li accolse con un sorriso avido … si voltò e in ginocchio li attese famelica, si aprì completamente, non ancora soddisfatta … “Migliorino, tu che ancora puoi permetterti di fare il galletto in giro a sciupare femmine … ché ne pensi?” Migliorino cadde dall’albero della sua ingenuità e rispose con un’espressione inebetita, “Di cosa Commissario?” “Come di cosa? …” Vivacqua pescò dalla tasca interna della giacca il foglio degli appunti lo aprì, lo distese con le mani, cercò i riferimenti e aggiunse: “Ci risulta introvabile un non meglio identificato signor Martini …” alzò gli occhi sopra le lenti per controllare che l’interlocutore seguisse il filo, “… ora abbiamo un secondo introvabile anzi, una seconda …” Vivacqua calcò l’accento sulla A finale, “… qui si tratta di una donna …” Il Commissario lasciò in sospeso la frase, come volesse cedere al collaboratore il compito delle conclusioni. Migliorino non sembrò in grado di raccogliere e buttò lì, ancora una volta, un’espressione vaga, un po’ per prendere tempo, un po’ per non dire fesserie. Vivacqua riprese, “… Non ti viene in mente niente?” sfilò gli occhiali, si appoggiò allo schienale e mordicchiò una stanghetta. “Pensaci … nel caso di Martini …” “Commissario vuole dire che i casi sono collegati?” sparò Migliorino, sorpreso egli stesso dell’ipotesi. “Per dire una cosa del genere adesso, a questo punto delle indagini, ci vorrebbe un mago. Io non lo sono, ma di certo qualcosa di strano che collega i due … a guardar bene ci sarebbe. Ma non è questo il punto … almeno per ora. Nel caso di Martini c’è una convivente, la …” buttò l’occhio sugli appunti, “… la Gatti Annarita. Nel caso della denuncia di qualche minuto fa c’è di mezzo un’altra donna, la Bellei Simona … che si da un gran daffare per trovare l’amica del cuore, tale Pandolfi Barbara. Due donne che all’improvviso perdono di vista, diciamo così, il compagno di stanza ma, è questo il lato singolare, una scappa, l’altra alle sei del mattino, dopo poche ore d’assenza, chiama tutti gli ospedali e si precipita a sporgere denuncia … che cosa ti fa pensare Migliorino?” “Che le donne non si possono capire né spiegare?” Vivacqua sorrise e non ebbe il tempo di fare di più, se non prendere la comunicazione sul cellulare. “Che c’è Carbone?” “Del Martini nessuna traccia, ma abbiamo trovato l’auto, la Bmw 530 targata CP022HL. Si trova in un cortile di Via Confienza, dietro Piazza Solferino, un posto macchina affittato dallo stesso Martini e …” “… Di che colore è la vettura?” domandò Vivacqua a bruciapelo. “Bordeaux Commissario …” “In che condizioni si trova?” “Nulla da segnalare. È in ordine, sembra ferma da non molto, a giudicare dall’apparenza …” “Va bene, procedete con il sequestro e provvedete a passare la segnalazione alla Scientifica. Voglio un bel lavoro. Fai un giro e interroga il portiere del caseggiato o qualcuno degli affittuari dei posti auto, vedi se sanno qualcosa del Martini. Stammi bene Carbone”. Fine della chiacchierata. Vivacqua si voltò sulla poltroncina premette il pulsante del viva voce e, indifferente alle perplessità di Migliorino, dettò le istruzioni. “Segnati questo numero” Vivacqua scandì le parole e proseguì “… è il cellulare di Barbara Pandolfi, informa il CNAG che si tratta di una segnalazione di persona scomparsa. Conoscono la procedura meglio di noi; poi chiama il Magistrato e avvertilo della necessità dell’autorizzazione a procedere. Poi, già che ci sei, vedi se arriva sto benedetto tabulato del Martini. Se hai problemi riferisci all’ispettore Migliorino”. Vivacqua tornò a dedicarsi all’interlocutore. “Allora Migliorino … a parte i misteri dell’universo femminile, perché Annarita Gatti è fuggita?” “Quando siamo arrivati all’appartamento di Via Monte di Pietà lei era ancora lì. Questo è certo. Deve averci visti ed è fuggita. Era pronta a scappare, lo dimostrano il disordine trovato in casa e i borsoni che portava con sé … ma allo stesso tempo credeva di avere più tempo, anche a questo proposito abbiamo la dimostrazione, ovvero è fuggita rifugiandosi alla bell’e meglio”. Vivacqua fece sì con la testa per invitare Migliorino a proseguire. “… Commissario, le prime idee che mi vengono in mente sono che è coinvolta con il Martini in qualcosa d’illecito, tanto da abbandonare in fretta e furia la tana. L’altra è che forse la fuga ha come obiettivo ricongiungersi con lo stesso Martini”. “E perché scappano?” aggiunse il Commissario incrociando le braccia. “Hmm, bella domanda”. Migliorino si grattò la testa. “Forse hanno una parte nel rogo di Riva di Chieri … sono collegati alla setta che ha ridotto in cenere quel disgraziato” “Potrebbe, sì … non lo escludo … però nell’appartamento non abbiamo trovato nulla che li colleghi alla pazzia delle sette. Di solito questi invasati si circondano di follia anche e soprattutto nelle proprie abitazioni. Ad ogni modo, questa ipotesi metterebbe in collegamento la coppia Gatti Martini con la Barbara Pandolfi, che al contrario, con l’occulto aveva un rapporto di vecchia data, secondo la testimonianza dell’amica”. “Commissà mi perdoni, non sono un esperto, ma per come la vedo io … satana e oculto non sono per forza collegati”. “È vero, ma sono collegabili … il confine può essere così sottile da perdersi in dettagli quasi insignificanti” aggiunse con acutezza Vivacqua. “Quindi, se seguo il suo ragionamento … i tre potrebbero conoscersi! Interessante” “Con un pizzico di culo basterà trovare le rubriche telefoniche o, quando avremo i tabulati Telecom, leggere il listato delle telefonate … e tirare le somme” “E la droga?” “Un di più … Solo un ingrediente del più ampio scenario di questi scellerati. La droga la usano per trovare il coraggio che altrimenti non avrebbero. Non mi lascerei prendere in braccio da questa pista. Comunque … dopo aver sbattuto dentro tre o quattro del giro vecchio, quelli che hanno la memoria lunga, potremo avere le idee più chiare”. “Dottore … ma lei ci crede alla magia?” “Per dirla con parole altrui: non è vero ma ci credo!” Il telefono squillò. Era la linea di collegamento con le unità mobili. “Dimmi …” “La Gatti è in movimento” “E voi che volete fare? La volete aspettare con calma?” disse ironico. “No, dottore. In questo momento è alla guida. Ha fatto una sosta breve in prossimità dell’ufficio postale di Ciriè ed ha imbucato una lettera”. “Hmm, avete visto se in macchina ha caricato le borse?” “No, Commissario, non è stato possibile”. “Non perdetela di vista e se fa qualcosa per uscire dal controllo la fermate e la portate in Commissariato. È chiaro?” “Ricevuto”. Vivacqua chiuse la comunicazione e si rivolse all’assistente. “Migliorino, fatti un giro e ricordati le priorità …” “Sì capo”. L’ispettore iniziò la conta, “… proseguiamo la caccia al Martini; verifico all’obitorio il cadavere di quel tale decapitato per controllare la corrispondenza con Silvano Navali; mi faccio dare dalla scientifica le fotografie della scarpa femminile ritrovata questa mattina … e … ah sì, andiamo a dare una gomitata ai pusher del centro, facciamo un programmino di raccolta per questa notte. Mi pare sia tutto”. “Se c’è qualche problema mi chiami e …” Il telefono squillò. “Meloni, non rompere …” “È il Questore, Commissario. Incazzato nero direi …” “Che palle …” “Sono io che dovrei dire che palle, Vivacqua …” “Non ce l’avevo con lei dottore Renier …” rispose affabile Vivacqua aprendo le braccia con gli occhi al soffitto. “Si metta in ordine e mi raggiunga in Prefettura, l’aspetto tra dieci minuti …” “Dottore, siamo nel pieno di …” “Vivacqua, detesto si discutano le istruzioni. Ci sarà il Prefetto, il comandante dei Carabinieri, il Sindaco e alcuni esponenti del Comitato per Torino giusta e pulita. Poi faremo una dichiarazione alla stampa. Si sbrighi.” Vivacqua restò con la cornetta in mano. Si alzò, indossò la giacca, premette l’interfono, chiese la macchina di servizio, quindi si voltò verso Migliorino e disse: “Tieni d’occhio la questione del cellulare della Pandolfi. Mi chiami ogni ora per l’aggiornamento su tutti gli argomenti in lista. Hai capito? E se ci sono novità … in qualsiasi momento”. Uscirono entrambi dall’ufficio, ognuno con mille pensieri aggrovigliati nel traffico della coscienza. Vivacqua impugnò il cellulare e digitò un numero breve. “Dammi la situazione …” “Sì, Commissario, l’avrei chiamata tra un attimo, ma c’è stato un …” “La situazione …” “Nessuna novità. L’unità cinofila ha terminato il lavoro e stanno smobilitando. Nella manovra di rastrellamento della zona sud abbiamo pescato un gruppo di clandestini che …” “Nessuna traccia della persona scomparsa?” domandò Vivacqua. “No, Commissario. Nessuna”. “Sarebbe antipatico scoprire che la signorina è fuggita e noi la cerchiamo come rapita …” “Come dice?” “Niente. Va bene così Piras. Mi dai il rapporto nel pomeriggio”. Carbone era pronto con la portiera aperta e la radio sintonizzata su un giornale radio. “… l’impressione è che le misure restrittive invocate da alcuni partiti di governo e fortemente osteggiati dall’opposizione non potranno essere ulteriormente rimandate. L’allarme sicurezza è suonato ancora una volta minaccioso a Torino, ove i fatti di questa notte hanno sconvolto l’opinione pubblica. È atteso un comunicato degli inquirenti, riuniti in un vertice d’emergenza presso la prefettura del capoluogo piemontese …” Vivacqua allungò un braccio e spense. “Commissà … sta a venir fuori n’casino …” Ma Salvatore Vivacqua non ascoltava, era da un’altra parte a fare i conti con quella parte di coscienza con la quale non si bara, non si fa politica e non si cercano scuse. Alle undici del mattino, quasi sconsolato, si trovò a tu per tu con il suo Dio, per chiedere aiuto “… stiamo dalla stessa parte … dammi una mano a prendere quei farabutti …” “Sono Roncati d’Altavilla. Un vostro venditore ha chiamato ieri per quella Porsche Cayenne rossa e m’interessa sapere quando sarà a disposizione …” Rodolfo restò ad aspettare la risposta comodamente seduto sulla Jaguar, con il mento appena rivolto all’insù, nel gesto di parlare con il microfono del vivavoce. Per strada, e tutto intorno, una moltitudine di barattoli verniciati con motore e passeggero, erano in coda come lui, sul ponte che attraversa il Po e conduce verso piazza Vittorio Veneto. Il telefono pigolò per segnalare l’arrivo di una seconda comunicazione. Rodolfo guardò il display e premette il pulsante per mettere in attesa la prima. “Sono io” rispose asciutto. “Ciao Rodolfo. Ho chiamato per dirti che è tutto pronto. Manca solo qualche dettaglio che dovresti ricordare …” disse Mario allusivo. “Hmm …” grugnì scostante “Secondo te sono in giro in questo casino per divertirmi?” Come se l’altro potesse vedere la situazione. “No, ero sicuro che ti saresti ricordato” replicò Mario sulle difensive, “era solo per dirti che qui è tutto a posto. Abbiamo lavorato duro, ma sarà tutto perfetto entro l’orario concordato … e ci sarà il pienone” “Quanti?” “Tutti i principali invitati e qualche meritevole pronto al nuovo grado. In tutto, quasi trenta” rispose con enfasi. “Bene. Hai fatto un buon lavoro. Lo farò presente questa sera”. Chiuse la comunicazione per riprendere l’altra. “La settimana prossima? Giovedì? Mi aspettavo un servizio migliore” sbottò chiudendo la chiamata. Rodolfo sorrise maligno, lo divertiva trattare con l’acido i venditori. Accese una sigaretta e continuò a guidare verso la periferia, controllò l’orario e accelerò, era in ritardo. Don Filippo aveva mille difetti, tra questi la difficoltà a capire che la gente non è a sua disposizione, ma in fondo cosa poteva aspettarsi da un delizioso, vecchio peccatore. Rodolfo arrivò nella borgata di Lucento, manovrò nelle vie interne fino a scorgere la parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, quindi girò a caccia di un posteggio finché lasciò la macchina di traverso, non troppo lontana dall’ingresso dell’oratorio. Buttò l’occhio nel campetto di calcio, desolato a quell’ora, e proseguì verso le impalcature, davanti alla facciata della chiesa. All’esterno Adele, l’anziana perpetua, scopava i gradini mugugnando solitaria, i due si scambiarono un segno tutt’altro che affabile e, prima che Rodolfo si avvicinasse, lo degnò di uno sguardo al veleno. “Se cerca don Filippo ha fatto strada per niente. Non sta bene. Torni un altro giorno. Anzi non torni per niente, gente come lei non è gradita da queste parti, dovrebbe saperlo”. Rodolfo rispose con un sorriso beffardo e, come non avesse sentito, superò la donna, fece lo slalom tra i ponteggi, girò di lato e imboccò le scale, tutto sommato felice di non essere entrato in quell’edificio nemico. Bussò e ci volle qualche minuto prima di sentire uno strusciar di ciabatte avvicinarsi alla porta. Don Filippo, pieno d’acciacchi, prossimo alla pensione aprì, e con stupore prese in faccia la luce di quella giornata estiva. Strizzò gli occhi, con una mano fece la visiera e trasalì quando riconobbe il visitatore. Arretrò fino ad inciampare nei suoi stessi piedi. “No, no, ho pregato per non rivederla … la scongiuro, se ne vada, la prego … non posso più accontentarla, mi dispiace, non la prenda a male, sono vecchio, se ne vada …” Arretrò ancora fino a travolgere una sedia e cadere seduto su quella successiva. Instabile, sudato, con le mani intrecciate in una preghiera scomposta, le labbra tremule gonfie di mugolii affannati. “Ma come, don Filippo, l’ultimo regalo non è stato di tuo gradimento?” disse ammiccante Rodolfo. “Che strano. Dovrò rimproverare la mia amica … te la ricordi? Noooo?” cantilenò ironico, “… ma come … quella mulatta, brasiliana … sì, certo non è altissima, ma senza vestiti … con quelle scarpette rosse, i tacchi a spillo, fiiuuuh …” fischiò allusivo. “Pensa don Filippo, che lei invece mi ha riferito di una serata fuori dal comune, certo non scintillante, ma niente male per un ometto avanti con gli anni … e che satiro con quelle mani così lunghe … ha detto proprio così: mani lunghe” sogghignò, “… e adesso con me fai il braccino? Niente riconoscenza, niente amicizia … no, no. Non ci siamo. Non v’insegnano la generosità, l’accoglienza … come dite … l’altra guancia? Andiamo Filippo … posso chiamarti così, non ti dispiace vero, o preferisci Pippo? Siamo amici, no?” Sogghignò. L’altro fece rapido il segno della croce, baciò la mano e si chiuse in un pianto capriccioso, senza lacrime. Strinse il bavero della veste sul collo e si rannicchiò. Provò a voltarsi di spalle ma Rodolfo cambiò voce, sguardo, personalità. Un vortice di vento caldo soffiò minaccioso nella stanza. “In piedi ometto” dichiarò perentorio con quella nuova voce terrificante. “Hai una promessa da mantenere” Don Filippo restò pietrificato. Rivolse lo sguardo a terra, fece un no tremulo e iniziò a singhiozzare sussultando, farfugliò una preghiera con le mani aggrappate al rosario finché distese un braccio e mostrò il crocefisso. Rodolfo si erse per tutta la statura di fronte al vecchio parroco, alzò il braccio sinistro in modo teatrale, quindi abbassò la mano e con l’indice puntò la testa, socchiuse gli occhi e una carica d’energia travolgente si scaricò sul poveretto. Don Filippo spalancò gli occhi cerchiati e si alzò con una prontezza che aveva del sopranaturale. Si volse, fece un silenzioso assenso obbediente e si allontanò portando con sé quell’odore stantio di malattia e paura. Rodolfo sentì aprire e chiudere la porta verso la sacrestia, respirò a fondo, si ricompose e girò la stanza curiosando tra cassetti, armadi e suppellettili. In quella che doveva essere la camera da letto, densa del tanfo di vecchiaia, di reni deboli e farmaci, aprì le ante di un vecchio mobile pieno di paramenti di diversi colori. Con la mano agitò gli appendiabiti e, come dentro ad una boutique, scelse i pezzi più interessanti, un paio in particolare sembravano adatti al suo scopo. Rise di gusto portandosi un capo così vicino da confrontare le misure. Sì, con qualche modifica sarebbe andato bene ... Girò intorno al letto e, come un cane fiutò l’aria, si voltò verso la brandina e restò a respirare gli umori. Prese di mira un vecchio comodino chiuso a chiave, agitò l’anta che scricchiolò di legno secco ma non si aprì. Si guardò attorno alla ricerca di un attrezzo utile, quando vide sul davanzale della finestra vicina al letto il piatto con gli avanzi di un pranzo e le posate, sorrise compiaciuto. Trafficò per un momento per sopraffare la debole resistenza del mobile che cedette con uno schiocco. Aprì l’anta e una pila di riviste ondeggiò. Per un attimo restò a guardare, indeciso su cosa fare, poi le prese tra le braccia e le buttò sul letto. Chissà perché, non fu sorpreso della visione. Un catalogo niente male di giornalini di parrocchia mischiati a riviste straniere … tutt’altro che ecclesiastiche. Rodolfo ne aprì un paio e sbottò in una risata gelida: donne, uomini e minorenni in posizioni esplicite, audaci, fotografati in tutte le posizioni più scabrose. “Sei una fonte inesauribile di divertimento, don Filippo!” commentò ad alta voce. Alle spalle il rumore di passi si avvicinò, era il vecchio prete con il sacco delle richieste pronto alla consegna. Rodolfo allungò un braccio, prese il fagotto, aggiunse gli ultimi acquisti prelevati dall’armadio e quasi non si accorse del pallore del vecchio il quale, ipnotizzato, con gli occhi persi in una dimensione prossima alla follia, vedeva soltanto il mucchio di riviste rovesciate sul letto. Soffiò disperato, ansimò e con uno scatto ci si scaraventò sopra con tutto il corpo, come a coprire un tesoro vergognoso ormai indifendibile. “Sono benedette?” Domandò facendo segno verso il bottino ai suoi piedi. “Sì, sì” urlò il parroco singhiozzante. “Che tu sia maledetto!” Rodolfo si voltò indifferente, prese dalla tasca un rotolo di banconote e sprezzante le lasciò cadere sul tavolo della cucina. “Una di queste sere ti mando la piccola brasiliana e … tieni le mani a posto … se ti riesce” rise beffardo. Scese le scale al piccolo trotto, quasi saltellando, era soddisfatto della spesa, c’era un tempo meraviglioso e avrebbe avuto una serata con i fuochi d’artificio. Non pensò neppure per un attimo al Gran Maestro e all’appuntamento chiarificatore. Gli unici pensieri in quel momento erano il cocktail e rientrare in fretta per un bagno in piscina. Ma era il cocktail a preoccuparlo maggiormente. Si domandò se fosse stato necessario un giro dal venditore di fiducia … con trenta e più invitati cocaina ed ecstasy rischiavano di non bastare per tutti. Saltò a bordo della Jaguar, e decise: avrebbe telefonato per una consegna d’emergenza, meglio non rovinare la festa Gik aveva concluso la conversazione con don Antonio ma non era soddisfatto. Il tarlo dell’appuntamento mancato e una certa alea di mistero intorno a quella Barbara, restavano sulla pelle come un malaugurio. Mancavano pochi minuti alle undici, non aveva alcun impegno di lavoro e, per certi aspetti, era meglio così. Non se la sentiva di occuparsi d’altro. Voleva curarsi dei fatti suoi; uscire da quel maledetto tunnel era in cima alla lista delle priorità, lo aveva detto a Guelfa ma si comportava come se la questione fosse rimandabile all’infinito. Il ciclo di trasmissioni televisive era concluso e fino a settembre non se ne sarebbe parlato di tornare negli studi. Il giorno seguente, mercoledì, avrebbe discusso la nuova serie, i progetti, le novità e tutto il conseguente carosello ma, per ora, era libero. Girò per casa, spense il televisore, raccolse le chiavi della macchina senza aver davvero preso una decisione su cosa fare. Non era tranquillo. Continuava a perder tempo, a costruire ragionamenti sulla sabbia per rimandare il problema in una zona d’inconcludenza. Un punto qualsiasi, purché restasse lontano dalla sua vita. Ma non gli riusciva. Mare, spilla, targa, Aggressore. Giorgio Dassault ... adesso questa misteriosa Barbara. Erano tutte questioni collegate al malessere profondo che gli stringeva il cuore, quel senso di paura continua e quella malinconia che non gli appartenevano. Fino a qualche tempo prima il suo malessere era stato la perdita di Elena e per un lungo periodo, fino al giorno prima, aveva barato con se stesso, avrebbe dovuto riconoscerlo: non c’entrava nulla Elena. Doveva fare i conti con il suo destino e con la forza interiore che lo spingeva ad essere utile, ad aiutare il prossimo, a combattere nella battaglia secolare tra bene e male. Era uno strumento del bene: non poteva tirarsi indietro. Questa era la conclusione ineluttabile! Quel pensiero lo fece sentir meglio. Il bene, quello vero, non ha paura. Mai. Respirò profondo, avrebbe pregato per rigenerare l’anima, ma la soluzione non era solo spirituale: doveva agire. Non finì di elaborare il concetto che si trovò nell’ascensore e un attimo dopo nella Panda, con le chiavi inserite ed il motore spento, pronto a prendere una decisione che non era più tempo di rimandare. BC 419 ZF. Avrebbe cominciato da li. Per istinto, non per ragionamento. Accese il motore e prese la strada per una verifica che sarebbe costata pochi minuti di pazienza. Perché la contessa le aveva mandato quel numero di targa? Era l’auto dell’assassino? Oppure significava qualcosa di più? Improvvisamente si rese conto di non sapere nulla di quella disgrazia. Sarebbe stato meglio cominciare da un altro punto: cercare informazioni su come si erano svolti i fatti era un’idea migliore. Ma, a pensarci bene, non faceva questa gran differenza: avrebbe consultato la cronaca dei giornali di quei giorni. L’avrebbe fatto senza scomodarsi da casa, con Internet. Anche a proposito di come si erano svolti i fatti, tutto sommato, doveva riconoscere che qualcosa sapeva: c’era di mezzo il mare. “… il mare …” ripeté Angelo ad alta voce. Un flashback lo riportò indietro di qualche mese. Ricordò con chiarezza quel momento, il contatto con la contessa, quella mano piccola, liscia, quasi infantile. La mano di chi non ha mai lavorato, lavato piatti, pulito un pavimento … Fortunata, avrebbero detto molti, ma lui da quella mano aveva ricevuto, come un elettroshock, il messaggio irrimediabile della morte. E il mare, tutta quell’acqua, gonfia, minacciosa … inarrestabile. Il ricordo vibrò per un momento come lo sfarfallio della pellicola in un film, e le immagini di quello stesso mare ripresero a ondeggiare dagli occhi della figlia Delia. Come aveva potuto cancellare quell’incontro? Adesso ricordava con chiarezza. Era tutto chiaro … Aveva visto e capito molto tempo prima. “Sono morte annegate!” Un brivido serpeggiò veloce. “Che cosa voleva dirmi la contessa con la sua preghiera? … Che tutto è successo al mare, nella casa … di mare … a Bordighera e, che l’assassino … ha un’auto targata …” Per un attimo sembrò tutto ovvio. “La spilla?” Si domandò. Alzò le spalle noncurante. Al momento opportuno anche quel tassello sarebbe andato a posto. “Tu puoi …” gli sovvenne. Erano parole della contessa. Che altro aveva detto? “… Puoi trovare l’assassino e portare giustizia. Tu puoi! Non sai quanto sei vicino alla mia piccola. E, se Dio vuole, ti sarà risparmiata una verità crudele. Trova la spilla. Trova quegli occhi. Loro hanno visto. Porta la giustizia in questa casa. Ascolta il mare, troverai la tua pace …” Angelo sospirò nel ricordo di quelle parole e per un momento si aprì nel cuore uno squarcio di speranza, appena velato dal mistero di una verità crudele, sospesa come una cassandra. Angelo posteggiò la macchina e si avviò a passo spedito negli uffici del Pubblico Registro Automobilistico. Cercò un usciere per chiedere informazioni e presto si rassegnò a sbrigarsela da solo. Un pannello raccontava le meraviglie dei servizi disponibili e non ci volle molto a individuare quello adatto al suo caso. Gli uffici a quell’ora erano meno affollati di quanto aveva temuto e dopo qualche minuto di attesa fu il suo turno. “Vorrei trovare il proprietario di questa autovettura …” La donna allo sportello, con il cartellino appuntato sulla maglia intestato a una non meglio identificata “Doriana” fu ermetica. Bofonchiò qualcosa, allungò un modulo e tornò indifferente a scartabellare con i fogli sotto il naso. Quando ebbe finito di soddisfare la burocrazia, Angelo buttò oltre il vetro uno sguardo speranzoso per incontrare il vuoto. La tipa con il cartellino Doriana rispose flemmatica: “Vuole l’ultima trascrizione o la visura completa?” “La visura …” rispose Angelo deciso. L’altra esaminò la richiesta, corrucciò la fronte, si alzò e indietreggiò di un paio di scrivanie per lasciare il modulo sotto gli occhi di un tale che aveva l’aria di essere un capetto. I due parlottarono per un momento, quindi all’unisono alzarono la testa verso Angelo, infine l’impiegata tornò sui suoi passi, trafficò con il terminale, stampò un foglio e tornò dall’impiegato alla scrivania per mostrare il risultato. I due scambiarono due battute e il teatrino si concluse con la donna che, tornata al suo posto, imbucò un foglio nella fessura sotto il pesante vetro di separazione. Angelo non pronunciò una sillaba, prese il foglietto e si allontanò. La curiosità di scoprire la ragione del confabulare dei due impiegati prese Angelo alla gola. Uscì dallo stanzone, superò la porta, cercò una panca, si sedette e iniziò a leggere. All’inizio volò sul documento come per cercare qualcosa di anormale, poi rilesse e quando ebbe finito riprese per la terza volta. “Buffo!” Disse a se stesso con un sorriso. L’auto, targata BC 419 ZF, risultava passata di mano tre volte in pochi mesi. In quel momento era di un autosalone di Moncalieri. Ma questo naturalmente non era ridicolo. C’era dell’altro … Angelo tornò sui suoi passi, fece la strada a ritroso, si disinteressò della coda allo sportello e fece segno all’impiegata sventolando il foglietto. Doriana stava ancora confabulando con il tipo della scrivania dietro e, quando lo vide si precipitò. “C’è forse un errore?” disse Angelo a mezza voce. “Vede? Qui, sotto …” mostrò il foglio appena ricevuto, “… alla voce richiedente c’è il nome Questura di Sanremo. Agente Alberto Dessì … poi c’è l’orario del centro di elaborazione con … le otto e quarantacinque. Direi che non è mio questo documento … cosa ne dice?”. Doriana arrossì, guardò sul piano di lavoro e pescò un altro foglio, non perse neppure un secondo. Fece segno ad Angelo di imbucare il foglio sotto il vetro, con noncuranza lo prese, buttò un occhio tra le scartoffie e consegnò il nuovo documento. Senza aggiungere altro Doriana si voltò e si allontanò. “Grazie …” disse ironicamente Angelo in direzione del vuoto. Guardò il foglio per un secondo e lo confrontò a memoria con il precedente: identico. Salvo per il nome del richiedente … Per tutto il tempo del ritorno verso casa Angelo non pensò ad altro: “Non sono il solo a cercare quest’auto … sono in buona compagnia. Ci vuole un cervello allenato …” ragionò con se stesso, “… per distinguere una combinazione fortuita, da un segno di valenza superiore … un messaggio per addetti ai lavori. Sono sulla strada giusta! Questo non è un caso” concluse Angelo. Accese la radio, si sintonizzò sul terzo canale della Rai e continuò a guidare. “… i quali al termine del vertice hanno rilasciato una dichiarazione comune nella quale Prefetto e Sindaco hanno rinnovato la fiducia agli inquirenti sottolineando il valore delle forze in campo. A questo proposito il Commissario incaricato delle indagini, dottor …” Annarita uscì dall’ufficio postale con i sentimenti sottosopra, le sembrava d’essere una pendola d’epoca, in perenne oscillazione, con l’umore dondolante tra paura ed euforia. Si domandò se non fosse precipitata in uno stato depressivo. “Alea iacta est! Com’era la frase di … Cesare? Sì, doveva essere Giulio Cesare. Oh, stupidaggini!” Rimuginò tra se. “La lettera l’ho spedita, il motore è acceso, il dado è tratto. Adesso devo condurre in porto l’operazione senza fare errori”. Accese la radio della Mercedes e trafficò per uscire dal posteggio. Nessuno potrebbe dire che, se fosse stata più vigile, si sarebbe accorta della Fiat Tipo, color grigio argento, pronta a seguire ogni sua manovra. Ma Annarita non c’era con la testa, o meglio, si trovava da un’altra parte, aggrappata ad un pendolo che trascinava i meccanismi del pensiero tra i Caraibi e le grinfie di un uomo tanto pericoloso da non poterci scherzare neppure se in confidenza. Ricordava bene le parole di Ugo a proposito di Rodolfo. “Però …” disse a se stessa “… se penso al pericolo non combino più niente. Devo concentrarmi sulla soluzione, non sul problema”. Tutto subito sembrò un buon modo di affrontare le incertezze. Rifletté per un attimo e la bella intenzione all’improvviso le parve di una stupidità monumentale. “Che scemenza: la soluzione è ovvia, prendo i soldi li trasferisco in Svizzera, poi prendo un aereo e me ne vado in capo al mondo! Il problema è … come? Lui non sarà tanto arrendevole. Ci sono in ballo un pacco di soldi … e lui cercherà tutti i modi per non darmeli … tutti, incluso …. Non voglio pensarci” Mise la freccia e girò, aveva bisogno di fermarsi e pensare, e magari bere un caffè. “Il problema … il problema è che sono cambiate molte cose …” Annarita stentava a trovare la concentrazione. “Devo risolvere più di un problema … andiamo con ordine. Primo: Ugo o non Ugo … la Polizia mi sta cercando, dunque non posso usare il cellulare, farmi vedere in giro, frequentare i posti abituali … e devo stare attenta. Secondo: il piano precedente per recuperare i soldi del ricatto non è più valido. Devo trovare un’idea migliore. Terzo: sono certa che Ugo è stato ucciso, e questo, agli occhi della Polizia mi rende sospettabile, quindi non mi lasceranno in pace; anche uscire dall’Italia sarà più difficile, inoltre, se tutto sarà andato come previsto, avrò con me il denaro … perciò devo studiare qualcosa di più furbo … Sarebbe il colmo farsi beccare proprio alla fine del giro con le mani nella marmellata …” Annarita accese una sigaretta, abbassò il finestrino, sbuffò una nuvola di fumo e si guardò intorno, finse di truccarsi e controllò gli specchietti per incontrare il più desolante disinteresse. “Niente paranoie Annarita, chi sarebbe così stravagante da cercarti a Ciriè? Calma, respira e non cedere ai nervi” si fece coraggio aspirando avida. “Allora … che si fa? Andiamo Nery, andiamo, ragiona. Dunque, per il primo dei problemi non posso fare molto, devo stare attenta e sperare che la fortuna mi regga il gioco. Per il secondo … no, a quello penso dopo. Terzo: la fuga ...” Annarita rosicchiò un unghia e concluse rapidamente che era presto: meglio non mettere il carro davanti ai buoi. “Adesso non serve perder tempo in fantasie: quando sarà l’ora mi verrà un’idea. È il secondo, quello da risolvere alla svelta” La radio mandava una vecchia canzone dei Rolling Stones e Annarita ripensò alla lettera appena spedita: Non credere di poter fare a me ciò che hai già fatto. Se mi succede qualcosa sei finito … “Quando la riceverà, gli verrà un colpo. E magari perderà un po’ di sicurezza. Che cosa farei io se fossi nei suoi panni, pagherei o …?” Per un attimo restò ad ascoltare le rotelle in movimento poi concluse, “No, non pagherei. Cioè … non subito. Farei una prova per vedere di che pasta è fatto il mio avversario, proverei ad attirarlo in una trappola, magari perdendo tempo o con qualche altro espediente. Mi farei aiutare per stanarlo e …” quell’ultimo pensiero la rese ancora più consapevole dei rischi nei quali si era imbarcata. Stava sognando un futuro per il quale metteva in gioco tutta se stessa: o la va … o la spacca! Una specie di roulette russa. Per un momento si domandò se, quando aveva progettato il ricatto, si era davvero resa conto che quel genere d’azzardi non prevede il pareggio. Si vince o si perde. E perdere può essere l’ultima cosa che fai … da vivo … da viva! Annarita aprì lo sportello dell’auto decisa a fare due passi, sentiva il bisogno di respirare quell’aria di fine primavera. Si sarebbe spostata di poco, giusto qualche metro per comprare il giornale, e poi un caffè. Chissà che non saltasse fuori un’idea. Dovette fare poca strada, prendere i primi sguardi maschili sempre generosi nei suoi confronti, per rendersi conto che, se voleva restare al sicuro, quel genere d’idee stupide le doveva mettere da parte. “Stupida …” disse fra se. “Devo stare più attenta”. Si rimproverò. “Non devo farmi notare!” Prese il giornale, pagò e tornò indietro pensierosa. “Non devo lasciargli nessuno spiraglio. Nessuna possibilità di fuga, di perdita di tempo o, peggio ancora … di prendere l’iniziativa. Devo prevedere tutto”. All’improvviso Annarita pensò d’aver trovato il ritmo giusto. “Oggi parte la lettera. Vediamo … la riceverà domani, al più tardi dopodomani, cioè giovedì. Anche questo è un problema da sistemare. Se riceverà la lettera domani e io chiamerò il giorno dopo, gli avrò lasciato ventiquattro ore di tempo per organizzarsi … invece non deve avere il tempo per pensare … deve correre. Se invece la lettera non l’avesse ancora ricevuta? Bel casino!” Proseguì in direzione della propria auto con gli occhi bassi, come se non guardare gli permettesse di non essere vista. “Dovrà correre per procurarsi tutto quel denaro … e correrà anche dopo … per consegnarlo. A questo punto manca un tassello: il più delicato. Devo preparare un sistema per raccogliere il denaro senza correre rischi. Se vuole tentare una reazione … quello è il momento più delicato … Bene! Qualcosa è saltato fuori … ci vuole solo un piccolo sforzo, l’ultimo … devo risolvere il momento del passaggio del denaro …” Annarita fece una breve inversione, s’imbucò in un bar e ordinò. Il bar era desolato, una donna già avanti con gli anni dietro ad un bancone e un tipo anonimo seduto ad un tavolino, muto, con gli occhi persi dentro ad un bicchiere di vino rosso. Poteva sentirne l’alito di barbera da due soldi lontana un miglio. Il caffè arrivò caldo e fumante, proprio quando alle sue spalle una donna appena entrata la superò per proseguire verso il fondo del locale dove, pensò Annarita, doveva esserci la toilette. Notò quella donna per qualche motivo misterioso, forse la minigonna esagerata, o il profumo che aveva lasciato nell’aria. Ma certo la cosa la colpì maggiormente quando, prima di pagare il caffè, vide uscire dalla porta che aveva deciso essere della toilette, un’altra persona. Annarita sorrise silenziosa, lasciò una moneta sul banco ed uscì. I teatrini con giornalisti, macchine fotografiche, microfoni e tutti gli ammennicoli dello show multimediale non erano la parte buona del repertorio professionale del Commissario Capo Salvatore Vivacqua. Nel seminario avanzato su “Comunicazione e relazioni con i media”, seguito a Roma due anni prima, era risultato penultimo. Un miglioramento, se si considera che nella sessione precedente si era classificato ultimo. La verità cruda poteva sembrare spiacevole: non era un diplomatico, detestava i giri di parole e non aveva le doti di certi colleghi chiacchieroni … Ma a Vivacqua questa verità non era mai pesata granché. Pertanto … se aveva sopportato con la pazienza di un seminarista i tre quarti d’ora di riunione sulla salute pubblica negli uffici del Prefetto, aveva pregato con il fervore di un martire che non gli spettasse alcun ruolo nella parte conclusiva dell’incontro, ovvero: le dichiarazioni alla stampa. La riunione aveva avuto un breve scambio, ristretto ai soli addetti ai lavori, per l’aggiornamento sulle indagini. Tra il Prefetto e Vivacqua non era mai corso buon sangue, i due si tolleravano malvolentieri ma avevano monopolizzato quei dieci minuti, sussurrati come se la gravità dell’accaduto fosse troppo asciutta per un tono di voce normale. Il disastro era stato ricostruito in tutta la sua ferocia: l’appostamento, l’agguato, la decapitazione ... Vivacqua, terminato il resoconto, si era brevemente intrattenuto sulla ragazza che, non essendo stata rintracciata neppure con il rastrellamento, si doveva considerare a tutti gli effetti scomparsa. Il Questore aveva chiesto un parere su quell’ultima maledizione e Vivacqua, quasi rassegnato, si era limitato ad allargare le braccia per dire: “La stiamo cercando. Se, come ipotizziamo, è stata sequestrata, conviene tenere riservata la notizia. Potrebbe essere utile in futuro e chissà, magari non l’ammazzano subito”. Non disse di più e per una forma di ritegno ingiustificabile, quasi scaramantico, non fece riferimento ad una certa Barbara Pandolfi, della quale era appena stata raccolta la denuncia per scomparsa. I restanti quaranta minuti di riunione, presenti sindaco e forze pubbliche del più variopinto apparato politico, furono per Vivacqua un distillato di pura sofferenza. Il telefonino, regolato sulla funzione silenziosa, s’illuminava di continuo; sul display apparivano a rotazione i nomi di Santandrea, Migliorino, Piras … Quando tentò di rispondere all’ennesima chiamata di Migliorino beccò l’occhiataccia del Prefetto e quindi si rassegnò ad una stizzosa sopportazione. Alla fine la tortura ebbe il suo epilogo. Il Prefetto incaricò il segretario di lasciar entrare i giornalisti per la dichiarazione e Vivacqua, pronto a fuggire, fu trattenuto dal Questore, il quale lo volle con se per fronteggiare le telecamere, insieme al Prefetto. Vivacqua non poté fare a meno di pensare ai familiari, quando lo avrebbero visto alla televisione, e agli inevitabili sfottò del figlio minore il quale, l’ultima volta, aveva commentato: “… guardate papà … sembra il Lino Ventura dei poveri”. Aveva preso uno scappellotto. Con quei pensieri per la testa, quasi cadde dall’albero delle buone intenzioni quando intercettò le ultime parole del Prefetto: “… Lascio la parola al Commissario Capo dottor Vivacqua, al quale abbiamo ribadito la nostra più ampia fiducia per le indagini in corso … ” il Prefetto fece una pausa istrionica voltandosi in tutte le direzioni, poi riprese: “… tenuto conto del fatto che primo: ha seguito la vicenda fin dai primissimi momenti … e secondo, che nella ferocia criminale si appalesa un congiunto elemento aggravante, riconducibile al sequestro di persona ... il Commissario è uno specialista di questi casi e gode della nostra stima … prego dottore …”. Concluse con un cenno d’invito. Vivacqua volse al Prefetto uno sguardo che da smarrito divenne furente, ma non ci fu il tempo per altre emozioni: Ponzio Pilato se n’era lavato le mani e con la cravatta del poliziotto si era asciugato. Adesso erano tutti fatti suoi. La raffica di domande lo colpì senza pietà. I flash spararono lampi azzurri e le telecamere accesero la spia rossa della registrazione inserita. “Chi è stato rapito Commissario?” “Commissario, alla luce del sequestro, è ancora del parere di trovarsi di fronte ad un regolamento di conti tra bande rivali?” “Dottor Vivacqua, è nota l’identità del rapito … o si tratta di una donna?” “Non le pare Commissario che la tipologia dell’omicidio e la fenomenologia degli avvenimenti richiami un tipo di criminalità collegabile a certe sette sataniche?” “Torino è nelle mani delle Bestie di Satana?” “Commissario, Commissario, c’è una qualche relazione tra l’accaduto e la prossimità del vicino campo nomadi?” “Il capo della comunità Rom è stato arrestato?” Vivacqua lasciò che la mitraglia diradasse i colpi, che si smorzassero le urla, e che i microfoni puntati come baionette tornassero alla quiete, quindi schiarì la voce e con calma iniziò: “Esiste la possibilità che la vittima non fosse sola in auto al momento dell’agguato. Allo stato attuale le risultanze a nostre mani confermano questa ipotesi. Tuttavia non ci sono prove e le ricerche, ancora in corso, non hanno per ora né avvalorato, né smentito i sospetti …” mentì Vivacqua. “Commissario …” interruppe un cronista, “Esiste una legame tra l’omicidio, l’incursione e gli arresti effettuati stamani al campo nomadi?” “No”. Rispose netto Vivacqua. “L’incursione, come l’ha definita lei, è stato un controllo di prassi, collegato alla vicinanza con i fatti drammatici. Nessun arresto è stato operato presso la comunità che anzi, ha offerto spontaneamente il proprio aiuto”. “A che ora sono successi i fatti?” “Per ora le risultanze attendono la conferma del laboratorio. E non sono autorizzato a dire di più a questo proposito” Rispose sbrigativo, prese fiato, guardò intorno a se alla ricerca di un buon momento per concludere e salutare quando, in un sorriso sardonico, appena defilato sulla sinistra, riconobbe l’impomatato Basile, l’inviato del quotidiano “La Stampa”, pronto a lanciare la sua sassata. “Commissario … sono Basile, è ancora del parere che l’incendio dei giorni scorsi, con probabile messa nera, sia estraneo ai fatti di oggi? Non è giunta l’ora di ammettere che una setta sta terrorizzando la città? Che cosa state facendo … aspetterete ancora?” Il Prefetto sembrò accusare il colpo, tossicchiò e arretrò di un passo lasciando la scena al poliziotto. Vivacqua, dal canto suo, non mosse un muscolo. Nessuno avrebbe potuto dire che la sassata era andata a bersaglio. “Basile, credevo di essere stato chiaro con lei: non ci sono, per il momento, giudizi a priori, colpevoli da giustiziare o demoni da esorcizzare. C’è un lavoro investigativo, non un’attesa passiva, come certamente lei ha osservato, e un lavoro duro. Se invece vuol sapere chi e cosa stiamo cercando … capirà da se, che qualsiasi anticipazione finirà col mettere in allarme i colpevoli. Dunque … abbiate un po’ di pazienza e lasciate che il lavoro porti i suoi frutti. Ed ora scusatemi ma sono atteso in centrale …” “Commissario, non è corretto tenere i cittadini all’oscuro di pericoli accertati … dica qualcosa di più” “Commissario Vivacqua, la gente ha il diritto di sapere …” Vivacqua aveva incassato le ultime domande di spalle, già voltato, due passi oltre il capannello di persone accalcate. Superò il Prefetto senza trascurare di lanciare uno sguardo acido, pronto a rispondere all’ennesima chiamata di Migliorino. “Dimmi Migliorì” “Ho terminato il sopralluogo all’obitorio e non ci sono dubbi. I tatuaggi corrispondono. Il cadavere è quello di Silvano Navali …” “… Che altro …” “Il telefonino recuperato sulla scena questa mattina …” Vivacqua drizzò le antenne: avesse voluto il cielo che una buona notizia aprisse un varco, un filo, anche sottile, in tutto quel casino. “… appartiene alla vittima, al Navali” concluse Migliorino. “Figuriamoci …” sbuffò. “Come dice Commissario?” “Niente Migliorì. Altre novità?” “Nulla di rilevante. La Gatti è tornata alla base, i nostri sono appostati e attendono il cambio. Per questa notte stiamo predisponendo una raccolta mirata eeeeh …” breve pausa “… i tabulati riferiti alle chiamate del Martini sono stati consegnati, li troverà rientrando alla base”. “Informa Santandrea a proposito del Navali. Notizie su Ugo Martini e quell’altra, la Pandolfi?” “Per ora niente. Però pensavo … capo … perché non mettiamo qualche pulce nella nuova residenza della Gatti? Magari i due si tengono in contatto …” “Ne parliamo tra …” Vivacqua controllò l’orologio, “… tra un’ora. Riunione nel mio ufficio. Facciamo il punto. Datti da fare Migliorì” Vivacqua salì in macchina e Patanè allungò il telefono. “Commissario … è il dottor Santandrea” “Che mi dici?” “Nessun aggiornamento. Stiamo lavorando su quelle ricerche e … c’è qualcosa che non torna …” “Per esempio?” “Ci vorrà un po’ più di tempo …” “Allora sei esonerato dalla riunione nel mio ufficio tra un’ora. Dai priorità alla ricerca e … tra poco ti chiamerà Migliorino …” “So tutto. Ci siamo sentiti. Ha riconosciuto il Navali dai tatuaggi … mi detto anche del telefonino …” “Segui tu il riconoscimento dei genitori e mi raccomando … delicato delicato. Un’ultima cosa … non ti prendere impegni per questa notte”. Patanè portò la Croma verso il Commissariato senza aprir bocca. Lanciò un’occhiata al passeggero e incrociò lo sguardo del capo, lo vide socchiudere gli occhi e prendersi il volto tra le mani, ecco … in quei momenti davvero non avrebbe fatto cambio con il dottor Vivacqua. Gik posteggiò la Panda sotto casa, un’espressione di fiducia ingiustificata illuminava il volto. Per un secondo si guardò nel retrovisore e quasi sussultò nel vedere così da vicino quelle irritazioni incrostate. Rivolse agli occhi di fronte ai suoi un rifiuto ostinato e gli tornò in mente Guelfa, si erano salutati male; ripensandoci si sentì dispiaciuto. Prese il cellulare e chiamò con l’intenzione di invitarla a mangiare qualcosa. Non gli avrebbe parlato delle sue manovre per “uscire dal tunnel”, meglio lasciar raffreddare le cose. Restò qualche secondo in attesa di parlare, poi la comunicazione cadde. Doveva aver rifiutato la chiamata: era proprio arrabbiata. Decise di lasciar perdere, avrebbe trovato un modo per fare pace in un altro momento e per il pranzo un paio di panini sarebbero stati più che sufficienti, senza contare che erano un buon modo per evitare un pasto completo. Voleva stare attento alla linea, da quando il rugby era solo un ricordo, il peso stava diventando un’ossessione, ingrassava, e non gli piaceva l’idea di trovarsi con una pancia da gravidanza. Si avviò verso il bar e decise di approfittare della pausa per riflettere. Fece finta di non vedere gli sguardi dei curiosi posarsi su di lui per commentare se fosse davvero il tipo, il veggente, il medium stralunato che si vedeva in televisione accanto alla professoressa Lombardi. Gik scelse un tavolino appartato e aprì il documento della motorizzazione sul tavolo. “Audi A 4, BC419ZF …” sorvolò sui particolari e si concentrò sugli aspetti più interessanti, si sentiva molto Sherlock Holmes. La visura sembrava chiara. L’auto era stata comprata e venduta un paio di volte, ma il primo acquisto era registrato ad un tale di Torino, al nome di Ugo Martini. “Ugo Martini, Via Monte di Pietà …” considerò Gik. “… non è distante!”. Osservò ancora il documento e si soffermò sulla data di vendita. “… ha venduto l’auto il ventisei febbraio … di quest’anno. Quindi al momento della disgrazia della contessa … era lui il proprietario”. Gik non ci pensò due volte, fece un segno al cameriere e si fece portare la guida telefonica. Scartabellò le pagine, spulciò la teoria di Martini in elenco e alla fine lo individuò. Impugnò il cellulare e compilò il numero. Che cosa avrebbe detto? Una stupidaggine qualsiasi, magari usando come pretesto l’automobile. Sì, avrebbe detto che voleva acquistare l’auto dal concessionario e voleva sapere se … Il telefono dall’altro capo della linea mandò il segnale di libero, poi fece partire una musichetta e subito dopo una voce femminile disse di lasciare un messaggio. “Buongiorno, non ci conosciamo, mi chiamo Angelo Ferro e disturbo per una cortesia di poco impegno. Sto per comprare la sua vecchia Audi … quella targata BC419ZF e vorrei chiederle una gentilezza. Per favore mi richiami al …” Gik terminò di dettare il proprio numero e chiuse la comunicazione. Per la verità non s’illuse neppure un secondo di essere richiamato, quindi memorizzò il numero e il nome sul cellulare con l’idea di chiamarlo in un altro momento. Comunque c’era un’altra cosa che poteva fare in attesa di avere le idee più chiare a proposito di Ugo Martini. Sarebbe andato a vedere l’auto di persona. Mare, spilla, targa, Aggressore. Giorgio Dassault ... Barbara, incendio. C’era molto lavoro da fare, considerò ripassando il compitino. Ma questo dell’auto sembrava ormai a portata di mano. Sorbì il caffè, pagò il conto e si mise in moto. Moncalieri non era distante, ma doveva sbrigarsi per evitare il traffico del primo pomeriggio. Guidò in compagnia della musica, dagli altoparlanti il CD di Donald Fagen sembrava intonarsi alla perfezione con il circuito mentale. “Supponiamo di trovare l’auto e magari qualche informazione …” disse a bassa voce come per raccontare a se stesso il programma, “… supponiamo che il mare sia, nel codice del messaggio, la casa di mare, cioè Bordighera … e supponiamo che quella Barbara abbia chiamato per darmi notizie pertinenti l’uccisione della contessa e della figlia … o qualcosa del genere, legato in modo importante con il resto della storia. Hmm …” Valutò perplesso Gik. “… Sarebbe come dire che tutti i pezzettini del mosaico appartengono allo stesso disegno e non, come ho pensato finora, a tante storie diverse. Tutto è collegato da un filo invisibile. Anche Giorgio Dassault … ma non sarebbe tanto strano, trattandosi del marito defunto della contessa. Non vedo il nesso, ma forse ci vuole una chiave di lettura diversa per venirne a capo”. Gik continuò a guidare pensieroso ripetendo mentalmente la strana associazione d’idee appena partorita. “… in questo modo, se tutto fosse collegato … anche l’incendio sarebbe parte dell’insieme, collegato a … all’aggressore! Mi sembra impossibile …” Gik guardò sul lato destro del viale per scorgere insegne, bandiere e segnaletica della concessionaria proprietaria dell’auto sulla quale le congetture fondavano, con la solidità di un castello di carte, la teoria del tutto collegato. Posteggiò la Panda con residui pensierosi nel circuito del ragionamento. Non era molto convinto del risultato raggiunto “… tutto collegato … tante storie con i pezzi in collegamento tra loro … mah!” Scese dall’auto ed ebbe giusto il tempo di fare i primi passi, quando le vibrazioni si alzarono fino a diventare un formicolio. Gik conosceva il significato di quei segnali. Si guardò intorno, saettando in tutte le direzioni alla ricerca del punto di partenza del segnale. Uno spintone sulla schiena lo fece inarcare: una scarica di corrente sulla spina dorsale in salita fulminea verso il cervello. In un tempo infinitesimale tutti i neuroni entrarono in collegamento con il diencefalo. Black out provvisorio. Buio per un attimo, poi all’improvviso un flash abbagliante in rapida dissolvenza. Visione delle immagini come il negativo di una fotografia, e adagio, ritorno alla visione normale. Gli occhi si orientarono come spinti da un altro comando, quasi un puntamento originato da un sistema nervoso superiore. Davanti ai suoi occhi la Audi con la targa BC419ZF stava manovrando nel parcheggio della concessionaria. Allarmi al massimo volume. Un capogiro lo fece incespicare. Iniziò il download. Mille immagini al secondo. Occhi, un rotolo. In un tappeto. Mani frettolose e violente, dolore, per terra, BCZF419, uno sguardo verso l’alto, occhi negli occhi, lassù … alla finestra. Visto. Hanno visto. Dolore acuto, buio. Rumore di cancello, motore acceso. Due. Sono stai in due. Dov’è Delia? Gik tremò come un cucciolo spaventato. La proiezione si fermò e il mondo intorno a lui riprese a scorrere secondo le leggi naturali. Si appoggiò di spalle al cancello con il respiro affannato e mille pensieri in conflitto. Le immagini ancora presenti nella memoria cominciavano lentamente a perdere consistenza. Ma il ricordo … il ricordo bruciava energie, come fosse stato laggiù, vittima, al posto della contessa Villalta di Solero. Con gli occhi della contessa era stato sul luogo del delitto ed aveva rivissuto i momenti di quello che, nella scena, era sembrato un sequestro. La donna era stata avvolta in un tappeto, trasportata fino al limite del bagagliaio di un’auto … l’Audi targata BC419ZF, quindi caricata e portata via. Ma c’erano dei testimoni. Qualcuno aveva assistito al rapimento: “occhi negli occhi. Dalla finestra”. Aveva bisogno di sedersi, magari bere un sorso d’acqua, ma stentava a restare sulle gambe, dovette fare marcia indietro e tornare sulla Panda. Gik prese il volto tra le mani, si chinò sul volante e prese a respirare dolcemente, il soffio della paura uscì dai polmoni e si allargò nell’auto. Era madido di sudore, tremava, come assalito da un improvviso vento gelido. Sentiva le energie calare a picco ma cercò nell’anima le risorse per reagire. Doveva vedere quell’auto da vicino, da solo: era necessario. Voleva vedere gli assassini, conoscere il loro nome, portare giustizia. Era la sua missione e la via d’uscita verso una nuova libertà. “Ugo Martini, sei tu il vigliacco assassino?” sussurrò con un filo di voce. Raccolse le forze, uscì dalla Panda e, prima incerto, poi via via più cosciente entrò nella concessionaria. Lo sguardo puntò verso il piazzale dove aveva visto l’Audi grigia in manovra di parcheggio ma, un tuffo al cuore lo colpì fulmineo … l’auto non c’era più. “Dove …” Gik socchiuse gli occhi per concentrare la ricerca ma quel che non vedeva lo percepiva con quella dote straordinaria e sapeva: l’auto non era più lì. Decise su due piedi, si ricompose, entrò nel salone, scelse un venditore libero e si avvicinò. “Buongiorno. Vorrei informazioni per acquistare un’auto d’occasione … avete qualche proposta?” “Più di una signore” rispose affabile un giovane spigliato di circa trent’anni. “Che genere d’auto ha in mente?” “Una vettura spaziosa, familiare, in buone condizioni, preferisco i colori chiari … avete qualcosa con queste caratteristiche?” “Qualcosa di adatto alle sue necessità lo troveremo di certo” aggiunse movendosi in direzione di una sala interna. Gik seguì il venditore lanciando occhiate verso le vetrine, con la speranza di veder tornare nel parcheggio l’auto che aspettava. Nella sala interna una spianata di lamiere luccicanti attendeva i visitatori come trovatelli in un canile; “super occasione”, “anticipo zero”, “semestrale”. Gik, al quale le auto non erano mai interessate, guardò distratto e al contempo preoccupato che il venditore volesse descrivere quella folla di barattoli uno per uno. “Guardi che meraviglia!” esordì entusiasta. “Vedo …” disse Gik. “… tra queste c’è una Audi familiare?” domandò nella speranza di sentirsi proporre l’auto del Martini. “Nnno. In questo momento no” rispose l’altro spiazzato. “Però ci sono, come vede, mille occasioni da non perdere e non trascuri le promozioni. Per esempio …” “No!” tagliò corto Angelo. “Ci ho pensato: mi piacerebbe una Audi” “Temo di non poterla accontentare. Se non vuole vedere delle alternative, può lasciarmi i suoi dati, la chiamerò appena capiterà il caso” “Un amico …” improvvisò Gik, “… mi ha detto di aver visto nel vostro parcheggio un usato, targato … non ricordo bene … BC … non ricordo. L’avete venduta?”. Il venditore girò gli occhi verso l’alto, come concentrato a mettere a fuoco il ricordo. “Aspetti. Chiedo alla segretaria” si voltò e sparì trotterellando. Gik restò in attesa. Con disinvoltura tornò verso le vetrine della sala principale e controllò il parcheggio. Mise in moto i sensori per ricevere il feed-back silenzioso del vuoto assoluto. Il radar era muto: inutile ostinarsi. L’auto non era più lì. Il venditore gli venne incontro di gran carriera e Gik respirò a fondo, voleva sentirsi rispondere che sì, l’auto era disponibile, ma sentiva la presenza di un ostacolo. “Ho rintracciato l’Audi di cui parla il suo amico, credo sia stata venduta. Sono spiacente signore. Oltre tutto era un mezzo a nostra disposizione … sa, come auto di cortesia, o per la direzione e le necessità speciali di qualche cliente …”. Quante centinaia di volte Gik si era detto silenziosamente “lo sapevo”, ma, com’era ovvio, ripeterlo anche in questo frangente, era del tutto accademico. Angelo esitò per un istante, quindi si voltò, alzò un braccio con il significato ambivalente di rassegnazione e saluto e tornò sui suoi passi … fino all’uscita. Si arrestò di colpo e tornò indietro per incontrare l’espressione perplessa del venditore. “Ho capito bene? Ha detto: credo sia stata venduta … In altri termini non è proprio sicuro …” disse d’un fiato. “Voglio dire … potrebbe darsi il caso di un ripensamento … è così?” “In effetti l’auto è stata lasciata in prova ad un affezionato cliente, per qualche giorno; è un’eccezione, di solito non usiamo questa prassi. Non ho seguito la trattativa, ma … sarà molto difficile vedere ancora quell’auto: era una buona occasione!” “Facciamo così …” disse Gik estraendo il portafogli, “… se il vostro cliente cambiasse idea, mi chiami … ci tengo molto” e così dicendo lasciò il proprio biglietto da visita. Luca guardò l’orologio e sbuffò. “Puoi anche sceglierti una moglie della Luna … non Ucraina … della Luna. Stai tranquillo che se ti dice: ancora due minuti amore”, imitò una vocina femminile. “… significa che ce ne vogliono almeno venti”, sospirò. C’erano quasi trenta gradi all’una e l’idea di cambiar programma era a fior di pelle. Invece della pizza un bagno al mare, e poi un bel piatto di spaghetti allo scoglio, una birra … e si sarebbe sentito il padrone del mondo. Accese l’auto e fece inversione per piazzarsi all’ombra. Uscì dalla macchina con il pacco delle fotografie sviluppate e cominciò a sfogliarle, ma … non aveva voglia di lavorare. Si guardò intorno e restò ad ammirare la “villa presa in affitto” a Garlenda. Entro venerdì avrebbe dovuto sgomberare. Ormai era rischioso restare: i proprietari avrebbero ripreso possesso delle case di vacanza e gli spazi si riducevano. “Un altro trasloco”, considerò seccato. Era sempre così: con l’arrivo della bella stagione il suo sistema di “affitto” entrava in crisi e doveva sloggiare; tornare al campeggio o nei bungalow. Quest’anno proprio non gli andava. Per tornare in una casa come si deve avrebbe dovuto aspettare la fine di settembre … facendo i conti, Marcella si sarebbe trovata al sesto mese avanzato di gravidanza. Non poteva costringerla a fare quella vita. Sempre con le borse in mano, con il sonno leggero di notte ed il timore di sentire arrivare il padrone di casa, o peggio … Mai un momento di relax, sempre vigile. Finché stava da solo … non era un problema. Lui in un secondo era capace di filarsela … com’era successo molte volte del resto. Inoltre, quando si metteva male … sapeva difendersi. Ma in due. Con un figlio in arrivo … Fino a quel momento era stato fortunato, e in gamba! Per dirla tutta. Aveva trovato un buon metodo: visitava le agenzie immobiliari della costa, chiedeva una casa in affitto, meglio una villa, s’informava sul tempo di disponibilità poi, quando aveva un elenco abbastanza lungo … le visitava e le abitava con la disinvoltura dell’uomo più innocente del mondo. In barba a contratti, affitti, spese e via di seguito. Era un esproprio temporaneo, onesto a voler guardare in fondo. Lui non rubava in quelle case. Di solito. Semplicemente le abitava! Non che il sistema escogitato lo tenesse al riparo da imprevisti o guai. Ma se l’era sempre cavata. Questa sistemazione di Garlenda le era particolarmente gradita. L’aveva usata molte volte. Si trovava in una posizione per la quale poteva aprire le finestre e godersi la vista, aveva la corrente elettrica, il riscaldamento e … massimo del massimo, il collegamento televisivo satellitare. Per certi aspetti le dovevano anche della riconoscenza. Una volta aveva impedito a certi albanesi di svaligiarla. Quasi fosse un custode … non retribuito. La sua preferita era un’altra, appena fuori Sanremo, verso Imperia. Quella dava sul mare e quando ne aveva voglia poteva stare all’aperto a godersi il panorama. Un anno ci aveva festeggiato il Natale: fuori, con il mare di fronte, il tavolo apparecchiato, in maniche corte. Una meraviglia. Luca guardò scocciato l’orologio. … No, non poteva andare avanti così: ci voleva una sistemazione. In fondo non era “solo” una questione di donna incinta e figlio, anche lui non ci stava più a vivere in quel modo. Fece ancora i conti: per una volta nella vita si sentì in grado di fare un passo importante. Aveva un lavoro da portare a termine ma soprattutto una discreta somma da incassare. Forse, se avesse accelerato qualche passo, entro poco tempo sarebbe stato in grado di comprare un pezzo di terra e quattro mura. Mise la mano destra nella tasca posteriore dei jeans, e tirò fuori il contenuto da un fazzoletto di carta. Era pesante, ma soprattutto valeva un sacco di soldi, si era informato … ci poteva tirar fuori quasi centomila euro. Non avrebbe comprato una casa ma … aggiungendo i mobili, il giochino con il proprietario di quella Audi … Luca avvolse con cura il pacchetto, lo rimise in tasca e con la fantasia volò alla ricerca della casa che avrebbe abitato con la sua famiglia. Non aveva grandi pretese ma su un punto era intransigente: doveva vedere il mare. Anche se fosse stato lontano chilometri … voleva aprire le finestre e vederlo, magari solo uno spicchio, un angolino … Per il resto, un paese valeva l’altro. Tornò a sedersi in auto, riprese le fotografie scattate ai mobili della villa di Bordighera, le sfogliò veloce per soffermarsi su quella dell’anello con diamante. La osservò senza emozioni nonostante fosse lampante: era il pezzo forte degli oggetti sui quali aveva messo le mani. Sapeva a chi darlo considerò, ma soprattutto certe prudenze non avevano più motivo di sopravvivere. Trascorsi sei mesi dal fattaccio poteva dirsi al sicuro. Era tempo di sbolognarlo a qualcuno … per incassare in primo luogo, per togliersi un oggetto troppo pericoloso da portare nella tasca dei blue jeans, in seconda battuta. “Oggi!” Concluse determinato. Sì, quello stesso pomeriggio sarebbe andato ad Alassio a piazzarlo da chi sapeva lui. Avrebbe chiesto centomila euro. Almeno come prezzo d’offerta, però davanti a settanta mila lo avrebbe mollato senza storie. Tutti sull’unghia naturalmente. Accese una sigaretta, aspirò qualche boccata, tornò con il pensiero a quel giorno spaventoso che aveva cancellato due vite e decise che l’esistenza era troppo stupida per essere presa sul serio. Si sentì colpito da un soffio di filosofia estemporanea: “due persone erano state colpite a morte dallo stesso destino che avrebbe consegnato loro il lasciapassare per un futuro migliore. Quasi come un trapianto di cuore: una vita si spegne … un’altra riprende la sua strada. Buffo il destino!” Pinzò la sigaretta tra medio e pollice per lanciarla oltre la siepe di lauro. Sospirò quando sentì alle spalle il ticchettio di passi in avvicinamento, si voltò e, d’incanto, gli bastò guardare la sua donna per vedere le nuvole sulla testa diradarsi, allontanate dal vento dei sentimenti. Dimenticò l’attesa, quei due occhi disperati e imploranti puntati verso di loro come mani congiunte in preghiera, dimenticò che forse, se avesse voluto, le cose sarebbero potute andare diversamente … Vivacqua addentò il panino senza badare troppo alle briciole. Al suo fianco Migliorino lo imitava in silenzio. Sulla scrivania, sgombrata dalle scartoffie, restavano aperti i grandi fogli sui quali il Commissario aveva annotato l’avanzamento delle indagini con una serie di tratteggi, rimandi, sottolineature e tutto il variopinto assortimento di didascalie. Migliorino versò il the freddo nei bicchieri di plastica, puntò il dito sul foglio all’indirizzo di un’annotazione nella quale si leggeva “MARTINI”, dalla quale partivano due frecce aperte a forbice. Su una c’era scritto “CARNEFICE”. Sull’altra “VITTIMA”. Terminò di masticare, bevve un sorso e con espressione interrogativa guardò il Commissario. “Ca certo, Migliorì. Chi ha detto che il nostro ricercato deve essere per forza un complice della banda di mascalzoni! Potrebbe essere la vittima, non ti pare?” L’altro spedì un’espressione perplessa e domandò: “È un’ipotesi nuova, Commissà. Certo sarebbe possibile, ma come le è venuto in mente?” “Non mi torna” fece sbrigativo. “A casa del Martini non abbiamo trovato nulla che lo colleghi a quel genere di follia; secondo a mmia … non torna!” Concluse lapidario. Addentò l’ultimo boccone, iniziò a ripulire la scrivania, bevve e riprese. “… Chiama gli altri. Facciamo un po’ di ragionamenti”. Migliorino prese la cornetta, pigiò il numero di Meloni quindi dettò: “Calabresi, Patanè, Carbone, Piras, … vedi se trovi Gargiulo … di corsa nella stanza del Commissario”. Vivacqua nel frattempo accese il televisore, selezionò il terzo canale Rai e restò a guardare. Tra un attimo sarebbe andato in onda il telegiornale del Piemonte. I convocati entrarono nella stanza alla chetichella, ognuno con il notes aperto, pronti al rituale del briefing d’emergenza. Vivacqua odiava il termine briefing, troppo americano. Preferiva parlare di “riunione operativa”, o di “coordinamento rapido”. Grazie al cielo erano modalità di lavoro investigativo impiegate negli stati di crisi e, nonostante Torino fosse una metropoli, non capitava tutti i momenti di sedersi al tavolo con la squadra investigativa a fare il punto della situazione. Dal televisore le immagini cambiarono, il giornalista aveva lasciato la parola all’inviato per mettere in onda la conferenza stampa. Nella stanza tutti gli occhi puntarono verso lo schermo. Era inquadrato il Prefetto, stava pronunciando le ultime parole prima di passare la scena al Commissario Vivacqua: “… secondo, che nella ferocia criminale si appalesa un congiunto elemento aggravante, riconducibile al sequestro di persona ... il Commissario è uno specialista di questi casi …” “Quel cornuto di sua eccellenza ci ha messo tutti in un gran casino … con la storia del rapimento …” Intervenne il Commissario spegnendo il televisore. “Dottore ha fatto un figurone … riesce bene alla televisione …” “Commissario dovrebbe andare al Maurizio Costanzo …” “Basta così”. Tagliò corto Vivacqua. “… ringraziate tutti il Prefetto per il gentile omaggio. Se c’era una probabilità di ripescare viva la donna … ora possiamo dirle addio e comprare una bella corona di fiori. Chissà che minchia gli è passato per la testa!” Vivacqua sbatté il palmo della mano sulla coscia e scosse il capo. “Prima che mi dimentichi … Santandrea non è presente per via di un incarico molto riservato, ma stasera sarà lui a coordinare le pattuglie per la visitina ai pusher del centro. Ordine di servizio, cominciamo dalle cattive notizie. Siamo sotto pressione, tutte le forze disponibili occorrono qui alla centrale. Sono sospesi permessi, licenze, ferie, malattie, tutto. Chiamate gli assenti, fateli rientrare di corsa …” Un brusio si mischiò al rumore di sedie e agli ovvi commenti. “… non voglio sentire storie, non ci sono più turni, orari, pause caffè! Naturalmente se ci sarà una fuga di notizie da questo ufficio o una comunicazione ai giornalisti non uscita dal sottoscritto … saranno cazzi amarissimi. Secondo: priorità massima all’omicidio Navali e al sequestro della donna, la Barbara Pandolfi, tutto il resto viene dopo …” “Commissario, che ne facciamo della storia dei supermercati, il rapinatore …” “Calabresi lo capisci l’italiano? Oltretutto mi fai perdere il filo. Terzo … massima allerta su tutto ciò che può avere pertinenza con magia, sette, chiese, cimiteri, omicidi o aggressioni non riconducibili al crimine convenzionale. Voglio sulla mia scrivania qualsiasi fatto anomalo accada in questi giorni nel raggio di duecento chilometri da Torino. Seguite la procedura, avvertite il Comando dei Carabinieri, e tutto l’apparato di sicurezza. Di questo ti occupi tu Calabresi” “Commissario …” intervenne Calabresi, “che cosa ne pensa se attiviamo il sistema d’intercettazioni … il caso è abbastanza caldo da …” “Sarebbe stata l’istruzione successiva. Ne parlo io con il Sostituto Procuratore per le autorizzazioni, ma … Piras, seguirai tu i collegamenti con Telecom e con gli altri operatori. Segnatelo. Dovresti avere i numeri sui quali puntare l’ascolto, se non li hai parla con Migliorino; a scanso di equivoci, sono quelli di Silvano Navali, Simona Bellei, Barbara Pandolfi … di questa cercate i genitori e mettete sotto controllo anche loro. Se nel corso delle indagini salteranno fuori altri nominativi … ve li passerò”. Vivacqua controllò i fogli ormai intricati di collegamenti, quindi riprese. “Piras, non ho finito con te, fai il giro dell’archivio, di Internet, di quello che vuoi: ho bisogno di dare un occhiata ai crimini classificati alla voce , ma allarga l’indagine al paranormale e dintorni. Non mi portare tonnellate di carta: voglio solo date, nomi delle vittime, tipologia del crimine, eventuali testimoni degli ultimi dodici mesi. Nessuno mi toglie dalla testa che queste storie le stiamo sottovalutando, forse … se ci fossimo sensibilizzati a cercare meglio … avremmo trovato, magari fermato, qualche deficiente in più … senza parlare di vite risparmiate. Con i nominativi individuati mi fai un lavoro facile facile: vai al Centro Elaborazione Dati, ti fai dare una mano, poi aggiungi i nomi delle attuali ricerche, i telefoni, li incroci e verifichi le eventuali corrispondenze. A proposito, i tabulati telefonici del Martini che fine hanno fatto?” Migliorino si alzò, scostò dalla scrivania un paio di fascicoli e li allungò al Commissario. “Sono questi dottore. Mi sono permesso di dare un’occhiata. Questo viveva con il telefono in mano …” sventolò il plico, “… sono gli ultimi dodici mesi, ci saranno più di cinquemila stringhe da controllare. Ci vorranno giorni e giorni per capirci qualcosa”. “Calabresi pigliati il malloppo e utilizza anche queste informazioni. Non te lo ripeto: un lavoro di scansione veloce, dovrebbe essere sufficiente un controllo sugli ultimi sei mesi, se salta fuori qualcosa ne parliamo e si approfondisce”. “Commissario io sto portando avanti quell’altra ricerca con il dottor Santandrea, che faccio … mi sgancio?” “No! Portati una branda, fatti un termos di caffè, chiama tua moglie, digli che da oggi abiti qui: cella di sicurezza numero uno. Non puoi uscire finché nel mondo non è tornata la pace! Inoltre, non ti scordare di Barbara Pandolfi: appena arriva il listato delle telefonate lo aggiungi al materiale del Martini”. “Commissario, che ne dice se facciamo una ricerca in profondità su Internet. Magari questi esaltati con i loro forum e le chat, chi lo sa … sono capaci di aver mandato la notizia in giro per vantarsi …” “Buona idea Piras. Calabresi, aggiungi all’incarico questa ipotesi. Metti in allarme tutte le unità con un centro di monitoraggio telematico, il nostro, la Guardia di Finanza, la Digos, l’Arma e compagnia bella. Anzi non perdere tempo, il resto della riunione te lo racconterà Piras. Puoi andare. Mi chiami per qualsiasi novità”. “Commissario …” intervenne Migliorino, “Perché non ci facciamo vivi con la Bellei, portiamo la scarpa, o una fotografia dell’oggetto e vediamo che cosa salta fuori …” “Mi piace. Chiamala, vedi se può venire a fare due chiacchiere …” restò con il braccio sospeso in aria, “… anzi. Digli che vorremmo un appuntamento a casa sua, diciamo questo pomeriggio, verso le sei, le sette … Voglio dare un’occhiata personalmente”. Fece una pausa, prese la bottiglia di the ormai non più freddo, versò nel bicchiere e bevve. “Piras, dimmi qualcosa di oggi …” “Capo, tutto quello che c’era di interessante l’ho detto. Le ricerche sul referto mancante … la testa del Navali per intenderci, sono in corso, ma potrebbe essere ovunque: dentro un cassonetto della spazzatura, in un fossato, dentro ad un sacchetto buttato nei boschi … oppure, più semplicemente, gli aggressori se lo sono portato via che, detto tra noi, è il fatto più probabile. Ne hanno fatto un trofeo, una specie di totem. Ho scambiato due chiacchiere con il patologo, lui sostiene che una mutilazione di quel tipo, oltre ad essere rarissima è quasi impossibile in assenza di certi accorgimenti, come un ceppo … per esempio. La decapitazione così come avvenuta, fa pensare ad un tale con una scimitarra che, nel movimento convulso di una rissa, ha vibrato un unico colpo. Bisogna ricordare che intorno alla macchina ci sono chiari segni di colluttazione, il Navali si è difeso prima di soccombere. Immaginatevi la scena e traete le conclusioni. Cose da film cinesi” Concluse scettico. “Vabbè, altro?” “Il comandante dell’unità cinofila eli-trasportata dice che se avessero cercato un ago lo avrebbero trovato. Tracce fresche, clima idoneo, visibilità perfetta, cani ben addestrati, area facile da circoscrivere … nessuna storia: se il reperto o qualcos’altro fosse stato lasciato nella zona lo avrebbero trovato”. “Dunque avvalora la tesi dell’asportazione … la teoria del trofeo, per capirci … Altro?” “Niente d’interessante. Se vuole la mia opinione gli zingari non c’entrano nulla. E, adesso che ci penso: una vecchia del campo si è avvicinata e ha fatto una strana preghiera … ha imposto le mani sulla macchina rovesciata …” “Avete lasciato avvicinare qualcuno alla scena del delitto?” domandò Vivacqua incredulo. “No, Commissario, la donna era oltre il cordone, ma io l’ho notata perché era circondata da tre o quattro anziani che dovevano averla in grande considerazione. Questa faceva dei gesti verso la macchina, poi a un certo punto si è inginocchiata, ha iniziato a piangere forte e ha cacciato un urlo spaventoso. Mi ha fatto gelare il sangue”. “Questa me la dovevi dire prima!” Commentò Vivacqua infastidito. “Mettiti in contatto con Niccolaj, digli che vorrei fare due chiacchiere con quella donna. Patanè ti metti a disposizione e, se non la conducono loro, me la porti qui. Non passare dal cancello principale. Non voglio che l’accampamento di giornalisti la veda. Mi hai capito bene?” Patanè restituì un assenso silenzioso. “… Mettetevi al lavoro appena terminata la riunione”. Vivacqua fece una pausa, si alzò e andò verso la finestra, scostò le tende e restò un attimo in silenzio, poi riprese: “Che idea vi siete fatta di questo schifo, come la vedete?” “Per me … c’è di mezzo una banda, qualcosa di brutto, alla maniera del mostro di Firenze. Mi è bastato stare mezz’ora sul posto per sentire un’energia di cattiveria … quasi come certe malattie …” disse disgustato Carbone, uno dei più giovani del gruppo. “Commissario, io non credo che questo sia un delitto come altri. Secondo me ce l’avevano con il Navali … per fatti del passato …” commentò Piras. “E perché non la donna? Perché la escludi?” domandò Vivacqua voltandosi. “… per istinto. Per fiuto! E anche per senso pratico. Se avessero voluto lei, potevano farlo quando si trovava da sola … sarebbe stato più semplice. Perché complicarsi la vita e andarla a cercare quando ha qualcuno che potrebbe difenderla? Penso sia una faccenda tra uomini. Magari una punizione. La donna si è trovata in mezzo”. “E non potevano ammazzare anche lei? Perché portarsela dietro e correre altri rischi?” “Quelli se ne fottono dei rischi”. “Hmm …” fece Vivacqua. “Non mi convince. Migliorino cosa ne pensi?” “Che ne so, Commissario. A me pare tutto strano. Qui all’improvviso salta fuori una banda, armata di spada, che taglia la testa ad un tipo. Quando mai si è visto? Questi stavano appostati, erano quattro o cinque, saltano fuori dal buio, tra l’altro non era neppure tardi, intorno, nelle vicinanze, c’era ancora un discreto traffico, aggrediscono il conducente e rapiscono la donna …” “Hai pensato che potrebbe essere fuggita? Magari sta girando a vuoto in pieno shock …” “Per la verità no. Per me l’hanno presa. Ora … la malavita non usa questi metodi: se vuole togliersi di mezzo un problema … spara! E se capita di mezzo una donna raramente se la pigliano con lei. I guardoni … non si spingono a livelli da … come dice Piras, film cinesi, con tanto di katana. Io questa storia non la capisco. Aggiungiamo che si portano via la testa della vittima, la donna e completiamo il quadretto …” “Quindi?” sollecitò il Commissario. “Quindi non azzardo una risposta. Voglio aggiungere che se fosse un regolamento di conti, dovremmo trovarci di fronte a gente che ha un passato o almeno un precedente nel mondo del crimine. Questo Navali è incensurato … è figlio di gente qualsiasi che non vive nel lusso ma non gli manca nulla, il padre è commercialista. È vero, è stato un tossico, ma questo non lo fa diventare un pericoloso trafficante. Se devo dire per istinto … di una cosa mi sento sicuro: ce l’avevano con loro!” “Vuoi dire che non hanno aggredito a caso?” “Esatto. Volevano quei due. L’uno, l’altro o tutt’e due!” Meloni bussò e s’introdusse in silenzio. Lasciò un fascio di documenti sulla scrivania e, un secondo prima di uscire, fu bloccato dal Commissario. “Meloni, non mi riempire la scrivania di schifezze. Che cosa hai lasciato?” “Le solite cose capo, più il fascicolo intestato a Paola Terreni”. Girò su se stesso e sparì oltre la porta. Vivacqua guardò l’orologio, era terribilmente tardi. “Prima di chiudere … un ultima questione. Che novità ci sono sull’incendio di Riva di Chieri” “Nessuna Commissario” intervenne ancora Migliorino. “A parte che si è trovata l’auto del Martini e la scientifica dovrebbe metterci le mani in questi momenti … non c’è nulla di nuovo. È stata ascoltata la portinaia dello stabile ma non viene fuori niente di utile. Ha detto che il Martini era un arrogante, metteva la macchina come voleva, talvolta ne lasciava due, la propria e quella della fidanzata … non aveva buoni rapporti con nessuno dei condomini e altre fesserie del genere”. “Vabbè. Su questa storia voglio un’attenzione particolare. Dagli elementi emersi questo caso ha diversi punti in comune con l’aggressione del Navali …” “In che senso Commissario?” “Piras, ogni tanto mi fai cadere le braccia. Quello di Riva di Chieri è stato un sacrificio umano. Mi pare ci sia poco da discutere, i segni sono fin troppo chiari … e questa storia del Navali … puzza di zolfo” “Beh, Commissario, se si conferma che la Pandolfi è, effettivamente la donna rapita … il collegamento è presto fatto” aggiunse Migliorino. “Infatti. Ora si tratta di capire se la Pandolfi è la persona che cerchiamo, se Martini è uno della banda o la vittima, se i due si conoscono …”. “Certo che se Martini fosse la vittima, lo scenario cambierebbe di molto …” intervenne Piras. “Prosegui …” sollecitò Vivacqua. “… Se si tratta di vittima, potremmo considerare l’ipotesi che conoscesse i suoi carnefici e magari avesse una forma di amicizia o di collaborazione finita male. Penso che questi soggetti scelgano con cura i bersagli. Non vanno a caso. In altri termini dovrebbe essere facile trovare un contatto, un precedente, qualche interazione …” “Se le cose stanno come dici tu …” s’inserì Migliorino, “… con le verifiche telefoniche dovremmo trovare qualcosa. E magari Martini, la vittima, ha lascito di proposito il telefonino in una zona dove sperava fosse rinvenuto. Un modo per farsi identificare o per far punire i colpevoli”. “Il filo di Arianna …” commentò soprapensiero Vivacqua. “Come dice Commissario?” “Niente. Ragionavo” “… se invece il Martini fosse uno dei complici, la fuga sarebbe una ammissione di colpevolezza” concluse asciutto Migliorino. “Sono tutte congetture. Magari il telefono è semplicemente caduto in un punto che per puro caso non ha subito la fusione. E magari il Martini è un esponente della banda. Non ci sono abbastanza informazioni. Certo, se trovassimo un agenda …” “E se mettessimo fine al giretto dell’amica, la Gatti, che cosa ne dice capo? Lei sa che cosa è successo, mi gioco due mesi di stipendio” “Dico che sarebbe un errore. Di cosa la stiamo accusando?” “Di complicità con il Martini, o della sparizione dello stesso Martini … per esempio” “Se avesse un mediocre avvocato, non uno in gamba, uno qualsiasi, quanto tempo credi di poterla trattenere?” “Allora che facciamo capo?” “Quello che stiamo facendo, le lasciamo spazio. La teniamo d’occhio e appena sappiamo qualcosa di più la fermiamo. Sempre che non venga lei da noi … Certo che se ci scappa … possiamo mettere una croce sulla soluzione del caso. Bene!”. Concluse il Commissario, “… Per adesso ci fermiamo qui. Lavorate con coscienza non perdetevi nei dettagli, non lasciate perdere i dettagli!” Vivacqua guardò l’orologio e con un gesto sciolse la riunione. “Migliorino, prima di uscire di’ a Meloni di riabilitare la mia linea, ma niente giornalisti!” “Come vuole capo”.


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